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2021-08-22
La verità sul plasma iperimmune
Ansa
Tante speranze, innumerevoli polemiche, la comunità scientifica divisa a metà, uno stop and go estenuante tra entusiasmi e smentite, fino a quando si è abbassata la saracinesca del silenzio. Di terapia con il plasma iperimmune non si parla più. La scomparsa del pioniere della cura, Giuseppe De Donno, che l'aveva avviata quando era primario di pneumologia dell'ospedale Carlo Poma di Mantova, a molti è parsa l'ultima tappa della storia poco fortunata (almeno in Italia) di questo trattamento. Eppure in Francia, Germania, Spagna e Regno Unito la terapia continua a essere utilizzata, così come negli Stati Uniti si moltiplicano gli studi che ne rilevano l'efficacia. L'ente regolatore americano, l'Fda, e il Canada l'hanno autorizzato su chi non riesce a produrre anticorpi in quantità sufficienti, cioè gli immunodepressi, come gli anziani. Il dottor De Donno nel giugno 2020, proprio in un'intervista alla Verità disse: «La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non fa miliardari. E io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma».
I primi a utilizzare il plasma nei malati di Covid erano stati i medici di Shanghai che pubblicarono uno studio citato anche dall'Istituto superiore di sanità. La terapia, in sé, non era una novità. Era stata usata in precedenza con l'ebola e contro la Mers, altro virus respiratorio. Se l'organismo è esposto al virus produce anticorpi, proteine che aiutano a contrastarne l'azione. Questi anticorpi sono contenuti nel plasma. Quando il malato guarisce, gli anticorpi rimangono nel plasma per un certo periodo di tempo, pronti a entrare in azione qualora il virus tornasse. Il plasma va somministrato precocemente per essere efficace, quando è massima la replicazione virale, e dev'essere ricco di anticorpi. Il siero va sottoposto a test di neutralizzazione, che ne certifica la qualità e la presenza di anticorpi. Come spiega l'Avis, la maggiore associazione di donatori di sangue, il plasma iperimmune può essere ottenuto da pazienti guariti che hanno un alto titolo anticorpale.
La primavera scorsa, nel primo lockdown, due ospedali, il Carlo Poma di Mantova e il San Matteo di Pavia, sperimentarono la somministrazione di plasma di sopravvissuti al virus in malati appena contagiati. Lo studio, iniziato il 17 marzo e concluso l'8 maggio 2020, ha arruolato 46 pazienti ricoverati nei due ospedali con difficoltà di respirazione tali da necessitare supporto di ossigeno o intubazione. I medici hanno notato che, trasfondendo loro il siero di pazienti guariti e aggiungendolo a colture cellulari, lo sviluppo del virus veniva annientato, segno della presenza di anticorpi neutralizzanti. Il risultato della sperimentazione, come si legge su Haematologica, una delle più prestigiose riviste scientifiche del settore, è stato «superiore alle più rosee aspettative».
Quando è cominciata la sperimentazione, sulla base dei dati ministeriali, la mortalità dei pazienti in terapia intensiva era tra il 13 e il 20%: utilizzando questa tecnica, si legge sulla rivista scientifica, «la mortalità si è ridotta al 6%. In altre parole, da 1 decesso atteso ogni 6 pazienti, se n'è verificato 1 ogni 16. Contemporaneamente, si è constatato che anche gli altri parametri subivano miglioramenti considerevoli: i valori del distress respiratorio miglioravano entro la prima settimana e i tre parametri fissati per l'infezione diminuivano in maniera altrettanto importante. Il risultato più rilevante è stato quello di una riduzione della mortalità assoluta del 9%». La notizia ha fatto il giro del mondo. Lo studio era il primo condotto nel mondo occidentale sull'utilizzo del plasma convalescente nel Covid.
Immediatamente sui due ospedali sono arrivate richieste a valanga per avere i dettagli della terapia. Gli Stati Uniti sono stati primi a muoversi e l'Fda ha autorizzato la terapia. La Francia ha convocato i medici coinvolti per farsi spiegare come applicare la terapia. Ma in Italia la comunità scientifica si è divisa tra fautori e contrari. Questi ultimi hanno ritirato fuori vecchie polemiche sui rischi dell'uso del plasma e sulla mancanza di un'evidenza scientifica definitiva. La quale è possibile solo dopo una lunga sperimentazione e la sicurezza delle trasfusioni è ormai ampiamente assicurata. Del resto, anche i vaccini vengono oggi somministrati in tutto il mondo in via sperimentale.
L'Aifa ha promosso uno studio nazionale denominato Tsunami, con l'obiettivo di «valutare con opportuno rigore metodologico l'efficacia e la sicurezza della terapia. Ma non prevede in alcun modo nessun trattamento industriale del plasma». I risultati non sono stati ancora pubblicati sulle riviste scientifiche. Un comunicato dell'Agenzia del farmaco dell'8 aprile 2021 dice che «non è stata riscontrata una differenza statisticamente significativa dell'end-point primario (“necessità di ventilazione meccanica invasiva o decesso entro 30 giorni dalla data di randomizzazione") tra il gruppo trattato con plasma e quello trattato con terapia standard».
Quale è la situazione ora? A Pavia la sperimentazione continua ed è stata creata una banca del plasma pronta per le emergenze. Sono anche in corso analisi sull'efficacia del siero raccolto contro la variante Delta. Giustina De Silvestro, direttore del Centro immunotrasfusionale nell'Azienda universitaria ospedaliera di Padova, dice che «i clinici non chiedono più questo trattamento. Nell'ultimo periodo l'hanno ricevuto solo un paio di pazienti. La letteratura scientifica non l'ha molto sostenuto, preferendo gli anticorpi monoclonali per i soggetti non ospedalizzati e gli antivirali assieme ad altri farmaci per i degenti». A Padova si sta completando in questi giorni uno studio sulle centinaia di casi trattati negli ospedali veneti che a breve sarà pubblicato su una rivista scientifica: «Dimostrerà come un impegno così importante non sia stato vano. Non è una cura miracolosa, ma ha dato buoni risultati», dice De Silvestro. La quale rileva però due limiti: non è facile capire a priori quali siano i soggetti ideali ai quali somministrarlo e non porta guadagno. La spesa non è confrontabile a quella dei farmaci». Il plasma viene raccolto direttamente dai centri trasfusionali degli ospedali e non c'è alcun guadagno per le case farmaceutiche. Ogni dose costa 200 euro al sistema sanitario pubblico, un ciclo completo 600/650 euro, meno di una giornata di ricovero, meno dei 2.000 euro a somministrazione richiesti dai monoclonali e meno delle centinaia di migliaia di euro spesi per i farmaci specifici. Non c'è business.
L’avvocato che diffidò le Regioni: «Ebbero l’ordine di bloccare tutto»
Erich Grimaldi è l'avvocato di tante battaglie sulle terapie domiciliari contro il Covid. Secondo la scienza ufficiale, non esiste una vera e propria cura fuori dagli ospedali contro il virus. Ma il Comitato cura domiciliare Covid, che riunisce un gruppo di medici di base, ex pazienti e persone comuni, ritiene che si sarebbero potute salvare tante vite utilizzando tempestivamente i farmaci giusti. «Il protocollo ministeriale prevede che nella prima fase del contagio il malato riceva paracetamolo e antinfiammatori non steroidei e rimanga in vigile attesa dell'evoluzione della malattia. Il Comitato ritiene che sono disponibili farmaci che somministrati in tempo, possono arrestare l'evoluzione più grave», afferma Grimaldi. Tra le terapie da usare tempestivamente, nei primi giorni di ospedalizzazione, c'è il plasma iperimmune.
Grimaldi è stato promotore di una diffida inviata, a febbraio 2021, al Centro nazionale trasfusionale sangue e a tutte le Regioni affinché venisse utilizzato il plasma, in modo omogeneo, in tutti gli ospedali, con un adeguato e tempestivo processo di raccolta, conservazione e distribuzione. «L'esperienza degli ospedali di Mantova e Pavia, dove la terapia ha avuto un largo successo, e numerosi studi favorevoli, avrebbero dovuto indurre le autorità sanitarie a favorire la diffusione dell'utilizzo del plasma iperimmune. Invece ciò non è stato. Alla mia diffida le regioni hanno risposto che avevano ricevuto indicazioni per sospendere la sperimentazione».
L'avvocato non si spiega la cortina di silenzio calata su questo tipo di interventi anti Covid. «È inconcepibile», dice. «I risultati soddisfacenti ci sono e altri Paesi continuano a praticare questa terapia. Una battuta d'arresto c'è stata a seguito del comunicato dell'Aifa al termine dello studio Tsunami, eseguito con l'Istituto superiore di sanità sull'utilizzo del plasma iperimmune in pazienti con Covid e compromissione ventilatoria lieve/moderata». È la nota per la quale la terapia non evidenziava benefici rispetto alla procedura standard. «L'Aifa», prosegue Grimaldi, «non ha più pubblicizzato il dono di plasma iperimmune, ma ha chiesto di continuare comunque la sensibilizzazione alla donazione di sangue, i cui derivati potevano essere utili come terapia salvavita per tanti pazienti affetti da altri tipi di patologie. A mio avviso, durante l'emergenza sanitaria, andava utilizzata qualsiasi arma terapeutica per sconfiggere il virus, sia in fase precoce, ai primi sintomi, con un'adeguata cura domiciliare, sia in ospedale, con l'utilizzo del plasma iperimmune al momento del ricovero del paziente. E bisognava creare subito delle banche di plasma».
Ma ciò non è avvenuto. «Nemmeno le Regioni ci hanno creduto», osserva Grimaldi, «e il motivo resterà un'incognita. Migliaia di pazienti positivi e guariti che potevano donare il plasma iperimmune non sono stati mai contattati e sensibilizzati. Il nostro comitato ha ricevuto diverse segnalazioni, sia di pazienti guariti che non riuscivano a donare il plasma nella propria Regione in assenza di adeguati centri di raccolta e di informazioni, sia di familiari che non riuscivano a reperire sacche nei centri trasfusionali. Gli ospedali Covid, benché sollecitati, non hanno adottato tempestivamente la terapia».
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La terapia ideata in Italia è applicata con successo in vari Paesi. Ma qui, morto Giuseppe De Donno, è stata messa da parte. Per preconcetti e zero business.L'avvocato che diffidò le Regioni: «Ebbero l'ordine di bloccare tutto». «Mandai un'ingiunzione lo scorso febbraio, risposero che l'indicazione ricevuta era di sospendere le trasfusioni», rivela Erich Grimaldi «Nessuno ci ha mai creduto».Lo speciale comprende due articoli. Tante speranze, innumerevoli polemiche, la comunità scientifica divisa a metà, uno stop and go estenuante tra entusiasmi e smentite, fino a quando si è abbassata la saracinesca del silenzio. Di terapia con il plasma iperimmune non si parla più. La scomparsa del pioniere della cura, Giuseppe De Donno, che l'aveva avviata quando era primario di pneumologia dell'ospedale Carlo Poma di Mantova, a molti è parsa l'ultima tappa della storia poco fortunata (almeno in Italia) di questo trattamento. Eppure in Francia, Germania, Spagna e Regno Unito la terapia continua a essere utilizzata, così come negli Stati Uniti si moltiplicano gli studi che ne rilevano l'efficacia. L'ente regolatore americano, l'Fda, e il Canada l'hanno autorizzato su chi non riesce a produrre anticorpi in quantità sufficienti, cioè gli immunodepressi, come gli anziani. Il dottor De Donno nel giugno 2020, proprio in un'intervista alla Verità disse: «La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non fa miliardari. E io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma».I primi a utilizzare il plasma nei malati di Covid erano stati i medici di Shanghai che pubblicarono uno studio citato anche dall'Istituto superiore di sanità. La terapia, in sé, non era una novità. Era stata usata in precedenza con l'ebola e contro la Mers, altro virus respiratorio. Se l'organismo è esposto al virus produce anticorpi, proteine che aiutano a contrastarne l'azione. Questi anticorpi sono contenuti nel plasma. Quando il malato guarisce, gli anticorpi rimangono nel plasma per un certo periodo di tempo, pronti a entrare in azione qualora il virus tornasse. Il plasma va somministrato precocemente per essere efficace, quando è massima la replicazione virale, e dev'essere ricco di anticorpi. Il siero va sottoposto a test di neutralizzazione, che ne certifica la qualità e la presenza di anticorpi. Come spiega l'Avis, la maggiore associazione di donatori di sangue, il plasma iperimmune può essere ottenuto da pazienti guariti che hanno un alto titolo anticorpale. La primavera scorsa, nel primo lockdown, due ospedali, il Carlo Poma di Mantova e il San Matteo di Pavia, sperimentarono la somministrazione di plasma di sopravvissuti al virus in malati appena contagiati. Lo studio, iniziato il 17 marzo e concluso l'8 maggio 2020, ha arruolato 46 pazienti ricoverati nei due ospedali con difficoltà di respirazione tali da necessitare supporto di ossigeno o intubazione. I medici hanno notato che, trasfondendo loro il siero di pazienti guariti e aggiungendolo a colture cellulari, lo sviluppo del virus veniva annientato, segno della presenza di anticorpi neutralizzanti. Il risultato della sperimentazione, come si legge su Haematologica, una delle più prestigiose riviste scientifiche del settore, è stato «superiore alle più rosee aspettative».Quando è cominciata la sperimentazione, sulla base dei dati ministeriali, la mortalità dei pazienti in terapia intensiva era tra il 13 e il 20%: utilizzando questa tecnica, si legge sulla rivista scientifica, «la mortalità si è ridotta al 6%. In altre parole, da 1 decesso atteso ogni 6 pazienti, se n'è verificato 1 ogni 16. Contemporaneamente, si è constatato che anche gli altri parametri subivano miglioramenti considerevoli: i valori del distress respiratorio miglioravano entro la prima settimana e i tre parametri fissati per l'infezione diminuivano in maniera altrettanto importante. Il risultato più rilevante è stato quello di una riduzione della mortalità assoluta del 9%». La notizia ha fatto il giro del mondo. Lo studio era il primo condotto nel mondo occidentale sull'utilizzo del plasma convalescente nel Covid. Immediatamente sui due ospedali sono arrivate richieste a valanga per avere i dettagli della terapia. Gli Stati Uniti sono stati primi a muoversi e l'Fda ha autorizzato la terapia. La Francia ha convocato i medici coinvolti per farsi spiegare come applicare la terapia. Ma in Italia la comunità scientifica si è divisa tra fautori e contrari. Questi ultimi hanno ritirato fuori vecchie polemiche sui rischi dell'uso del plasma e sulla mancanza di un'evidenza scientifica definitiva. La quale è possibile solo dopo una lunga sperimentazione e la sicurezza delle trasfusioni è ormai ampiamente assicurata. Del resto, anche i vaccini vengono oggi somministrati in tutto il mondo in via sperimentale.L'Aifa ha promosso uno studio nazionale denominato Tsunami, con l'obiettivo di «valutare con opportuno rigore metodologico l'efficacia e la sicurezza della terapia. Ma non prevede in alcun modo nessun trattamento industriale del plasma». I risultati non sono stati ancora pubblicati sulle riviste scientifiche. Un comunicato dell'Agenzia del farmaco dell'8 aprile 2021 dice che «non è stata riscontrata una differenza statisticamente significativa dell'end-point primario (“necessità di ventilazione meccanica invasiva o decesso entro 30 giorni dalla data di randomizzazione") tra il gruppo trattato con plasma e quello trattato con terapia standard».Quale è la situazione ora? A Pavia la sperimentazione continua ed è stata creata una banca del plasma pronta per le emergenze. Sono anche in corso analisi sull'efficacia del siero raccolto contro la variante Delta. Giustina De Silvestro, direttore del Centro immunotrasfusionale nell'Azienda universitaria ospedaliera di Padova, dice che «i clinici non chiedono più questo trattamento. Nell'ultimo periodo l'hanno ricevuto solo un paio di pazienti. La letteratura scientifica non l'ha molto sostenuto, preferendo gli anticorpi monoclonali per i soggetti non ospedalizzati e gli antivirali assieme ad altri farmaci per i degenti». A Padova si sta completando in questi giorni uno studio sulle centinaia di casi trattati negli ospedali veneti che a breve sarà pubblicato su una rivista scientifica: «Dimostrerà come un impegno così importante non sia stato vano. Non è una cura miracolosa, ma ha dato buoni risultati», dice De Silvestro. La quale rileva però due limiti: non è facile capire a priori quali siano i soggetti ideali ai quali somministrarlo e non porta guadagno. La spesa non è confrontabile a quella dei farmaci». Il plasma viene raccolto direttamente dai centri trasfusionali degli ospedali e non c'è alcun guadagno per le case farmaceutiche. Ogni dose costa 200 euro al sistema sanitario pubblico, un ciclo completo 600/650 euro, meno di una giornata di ricovero, meno dei 2.000 euro a somministrazione richiesti dai monoclonali e meno delle centinaia di migliaia di euro spesi per i farmaci specifici. Non c'è business.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-verita-sul-plasma-iperimmune-2654753894.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lavvocato-che-diffido-le-regioni-ebbero-lordine-di-bloccare-tutto" data-post-id="2654753894" data-published-at="1629662166" data-use-pagination="False"> L’avvocato che diffidò le Regioni: «Ebbero l’ordine di bloccare tutto» Erich Grimaldi è l'avvocato di tante battaglie sulle terapie domiciliari contro il Covid. Secondo la scienza ufficiale, non esiste una vera e propria cura fuori dagli ospedali contro il virus. Ma il Comitato cura domiciliare Covid, che riunisce un gruppo di medici di base, ex pazienti e persone comuni, ritiene che si sarebbero potute salvare tante vite utilizzando tempestivamente i farmaci giusti. «Il protocollo ministeriale prevede che nella prima fase del contagio il malato riceva paracetamolo e antinfiammatori non steroidei e rimanga in vigile attesa dell'evoluzione della malattia. Il Comitato ritiene che sono disponibili farmaci che somministrati in tempo, possono arrestare l'evoluzione più grave», afferma Grimaldi. Tra le terapie da usare tempestivamente, nei primi giorni di ospedalizzazione, c'è il plasma iperimmune. Grimaldi è stato promotore di una diffida inviata, a febbraio 2021, al Centro nazionale trasfusionale sangue e a tutte le Regioni affinché venisse utilizzato il plasma, in modo omogeneo, in tutti gli ospedali, con un adeguato e tempestivo processo di raccolta, conservazione e distribuzione. «L'esperienza degli ospedali di Mantova e Pavia, dove la terapia ha avuto un largo successo, e numerosi studi favorevoli, avrebbero dovuto indurre le autorità sanitarie a favorire la diffusione dell'utilizzo del plasma iperimmune. Invece ciò non è stato. Alla mia diffida le regioni hanno risposto che avevano ricevuto indicazioni per sospendere la sperimentazione». L'avvocato non si spiega la cortina di silenzio calata su questo tipo di interventi anti Covid. «È inconcepibile», dice. «I risultati soddisfacenti ci sono e altri Paesi continuano a praticare questa terapia. Una battuta d'arresto c'è stata a seguito del comunicato dell'Aifa al termine dello studio Tsunami, eseguito con l'Istituto superiore di sanità sull'utilizzo del plasma iperimmune in pazienti con Covid e compromissione ventilatoria lieve/moderata». È la nota per la quale la terapia non evidenziava benefici rispetto alla procedura standard. «L'Aifa», prosegue Grimaldi, «non ha più pubblicizzato il dono di plasma iperimmune, ma ha chiesto di continuare comunque la sensibilizzazione alla donazione di sangue, i cui derivati potevano essere utili come terapia salvavita per tanti pazienti affetti da altri tipi di patologie. A mio avviso, durante l'emergenza sanitaria, andava utilizzata qualsiasi arma terapeutica per sconfiggere il virus, sia in fase precoce, ai primi sintomi, con un'adeguata cura domiciliare, sia in ospedale, con l'utilizzo del plasma iperimmune al momento del ricovero del paziente. E bisognava creare subito delle banche di plasma». Ma ciò non è avvenuto. «Nemmeno le Regioni ci hanno creduto», osserva Grimaldi, «e il motivo resterà un'incognita. Migliaia di pazienti positivi e guariti che potevano donare il plasma iperimmune non sono stati mai contattati e sensibilizzati. Il nostro comitato ha ricevuto diverse segnalazioni, sia di pazienti guariti che non riuscivano a donare il plasma nella propria Regione in assenza di adeguati centri di raccolta e di informazioni, sia di familiari che non riuscivano a reperire sacche nei centri trasfusionali. Gli ospedali Covid, benché sollecitati, non hanno adottato tempestivamente la terapia».
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Dai dati pubblicati dal ministero dell’Economia emerge che nel 2024, secondo le dichiarazioni presentate nel 2025, l’economia ha continuato a crescere. Questo si esprime con l’aumento del reddito complessivo dichiarato che ha sfiorato i 1.100 miliardi di euro, attestandosi a 1.076,3 miliardi, (+4,7% sul 2023) e con l’aumento del reddito medio, che viaggia intorno a 25.820 euro (+4%). Ma se da una parte il Paese, pur con le note difficoltà, continua a espandersi, sul fronte fiscale manifesta uno squilibrio macroscopico. Gli italiani sono 59 milioni (compresi anche bambini e neonati), i contribuenti che presentano la dichiarazione sono 42,8 milioni ma di questi 11,3 milioni non pagano le tasse (a vario titolo): ecco dunque che ogni contribuente ha sostanzialmente sulle spalle un altro cittadino.
Considerando che sono oltre 8,7 milioni coloro con un’imposta netta pari a 0, poiché hanno redditi bassi o per effetto delle detrazioni, e quanti abbattono il dovuto grazie a bonus e trattamenti integrativi e come tali sono esonerati dalla presentazione della dichiarazione, c’è un’ampia fetta di italiani che vive di fatto senza un rapporto con il fisco. Certo il dato non è nuovo ma stupisce che rimane una fascia importante, nonostante il miglioramento dell’economia. Una crescita che trova la sua conferma nell’aumento del 3,9% dell’Irpef netta dichiarata, pari a 197,4 miliardi di euro, con un valore medio pro capite di 5.790 euro.
Esaminando la provenienza del gettito fiscale emerge che la fascia tra 35.000 e 70.000 euro, ovvero il ceto medio, da sola versa il 32,1% dell’Irpef complessiva. I contribuenti con redditi fino a 35.000 euro rappresentano oltre tre quarti della platea (76,6%), ma contribuiscono a poco più di un terzo dell’imposta totale (34,9%). Invece il 23,4% dei contribuenti, ovvero quelli sopra i 35.000 euro, sostiene il 65,1% del gettito. I redditi superiori a 300.000 euro (lo 0,2% della platea) contribuiscono per il 6,6% del totale in lieve diminuzione rispetto al 2023 quando rappresentavano il 7,1%.
Un’altra costante nelle rilevazioni è che la gran parte del totale dichiarato (l’84,6%) proviene dal lavoro dipendente che da solo rappresenta oltre la metà (54,4%) e dalle pensioni (30,2%). Ovvero da quella fascia di contribuenti che sono soggetti a un prelievo alla fonte e che non hanno alcuna possibilità di evadere. Sono loro le colonne portanti della finanza pubblica che garantiscono il funzionamento dei vari servizi a cominciare dalla sanità. Interessante anche il capitolo delle deduzioni -che riducono il reddito imponibile, cioè la base su cui si calcolano le imposte - e delle detrazioni, che riducono direttamente le imposte da pagare. Nel 2024 le deduzioni hanno raggiunto 40,6 miliardi (+4,2% rispetto al 2023). Si dividono tra la deduzione per l’abitazione principale, che vale 9,7 miliardi, e gli oneri deducibili che in larga parte riguardano i contributi previdenziali e assistenziali di imprenditori individuali e lavoratori autonomi.
Ancora più importante è l’ammontare delle detrazioni e dei cosiddetti oneri detraibili, che raggiungono 79,7 miliardi (anche qui con una crescita dello 0,5% sull’anno precedente). Entrando nel dettaglio, c’è una flessione sia della detrazione per carichi di famiglia sia delle detrazioni per reddito da lavoro dipendente, pensione e redditi assimilati. Aumentano invece le detrazioni relative a spese per il recupero edilizio, per il risparmio energetico e i cosiddetti oneri detraibili al 19% che vanno dalle spese per l’istruzione universitaria, le spese sanitarie e per gli interessi sui mutui per l’acquisto della prima casa. Queste voci, da sole, valgono oltre 44 miliardi.
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Luciano Linzi racconta la storia della Casa del Jazz di Roma, sorta in una villa confiscata alla Banda della Magliana. Con la fine degli scavi e delle indagini si chiude l’ultimo capitolo del Romanzo criminale. E ora può tornare la musica.
Ursula von der Leyen (Ansa)
La Commissione Ue aveva proposto cinque nuove settori di «risorse proprie» che dovrebbero affiancare quelle già esistenti, come i dazi doganali e una quota di Iva. Tradotto: potenziali nuovi balzelli dagli Stati membri.
A livello di commissioni è stato votato un aumento di 200 miliardi, e l’aula confermerà la posizione la prossima settimana. La presidente del Parlamento Ue, Roberta Metsola, ammette: «Ciò di cui abbiamo bisogno ora è un bilancio adeguato allo scopo. Chiederemo ai capi di Stato e di governo di esaminare con occhio critico le risorse proprie. L’attuale bilancio, se ci ha insegnato qualcosa, è che non possiamo risolvere tutte le crisi e le difficoltà che stiamo affrontando. Abbiamo bisogno di nuove risorse per onorare tutto il debito». Il che vuol dire più soldi, da ricercare anche in nuove risorse proprie, alternative ai contributi nazionali. In altri termini Bruxelles ammette che pur non sapendo risolvere nemmeno mezza crisi, vuole però gestire 200 miliardi di euro in più. «Se vogliamo garantire le risorse necessarie per ripagare il debito del Recovery e finanziare le nuove priorità dell’Ue e quelle storiche esiste una sola soluzione: nuove risorse proprie, che sono indispensabili», rincara la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.
I fondi per il prossimo ciclo finanziario 2028-2034 saranno pari a circa 1.800 miliardi di euro destinati a finanziare i capitoli della politica economica comune. Rispetto al periodo precedente, in cui lo stanziamento si era attestato sui 1.200 miliardi, si registra un incremento netto di 367,2 miliardi (esclusi rimborsi) che andranno a favore dei capitoli competitività, prosperità e sicurezza.
Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, aggiunge: «Sarà fondamentale allineare le nostre ambizioni con le riforme necessarie. Le nuove risorse proprie dovranno svolgere un ruolo cruciale».
I Paesi cosiddetti «frugali», quelli che vorrebbero un bilancio con meno risorse, non cambiano idea. Tra questi l’Olanda che punta i piedi. «Ci sono molti Paesi che, come noi, chiedono un bilancio più snello», scandisce a margine dei lavori il premier dei Paesi Bassi, Rob Jetten, per poi avvertire: «Stiamo creando un ampio fronte». Questo gruppo comprende Paesi Bassi, Paesi scandinavi (Danimarca, Svezia e Finlandia) e Irlanda. Ma ci sono anche Austria e Germania a ritenere che i quasi 2.000 miliardi di euro per il bilancio 2028-2034 siano troppi.
Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, fissa «le linee rosse» del governo italiano. «Una di queste riguarda i fondi della coesione e della politica agricola comune», considerate come insufficienti e anche mal distribuite. Altra priorità italiana riguarda il fondo per la competitività il suo utilizzo. «Noi dobbiamo accompagnare la trasformazione dell’industria tradizionale, delle nostre filiere storiche, senza dimenticare le piccole e medie imprese». Infine, «penso che un segnale vada dato sulle spese amministrative: non si può proporre la ristrutturazione del palazzo della sede del Consiglio europeo a 800 milioni di euro, è una cosa che l’Italia non è in grado di sostenere».
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Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa)
A margine della riunione, il presidente della Repubblica di Cipro, Nikos Christodoulides, in veste di presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, e la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, hanno apposto le loro firme sulla tabella di marcia «Un’Europa, un mercato». Oltre 40 punti d’azione, scadenze, impegni istituzionali che riprendono iter già avviati e obiettivi già annunciati. Niente di nuovo, la solita liturgia europea per mostrare qualche passo di lato.
Al netto delle cerimonie, il contenuto politico del vertice si concentra in tre linee di frattura piuttosto nette.
La prima riguarda il Patto di stabilità e l’emergenza energetica. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha scaricato sull’economia europea un costo che Von der Leyen stessa ha quantificato in 22 miliardi di euro in 44 giorni. Su questo, l’Italia si è presentata a Cipro con le idee chiare. Appena atterrata sull’isola, Giorgia Meloni ha dichiarato che «l’Europa deve essere molto più coraggiosa» sul fronte energetico, che il piano della Commissione «è un passo in avanti ma non sufficiente» e che questo ragionamento «riguarda anche il tema del Patto di stabilità». Per il premier gli aiuti per l’energia non devono essere conteggiati ai fini del rispetto del Patto, sul modello delle spese militari con lo strumento Safe. «Lo spazio fiscale non è lo stesso per tutti i Paesi», ha ribadito. Una posizione che tiene conto del fatto che l’Italia resta inchiodata nella procedura per disavanzo eccessivo, con il deficit al 3,1% del Pil. Da Roma, il vicepremier Matteo Salvini ha aggiunto che «se l’Europa ci consentisse oggi di fare uno scostamento per le spese militari, vorrei che ci consentisse uno scostamento pari per spese economiche e sociali».
A margine dei lavori Meloni ha avuto un bilaterale con il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Nel punto stampa conclusivo, il presidente del Consiglio ha riferito che i tedeschi «si rendono conto di quanto sia difficile la situazione», che «c’è la volontà di venirsi incontro» e che «si parte da posizioni leggermente distanti, ma si sta cercando di avvicinarsi».
Dalla Commissione, però, la risposta è quella di sempre. Von der Leyen ha ribadito che la clausola di salvaguardia «può essere attivata solo in caso di grave recessione economica» e che «fortunatamente questa non è la situazione attuale», pur aggiungendo che «l’Ecofin discuterà la questione nel dettaglio». Il commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, ha confermato la linea dal Delphi economic forum in Grecia, precisando che «siamo in uno scenario di rallentamento economico» e che «riteniamo siano necessarie misure fiscali temporanee e mirate». Il premier belga, Bart De Wever, si è affiancato a Meloni sulle critiche alla proposta della Commissione, spingendo per «revisioni più radicali del Sistema di scambio di quote di emissioni» e giudicando «un peccato» l’assenza di una tassa europea sugli extraprofitti delle major energetiche.
La seconda frattura emersa dalla due giorni mediterranea riguarda il bilancio pluriennale. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha definito il tema «urgente» annunciando che vi tornerà «regolarmente» nel 2026. Von der Leyen ha spinto per un bilancio più corposo, sostenendo che senza nuove risorse proprie «la scelta è netta: o si aumentano i contributi nazionali, oppure si riduce la capacità di spesa». L’Olanda ha risposto che invece le dimensioni del bilancio «devono ridursi sostanzialmente», mentre Merz ha chiuso la porta al debito comune e a qualsiasi prelievo fiscale europeo sulle imprese, avvertendo che «avremo bisogno di tagli orizzontali su tutte le voci della proposta» e che «si tratterà di negoziati difficili». Si attende dunque un lungo negoziato sul bilancio, tra chi vorrebbe una espansione, che significa maggiore ingerenza della sovrastruttura di Bruxelles, e chi invece difende le scelte nazionali. Vale la pena sottolineare che un bilancio Ue più sostanzioso significa che i Paesi contributori netti dovranno versare ancora di più e che ci dovranno essere nuove tasse europee.
La terza linea di divisione che emerge dagli incontri contrappone chi governa con mandato democratico a chi applica regole da Bruxelles, senza rispondere a nessun elettore. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva già reso l’idea prima del vertice, paragonando i titolari dei conti pubblici nazionali a «medici nell’ospedale da campo che vedono arrivare feriti da tutte le parti», mentre i vertici europei «hanno problemi diversi». Von der Leyen ha continuato a illustrare il catalogo degli strumenti disponibili come risposta sufficiente, citando «circa 300 miliardi di euro per investimenti nel settore energia, di cui 95 miliardi non ancora usati». Costa ha concluso che «per l’Europa esiste un’unica strada strategica, quella di accelerare la diffusione di fonti energetiche nazionali, pulite e a prezzi accessibili». Torna ancora il mito dell’unica strada percorribile dall’Europa, senza alternative, uno dei topos preferiti dalla narrativa europea.
Il prossimo appuntamento utile sarà l’Ecofin del 5 maggio, dove la discussione sul Patto riprenderà, verosimilmente con le stesse posizioni di partenza.
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