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2020-06-03
La zuffa tra i magistrati sullo ius soli: «Un suicidio, farà vincere la destra»
Luca Palamara (Ansa)
Il tema politico-ideologico viene introdotto a bruciapelo durante un momento goliardico, proprio mentre lo stratega delle nomine Luca Palamara e il suo collega Marco Mancinetti si stanno confrontando, usando termini da maschiacci, su alcune bellezze con la toga che vogliono invitare a una festa.
Tra un apprezzamento e l'altro, però, Paolo Auriemma, capo della Procura di Viterbo, lancia la bomba, anticipando già ai suoi interlocutori come la pensa: «Siete contrari allo ius soli? Io contrarissimo». È il 2 luglio 2017. Da circa un mese il dibattito era molto acceso. Il 15 giugno, infatti, erano scaduti i termini per la presentazione degli emendamenti alla proposta di legge (spinta a tutta forza dalla sinistra) per il diritto di cittadinanza agli stranieri e, nei giorni in cui il trojan infilato dagli investigatori perugini nello smartphone di Palamara è attivo, sulla stampa non si parlava d'altro. Ovviamente il tema appassionava anche i magistrati e qualche riferimento è rimasto incagliato nelle intercettazioni della Procura di Perugia.
Per difendere Matteo Renzi, Palamara ha preso le difese anche dello ius soli con il collega Auriemma, «contrarissimo» alla legge. E gli dà perfino del leghista: «A Paolo xazzo, non solo contro Renzi, ora anche leghista! Eh no, questo è troppo». Auriemma, piccato, replica: «Sei favorevole? Qual è la ragione politica?». Risposta: «Una sola: integrazione». Auriemma lo stende: «Oggi il sacerdote leggendo la prima lettura di domani ha detto che il profeta Ezechiele era ospitato ma nello stesso tempo dava qualcosa e non si limitava a chiedere. Integriamo a colpi di legge gente che mette il cappuccio alle donne? Che non le fa studiare? Che non ha avuto l'illuminismo. Prima si integrassero poi si vede. Della integrazione non gliene frega niente a nessuno e una marchetta del Partito democratico che fa sapendo che ha perso voti per conquistare quelli dei genitori dei minori che sono cresciuti in Italia».
Mancinetti sottolinea: «Parole su cui riflettere...». E una riflessione sul tema i giudici l'hanno organizzata davvero.
Il 22 ottobre è il grande giorno. A Siena si tiene il trentatreesimo congresso dell'Associazione nazionale magistrati. La sesta sessione, piazzata in scaletta nell'ultimo dei tre giorni di dibattito, ha un titolo esplicito: «Nuove domande di giustizia tra libertà e diritto. Nuove famiglie, liberalizzazione droghe leggere, fine vita, ius soli». Se qualcuno avesse avuto dubbi sulla posizione ideologica del sindacato dei magistrati quella fase congressuale avrebbe di certo sgomberato il campo da ogni equivoco. D'altra parte, il presidente dell'Anm, Eugenio Albamonte, intervistato dall'agenzia di stampa Agi, aveva accompagnato la fase preparatoria del congresso con queste parole: «Vogliamo lanciare un sasso nello stagno e ribadire al legislatore che deve fare presto nel prendere le sue scelte». Altro dettaglio: l'introduzione dei lavori venne affidata a Silvia Albano (anche lei presente nelle chat con Palamara), che nel 2014, da giudice del Tribunale civile di Roma si era occupata dello scambio di embrioni all'ospedale Pertini. La fase di pressing della magistratura sulla politica lascia traccia anche all'interno delle chiacchierate di Palamara intercettate dagli investigatori. Il 31 ottobre, ancora una volta nel gruppo Whatsapp condiviso da Palamara, Mancinetti e Auriemma si torna sull'argomento. Auriemma posta nella chat il link a un articolo di Repubblica su Silvio Berlusconi indagato per le stragi di mafia del 1993. Il servizio giornalistico riporta le intercettazioni del boss Giuseppe Graviano che, finite in un fascicolo aperto a Firenze, evocano il leader forzista come mandante. Auriemma torna sullo ius soli, ma non risparmia un colpo a Nino Di Matteo: «Non bastava lo ius soli. Pure la strage per far vincere la destra. Con il contributo di Di Matteo».
L'attuale consigliere del Csm eletto da indipendente nelle liste di Piercamillo Davigo all'epoca era ancora un pubblico ministero della Procura di Palermo. E fu lui a segnalare all'ufficio giudiziario fiorentino il verbale ritenuto la chiave per riaprire le indagini che erano già state fatte ma senza risultati concreti: la Procura di Firenze, competente per la strage di via dei Georgofili, aveva archiviato la sua inchiesta quasi 20 anni prima, nel 1998. Palamara, che appare più interessato al Cavaliere, lascia cadere il discorso sullo ius soli e chiede il nome del procuratore di Firenze: «Non ricordo», dice Palamara, «forse lo ricordi tu Paolo».
Auriemma, stando alle chat, non crede alle teorie sul coinvolgimento berlusconiano: «Non è colpa del procuratore di Firenze, ma di Palermo che ha mandato il fascicolo. Spero che il procuratore di Firenze affronti questa pagliacciata rapidamente».
Poi riprende il tema che da circa tre mesi gli sta a cuore: «Comunque lo ius soli bastava da solo a fare perdere le elezioni alla sinistra. Un vero suicidio». Uno spauracchio, quello delle destre al governo, che sembra tormentare non poco i pensieri della toga di Unicost.
«Così il pm salvò il collega al Csm»
Durante la consiliatura del Csm 2014-2018 uno dei casi più scabrosi fu la pratica per incompatibilità ambientale che riguardava il procuratore di Arezzo, Roberto Rossi, all'epoca titolare dell'inchiesta sul crac di Banca Etruria. Il procedimento fu aperto quando si seppe che il magistrato era consulente del dipartimento Affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi (era arrivato con Enrico Letta ed era stato confermato da Matteo Renzi). Il capo del Dagl era inizialmente Carlo Deodato, oggi segretario generale della Consob, poi sostituito dalla renzianissima Antonella Manzione.
Rossi aveva fatto parte della giunta esecutiva centrale dell'Anm quando Luca Palamara ne era presidente e il pm indagato a Perugia per corruzione, da vero amico, riuscì a far chiudere la pratica dopo una lunga battaglia. Ci mise la faccia perorando durante il plenum la causa del procuratore. Ma quando Palamara lasciò il Csm, Rossi perse il suo scudo.
Nell'ottobre del 2018 il nuovo consiglio rinviò la sua conferma a procuratore e un anno dopo, con Piercamillo Davigo relatore, l'istanza venne bocciata.
Nella consiliatura precedente il conflitto d'interessi di Rossi era stato sollevato da Pierantonio Zanettin, deputato di Forza Italia, all'epoca consigliere azzurro del Csm. Ma il parlamentare trovò un fiero avversario: Palamara.
«La pratica Rossi», spiega alla Verità Zanettin, «è stato uno dei miei cavalli di battaglia. Chiesi io l'apertura del fascicolo quando, nel dicembre 2015, uscì un'agenzia che svelava che Rossi, titolare dell'inchiesta sulla Popolare dell'Etruria, era ancora un consulente del governo. Noi lo chiamammo in prima commissione, quella che si occupa di trasferimenti per incompatibilità, e lui ci disse che non conosceva la famiglia Boschi». Un'affermazione che ammorbidì i commissari, anche perché nel frattempo l'incarico governativo non era stato confermato: «Demmo un parere favorevole all'archiviazione della pratica. Ma a ridosso del plenum venne fuori lo scoop su Panorama da cui apprendemmo che Rossi aveva indagato più volte Boschi (chiese la definitiva archiviazione nel 2014 mentre era consulente del governo Renzi, ndr) e che quindi non poteva non conoscerlo e che a difenderlo era stato Giuseppe Fanfani, che in quel momento era consigliere del Csm. Riaprimmo subito il caso. E Rossi ci venne a dire che non aveva capito la domanda e che comunque non aveva conosciuto personalmente Boschi senior». Tutto a posto? Non proprio. «Dopo aver risentito Rossi giungemmo a una travagliatissima archiviazione. Si trattava di un'archiviazione «vestita», nel senso che conteneva diversi rilievi. Ma Palamara e il suo gruppo fecero passare una serie di emendamenti in aula per cancellarli tutti. Io, alla fine, fui l'unico a votare contro l'archiviazione, mentre i due relatori, Piergiorgio Morosini e Renato Balduzzi, e altri sette si astennero perché erano state sbianchettate le critiche». Ma quali rilievi furono cancellati? «Avevamo evidenziato che Rossi, mentre era consulente di Palazzo Chigi, aveva tenuto per sé, senza condividerlo con altri colleghi come da buona prassi, il fascicolo sul crac della Popolare aretina, un'inchiesta che avrebbe portato all'iscrizione sul registro degli indagati di Boschi senior. E di questi possibili profili di incompatibilità Rossi non aveva informato il Csm. Scrivemmo anche che avevamo ravvisato qualche esitazione in Rossi ogni qual volta era stato toccato il tema dei contatti con esponenti del mondo politico-istituzionale». Cancellature a parte, il plenum stabilì anche che quella delibera non entrasse nel fascicolo personale di Rossi, penalizzandolo. Zanettin ricorda chi si batté più di tutti gli altri a favore del procuratore di Arezzo: «Fu Palamara. Interveniva sempre per difendere Rossi. Litigai diverse volte con lui. In uno di questi scontri dissi a Palamara che lo proteggeva perché erano entrambi di Unicost e lui si indignò rivendicando la sua autonomia. Ma oggi le chat mi danno ragione». Soprattutto laddove Palamara afferma che anche se Rossi aveva fatto «cazzate su cazzate» bisognava «salvarlo». «Per me è una soddisfazione apprenderlo visto che al Csm ero finito in un'ultraminoranza a causa di queste mie battaglie. Che per fortuna oggi sono diventate di moda. Certo pensavo che il sostegno di Palamara a Rossi avesse una motivazione solo correntizia. Scoprire, invece, che dietro c'era anche la preoccupazione per i possibili contraccolpi sul governo Renzi mi ha francamente sorpreso».
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Tre mesi prima del congresso dell'Anm che inneggiava alla cittadinanza facile, i Palamara boys erano divisi. Paolo Auriemma: «Una marchetta al Pd». Però il dominus degli incarichi difendeva a oltranza «l'integrazione».«Così il pm salvò il collega al Csm». Pierantonio Zanettin, ex Fi nel parlamentino: «Chiesi di aprire la pratica per i conflitti d'interessi di Rossi, che indagava su Etruria e babbo Boschi, ma il ras di Unicost la fece archiviare».Lo speciale comprende due articoli. Il tema politico-ideologico viene introdotto a bruciapelo durante un momento goliardico, proprio mentre lo stratega delle nomine Luca Palamara e il suo collega Marco Mancinetti si stanno confrontando, usando termini da maschiacci, su alcune bellezze con la toga che vogliono invitare a una festa. Tra un apprezzamento e l'altro, però, Paolo Auriemma, capo della Procura di Viterbo, lancia la bomba, anticipando già ai suoi interlocutori come la pensa: «Siete contrari allo ius soli? Io contrarissimo». È il 2 luglio 2017. Da circa un mese il dibattito era molto acceso. Il 15 giugno, infatti, erano scaduti i termini per la presentazione degli emendamenti alla proposta di legge (spinta a tutta forza dalla sinistra) per il diritto di cittadinanza agli stranieri e, nei giorni in cui il trojan infilato dagli investigatori perugini nello smartphone di Palamara è attivo, sulla stampa non si parlava d'altro. Ovviamente il tema appassionava anche i magistrati e qualche riferimento è rimasto incagliato nelle intercettazioni della Procura di Perugia.Per difendere Matteo Renzi, Palamara ha preso le difese anche dello ius soli con il collega Auriemma, «contrarissimo» alla legge. E gli dà perfino del leghista: «A Paolo xazzo, non solo contro Renzi, ora anche leghista! Eh no, questo è troppo». Auriemma, piccato, replica: «Sei favorevole? Qual è la ragione politica?». Risposta: «Una sola: integrazione». Auriemma lo stende: «Oggi il sacerdote leggendo la prima lettura di domani ha detto che il profeta Ezechiele era ospitato ma nello stesso tempo dava qualcosa e non si limitava a chiedere. Integriamo a colpi di legge gente che mette il cappuccio alle donne? Che non le fa studiare? Che non ha avuto l'illuminismo. Prima si integrassero poi si vede. Della integrazione non gliene frega niente a nessuno e una marchetta del Partito democratico che fa sapendo che ha perso voti per conquistare quelli dei genitori dei minori che sono cresciuti in Italia». Mancinetti sottolinea: «Parole su cui riflettere...». E una riflessione sul tema i giudici l'hanno organizzata davvero. Il 22 ottobre è il grande giorno. A Siena si tiene il trentatreesimo congresso dell'Associazione nazionale magistrati. La sesta sessione, piazzata in scaletta nell'ultimo dei tre giorni di dibattito, ha un titolo esplicito: «Nuove domande di giustizia tra libertà e diritto. Nuove famiglie, liberalizzazione droghe leggere, fine vita, ius soli». Se qualcuno avesse avuto dubbi sulla posizione ideologica del sindacato dei magistrati quella fase congressuale avrebbe di certo sgomberato il campo da ogni equivoco. D'altra parte, il presidente dell'Anm, Eugenio Albamonte, intervistato dall'agenzia di stampa Agi, aveva accompagnato la fase preparatoria del congresso con queste parole: «Vogliamo lanciare un sasso nello stagno e ribadire al legislatore che deve fare presto nel prendere le sue scelte». Altro dettaglio: l'introduzione dei lavori venne affidata a Silvia Albano (anche lei presente nelle chat con Palamara), che nel 2014, da giudice del Tribunale civile di Roma si era occupata dello scambio di embrioni all'ospedale Pertini. La fase di pressing della magistratura sulla politica lascia traccia anche all'interno delle chiacchierate di Palamara intercettate dagli investigatori. Il 31 ottobre, ancora una volta nel gruppo Whatsapp condiviso da Palamara, Mancinetti e Auriemma si torna sull'argomento. Auriemma posta nella chat il link a un articolo di Repubblica su Silvio Berlusconi indagato per le stragi di mafia del 1993. Il servizio giornalistico riporta le intercettazioni del boss Giuseppe Graviano che, finite in un fascicolo aperto a Firenze, evocano il leader forzista come mandante. Auriemma torna sullo ius soli, ma non risparmia un colpo a Nino Di Matteo: «Non bastava lo ius soli. Pure la strage per far vincere la destra. Con il contributo di Di Matteo». L'attuale consigliere del Csm eletto da indipendente nelle liste di Piercamillo Davigo all'epoca era ancora un pubblico ministero della Procura di Palermo. E fu lui a segnalare all'ufficio giudiziario fiorentino il verbale ritenuto la chiave per riaprire le indagini che erano già state fatte ma senza risultati concreti: la Procura di Firenze, competente per la strage di via dei Georgofili, aveva archiviato la sua inchiesta quasi 20 anni prima, nel 1998. Palamara, che appare più interessato al Cavaliere, lascia cadere il discorso sullo ius soli e chiede il nome del procuratore di Firenze: «Non ricordo», dice Palamara, «forse lo ricordi tu Paolo». Auriemma, stando alle chat, non crede alle teorie sul coinvolgimento berlusconiano: «Non è colpa del procuratore di Firenze, ma di Palermo che ha mandato il fascicolo. Spero che il procuratore di Firenze affronti questa pagliacciata rapidamente».Poi riprende il tema che da circa tre mesi gli sta a cuore: «Comunque lo ius soli bastava da solo a fare perdere le elezioni alla sinistra. Un vero suicidio». 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Il capo del Dagl era inizialmente Carlo Deodato, oggi segretario generale della Consob, poi sostituito dalla renzianissima Antonella Manzione. Rossi aveva fatto parte della giunta esecutiva centrale dell'Anm quando Luca Palamara ne era presidente e il pm indagato a Perugia per corruzione, da vero amico, riuscì a far chiudere la pratica dopo una lunga battaglia. Ci mise la faccia perorando durante il plenum la causa del procuratore. Ma quando Palamara lasciò il Csm, Rossi perse il suo scudo. Nell'ottobre del 2018 il nuovo consiglio rinviò la sua conferma a procuratore e un anno dopo, con Piercamillo Davigo relatore, l'istanza venne bocciata. Nella consiliatura precedente il conflitto d'interessi di Rossi era stato sollevato da Pierantonio Zanettin, deputato di Forza Italia, all'epoca consigliere azzurro del Csm. Ma il parlamentare trovò un fiero avversario: Palamara. «La pratica Rossi», spiega alla Verità Zanettin, «è stato uno dei miei cavalli di battaglia. Chiesi io l'apertura del fascicolo quando, nel dicembre 2015, uscì un'agenzia che svelava che Rossi, titolare dell'inchiesta sulla Popolare dell'Etruria, era ancora un consulente del governo. Noi lo chiamammo in prima commissione, quella che si occupa di trasferimenti per incompatibilità, e lui ci disse che non conosceva la famiglia Boschi». Un'affermazione che ammorbidì i commissari, anche perché nel frattempo l'incarico governativo non era stato confermato: «Demmo un parere favorevole all'archiviazione della pratica. Ma a ridosso del plenum venne fuori lo scoop su Panorama da cui apprendemmo che Rossi aveva indagato più volte Boschi (chiese la definitiva archiviazione nel 2014 mentre era consulente del governo Renzi, ndr) e che quindi non poteva non conoscerlo e che a difenderlo era stato Giuseppe Fanfani, che in quel momento era consigliere del Csm. Riaprimmo subito il caso. E Rossi ci venne a dire che non aveva capito la domanda e che comunque non aveva conosciuto personalmente Boschi senior». Tutto a posto? Non proprio. «Dopo aver risentito Rossi giungemmo a una travagliatissima archiviazione. Si trattava di un'archiviazione «vestita», nel senso che conteneva diversi rilievi. Ma Palamara e il suo gruppo fecero passare una serie di emendamenti in aula per cancellarli tutti. Io, alla fine, fui l'unico a votare contro l'archiviazione, mentre i due relatori, Piergiorgio Morosini e Renato Balduzzi, e altri sette si astennero perché erano state sbianchettate le critiche». Ma quali rilievi furono cancellati? «Avevamo evidenziato che Rossi, mentre era consulente di Palazzo Chigi, aveva tenuto per sé, senza condividerlo con altri colleghi come da buona prassi, il fascicolo sul crac della Popolare aretina, un'inchiesta che avrebbe portato all'iscrizione sul registro degli indagati di Boschi senior. E di questi possibili profili di incompatibilità Rossi non aveva informato il Csm. Scrivemmo anche che avevamo ravvisato qualche esitazione in Rossi ogni qual volta era stato toccato il tema dei contatti con esponenti del mondo politico-istituzionale». Cancellature a parte, il plenum stabilì anche che quella delibera non entrasse nel fascicolo personale di Rossi, penalizzandolo. Zanettin ricorda chi si batté più di tutti gli altri a favore del procuratore di Arezzo: «Fu Palamara. Interveniva sempre per difendere Rossi. Litigai diverse volte con lui. In uno di questi scontri dissi a Palamara che lo proteggeva perché erano entrambi di Unicost e lui si indignò rivendicando la sua autonomia. Ma oggi le chat mi danno ragione». Soprattutto laddove Palamara afferma che anche se Rossi aveva fatto «cazzate su cazzate» bisognava «salvarlo». «Per me è una soddisfazione apprenderlo visto che al Csm ero finito in un'ultraminoranza a causa di queste mie battaglie. Che per fortuna oggi sono diventate di moda. Certo pensavo che il sostegno di Palamara a Rossi avesse una motivazione solo correntizia. Scoprire, invece, che dietro c'era anche la preoccupazione per i possibili contraccolpi sul governo Renzi mi ha francamente sorpreso».
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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