Daniele Capezzone e Camilla Conti parlano di manovra e della conferenza di Draghi di ieri, ma anche della vicenda Mps-Unicredit, di terza dose e campagna vaccinale.
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2026-06-11
Dopo i casi a Perugia e Napoli, spuntano legali spiati a Torino. Oggi il presidio di protesta
(Ansa)
Stamattina manifestazione nazionale dell’Unione Camere penali nel capoluogo umbro in seguito allo «sciopero» delle udienze. Intercettati i difensori di attivisti di Askatasuna.
Dall’8 giugno gli avvocati penalisti si astengono dalle udienze in segno di protesta per la vicenda sollevata dall’avvocato Alessandro Cannevale su questo giornale, ovvero «la registrazione illegittima» di settanta colloqui intercorsi tra una dozzina di legali e alcuni detenuti del carcere perugino di Capanne.
Quasi in contemporanea, è emerso il caso dei penalisti di Napoli videoregistrati a loro insaputa dentro il Tribunale nell’ambito di un’indagine su alcune presunte testimonianze mendaci. Per tale «sfregio», quasi un centinaio di avvocati, il 27 maggio scorso, ha «scortato», in segno di solidarietà, a un’udienza dello stesso processo, uno dei colleghi «spiati»: l’ottantanovenne Raffaele Esposito, iscritto all’albo d’onore delle toghe napoletane. A seguito di tali gravi episodi, a Perugia, questa mattina si terrà la manifestazione nazionale dell’Unione camere penali intitolata «Senza riservatezza non c’è difesa», che si svolgerà a piazza della Repubblica a partire dalle 11 e si aprirà con gli interventi dei vertici delle Camere penali.
Il presidente nazionale, Francesco Petrelli, riassume con La Verità il senso dell’iniziativa: «Siamo nel capoluogo umbro in conclusione di cinque giorni di astensione dalle udienze, consapevoli che la tutela del diritto di difesa costituisce la linea di confine insuperabile che divide uno Stato di diritto da uno Stato di polizia». Per il rappresentante dei penalisti, «la funzione difensiva deve essere tutelata non come un privilegio di una categoria, ma come un bene prezioso che appartiene all’intera collettività e come baluardo della democrazia, così come lo intesero i nostri Padri costituenti». Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha preso molto sul serio la protesta e ha chiesto all’ispettorato generale di via Arenula di effettuare tutti gli accertamenti necessari a chiarire la vicenda e di formulare conseguenti proposte. Anche l’opposizione ha sposato la causa dei penalisti ispirata dal nostro scoop. Per esempio Walter Verini, segretario della commissione Giustizia e capogruppo Pd in Antimafia, ha dichiarato: «La protesta e lo sciopero delle Camere penali, nascono da motivazioni sacrosante. La vicenda delle captazioni (nel carcere di Capanne, ndr) è molto grave. Auspichiamo, perciò, che venga fatta la massima chiarezza sui fatti, anche attraverso l’ispezione promossa dal ministro della Giustizia».
In preparazione alla giornata di oggi, il 9 giugno, a Torino, si è tenuta un’importante assemblea pubblica organizzata dalla Camera penale del Piemonte occidentale per discutere dei fatti che hanno portato all’astensione (tema del dibattito: «Avvocati intercettati, che cosa resta del diritto alla difesa?»). Il presidente delle Camere penali di Torino, Roberto Capra, con La Verità, va al nocciolo della questione: «Il diritto di difesa è da tempo sotto attacco. I fatti di Perugia sono di una gravità inaudita, ma non possono certo considerarsi una situazione isolata. La riservatezza delle relazioni tra avvocato e cliente è uno dei profili cardine del diritto, costituzionalmente tutelato, di difendersi di fronte alla pretesa punitiva dello Stato».
Più di un legale ha denunciato come ciò che è successo a Perugia e Napoli sia accaduto anche a Torino. Particolarmente puntuto l’intervento di Gianluca Vitale, del Legal Team Italia, un’associazione di avvocati impegnati «per la tutela dei diritti e dei più deboli»: «L’ascolto delle conversazioni tra il difensore e l’assistito è, purtroppo, un qualcosa che accade non così di rado. Durante l’assemblea torinese di martedì, un collega ha denunciato mesi di intercettazioni delle sue conversazioni con un suo assistito, indagato di omicidio, poi confluite nel fascicolo del pm probabilmente senza neppure che questi se ne fosse reso conto», ha detto alla Verità.
Vitale, senza citarlo espressamente, ha fatto riferimento anche al procedimento contro numerosi esponenti del centro sociale Askatasuna, in cui è coinvolto come legale: «In un altro caso, per il quale è pendente in questi giorni il giudizio di appello, le intercettazioni degli indagati hanno portato all’ascolto e alla trascrizione nei brogliacci di varie conversazioni con i difensori, consentendo sia alla Polizia giudiziaria sia alla Procura di conoscere ciò che avrebbe dovuto restare nell’ambito dell’inviolabilità». Un colpo basso che, secondo Vitale, non ha giustificazioni: «A nulla rileva che poi, durante il dibattimento, quelle conversazioni siano state cancellate, perché quel diritto alla riservatezza è ormai stato calpestato e gli inquirenti hanno ascoltato ciò che non avrebbero potuto. Il problema non è l’utilizzo processuale, ma il fatto stesso che strategie, valutazioni, ragionamenti su testi o documenti, siano stati sentiti. Che una parte processuale, o la polizia giudiziaria, abbia potuto ingerirsi nella sfera riservata dell’altra parte».
Va detto che la Procura ha sostenuto di non avere avuto contezza di queste intercettazioni, ma per il legale questo «significherebbe che il pm non ha il pieno controllo delle indagini e acquisisce acriticamente e supinamente ciò che la polizia giudiziaria riversa nel fascicolo».
Nel corso del suo intervento, il presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Torino, Simona Grabbi, ha sottolineato l’importanza di tutelare la segretezza nel rapporto tra difensore e assistito nel delicato momento delle perquisizioni negli studi legali, «a fronte dell’opinabile giurisprudenza che sospende le garanzie previste dalla legge laddove l’avvocato sia indagato e non sia solo un difensore di una persona indagata». Per il presidente, gli studi legali devono rimanere inviolabili anche quando i titolari sono sotto inchiesta, per evitare che, durante i controlli, possano essere acquisiti fascicoli di clienti che nulla c’entrano con l’indagine che ha portato il legale a essere iscritto sul registro. La Grabbi ha anche sottolineato che l’estrazione delle copie forensi dei vari dispositivi elettronici in uso ai difensori perquisiti deve avvenire per parole chiave e non indiscriminatamente. Posizioni garantiste che sono state condivise anche dal procuratore Giovanni Bombardieri. L’avvocato Ennio Galasso, dell’Associazione nazionale forense ed ex capogruppo di Alleanza nazionale in Regione, ha citato un interessante aneddoto: «Molti anni fa Elvio Fassone, colto e sensibile magistrato, oltre che ex parlamentare del Pci, raccontò un episodio che lo aveva coinvolto. Rispondendo a un tizio ingiustamente condannato che gli faceva notare un evidente errore, si era così giustificato: “Ma noi operiamo a fin di bene”. Di rimando, ricevette una risposta che apprezzò e che, successivamente, consegnò a noi avvocati. Questa: “Voi dovete operare bene, non a fin di bene”. Se i magistrati invocano la virtù, scivolano verso una funzione epuratrice e chi non condivide diventa cospiratore». Durante l’assemblea, Roberto Brizio, di Giuristi democratici, ha chiosato: «Mi fa paura chi è convinto di essere portatore della verità assoluta».
L’uomo che con la sua denuncia ha dato lo spunto per la manifestazione di Perugia, l’avvocato Cannevale, che per quarant’anni è stato dall’altra parte della barricata con la funzione di pm, conclude: «Una cosa mi sembra chiara: per i magistrati, il processo a base di intercettazioni è il paese dei balocchi. Ci si lavora poco, la polizia giudiziaria ti prepara tutto il kit, dalla prima richiesta di intercettazione all’informativa finale che, puntualmente, conferma l’ipotesi di partenza. La difesa insegue in affanno e, quando comincia a lavorare, il cliente è stato già cucinato per le feste, è finito in galera o almeno è stato svillaneggiato sui giornali. Per la condanna non servono riscontri obiettivi, bastano le parole. E poi, per sbaglio, si possono registrare tante cose interessanti, il proibito è sempre molto interessante. Si, è proprio il paese dei balocchi».
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Luc Melenchon (Ansa)
Nel mirino i banchetti che valorizzano le radici. Mélenchon: è l’intolleranza dei bianchi.
Spesso per comprendere il mondo è molto più utile soffermarsi su dettagli concreti che su ampie analisi ipotetiche, anche perché quel particolare tipo di spacciatore di analisi ipotetiche che prende il nome di «esperto» quasi sempre non porta argomenti reali ma chiama i propri auspici «verità».
E non è quindi un caso se ciò che sta avvenendo in alcune zone della Francia stia attirando l’attenzione dei media di tutto il mondo, tanto da portare la Bbc a dedicarvi un approfondimento che sta producendo emulazione in tutta Europa.
Stiamo parlando dell’iniziativa che prende il nome di Le Canon Français e che consiste nell’organizzazione di «banchetti giganti» - banquets géants: l’equivalente delle sagre italiane - in varie regioni della Francia, di solito in luoghi storici e suggestivi. I partecipanti pagano una quota d’iscrizione che si aggira sui 70 euro e hanno un pranzo tradizionale a base di prodotti e vini del terroir senza limitazioni di quantità. L’atmosfera è conviviale, contraddistinta dal canto spontaneo di motivi della tradizione francese, dalla presenza di gruppi di musica popolare e, ultimamente, di sempre più frequentatori in abiti tradizionali regionali.
L’obiettivo è valorizzare il patrimonio gastronomico e culturale francese, la convivialità reale e le radici locali in opposizione alla socialità digitale, ma col passare del tempo il fenomeno è talmente cresciuto da rappresentare ormai una vera e propria occasione di rilancio dell’agricoltura e dell’enogastronomia locale innescando meccanismi virtuosi di produzione e vendita e di conseguente valorizzazione del territorio e contrasto al degrado.
Fino a qui rimarremmo dalle parti delle sagre italiane - vera eccellenza mondiale - e si tratterebbe soltanto di un «ritorno» a ciò che nelle campagne di tutta Italia (e spesso anche in Francia) avveniva fino a una trentina di anni fa. Ma saremmo ingenui se credessimo che qualcuno non trovasse in queste iniziative motivo di scandalo politico e di indignazione morale.
Ebbene sì, il partito di Mélenchon e tutto il carrozzone della sinistra woke francese - la stessa che, in combutta con i vescovi, ha concesso pochi giorni fa a Barbara Butch, la «sacerdotessa» della parodia dell’Ultima cena alle Olimpiadi di Parigi, alcune chiese per allestire installazioni sui temi omotransessuali - ha individuato nei banchetti di Le Canon Français una vera e propria emergenza politica. Le accuse sollevate sono di «manifestazioni razziste e non inclusive», di «violenza simbolica verso i musulmani» per la presenza di piatti a base di maiale e di «discorsi razzisti» che si terrebbero durante i banchetti, tanto da arrivare a sporgere varie deliranti denunce che purtroppo hanno trovato accoglimento da parte della magistratura nei casi di Caen e Quimper.
Ed eccoci dunque giunti all’occasione di comprensione sociologica basata su piccoli episodi simbolici: in Francia due mondi si stanno ormai costituendo nelle forme dell’irriducibilità dell’uno nell’altro, ma mentre il mondo della normalità si limita a esistere e a compiere il più sano, primario, sacro, tradizionale e innocuo dei comportamenti umani - la convivialità - l’altro mondo non riesce ormai più a uscire dal proprio avvitamento psicotico fatto di empatia suicida, pedagogismo isterico e nichilismo totalizzante. Da un lato si vede la Francia rurale che si abbevera all’acqua pura della tradizione, trasformando la convivialità in reali momenti di gioia comunitaria; dall’altro lato alcune persone incapaci di accettare la presenza dell’altro da sé invocano il rinnegamento obbligato per legge delle proprie radici culturali con gli auspici dell’imam della Grande Moschea di Parigi che definisce i menù a base di maiale «un atto di esclusione simbolica» - e ciò senza riflettere su come questa affermazione potrebbe porsi nei confronti del Ramadan nelle scuole. In realtà questa iniziativa - al di là delle polemiche dei matti che come sempre portano il successo a tutto ciò che attaccano - è il segnale di una profonda risposta di civiltà, in particolare da parte dei giovani che stanno sviluppando meccanismi sociali di immunizzazione prefigurando una rigenerazione culturale spontanea basata sull’idea di tradizione non come reliquia ma come forza viva di resistenza.
In fondo è ciò che sta accadendo tra i giovani cattolici di tutto il mondo in relazione alla riscoperta del Rito antico della messa o al sempre maggiore rifiuto dei meccanismi folli d assurdamente infondati che regolano i programmi universitari o i criteri di selezione ai corsi. Si stanno creando, in modi diversi e necessariamente legati alle tradizioni che i vari contesti geografici, etnici e culturali ispirano, delle vere e proprie oasi di vitalità, di risposta e di rinascita nei confronti di una cappa ideologica giunta ormai al limite di sopportazione. E ciò non può non riportarci alla vecchia e santa idea che ricostruì l’Europa dopo le invasioni barbariche, a quella «opzione Benedetto» che vide, a partire da Subiaco, Montecassino, Norcia, Cluny, i luoghi di ritiro e preservazione delle forze spirituali che costituiscono l’uomo in quanto tale. Un uomo che, rigenerato dopo la barbarie e il caos, seppe preservare e riproporre la civiltà non per «dovere morale» ma perché così funziona il mondo.
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Idris Elba (Ansa)
Idris Elba, tra i candidati a interpretare James Bond: «Basta politicamente corretto».
«Era un viso scuro e ben delineato, con una cicatrice di sette centimetri e mezzo che si mostrava bianca sulla pelle abbronzata della guancia destra. Gli occhi erano grandi e dritti sotto sopracciglia dritte, piuttosto lunghe e nere. I capelli erano neri, divisi a sinistra, e spazzolati con noncuranza in modo che una spessa virgola nera cadesse sul sopracciglio destro.
Il naso lungo e dritto scendeva fino a un labbro superiore corto, sotto il quale c’era una bocca larga e finemente disegnata ma crudele. La linea della mascella era dritta e ferma». Così Ian Fleming descrive James Bond in Dalla Russia con amore. È la prima volta che appare, così nel dettaglio, il viso di 007. Un uomo qualunque, tanto che lo scrittore britannico aveva deciso di battezzarlo con il nome di un ornitologo. Non appariscente, quindi. Un uomo con un volto e un fisico normali. Che passa inosservato, o quasi, come si conviene a un agente segreto. Più simile al primo attore che lo ha impersonificato, Sean Connery, che all’ultimo, Daniel Craig.
Ma adesso che anche Craig è uscito di scena, chi lo sostituirà? Qualcuno ha proposto una donna, del resto già intravista in No time to die. «È solo un numero», risponde Lashana Lynch a un esterrefatto Craig dopo che quest’ultimo è venuto a sapere che non è più lui 007, ma lei. Qualcun altro, invece, ha fatto il nome di un attore afro, Idris Elba, il quale però ha messo le cose in chiaro in un’intervista concessa a Gq: «Bond è talmente irreale che un pizzico di realismo ci sta bene, ma non cerchiamo di renderlo politicamente corretto. Credo che si debba rimanere fedeli alla propria essenza. Non bisogna cercare di assecondare i gusti del pubblico. Bisogna essere semplicemente Bond».
Non ci sarà quindi, almeno secondo Elba, alcun 007 afro. E neppure politicamente corretto. Anche perché non avrebbe senso. Il personaggio inventato da Fleming, infatti, è un bianco squisitamente britannico. Un uomo disposto a rischiare la pelle per la regina e per quel che resta dell’impero britannico. E il cui profilo, già nei primi film, è stato parecchio ammorbidito. Su Bond, infatti, Fleming ha riversato tutto sé stesso. Le proprie paure, le proprie passioni. E pure le proprie perversioni. Nei libri è addirittura un sadico, proprio come il suo inventore. Indossa vestiti su misura, realizzati dai migliori sarti di Londra. Beve il Vesper Martini in onore della donna che ha amato, Vesper Lynd appunto, e che gli è stata strappata («la puttana è morta», dirà alla fine di Casinò royale, mentre invece stava morendo dentro lui). Nei romanzi si parla di cocktail e di buon vino, ma non si fa mai riferimento alla birra, che pure appare in uno degli ultimi film, il già citato No time to die, ma solo per una questione di pubblicità (povero James, costretto a sorseggiare con la bottiglia verde in bella vista pur di campare). C’è tanto caviale su pane tostato e ideali ormai vecchi e sepolti. C’è un uomo che è ben lontano dalla figura del super eroe che emerge dai film. Soffre di accidia, si abbatte ed è ferito più volte. Viene addirittura spedito in un centro per disintossicarsi di tutto il cibo e i drink che ha nel corpo ed è costretto a bere strani intrugli dietetici. E infine, dopo essersi innamorato, pensa addirittura di smettere di fare l’agente segreto. Bond è tutto questo. Un personaggio della letteratura inglese del Dopoguerra. E ne conserva i dolori e le speranze. È figlio dei bombardamenti su Londra e della noia di Fleming, l’uomo che voleva essere James Bond.
Sbagliava il personaggio della Lynch a dire, in No time to die, che 007 è solo un numero. È un pezzo di storia britannica. Un brandello di Union Jack che si ostina a resistere, anche se rovinato dal tempo.
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Franco Prodi (Imagoeconomica)
Il professore, che predispose i primi sistemi, contro la Regione Puglia: «Li hanno utilizzati pochissimo. I ricercatori erano incapaci di gestire le strumentazioni, che pure sono fondamentali. E ora con i fondi del Pnrr vogliono installarne uno nuovo».
Avete presente quando nel 1982 s’inaugurò la centrale nucleare di Caorso, che avrebbe fornito per almeno 60 anni tutta l’elettricità di cui bisogna l’intera Milano e provincia, e poi dopo neanche cinque anni, arrivarono i Verdi e mandarono tutto a carte quarantotto?
Oppure quando, per fronteggiare alcune crisi degli anni Settanta, nonché l’abbandono del nucleare, si costruirono alcune centrali a policombustibile che, con semplici modifiche ai bruciatori, avrebbero potuto generare elettricità da questo o quel combustibile (gas naturale, petrolio, carbone), a seconda della convenienza, e poi, arrivò la sinistra e dispose ogni impedimento per l’uso del carbone? Scelte scriteriate che ogni tanto si fanno a casa nostra, direte. D’accordo sullo «scriteriate», un po’ meno su «ogni tanto», ché l’elenco è ben lungo. Ecco un altro esempio fresco di questi giorni: per misteriosi motivi la Regione Puglia sta smantellando un modernissimo sistema di radar che avrebbe giovato al monitoraggio degli eventi meteorologici. Il che è tanto più misterioso, posto che quelli che stanno commettendo il delitto sono gli stessi che piangono perché non si fa abbastanza per contrastare quegli eventi. Quei radar li aveva predisposti il professor Franco Prodi.
Professor Prodi, alla Regione Puglia stanno rottamando alcuni radar di avanzato livello tecnologico che lei stesso aveva voluto. È così?
«Sì, è così. La fisica dell’Atmosfera è centrale nel sistema clima, ma studia anche il meteo e i sistemi di precipitazione. Lo strumento principale della ricerca sperimentale è il radar meteorologico. Era il 2010 quando preparavo un progetto in risposta ad un bando della Regione Puglia su fondi europei. Il progetto si chiamava “Rivona. Rischi per il volo e nowcasting aeroportuale”, e risultò vincitore del bando. Tra il 2012 e il 2014, realizzammo quanto il progetto prometteva: installazione di due radar meteorologici di avanzate caratteristiche, collocati a distanza ottimale dall’aeroporto di Brindisi (a Torchiarolo e a Mesagne), su direzioni a 90 gradi fra loro, multiparametrici, Doppler e sincronizzabili».
Cosa ci facevate con quei radar?
«Per esempio, col radar basato in Torchiarolo studiammo i temporali e i sistemi precipitanti, e presentammo interessanti risultati alle conferenze di radarmeteorologia a Breckenridge (Colorado) e a Norman (Oklahoma)».
Per quanto tempo sono stati utilizzati?
«Non per molto. Per ragioni misteriose, sebbene fino al 2010 io avessi diretto l’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, decisero di assegnare quelle apparecchiature radar ai ricercatori della sezione di Roma dell’Isac, fino ad allora totalmente estranei al progetto stesso. Purtroppo, questi si rivelarono presto incapaci di gestire quelle strumentazioni - e non posso dargliene una colpa, visto che non l’avevano progettato loro - tanto che dalla data del loro coinvolgimento dal radar di Torchiarolo non uscì più alcuna immagine».
E l’altro radar, quello di Mesagne?
«Sebbene noi lo avessimo consegnato completato, esso non fu mai neanche attivato, per la stessa ragione per la quale l’altro fu messo da parte».
Le conseguenze?
«Anche se il mio gruppo aveva disegnato specificatamente il progetto per la sicurezza dei voli, quei radar e i metodi della radarmeteorologia avrebbero avuto ricadute benefiche importanti in tutti gli altri settori, nella gestione dei rischi meteorologici (alluvioni, temporali distruttivi e grandine), in agricoltura per l’irrigazione, nella gestione dei bacini idroelettrici, nel traffico terrestre, marittimo e ferroviario».
E oggi cosa sta succedendo?
«Un fatto gravissimo. Utilizzando fondi del Pnrr, la Regione Puglia, attraverso la cessione in comodato dell’area di Torchiarolo, sta consentendo l’installazione, da parte della Protezione civile regionale, di un radar di caratteristiche inferiori al radar esistente. Sembrerebbe per restare nei tempi di scadenza (fine giugno) previsti per l’utilizzo di quei fondi Pnrr. In pratica, pur di spendere denaro pubblico disponibile, si sta ignorando che attrezzatura migliore di quella che si vorrebbe installare nuova esiste già».
Ma non avrebbero potuto installare il nuovo radar in altra zona e continuare a beneficiare di quelli più avanzati che esistono già?
«Esatto. Il radar della Protezione civile potrebbe tuttora essere installato in altra località. Una adatta potrebbe essere Grottaglie: la Regione avrebbe tre radar e non commetterebbe il delitto di rottamarne due che sono di grande valore tecnico-scientifico».
Da quel che capisco, chi li ha avuti in carico non sembra sappia usarli. Ma i proprietari dei radar avanzati non hanno battuto ciglio?
«Il proprietario è il Cnr, ma a quanto pare la direzione Isac-Cnr ha preferito subire l’umiliazione. Ed è un’umiliazione alla scienza in generale, cosa cui ormai siamo abituati da quando i decisori politici, soprattutto quelli locali brillano di insipienza. Pensi che hanno venduto la cosa all’opinione pubblica come un miglioramento del progetto che stanno smantellando».
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