Daniele Capezzone e Camilla Conti parlano di manovra e della conferenza di Draghi di ieri, ma anche della vicenda Mps-Unicredit, di terza dose e campagna vaccinale.
Daniele Capezzone e Camilla Conti parlano di manovra e della conferenza di Draghi di ieri, ma anche della vicenda Mps-Unicredit, di terza dose e campagna vaccinale.
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- La conferenza stampa di inizio anno: «I criminali sono liberi perché spesso i magistrati vanificano il lavoro. Nel 2026 il focus sarà anche sulla crescita. Il Colle? Non ci punto. Con Mattarella non sempre vado d’accordo».
- Il presidente del Consiglio difende Salvini dall’accusa di essere «filo Putin» e invita l’Unione a fare un passo: «Ma non in ordine sparso, sarebbe un favore allo Zar».
Lo speciale contiene due articoli.
La quarta conferenza stampa di Giorgia Meloni è quella della maturità. Organizzato come da tradizione dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, in collaborazione con l’Associazione della stampa parlamentare, il suo colloquio si trasforma soprattutto in un’analisi lucida. Del tanto di buono che è stato fatto ma anche del tanto lavoro che ancora c’è da fare. Soprattutto sulla sicurezza, lo riconosce lei stessa. «Abbiamo lavorato moltissimo, gli anni di lassismo non sono facili da cancellare, ma i risultati per me non sono sufficienti». Meloni è da sempre considerata severa e sa esserlo anche con sé stessa. «Questo dev’essere l’anno in cui si cambia passo su questa materia, in cui si fa molto di più, ma rivendico che ci abbiamo lavorato molto, con moltissime iniziative». Tra le iniziative «stiamo studiando anche un provvedimento sul tema delle baby gang», per il presidente del Consiglio «altra situazione fuori controllo».
Rivendica però alcuni primi risultati: «I dati dicono che nei primi dieci mesi del 2025 i reati sono calati del 3,5% rispetto all’anno precedente». Frutto di un lavoro copioso del governo: «Assunti 30.000 nuovi operatori delle forze dell’ordine; stanziato 1,5 miliardi per il rinnovo dei contratti nel settore difesa, sicurezza e soccorso; sbloccato investimenti fermi da anni; il famoso decreto Sicurezza molto contestato dalle opposizioni con cui abbiamo dato risposta a reati che impattano maggiormente sulla popolazione; la lotta alla mafia, con 120 latitanti catturati e migliaia di arresti e beni confiscati alla criminalità in questi tre anni». Infine ricorda Caivano e il lavoro fatto per «combattere tutte le zone franche». E ancora: «Strade sicure e Stazioni sicure, oltre 220 interi stabili sgomberati e quasi 4.000 case restituite ai legittimi proprietari; abbiamo diminuito di oltre il 60% gli arrivi degli immigrati illegali, che impattano sulla sicurezza in maniera significativa».
Meloni poi si mostra durissima con quella magistratura che «a volte rende vano il lavoro del Parlamento». Perché «se vogliamo garantire sicurezza ai nostri cittadini occorre lavorare tutti nella stessa direzione, lo deve fare il governo, le forze della polizia, e la magistratura che è fondamentale in questo disegno. Un appello a lavorare tutti nella stessa direzione per garantire la sicurezza dei cittadini può fare la differenza». E stila una serie di esempi: «Escluso quello del capotreno, per il quale rinnovo la mia totale solidarietà alla famiglia, ricordo il caso dell’imam di Torino. La polizia ne dimostra la pericolosità per i suoi contatti con i jihadisti, il ministro Matteo Piantedosi ne dispone l’espulsione e questa viene bloccata. Lo scorso novembre una mamma ha ucciso il figlio di 9 anni, era stata più volte denunciata dalle forze dell’ordine e dai servizi sociali e l’autorità giudiziaria ha ritenuto di lasciarla a piede libero. Sempre a novembre ad Acerra una persona è stata arrestata mentre sversava tonnellate di rifiuti nocivi nella Terra dei fuochi, grazie ai provvedimenti del governo, e dopo poche ore è stato rimesso in libertà dall’autorità giudiziaria. Quando questo accade, non è solo vano il lavoro del Parlamento, ma soprattutto quello delle forze dell’ordine».
Poi ampio spazio alla riforma della giustizia voluta dal ministro Carlo Nordio, chiarendo sul voto: «A norma di legge dobbiamo dare la data entro il 17 di gennaio, lo farà il prossimo cdm: il 22 e 23 marzo è la data più probabile e mi sentirei di confermarla», spiega, chiarendo che le norme attuative verranno emanate prima del rinnovo del prossimo Csm, scongiurando il rischio che questo si possa rinnovare senza sorteggio nell’eventualità che vincesse il Sì. Riconoscendo poi un «intento dilatorio nelle polemiche dei giorni scorsi» riferendosi alla possibilità che il fronte del No intendesse allontanare la data del voto con lo scopo di rieleggere il Csm senza sorteggio.
E sulla campagna referendaria quella condotta «dall’Anm nelle stazioni delegittima la magistratura perché, se chi ha nel suo Dna la ricerca della verità, scrive una menzogna per difendere la sua campagna legittimissima contro il referendum, di fatto la delegittima». E ancora: «Il dibattito sulla separazione delle carriere dovrebbe essere concentrato sul merito della riforma», perché «se dovesse diventare uno scontro politico banalmente non aiuterebbe i cittadini a votare e a scegliere. Quindi ho chiesto di stare molto sul tema». Ed è per questo che «a me fa arrabbiare la campagna che ha portato avanti l’Anm. Perché nella riforma facciamo esattamente il contrario di quello che dice l’Anm, cioè non si può fare una campagna dicendo che i giudici verranno sottomessi alla politica. Quello che facciamo noi è togliere al Parlamento la possibilità di eleggere un pezzo del Csm; quindi, semmai stiamo togliendo la possibilità della politica di influenzare quello che fanno i magistrati, questa è la realtà».
Sui rapporti con il Quirinale Meloni chiarisce di avere un buon rapporto «soprattutto con il presidente della Repubblica», lasciando intendere che potrebbe non essere così con tutto il Colle. «Io e il capo dello Stato non siamo sempre d’accordo, ma c'è una cosa che fa la differenza: Sergio Mattarella, quando si tratta di difendere gli interessi nazionali, c’è». E sulla possibilità di occuparne il suo posto risponde: «Attualmente non c’è, nei miei radar, quello di salire di livello. Mi faccio bastare il mio». Infine si dice «fiera dei partiti della maggioranza, dei loro leader, del rapporto che ho con loro. Sono fiera del lavoro che stanno facendo Matteo Salvini e Antonio Tajani». Insomma, risultati a ambizioni di miglioramento sulla sicurezza ma anche sulla crescita: «Sono i due focus principali per me».
In serata è arrivata la replica dell’Anm: «La costante delegittimazione dei magistrati e delle decisioni prese esclusivamente in base alla legge è pericolosa per la tenuta dello Stato di diritto».
«È ora che l’Ue parli con la Russia»
Gli argomenti di politica estera in conferenza stampa hanno preso il sopravvento su quelli nazionali. Inevitabile visto il quadro geopolitico e la fattiva e continuata attività di politica estera del premier, Giorgia Meloni. Dalla guerra in Ucraina alla Groenlandia, dal Venezuela ai rapporti con l’amministrazione Trump, passando per il dialogo con la Russia.
Su questo la Meloni riconosce che «è arrivato il momento in cui anche l’Europa parli con la Russia, perché se l’Europa decide di partecipare a questa fase di negoziazioni parlando solo con una delle due parti in campo, temo che alla fine vedrà il contributo positivo che può portare sia limitato». Difende poi il pensiero del vicepremier, Matteo Salvini, accusato di essere «filorusso»: «Per quello che riguarda la Russia nel G8 e i contatti con Vladimir Putin, Salvini ha fatto una riflessione sui rapporti dell’Italia come Emmanuel Macron l’ha fatta per esempio sui rapporti con l’Europa, nel senso che al di là di quelli che sono i rapporti italiani, perché noi siamo in un ambito che è quello anche della cooperazione dell’Unione europea, penso che però Macron abbia ragione su questo». Perché «se noi facessimo l’errore di decidere da una parte di riaprire le interlocuzioni con la Russia e dall’altra di andare in ordine sparso mentre lo facciamo, noi faremo un favore a Putin e l’ultima cosa che voglio fare nella vita è un favore a Putin».
L’invio di truppe «a oggi non lo considero necessario», spiega il premier, perché «il principale strumento oggi individuato per costruire solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina è un sistema ispirato all’articolo 5 della Nato». E poi, circa l’ipotesi di una missione multinazionale con ombrello Onu, ha chiarito: «Non è sul campo oggi».
A molti uno degli argomenti più urgenti su cui porre domanda sono state le mire americane sulla Groenlandia. Ha ribadito: «Io continuo a non credere nell’ipotesi che gli Usa attuino un’azione militare per assumere il controllo dell’isola. Un’opzione che chiaramente non condividerei, l’ho già messo nero su bianco.
Credo che non converrebbe a nessuno, non converrebbe neanche agli Stati Uniti d’America». Per il premier, l’attenzione di Washington sarebbe piuttosto rivolta alla rilevanza strategica dell’Artico: «Io ritengo che gli Usa, con metodi diciamo molto assertivi, stiano soprattutto ponendo l’attenzione sull’importanza strategica della Groenlandia e in generale dell’area artica per i suoi interessi per la sua sicurezza», chiarendo che in questo senso fa bene e anche che in questo quadro anche «l’Europa deve continuare a lavorare in ambito Nato per una maggiore presenza nell’area artica». Sul tema Meloni ha annunciato che entro fine mese il ministero degli Affari esteri presenterà una strategia italiana sull’Artico, con l’obiettivo di «preservare l’area come zona di pace e di cooperazione contribuire alla sicurezza della regione». Questo perché il premier capisce «quanto sia strategico e importante oggi occuparsi di questa area del mondo e stiamo facendo la nostra parte. Poi il ministro Tajani, che ringrazio, presenteranno i contenuti di questa strategia, ma chiaramente gli obiettivi sono preservare l’area artica come zona di pace e di cooperazione, contribuire alla sicurezza della regione, aiutare le aziende italiane che volessero investire anche in questa realtà».
Sulla reazione alle dichiarazioni di Trump, il presidente del Consiglio ha rivendicato: «L’Europa è stata immediata nella risposta quando appunto nei giorni scorsi si è alzata la tensione, penso che il dibattito non coinvolga solo l’Europa, penso che sia un dibattito che deve coinvolgere la Nato. Credo che sia chiara a tutti l’implicazione che avrebbe per il futuro dell’Alleanza atlantica una scelta e un’opzione di questo tipo ed è il motivo per cui io non la credo realistica». Anche perché, come chiarito per altri, «con Trump ci sono molte cose sulle quali non sono d’accordo, l’ho detto, lo ribadisco, penso per esempio che il tema del diritto internazionale sia qualcosa che vada ampiamente difeso, penso che quando saltano le regole del diritto internazionale siamo tutti molto più esposti e quindi sì, quando non sono d’accordo lo dico, ma guardi lo dico a lui, non c’è neanche difficoltà e penso che se parlaste con i miei partner lo sapreste molto bene anche voi».
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Giorgia Meloni (Ansa)
«I risultati per me non sono sufficienti, questo è l’anno in cui si cambia marcia. Però la magistratura vanifica molti provvedimenti». Verissimo, infatti la riforma Nordio è solo un primo passo. Ecco qualche suggerimento.
Massimo Basile, lo zio di Aurora Livoli, la giovane di Latina abusata e uccisa in un vialetto alla periferia di Milano, non ha dubbi. Da avvocato con esperienza quarantennale ha commentato l’arresto dell’assassino della nipote, un peruviano già condannato per violenza che non avrebbe dovuto trovarsi in Italia, con parole chiare. «Se ci fossero stati certezza della pena e certezza sui provvedimenti di espulsione, sicuramente ci saremmo risparmiati questo strazio e questo dolore».
Ma non c’è solo Emilio Gabriel Valdes Velazco, stupratore e omicida della diciannovenne. La lista di clandestini lasciati liberi di aggredire, derubare, violentare e uccidere è lunga e quasi sempre alle origini del crimine c’è l’inefficienza della macchina della giustizia. Lo dice sempre l’avvocato Basile: «In questi momenti si palesa tutta l’inadeguatezza del sistema giudiziario». Del resto, basta scorrere le pagine di cronaca, partendo dal caso Iris Setti, una pensionata di 61 anni che nell’agosto di due anni fa ebbe la sventura di attraversare il parco Nikolajewka a Rovereto per recarsi dall’anziana madre. Lì incontrò il suo assassino: un nigeriano senza fissa dimora, già noto per le scorribande e le molestie, che prima la picchiò, poi la violentò e infine la uccise. Doveva essere espulso oppure in carcere, ma la Procura aveva ritenuto che non ci fosse motivo di arrestarlo, nonostante le risse e le minacce. Dal Trentino alla Puglia, dove un marocchino irregolare, senza permesso di soggiorno e con precedenti, ha rapinato e assassinato una tabaccaia di 75 anni a Foggia. Aveva già una condanna ed era rinchiuso in un centro per il rimpatrio, ma nonostante il curriculum da delinquente un giudice aveva deciso di non convalidare il trattenimento e dunque è stato lasciato libero di uccidere.
Dal Sud di nuovo al Nord, a Milano, dove un irregolare del Camerun con una spranga ha colpito tre volte alla testa un trentunenne incontrato per caso alla fermata dell’autobus. Ovviamente la risorsa africana aveva precedenti, ma nessuno si era preoccupato di metterlo dietro le sbarre. Sempre in Lombardia, a San Zenone al Lambro, un altro clandestino ha aggredito e stuprato una ragazza di 18 anni nei pressi della stazione del piccolo centro fra la provincia di Milano e quella di Lodi. L’elenco potrebbe continuare, ma quasi sempre le storie hanno per protagonisti stranieri che non dovrebbero trovarsi in Italia, e per i quali la magistratura ha reso impossibile l’espulsione, vuoi perché se n’è dimenticata, vuoi per l’applicazione di tutte le attenuanti possibili, come nel caso dell’assassino di Iris Setti.
Del resto, per capire quanto sia difficile rispedire a casa chi non ha titolo per restare in Italia lo dimostra anche il caso dei centri di rimpatrio in Albania. Costruiti per scoraggiare gli arrivi e incentivare le espulsioni, il Cpr di Gjader e l’hotspot di Shengjin sono stati da subito osteggiati dai giudici. Il trasferimento sulla costa adriatica di Tirana dovrebbe servire per impedire ai clandestini di aggirarsi nelle nostre strade e allo stesso tempo accelerare il rimpatrio. Ma nonostante molti dei migranti trasferiti in Albania avessero precedenti penali anche gravi, i magistrati hanno negato il trattenimento e hanno ordinato di riportarli in Italia. E, ovviamente, di lasciarli in libertà.
Ha ragione il premier a dire che nel 2026 intende mettere la sicurezza al primo posto, non contenta di come le cose vanno in Italia. E ha ragione Meloni a spiegare che molte decisioni sono vanificate dalla magistratura. Proprio per questo ritengo che la riforma Nordio non possa che essere l’inizio: una toga che lascia libero un assassino, uno stupratore o un rapinatore che tornano a uccidere, a stuprare o a rapinare non può continuare a fare il giudice: come un medico che sbaglia un intervento deve essere sospeso.
Ma già che ci sono, suggerisco un’altra misura. Dopo la condanna del vicebrigadiere Emanuele Marroccella a tre anni di carcere, e a pagare 125.000 euro per aver sparato e ucciso un bandito che aveva ferito un carabiniere suo collega, propongo di varare una norma che almeno impedisca di rivalersi economicamente sugli uomini delle forze dell’ordine. In fondo lo Stato non paga gli errori giudiziari dei magistrati, impedendo alle vittime di agire nei confronti di giudici e pm? E allora perché carabinieri e poliziotti devono pagare di tasca propria i parenti di un criminale? Gli uomini delle forze dell’ordine sono servitori dello Stato. Dunque, paghi lo Stato. Ma forse sarebbe anche giusto chiedersi se sia corretto risarcire le famiglie di chi ha volontariamente scelto di delinquere e rischiare la propria vita e quella degli altri.
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Partita a razzo la sottoscrizione lanciata dalla Verità per aiutare il vicebrigadiere, condannato a tre anni per aver difeso un collega ferito da un siriano irregolare. Nel primo giorno dell’iniziativa le donazioni in favore del carabiniere sfiorano quota 20.000 euro. La somma che sarà raccolta servirà al militare per pagare la provvisionale: 125.000 euro complessivi che, secondo il giudice, dovrà versare ai familiari del clandestino morto nel 2020, bloccato durante un furto a Roma.
Qui di seguito le coordinate per la donazione:
Conto corrente intestato a Sei SpA
Iban: IT 60 R 02008 01628 000107393460
Causale: AIUTIAMO IL CARABINIERE
Il ministro della Difesa Guido Crosetto (Imagoeconomica). Nel riquadro l'avvocato Paolo Gallinelli, legale che assiste il vicebrigadiere Emanuele Marroccella
Parla Paolo Gallinelli, l’avvocato del vicebrigadiere Emanuele Marroccella, condannato per aver difeso un collega aggredito da un ladro: «La sentenza è stata durissima, ritiene di aver fatto solo il suo dovere. Ma è commosso dal sostegno del vostro giornale».
La sottoscrizione lanciata dalla VeritàVerità per aiutare il vicebrigadiere Emanuele Marroccella a pagare nel giro di pochi giorni una provvisionale di 125.000 euro ai parenti del pregiudicato siriano Jamal Badawi, ucciso dopo che aveva aggredito un collega del carabiniere il 20 settembre 2020 durante il tentativo di sventare un furto in uno stabile di Roma, «ha commosso» il mio assistito, riferisce l’avvocato Paolo Gallinelli che assieme al collega Lorenzo Rutolo assiste Marroccella.
Oltre a una condanna durissima, tre anni per «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi», rispetto alla richiesta del pm che aveva indicato due anni e sei mesi, il quarantaquattrenne carabiniere originario di Napoli deve versare alle parti civili una somma ingente, pari a sei anni di lavoro nell’Arma. Più il risarcimento (800.000 euro) che sarà chiesto nel processo civile
Avvocato Gallinelli, come sta reagendo il vice brigadiere?
«La sentenza è stata un colpo durissimo. Il sostegno dei colleghi e adesso questa iniziativa davvero “storica” da parte della Verità lo stanno aiutando. Non si aspettava certo una sottoscrizione, gli fa solo bene sapere che c’è ancora attenzione, rispetto per le forze dell’ordine».
Sperava in una condanna più lieve?
«Il vice brigadiere era convinto che sarebbe stato assolto perché il fatto non costituisce reato in quanto commesso nell’uso legittimo delle armi. È stata la nostra linea difensiva, non era configurabile l’articolo 55 del codice penale, il cosiddetto eccesso colposo».
Invece nemmeno le attenuanti generiche gli sono state riconosciute.
«Marroccella è distrutto. Già era stata dura per lui prendere atto che il colpo sparato aveva ucciso Badawi. Ha fatto mesi di terapia, fornita dall’Arma perché potesse tornare al suo lavoro con più serenità. Mai è stato sospeso, nemmeno dopo l’accaduto del 2020. Sempre operativo sul campo, vent’anni di servizio nel radiomobile di Roma. Un carabiniere modello».
È stata «una condanna che ha fatto piangere me e la mia famiglia» ha detto il vice brigadiere al ministro della Difesa Guido Crosetto, che l’ha chiamato invitandolo a «continuare a credere nello Stato e nella giustizia nei prossimi gradi di giudizio e non sentirti mai solo». Intanto, da servitore dello Stato il carabiniere si è ritrovato a essere pregiudicato.
«Si era preoccupato della tutela degli altri. Marroccella aveva intimato “alt carabinieri”, non aveva il colpo in canna. Dopo aver visto la reazione, l’aggressione violenta al collega Grasso, ha avuto paura che scavalcando il cancello per fuggire il siriano avrebbe colpito anche i carabinieri che erano fuori. Ha percepito l’estrema pericolosità del soggetto, pensava che fosse armato di coltello, solo dopo si è saputo che era un grosso cacciavite che comunque ha rischiato di perforare il polmone del Grasso».
I rilievi, le relazioni dei Ris hanno dimostrato che il carabiniere aveva sparato dall’alto verso il basso puntando alle gambe per bloccare il malvivente, non al busto.
«Infatti, ma in quel momento il Badawi si è abbassato per prendere lo slancio e saltare il cancello e il proiettile l’ha colpito ad altezza busto, piegato verso il basso».
Nella situazione contingente, il carabiniere poteva muoversi diversamente?
«Gli appartenenti alle forze dell’ordine hanno l’obbligo di intervenire, la scriminante dell’uso legittimo delle armi a favore del pubblico ufficiale non è un privilegio: devono tutelare i cittadini».
Il giudice gli ha attribuito l’eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi, oltre ogni ragionevole dubbio.
«Per noi avvocati della difesa, il dubbio doveva esserci per le relazioni dei Ris e perché le telecamere di sorveglianza non sono riuscite a riprendere il Badawi nel momento in cui veniva colpito, mentre se fosse stato in posizione eretta lo si sarebbe visto. Certezza non c’era dell’eccesso colposo, eppure è stato condannato un appartenente alle forze dell’ordine che ha l’obbligo di intervenire nell’adempimento del dovere».
Il carabiniere è sempre stato presente in tribunale?
«Sì, per tutte le dodici udienze, con colleghi e superiori. C’era anche la moglie, ultimamente. È stata una via crucis questo processo, per l’intera famiglia. Le parti civili volevano che fosse imputato addirittura di omicidio volontario, oltre a chiedere una provvisionale astronomica - 200.000 euro -per ciascun familiare. Ridotta poi dal giudice a 15.000 euro per ogni figlio la moglie del Badawi, a 5.000 euro per ciascuno dei suoi fratelli».
Come riferisce Carmine Caforio segretario generale Usmia, l’Unione sindacale militare interforze associati, il vice brigadiere ha detto: «Le parole del ministro Crosetto mi danno la forza per affrontare con più serenità i futuri gradi di giudizio e continuare a credere in ciò che ho giurato il giorno in cui, con orgoglio e onore, ho indossato per la prima volta l’uniforme dei carabinieri». Intanto voi preparate l’appello?
«Certo. Non si trattò né di legittima difesa né di eccesso colposo, ma di uso legittimo delle armi da parte di un pubblico ufficiale che non ha scelta: deve intervenire».
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