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2019-11-08
L’acciaio italiano ucciso da regole Ue e privatizzazioni
Ansa
Quella della chiusura di Taranto è l'ultima minaccia per l'industria italiana. Eppure è una storia ciclica quella dell'acciaio in Italia, con il sogno di diventare i più grandi produttori, con la capacità di essere i più bravi, con la condanna a veder a ogni giro di crisi le fabbriche finire in mano allo Stato. Succederà di nuovo con l'ex Ilva di Taranto? È questa forse l'unica strada per non chiudere quella che è ancora la più grande acciaieria d'Europa, quella con il ciclo integrato. Ma che diventa anche l'emblema della crisi dell'Italia, un Paese che ha visto negli ultimi 20 anni deperire la sua base produttiva, la sua industria per via della crisi, ma anche per aver eroso la base produttiva inseguendo l'Europa con una stagione di privatizzazioni che si sono rivelate svendite di Stato. E che oggi per paradosso i contribuenti sono chiamati a ripianare. Basterebbe pensare ad Alitalia, ad Autostrade o oggi drammaticamente a Taranto.
Se l'ex Ilva di Taranto chiuderà, i fattori di crisi andranno elencati uno per uno e anche le responsabilità. Ma se chiudesse la sconfitta industriale del Paese sarebbe totale. Anche perché tutto cominciò con un'intuizione. Senza acciaio non si costruisce un'economia industriale. Era uno degli slogan di Oscar Sinigaglia. È lui l'uomo di ferro dell'Italia che, uscita a pezzi dalla seconda guerra mondiale, si avvia a una trasformazione industriale che non avrà pari in Occidente. Il famoso piano Sinigaglia lancia l'Italia verso un nuovo sviluppo. Due erano gli stabilimenti importanti: Piombino - una storia che parte addirittura dagli etruschi! - e Bagnoli. Ma il capo della Finsider, che già negli anni Trenta aveva progettato l'Italia come la ferriera d'Europa, insiste perché Cornigliano diventi il polo di nuova espansione e nel progetto c'è già l'idea di andare al Sud per sfruttare i collegamenti marittimi. Servono quattro stabilimenti siderurgici riuniti nella Finsider, una costola dell'Iri rimessa in sesto, per sfruttare i soldi del piano Marshall, per dare all'Italia l'acciaio per costruire case, infrastrutture automobili.
In pochi anni l'Italia entra in competizione con la Germania. Oltre al polo pubblico ci sono le magnifiche dieci Falck, Ferriere Fiat, Dalmine, Terni, Breda, Siac, Cogne, Redaelli, La Magona, che portano la produzione italiana, la migliore del mondo per la qualità delle materie prime, a quasi 35 milioni di tonnellate. È nel 1965 che finalmente entra in scena Taranto: la più grande acciaieria d'Europa capace di assicurare all'Italia una posizione di primazia: si prevede che arrivi a fare da sola 11 milioni di tonnellate. Fino a metà degli ani Ottanta, quando c'è una grande crisi dell'acciaio.
Nel 1988 il sogno di Sinigaglia tramonta definitivamente. L'Italsider muore: il capo dell'Iri, Romano Prodi, ha in mente di liberarsi di alcuni pesi. Così fa a pezzi il polo siderurgico e dà via libera ai Riva che si comprano Cornigliano; Piombino viene venduta ai Lucchini e Bagnoli chiusa. Per la prima volta l'Europa si accorge che l'Italia produce tropo acciaio. Così il commissario europeo Karel Van Miert nel 1993 mette gli occhi addosso a Taranto e ordina: dovete ridurre di 3 milioni di tonnellate la produzione. Romano Prodi è tornato all'Iri e nel 1995 obbedisce all'Europa: cede l'impianto di Taranto di nuovo ai Riva per 1.649 miliardi (l'Ilva ha 1.500 miliardi di debiti) a fronte di un fatturato di 9.000 miliardi di lire e quasi 12.000 dipendenti. I Riva gestiranno al fabbrica fino al 2012, fino agli esiti giudiziari che aprono la nuova crisi. Ma perché Romano Prodi dopo aver messo in liquidazione l'Italsider e la Finsider aver fatto lo spezzatino della siderurgia di Stato ricreando l'Ilva cede la più grande fabbrica d'Europa a un prezzo stracciato? Lo ha raccontato qualche giorno fa a Lucia Annunziata: bisognava fare cassa a ogni costo per entrare nell'euro. Insomma, perché ce lo chiedeva l'Europa, così come due anni prima l'Europa aveva chiesto a Taranto di limitare la produzione. Perché l'Italia continuava a mantenere una produzione d'eccellenza. Con le fonderie private - soprattutto il polo bresciano - che continuano a produrre manufatti speciali, c'è sì l'agonia di Piombino, ma c'è Terni che dopo alterne vicende finisce ai tedeschi della Tyssen e diventa un gioiello assoluto di tecnologia. E poi c'è l'Ilva che a Taranto langue. Perché? Per due ragioni fondamentali. Nel 2012, quando scoppia la bomba ambientale su Taranto, l'Italia è ancora il secondo produttore europeo, con 27 milioni di tonnellate di acciaio e 20 milioni di tonnellate di rifusione di scarti ferrosi. Ma il mercato sta cambiando. È entrata in scena la globalizzazione. La Cina diventa il primo produttore mondiale, poi si affaccia il Vietnam e c'è l'India. Paesi emergenti che fanno un dumping spietato. Non hanno vincoli ambientali, pagano gli operai con stipendi da fame, fanno una produzione selvaggia. Ma l'Europa, che all'Italia ha chiesto di limitare la produzione, non fa nulla. Gli utilizzatori di acciaio vogliono materia prima a basso costo dunque perché imporre dazi etici? Ci pensa Donald Trump a scatenare la guerra dei dazi e stavolta per Taranto il colpo è durissimo. Il futuro? Forse Taranto ritornerà pubblica. È il ciclo dell'acciaio: pagheranno di nuovo i contribuenti. Non pagherà l'Europa, che però oggi appare un vaso di coccio tra i vasi d'acciaio, visto che la produzione mondiale è in crescita in Cina, in India, in Iran e negli Usa, mentre nel vecchio continente, al netto delle performance dell'Ucraina, è tutta in declino. Sta malissimo l'Italia, ma anche Germania e Francia non se la passano affatto bene. Si potrebbe scimmiottare l'Ultima minaccia e dire con Humphrey Bogart: è il mercato, bellezza e tu non puoi farci proprio niente!
Mittal nel 2019 ha speso 200 milioni. Bonifiche in linea con le promesse
L'acciaio non tira e Arcelor Mittal manda a casa più della metà dei suoi dipendenti. Ma mentre il titolo dell'azienda francoindiana cresce in Borsa, la maggioranza giallorossa come soluzione continua a proporre unicamente lo scudo penale benché il piano ambientale non sia «il» problema. Arcelor Mittal fino ad oggi, infatti, ha rispettato tutte le prescrizioni sul piano ambientale, come confermato dal ministro dell'Ambiente, Sergio Costa: «Tutti i controlli dimostrano che l'azienda sta rispettando il piano ambientale. Anzi, è in leggero anticipo rispetto ai tempi previsti».
Del resto già nell'audizione in commissione Attività produttive della Camera del 16 ottobre 2019 Arcelor Mittal fece il punto degli impegni assunti un anno prima, sottolineando di aver approvato un piano ambientale più ambizioso di sempre perché «vogliamo fare di Taranto la migliore azienda dal punto di vista ambientale», sottolinearono i vertici. Per il sito siderurgico ex Ilva di Taranto «sono stati investiti 200 milioni di euro per: chiudere e impermeabilizzare la discarica G2 per rifiuti non pericolosi, dragare i canali di scarico, terminare la prima fase di demolizione dell'altoforno Afo 3, effettuare 18 interventi finalizzati a rimuovere l'amianto, assegnare gli ordini per installare i filtri Meros», disse l'ex ad, Matthieu Jehl, alla commissione. Aggiungendo: «Sono andati avanti in maniera spedita i lavori per le coperture dei parchi delle materie prime. La copertura dei parchi minerali sarà completata a dicembre di quest'anno, quella del parco fossile a maggio 2020». «La copertura dei parchi è l'intervento più visibile, ma solo la punta di un iceberg. Lavoriamo, infatti, su più di 70 diversi progetti che toccano diversi aspetti ambientali». Per la precisione 76 progetti per un controvalore da 1,15 miliardi di euro è che hanno visto il completamento di ogni intervento nei tempi concordati.
Il manager non mancò di sottolineare che «l'ex Ilva di Taranto oggi è lo stabilimento più monitorato d'Europa, sulla qualità dell'aria ci sono dati presi direttamente sui camini. Ci sono ispezioni da parte di tutte le autorità. Che si verifichi che facciamo tutto in maniera corretta per me è molto importante, l'ambiente è una questione seria e il monitoraggio è importante. Sul piano ambientale ad oggi tutti gli impegni presi per il 2019 sono stati rispettati. Chi vuole può fare una visita dello stabilimento è gli facciamo vedere a che punto siamo su tutti gli interventi».
Mittal inoltre lamentò, rispetto ai competitor extraeuropei, il pagamento delle quote di CO2 che le industrie inquinanti in Europa devono pagare e inoltre, i costi energetici che l'azienda deve affrontare. «L'industria siderurgica europea è competitiva, noi lo siamo. Vogliamo esserlo. In Italia c'è ancora lavoro da fare, ma le regole del gioco non sono uguali per tutti e questo è un problema (ad esempio sul prezzo della CO2, dell'energia o sulla capacità di importare)», spiegò l'ex ad, poi sostituito dalla super manager Lucia Morselli. «Quando però dobbiamo competere con l'acciaio della Cina che non ha pagato la CO2 come noi o non ha gli stessi obblighi ambientali, ci confrontiamo con un giocatore che non ha le stesse regole».
Davanti alla commissione Jehl parlò anche dell'esimente penale: «L'immunità penale per i vertici dello stabilimento di Taranto è un tema sbagliato, non esiste. Tutti noi siamo responsabili di quello che facciamo. Le regole del gioco che fanno parte della trattativa dall'inizio, dal 2014, però non si possono cambiare a metà partita. Per il gestore attuale ma anche per tutti gli altri, come i commissari che ci hanno preceduto, serve una norma chiara ».
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Un settore d'eccellenza picconato prima dall'Iri di Romano Prodi e poi da un'Europa incapace di difendere le sue produzioni. Mittal nel 2019 ha speso 200 milioni. Bonifiche in linea con le promesse. Lo dice anche il ministro dell'Ambiente, Sergio Costa: «I controlli danno ragione all'azienda». Lo speciale comprende due articoli. Quella della chiusura di Taranto è l'ultima minaccia per l'industria italiana. Eppure è una storia ciclica quella dell'acciaio in Italia, con il sogno di diventare i più grandi produttori, con la capacità di essere i più bravi, con la condanna a veder a ogni giro di crisi le fabbriche finire in mano allo Stato. Succederà di nuovo con l'ex Ilva di Taranto? È questa forse l'unica strada per non chiudere quella che è ancora la più grande acciaieria d'Europa, quella con il ciclo integrato. Ma che diventa anche l'emblema della crisi dell'Italia, un Paese che ha visto negli ultimi 20 anni deperire la sua base produttiva, la sua industria per via della crisi, ma anche per aver eroso la base produttiva inseguendo l'Europa con una stagione di privatizzazioni che si sono rivelate svendite di Stato. E che oggi per paradosso i contribuenti sono chiamati a ripianare. Basterebbe pensare ad Alitalia, ad Autostrade o oggi drammaticamente a Taranto. Se l'ex Ilva di Taranto chiuderà, i fattori di crisi andranno elencati uno per uno e anche le responsabilità. Ma se chiudesse la sconfitta industriale del Paese sarebbe totale. Anche perché tutto cominciò con un'intuizione. Senza acciaio non si costruisce un'economia industriale. Era uno degli slogan di Oscar Sinigaglia. È lui l'uomo di ferro dell'Italia che, uscita a pezzi dalla seconda guerra mondiale, si avvia a una trasformazione industriale che non avrà pari in Occidente. Il famoso piano Sinigaglia lancia l'Italia verso un nuovo sviluppo. Due erano gli stabilimenti importanti: Piombino - una storia che parte addirittura dagli etruschi! - e Bagnoli. Ma il capo della Finsider, che già negli anni Trenta aveva progettato l'Italia come la ferriera d'Europa, insiste perché Cornigliano diventi il polo di nuova espansione e nel progetto c'è già l'idea di andare al Sud per sfruttare i collegamenti marittimi. Servono quattro stabilimenti siderurgici riuniti nella Finsider, una costola dell'Iri rimessa in sesto, per sfruttare i soldi del piano Marshall, per dare all'Italia l'acciaio per costruire case, infrastrutture automobili. In pochi anni l'Italia entra in competizione con la Germania. Oltre al polo pubblico ci sono le magnifiche dieci Falck, Ferriere Fiat, Dalmine, Terni, Breda, Siac, Cogne, Redaelli, La Magona, che portano la produzione italiana, la migliore del mondo per la qualità delle materie prime, a quasi 35 milioni di tonnellate. È nel 1965 che finalmente entra in scena Taranto: la più grande acciaieria d'Europa capace di assicurare all'Italia una posizione di primazia: si prevede che arrivi a fare da sola 11 milioni di tonnellate. Fino a metà degli ani Ottanta, quando c'è una grande crisi dell'acciaio. Nel 1988 il sogno di Sinigaglia tramonta definitivamente. L'Italsider muore: il capo dell'Iri, Romano Prodi, ha in mente di liberarsi di alcuni pesi. Così fa a pezzi il polo siderurgico e dà via libera ai Riva che si comprano Cornigliano; Piombino viene venduta ai Lucchini e Bagnoli chiusa. Per la prima volta l'Europa si accorge che l'Italia produce tropo acciaio. Così il commissario europeo Karel Van Miert nel 1993 mette gli occhi addosso a Taranto e ordina: dovete ridurre di 3 milioni di tonnellate la produzione. Romano Prodi è tornato all'Iri e nel 1995 obbedisce all'Europa: cede l'impianto di Taranto di nuovo ai Riva per 1.649 miliardi (l'Ilva ha 1.500 miliardi di debiti) a fronte di un fatturato di 9.000 miliardi di lire e quasi 12.000 dipendenti. I Riva gestiranno al fabbrica fino al 2012, fino agli esiti giudiziari che aprono la nuova crisi. Ma perché Romano Prodi dopo aver messo in liquidazione l'Italsider e la Finsider aver fatto lo spezzatino della siderurgia di Stato ricreando l'Ilva cede la più grande fabbrica d'Europa a un prezzo stracciato? Lo ha raccontato qualche giorno fa a Lucia Annunziata: bisognava fare cassa a ogni costo per entrare nell'euro. Insomma, perché ce lo chiedeva l'Europa, così come due anni prima l'Europa aveva chiesto a Taranto di limitare la produzione. Perché l'Italia continuava a mantenere una produzione d'eccellenza. Con le fonderie private - soprattutto il polo bresciano - che continuano a produrre manufatti speciali, c'è sì l'agonia di Piombino, ma c'è Terni che dopo alterne vicende finisce ai tedeschi della Tyssen e diventa un gioiello assoluto di tecnologia. E poi c'è l'Ilva che a Taranto langue. Perché? Per due ragioni fondamentali. Nel 2012, quando scoppia la bomba ambientale su Taranto, l'Italia è ancora il secondo produttore europeo, con 27 milioni di tonnellate di acciaio e 20 milioni di tonnellate di rifusione di scarti ferrosi. Ma il mercato sta cambiando. È entrata in scena la globalizzazione. La Cina diventa il primo produttore mondiale, poi si affaccia il Vietnam e c'è l'India. Paesi emergenti che fanno un dumping spietato. Non hanno vincoli ambientali, pagano gli operai con stipendi da fame, fanno una produzione selvaggia. Ma l'Europa, che all'Italia ha chiesto di limitare la produzione, non fa nulla. Gli utilizzatori di acciaio vogliono materia prima a basso costo dunque perché imporre dazi etici? Ci pensa Donald Trump a scatenare la guerra dei dazi e stavolta per Taranto il colpo è durissimo. Il futuro? Forse Taranto ritornerà pubblica. È il ciclo dell'acciaio: pagheranno di nuovo i contribuenti. Non pagherà l'Europa, che però oggi appare un vaso di coccio tra i vasi d'acciaio, visto che la produzione mondiale è in crescita in Cina, in India, in Iran e negli Usa, mentre nel vecchio continente, al netto delle performance dell'Ucraina, è tutta in declino. Sta malissimo l'Italia, ma anche Germania e Francia non se la passano affatto bene. Si potrebbe scimmiottare l'Ultima minaccia e dire con Humphrey Bogart: è il mercato, bellezza e tu non puoi farci proprio niente! <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lacciaio-italiano-ucciso-da-regole-ue-e-privatizzazioni-2641252594.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mittal-nel-2019-ha-speso-200-milioni-bonifiche-in-linea-con-le-promesse" data-post-id="2641252594" data-published-at="1779873189" data-use-pagination="False"> Mittal nel 2019 ha speso 200 milioni. Bonifiche in linea con le promesse L'acciaio non tira e Arcelor Mittal manda a casa più della metà dei suoi dipendenti. Ma mentre il titolo dell'azienda francoindiana cresce in Borsa, la maggioranza giallorossa come soluzione continua a proporre unicamente lo scudo penale benché il piano ambientale non sia «il» problema. Arcelor Mittal fino ad oggi, infatti, ha rispettato tutte le prescrizioni sul piano ambientale, come confermato dal ministro dell'Ambiente, Sergio Costa: «Tutti i controlli dimostrano che l'azienda sta rispettando il piano ambientale. Anzi, è in leggero anticipo rispetto ai tempi previsti». Del resto già nell'audizione in commissione Attività produttive della Camera del 16 ottobre 2019 Arcelor Mittal fece il punto degli impegni assunti un anno prima, sottolineando di aver approvato un piano ambientale più ambizioso di sempre perché «vogliamo fare di Taranto la migliore azienda dal punto di vista ambientale», sottolinearono i vertici. Per il sito siderurgico ex Ilva di Taranto «sono stati investiti 200 milioni di euro per: chiudere e impermeabilizzare la discarica G2 per rifiuti non pericolosi, dragare i canali di scarico, terminare la prima fase di demolizione dell'altoforno Afo 3, effettuare 18 interventi finalizzati a rimuovere l'amianto, assegnare gli ordini per installare i filtri Meros», disse l'ex ad, Matthieu Jehl, alla commissione. Aggiungendo: «Sono andati avanti in maniera spedita i lavori per le coperture dei parchi delle materie prime. La copertura dei parchi minerali sarà completata a dicembre di quest'anno, quella del parco fossile a maggio 2020». «La copertura dei parchi è l'intervento più visibile, ma solo la punta di un iceberg. Lavoriamo, infatti, su più di 70 diversi progetti che toccano diversi aspetti ambientali». Per la precisione 76 progetti per un controvalore da 1,15 miliardi di euro è che hanno visto il completamento di ogni intervento nei tempi concordati. Il manager non mancò di sottolineare che «l'ex Ilva di Taranto oggi è lo stabilimento più monitorato d'Europa, sulla qualità dell'aria ci sono dati presi direttamente sui camini. Ci sono ispezioni da parte di tutte le autorità. Che si verifichi che facciamo tutto in maniera corretta per me è molto importante, l'ambiente è una questione seria e il monitoraggio è importante. Sul piano ambientale ad oggi tutti gli impegni presi per il 2019 sono stati rispettati. Chi vuole può fare una visita dello stabilimento è gli facciamo vedere a che punto siamo su tutti gli interventi». Mittal inoltre lamentò, rispetto ai competitor extraeuropei, il pagamento delle quote di CO2 che le industrie inquinanti in Europa devono pagare e inoltre, i costi energetici che l'azienda deve affrontare. «L'industria siderurgica europea è competitiva, noi lo siamo. Vogliamo esserlo. In Italia c'è ancora lavoro da fare, ma le regole del gioco non sono uguali per tutti e questo è un problema (ad esempio sul prezzo della CO2, dell'energia o sulla capacità di importare)», spiegò l'ex ad, poi sostituito dalla super manager Lucia Morselli. «Quando però dobbiamo competere con l'acciaio della Cina che non ha pagato la CO2 come noi o non ha gli stessi obblighi ambientali, ci confrontiamo con un giocatore che non ha le stesse regole». Davanti alla commissione Jehl parlò anche dell'esimente penale: «L'immunità penale per i vertici dello stabilimento di Taranto è un tema sbagliato, non esiste. Tutti noi siamo responsabili di quello che facciamo. Le regole del gioco che fanno parte della trattativa dall'inizio, dal 2014, però non si possono cambiare a metà partita. Per il gestore attuale ma anche per tutti gli altri, come i commissari che ci hanno preceduto, serve una norma chiara ».
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
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(Ansa)
Fare in fretta e fare bene: dopo il buon risultato del primo turno delle amministrative, il centrodestra punta tutto sulla legge elettorale per mettere all’angolo gli avversari. Innanzitutto, si obbligherà il centrosinistra a indicare il candidato premier prima delle elezioni, con tutte le conseguenze (nefaste, per loro) del caso. I risultati delle comunali, inoltre, al di là del voto dei centri più importanti, restituiscono una distribuzione dell’elettorato molto frammentata, con Pd, M5s, Avs e alleati che, correndo uniti a differenza del 2022, nei collegi soprattutto al Sud (basta leggere i risultati delle comunali in Campania) potrebbero fare il pieno di uninominali. Proprio gli uninominali, quindi, verranno eliminati nella nuova legge elettorale, che il centrodestra deve però approvare il prima possibile, per non consegnare al centrosinistra l’arma propagandistica del «parlate di cose che non interessano alla gente» e «volete cambiare in corsa le regole».
Alcune modifiche, quindi, verranno apportate al testo originario: le indiscrezioni parlano di un premio di maggioranza più contenuto e di una soglia per ottenerlo leggermente più alta del 40%, per non correre il rischio di una bocciatura da parte della Corte costituzionale. Le preferenze? Falso problema: come già sanno i lettori della Verità, basterà «bloccare» il cappello di lista per garantire l’elezione dei candidati scelti dalle segreterie di partito, lasciando gli altri a battersi per la speranza di un posto al sole. «Ci sono tre disegni di legge», spiega il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Nazario Pagano di Forza Italia, al termine dei lavori di ieri, «sui quali si è aperta la discussione generale e si sta svolgendo in commissione. Al suo esito, anche sulla scorta di ciò che è emerso dalle audizioni, molto variegate, i relatori trarranno le loro conseguenze ed è probabile che faranno le loro proposte. Delle modifiche saranno proposte, questo sì. A me non risulta che il testo sarà stravolto. C’è sempre stata la intenzione di coinvolgere le opposizioni», aggiunge Pagano, «io ero anche favorevole a un comitato ristretto ma se opponi sempre un niet sovietico a qualunque cose capite che è un problema». In Commissione non è mancata un po’ di bagarre, poiché le opposizioni, prendendo spunto dalle indiscrezioni di stampa su imminenti modifiche al testo in fase di valutazione, hanno chiesto di poter discutere su quello definitivo: «Se c’è un nuovo testo base», chiede il deputato del Pd Gianni Cuperlo, «perché iniziamo la discussione generale su un testo base che di fatto voi stessi dite che non c’è più? Su questo punto c’è stata un’oretta di schermaglie. I relatori sono intervenuti dicendo che ragionevolmente ci sarà un testo modificato ma di fatto ancora non c’è. Il presidente Pagano si è impuntato e ha avviato comunque la discussione generale che, ha detto, servirà a definire il nuovo testo che arriverà successivamente. Ma è un gioco dell’oca: se stanno discutendo sul nuovo testo base ci facciano sapere cosa prevede».
Il gioco delle parti: in realtà l’unica speranza per il centrosinistra è che la maggioranza perda tempo e arrivi «lunga», troppo a ridosso delle elezioni per procedere a modificare la legge. «Se c’è la volontà politica», sottolinea il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ci sono i tempi. Non è un problema di tempi il percorso delle leggi, è sempre figlio della volontà politica». Sembrano invece superate le perplessità di Forza Italia, che non può certo sganciarsi da un’alleanza che sta in piedi, da più di 30 anni, non solo a livello nazionale ma anche in regioni e comuni. Il problema-Roberto Vannacci? Tutta fuffa: Forza Italia alla fine accetterà l’alleanza con chiunque, pur di vincere, incassare la sua quota di premio di maggioranza e restare al governo. Un «accordo sul programma» si trova sempre, come del resto lo troveranno nel centrosinistra, dove certo non mancano le distanze tra le visioni dei vari partiti.
A proposito di Vannacci: il generale non molla sulle preferenze, ma la nuova legge elettorale, manco a dirlo, gli sta benissimo: «A noi non interessano le altre dinamiche», commenta Vannacci, «la soglia di sbarramento la mettano dove vogliono. Ci piace il premio di maggioranza perché consegna governabilità al Paese, ma siamo assolutamente contrari al fatto che non si riprendano in considerazione le preferenze e che le preferenze non vengano reintrodotte. La sinistra, peraltro, deve tacere perché questa legge si chiama Rosatellum, deriva da Rosato che è un loro esimio rappresentante, quindi è stata la sinistra in primis a non volere le preferenze e siamo noi di Futuro nazionale invece ad avanzare questa istanza. Faremo tutti gli emendamenti, tutti gli ordini del giorno per farci ascoltare», aggiunge il leader di Fn, «anche se sappiamo che le dinamiche di potere, di palazzo e le mosse del cavallo delle segreterie dei partiti saranno difficili da superare».
Col pareggio Colle in mano ai cespugli. Ecco perché servono regole diverse
Naturalmente fare previsioni su un voto che arriverà fra un anno, senza sapere se la legge elettorale resterà in vigore oppure verrà modificata, è un esercizio rischioso. Eppure i sondaggi - per quel che valgono -accreditano sempre più uno scenario preciso: dalle elezioni politiche del 2027 potrebbe non uscire una maggioranza chiara. Centrodestra e centrosinistra rischiano di equivalersi. È questo il vero spettro che si aggira nelle stanze della politica italiana: il fantasma del pareggio. Se ne discute nei partiti, nelle coalizioni, nei retroscena parlamentari, nei sondaggi, utili a costruire strategie in vista del voto e sulle pagine dei giornali. Se ne parla soprattutto in relazione al difficile percorso che dovrebbe portare a una nuova legge elettorale, con l’obiettivo dichiarato di garantire una maggioranza stabile e un governo in grado di durare per l’intera legislatura. Ma il tema non riguarda soltanto il governo del Paese. Sullo sfondo c’è già il 2029, anno in cui il prossimo Parlamento sarà chiamato ad eleggere il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. È anche in funzione di quell’appuntamento decisivo che i partiti stanno ragionando sugli equilibri parlamentari. Il ricordo della non vittoria corre inevitabilmente al 2013, quando il risultato elettorale impedì a Pier Luigi Bersani di conquistare Palazzo Chigi e aprì una lunga stagione di governi eterogenei e larghe intese, alimentando smarrimento e sfiducia nell’elettorato. Per questo motivo, l’idea stessa di un nuovo pareggio viene letta da molti come il segnale di una crisi dei due poli e di una crescente sfiducia verso l’intero sistema politico. Ma chi spinge per desiderare questo ipotetico risultato? Sono senza dubbio tutte le forze centriste e i partiti di dimensioni minori (Azione, Italia viva, la parte riformista del Pd, ) che sperano di essere determinanti nella formazione di una alleanza di governo. In un Parlamento senza maggioranze autosufficienti, infatti, il loro peso politico potrebbe essere decisivo.
Da qui nasce il dibattito aperto nei diversi schieramenti tra «pareggisti» e «bipolaristi». Uno scontro che attraversa in particolare il centrosinistra. Da una parte c’è chi rifiuta qualsiasi dialogo con il governo Meloni sulla riforma elettorale, dall’altra chi ritiene inevitabile aprire un confronto per impedire una nuova stagione di instabilità.Nel Partito democratico l’arbitro di questa discussione sembra essere ancora Dario Franceschini. Secondo alcuni retroscena, l’ex ministro avrebbe invitato i dirigenti dem a riflettere sul fatto che rifiutarsi oggi di discutere con la Meloni sulla riforma elettorale non metterebbe comunque il Pd al riparo da un confronto con Fratelli d’Italia domani, in caso di pareggio. Una riflessione che non fa una grinza ma il dibattito si complica quando lo sguardo si sposta sul Qurinale.
I «pareggisti», infatti, sostengono che in caso di «non vittoria» dei due schieramenti sarebbe più semplice influire sulla scelta del nuovo presidente della Repubblica. Nel centrosinistra cresce il timore che una vittoria piena del centrodestra possa consegnare a Meloni anche il controllo della partita per il Quirinale. Una posizione questa che sembra comprensibile ma che mostra tutta la sua debolezza. Quasi una rinuncia preventiva a combattere per far prevalere il proprio schieramento politico nella contesa elettorale. È il segnale delle difficoltà e dell’assenza di ambizioni del cosiddetto campo largo. Solo pochi mesi fa, affascinati dall’esito del referendum sulla giustizia, erano pronti a campagne battagliere per scalzare il governo di centrodestra, oggi sembrano meno audaci. Probabilmente si è compreso che non esiste alcuna traslazione automatica dal voto referendario e quello politico, come dimostra del resto il test elettorale amministrativo del fine settimana appena trascorso. Non sappiamo se il messaggio ai duri e puri del centrosinistra, inviato da Franceschini, sia stato recepito. Sappiamo invece che una riforma elettorale appare sempre più necessaria per assicurare, indipendentemente da chi vincerà, un governo stabile e duraturo in una fase storica segnata da sfide economiche, sociali e internazionali sempre più complesse.
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