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2021-08-22
La verità sul plasma iperimmune
Ansa
Tante speranze, innumerevoli polemiche, la comunità scientifica divisa a metà, uno stop and go estenuante tra entusiasmi e smentite, fino a quando si è abbassata la saracinesca del silenzio. Di terapia con il plasma iperimmune non si parla più. La scomparsa del pioniere della cura, Giuseppe De Donno, che l'aveva avviata quando era primario di pneumologia dell'ospedale Carlo Poma di Mantova, a molti è parsa l'ultima tappa della storia poco fortunata (almeno in Italia) di questo trattamento. Eppure in Francia, Germania, Spagna e Regno Unito la terapia continua a essere utilizzata, così come negli Stati Uniti si moltiplicano gli studi che ne rilevano l'efficacia. L'ente regolatore americano, l'Fda, e il Canada l'hanno autorizzato su chi non riesce a produrre anticorpi in quantità sufficienti, cioè gli immunodepressi, come gli anziani. Il dottor De Donno nel giugno 2020, proprio in un'intervista alla Verità disse: «La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non fa miliardari. E io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma».
I primi a utilizzare il plasma nei malati di Covid erano stati i medici di Shanghai che pubblicarono uno studio citato anche dall'Istituto superiore di sanità. La terapia, in sé, non era una novità. Era stata usata in precedenza con l'ebola e contro la Mers, altro virus respiratorio. Se l'organismo è esposto al virus produce anticorpi, proteine che aiutano a contrastarne l'azione. Questi anticorpi sono contenuti nel plasma. Quando il malato guarisce, gli anticorpi rimangono nel plasma per un certo periodo di tempo, pronti a entrare in azione qualora il virus tornasse. Il plasma va somministrato precocemente per essere efficace, quando è massima la replicazione virale, e dev'essere ricco di anticorpi. Il siero va sottoposto a test di neutralizzazione, che ne certifica la qualità e la presenza di anticorpi. Come spiega l'Avis, la maggiore associazione di donatori di sangue, il plasma iperimmune può essere ottenuto da pazienti guariti che hanno un alto titolo anticorpale.
La primavera scorsa, nel primo lockdown, due ospedali, il Carlo Poma di Mantova e il San Matteo di Pavia, sperimentarono la somministrazione di plasma di sopravvissuti al virus in malati appena contagiati. Lo studio, iniziato il 17 marzo e concluso l'8 maggio 2020, ha arruolato 46 pazienti ricoverati nei due ospedali con difficoltà di respirazione tali da necessitare supporto di ossigeno o intubazione. I medici hanno notato che, trasfondendo loro il siero di pazienti guariti e aggiungendolo a colture cellulari, lo sviluppo del virus veniva annientato, segno della presenza di anticorpi neutralizzanti. Il risultato della sperimentazione, come si legge su Haematologica, una delle più prestigiose riviste scientifiche del settore, è stato «superiore alle più rosee aspettative».
Quando è cominciata la sperimentazione, sulla base dei dati ministeriali, la mortalità dei pazienti in terapia intensiva era tra il 13 e il 20%: utilizzando questa tecnica, si legge sulla rivista scientifica, «la mortalità si è ridotta al 6%. In altre parole, da 1 decesso atteso ogni 6 pazienti, se n'è verificato 1 ogni 16. Contemporaneamente, si è constatato che anche gli altri parametri subivano miglioramenti considerevoli: i valori del distress respiratorio miglioravano entro la prima settimana e i tre parametri fissati per l'infezione diminuivano in maniera altrettanto importante. Il risultato più rilevante è stato quello di una riduzione della mortalità assoluta del 9%». La notizia ha fatto il giro del mondo. Lo studio era il primo condotto nel mondo occidentale sull'utilizzo del plasma convalescente nel Covid.
Immediatamente sui due ospedali sono arrivate richieste a valanga per avere i dettagli della terapia. Gli Stati Uniti sono stati primi a muoversi e l'Fda ha autorizzato la terapia. La Francia ha convocato i medici coinvolti per farsi spiegare come applicare la terapia. Ma in Italia la comunità scientifica si è divisa tra fautori e contrari. Questi ultimi hanno ritirato fuori vecchie polemiche sui rischi dell'uso del plasma e sulla mancanza di un'evidenza scientifica definitiva. La quale è possibile solo dopo una lunga sperimentazione e la sicurezza delle trasfusioni è ormai ampiamente assicurata. Del resto, anche i vaccini vengono oggi somministrati in tutto il mondo in via sperimentale.
L'Aifa ha promosso uno studio nazionale denominato Tsunami, con l'obiettivo di «valutare con opportuno rigore metodologico l'efficacia e la sicurezza della terapia. Ma non prevede in alcun modo nessun trattamento industriale del plasma». I risultati non sono stati ancora pubblicati sulle riviste scientifiche. Un comunicato dell'Agenzia del farmaco dell'8 aprile 2021 dice che «non è stata riscontrata una differenza statisticamente significativa dell'end-point primario (“necessità di ventilazione meccanica invasiva o decesso entro 30 giorni dalla data di randomizzazione") tra il gruppo trattato con plasma e quello trattato con terapia standard».
Quale è la situazione ora? A Pavia la sperimentazione continua ed è stata creata una banca del plasma pronta per le emergenze. Sono anche in corso analisi sull'efficacia del siero raccolto contro la variante Delta. Giustina De Silvestro, direttore del Centro immunotrasfusionale nell'Azienda universitaria ospedaliera di Padova, dice che «i clinici non chiedono più questo trattamento. Nell'ultimo periodo l'hanno ricevuto solo un paio di pazienti. La letteratura scientifica non l'ha molto sostenuto, preferendo gli anticorpi monoclonali per i soggetti non ospedalizzati e gli antivirali assieme ad altri farmaci per i degenti». A Padova si sta completando in questi giorni uno studio sulle centinaia di casi trattati negli ospedali veneti che a breve sarà pubblicato su una rivista scientifica: «Dimostrerà come un impegno così importante non sia stato vano. Non è una cura miracolosa, ma ha dato buoni risultati», dice De Silvestro. La quale rileva però due limiti: non è facile capire a priori quali siano i soggetti ideali ai quali somministrarlo e non porta guadagno. La spesa non è confrontabile a quella dei farmaci». Il plasma viene raccolto direttamente dai centri trasfusionali degli ospedali e non c'è alcun guadagno per le case farmaceutiche. Ogni dose costa 200 euro al sistema sanitario pubblico, un ciclo completo 600/650 euro, meno di una giornata di ricovero, meno dei 2.000 euro a somministrazione richiesti dai monoclonali e meno delle centinaia di migliaia di euro spesi per i farmaci specifici. Non c'è business.
L’avvocato che diffidò le Regioni: «Ebbero l’ordine di bloccare tutto»
Erich Grimaldi è l'avvocato di tante battaglie sulle terapie domiciliari contro il Covid. Secondo la scienza ufficiale, non esiste una vera e propria cura fuori dagli ospedali contro il virus. Ma il Comitato cura domiciliare Covid, che riunisce un gruppo di medici di base, ex pazienti e persone comuni, ritiene che si sarebbero potute salvare tante vite utilizzando tempestivamente i farmaci giusti. «Il protocollo ministeriale prevede che nella prima fase del contagio il malato riceva paracetamolo e antinfiammatori non steroidei e rimanga in vigile attesa dell'evoluzione della malattia. Il Comitato ritiene che sono disponibili farmaci che somministrati in tempo, possono arrestare l'evoluzione più grave», afferma Grimaldi. Tra le terapie da usare tempestivamente, nei primi giorni di ospedalizzazione, c'è il plasma iperimmune.
Grimaldi è stato promotore di una diffida inviata, a febbraio 2021, al Centro nazionale trasfusionale sangue e a tutte le Regioni affinché venisse utilizzato il plasma, in modo omogeneo, in tutti gli ospedali, con un adeguato e tempestivo processo di raccolta, conservazione e distribuzione. «L'esperienza degli ospedali di Mantova e Pavia, dove la terapia ha avuto un largo successo, e numerosi studi favorevoli, avrebbero dovuto indurre le autorità sanitarie a favorire la diffusione dell'utilizzo del plasma iperimmune. Invece ciò non è stato. Alla mia diffida le regioni hanno risposto che avevano ricevuto indicazioni per sospendere la sperimentazione».
L'avvocato non si spiega la cortina di silenzio calata su questo tipo di interventi anti Covid. «È inconcepibile», dice. «I risultati soddisfacenti ci sono e altri Paesi continuano a praticare questa terapia. Una battuta d'arresto c'è stata a seguito del comunicato dell'Aifa al termine dello studio Tsunami, eseguito con l'Istituto superiore di sanità sull'utilizzo del plasma iperimmune in pazienti con Covid e compromissione ventilatoria lieve/moderata». È la nota per la quale la terapia non evidenziava benefici rispetto alla procedura standard. «L'Aifa», prosegue Grimaldi, «non ha più pubblicizzato il dono di plasma iperimmune, ma ha chiesto di continuare comunque la sensibilizzazione alla donazione di sangue, i cui derivati potevano essere utili come terapia salvavita per tanti pazienti affetti da altri tipi di patologie. A mio avviso, durante l'emergenza sanitaria, andava utilizzata qualsiasi arma terapeutica per sconfiggere il virus, sia in fase precoce, ai primi sintomi, con un'adeguata cura domiciliare, sia in ospedale, con l'utilizzo del plasma iperimmune al momento del ricovero del paziente. E bisognava creare subito delle banche di plasma».
Ma ciò non è avvenuto. «Nemmeno le Regioni ci hanno creduto», osserva Grimaldi, «e il motivo resterà un'incognita. Migliaia di pazienti positivi e guariti che potevano donare il plasma iperimmune non sono stati mai contattati e sensibilizzati. Il nostro comitato ha ricevuto diverse segnalazioni, sia di pazienti guariti che non riuscivano a donare il plasma nella propria Regione in assenza di adeguati centri di raccolta e di informazioni, sia di familiari che non riuscivano a reperire sacche nei centri trasfusionali. Gli ospedali Covid, benché sollecitati, non hanno adottato tempestivamente la terapia».
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La terapia ideata in Italia è applicata con successo in vari Paesi. Ma qui, morto Giuseppe De Donno, è stata messa da parte. Per preconcetti e zero business.L'avvocato che diffidò le Regioni: «Ebbero l'ordine di bloccare tutto». «Mandai un'ingiunzione lo scorso febbraio, risposero che l'indicazione ricevuta era di sospendere le trasfusioni», rivela Erich Grimaldi «Nessuno ci ha mai creduto».Lo speciale comprende due articoli. Tante speranze, innumerevoli polemiche, la comunità scientifica divisa a metà, uno stop and go estenuante tra entusiasmi e smentite, fino a quando si è abbassata la saracinesca del silenzio. Di terapia con il plasma iperimmune non si parla più. La scomparsa del pioniere della cura, Giuseppe De Donno, che l'aveva avviata quando era primario di pneumologia dell'ospedale Carlo Poma di Mantova, a molti è parsa l'ultima tappa della storia poco fortunata (almeno in Italia) di questo trattamento. Eppure in Francia, Germania, Spagna e Regno Unito la terapia continua a essere utilizzata, così come negli Stati Uniti si moltiplicano gli studi che ne rilevano l'efficacia. L'ente regolatore americano, l'Fda, e il Canada l'hanno autorizzato su chi non riesce a produrre anticorpi in quantità sufficienti, cioè gli immunodepressi, come gli anziani. Il dottor De Donno nel giugno 2020, proprio in un'intervista alla Verità disse: «La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non fa miliardari. E io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma».I primi a utilizzare il plasma nei malati di Covid erano stati i medici di Shanghai che pubblicarono uno studio citato anche dall'Istituto superiore di sanità. La terapia, in sé, non era una novità. Era stata usata in precedenza con l'ebola e contro la Mers, altro virus respiratorio. Se l'organismo è esposto al virus produce anticorpi, proteine che aiutano a contrastarne l'azione. Questi anticorpi sono contenuti nel plasma. Quando il malato guarisce, gli anticorpi rimangono nel plasma per un certo periodo di tempo, pronti a entrare in azione qualora il virus tornasse. Il plasma va somministrato precocemente per essere efficace, quando è massima la replicazione virale, e dev'essere ricco di anticorpi. Il siero va sottoposto a test di neutralizzazione, che ne certifica la qualità e la presenza di anticorpi. Come spiega l'Avis, la maggiore associazione di donatori di sangue, il plasma iperimmune può essere ottenuto da pazienti guariti che hanno un alto titolo anticorpale. La primavera scorsa, nel primo lockdown, due ospedali, il Carlo Poma di Mantova e il San Matteo di Pavia, sperimentarono la somministrazione di plasma di sopravvissuti al virus in malati appena contagiati. Lo studio, iniziato il 17 marzo e concluso l'8 maggio 2020, ha arruolato 46 pazienti ricoverati nei due ospedali con difficoltà di respirazione tali da necessitare supporto di ossigeno o intubazione. I medici hanno notato che, trasfondendo loro il siero di pazienti guariti e aggiungendolo a colture cellulari, lo sviluppo del virus veniva annientato, segno della presenza di anticorpi neutralizzanti. Il risultato della sperimentazione, come si legge su Haematologica, una delle più prestigiose riviste scientifiche del settore, è stato «superiore alle più rosee aspettative».Quando è cominciata la sperimentazione, sulla base dei dati ministeriali, la mortalità dei pazienti in terapia intensiva era tra il 13 e il 20%: utilizzando questa tecnica, si legge sulla rivista scientifica, «la mortalità si è ridotta al 6%. In altre parole, da 1 decesso atteso ogni 6 pazienti, se n'è verificato 1 ogni 16. Contemporaneamente, si è constatato che anche gli altri parametri subivano miglioramenti considerevoli: i valori del distress respiratorio miglioravano entro la prima settimana e i tre parametri fissati per l'infezione diminuivano in maniera altrettanto importante. Il risultato più rilevante è stato quello di una riduzione della mortalità assoluta del 9%». La notizia ha fatto il giro del mondo. Lo studio era il primo condotto nel mondo occidentale sull'utilizzo del plasma convalescente nel Covid. Immediatamente sui due ospedali sono arrivate richieste a valanga per avere i dettagli della terapia. Gli Stati Uniti sono stati primi a muoversi e l'Fda ha autorizzato la terapia. La Francia ha convocato i medici coinvolti per farsi spiegare come applicare la terapia. Ma in Italia la comunità scientifica si è divisa tra fautori e contrari. Questi ultimi hanno ritirato fuori vecchie polemiche sui rischi dell'uso del plasma e sulla mancanza di un'evidenza scientifica definitiva. La quale è possibile solo dopo una lunga sperimentazione e la sicurezza delle trasfusioni è ormai ampiamente assicurata. Del resto, anche i vaccini vengono oggi somministrati in tutto il mondo in via sperimentale.L'Aifa ha promosso uno studio nazionale denominato Tsunami, con l'obiettivo di «valutare con opportuno rigore metodologico l'efficacia e la sicurezza della terapia. Ma non prevede in alcun modo nessun trattamento industriale del plasma». I risultati non sono stati ancora pubblicati sulle riviste scientifiche. Un comunicato dell'Agenzia del farmaco dell'8 aprile 2021 dice che «non è stata riscontrata una differenza statisticamente significativa dell'end-point primario (“necessità di ventilazione meccanica invasiva o decesso entro 30 giorni dalla data di randomizzazione") tra il gruppo trattato con plasma e quello trattato con terapia standard».Quale è la situazione ora? A Pavia la sperimentazione continua ed è stata creata una banca del plasma pronta per le emergenze. Sono anche in corso analisi sull'efficacia del siero raccolto contro la variante Delta. Giustina De Silvestro, direttore del Centro immunotrasfusionale nell'Azienda universitaria ospedaliera di Padova, dice che «i clinici non chiedono più questo trattamento. Nell'ultimo periodo l'hanno ricevuto solo un paio di pazienti. La letteratura scientifica non l'ha molto sostenuto, preferendo gli anticorpi monoclonali per i soggetti non ospedalizzati e gli antivirali assieme ad altri farmaci per i degenti». A Padova si sta completando in questi giorni uno studio sulle centinaia di casi trattati negli ospedali veneti che a breve sarà pubblicato su una rivista scientifica: «Dimostrerà come un impegno così importante non sia stato vano. Non è una cura miracolosa, ma ha dato buoni risultati», dice De Silvestro. La quale rileva però due limiti: non è facile capire a priori quali siano i soggetti ideali ai quali somministrarlo e non porta guadagno. La spesa non è confrontabile a quella dei farmaci». Il plasma viene raccolto direttamente dai centri trasfusionali degli ospedali e non c'è alcun guadagno per le case farmaceutiche. Ogni dose costa 200 euro al sistema sanitario pubblico, un ciclo completo 600/650 euro, meno di una giornata di ricovero, meno dei 2.000 euro a somministrazione richiesti dai monoclonali e meno delle centinaia di migliaia di euro spesi per i farmaci specifici. Non c'è business.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-verita-sul-plasma-iperimmune-2654753894.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lavvocato-che-diffido-le-regioni-ebbero-lordine-di-bloccare-tutto" data-post-id="2654753894" data-published-at="1629662166" data-use-pagination="False"> L’avvocato che diffidò le Regioni: «Ebbero l’ordine di bloccare tutto» Erich Grimaldi è l'avvocato di tante battaglie sulle terapie domiciliari contro il Covid. Secondo la scienza ufficiale, non esiste una vera e propria cura fuori dagli ospedali contro il virus. Ma il Comitato cura domiciliare Covid, che riunisce un gruppo di medici di base, ex pazienti e persone comuni, ritiene che si sarebbero potute salvare tante vite utilizzando tempestivamente i farmaci giusti. «Il protocollo ministeriale prevede che nella prima fase del contagio il malato riceva paracetamolo e antinfiammatori non steroidei e rimanga in vigile attesa dell'evoluzione della malattia. Il Comitato ritiene che sono disponibili farmaci che somministrati in tempo, possono arrestare l'evoluzione più grave», afferma Grimaldi. Tra le terapie da usare tempestivamente, nei primi giorni di ospedalizzazione, c'è il plasma iperimmune. Grimaldi è stato promotore di una diffida inviata, a febbraio 2021, al Centro nazionale trasfusionale sangue e a tutte le Regioni affinché venisse utilizzato il plasma, in modo omogeneo, in tutti gli ospedali, con un adeguato e tempestivo processo di raccolta, conservazione e distribuzione. «L'esperienza degli ospedali di Mantova e Pavia, dove la terapia ha avuto un largo successo, e numerosi studi favorevoli, avrebbero dovuto indurre le autorità sanitarie a favorire la diffusione dell'utilizzo del plasma iperimmune. Invece ciò non è stato. Alla mia diffida le regioni hanno risposto che avevano ricevuto indicazioni per sospendere la sperimentazione». L'avvocato non si spiega la cortina di silenzio calata su questo tipo di interventi anti Covid. «È inconcepibile», dice. «I risultati soddisfacenti ci sono e altri Paesi continuano a praticare questa terapia. Una battuta d'arresto c'è stata a seguito del comunicato dell'Aifa al termine dello studio Tsunami, eseguito con l'Istituto superiore di sanità sull'utilizzo del plasma iperimmune in pazienti con Covid e compromissione ventilatoria lieve/moderata». È la nota per la quale la terapia non evidenziava benefici rispetto alla procedura standard. «L'Aifa», prosegue Grimaldi, «non ha più pubblicizzato il dono di plasma iperimmune, ma ha chiesto di continuare comunque la sensibilizzazione alla donazione di sangue, i cui derivati potevano essere utili come terapia salvavita per tanti pazienti affetti da altri tipi di patologie. A mio avviso, durante l'emergenza sanitaria, andava utilizzata qualsiasi arma terapeutica per sconfiggere il virus, sia in fase precoce, ai primi sintomi, con un'adeguata cura domiciliare, sia in ospedale, con l'utilizzo del plasma iperimmune al momento del ricovero del paziente. E bisognava creare subito delle banche di plasma». Ma ciò non è avvenuto. «Nemmeno le Regioni ci hanno creduto», osserva Grimaldi, «e il motivo resterà un'incognita. Migliaia di pazienti positivi e guariti che potevano donare il plasma iperimmune non sono stati mai contattati e sensibilizzati. Il nostro comitato ha ricevuto diverse segnalazioni, sia di pazienti guariti che non riuscivano a donare il plasma nella propria Regione in assenza di adeguati centri di raccolta e di informazioni, sia di familiari che non riuscivano a reperire sacche nei centri trasfusionali. Gli ospedali Covid, benché sollecitati, non hanno adottato tempestivamente la terapia».
Ansa
La fotografia dell’incredibile situazione è contenuta nella relazione sull’amministrazione della giustizia nel 2025. Due volumi di quasi mille pagine ciascuna, presentati mercoledì mattina dal ministro Carlo Nordio in Parlamento. Fra le tante anomalie che quotidianamente si registrano nei tribunali italiani, il Guardasigilli ha segnalato il raddoppio negli ultimi dieci anni delle spese del cosiddetto gratuito patrocinio. Nel 2015, per difendere chi non aveva la possibilità di nominare un avvocato di fiducia, lo Stato spendeva 215 milioni. Oggi la somma sfiora il mezzo miliardo. In pratica, più o meno quel che destiniamo al Fondo per le disabilità. Naturalmente, come recita l’articolo 24 della Costituzione, la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Dunque, primo, secondo e terzo grado di giudizio. E chi non può permettersi di ingaggiare un avvocato che lo difenda? La carta su cui si fonda la nostra Repubblica, chiarisce che «sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti a ogni giurisdizione».
Ovviamente gli immigrati sono considerati sempre e senza troppi approfondimenti persone che non hanno la possibilità di pagarsi un legale. Perciò paga Pantalone, cioè i contribuenti. Il problema è che gli extracomunitari giunti in Italia magari non avranno un soldo per ingaggiare un legale, però hanno tutte le informazioni che servono per nominarlo a spese dello Stato. In qualche caso, appena sbarcati, in tasca hanno già il numero di telefono dell’avvocato a cui appellarsi in caso di fermo, di diniego del permesso di soggiorno e perfino qualora venga loro consegnato un decreto di espulsione.
Forse non conoscono le nostre leggi e infatti molti si guardano bene dal rispettarle, tuttavia, conoscono a menadito i loro diritti e li fanno valere senza alcuna esitazione. Il conto di tutto ciò vale quasi 500 milioni, perché in gran parte sono gli stranieri a beneficiare del gratuito patrocinio. Una voce che pesa e non poco sul bilancio della giustizia, impedendo che questi fondi siano dirottati per consentire un migliore funzionamento dei tribunali.
Ma come si è arrivati a questa situazione? Semplice, la crescente immigrazione si è trasformata in un business per alcuni piccoli studi legali. I quali magari facevano fatica a campare con l’attività ordinaria, ma poi hanno scoperto la miniera d’oro dei ricorsi contro il diniego del permesso di soggiorno e i decreti di espulsione. Un affare, appunto, da mezzo miliardo. È vero che le parcelle sono al minimo, sulla base dei parametri forensi fissati dalle tabelle dell’ordine di categoria. Ma anche se basso, quando il compenso è esteso a una platea molto vasta, come quella degli immigrati, alla fine il fatturato è garantito e per di più dallo Stato.
In pratica, vista la difficoltà nell’accertare se lo straniero abbia o meno un reddito che gli consenta di pagarsi l’avvocato, della parcella si fa carico il ministero. Risultato, noi paghiamo un esercito di avvocati per impedire che chi non ha diritto di restare in Italia venga espulso. Vi sembra un paradosso? A me pare una follia. Non solo abbiamo dei giudici che si oppongono ai rimpatri, ma dobbiamo pure sobbarcarci della difesa di chi non vogliamo. E poi ci offendiamo se Trump o Vance dicono che l’Europa si avvia al suicidio.
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Nella Regione di Murcia, giovedì mattina un treno a scartamento ridotto in servizio sulla linea Cartagena-Los Nietos si è scontrato ad Alumbres con una gru esterna alla rete ferroviaria, causando almeno sei feriti. Una Spagna sempre più sconcertata, e in lutto per le vittime, si chiede perché mai il governo non abbia provveduto alla doverosa manutenzione della rete, non solo di quell’alta velocità orgoglio del Paese.
Giovedì sono stati trovati gli ultimi due corpi dei passeggeri dispersi dopo il deragliamento del treno ad alta velocità Iryo partito da Malaga e diretto a Madrid, che aveva invaso la linea adiacente scontrandosi con un convoglio Renfe Alvia proveniente dalla direzione opposta e diretto a Huelva. Si sta lavorando per completare l’identificazione di tutte le vittime del tremendo incidente.
In Catalogna, solo nel pomeriggio il governo e i principali sindacati dei macchinisti della Renfe raggiungevano un accordo per ripristinare il servizio ferroviario suburbano Rodalies, dopo oltre 36 ore di inattività, in seguito all’incidente ferroviario a Gelida che aveva causato la morte di una persona e diversi feriti. Più di 400.000 catalani sono rimasti senza servizio ferroviario.
In segno di rispetto per le vittime, i partiti all’opposizione stanno rimandando lo scontro con Pedro Sánchez. Il leader del Pp, Alberto Núñez Feijóo, ha già chiesto al governo di spiegare «nel dettaglio» perché le misure adottate dopo «questa settimana nera per le ferrovie» non siano state attuate in anticipo.
Oggi Vox ha annunciato di aver promosso un’azione legale contro l’ex presidente dell’Adif, Isabel Pardo de Vera, e l’attuale capo della compagnia ferroviaria statale, Pedro Marco de la Peña, per omicidio colposo e altri cinque reati a seguito dell’incidente ferroviario di Adamuz. Li ritiene «responsabili indipendentemente» dal fatto che le cause siano chiarite e attribuisce l’evento, ancora in fase di indagine, alla mancanza di manutenzione dei binari.
«Sánchez, con la felice collaborazione di Pilar Alegría (ex portavoce del governo e candidata del Psoe alle elezioni aragonesi dell’8 febbraio, ndr) ha avviato la Spagna verso la trasformazione in un Paese del Terzo mondo. Lo vediamo nelle ferrovie, nelle strade, nella rete elettrica, nei servizi pubblici... e nella corruzione dilagante», scriveva su X il leader di Vox, Santiago Abascal.
Intanto si celebrano i funerali delle vittime. Particolarmente toccante l’ultimo saluto alla famiglia Zamorano, padre, madre, figlioletto e nipote, tutti morti nel deragliamento mentre stavano viaggiando sul treno Alvia per tornare a Huelva. Solo la bambina di sei anni è sopravvissuta. Una folla immensa si è radunata ad Aljaraque, i compagni di classe del piccolo Pepe di 12 anni hanno lanciato in cielo palloncini bianchi. Il tributo di Stato per le vittime del tragico incidente si terrà a Huelva sabato 31 gennaio, alla presenza dei sovrani di Spagna. Da quella città proveniva infatti il maggior numero delle vittime.
In tanta tristezza, una notizia che rasserena. Boro, il cane scomparso dopo l’incidente e che viaggiava sull’Iryo, è stato ritrovato vivo dopo diversi giorni di intense ricerche nella zona. La sua proprietaria, Ana, era a bordo del treno assieme alla sorella Raquel ed entrambe erano rimaste ferite. Boro, incrocio tra uno schnauzer nero e un cane d’acqua spagnolo, terrorizzato dallo schianto e dalle urla era riuscito a scappare fuggendo attraverso i campi. Oggi i volontari l’hanno tratto in salvo e, dopo l’abbraccio della proprietaria, affidato alle cure dei veterinari.
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