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2021-08-22
La verità sul plasma iperimmune
Ansa
Tante speranze, innumerevoli polemiche, la comunità scientifica divisa a metà, uno stop and go estenuante tra entusiasmi e smentite, fino a quando si è abbassata la saracinesca del silenzio. Di terapia con il plasma iperimmune non si parla più. La scomparsa del pioniere della cura, Giuseppe De Donno, che l'aveva avviata quando era primario di pneumologia dell'ospedale Carlo Poma di Mantova, a molti è parsa l'ultima tappa della storia poco fortunata (almeno in Italia) di questo trattamento. Eppure in Francia, Germania, Spagna e Regno Unito la terapia continua a essere utilizzata, così come negli Stati Uniti si moltiplicano gli studi che ne rilevano l'efficacia. L'ente regolatore americano, l'Fda, e il Canada l'hanno autorizzato su chi non riesce a produrre anticorpi in quantità sufficienti, cioè gli immunodepressi, come gli anziani. Il dottor De Donno nel giugno 2020, proprio in un'intervista alla Verità disse: «La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non fa miliardari. E io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma».
I primi a utilizzare il plasma nei malati di Covid erano stati i medici di Shanghai che pubblicarono uno studio citato anche dall'Istituto superiore di sanità. La terapia, in sé, non era una novità. Era stata usata in precedenza con l'ebola e contro la Mers, altro virus respiratorio. Se l'organismo è esposto al virus produce anticorpi, proteine che aiutano a contrastarne l'azione. Questi anticorpi sono contenuti nel plasma. Quando il malato guarisce, gli anticorpi rimangono nel plasma per un certo periodo di tempo, pronti a entrare in azione qualora il virus tornasse. Il plasma va somministrato precocemente per essere efficace, quando è massima la replicazione virale, e dev'essere ricco di anticorpi. Il siero va sottoposto a test di neutralizzazione, che ne certifica la qualità e la presenza di anticorpi. Come spiega l'Avis, la maggiore associazione di donatori di sangue, il plasma iperimmune può essere ottenuto da pazienti guariti che hanno un alto titolo anticorpale.
La primavera scorsa, nel primo lockdown, due ospedali, il Carlo Poma di Mantova e il San Matteo di Pavia, sperimentarono la somministrazione di plasma di sopravvissuti al virus in malati appena contagiati. Lo studio, iniziato il 17 marzo e concluso l'8 maggio 2020, ha arruolato 46 pazienti ricoverati nei due ospedali con difficoltà di respirazione tali da necessitare supporto di ossigeno o intubazione. I medici hanno notato che, trasfondendo loro il siero di pazienti guariti e aggiungendolo a colture cellulari, lo sviluppo del virus veniva annientato, segno della presenza di anticorpi neutralizzanti. Il risultato della sperimentazione, come si legge su Haematologica, una delle più prestigiose riviste scientifiche del settore, è stato «superiore alle più rosee aspettative».
Quando è cominciata la sperimentazione, sulla base dei dati ministeriali, la mortalità dei pazienti in terapia intensiva era tra il 13 e il 20%: utilizzando questa tecnica, si legge sulla rivista scientifica, «la mortalità si è ridotta al 6%. In altre parole, da 1 decesso atteso ogni 6 pazienti, se n'è verificato 1 ogni 16. Contemporaneamente, si è constatato che anche gli altri parametri subivano miglioramenti considerevoli: i valori del distress respiratorio miglioravano entro la prima settimana e i tre parametri fissati per l'infezione diminuivano in maniera altrettanto importante. Il risultato più rilevante è stato quello di una riduzione della mortalità assoluta del 9%». La notizia ha fatto il giro del mondo. Lo studio era il primo condotto nel mondo occidentale sull'utilizzo del plasma convalescente nel Covid.
Immediatamente sui due ospedali sono arrivate richieste a valanga per avere i dettagli della terapia. Gli Stati Uniti sono stati primi a muoversi e l'Fda ha autorizzato la terapia. La Francia ha convocato i medici coinvolti per farsi spiegare come applicare la terapia. Ma in Italia la comunità scientifica si è divisa tra fautori e contrari. Questi ultimi hanno ritirato fuori vecchie polemiche sui rischi dell'uso del plasma e sulla mancanza di un'evidenza scientifica definitiva. La quale è possibile solo dopo una lunga sperimentazione e la sicurezza delle trasfusioni è ormai ampiamente assicurata. Del resto, anche i vaccini vengono oggi somministrati in tutto il mondo in via sperimentale.
L'Aifa ha promosso uno studio nazionale denominato Tsunami, con l'obiettivo di «valutare con opportuno rigore metodologico l'efficacia e la sicurezza della terapia. Ma non prevede in alcun modo nessun trattamento industriale del plasma». I risultati non sono stati ancora pubblicati sulle riviste scientifiche. Un comunicato dell'Agenzia del farmaco dell'8 aprile 2021 dice che «non è stata riscontrata una differenza statisticamente significativa dell'end-point primario (“necessità di ventilazione meccanica invasiva o decesso entro 30 giorni dalla data di randomizzazione") tra il gruppo trattato con plasma e quello trattato con terapia standard».
Quale è la situazione ora? A Pavia la sperimentazione continua ed è stata creata una banca del plasma pronta per le emergenze. Sono anche in corso analisi sull'efficacia del siero raccolto contro la variante Delta. Giustina De Silvestro, direttore del Centro immunotrasfusionale nell'Azienda universitaria ospedaliera di Padova, dice che «i clinici non chiedono più questo trattamento. Nell'ultimo periodo l'hanno ricevuto solo un paio di pazienti. La letteratura scientifica non l'ha molto sostenuto, preferendo gli anticorpi monoclonali per i soggetti non ospedalizzati e gli antivirali assieme ad altri farmaci per i degenti». A Padova si sta completando in questi giorni uno studio sulle centinaia di casi trattati negli ospedali veneti che a breve sarà pubblicato su una rivista scientifica: «Dimostrerà come un impegno così importante non sia stato vano. Non è una cura miracolosa, ma ha dato buoni risultati», dice De Silvestro. La quale rileva però due limiti: non è facile capire a priori quali siano i soggetti ideali ai quali somministrarlo e non porta guadagno. La spesa non è confrontabile a quella dei farmaci». Il plasma viene raccolto direttamente dai centri trasfusionali degli ospedali e non c'è alcun guadagno per le case farmaceutiche. Ogni dose costa 200 euro al sistema sanitario pubblico, un ciclo completo 600/650 euro, meno di una giornata di ricovero, meno dei 2.000 euro a somministrazione richiesti dai monoclonali e meno delle centinaia di migliaia di euro spesi per i farmaci specifici. Non c'è business.
L’avvocato che diffidò le Regioni: «Ebbero l’ordine di bloccare tutto»
Erich Grimaldi è l'avvocato di tante battaglie sulle terapie domiciliari contro il Covid. Secondo la scienza ufficiale, non esiste una vera e propria cura fuori dagli ospedali contro il virus. Ma il Comitato cura domiciliare Covid, che riunisce un gruppo di medici di base, ex pazienti e persone comuni, ritiene che si sarebbero potute salvare tante vite utilizzando tempestivamente i farmaci giusti. «Il protocollo ministeriale prevede che nella prima fase del contagio il malato riceva paracetamolo e antinfiammatori non steroidei e rimanga in vigile attesa dell'evoluzione della malattia. Il Comitato ritiene che sono disponibili farmaci che somministrati in tempo, possono arrestare l'evoluzione più grave», afferma Grimaldi. Tra le terapie da usare tempestivamente, nei primi giorni di ospedalizzazione, c'è il plasma iperimmune.
Grimaldi è stato promotore di una diffida inviata, a febbraio 2021, al Centro nazionale trasfusionale sangue e a tutte le Regioni affinché venisse utilizzato il plasma, in modo omogeneo, in tutti gli ospedali, con un adeguato e tempestivo processo di raccolta, conservazione e distribuzione. «L'esperienza degli ospedali di Mantova e Pavia, dove la terapia ha avuto un largo successo, e numerosi studi favorevoli, avrebbero dovuto indurre le autorità sanitarie a favorire la diffusione dell'utilizzo del plasma iperimmune. Invece ciò non è stato. Alla mia diffida le regioni hanno risposto che avevano ricevuto indicazioni per sospendere la sperimentazione».
L'avvocato non si spiega la cortina di silenzio calata su questo tipo di interventi anti Covid. «È inconcepibile», dice. «I risultati soddisfacenti ci sono e altri Paesi continuano a praticare questa terapia. Una battuta d'arresto c'è stata a seguito del comunicato dell'Aifa al termine dello studio Tsunami, eseguito con l'Istituto superiore di sanità sull'utilizzo del plasma iperimmune in pazienti con Covid e compromissione ventilatoria lieve/moderata». È la nota per la quale la terapia non evidenziava benefici rispetto alla procedura standard. «L'Aifa», prosegue Grimaldi, «non ha più pubblicizzato il dono di plasma iperimmune, ma ha chiesto di continuare comunque la sensibilizzazione alla donazione di sangue, i cui derivati potevano essere utili come terapia salvavita per tanti pazienti affetti da altri tipi di patologie. A mio avviso, durante l'emergenza sanitaria, andava utilizzata qualsiasi arma terapeutica per sconfiggere il virus, sia in fase precoce, ai primi sintomi, con un'adeguata cura domiciliare, sia in ospedale, con l'utilizzo del plasma iperimmune al momento del ricovero del paziente. E bisognava creare subito delle banche di plasma».
Ma ciò non è avvenuto. «Nemmeno le Regioni ci hanno creduto», osserva Grimaldi, «e il motivo resterà un'incognita. Migliaia di pazienti positivi e guariti che potevano donare il plasma iperimmune non sono stati mai contattati e sensibilizzati. Il nostro comitato ha ricevuto diverse segnalazioni, sia di pazienti guariti che non riuscivano a donare il plasma nella propria Regione in assenza di adeguati centri di raccolta e di informazioni, sia di familiari che non riuscivano a reperire sacche nei centri trasfusionali. Gli ospedali Covid, benché sollecitati, non hanno adottato tempestivamente la terapia».
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La terapia ideata in Italia è applicata con successo in vari Paesi. Ma qui, morto Giuseppe De Donno, è stata messa da parte. Per preconcetti e zero business.L'avvocato che diffidò le Regioni: «Ebbero l'ordine di bloccare tutto». «Mandai un'ingiunzione lo scorso febbraio, risposero che l'indicazione ricevuta era di sospendere le trasfusioni», rivela Erich Grimaldi «Nessuno ci ha mai creduto».Lo speciale comprende due articoli. Tante speranze, innumerevoli polemiche, la comunità scientifica divisa a metà, uno stop and go estenuante tra entusiasmi e smentite, fino a quando si è abbassata la saracinesca del silenzio. Di terapia con il plasma iperimmune non si parla più. La scomparsa del pioniere della cura, Giuseppe De Donno, che l'aveva avviata quando era primario di pneumologia dell'ospedale Carlo Poma di Mantova, a molti è parsa l'ultima tappa della storia poco fortunata (almeno in Italia) di questo trattamento. Eppure in Francia, Germania, Spagna e Regno Unito la terapia continua a essere utilizzata, così come negli Stati Uniti si moltiplicano gli studi che ne rilevano l'efficacia. L'ente regolatore americano, l'Fda, e il Canada l'hanno autorizzato su chi non riesce a produrre anticorpi in quantità sufficienti, cioè gli immunodepressi, come gli anziani. Il dottor De Donno nel giugno 2020, proprio in un'intervista alla Verità disse: «La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non fa miliardari. E io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma».I primi a utilizzare il plasma nei malati di Covid erano stati i medici di Shanghai che pubblicarono uno studio citato anche dall'Istituto superiore di sanità. La terapia, in sé, non era una novità. Era stata usata in precedenza con l'ebola e contro la Mers, altro virus respiratorio. Se l'organismo è esposto al virus produce anticorpi, proteine che aiutano a contrastarne l'azione. Questi anticorpi sono contenuti nel plasma. Quando il malato guarisce, gli anticorpi rimangono nel plasma per un certo periodo di tempo, pronti a entrare in azione qualora il virus tornasse. Il plasma va somministrato precocemente per essere efficace, quando è massima la replicazione virale, e dev'essere ricco di anticorpi. Il siero va sottoposto a test di neutralizzazione, che ne certifica la qualità e la presenza di anticorpi. Come spiega l'Avis, la maggiore associazione di donatori di sangue, il plasma iperimmune può essere ottenuto da pazienti guariti che hanno un alto titolo anticorpale. La primavera scorsa, nel primo lockdown, due ospedali, il Carlo Poma di Mantova e il San Matteo di Pavia, sperimentarono la somministrazione di plasma di sopravvissuti al virus in malati appena contagiati. Lo studio, iniziato il 17 marzo e concluso l'8 maggio 2020, ha arruolato 46 pazienti ricoverati nei due ospedali con difficoltà di respirazione tali da necessitare supporto di ossigeno o intubazione. I medici hanno notato che, trasfondendo loro il siero di pazienti guariti e aggiungendolo a colture cellulari, lo sviluppo del virus veniva annientato, segno della presenza di anticorpi neutralizzanti. Il risultato della sperimentazione, come si legge su Haematologica, una delle più prestigiose riviste scientifiche del settore, è stato «superiore alle più rosee aspettative».Quando è cominciata la sperimentazione, sulla base dei dati ministeriali, la mortalità dei pazienti in terapia intensiva era tra il 13 e il 20%: utilizzando questa tecnica, si legge sulla rivista scientifica, «la mortalità si è ridotta al 6%. In altre parole, da 1 decesso atteso ogni 6 pazienti, se n'è verificato 1 ogni 16. Contemporaneamente, si è constatato che anche gli altri parametri subivano miglioramenti considerevoli: i valori del distress respiratorio miglioravano entro la prima settimana e i tre parametri fissati per l'infezione diminuivano in maniera altrettanto importante. Il risultato più rilevante è stato quello di una riduzione della mortalità assoluta del 9%». La notizia ha fatto il giro del mondo. Lo studio era il primo condotto nel mondo occidentale sull'utilizzo del plasma convalescente nel Covid. Immediatamente sui due ospedali sono arrivate richieste a valanga per avere i dettagli della terapia. Gli Stati Uniti sono stati primi a muoversi e l'Fda ha autorizzato la terapia. La Francia ha convocato i medici coinvolti per farsi spiegare come applicare la terapia. Ma in Italia la comunità scientifica si è divisa tra fautori e contrari. Questi ultimi hanno ritirato fuori vecchie polemiche sui rischi dell'uso del plasma e sulla mancanza di un'evidenza scientifica definitiva. La quale è possibile solo dopo una lunga sperimentazione e la sicurezza delle trasfusioni è ormai ampiamente assicurata. Del resto, anche i vaccini vengono oggi somministrati in tutto il mondo in via sperimentale.L'Aifa ha promosso uno studio nazionale denominato Tsunami, con l'obiettivo di «valutare con opportuno rigore metodologico l'efficacia e la sicurezza della terapia. Ma non prevede in alcun modo nessun trattamento industriale del plasma». I risultati non sono stati ancora pubblicati sulle riviste scientifiche. Un comunicato dell'Agenzia del farmaco dell'8 aprile 2021 dice che «non è stata riscontrata una differenza statisticamente significativa dell'end-point primario (“necessità di ventilazione meccanica invasiva o decesso entro 30 giorni dalla data di randomizzazione") tra il gruppo trattato con plasma e quello trattato con terapia standard».Quale è la situazione ora? A Pavia la sperimentazione continua ed è stata creata una banca del plasma pronta per le emergenze. Sono anche in corso analisi sull'efficacia del siero raccolto contro la variante Delta. Giustina De Silvestro, direttore del Centro immunotrasfusionale nell'Azienda universitaria ospedaliera di Padova, dice che «i clinici non chiedono più questo trattamento. Nell'ultimo periodo l'hanno ricevuto solo un paio di pazienti. La letteratura scientifica non l'ha molto sostenuto, preferendo gli anticorpi monoclonali per i soggetti non ospedalizzati e gli antivirali assieme ad altri farmaci per i degenti». A Padova si sta completando in questi giorni uno studio sulle centinaia di casi trattati negli ospedali veneti che a breve sarà pubblicato su una rivista scientifica: «Dimostrerà come un impegno così importante non sia stato vano. Non è una cura miracolosa, ma ha dato buoni risultati», dice De Silvestro. La quale rileva però due limiti: non è facile capire a priori quali siano i soggetti ideali ai quali somministrarlo e non porta guadagno. La spesa non è confrontabile a quella dei farmaci». Il plasma viene raccolto direttamente dai centri trasfusionali degli ospedali e non c'è alcun guadagno per le case farmaceutiche. Ogni dose costa 200 euro al sistema sanitario pubblico, un ciclo completo 600/650 euro, meno di una giornata di ricovero, meno dei 2.000 euro a somministrazione richiesti dai monoclonali e meno delle centinaia di migliaia di euro spesi per i farmaci specifici. Non c'è business.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-verita-sul-plasma-iperimmune-2654753894.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lavvocato-che-diffido-le-regioni-ebbero-lordine-di-bloccare-tutto" data-post-id="2654753894" data-published-at="1629662166" data-use-pagination="False"> L’avvocato che diffidò le Regioni: «Ebbero l’ordine di bloccare tutto» Erich Grimaldi è l'avvocato di tante battaglie sulle terapie domiciliari contro il Covid. Secondo la scienza ufficiale, non esiste una vera e propria cura fuori dagli ospedali contro il virus. Ma il Comitato cura domiciliare Covid, che riunisce un gruppo di medici di base, ex pazienti e persone comuni, ritiene che si sarebbero potute salvare tante vite utilizzando tempestivamente i farmaci giusti. «Il protocollo ministeriale prevede che nella prima fase del contagio il malato riceva paracetamolo e antinfiammatori non steroidei e rimanga in vigile attesa dell'evoluzione della malattia. Il Comitato ritiene che sono disponibili farmaci che somministrati in tempo, possono arrestare l'evoluzione più grave», afferma Grimaldi. Tra le terapie da usare tempestivamente, nei primi giorni di ospedalizzazione, c'è il plasma iperimmune. Grimaldi è stato promotore di una diffida inviata, a febbraio 2021, al Centro nazionale trasfusionale sangue e a tutte le Regioni affinché venisse utilizzato il plasma, in modo omogeneo, in tutti gli ospedali, con un adeguato e tempestivo processo di raccolta, conservazione e distribuzione. «L'esperienza degli ospedali di Mantova e Pavia, dove la terapia ha avuto un largo successo, e numerosi studi favorevoli, avrebbero dovuto indurre le autorità sanitarie a favorire la diffusione dell'utilizzo del plasma iperimmune. Invece ciò non è stato. Alla mia diffida le regioni hanno risposto che avevano ricevuto indicazioni per sospendere la sperimentazione». L'avvocato non si spiega la cortina di silenzio calata su questo tipo di interventi anti Covid. «È inconcepibile», dice. «I risultati soddisfacenti ci sono e altri Paesi continuano a praticare questa terapia. Una battuta d'arresto c'è stata a seguito del comunicato dell'Aifa al termine dello studio Tsunami, eseguito con l'Istituto superiore di sanità sull'utilizzo del plasma iperimmune in pazienti con Covid e compromissione ventilatoria lieve/moderata». È la nota per la quale la terapia non evidenziava benefici rispetto alla procedura standard. «L'Aifa», prosegue Grimaldi, «non ha più pubblicizzato il dono di plasma iperimmune, ma ha chiesto di continuare comunque la sensibilizzazione alla donazione di sangue, i cui derivati potevano essere utili come terapia salvavita per tanti pazienti affetti da altri tipi di patologie. A mio avviso, durante l'emergenza sanitaria, andava utilizzata qualsiasi arma terapeutica per sconfiggere il virus, sia in fase precoce, ai primi sintomi, con un'adeguata cura domiciliare, sia in ospedale, con l'utilizzo del plasma iperimmune al momento del ricovero del paziente. E bisognava creare subito delle banche di plasma». Ma ciò non è avvenuto. «Nemmeno le Regioni ci hanno creduto», osserva Grimaldi, «e il motivo resterà un'incognita. Migliaia di pazienti positivi e guariti che potevano donare il plasma iperimmune non sono stati mai contattati e sensibilizzati. Il nostro comitato ha ricevuto diverse segnalazioni, sia di pazienti guariti che non riuscivano a donare il plasma nella propria Regione in assenza di adeguati centri di raccolta e di informazioni, sia di familiari che non riuscivano a reperire sacche nei centri trasfusionali. Gli ospedali Covid, benché sollecitati, non hanno adottato tempestivamente la terapia».
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.