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2019-02-18
L’altra faccia del dramma degli abusi: tra le vittime anche tante religiose
Ansa
«Ero appena diventata suora. Un giorno il sacerdote si avvicinò a me, mi toccò il seno e iniziò a baciarmi sul viso arrivando fino alle labbra mentre mi palpeggiava. Mi fece schifo. Raccontai tutto alla Madre superiora ma disse che ero una bugiarda, mi ordinò di andarmi a confessare. Da lui».
Poco importa chi sia a parlare. È una suora come tante che vengono abusate. Davanti a lei c'è un prete, vinto da appetiti che lo definiscono predatore sessuale. Da quanto va avanti questa storia? La Chiesa di Jorge Mario Bergoglio scricchiola sotto il peso degli scandali. Smascherata la pedofilia, ecco l'onda anomala delle suore molestate. È un momento di svolta: le organizzazioni delle religiose stanno facendo sentire la loro voce da tutto il mondo, invitano le consorelle a raccontare. L'ultima risale a venerdì: un'Orsolina polacca, Jolanta Olech. Non una suora qualsiasi, ma la più autorevole e rispettata del suo Paese, segretario generale della Conferenza delle Madri superiore, che ha detto: «Gli abusi sessuali dei preti sulle suore sono da lungo tempo un problema in Polonia. Il tema c'è ed è molto doloroso».
Per affrontare anche questo dramma, il Papa ha organizzato dal 21 al 24 febbraio, a Roma, un summit senza precedenti sugli abusi nella Chiesa. Ci saranno i presidenti delle conferenze episcopali nel mondo più altre personalità esterne.
Sarà una conferenza di rottura? Secondo molti, sì. Già le parole con cui il Pontefice vi si approccia autorizzano a pensarlo. Rientrando dal viaggio negli Emirati Arabi due settimane fa ha ammesso gli abusi sulle suore definendo «schiavitù sessuale» quella a cui, in alcuni casi, hanno dovuto sottostare (lo hanno poi corretto - voleva dire «manipolazione», ma tant'è). «Sentirlo pronunciare quel termine è stato scioccante» commenta alla Verità suor AnnMarie Sanders, direttore delle Comunicazioni di Lcwr, l'organizzazione che dà voce all'80 per cento delle 45.000 suore degli Stati Uniti. «Succedono quelle cose? Noi non ne sapevamo niente. Forse si riferisce all'Africa, o ad alcuni Paesi asiatici». Ma il Vaticano incontra regolarmente le rappresentanti delle suore di tutto il mondo. «Non so se le istanze degli abusi gli siano state presentate, anche se posso immaginare di sì. L'importante è che abbia riconosciuto il problema. Con Francesco la speranza in un cambiamento adesso è ai massimi». Quale cambiamento? «Nelle strutture di potere della Chiesa: non può essere gestita solo da preti, vescovi o cardinali. Serve una presenza diversa a tutti i livelli. Con le donne ci sarebbe un bilanciamento di poteri». Sarebbe una rivoluzione. «Sì, lo sarebbe, anche se il summit forse produrrà soltanto i primi passi» conclude la religiosa.
Intanto rimangono le storie di abusi su giovani suore in tutto il mondo. Violenze isolate, eppure connesse tra loro.
ARGENTINA
Anche se papa Francesco ha detto che gli abusi sono capitati soprattutto «in alcune nuove congregazioni e alcune regioni del mondo», proprio nel suo Paese sono accaduti vari casi di molestie. Il più clamoroso forse è quello del padre Agustín Rosa Torino, dell'Instituto Discípulos de Jesús, a Salta. A lungo in prigione, poi ai domiciliari, non è stato espulso dalla Chiesa. A denunciarlo l'ex suora Valeria Zarsa, che ha fatto trapelare alcuni dettagli: «Mi si strusciava sempre addosso appoggiando il suo membro su di me. Io protestavo ma mi convinceva che erano paranoie mie. Con lui avevo un rapporto padre-figlia e c'era un costante lavaggio del cervello…». Zarsa oggi rifiuta la religione. «Sono atea. Se ci fosse stato Dio, perché non ha avuto misericordia?».
CILE
In maggio la Chiesa ha chiesto ufficialmente perdono a Consuelo Gomez, suora molestata e abusata sessualmente da un'altra suora, per tutto il male che le è stato inflitto e per non avere dato seguito alle denunce. In dicembre, gli abusi perpetrati all'interno dell'ordine delle Sorelle del Buon Samaritano di Molina hanno obbligato il Vaticano a inviare una missione per investigare su 158 sacerdoti. Suor Eliana Macías ha raccontato di uno di loro: «La prima volta che mi ha visto mi ha domandato se ero nuova e come mi chiamavo. Si mise a fissarmi e poi mi disse: “Questi seni sono molto bassi", li prese tra le mani e me li tirò su. Mi afferrò i seni e li portò in alto. Una sera lo trovai sul mio letto, mi sollevò il vestito…». Un'altra, Celia Saldivia, ricorda: «Sorpresi il sacerdote che guardava di nascosto i corpi nudi delle mie consorelle. Appena trovai il coraggio gli chiesi perché, e lui: “Non ho mai visto una donna nuda e voglio vederla. Perché, c'è qualche problema?"». A Yolanda Tondreaux sono capitati i baci e i palpeggiamenti citati all'inizio dell'articolo. Ha anche raccontato che 23 samaritane sono state allontanate dalla comunità per aver comunicato gli abusi subiti.
INDIA
Un caso scomodo. Il presunto predatore si chiama Franco Mulakkal: ex vescovo di Jalandhar (Kerala), arrestato con l'accusa di aver stuprato per 13 volte una suora Missionaria di Gesù (lui nega, ora è libero su cauzione). Cinque suore, testimoni delle molestie, hanno iniziato a protestare davanti all'Alta corte del Kerala domandando giustizia. Morale: la Madre superiora, suor Regina Kadamthottu, ne ha chiesto il trasferimento in 5 diverse diocesi. Le suore si sono opposte e il trasferimento è stato sospeso. Sabato si è passati alle intimidazioni: suor Lucy Kalapura, ha ricevuto una seconda lettera dalla Congregazione delle Clarisse che la minaccia di espulsione. La prima? Ne denunciava la vita dissipata: ha pubblicato poesie, ha comprato un'auto e ha protestato. Il Vaticano ha temporaneamente sospeso Mulakkal.
FRANCIA
Poche settimane fa una suora ha denunciato di essere stata aggredita sessualmente dalla superiora domenicana in un internato di Tolosa, da adolescente. Suor Anna, la molestatrice, convinceva la giovane di essere l'incarnazione del «male» e che doveva farle una sorta di esorcismo che prevedeva carezze e baci proibiti. Un'esperienza che l'ha distrutta. L'arcivescovo ha avviato un'indagine dicendo che probabilmente ci sono altri casi. Probabilmente.
ITALIA
Un frate cappuccino siciliano, Padre Giovanni Salonia, terapeuta e psicologo che papa Francesco voleva vescovo ausiliare di Palermo, avrebbe violentato una suora durante una seduta di psicoterapia. In settembre la procura di Roma ha aperto un fascicolo dopo la denuncia della religiosa. Ma dal tribunale per ora non trapelano notizie. A fine gennaio c'è stata anche la denuncia dell'ex suora tedesca Doris Wagner-Reisinger, che accusa l'austriaco Hermann Geissler, Capo ufficio della Congregazione per la dottrina della fede, di averla abusata nel corso di una confessione il 27 novembre 2009, a Roma, il giorno di un evento che dava voce alle donne sopravvissute agli abusi sessuali del clero. Intervistata dal National catholic reporter ha ricordato di aver riferito la condotta del prelato alla Congregazione nel 2014 con l'aiuto di un avvocato canonico. «La risposta? Padre Geissler ha ammesso, ha chiesto scusa, è stato ammonito. E questo è tutto». Aggiornamento: Geissler si è dimesso il 29 gennaio, e si dichiara innocente.
SPAGNA
La suora cilena Consuelo Gómez, fu trasferita in Spagna e abusata molteplici volte dalla superiora. «Quando entravo in bagno lei arrivava chiudendosi dietro la porta a chiave, poi mi palpeggiava, mi forzava fisicamente e psicologicamente a fare cose che non volevo» spiega. Denunciò l'accaduto al nunzio apostolico senza ricevere risposta. «Tutti sapevano però mi fecero tacere e sentire colpevole». Tornò in Cile e fu sottoposta a trattamenti psichiatrici per una grave depressione e disturbi da stress post-traumatico, come i reduci di guerra. I suoi racconti sono su Youtube.
AFRICA
Il «grande malato» tra i continenti non fa eccezione per la religione. Gli abusi sulle suore sembrerebbero fuori controllo. «Quelli perpetrati da membri del clero, anche di alto rango, esistono specialmente in Congo e in Kenya» ha scritto il giornale cattolico francese La Croix, che cita due informative degli anni Novanta: si parlava di abusi massicci, incluso obbligare le suore ad assumere contraccettivi e praticare aborti, nel caso. Una madre superiora protestò con il suo arcivescovo perché 29 suore erano incinte: fu destituita.
Il volume choc sui preti gay inguaia l’entourage del Papa
Sodoma, il libro di Frédéric Martel, è in gran parte costruito sulla base di testimonianze anonime, soffiate, delazioni, fonti non svelate, tutte concorrenti a dimostrare una tesi: che le gerarchie cattoliche «conservatrici», tradizionaliste e violentemente omofobe, sono in realtà nascostamente dedite a comportamenti omosessuali. Insomma, che la Chiesa è piena di gay repressi. Alcuni dei quali (quelli morti, che non posso smentire) addirittura ricattabili e ricattati: come uno dei cardinali dei dubia, Carlo Caffarra, scomparso nel 2017, il quale avrebbe ridotto «il suo ardore omofobo» dopo essere stato minacciato di rivelazioni scottanti sulla sua presunta «doppia vita».
Ma in mezzo a questo mare magnum di allusioni ce n'è una che fa scattare un campanello d'allarme anche a chi considera quella di Martel, per usare un eufemismo, un'operazione ideologica.
Si parla dell'ex nunzio apostolico a Washington, monsignor Carlo Maria Viganò, autore del celeberrimo memoriale pubblicato quest'estate dalla Verità. Nel dossier, Viganò riferiva che, in un incontro con Jorge Mario Bergoglio, il Pontefice era stato da lui informato dei poderosi faldoni nei quali venivano descritte le sregolatezze sessuali di Theodore Edgar McCarrick, cardinale e arcivescovo emerito della capitale statunitense. Secondo Viganò, tuttavia, il Papa, pur apparendo niente affatto meravigliato della notizia, come se ne fosse già a conoscenza, non mosse un dito contro il porporato americano.
In Sodoma, a un certo punto, si legge: «Il suo entourage (di papa Francesco, ndr) mi dice che Francesco “era stato inizialmente informato da Viganò che il cardinale McCarrick aveva relazioni omosessuali con seminaristi maggiorenni, il che non era sufficiente secondo lui per condannarlo". Nel 2018, quando ha appurato che oltre a rapporti omosessuali c'erano anche abusi su minori, “ha immediatamente sanzionato il cardinale"». Quindi, persino il volume pensato per screditare i malvagi cattolici conservatori è costretto ad accreditare la veridicità della versione di Viganò. Anche se, incomprensibilmente, la usa «a discolpa» di Bergoglio e contro Benedetto XVI, reo, secondo Martel, di non aver preso provvedimenti contro McCarrick, o di non aver vigilato sulla loro effettiva applicazione. Ma più che di una pistola fumante contro i «conservatori», quel passaggio di Sodoma, come ha scritto il vaticanista Marco Tosatti, ha l'effetto di un «fuoco amico» contro Francesco. Primo, perché confermerebbe che lui sapeva di McCarrick, ma non ha reagito. Secondo, perché sostiene che Bergoglio abbia preso contromisure una volta appurato degli abusi minori, il che è vero solo parzialmente, nel senso che il Vaticano si è mosso solamente dopo le inchieste del New York Times sulle malefatte dell'ex arcivescovo di Washington. E terzo, perché rende evidente che nella Chiesa non ci sarebbe soltanto il problema del «clericalismo», cioè lo strapotere di certe gerarchie e il senso di impunità che ne deriva, ma anche un nodo non del tutto sciolto con la gestione dell'omosessualità.
A questo punto, sarebbe interessante altresì capire chi è veramente la fonte di Martel, che cita, come abbiamo visto, l'«entourage» del Papa. Come spiegato da Lorenzo Bertocchi su queste colonne, il metodo del giornalista è piuttosto discutibile: molti virgolettati sono anonimi, e molti fatti non smentibili, perché riguardano persone defunte. Nel testo viene però citato padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Un gesuita che Martel celebra come «giovane, dinamico, affascinante» e con il quale rivela di aver condiviso «sei interviste e pasti», nonché una cena a Parigi. Da Spadaro non sono arrivate finora conferme né smentite. Solamente un tweet, anzi, un retweet. Il gesuita ha rilanciato un cinguettio di Matteo Matzuzzi, vaticanista del Foglio, che liquidava Sodoma come un libro «tra il ripugnante e il vomitevole». Spadaro, che parrebbe dunque condividere la recensione di Matzuzzi, non ha però ufficialmente preso le distanze dal libro, né ha negato di essere l'uomo dell'«entourage del Papa». Un chiarimento, invece, potrebbe essere utile sotto molti aspetti.
«Mi fidavo e lui ne ha approfittato. Ma il mio stupratore è stato coperto»
Cresciuta in Ukraina da famiglia atea, prende i voti a 24 anni e diventa suora carmelitana. Ma ciò che trova è ben lontano da quanto sperava: la violenza, l'emarginazione. Ha raccontato la sua esperienza in un libro uscito da pochi giorni in Francia, La tyrannie du silence (ChercheMidi).
Come incontrò il suo violentatore?
«Quando ero nelle Carmelitane, in Francia, un prete venne a tenere una conferenza e mi piacque quello che diceva. Diventò il mio fratello spirituale. Mi affidai a lui. Niente di affettivo o sentimentale, solo spirituale. Ci vedevamo poco, ci scrivevamo».
Poi che accadde?
«Le Carmelitane erano troppo diverse da come le immaginavo. Ero di gran lunga la più giovane e tutto il lavoro fisico ricadeva su di me. I rapporti erano difficili. Più venivo emarginata più cercavo supporto spirituale sul mio “fratello". Lasciai il convento e trovai una casa e un lavoro lì vicino, pur rimanendo suora. Lui chiese di venirmi a trovare, per me era un onore. Una volta a casa prese ad abbracciarmi e baciarmi anche se gli dicevo di no. Poi mi ha violentata. Avevo 30 anni ma non avevo mai avuto esperienze. Ero incapace di difendermi. È successo per molto tempo. Ero in uno stato di “dissociazione", non avevo la forza mentale di denunciare, di fermarlo. Glielo dicevo ma non bastava. Non avevo abbastanza forza, non abbastanza rabbia. Mi fidavo e sono stata soggiogata. Tornava a trovarmi e ogni volta giurava che era l'ultima».
Per quanto tempo ci sono stati rapporti sessuali?
«Non erano rapporti sessuali. Era stupro. Veniva a trovarmi due volte al mese. Continuava a essere la mia guida spirituale. Però a volte si trasformava».
Come ne è uscita?
«È stato inviato in Canada, non per punizione ma come parte del suo percorso. Da là mi inviava lettere infuocate».
Alla fine ne ha parlato?
«Sì. Il suo superiore non era affatto choccato. Riconobbe che la violenza era un fatto grave, ma disse che un fratello può commettere un fatto grave e comunque avere delle responsabilità dentro l'ordine. Gli abusatori sono coperti dalle gerarchie ecclesiastiche. Il mio fa ancora il prete in Québec».
Come si risolve il problema?
«Dando spazio alle donne nella Chiesa. Parlo di tutte le decisioni rilevanti, anche a livello locale».
Papa Francesco lo farà?
«Le sembro la persona giusta per capire cosa c'è nella mente di un uomo?».
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Al vertice voluto da Bergoglio per combattere pedofilia e aggressioni sessuali del clero si affronterà anche il tema delle suore che hanno subito violenze da parte di «colleghi». Ecco dove è più diffusa questa piaga. Il volume choc sui preti gay inguaia l'entourage del Papa. Con il suo metodo ambiguo, l'autore di Sodoma cita fonti vicine al Pontefice secondo cui «Viganò aveva riferito a Francesco di McCarrick». Come scrisse l'ex nunzio. «Mi fidavo e lui ne ha approfittato. Ma il mio stupratore è stato coperto». Abusata da un prete quando era Carmelitana, la religiosa ucraina Claire Maximova ha raccontato la vicenda in un libro: La tirannia del silenzio. Lo speciale comprende tre articoli. «Ero appena diventata suora. Un giorno il sacerdote si avvicinò a me, mi toccò il seno e iniziò a baciarmi sul viso arrivando fino alle labbra mentre mi palpeggiava. Mi fece schifo. Raccontai tutto alla Madre superiora ma disse che ero una bugiarda, mi ordinò di andarmi a confessare. Da lui». Poco importa chi sia a parlare. È una suora come tante che vengono abusate. Davanti a lei c'è un prete, vinto da appetiti che lo definiscono predatore sessuale. Da quanto va avanti questa storia? La Chiesa di Jorge Mario Bergoglio scricchiola sotto il peso degli scandali. Smascherata la pedofilia, ecco l'onda anomala delle suore molestate. È un momento di svolta: le organizzazioni delle religiose stanno facendo sentire la loro voce da tutto il mondo, invitano le consorelle a raccontare. L'ultima risale a venerdì: un'Orsolina polacca, Jolanta Olech. Non una suora qualsiasi, ma la più autorevole e rispettata del suo Paese, segretario generale della Conferenza delle Madri superiore, che ha detto: «Gli abusi sessuali dei preti sulle suore sono da lungo tempo un problema in Polonia. Il tema c'è ed è molto doloroso». Per affrontare anche questo dramma, il Papa ha organizzato dal 21 al 24 febbraio, a Roma, un summit senza precedenti sugli abusi nella Chiesa. Ci saranno i presidenti delle conferenze episcopali nel mondo più altre personalità esterne. Sarà una conferenza di rottura? Secondo molti, sì. Già le parole con cui il Pontefice vi si approccia autorizzano a pensarlo. Rientrando dal viaggio negli Emirati Arabi due settimane fa ha ammesso gli abusi sulle suore definendo «schiavitù sessuale» quella a cui, in alcuni casi, hanno dovuto sottostare (lo hanno poi corretto - voleva dire «manipolazione», ma tant'è). «Sentirlo pronunciare quel termine è stato scioccante» commenta alla Verità suor AnnMarie Sanders, direttore delle Comunicazioni di Lcwr, l'organizzazione che dà voce all'80 per cento delle 45.000 suore degli Stati Uniti. «Succedono quelle cose? Noi non ne sapevamo niente. Forse si riferisce all'Africa, o ad alcuni Paesi asiatici». Ma il Vaticano incontra regolarmente le rappresentanti delle suore di tutto il mondo. «Non so se le istanze degli abusi gli siano state presentate, anche se posso immaginare di sì. L'importante è che abbia riconosciuto il problema. Con Francesco la speranza in un cambiamento adesso è ai massimi». Quale cambiamento? «Nelle strutture di potere della Chiesa: non può essere gestita solo da preti, vescovi o cardinali. Serve una presenza diversa a tutti i livelli. Con le donne ci sarebbe un bilanciamento di poteri». Sarebbe una rivoluzione. «Sì, lo sarebbe, anche se il summit forse produrrà soltanto i primi passi» conclude la religiosa. Intanto rimangono le storie di abusi su giovani suore in tutto il mondo. Violenze isolate, eppure connesse tra loro. ARGENTINA Anche se papa Francesco ha detto che gli abusi sono capitati soprattutto «in alcune nuove congregazioni e alcune regioni del mondo», proprio nel suo Paese sono accaduti vari casi di molestie. Il più clamoroso forse è quello del padre Agustín Rosa Torino, dell'Instituto Discípulos de Jesús, a Salta. A lungo in prigione, poi ai domiciliari, non è stato espulso dalla Chiesa. A denunciarlo l'ex suora Valeria Zarsa, che ha fatto trapelare alcuni dettagli: «Mi si strusciava sempre addosso appoggiando il suo membro su di me. Io protestavo ma mi convinceva che erano paranoie mie. Con lui avevo un rapporto padre-figlia e c'era un costante lavaggio del cervello…». Zarsa oggi rifiuta la religione. «Sono atea. Se ci fosse stato Dio, perché non ha avuto misericordia?». CILE In maggio la Chiesa ha chiesto ufficialmente perdono a Consuelo Gomez, suora molestata e abusata sessualmente da un'altra suora, per tutto il male che le è stato inflitto e per non avere dato seguito alle denunce. In dicembre, gli abusi perpetrati all'interno dell'ordine delle Sorelle del Buon Samaritano di Molina hanno obbligato il Vaticano a inviare una missione per investigare su 158 sacerdoti. Suor Eliana Macías ha raccontato di uno di loro: «La prima volta che mi ha visto mi ha domandato se ero nuova e come mi chiamavo. Si mise a fissarmi e poi mi disse: “Questi seni sono molto bassi", li prese tra le mani e me li tirò su. Mi afferrò i seni e li portò in alto. Una sera lo trovai sul mio letto, mi sollevò il vestito…». Un'altra, Celia Saldivia, ricorda: «Sorpresi il sacerdote che guardava di nascosto i corpi nudi delle mie consorelle. Appena trovai il coraggio gli chiesi perché, e lui: “Non ho mai visto una donna nuda e voglio vederla. Perché, c'è qualche problema?"». A Yolanda Tondreaux sono capitati i baci e i palpeggiamenti citati all'inizio dell'articolo. Ha anche raccontato che 23 samaritane sono state allontanate dalla comunità per aver comunicato gli abusi subiti. INDIA Un caso scomodo. Il presunto predatore si chiama Franco Mulakkal: ex vescovo di Jalandhar (Kerala), arrestato con l'accusa di aver stuprato per 13 volte una suora Missionaria di Gesù (lui nega, ora è libero su cauzione). Cinque suore, testimoni delle molestie, hanno iniziato a protestare davanti all'Alta corte del Kerala domandando giustizia. Morale: la Madre superiora, suor Regina Kadamthottu, ne ha chiesto il trasferimento in 5 diverse diocesi. Le suore si sono opposte e il trasferimento è stato sospeso. Sabato si è passati alle intimidazioni: suor Lucy Kalapura, ha ricevuto una seconda lettera dalla Congregazione delle Clarisse che la minaccia di espulsione. La prima? Ne denunciava la vita dissipata: ha pubblicato poesie, ha comprato un'auto e ha protestato. Il Vaticano ha temporaneamente sospeso Mulakkal. FRANCIA Poche settimane fa una suora ha denunciato di essere stata aggredita sessualmente dalla superiora domenicana in un internato di Tolosa, da adolescente. Suor Anna, la molestatrice, convinceva la giovane di essere l'incarnazione del «male» e che doveva farle una sorta di esorcismo che prevedeva carezze e baci proibiti. Un'esperienza che l'ha distrutta. L'arcivescovo ha avviato un'indagine dicendo che probabilmente ci sono altri casi. Probabilmente. ITALIA Un frate cappuccino siciliano, Padre Giovanni Salonia, terapeuta e psicologo che papa Francesco voleva vescovo ausiliare di Palermo, avrebbe violentato una suora durante una seduta di psicoterapia. In settembre la procura di Roma ha aperto un fascicolo dopo la denuncia della religiosa. Ma dal tribunale per ora non trapelano notizie. A fine gennaio c'è stata anche la denuncia dell'ex suora tedesca Doris Wagner-Reisinger, che accusa l'austriaco Hermann Geissler, Capo ufficio della Congregazione per la dottrina della fede, di averla abusata nel corso di una confessione il 27 novembre 2009, a Roma, il giorno di un evento che dava voce alle donne sopravvissute agli abusi sessuali del clero. Intervistata dal National catholic reporter ha ricordato di aver riferito la condotta del prelato alla Congregazione nel 2014 con l'aiuto di un avvocato canonico. «La risposta? Padre Geissler ha ammesso, ha chiesto scusa, è stato ammonito. E questo è tutto». Aggiornamento: Geissler si è dimesso il 29 gennaio, e si dichiara innocente. SPAGNA La suora cilena Consuelo Gómez, fu trasferita in Spagna e abusata molteplici volte dalla superiora. «Quando entravo in bagno lei arrivava chiudendosi dietro la porta a chiave, poi mi palpeggiava, mi forzava fisicamente e psicologicamente a fare cose che non volevo» spiega. Denunciò l'accaduto al nunzio apostolico senza ricevere risposta. «Tutti sapevano però mi fecero tacere e sentire colpevole». Tornò in Cile e fu sottoposta a trattamenti psichiatrici per una grave depressione e disturbi da stress post-traumatico, come i reduci di guerra. I suoi racconti sono su Youtube. AFRICA Il «grande malato» tra i continenti non fa eccezione per la religione. Gli abusi sulle suore sembrerebbero fuori controllo. «Quelli perpetrati da membri del clero, anche di alto rango, esistono specialmente in Congo e in Kenya» ha scritto il giornale cattolico francese La Croix, che cita due informative degli anni Novanta: si parlava di abusi massicci, incluso obbligare le suore ad assumere contraccettivi e praticare aborti, nel caso. Una madre superiora protestò con il suo arcivescovo perché 29 suore erano incinte: fu destituita. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/laltra-faccia-del-dramma-degli-abusi-tra-le-vittime-anche-tante-religiose-2629228556.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-volume-choc-sui-preti-gay-inguaia-lentourage-del-papa" data-post-id="2629228556" data-published-at="1768414086" data-use-pagination="False"> Il volume choc sui preti gay inguaia l’entourage del Papa Sodoma, il libro di Frédéric Martel, è in gran parte costruito sulla base di testimonianze anonime, soffiate, delazioni, fonti non svelate, tutte concorrenti a dimostrare una tesi: che le gerarchie cattoliche «conservatrici», tradizionaliste e violentemente omofobe, sono in realtà nascostamente dedite a comportamenti omosessuali. Insomma, che la Chiesa è piena di gay repressi. Alcuni dei quali (quelli morti, che non posso smentire) addirittura ricattabili e ricattati: come uno dei cardinali dei dubia, Carlo Caffarra, scomparso nel 2017, il quale avrebbe ridotto «il suo ardore omofobo» dopo essere stato minacciato di rivelazioni scottanti sulla sua presunta «doppia vita». Ma in mezzo a questo mare magnum di allusioni ce n'è una che fa scattare un campanello d'allarme anche a chi considera quella di Martel, per usare un eufemismo, un'operazione ideologica. Si parla dell'ex nunzio apostolico a Washington, monsignor Carlo Maria Viganò, autore del celeberrimo memoriale pubblicato quest'estate dalla Verità. Nel dossier, Viganò riferiva che, in un incontro con Jorge Mario Bergoglio, il Pontefice era stato da lui informato dei poderosi faldoni nei quali venivano descritte le sregolatezze sessuali di Theodore Edgar McCarrick, cardinale e arcivescovo emerito della capitale statunitense. Secondo Viganò, tuttavia, il Papa, pur apparendo niente affatto meravigliato della notizia, come se ne fosse già a conoscenza, non mosse un dito contro il porporato americano. In Sodoma, a un certo punto, si legge: «Il suo entourage (di papa Francesco, ndr) mi dice che Francesco “era stato inizialmente informato da Viganò che il cardinale McCarrick aveva relazioni omosessuali con seminaristi maggiorenni, il che non era sufficiente secondo lui per condannarlo". Nel 2018, quando ha appurato che oltre a rapporti omosessuali c'erano anche abusi su minori, “ha immediatamente sanzionato il cardinale"». Quindi, persino il volume pensato per screditare i malvagi cattolici conservatori è costretto ad accreditare la veridicità della versione di Viganò. Anche se, incomprensibilmente, la usa «a discolpa» di Bergoglio e contro Benedetto XVI, reo, secondo Martel, di non aver preso provvedimenti contro McCarrick, o di non aver vigilato sulla loro effettiva applicazione. Ma più che di una pistola fumante contro i «conservatori», quel passaggio di Sodoma, come ha scritto il vaticanista Marco Tosatti, ha l'effetto di un «fuoco amico» contro Francesco. Primo, perché confermerebbe che lui sapeva di McCarrick, ma non ha reagito. Secondo, perché sostiene che Bergoglio abbia preso contromisure una volta appurato degli abusi minori, il che è vero solo parzialmente, nel senso che il Vaticano si è mosso solamente dopo le inchieste del New York Times sulle malefatte dell'ex arcivescovo di Washington. E terzo, perché rende evidente che nella Chiesa non ci sarebbe soltanto il problema del «clericalismo», cioè lo strapotere di certe gerarchie e il senso di impunità che ne deriva, ma anche un nodo non del tutto sciolto con la gestione dell'omosessualità. A questo punto, sarebbe interessante altresì capire chi è veramente la fonte di Martel, che cita, come abbiamo visto, l'«entourage» del Papa. Come spiegato da Lorenzo Bertocchi su queste colonne, il metodo del giornalista è piuttosto discutibile: molti virgolettati sono anonimi, e molti fatti non smentibili, perché riguardano persone defunte. Nel testo viene però citato padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Un gesuita che Martel celebra come «giovane, dinamico, affascinante» e con il quale rivela di aver condiviso «sei interviste e pasti», nonché una cena a Parigi. Da Spadaro non sono arrivate finora conferme né smentite. Solamente un tweet, anzi, un retweet. Il gesuita ha rilanciato un cinguettio di Matteo Matzuzzi, vaticanista del Foglio, che liquidava Sodoma come un libro «tra il ripugnante e il vomitevole». Spadaro, che parrebbe dunque condividere la recensione di Matzuzzi, non ha però ufficialmente preso le distanze dal libro, né ha negato di essere l'uomo dell'«entourage del Papa». Un chiarimento, invece, potrebbe essere utile sotto molti aspetti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/laltra-faccia-del-dramma-degli-abusi-tra-le-vittime-anche-tante-religiose-2629228556.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mi-fidavo-e-lui-ne-ha-approfittato-ma-il-mio-stupratore-e-stato-coperto" data-post-id="2629228556" data-published-at="1768414086" data-use-pagination="False"> «Mi fidavo e lui ne ha approfittato. Ma il mio stupratore è stato coperto» Cresciuta in Ukraina da famiglia atea, prende i voti a 24 anni e diventa suora carmelitana. Ma ciò che trova è ben lontano da quanto sperava: la violenza, l'emarginazione. Ha raccontato la sua esperienza in un libro uscito da pochi giorni in Francia, La tyrannie du silence (ChercheMidi). Come incontrò il suo violentatore? «Quando ero nelle Carmelitane, in Francia, un prete venne a tenere una conferenza e mi piacque quello che diceva. Diventò il mio fratello spirituale. Mi affidai a lui. Niente di affettivo o sentimentale, solo spirituale. Ci vedevamo poco, ci scrivevamo». Poi che accadde? «Le Carmelitane erano troppo diverse da come le immaginavo. Ero di gran lunga la più giovane e tutto il lavoro fisico ricadeva su di me. I rapporti erano difficili. Più venivo emarginata più cercavo supporto spirituale sul mio “fratello". Lasciai il convento e trovai una casa e un lavoro lì vicino, pur rimanendo suora. Lui chiese di venirmi a trovare, per me era un onore. Una volta a casa prese ad abbracciarmi e baciarmi anche se gli dicevo di no. Poi mi ha violentata. Avevo 30 anni ma non avevo mai avuto esperienze. Ero incapace di difendermi. È successo per molto tempo. Ero in uno stato di “dissociazione", non avevo la forza mentale di denunciare, di fermarlo. Glielo dicevo ma non bastava. Non avevo abbastanza forza, non abbastanza rabbia. Mi fidavo e sono stata soggiogata. Tornava a trovarmi e ogni volta giurava che era l'ultima». Per quanto tempo ci sono stati rapporti sessuali? «Non erano rapporti sessuali. Era stupro. Veniva a trovarmi due volte al mese. Continuava a essere la mia guida spirituale. Però a volte si trasformava». Come ne è uscita? «È stato inviato in Canada, non per punizione ma come parte del suo percorso. Da là mi inviava lettere infuocate». Alla fine ne ha parlato? «Sì. Il suo superiore non era affatto choccato. Riconobbe che la violenza era un fatto grave, ma disse che un fratello può commettere un fatto grave e comunque avere delle responsabilità dentro l'ordine. Gli abusatori sono coperti dalle gerarchie ecclesiastiche. Il mio fa ancora il prete in Québec». Come si risolve il problema? «Dando spazio alle donne nella Chiesa. Parlo di tutte le decisioni rilevanti, anche a livello locale». Papa Francesco lo farà? «Le sembro la persona giusta per capire cosa c'è nella mente di un uomo?».
Alessandro Giuli (Ansa)
Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, batte un colpo. «Anzi», dice alla Verità, «sparo un colpo di cannone, se non trovo ostacoli che mi bagnano le polveri. Userò la legge delega per bonificare il sistema perverso che ho ereditato», annuncia. Speriamo sia la volta buona. Perché ci è voluta la notizia del finanziamento con il tax credit di quasi 800.000 euro (su 2,4 milioni di budget) del ministero di via del Collegio romano alla pessima docuserie su Fabrizio Corona visibile su Netflix per svelare che, nonostante le promesse dopo l’inchiesta di Davide Perego su questo giornale, in realtà le cose continuavano tranquillamente come prima. La prova sta nella data - 23 dicembre 2025 - del decreto di approvazione dei finanziamenti ai cinque episodi di Io sono notizia diretti da Massimo Cappello per la casa di produzione Bloom media house.
Insieme al documentario di Netflix, numerose altre serie tv per Sky e Paramount+ (Call my agent, Gomorra - Le origini, Vita da Carlo fra le altre) e opere cinematografiche (da Parthenope a Buen camino) hanno ottenuto il sostegno del credito d’imposta grazie al provvedimento firmato dal nuovo direttore generale del dipartimento Cinema e audiovisivo, Giorgio Carlo Brugnoni, subentrato a Nicola Borrelli, dimessosi nel luglio scorso in seguito alla scoperta degli 863.595 euro percepiti, attraverso Coevolution srl, da Francis Kaufmann, il finto regista ora in carcere con l’accusa di omicidio della compagna Anastasia Trofimova e della figlia Andromeda nel parco di Villa Pamphili a Roma. Stavolta non ci saranno dimissioni perché, anche se ancora non sembra, il processo di revisione del sistema di finanziamenti a film, documentari e serie tv è stato avviato. Dal punto di vista strettamente tecnico, osserva un funzionario, il tax credit alla serie sull’ex re dei paparazzi non era rifiutabile con il sistema in vigore. Che, infatti, con il limite della pazienza, si aspetta venga cambiato.
Sciogliere le incrostazioni di decenni di ministri di sinistra organici agli autori d’area richiede un certo lasso di tempo. Ma c’è da augurarsi che «il caso Corona-Netflix» imprima un’accelerazione al processo. Un segnale in questa direzione sembra venire dalle audizioni di ieri in commissione Cultura della Camera che hanno confermato, come annunciato dal presidente Federico Mollicone, la validità dell’impianto normativo della legge delega in vista di «un rafforzamento industriale del comparto». In particolare, è stata definita l’adozione di strumenti per «una gestione più efficiente della tesoreria del Fondo attraverso intermediari bancari vigilati» e per «il rafforzamento delle competenze tecniche del ministero, insieme al potenziamento dei controlli sul credito d’imposta, anche attraverso figure come il tax credit manager».
Ci si augura che queste misure siano sufficienti per «bonificare il sistema perverso ereditato», secondo le parole del ministro. Perché i meccanismi di finanziamento conservano una farraginosità nella quale si allargano le zone grigie. Per fare un esempio, le opere che sbancando il botteghino, tipo Buen camino, fresco campione d’incassi del cinema italiano, dimostrano di non aver bisogno del tax credit, potrebbero essere oggetto di un ricalcolo. Cosicché, a fine corsa, il ministero potrebbe chiedere la restituzione dei quasi otto milioni assegnati al film del duo Zalone-Nunziante, magari per girarli a produzioni più povere. Al contrario, all’interno di una valutazione culturale più che di cassa, potrebbero avere una loro motivazione i due milioni di tax credit, su quattro di budget, a un film non riuscitissimo come Albatross, di Giulio Base, sulla storia di Almerigo Grilz. Certe opere che colmano un vuoto devono essere più pesate che calcolate. Perché queste valutazioni trovino spazio è auspicabile una riduzione degli automatismi consentiti dal meccanismo teoricamente asettico del tax credit per far spazio al lavoro di più commissioni dove decidere anche a maggioranza l’assegnazione dei finanziamenti. Insomma, i margini di intervento ci sono.
Ma forse, più che dal grande e meritato successo di Buen camino, il vero cambio di egemonia dipende dalla rimozione delle troppe incrostazioni sedimentate nei livelli amministrativi di certi ministeri. Quelle che, per esempio, nel 2023 hanno consentito di elargire 6.518.715 euro di tax credit (su 26.439.067 di budget) alla serie Supersex su Rocco Siffredi, prodotta da The Apartment e Groenlandia sempre per Netflix. Pochi giorni dopo il rilascio sulla piattaforma, il sottosegretario del ministero della Cultura, Gianmarco Mazzi, stigmatizzò pubblicamente il fatto, auspicando un radicale cambio di rotta nella gestione dei fondi. Peraltro, detto senza moralismi, in quel caso, ritraendo la vita di un pornoattore di successo, non si prefigurava l’incitamento all’uso della pornografia, possibile causa di negazione del finanziamento?
Comunque sia, era il 14 marzo 2024 quando Mazzi manifestava il suo disappunto. Da Rocco Siffredi a Fabrizio Corona sono trascorsi un anno e dieci mesi. Ma il problema sussiste.
Zerocalcare disegna «Due spicci» ma prende 3 milioni
The Iris Affair - Missione ad alto rischio è «una miniserie televisiva anglo-italiana ideata da Neil Cross e diretta da Terry McDonough e Sarah O’Gorman», recita Wikipedia. Prodotta da Sky Studios e Fremantle, è stata girata in Italia, dalla Sardegna a Campo Imperatore sul Gran Sasso. Visibile da metà ottobre 2025 sul canale Sky Atlantic, le otto puntate sono le vincitrici della speciale classifica delle produzioni più generosamente finanziate dal ministero della Cultura attraverso il tax credit nel corso del 2025: ben 14,2 milioni di sovvenzioni sono stati garantiti al prodotto. Mica pochi. Secondo posto del podio per la serie italo-francese di Luxvide, Sandokan, ideata da Luca Bernabei e interpretata da Can Yaman e Alessandro Preziosi: qui ci ferma poco sopra gli otto milioni di euro di sussidi, 8,1 per l’esattezza. Medaglia di bronzo per Motor valley, sei episodi visibili su Netflix a partire dal 10 febbraio 2026, ideati da Francesca Manieri, Gianluca Bernardini e Matteo Rovere e con protagonisti Luca Argentero e Giulia Michelini. Qui il tax credit ha garantito ai produttori 7,6 milioni di vantaggi fiscali. Le produzioni in cima alla lunga classifica ufficiale del ministero della Cultura fanno, da sole, quasi 30 milioni di euro di sovvenzioni elargite a colossi della streaming, del satellite o a televisioni già sovvenzionate con il canone. Ce n’era bisogno? Piattaforme e canali che chiedono abbonamenti sempre più onerosi per godere dei loro servizi devono essere davvero finanziate in maniera così generosa? In parole povere: non possono camminare con le proprie gambe? The Beauty è una serie thriller internazionale FX creata da Ryan Murphy. in arrivo su Disney+. La stagione, composta da 11 puntate, ha ricevuto 6,1 milioni di tax credit. Sono 5,6, invece, i milioni assicurati alla produzione della quinta stagione di Emily in Paris, con Lily Collins (solo 1,6, invece, quelli assicurati alla quarta stagione). Questi sono quelli richiesti dalla 360 Degrees Film srl, una delle società produttrici. L’altra, la Zeuca Film, ha fatto analogamente richiesta di tax credit, ottenendo l’ok per 2,3 milioni. A quanto risulta dai dati ministeriali, dunque, la serie (bollata così da The New Yorker: «La serie è così povera di trama e di cose che succedono che si può direttamente tenere in sottofondo mentre facciamo qualche altra cosa») ha avuto 7,9 milioni di sgravi. Altri maxi importi sono stati garantiti a Il paradiso delle signore (settima stagione, 5,4 milioni), Regina del Sud (sempre di Luxvide, 5,3), La scuola di Ivan Silvestrini (prodotta da Picomedia, visibile su Netflix, 4,9 milioni). Nord Sud Ovest Est, la serie sulla genesi del gruppo 883 di Sky, ha beneficiato di 4,7 milioni. Gomorra - Le origini, prequel della serie tratta dal libro di Roberto Saviano, si è assicurata 4,5 milioni di euro. Altri 4 milioni sono finiti a Luxvide per la terza stagione di Blanca, 3,3 sono stati assicurati a Il falsario di Netflix, con Pietro Castellitto. Alessandro Gassmann, uno degli attori più presenti nella classifica dei film-flop sovvenzionati dagli italiani sui cui La Verità aveva rendicontato in estate, è il protagonista della serie Rai Un professore 3 che si è assicurata 3,3 milioni di tax. Gassmann ha diretto anche il film per la televisione Questi fantasmi: un milione di aiuti anche qui. ZeroZeroZero è una miniserie televisiva italo-franco-statunitense creata da Stefano Sollima. I primi otto episodi, prodotti per Sky Atlantic, Canal+ e Prime Video, erano stati trasmessi nel 2020: cinque anni dopo, un milioncino di tax credit non si nega. Alla quinta e la sesta stagione di Mare fuori sono arrivati complessivamente 6,5 milioni, a Call my agenti Italia (terza stagione), visibile su Sky, 3,2. Uno sbirro in Appennino è la nuova fiction di Rai 1 con protagonista Claudio Bisio: uscirà nel corso dell’anno, 3,1 i milioni di tax credit assicurati dal Mic. Sempre su Netflix arriverà, nel corso dell’anno, pure la serie Due spicci: di nome, ma non di fatto visto che gli episodi della serie animata di Zerocalcare (Michele Rech) e con Valerio Mastrandrea nel ruolo dell’Armadillo ha avuto un bonus ministeriale di 3 milioni. E che dire, infine, della serie Fbi International? La quarta stagione, agevolata per 1,5 milioni, è stata anche l’ultima visto che la serie è stata cancellata a causa del calo degli ascolti.
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Ecco #DimmiLaVerità del 14 gennaio 2026. Il presidente della Commissione Sanità del Senato Francesco Zaffini: finalmente anche l'Oms non parla più di Covid.
La manifestazione a sostegno delle proteste antigovernative in Iran a Milano (Getty Images). Nel riquadro a sinistra Aysan Ahmadi, in quello a destra Hana Namdari.
Le testimonianze di Aysan Ahmadi e Hana Namdari raccontano una protesta diffusa contro il regime degli ayatollah, tra repressione, blackout informativi e migliaia di vittime. Dalla diaspora l’appoggio a Reza Pahlavi, indicato come figura di riferimento per il futuro dell’Iran, e l’appello a un intervento internazionale.
Mentre in Iran le proteste contro il regime degli ayatollah non accennano a fermarsi e in migliaia restano nelle strade e nelle piazze nel tentativo di abbattere la Repubblica Islamica, la diaspora rimane molto attiva e organizza manifestazioni in tutto il mondo. Anche in Italia, sia a Roma che a Milano, gli iraniani hanno manifestato contro gli ayatollah e soprattutto in appoggio a fratelli, sorelle, figli e amici che rischiano la vita nel loro Paese.
Aysan Ahmadi è un’attivista che vive nel nostro Paese e una donna decisa. «Siamo in piazza per cacciare dall’Iran Ali Khamenei, le situazione è molto peggiore di quello che si dice perché con il blocco di internet arriva soltanto l’1% dei crimini del regime. Le nostre fonti parlano di almeno 12000 morti, senza contare il numero degli arrestati che potrebbe essere doppio o triplo. Dopo l’appello del Principe Reza Pahlavi sono scesi tutti in strada a protestare, perché lui è una figura cha da fiducia per il futuro dell’Iran. Quando ci saremo liberati sarà necessario un referendum per decidere se vogliamo la monarchia o la repubblica, ma adesso l’importante è cacciare il regime». Le proteste sono dilagate in tutto il paese mediorientale e sono iniziate per la difficile situazione economica. «L’economia in difficoltà è stata soltanto la scusa per far partire la rivolta verso questo governo che uccide la nostra gente. Da Teheran, la mia città natale, mi dicono che ci sono miliziani che parlano arabo e che sparano sui manifestanti. Tutta la nazione è in rivolta anche i centri più tradizionalisti come Mashad o Qom e non è vero che il movimento non ha un leader: il suo nome è Reza Pahlavi e gli slogan scanditi per strada sono Lunga Vita allo Shah e Questa è l’ultima battaglia e Pahlavi tornerà!” La polizia sta inviando messaggi alle famiglie perché convincano i figli a restare a casa ed anche agli iraniani all’estero arrivano messaggi simili. «Ai padri e alle madri scrivono che se i figli non restano a casa verranno uccisi, mentre a noi ha scritto l’ambasciata per convincerci a calmare i parenti. L’Australia ha già espulso l’ambasciatore dell’Iran e adesso mi aspetto che l’Europa faccia lo stesso. Oltre il 90% della popolazione è in rivolta e le foto della contro manifestazioni del regime sono fatte con l’intelligenza artificiale e si vede benissimo che sono dei falsi».
Aysan Ahmadi ha le idee molto chiare per il futuro della sua patria. «Qualche politico coinvolto con gli ayatollah proverà a riciclarsi come riformista, ma non vogliamo avere niente a che fare con loro. Nemmeno i Mujahedin-e Khalq sono affidabili, sono come la Repubblica Islamica, fingono di essere oppositori e sono stati una delle causa del crollo della monarchia dello Shah. Io sono favorevole all’intervento militare degli Stati Uniti perché il nostro popolo è disarmato e non ha modo di difendersi». Hana Namdari è una giornalista ed oppositrice del regime che non può rientrare nel suo paese. «Il dissenso nel mio paese va avanti da 40 anni, il popolo iraniano si è sollevato più volte contro il regime, questa volta, il messaggio è chiaro: la popolazione chiede una trasformazione radicale. Non è vero che i movimenti del passato sono scomparsi, hanno continuato ad esistere, anche se il mondo ha chiuso gli occhi e le orecchie di fronte alla voce del popolo iraniano. Se la comunità internazionale avesse sostenuto il popolo iraniano, forse non saremmo giunti a una situazione così drammatica. Tutti i movimenti hanno sempre avuto delle figure di riferimento, anche se il regime ha cercato, con grande crudeltà e strategie mirate, di dividere la popolazione lungo linee etniche, religiose e politiche. Questa volta, ciò che distingue questo movimento è proprio la chiarezza dell’obiettivo: il cambiamento radicale del paese. Molti cittadini invocano il ritorno del principe Reza Pahlavi, figlio dello Shah, auspicando una nuova era. In questo senso, possiamo dire che oggi il popolo ha un leader riconosciuto». Anche Hana Namdari vede nel figlio dell’ultimo Shah una figura chiave per il nuovo Iran. «Oggi si fa la storia in Iran, ma non sappiamo nemmeno il numero delle vittime, fonti attendibili parlano di un range tra i 20.000 e i 25.000, ma non avremo mai dati certi. Ogni singola vita merita rispetto e giustizia e ogni perdita è un richiamo alla nostra coscienza».
Per quanto riguarda l’intervento diretto degli Stati Uniti Hana Namdari ribadisce che il popolo iraniano non va più lasciato da solo a combattere. «In molti citano l’esempio dell’Afganistan o dell’Iraq, ma a Teheran la situazione è diversa. Queste decisioni richiedono tempo e riflessione, ma la storia ci insegna che se il popolo iraniano viene lasciato solo, il regime può resistere e quindi un intervento delle autorità internazionali può essere determinante. Se gli Stati Uniti e Israele avessero continuato a indebolire il regime, forse avremmo già visto la sua caduta. Purtroppo, oggi la popolazione iraniana è ostaggio degli ayatollah e quindi l’intervento esterno potrebbe rivelarsi necessario». Nemmeno la Namdari vede positivamente il coinvolgimento dei Mujahedin-e Khalq. «Come donna iraniana vedo che la loro leader Maryam Rajavi porta il velo e si presenta in modo tradizionale. Questo contrasta con il movimento Donna, Vita, Libertà, che ha visto le donne iraniane rimuovere il velo come atto di disobbedienza civile. Mi chiedo come i Mujahedin-e Khalq possano effettivamente rappresentare il popolo iraniano e non credo che abbiano un posto nel cuore del popolo iraniano. Ripeto che l’unica figura di riferimento rimane il principe Reza Pahlavi, perché vediamo in lui un simbolo della continuità della vera identità iraniana, che per secoli è stata messa in discussione dall’arrivo dell’Islam e dall’invasione araba. Oggi molti invocano il suo ritorno, vedendolo come il simbolo di un’identità persiana perduta. Questo ci fa pensare che, così come abbiamo vissuto un rinascimento culturale tra il 1925 e il 1979, anche oggi, con la guida di una figura come il principe Reza Pahlavi, potremmo essere vicini a un nuovo rinascimento iraniano persiano».
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