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2018-08-04
Il consigliere dem padre del lanciatore di uova in campagna elettorale diceva: «Sicurezza e telecamere»
La discobola azzurra Daisy Osakue andrà ai campionati europei di atletica: la ferita riportata all'occhio non pregiudicherà la sua partecipazione. Al ritorno in Italia la ragazza dovrà decidere se portare avanti la denuncia contro i tre diciannovenni che l'hanno ferita a colpi di uova o se, invece, ritirarla, magari per solidarietà di partito: infatti il padre di uno dei ragazzi che l'ha colpita è un esponente del Pd come lei, che è iscritta ai giovani democratici. Il fascicolo, sul tavolo della pm torinese Patrizia Caputo, è iscritto per i reati di lesioni personali e omissione di soccorso. Va detto che il can can mediatico non semplifica la posizione dei tre indagati. Il loro difensore, l'avvocato Alessandro Marampon, è netto nel giudicare la strumentalizzazione portata avanti da media e maître à penser di sinistra che hanno cavalcato il movente razziale (Matteo Renzi ha addirittura scritto che Daisy era stata «selvaggiamente picchiata da schifosi razzisti»): «È una strumentalizzazione che i miei clienti stanno pagando sulla loro pelle. Bollare quel gesto come un atto di razzismo senza sapere come siano andati i fatti e senza avere in mano nemmeno uno straccio di prova significa buttare benzina sul fuoco ingiustificatamente in un momento delicato e questo exploit si è ritorto contro chi assisto. Quando si grida al lupo al lupo e spunta un cagnolino si perde di credibilità e si diventa oggetto di dileggio. Gli inquirenti dopo 24 ore avevano già detto che l'aggravante del razzismo non c'era, ma non è bastato a fermare il bailamme. Grazie al cielo, da una parte, e ahimè, dall'altra, ci sono stati altri episodi contro persone non di colore altrimenti, con questo clima, sarebbe stato più arduo dimostrare che l'aggravante dell'odio razziale non c'era».
Ma a gridare al lupo al lupo erano pure i genitori di Federico De Pascali, uno dei tre lanciatori: «Se penso alle cose che ho scritto su Facebook e che senza saperlo stavo commentando i gesti di mio figlio mi viene male», ha dichiarato a caldo ai giornalisti la madre Antonella Romeo, casalinga di origini napoletane impegnata nel sociale.
La donna è un'attivista dell'associazione Libera di don Luigi Ciotti e ha fondato Vinovolab, un gruppo di volontariato che il 7 luglio scorso, proprio insieme a Libera, è sceso in piazza in maglietta rossa per manifestare contro il razzismo (e contro il ministro Matteo Salvini). Che cosa abbia scritto la Romeo sui social è facile intuirlo, anche se i suoi profili sono visibili solo per gli amici.
Per esempio ha pubblicato una caustica vignetta, in cui, da una parte si vede la Madonna con Cristo morente tra le braccia, dall'altra, invece, un volontario di una qualche Ong che solleva il corpo esanime di un bimbo di colore. Ma qui la scena è accompagnata da commenti beceri come «forza ripulisci sta merda», «via 'sti negri», «tanto diventava uno spacciatore», «non sanno nemmeno nuotare». Insomma non è difficile immaginare chi per lei fossero i lanciatori di uova.
È questo l'humus culturale in cui è cresciuto Federico, che una sera, dopo aver superato l'esame di maturità all'istituto alberghiero si è messo in macchina con due compagni di scuola e ha deciso di passare la serata facendo stupidi scherzi. L'auto, un Doblò color sabbia, è del padre, Roberto De Pascali, ingegnere civile, classe 1959, il quale si è detto distrutto: «Federico è indifendibile. Invece di copiare le cose buone, ha fatto il deficiente. Meno male che il razzismo non c'entra. Mio figlio è un cretino, ma non razzista», ha stabilito, con la sicurezza di un giudice della Cassazione.
Su Whatsapp, pure lui ha scelto una maglietta rossa come immagine del profilo, quella sfoggiata «per fermare l'emorragia di umanità». Nel 2014 è stato candidato sindaco del Pd a Vinovo e su Internet si presentava così agli elettori: «Ho una lunga esperienza nel mondo delle associazioni: dopo il servizio civile in Italia Nostra a Torino, sono stato fra i fondatori, nell'ormai lontanissimo 1987, del gruppo VinovoVerde, sezione locale di Legambiente. (…) Nel campo politico, dopo una iniziale esperienza nei Verdi sia a livello provinciale che comunale, ho accompagnato la nascita dell'Ulivo prima e del Partito Democratico vinovese poi». Ironia della sorte, nel suo programma elettorale si leggeva: «I recenti eventi di cronaca rendono la sicurezza una vera e propria emergenza sul territorio vinovese, da affrontare potenziando le videocamere di sorveglianza nei punti strategici della città». Tipo quelle che, a poca distanza, hanno in effetti incastrato il figlio.
De Pascali con i giornalisti si è lanciato in un commento un po' così, che avrà fatto storcere il naso ai sacerdoti del politicamente corretto: «Appena potrà Federico andrà a chiedere scusa a Daisy. Ma dovrà fare anche attenzione. Ho visto che è una ragazza molto muscolosa. Magari è capace di tirargli una sberla e rivoltarlo». Quindi ha pronunciato una frase degna del miglior Massimo Catalano: «Anche i figli dei consiglieri comunali del Pd fanno delle cavolate».
Il suo ragazzo, in un'intervista concessa alla Stampa, ha tolto ogni dubbio: «Perché abbiamo lanciato le uova? Perché non sapevamo cosa fare. L'abbiamo sentito in giro e lo abbiamo fatto anche noi. (…) Altre volte avevamo lanciato le uova solo per divertirci, per sporcare i vestiti». Ovviamente il razzismo non c'entra: «L'abbiamo scelta a caso e adesso vorrei chiedere scusa a Daisy». A questo punto il giornalista ha domandato: «Dopo aver lanciato l'uovo contro Daisy che cosa avete fatto?». Forse si aspettava una risposta del tipo: «Ci siamo subito pentiti». E invece il ragazzo lo ha steso in questo modo: «Il secondo lancio». Adesso tocca a Daisy fare il suo e speriamo che sia un po' migliore di quello di Federico & c.
Giacomo Amadori
Così papà Osakue reclutava i «picciotti»
Quando lo abbiamo chiamato, ieri mattina, Iredia Osakue ha finalmente alzato il telefono. Lo ha fatto per correttezza, ci ha spiegato, perché il giorno precedente aveva promesso che avrebbe risposto. Gli abbiamo offerto la possibilità di raccontare la sua versione dei fatti, di spiegare i suoi trascorsi e raccontare, magari, come e quando la sua vita è cambiata. Osakue ha preferito non farlo. La sua risposta è stata una sola: «No comment».
Ed è un peccato, perché il suo percorso dice molto sul sistema immigratorio che riguarda il nostro Paese.
Le carte delle sue vicende giudiziarie svelano un intero mondo che vale la pena di approfondire onde risolvere alcuni dei problemi che ci attanagliano. Facciamo un esempio concreto.
In una ordinanza di custodia cautelare risalente al 2005 compaiono alcune intercettazioni telefoniche di Iredia, che viene descritto come «pregiudicato per vecchi fatti relativi a vicende di prostituzione, in possesso del foglio di soggiorno rilasciato dalla Questura di Torino con scadenza 7 aprile 2004 (non rinnovato)». I fatti di prostituzione sono, forse, quelli per cui Osakue è stato arrestato nel 2002 assieme alla convivente Magdalyne Albert.
Secondo gli inquirenti, nel 2004 Osakue era titolare, con un socio, della Fortune Global Links, con sede in via Sant'Anselmo a Torino. Una sede che poi verrà bruciata. La società si occupa di «traduzioni»; «diffusione della cultura e danza africana, anche con organizzazione di corsi e spettacoli»; «gestione di punti telefonici, fax, internet, fotocopie, battitura testi»; «commercio all'ingrosso e al dettaglio di alimentari e non». Insomma, qui c'è un signore che nel 2002 è stato arrestato per sfruttamento della prostituzione, ma resta tranquillamente qui, gestisce una attività con pretese «culturali» e nel contempo agisce da dirigente di una banda mafiosa nigeriana.
In una conversazione, Osakue parla con un uomo in Nigeria che viene identificato come «presidente». Quest'uomo dev'essere piuttosto importante, uno dei capi nigeriani degli Eiye. E infatti costui «rimprovera l'Osakue circa la sua condotta maldestra e le sue iniziative non concordate con i vertici nigeriani compreso l'improprio ruolo di iniziazione degli adepti».
Qui viene il bello. Iredia si difende e spiega di aver reclutato persone affidabili. Sostiene, dicono le carte, che «i giovani che lui recluta in Italia giungono attraverso la Tunisia e la Libia e sono già componenti degli Eiye affiliati in Nigeria, lui si limita ad accoglierli nella banda ed aggiornarli sull'ordinamento dell'organizzazione». In sostanza, Osakue mostra l'esistenza di un meccanismo molto simile a quello visto negli ultimi anni. I nigeriani, già affiliati alla mafia in patria, arrivano qui attraverso la Tunisia e la Libia. È così che abbiamo importato criminali. In un'altra telefonata, Osakue precisa che lui li affiliati «li accoglie in Italia e non li arruola posto che costoro si presentano a lui, provenienti da Tunisia, Libia o Marocco dove dicono di esser già stati alle dipendenze di un Ebaka, ovverosia un responsabile sul terreno delle azioni di gruppo».
Qualche tempo dopo, in una successiva chiamata, Iredia sta parlando con un conoscente. Sembra arrabbiato, c'è stato uno scontro con un altro nigeriano e ci sono conti da saldare. A un certo punto, Osakue spiega che «il suo gruppo può contare su almeno 900 affiliati». Niente male, vero? Sono un bel numero. Chissà, magari si tratta di una esagerazione. In ogni caso, Osakue non sembra uno che ama andare per il sottile. Parlando dell'uomo che lo ha offeso (e ferito), spiega come vorrebbe risolvere la questione: «Avrebbe comunque preferito», sintetizzano gli investigatori, «che 100 dei suoi si fossero scontrati con 100 degli altri al River Side».
Insomma, per sedare il conflitto, Osakue avrebbe gradito una bella rissa 100 contro 100 tra i suoi uomini e quelli del rivale. Chissà, forse questi erano gli «eventi culturali» che il nostro organizzava con la sua società.
Riccardo Torrescura
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Il legale di Federico De Pascali: «Sta pagando l'ingiusto can can sull'odio xenofobo». La madre: «Sto male, attaccavo il gesto senza sapere che fosse mio figlio».Così papà Osakue reclutava i «picciotti». Intercettato, l'uomo spiega come la mafia nigeriana infiltra in Italia i propri affiliati via Tunisia e Libia.Lo speciale contiene due articoliLa discobola azzurra Daisy Osakue andrà ai campionati europei di atletica: la ferita riportata all'occhio non pregiudicherà la sua partecipazione. Al ritorno in Italia la ragazza dovrà decidere se portare avanti la denuncia contro i tre diciannovenni che l'hanno ferita a colpi di uova o se, invece, ritirarla, magari per solidarietà di partito: infatti il padre di uno dei ragazzi che l'ha colpita è un esponente del Pd come lei, che è iscritta ai giovani democratici. Il fascicolo, sul tavolo della pm torinese Patrizia Caputo, è iscritto per i reati di lesioni personali e omissione di soccorso. Va detto che il can can mediatico non semplifica la posizione dei tre indagati. Il loro difensore, l'avvocato Alessandro Marampon, è netto nel giudicare la strumentalizzazione portata avanti da media e maître à penser di sinistra che hanno cavalcato il movente razziale (Matteo Renzi ha addirittura scritto che Daisy era stata «selvaggiamente picchiata da schifosi razzisti»): «È una strumentalizzazione che i miei clienti stanno pagando sulla loro pelle. Bollare quel gesto come un atto di razzismo senza sapere come siano andati i fatti e senza avere in mano nemmeno uno straccio di prova significa buttare benzina sul fuoco ingiustificatamente in un momento delicato e questo exploit si è ritorto contro chi assisto. Quando si grida al lupo al lupo e spunta un cagnolino si perde di credibilità e si diventa oggetto di dileggio. Gli inquirenti dopo 24 ore avevano già detto che l'aggravante del razzismo non c'era, ma non è bastato a fermare il bailamme. Grazie al cielo, da una parte, e ahimè, dall'altra, ci sono stati altri episodi contro persone non di colore altrimenti, con questo clima, sarebbe stato più arduo dimostrare che l'aggravante dell'odio razziale non c'era». Ma a gridare al lupo al lupo erano pure i genitori di Federico De Pascali, uno dei tre lanciatori: «Se penso alle cose che ho scritto su Facebook e che senza saperlo stavo commentando i gesti di mio figlio mi viene male», ha dichiarato a caldo ai giornalisti la madre Antonella Romeo, casalinga di origini napoletane impegnata nel sociale. La donna è un'attivista dell'associazione Libera di don Luigi Ciotti e ha fondato Vinovolab, un gruppo di volontariato che il 7 luglio scorso, proprio insieme a Libera, è sceso in piazza in maglietta rossa per manifestare contro il razzismo (e contro il ministro Matteo Salvini). Che cosa abbia scritto la Romeo sui social è facile intuirlo, anche se i suoi profili sono visibili solo per gli amici. Per esempio ha pubblicato una caustica vignetta, in cui, da una parte si vede la Madonna con Cristo morente tra le braccia, dall'altra, invece, un volontario di una qualche Ong che solleva il corpo esanime di un bimbo di colore. Ma qui la scena è accompagnata da commenti beceri come «forza ripulisci sta merda», «via 'sti negri», «tanto diventava uno spacciatore», «non sanno nemmeno nuotare». Insomma non è difficile immaginare chi per lei fossero i lanciatori di uova. È questo l'humus culturale in cui è cresciuto Federico, che una sera, dopo aver superato l'esame di maturità all'istituto alberghiero si è messo in macchina con due compagni di scuola e ha deciso di passare la serata facendo stupidi scherzi. L'auto, un Doblò color sabbia, è del padre, Roberto De Pascali, ingegnere civile, classe 1959, il quale si è detto distrutto: «Federico è indifendibile. Invece di copiare le cose buone, ha fatto il deficiente. Meno male che il razzismo non c'entra. Mio figlio è un cretino, ma non razzista», ha stabilito, con la sicurezza di un giudice della Cassazione. Su Whatsapp, pure lui ha scelto una maglietta rossa come immagine del profilo, quella sfoggiata «per fermare l'emorragia di umanità». Nel 2014 è stato candidato sindaco del Pd a Vinovo e su Internet si presentava così agli elettori: «Ho una lunga esperienza nel mondo delle associazioni: dopo il servizio civile in Italia Nostra a Torino, sono stato fra i fondatori, nell'ormai lontanissimo 1987, del gruppo VinovoVerde, sezione locale di Legambiente. (…) Nel campo politico, dopo una iniziale esperienza nei Verdi sia a livello provinciale che comunale, ho accompagnato la nascita dell'Ulivo prima e del Partito Democratico vinovese poi». Ironia della sorte, nel suo programma elettorale si leggeva: «I recenti eventi di cronaca rendono la sicurezza una vera e propria emergenza sul territorio vinovese, da affrontare potenziando le videocamere di sorveglianza nei punti strategici della città». Tipo quelle che, a poca distanza, hanno in effetti incastrato il figlio. De Pascali con i giornalisti si è lanciato in un commento un po' così, che avrà fatto storcere il naso ai sacerdoti del politicamente corretto: «Appena potrà Federico andrà a chiedere scusa a Daisy. Ma dovrà fare anche attenzione. Ho visto che è una ragazza molto muscolosa. Magari è capace di tirargli una sberla e rivoltarlo». Quindi ha pronunciato una frase degna del miglior Massimo Catalano: «Anche i figli dei consiglieri comunali del Pd fanno delle cavolate». Il suo ragazzo, in un'intervista concessa alla Stampa, ha tolto ogni dubbio: «Perché abbiamo lanciato le uova? Perché non sapevamo cosa fare. L'abbiamo sentito in giro e lo abbiamo fatto anche noi. (…) Altre volte avevamo lanciato le uova solo per divertirci, per sporcare i vestiti». Ovviamente il razzismo non c'entra: «L'abbiamo scelta a caso e adesso vorrei chiedere scusa a Daisy». A questo punto il giornalista ha domandato: «Dopo aver lanciato l'uovo contro Daisy che cosa avete fatto?». Forse si aspettava una risposta del tipo: «Ci siamo subito pentiti». E invece il ragazzo lo ha steso in questo modo: «Il secondo lancio». Adesso tocca a Daisy fare il suo e speriamo che sia un po' migliore di quello di Federico & c.Giacomo Amadori<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lavvocato-del-lanciatore-di-uova-la-strumentalizzazione-pd-fa-danni-2592476550.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cosi-papa-osakue-reclutava-i-picciotti" data-post-id="2592476550" data-published-at="1772655003" data-use-pagination="False"> Così papà Osakue reclutava i «picciotti» Quando lo abbiamo chiamato, ieri mattina, Iredia Osakue ha finalmente alzato il telefono. Lo ha fatto per correttezza, ci ha spiegato, perché il giorno precedente aveva promesso che avrebbe risposto. Gli abbiamo offerto la possibilità di raccontare la sua versione dei fatti, di spiegare i suoi trascorsi e raccontare, magari, come e quando la sua vita è cambiata. Osakue ha preferito non farlo. La sua risposta è stata una sola: «No comment». Ed è un peccato, perché il suo percorso dice molto sul sistema immigratorio che riguarda il nostro Paese. Le carte delle sue vicende giudiziarie svelano un intero mondo che vale la pena di approfondire onde risolvere alcuni dei problemi che ci attanagliano. Facciamo un esempio concreto. In una ordinanza di custodia cautelare risalente al 2005 compaiono alcune intercettazioni telefoniche di Iredia, che viene descritto come «pregiudicato per vecchi fatti relativi a vicende di prostituzione, in possesso del foglio di soggiorno rilasciato dalla Questura di Torino con scadenza 7 aprile 2004 (non rinnovato)». I fatti di prostituzione sono, forse, quelli per cui Osakue è stato arrestato nel 2002 assieme alla convivente Magdalyne Albert. Secondo gli inquirenti, nel 2004 Osakue era titolare, con un socio, della Fortune Global Links, con sede in via Sant'Anselmo a Torino. Una sede che poi verrà bruciata. La società si occupa di «traduzioni»; «diffusione della cultura e danza africana, anche con organizzazione di corsi e spettacoli»; «gestione di punti telefonici, fax, internet, fotocopie, battitura testi»; «commercio all'ingrosso e al dettaglio di alimentari e non». Insomma, qui c'è un signore che nel 2002 è stato arrestato per sfruttamento della prostituzione, ma resta tranquillamente qui, gestisce una attività con pretese «culturali» e nel contempo agisce da dirigente di una banda mafiosa nigeriana. In una conversazione, Osakue parla con un uomo in Nigeria che viene identificato come «presidente». Quest'uomo dev'essere piuttosto importante, uno dei capi nigeriani degli Eiye. E infatti costui «rimprovera l'Osakue circa la sua condotta maldestra e le sue iniziative non concordate con i vertici nigeriani compreso l'improprio ruolo di iniziazione degli adepti». Qui viene il bello. Iredia si difende e spiega di aver reclutato persone affidabili. Sostiene, dicono le carte, che «i giovani che lui recluta in Italia giungono attraverso la Tunisia e la Libia e sono già componenti degli Eiye affiliati in Nigeria, lui si limita ad accoglierli nella banda ed aggiornarli sull'ordinamento dell'organizzazione». In sostanza, Osakue mostra l'esistenza di un meccanismo molto simile a quello visto negli ultimi anni. I nigeriani, già affiliati alla mafia in patria, arrivano qui attraverso la Tunisia e la Libia. È così che abbiamo importato criminali. In un'altra telefonata, Osakue precisa che lui li affiliati «li accoglie in Italia e non li arruola posto che costoro si presentano a lui, provenienti da Tunisia, Libia o Marocco dove dicono di esser già stati alle dipendenze di un Ebaka, ovverosia un responsabile sul terreno delle azioni di gruppo». Qualche tempo dopo, in una successiva chiamata, Iredia sta parlando con un conoscente. Sembra arrabbiato, c'è stato uno scontro con un altro nigeriano e ci sono conti da saldare. A un certo punto, Osakue spiega che «il suo gruppo può contare su almeno 900 affiliati». Niente male, vero? Sono un bel numero. Chissà, magari si tratta di una esagerazione. In ogni caso, Osakue non sembra uno che ama andare per il sottile. Parlando dell'uomo che lo ha offeso (e ferito), spiega come vorrebbe risolvere la questione: «Avrebbe comunque preferito», sintetizzano gli investigatori, «che 100 dei suoi si fossero scontrati con 100 degli altri al River Side». Insomma, per sedare il conflitto, Osakue avrebbe gradito una bella rissa 100 contro 100 tra i suoi uomini e quelli del rivale. Chissà, forse questi erano gli «eventi culturali» che il nostro organizzava con la sua società. Riccardo Torrescura
Ansa
L’intera vicenda aveva avuto inizio nel 2023 quando, presso il Tribunale del distretto meridionale della California, due insegnanti avevano fatto causa chiedendo un’esenzione dalle politiche pro gender, come appunto quelle dei cognomi, riguardanti i loro allievi. Da parte sua, il distretto scolastico si era difeso asserendo che la legge - così come interpretata dal Procuratore generale della California e dal dipartimento dell’Istruzione - imponesse l’attuazione delle politiche contestate. A quel punto, gli insegnanti hanno fatto causa anche ai funzionari statali e, accanto a loro nel processo, si sono aggiunte delle famiglie; tra queste, meritano di essere ricordati i coniugi John e Jane Poe, che in breve hanno appreso che la loro figlia era intenzionata a «cambiare sesso» solo dopo che la stessa, all’inizio dell’ottavo anno di scuola, era stata ricoverata per tentato suicidio.
Solo allora, infatti, i signori Poe avevano scoperto da un medico che la figlia soffriva di disforia di genere e che a scuola si presentasse come un maschio: nessuno - tanto meno gli insegnanti ai colloqui di classe - aveva detto loro nulla. Di qui una class action che le famiglie, assistite dalla Thomas More Society, hanno intentato contro lo Stato della California. Nel dicembre 2025 il giudice distrettuale degli Stati Uniti Roger Benitez, alla luce del primo e del quattordicesimo emendamento, ha così dichiarato incostituzionale il regime di transizione segreta della California. La Corte d’Appello per il Nono Circuito ha però subito fermato questo pronunciamento, motivo per cui i ricorrenti - assistiti da un team legale della Thomas More composto dagli avvocati Paul Jonna, Peter Breen, Jeff Trissell, Michael McHale e Christopher Galiardo - sono ricorsi alla Corte suprema. Che, come si diceva in apertura, ha dato ragione alle famiglie, che d’ora in poi non dovranno più essere tenute all’oscuro delle condizioni dei loro figli in materia di disforia di genere.
L’avvocato Paul Jonna, poc’anzi citato, ha definito questo come un «momento di svolta» per i diritti dei genitori in America. Il legale ha altresì sottolineato come la Corte suprema abbia chiarito in termini inequivocabili che non sia possibile effettuare una transizione di un bambino all’insaputa di un genitore, stabilendo un precedente storico che smantellerà tali politiche in tutto il Paese. Di tenore analogo il commento di un altro avvocato, Peter Breen - che è anche vicepresidente della Thomas More Society -, secondo cui, dopo questo verdetto, si è messo in luce come lo Stato della California avesse di fatto costruito «un muro di segretezza» tra genitori e figli. Ora però la Corte suprema ha abbattuto quel muro, ha aggiunto Breen, secondo cui questa è una vittoria del diritto dei genitori di crescere i propri figli come meglio credono. Una lezione di diritto e di civiltà che, anche alle nostre latitudini, non sarebbe male ripassare.
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C’è una domanda che i media mainstream evitano di farsi: perché Donald Trump ha deciso di dare fuoco alla miccia in Medio Oriente, smentendo anni di promesse sull’"America First"? La risposta potrebbe essere nascosta in un archivio di segreti inconfessabili.
I metodi naturali e le attive sensibilità Montessori, (lo si sapeva già da allora e il ministro - il filosofo Giovanni Gentile - era d’accordo) erano esattamente il contrario delle gelide e supponenti regole dove adesso, più di un secolo dopo, si volevano consegnare i tre poetici bimbi Trevallion con la loro sanissima e profondamente colta adorazione verso il bosco, la natura e gli animali e i preziosi, indispensabili saperi fisici e spirituali che essi contengono.
Sembrava, dunque, che tutto andasse bene, ma ecco arrivare una figura notissima e molto temuta nelle attuali vicende umane, soprattutto tra i piccoli: l’assistente sociale. Un personaggio, spesso femminile, che ha preso forma in tempi recenti e confusi e, purtroppo, ha una storia professionale finora ancora breve e affrettata, con saperi fragili e sbrigativi, destinati alle richieste senz’anima delle burocrazie tradizionali.
Ecco, allora, che anche in questa storia, commovente e tremenda come le fiabe delle streghe e, come tante altre terribili e ciniche storie di cronaca, (come Bibbiano e Forteto), risuona il maleficio: fuori i figli dalla casa scandalosamente umile e non sufficientemente disinfettata e si affidino all’assistenza sociale. Non solo asettica, ma spesso apparentemente indifferente ai sentimenti, quando non ostile. Tuttavia, ciò è inaccettabile perché il sentimento è proprio ciò che promuove ogni cambiamento nella relazione psicologica: se non c’è, non succede niente, solo tristezza e disperazione. Ed ecco, quindi, il pianto disperato dei bambini e la tristezza degli adulti. Perché una famiglia non è un ente amministrativo: è un organismo vivente, quello dove - come ci ha ricordato papa Ratzinger pochi anni fa - si conosce l’altro, il primo, vero tu e, quindi, sé stessi. È così che si impara a vivere e nutrire i primi appetiti della persona, decisivi per il futuro: con la naturalità e la forza dei preziosi prodotti dell’orto di casa, in cui abbiamo impegnato il nostro stesso corpo. Recuperando, dunque, saperi sostanzialmente non molto diversi da quelli dei genitori, che affondavano le loro radici nei millenni dei libri fondativi delle varie culture.
Niente di astratto, si intende: le pratiche e considerazioni indispensabili sono note, molto utili e già silenziosamente seguite dalle usanze e conoscenze dei cani o dei gatti di casa, creature abili e pratiche, reduci da formazioni, giochi, strategie e movimenti maturati nei millenni della vita del creato. È anche per questo che queste creature naturalissime sono oggi più ascoltate dei burocratici assistenti sociali, ansiosamente in attesa delle molteplici e cangianti Intelligenze artificiali, ma nel frattempo sprezzanti delle esigenze più che mai vitali dell’istituzione umana più antica e sostanzialmente immodificabile dell’umanità: la famiglia, come ammesso anche da studiosi/e tuttora riconosciuti e ascoltati, come Hannah Arendt. In queste, però, osservando i fenomeni della realtà di oggi, e non delle burocrazie di ieri si trovano aspetti previsti anche dalle osservazioni fatte oggi e domani dalla fisica contemporanea, post einsteniana, nata insieme alla psicologia analitica junghiana nelle quale io stesso mi sono formato.
È, però, nell’indispensabile, concretissima e profonda famiglia cuore, sangue, corpo, pelle, gambe possono sostituire volentieri le astratte e formali dispense, di quelle che abbandonano la geniale sintesi della pratica fisica con la ferrea ignoranza del computer, richiuso nella ripetizione della formula e impedito allo sviluppo. Questi bambini e i loro avventurosi genitori hanno il diritto alla terrestre semplicità che si sa da tempo essere più istruttiva, profonda, vitale e divertente della spocchia e del manierismo burocratico; brutto e privo di senso.
Lasciateli essere sé stessi. Magari, anzi, copiateli un po’. Vedrete che è meglio.
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