2024-10-12
L’ad degli Agnelli ci prende per i fondelli
L’ad di Stellantis pretende che il governo paghi i costi di energia e svolta elettrica: «I sussidi non sono per noi ma per i cittadini».L’apice di un intervento che ha toccato punte di surrealismo, il manager portoghese Carlos Tavares l’ha raggiunto quando ha cercato di far passare il concetto che l’ennesima richiesta di sussidi e incentivi al governo non fosse motivata dalle mancanze di Stellantis, ma dalla necessità di aiutare gli italiani ad acquistare le auto della stessa Stellantis. Ci voleva una faccia tosta non indifferente per presentarsi davanti ai parlamentari italiani, che ieri l’hanno incalzato con una fitta serie di domande e accuse bipartisan, e provare a rigirare la frittata in modo così spudorato. Ma deve essere una delle qualità per le quali l’azienda gli ha riconosciuto uno stipendio da 36 milioni di euro all’anno. Altrimenti non si spiega.Così come non si spiega l’impudenza del manager che ha dedicato la prima parte del suo intervento davanti alle commissioni Attività produttive della Camera e Industria del Senato (poi sono arrivate le domande dei parlamentari) per chiedere altri aiuti all’esecutivo e incolpare il Paese per il costo eccessivo dell’energia («è praticamente doppio rispetto a quello della Spagna»). «Non si può ignorare il tema del costo», ha evidenziato Tavares, «che nel caso dell’elettrico comporta un 40% in più, dovuto alle tecnologie. Aumento che poi si va a scontrare con l’impossibilità di incrementare i prezzi nel momento in cui i clienti non sono disposti a pagare di più dell’endotermico. Tutto quindi dipende dalla produttività e dalla velocità con cui assorbiremo questo 40% di costi aggiuntivi con i nostri partner». Il problema è che per il manager portoghese l’extracosto dovrebbe accollarselo lo Stato. Per il bene dei cittadini si intende. Neanche uno straccio di autocritica per essere stato l’artefice della strategia del full electric che sta portando l’azienda a schiantarsi e neanche l’ombra di un ripensamento rispetto alla volontà (unico manager dell’automotive) di proseguire tetragono nel solco degli impegni green presi con l’Europa. Niente. «Anziché litigare sulle regolamentazioni», ha continuato, «dobbiamo concentrarci sul lavorare insieme per raggiungere gli obiettivi che ci siamo posti nel modo migliore possibile [...] è fondamentale gestire gli attriti in modo efficace, evitando discussioni inutili e promuovendo la collaborazione tra tutte le parti coinvolte». Tanto alla fine paga Pantalone. E così quando si è trattato di replicare davanti ai numeri che i parlamentari gli hanno messo davanti, Tavares se l’è cavata con la solita sequela di promesse fumose e di facciata che i fatti hanno sempre smentito. Nessuna risposta a chi gli chiedeva impegni scritti sul numero di auto da produrre in Italia (ne aveva promesse un milione e invece nel 2024 saremo sotto il mezzo milione con un calo del 30% e passa rispetto all’anno prima). Zero garanzie sull’occupazione e il mantenimento di un organico che negli ultimi tre anni si è ridotto di 12.000 unità e ha visto la cassa integrazione trasformarsi da ammortizzatore sociale utilizzato nei casi di stretta necessità in una sorta di normale strumento di organizzazione del lavoro. «Sugli impianti industriali», ha abbozzato il manager con le valigie in mano (entro fine 2025 verrà nominato il suo successore ndr), «c’è un piano preciso, così come per l’assegnazione dei veicoli, assicurata fino al 2030, se non fino al 2033 in alcuni casi». La verità è che a parte l’annuncio dell’anticipo della produzione del modello ibrido della Fiat 500 nello stabilimento di Mirafiori e le ulteriori rassicurazioni ai sindacati sull’avvio della Gigafactory di Termoli che a oggi sembra invece tramontata, di cose concrete ieri non ne sono emerse. Tavares è riuscito persino nel miracolo di far compattare l’opposizione che per una volta (Calenda, Schlein e Conte si sono contraddistinti per tre diversi interventi nei quali dicevano le stesse cose) si è schierata compatta contro l’amministratore delegato. Dimenticandosi, però, delle contraddizioni del passato. Degli attacchi dello stesso Carlo Calenda al Partito Democratico e ai Cinque Stelle per le reticenze e gli errori su Stellantis. Del Pd che per mesi e mesi non ha proferito parola (con la compiacenza della Cgil) contro gli Elkann. O di quando il leader M5s Giuseppe Conte da premier dava il via libera senza adombrare obiezioni alla fusione Fca-Peugeot (siamo nel 2021) pur essendo consapevole che il baricentro del gruppo si stava spostando in Francia. Ieri Conte l’ha ammesso candidamente rigirando però la frittata e chiedendo a John Elkann (presidente della multinazionale) di renderne conto. In quanto a facce toste è davvero una bella gara.
Giuseppe Caschetto (Ansa)