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2023-09-14
Lampedusa proclama lo stato d’emergenza
Ansa
Lampedusa è sotto assedio. Gli ultimi sette barconi approdati ieri pomeriggio hanno scaricato al molo altri 337 migranti. Dalla mezzanotte di martedì salgono quindi a 42 gli sbarchi, per un totale di 1.849 ingressi in Italia in 24 ore. Al molo Favarolo, per quanto le forze dell’ordine stiano cercando di sbrigare tutto con una certa velocità, i migranti si sono ammassati. E, ovviamente, ci sono stati momenti di tensione. Alcuni hanno pressato per salire sui mezzi, ma dopo le cariche di polizia e Guardia di finanza è tutto rientrato. Altri, rimasti per ore sotto il sole, si sono gettati in mare per protesta. Si è calcolato che sul molo, in attesa, c’erano poco meno di 300 persone. Ad accendere la miccia è stata la difficoltà a farsi largo tra la folla per chi era stato chiamato a salire su uno degli autobus pronti a partire. Il trasferimento è regolato da un braccialetto che viene fatto indossare ai migranti e che indica chi è arrivato prima e con quale barca.
Nell’hotspot forze dell’ordine e Croce rossa riescono ancora a far funzionare la macchina dell’accoglienza, nonostante il numero monstre di presenze: ben 6.700. Solo negli ultimi tre giorni, stando ai dati del Viminale, sono sbarcate oltre 8.000 persone. E il conteggio dall’1 gennaio a oggi è schizzato a 123.863 migranti entrati in Italia, ovvero l’89% in più rispetto ai 65.517 dello stesso periodo del 2022.
Momenti di disordine anche nell’hotspot al momento della distribuzione della cena. Nel preciso momento in cui la Croce rossa ha aperto le linee per la distruzione del cibo, diverse centinaia di migranti si sono accalcati per arrivare prima ai sacchetti di cibo e la bottiglietta d’acqua, temendo che non fossero sufficienti per tutti. La polizia ha bloccato volontari e operatori della Croce rossa per evitare che la situazione degenerasse, mettendoli in sicurezza. Subito dopo avere spiegato che c’era cibo per tutti la distribuzione si è svolta in modo regolare. «La situazione è complessa, noi stiamo continuano con grande sforzo a garantire i servizi di base alle persone», ha spiegato Francesca Basile, responsabile Migrazioni della Croce rossa, che ha aggiunto: «Cerchiamo di dare priorità alle famiglie, bambini e minori che stanno arrivando. La macchina dei trasferimenti è fondamentale». Secondo Basile, «si stima che oggi (ieri per chi legge, ndr) possano arrivare fino a quota 1.500 i trasferimenti previsti. Al contempo continuiamo a prestare assistenza e a fornire tutti gli ospiti i servizi fondamentali, soprattutto ai più vulnerabili e a coloro che hanno perso, durante la traversata, i propri cari». La Prefettura di Agrigento, infatti, ha disposto il trasferimento di 880 persone già alle 13 di ieri, che arriveranno oggi al porto di Pozzallo. Una parte dei migranti sarà ospitata nell’hotspot, per altri invece si è optato per il centro di contrada Cifali (tra Comiso e Ragusa) e per la nuova struttura messa a disposizione del Viminale nella zona industriale di Modica. Altri migranti sono partiti da Lampedusa in serata. La giornata si è svolta in modo particolarmente frenetico sia per gli operatori dell’accoglienza, sia per le autorità che si occupano di soccorso in mare.
Un neonato di cinque mesi è morto prima dello sbarco. Era partito da Sfax insieme alla mamma, originaria della Guinea, e ad altre 45 persone. Il barchino, secondo quanto è stato ricostruito da Capitaneria di porto e polizia, si è ribaltata perché i migranti, mentre la motovedetta della Guardia costiera li stava raggiungendo, si sono spostati quasi tutti su una fiancata. Tutte le persone finite in acqua, tranne il piccolo, sono state salvate. Save the children ha subito attaccato il governo e l’Europa: «Questa ennesima tragedia non può essere considerata una fatalità, ma richiama ancora una volta l’urgenza di un’assunzione di responsabilità europea e nazionale, a partire dalla messa in campo di un sistema strutturato di ricerca e soccorso coordinato nel Mediterraneo». Ma quella del bimbo non è l’unica tragedia. A riprova che a più partenze corrispondono sempre più morti c’è un altro incidente: quattro tunisini, una donna e tre bambini, sono annegati (altri 21 sono stati salvati) dopo il naufragio di un’imbarcazione che li trasportava illegalmente verso le coste italiane. Il natante si è capovolto dopo aver lasciato la costa di Sfax martedì.
Il Consiglio comunale di Lampedusa ha proclamato lo «stato di emergenza». «Abbiamo ribadito», ha spiegato il sindaco Filippo Mannino, «quello che chiediamo da mesi, ossia cercare di bypassare l’isola con le navi in rada, aiuto e sostegno per un’isola che in questi mesi è sotto un forte stress». Mentre il parroco, don Carmelo Rizzo, ha definito la situazione «tragica, drammatica, apocalittica». Nel frattempo la nave militare Diciotti con a bordo 528 migranti recuperati in Area Sar davanti alla costa di Lampedusa ha fatto sbarcare i passeggeri nel porto di Reggio Calabria. Verranno ospitati in una struttura di prima accoglienza allestita e messa a disposizione dal Comune di Reggio Calabria a Gallico, nella periferia Nord della città. Una metà verrà poi trasferita in altre regioni, secondo il piano di riparto stabilito dal ministero dell’Interno.
La Open Arms, invece, è pronta a ripartire da Marina di Carrara. Scaduti i 20 giorni del fermo amministrativo imposto per aver infranto il decreto Piantedosi sulle procedure di recupero, l’equipaggio, dopo una tappa programmata a Siracusa per i rifornimenti, è intenzionato a riprendere subito l’attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo.
Massacra un ragazzo sui Navigli: arrestato ventottenne tunisino
Un’aggressione e una violenza sessuale ad opera di stranieri.
È in coma nel reparto di terapia intensiva del Policlinico di Milano e la sua prognosi resta riservata, il ventitreenne ritrovato ieri mattina in gravi condizioni in viale Gorizia, davanti alla Darsena, punto nevralgico della movida che arriva fino ai Navigli, dopo essere stato massacrato di botte da un tunisino di 28 anni. A dare l’allarme un passante che lo ha trovato a terra, incosciente, in gravi condizioni. Sul posto sono intervenute le volanti che hanno prestato al giovane il primo soccorso, praticandogli il massaggio cardiaco, in attesa dell’ambulanza che lo ha trasportato in codice rosso in ospedale. Secondo gli investigatori non è ancora chiara la dinamica dell’aggressione. Il tunisino, arrestato per tentato omicidio, sentito dalla polizia, ha riferito di avere visto la vittima importunare una donna e per questo sarebbe intervenuto, scagliandosi sull’italiano. Si sarebbe avventato sul ventitreenne per immobilizzarlo ma il ragazzo non si sarebbe più rialzato. Una versione tutta da verificare, così come l’identità della donna, della quale non c’è traccia nei filmati delle telecamere della zona. Neanche il passante che ha trovato la vittima a terra e ha fermato la polizia è stato in grado di confermare la versione del tunisino.
Comunque, stando a quanto emerso dai primi accertamenti, entrambi sarebbero stati sotto l’effetto di alcol e tutti e due avrebbero qualche piccolo precedente di polizia. Tuttavia, questo elemento non ha al momento trovato riscontro nella versione fornita dal presunto aggressore. La magistratura infatti aspetta di poter ascoltare l’aggredito, di cui bisognerà attendere il risveglio. Le sue condizioni sono ancora considerate gravi dai medici a causa di numerosi traumi facciali, compatibili con percosse o, più semplicemente, violentissimi pugni. Si trova attualmente ricoverato nel reparto di terapia intensiva del Policlinico di Milano e la sua prognosi resta riservata.
A Napoli, invece, ancora un caso di stupro da parte di un branco. Una donna ha denunciato di essere stata rapinata, sequestrata e violentata, vicino alla stazione centrale, da 4 persone. La donna, 41 anni, di origine colombiana e che vive a Napoli, ha riferito di essere stata colpita alla testa, immobilizzata e che poi le avrebbero impedito di urlare tappandole la bocca. Quindi l’avrebbero caricata su un furgone, senza finestrini posteriori, e lì l’avrebbero violentata, in pieno giorno. Al termine dello stupro, dopo averle portato via tutti gli oggetti personali, l’hanno abbandonata all’angolo di una strada. Sono stati alcuni passanti a soccorrerla e ad avvertire il 118, che l’ha poi trasportata all’ospedale Vecchio Pellegrini, da cui in seguito è stata trasferita al Cardarelli.
La vittima, dopo aver raccontato tutto ai medici, ha denunciato lo stupro alla polizia affermando che i quattro aguzzini parlavano una lingua straniera, probabilmente in arabo. Gli agenti hanno immediatamente acquisito la cartella cartella clinica dell’ospedale e le immagini dei sistemi di videosorveglianza e hanno recuperato gli abiti che la colombiana indossava quel giorno. La Procura di Napoli ha aperto un fascicolo di indagine ed è in corso l’esame delle immagini delle telecamere di videosorveglianza.
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Nell’isola quasi 7.000 approdi, molo e hotspot sono al collasso. Tensione e cariche della polizia. Il parroco: «Qui è l’apocalisse». Intanto Save the children attacca il governo: «Il neonato annegato non è una fatalità». Il Viminale: in tre giorni, 8.000 arrivi in Italia.Massacra un ragazzo sui Navigli: arrestato ventottenne tunisino. L’aggredito è in coma. A Napoli una donna denuncia: «Stuprata da arabi in stazione».Lo speciale contiene due articoli.Lampedusa è sotto assedio. Gli ultimi sette barconi approdati ieri pomeriggio hanno scaricato al molo altri 337 migranti. Dalla mezzanotte di martedì salgono quindi a 42 gli sbarchi, per un totale di 1.849 ingressi in Italia in 24 ore. Al molo Favarolo, per quanto le forze dell’ordine stiano cercando di sbrigare tutto con una certa velocità, i migranti si sono ammassati. E, ovviamente, ci sono stati momenti di tensione. Alcuni hanno pressato per salire sui mezzi, ma dopo le cariche di polizia e Guardia di finanza è tutto rientrato. Altri, rimasti per ore sotto il sole, si sono gettati in mare per protesta. Si è calcolato che sul molo, in attesa, c’erano poco meno di 300 persone. Ad accendere la miccia è stata la difficoltà a farsi largo tra la folla per chi era stato chiamato a salire su uno degli autobus pronti a partire. Il trasferimento è regolato da un braccialetto che viene fatto indossare ai migranti e che indica chi è arrivato prima e con quale barca. Nell’hotspot forze dell’ordine e Croce rossa riescono ancora a far funzionare la macchina dell’accoglienza, nonostante il numero monstre di presenze: ben 6.700. Solo negli ultimi tre giorni, stando ai dati del Viminale, sono sbarcate oltre 8.000 persone. E il conteggio dall’1 gennaio a oggi è schizzato a 123.863 migranti entrati in Italia, ovvero l’89% in più rispetto ai 65.517 dello stesso periodo del 2022. Momenti di disordine anche nell’hotspot al momento della distribuzione della cena. Nel preciso momento in cui la Croce rossa ha aperto le linee per la distruzione del cibo, diverse centinaia di migranti si sono accalcati per arrivare prima ai sacchetti di cibo e la bottiglietta d’acqua, temendo che non fossero sufficienti per tutti. La polizia ha bloccato volontari e operatori della Croce rossa per evitare che la situazione degenerasse, mettendoli in sicurezza. Subito dopo avere spiegato che c’era cibo per tutti la distribuzione si è svolta in modo regolare. «La situazione è complessa, noi stiamo continuano con grande sforzo a garantire i servizi di base alle persone», ha spiegato Francesca Basile, responsabile Migrazioni della Croce rossa, che ha aggiunto: «Cerchiamo di dare priorità alle famiglie, bambini e minori che stanno arrivando. La macchina dei trasferimenti è fondamentale». Secondo Basile, «si stima che oggi (ieri per chi legge, ndr) possano arrivare fino a quota 1.500 i trasferimenti previsti. Al contempo continuiamo a prestare assistenza e a fornire tutti gli ospiti i servizi fondamentali, soprattutto ai più vulnerabili e a coloro che hanno perso, durante la traversata, i propri cari». La Prefettura di Agrigento, infatti, ha disposto il trasferimento di 880 persone già alle 13 di ieri, che arriveranno oggi al porto di Pozzallo. Una parte dei migranti sarà ospitata nell’hotspot, per altri invece si è optato per il centro di contrada Cifali (tra Comiso e Ragusa) e per la nuova struttura messa a disposizione del Viminale nella zona industriale di Modica. Altri migranti sono partiti da Lampedusa in serata. La giornata si è svolta in modo particolarmente frenetico sia per gli operatori dell’accoglienza, sia per le autorità che si occupano di soccorso in mare. Un neonato di cinque mesi è morto prima dello sbarco. Era partito da Sfax insieme alla mamma, originaria della Guinea, e ad altre 45 persone. Il barchino, secondo quanto è stato ricostruito da Capitaneria di porto e polizia, si è ribaltata perché i migranti, mentre la motovedetta della Guardia costiera li stava raggiungendo, si sono spostati quasi tutti su una fiancata. Tutte le persone finite in acqua, tranne il piccolo, sono state salvate. Save the children ha subito attaccato il governo e l’Europa: «Questa ennesima tragedia non può essere considerata una fatalità, ma richiama ancora una volta l’urgenza di un’assunzione di responsabilità europea e nazionale, a partire dalla messa in campo di un sistema strutturato di ricerca e soccorso coordinato nel Mediterraneo». Ma quella del bimbo non è l’unica tragedia. A riprova che a più partenze corrispondono sempre più morti c’è un altro incidente: quattro tunisini, una donna e tre bambini, sono annegati (altri 21 sono stati salvati) dopo il naufragio di un’imbarcazione che li trasportava illegalmente verso le coste italiane. Il natante si è capovolto dopo aver lasciato la costa di Sfax martedì. Il Consiglio comunale di Lampedusa ha proclamato lo «stato di emergenza». «Abbiamo ribadito», ha spiegato il sindaco Filippo Mannino, «quello che chiediamo da mesi, ossia cercare di bypassare l’isola con le navi in rada, aiuto e sostegno per un’isola che in questi mesi è sotto un forte stress». Mentre il parroco, don Carmelo Rizzo, ha definito la situazione «tragica, drammatica, apocalittica». Nel frattempo la nave militare Diciotti con a bordo 528 migranti recuperati in Area Sar davanti alla costa di Lampedusa ha fatto sbarcare i passeggeri nel porto di Reggio Calabria. Verranno ospitati in una struttura di prima accoglienza allestita e messa a disposizione dal Comune di Reggio Calabria a Gallico, nella periferia Nord della città. Una metà verrà poi trasferita in altre regioni, secondo il piano di riparto stabilito dal ministero dell’Interno. La Open Arms, invece, è pronta a ripartire da Marina di Carrara. Scaduti i 20 giorni del fermo amministrativo imposto per aver infranto il decreto Piantedosi sulle procedure di recupero, l’equipaggio, dopo una tappa programmata a Siracusa per i rifornimenti, è intenzionato a riprendere subito l’attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lampedusa-proclama-stato-emergenza-2665375341.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="massacra-un-ragazzo-sui-navigli-arrestato-ventottenne-tunisino" data-post-id="2665375341" data-published-at="1694673503" data-use-pagination="False"> Massacra un ragazzo sui Navigli: arrestato ventottenne tunisino Un’aggressione e una violenza sessuale ad opera di stranieri. È in coma nel reparto di terapia intensiva del Policlinico di Milano e la sua prognosi resta riservata, il ventitreenne ritrovato ieri mattina in gravi condizioni in viale Gorizia, davanti alla Darsena, punto nevralgico della movida che arriva fino ai Navigli, dopo essere stato massacrato di botte da un tunisino di 28 anni. A dare l’allarme un passante che lo ha trovato a terra, incosciente, in gravi condizioni. Sul posto sono intervenute le volanti che hanno prestato al giovane il primo soccorso, praticandogli il massaggio cardiaco, in attesa dell’ambulanza che lo ha trasportato in codice rosso in ospedale. Secondo gli investigatori non è ancora chiara la dinamica dell’aggressione. Il tunisino, arrestato per tentato omicidio, sentito dalla polizia, ha riferito di avere visto la vittima importunare una donna e per questo sarebbe intervenuto, scagliandosi sull’italiano. Si sarebbe avventato sul ventitreenne per immobilizzarlo ma il ragazzo non si sarebbe più rialzato. Una versione tutta da verificare, così come l’identità della donna, della quale non c’è traccia nei filmati delle telecamere della zona. Neanche il passante che ha trovato la vittima a terra e ha fermato la polizia è stato in grado di confermare la versione del tunisino. Comunque, stando a quanto emerso dai primi accertamenti, entrambi sarebbero stati sotto l’effetto di alcol e tutti e due avrebbero qualche piccolo precedente di polizia. Tuttavia, questo elemento non ha al momento trovato riscontro nella versione fornita dal presunto aggressore. La magistratura infatti aspetta di poter ascoltare l’aggredito, di cui bisognerà attendere il risveglio. Le sue condizioni sono ancora considerate gravi dai medici a causa di numerosi traumi facciali, compatibili con percosse o, più semplicemente, violentissimi pugni. Si trova attualmente ricoverato nel reparto di terapia intensiva del Policlinico di Milano e la sua prognosi resta riservata. A Napoli, invece, ancora un caso di stupro da parte di un branco. Una donna ha denunciato di essere stata rapinata, sequestrata e violentata, vicino alla stazione centrale, da 4 persone. La donna, 41 anni, di origine colombiana e che vive a Napoli, ha riferito di essere stata colpita alla testa, immobilizzata e che poi le avrebbero impedito di urlare tappandole la bocca. Quindi l’avrebbero caricata su un furgone, senza finestrini posteriori, e lì l’avrebbero violentata, in pieno giorno. Al termine dello stupro, dopo averle portato via tutti gli oggetti personali, l’hanno abbandonata all’angolo di una strada. Sono stati alcuni passanti a soccorrerla e ad avvertire il 118, che l’ha poi trasportata all’ospedale Vecchio Pellegrini, da cui in seguito è stata trasferita al Cardarelli. La vittima, dopo aver raccontato tutto ai medici, ha denunciato lo stupro alla polizia affermando che i quattro aguzzini parlavano una lingua straniera, probabilmente in arabo. Gli agenti hanno immediatamente acquisito la cartella cartella clinica dell’ospedale e le immagini dei sistemi di videosorveglianza e hanno recuperato gli abiti che la colombiana indossava quel giorno. La Procura di Napoli ha aperto un fascicolo di indagine ed è in corso l’esame delle immagini delle telecamere di videosorveglianza.
Nel riquadro a sinistra, il clochard milanese Pietro Alberto Paolo Signor e il suo assassino Cissè Camara (iStock)
Cisse Camara, 42 anni, è deceduto al San Martino dove era ricoverato in rianimazione dopo il fermo per l’omicidio del senzatetto Pietro Alberto Paolo Signor, conosciuto come Pedro, ucciso nel parco genovese. L’uomo non è mai stato interrogato e il movente resta senza risposta.
È morto all’ospedale Policlinico San Martino Cisse Camara, il 42enne senegalese accusato dell’omicidio di Pietro Alberto Paolo Signor, il senzatetto conosciuto come Pedro, ucciso il 30 maggio nel parco di Villetta di Negro, nel pieno centro di Genova.
Il decesso è avvenuto nel reparto di Rianimazione M3 del Monoblocco, dove l’uomo era ricoverato da giorni in condizioni critiche a causa di una polmonite e altre patologie. Intubato e sedato, Camara non si è mai ripreso dal peggioramento clinico seguito al fermo dei carabinieri e al successivo ricovero d’urgenza. Nelle ultime ore le sue condizioni si sono ulteriormente aggravate fino alla morte.
Con la sua scomparsa si chiude anche la possibilità di ottenere da lui una versione dei fatti sull’omicidio. Il senegalese non è mai stato interrogato.
La vicenda era stata ricostruita nei giorni successivi al delitto attraverso le immagini di videosorveglianza e le prime testimonianze raccolte dagli investigatori. Vittima e aggressore si conoscevano e risultano insieme nelle ore precedenti all’omicidio, entrati nel parco all’alba senza apparenti segni di tensione. Poi la lite, improvvisa, degenerata in violenza. Signor viene colpito più volte al volto e al collo con un oggetto contundente, verosimilmente un coccio di bottiglia. Successivamente il corpo viene legato e trascinato all’interno dell’area verde. Una scena notata da una passante che ha dato l’allarme al 112, consentendo l’intervento immediato dei carabinieri. Quando i militari arrivano sul posto, trovano Camara ancora nei pressi del corpo. L’uomo viene bloccato dopo una fase concitata, durante la quale avrebbe opposto resistenza e tentato di aggredire gli stessi militari. Pochi minuti dopo viene trasferito all’ospedale San Martino per un grave stato di agitazione e un quadro clinico compromesso. Le condizioni di salute dell’uomo erano poi rapidamente peggiorate fino al ricovero in rianimazione. Le ipotesi investigative avevano richiamato un possibile stato di alterazione da stupefacenti, ma le cause precise del crollo clinico non sono mai state definitivamente chiarite.
Camara era in Italia da anni e la sua posizione amministrativa risultava irregolare dopo la mancata concessione della protezione internazionale e la successiva evoluzione del contenzioso giudiziario. Nel corso del tempo aveva accumulato diverse denunce e precedenti di polizia, mentre la sua permanenza sul territorio non era stata accompagnata da un provvedimento di espulsione eseguito. L’omicidio di Pietro Signor aveva aperto un ulteriore fronte di indagine su una vicenda già segnata da degrado sociale e marginalità estrema. La vittima, senza fissa dimora, era conosciuta nel quartiere per la sua presenza stabile nell’area della Villetta, dove trascorreva le giornate.
Con la morte dell’indagato, l’inchiesta prosegue ora sulla base degli elementi raccolti: rilievi, testimonianze e immagini di videosorveglianza. Ma il nodo del movente, già rimasto irrisolto nei giorni immediatamente successivi al delitto, resta senza una risposta diretta. Una vicenda che si chiude in ospedale, senza interrogatori e senza una versione definitiva di ciò che è accaduto nelle ore precedenti all'omicidio.
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Papa Leone XIV (Ansa)
«Semplicemente dire questo migrante lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema». Ovviamente la nostra stampa è sempre molto solerte nel dare spazio alle parole del Papa quando fanno comodo alla causa, e a molti non deve essere sembrato vero il fatto di poter dare la notizia di una sorta di scomunica rivolta alla Lega, a Vannacci e a tutti coloro che a destra parlano di remigrazione. Si potrebbe notare che il Papa non ha scritto una enciclica sull’argomento: ha pronunciato giusto due parole, e frettolose per giunta. Ma non vogliamo comportarci come alcuni colleghi che negano l’evidenza e censurano ciò che non gradiscono. Leone ha parlato, e va preso sul serio.
Proprio per questo ci poniamo alcune legittime domande. La prima è inevitabile: viene da chiedersi se il Papa abbia in effetti letto il saggio di Martin Sellner sulla remigrazione, o se il suo pensiero si basi su ricostruzioni giornalistiche o addirittura su riassunti e commenti ricevuti da collaboratori o alti prelati. Lungi da noi, sia chiaro, la tentazione di sindacare sui pensieri del Pontefice o sulle sue fonti, e ancora di più la pretesa di spiegargli qualsivoglia concetto. Ammettiamo però di essere un po’ dubbiosi.
Perché la remigrazione non è affatto «mandare via» qualcuno e lavarsene le mani. È, prima di tutto, un cambio di prospettiva radicale sulla questione migratoria. Che ha notevoli tratti in comune con il punto di vista fornito proprio dal Papa in tempi recentissimi. È stato Leone a spiegare che «non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». Sono interrogativi che dobbiamo porci e a chi dobbiamo dare una risposta chiara: nessuno deve più morire in mare. Infatti uno dei principali punti di critica all’immigrazione di massa riguarda proprio il fatto che si tratta di una macchina di morte e sfruttamento. Sono dunque sante le parole che ha usato il Pontefice quando si è rivolto ai potenziali migranti: «Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono canti delle sirene, sono industrie di morte». La remigrazione si basa sull’idea che esista il diritto di restare a casa propria e di costruirsi li una vita dignitosa. In proposito, Leone ha avuto parole chiarissime: «Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini». La remigrazione è la difesa di questo diritto, che deve valere tanto per gli africani e asiatici costretti a partire quanto per gli europei che vorrebbero vivere sicuri e pacifici nelle proprie terre. È per tutelare questo diritto che si propone di espellere chi compie reati, chi stupra, uccide, rapina, minaccia e crea scompiglio. Agire in questo senso non significa abbandonare le persone lavandosi le mani della loro sorte, significa semmai tutelare i più fragili e impedire abusi e ingiustizie. Allo stesso modo, non vi è nulla di feroce e razzista e disumano nemmeno nel sostenere che gli stranieri presenti sul suolo europeo dovrebbero assimilarsi. Di nuovo, ricordiamo ciò che ha detto il Papa: «A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni». Se questo non è un appello ad assimilarsi, che cosa lo è?
C’è poi un’ultima domanda che ci batte nel cervello. Se la remigrazione non è cristiana, è forse cristiano il sistema attualmente in vigore? È cristiano permettere che enormi masse umane siano sradicate dalla loro terra in nome di spietati interessi economici e vengano deportate sul suolo europeo dove o sono sfruttate o vivono con difficoltà o delinquono causando altra morte e sofferenza?
Il Papa ha lanciato un chiaro appello ai trafficanti di uomini e a coloro che sfruttano l’immigrazione affinché si convertano, ma in attesa che i cuori di costoro si aprano, la politica ha il dovere di prendere dei provvedimenti. Quelli presi finora non hanno portato al crollo della macchina di morte migratoria, che ancora opera a pieno regime. Un bravo cristiano dovrebbe rimanere a guardare senza fare nulla?
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Dopo l’approvazione del Parlamento, il testo dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio e pubblicato nella Gazzetta ufficiale. «Oggi l’Italia ha ottenuto un grande successo in Europa», ha commentato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che lo definisce «un provvedimento storico, frutto soprattutto del lavoro del governo italiano, che ci consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Ue». Entusiasta anche il relatore Alessandro Ciriani, europarlamentare dei conservatori europei. «Due anni e mezzo fa non si poteva neanche nominare la parola rimpatrio», ma oggi il vento è cambiato perché come spiega Ciriani «anche molte famiglie di partiti di sinistra, penso ai danesi ai maltesi, alla sinistra romena, si sono accorto che le politiche dei confini aperti non hanno portato ai risultati sperati. Al contrario, è successo quello che voi della Verità scrivete continuamente: è aumentata la povertà, si sono abbassati i salari, condanniamo migliaia di persone alla povertà economica e culturale, offrendo manovalanza alla criminalità e ai caporali. Era necessario un cambio di passo. È una vittoria frutto della determinazione di Giorgia Meloni, senza il suo lavoro non saremmo riusciti a portare a casa questo risultato. Noi alla fine abbiamo finalizzato l’azione e segnato il gol».
Sulla possibilità che certa magistratura, le Ong e altre associazioni possano provare a mettere i bastoni tra le ruote nonostante sia ormai dimostrato che si tratti di una norma voluta ampiamente e quindi democraticamente approvata risponde: «Io immagino che non si arrenderanno, faranno tutti i loro ricorsi per disarticolare un provvedimento voluto da tutti». Un provvedimento che, come sottolinea Ciriani, è ricco di garanzie di tutela dei diritti, frutto di un grande lavoro di cui beneficeranno gli stessi migranti, non solo i cittadini europei. In un momento in cui si parla molto di remigrazione Ciriani spiega che si tratta di un concetto collegato a quello di rimpatrio: «Noi abbiamo fatto remigrazione concretamente con i provvedimenti. Per fare remigrazione servono strumenti giuridici efficaci, non slogan. Io penso che chi chiede remigrazione faccia una richiesta condivisibile, ma dietro non ci sono proposte di strumenti efficaci. Oggi (ieri, ndr) questi strumenti li abbiamo dati noi».
Il nuovo regolamento introduce una base giuridica europea per i «return hubs»: strutture situate in Paesi terzi, dove possono essere trasferiti i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio durante la fase di esecuzione dello stesso. Gli hub possono svolgere una funzione di transito, ospitando temporaneamente la persona in attesa del completamento delle procedure di rimpatrio verso il Paese di origine, oppure costituire essi stessi il Paese di destinazione del rimpatrio sulla base di un accordo o di un’intesa. L’unica eccezione riguarda i minori non accompagnati, che non possono essere trasferiti nei «return hubs». Questo l’unico vulnus secondo Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega che alla Verità ha spiegato che si tratta di un risultato storico per le politiche migratorie ma che sarebbe migliorabile proprio su questo punto. Oggi presenterà infatti una risoluzione con cui si intende imporre una stretta sui controlli dell’età dei migranti in entrata. «Ci consentirà di trasferire, se non ci piace il termine remigrazione che invece a me piace molto, non solo gli irregolari verso i Paesi terzi sicuri, oppure negli hub che per la prima volta, cambiando paradigma, si trovano al di fuori dell’Unione europea. E riprendendo l’apertura del vostro giornale “Remigrare si può” sottolineo che anche noi in Italia abbiamo proposto una stretta sui permessi di soggiorno» perché oggi «le leggi sono troppo lasche. I permessi di soggiorno sono la base per rimanere qui in Italia prima ancora di avere la cittadinanza. Attualmente bisogna raggiungere 30 punti in due anni per mantenere il permesso di soggiorno ma se appena arrivi te ne regaliamo 15 ci deve essere qualcosa che non va», evidenzia l’europarlamentare della Lega. «La nostra proposta è proseguire sul tracciato indicato nel regolamento approvato, ma bisogna proseguire anche sulla possibilità di mandare via non solo chi commette reati, ma anche chi, con permesso di soggiorno, non rispetta i cannoni che la nostra cultura e i nostri valori considerano imprescindibili. Il regolamento di oggi ci dà forza perché si inseriscono sanzioni, sia nei confronti dell’extracomunitario, sia nei confronti dei Paesi terzi, per chi non collabora». Cisint insiste sul fatto che vada «controllata l’età effettiva degli irregolari. In Italia su 20.000, 11.000 dichiarano di avere diciassette anni. Peccato che, come a volte si riesce a dimostrare, molti di questi abbiano persino 30 anni».
Il nuovo regolamento approvato oggi dovrebbe essere risolutivo perché dispone anche nuovi strumenti investigativi più efficaci per individuare gli irregolari, comprese perquisizioni e sequestri di documenti, dispositivi elettronici (anche senza il consenso dell’interessato). Il sequestro del cellulare quindi che potrà meglio far risalire all’identità e all’età effettiva del migrante irregolare.
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Matteo Salvini (Ansa)
In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo. Mentre il centrosinistra discute da mesi di primarie - tra Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino come possibili candidati a sindaco -, nel centrodestra milanese si è aperto negli ultimi giorni il primo vero confronto su chi potrebbe essere il nome da schierare alle comunali del 2027. In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo.
Così a prendere in mano la situazione e a muoversi per prima è stata la Lega, che nel prossimo fine settimana (20 e 21 giugno) allestirà 35 gazebo in tutta Milano per raccogliere indicazioni sul futuro candidato sindaco e sulle priorità per la città. Una consultazione che, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe rappresentare un momento di partecipazione popolare. Ma che ha anche il sapore di una prova di forza politica all’interno della coalizione.
Non è un mistero, infatti, che molti esponenti leghisti abbiano già scelto il nome da portare al tavolo del centrodestra. Il sottosegretario Alessandro Morelli, che aveva anticipato la sua decisione in una intervista alla Verità uscita ieri, ha ribadito che ai gazebo voterà per Matteo Salvini sindaco di Milano. Stessa linea per il deputato Igor Iezzi e per il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha spiegato come, qualora il nome del leader leghista comparisse sulla scheda, la sua scelta ricadrebbe «sicuramente su Salvini». L’operazione politica è evidente. La Lega punta a rimettere il proprio leader al centro della partita milanese, affidandosi alla sua notorietà e al suo radicamento cittadino. Salvini è milanese, conosce il territorio e resta uno dei pochi dirigenti del centrodestra con un livello di riconoscibilità immediato anche tra gli elettori meno politicizzati. Non tutti gli alleati, però, sembrano guardare con lo stesso entusiasmo a questa prospettiva.
La prima frenata è arrivata da Forza Italia. Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale del partito in Lombardia, ha chiarito che una candidatura di Salvini sarebbe pienamente legittima per la Lega, ma non necessariamente condivisa dall’intera coalizione. «Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco», ha spiegato, ribadendo la preferenza per un profilo civico e ricordando che anche gli azzurri dispongono di «nomi importanti» da mettere sul tavolo quando sarà il momento.
A stretto giro è arrivata la replica di Morelli. «Dire di no a prescindere è sempre sbagliato», ha affermato il sottosegretario, invitando ironicamente Sorte a votare in uno dei gazebo leghisti. Nella stessa occasione ha aggiunto che «FdI propone legittimamente Maurizio Lupi», mentre la Lega porterà al tavolo dei leader il nome scelto dalla propria consultazione.
Sul fronte di Fratelli d’Italia, per ora, prevale la prudenza. Eppure, tra gli osservatori della politica milanese, è diffusa la convinzione che la vera cabina di regia del partito resti nelle mani del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un peso politico difficilmente aggirabile in una città dove Fdi, pur forte dei risultati nazionali, non ha ancora consolidato una classe dirigente locale capace di esprimere un candidato unitario o di imporsi come naturale punto di riferimento della coalizione.
Non è un dettaglio secondario. Milano è da sempre il banco di prova più difficile per il centrodestra. E la sensazione, in alcuni ambienti politici, è che la partita venga considerata complicata se non addirittura proibitiva, soprattutto dopo quasi dieci anni di amministrazione guidata da Giuseppe Sala. La Lega, però, legge il quadro in modo diverso. Il consigliere comunale Samuele Piscina sostiene che i sondaggi descrivono una città contendibile e un sostanziale equilibrio tra le coalizioni. È anche per questo che il Carroccio rivendica la necessità di partire subito, raccogliendo non soltanto preferenze sui candidati, ma anche indicazioni sui temi più sentiti dai cittadini: sicurezza, mobilità, degrado urbano e casa. Il lascito di Beppe Sala ai milanesi.
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