Prova a prendere slancio l’iniziativa diplomatica americana per porre fine al conflitto iraniano. Ieri, il team negoziale di Washington si è incontrato a Islamabad con quello di Teheran alla presenza di alti funzionari pakistani. In particolare, la squadra americana era composta da JD Vance, Steve Witkoff e Jared Kushner, mentre quella della Repubblica islamica era capitanata dal presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, nonché dal ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi. Per Islamabad era invece presente il capo delle Forze di difesa pakistane, il generale Asim Munir.
Ieri sera, mentre La Verità andava in stampa, gli incontri non si erano ancora conclusi. Secondo l’agenzia iraniana (legata ai pasdaran) Tasnim, i colloqui erano tuttavia entrati nella fase tecnica. La stessa testata, nel pomeriggio italiano, riferiva che le discussioni avrebbero potuto protrarsi per un’altra giornata. In questo quadro, Al Jazeera, in serata, riferiva che, nel corso delle prime ore di trattativa, sarebbero stati «compiuti alcuni progressi sulle questioni degli attacchi israeliani in Libano, dello sblocco dei beni di cui l’Iran ha disperatamente bisogno, dello Stretto di Hormuz e di altre cose ancora». Poco dopo, il Financial Times parlava tuttavia di una fase di «stallo» proprio sulla questione di Hormuz: una circostanza, questa, confermata da Tasnim, che ha parlato di un «grave disaccordo» sul tema dello Stretto, accusando inoltre Washington di avanzare delle «richieste eccessive».
«L’alta delegazione iraniana presente in Pakistan tutela con tutto il cuore gli interessi dell’Iran e negozierà con coraggio», ha affermato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. Donald Trump, dal canto suo, ha ammesso di «non avere idea» di come si sarebbero conclusi i colloqui, specificando al contempo di voler capire se gli iraniani avrebbero negoziato in buona fede. Come noto, i nodi sul tavolo sono molteplici. Washington vuole che Teheran rinunci all’arricchimento dell’uranio, limiti il proprio programma missilistico, liberi i cittadini statunitensi detenuti, apra lo Stretto di Hormuz e cessi di finanziare i suoi pericolosi proxy regionali. Il regime khomeinista, dal canto suo, esige che gli Usa sblocchino gli asset iraniani congelati e revochino le sanzioni.
Poco prima che i colloqui iniziassero, una fonte di Teheran aveva affermato che Washington avrebbe acconsentito a scongelare i fondi della Repubblica islamica bloccati in banche estere: una circostanza che, secondo la Cbs, è stata tuttavia smentita poco dopo da un funzionario statunitense. Non solo. Sempre ieri, Axios ha riferito che alcune navi della Marina statunitense, per la prima volta dall’inizio del conflitto, avrebbero attraversato lo Stretto di Hormuz in una mossa non coordinata con l’Iran. «Si è trattato di un’operazione incentrata sulla libertà di navigazione nelle acque internazionali», ha dichiarato a tal proposito un funzionario statunitense.
Nelle stesse ore, Trump, su Truth, sosteneva che le forze americane avevano iniziato le operazioni di sminamento nello Stretto, dichiarando: «Stiamo iniziando il processo di bonifica dello Stretto di Hormuz come favore ai Paesi di tutto il mondo, tra cui Cina, Giappone, Corea del Sud, Francia, Germania e molti altri». Tutto questo, mentre l’Iran ha negato che le navi statunitensi avessero attraversato Hormuz, per poi aggiungere che una di esse sarebbe addirittura tornata indietro dopo una minaccia di attacco da parte della Repubblica islamica. Dal canto suo, Centcom ha tuttavia confermato il passaggio di due cacciatorpediniere statunitensi per condurre attività di sminamento nell’area.
Nel frattempo, temendo di ritrovarsi ulteriormente marginalizzato, Emmanuel Macron ha cercato di acquisire un qualche ruolo nel processo diplomatico mediorientale. Ieri, l’inquilino dell’Eliseo si è infatti sentito sia con il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, sia con il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Con entrambi, il leader francese ha affermato di auspicare non solo il cessate il fuoco in Libano ma anche il ripristino della libera navigazione a Hormuz. Un tema, quello di Hormuz, di cui Macron ha successivamente parlato anche con Pezeshkian. Al contempo, mentre gli incontri di Islamabad erano in corso, Benjamin Netanyahu ha dichiarato che la campagna contro l’Iran «non è finita», tornando così de facto a mostrare scetticismo per l’approccio diplomatico attualmente promosso dalla Casa Bianca. «Li abbiamo colpiti, ma dobbiamo ancora fare di più», ha proseguito il premier israeliano.
In tutto questo, i colloqui di ieri certificano ulteriormente il crescente peso del Pakistan. È da maggio dell’anno scorso che Islamabad e Washington si sono notevolmente avvicinate. In particolare, Trump sta rafforzando sempre più la sponda con Munir, da lui definito a ottobre il suo «feldmaresciallo preferito». Si tratta di una svolta con cui l’inquilino della Casa Bianca mira a conseguire vari obiettivi. Innanzitutto punta a controbilanciare l’Inda: un Paese con cui gli Stati Uniti, nel 2025, hanno avuto notevoli tensioni commerciali. In secondo luogo, Trump sta cercando di indebolire i rapporti tra Islamabad e Pechino. Infine, ma non meno importante, la Casa Bianca guarda con interesse alle risorse minerarie del Pakistan: un Pakistan che, l’anno scorso, aveva candidato Trump al Nobel per la Pace. Islamabad, dal canto suo, ha interesse sia a ricucire i rapporti con Washington dopo anni difficili sia, più nell’immediato, a sbloccare Hormuz. Il Pakistan importa infatti gran parte del greggio e del gas proprio dal Medio Oriente.