Bombardamenti nel Sud del Libano. Nel riquadro, padre Pierre El Raii (Ansa)
Dopo l’uccisione di padre Pierre nel Sud dello Stato, i fedeli scappano scortati dai militari italiani Unifil. Il ministro degli Esteri si appella al Vaticano. Il Papa: «Profondo dolore».
Il governo libanese ha chiesto ufficialmente la mediazione del Vaticano per proteggere i villaggi cristiani del Sud del Paese dei Cedri. Nei bombardamenti è rimasto ucciso anche padre Pierre El Raii, parroco maronita di Qlayaa, mentre si trovava a casa di un fedele che era andato a soccorrere. Padre Pierre aveva deciso di restare accanto alla sua gente, nonostante gli ordini di evacuazione in tutta la zona. Il ministro degli Esteri di Beirut ha avuto un colloquio telefonico con l’arcivescovo Paul Gallagher, Segretario per i rapporti con gli Stati della Santa Sede, per chiedere un immediato intervento per salvare la presenza cristiana nella regione.
I cristiani sono una colonna portante dello Stato libanese e per prassi istituzionale il presidente è sempre un cristiano maronita e anche Joseph Aoun non fa eccezione. Oggi i cristiani rappresentano tra il 30 ed il 40% della popolazione, ma non hanno mai fatto mancare la loro partecipazione alla vita politica di Beirut. Monsignor Gallagher ha fatto sapere al responsabile degli Esteri del Paese mediorientale che tutti i canali diplomatici sarebbero stati avviati. Mentre la guerra va avanti l’Assemblea dei Patriarchi e dei Vescovi cattolici in Libano ha rilasciato una dichiarazione dove chiede l’immediata cessazione della spirale di violenza attualmente in atto in Medio Oriente e sollecita un ritorno al dialogo costruttivo e a un’azione diplomatica responsabile, fondata sul perseguimento del bene comune dei popoli che anelano a una vita pacifica fondata sulla giustizia e sulla dignità. «Viviamo ancora una volta l’incubo della guerra- dichiara il vescovo Cesar Essayan, vicario apostolico di Beirut- con i droni sopra le nostre teste, le scuole chiuse e la gente terrorizzata. Non è stato un caso che il Libano sia stata tappa del primo viaggio apostolico di Papa Leone XIV, il pontefice sa bene cosa abbiamo vissuto e cosa stiamo vivendo e sono certo che stia lavorando silenziosamente per il bene dei nostri paesi.». Il vescovo Essayan si è anche impegnato in prima persona per raggiungere un’unità di intenti, sostenendo l’Assemblea dei Patriarchi e dei Vescovi cattolici. «La pace non è un’opzione secondaria o temporanea, ma un dovere umano e una responsabilità collettiva - continua il vicario apostolico - questa violenza minaccia la dignità della persona umana, che è un dono di Dio, e mina i fondamenti della giustizia e della stabilità. Facciamo appello ai leader politici libanesi affinché facciano di tutto per proteggere il popolo e imploriamo la comunità internazionale di fare ogni sforzo possibile per prevenire un’ulteriore escalation e stabilire soluzioni giuste che salvaguardino i diritti dei popoli e proteggano la dignità umana. Noi cristiani viviamo in Medio Oriente da millenni, ma siamo stati perseguitati da sempre, basta vedere quello che è successo in Siria».
Papa Leone XIV ha espresso profondo dolore per tutte le vittime dei bombardamenti di questi giorni in Medio Oriente, per i tanti innocenti, tra cui molti bambini, e per chi prestava loro soccorso, come padre Pierre El-Raii, ribadendo la sua costante attenzione a ciò che sta accadendo . «Purtroppo anche la Chiesa è vittima di questa situazione. Non siamo esenti, non siamo immuni dalle sofferenze della popolazione» ha invece commentato il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. Intanto i militari italiani dalla missione Unifil delle Nazioni Unite hanno scortato in salvo gli abitanti di Alma Shaab, un villaggio cristiano nel distretto di Tiro sul confine israeliano, dopo le minacce di essere evacuati a forza. I cristiani che vivono nel vicino abitato di Rmeish per il momento hanno invece deciso di restare nelle proprie case, nonostante il pericolo, come hanno già fatto nell’ultimo conflitto terminato nel 2024.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Mistero su Mojtaba Khamenei, mai apparso in pubblico dalla sua elezione. Secondo fonti israeliane è ferito. Altri attacchi in tutto il Paese, ma Teheran minaccia Trump: «Attento a non essere cancellato tu».
Nel pieno della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele, a Teheran prende forma uno dei misteri più inquietanti di questa crisi: quello che riguarda Mojtaba Khamenei, indicato come successore della Guida Suprema dopo la morte del padre Ali Khamenei negli attacchi della scorsa settimana. Dopo l’eliminazione del leader della Repubblica islamica, l’apparato di potere iraniano ha cercato di reagire rapidamente per evitare un vuoto ai vertici dello Stato. L’8 marzo 2026 l’Assemblea degli Esperti ha annunciato ufficialmente la nomina di Mojtaba Khamenei come nuova guida del Paese, nel tentativo di trasmettere un’immagine di continuità politica e religiosa. Da quel momento, però, attorno alla figura del nuovo leader è calato un silenzio sempre più inquietante. Non esistono infatti immagini pubbliche recenti, dichiarazioni ufficiali o messaggi registrati del successore designato. Nessun discorso alla nazione, nessuna apparizione televisiva e nessuna prova della sua presenza alla guida dello Stato. Un’assenza che sta alimentando interrogativi sempre più insistenti tra osservatori internazionali, analisti e oppositori del regime. Secondo alcune valutazioni diffuse da fonti israeliane, Mojtaba Khamenei sarebbe rimasto gravemente ferito durante i bombardamenti che hanno colpito obiettivi strategici iraniani. Negli ambienti dell’opposizione iraniana circola però una versione ancora più radicale. Secondo questa ricostruzione il figlio dell’ex guida suprema sarebbe morto proprio a causa delle ferite riportate negli stessi attacchi in cui è rimasto ucciso Ali Khamenei. In questo modo, il regime starebbe cercando di guadagnare tempo presentando Mojtaba come un leader semplicemente «ferito», mentre in realtà non sarebbe più in vita. L’obiettivo sarebbe quello di evitare il crollo immediato della catena di comando e mantenere almeno formalmente una parvenza di stabilità istituzionale mentre il sistema di potere cerca di riorganizzarsi. I media controllati dalle autorità continuano infatti a parlare di condizioni di salute non specificate, limitandosi a riferire che il nuovo leader sarebbe stato colpito nei raid ma resterebbe comunque formalmente alla guida del Paese. Se Mojtaba Khamenei è davvero vivo, il regime iraniano non potrà nasconderlo a lungo: prima o poi dovrà mostrarsi davanti al popolo, perché un leader che resta invisibile rischia di trasformarsi in un fantasma del potere.
Nel frattempo il conflitto prosegue con intensità crescente. All’undicesimo giorno di guerra, Stati Uniti e Israele hanno continuato a colpire obiettivi militari e infrastrutture strategiche in diverse zone dell’Iran. Forti esplosioni sono state segnalate nel nord e nel centro di Teheran, mentre attacchi mirati hanno interessato anche l’area dell’aeroporto di Mehrabad, che ospita una sezione militare. Raid sono stati registrati anche in altre città come Karaj, Isfahan, Shiraz, Khorramabad, Zanjan e Bushehr. Nel mirino delle operazioni sono finiti anche i porti meridionali del Golfo Persico, tra cui Bandar Abbas e Bandar Lengeh, oltre alle isole strategiche di Qeshm e Kharg, snodi fondamentali per l’export energetico iraniano. Sul piano politico la risposta di Teheran resta estremamente dura. Il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani, ha respinto le minacce del presidente americano Donald Trump, che aveva parlato della possibilità di colpire l’Iran «venti volte più duramente» e su X, ha scritto: «Il popolo dell’Ashura non teme le vostre minacce vuote». Il dirigente iraniano ha poi aggiunto: «Nemmeno uomini più potenti di te sono riusciti a cancellare la nazione iraniana. Fai attenzione a non essere tu a scomparire». Sul fronte diplomatico il presidente russo Vladimir Putin ha avuto una seconda telefonata in una settimana con il presidente iraniano Massud Pezeshkian, auspicando una rapida «de-escalation» della crisi nel Golfo Persico, secondo quanto riferito dal Cremlino.
Intanto il Paese si prepara a celebrare funerali solenni per diversi alti funzionari della difesa rimasti uccisi nel primo giorno dell’offensiva. Secondo quanto riferito dall’agenzia Tasnim, tra i dirigenti militari che riceveranno esequie ufficiali figurano il capo di Stato maggiore Seyed Abdolrahim Mousavi, il comandante dei Pasdaran Mohammad Pakpour, il segretario del Consiglio di difesa Ali Shamkhani e il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh.
A queste perdite si aggiunge anche la morte di Asadollah Badfar, responsabile delle forze paramilitari Basij presso lo Stato maggiore delle forze armate iraniane mentre in serata è stata resa nota la morte del colonnello Majid Kashfi, noto per il suo ruolo nelle operazioni di sicurezza del regime. Sul fronte interno cresce anche la repressione. Il ministero dell’Intelligence iraniano ha annunciato l’arresto di 30 persone accusate di spionaggio durante i combattimenti in corso. Tra i fermati figura anche un cittadino straniero, accusato di aver condotto attività informative «per conto di due Paesi del Golfo al servizio del nemico americano-sionista». Resta infine aperto il capitolo nucleare. Mentre Donald Trump continua a sostenere che il programma atomico iraniano sia stato distrutto nell’operazione «Midnight Hammer» del giugno 2025, la valutazione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) appare più prudente. Il direttore generale dell’ente Rafael Grossi ha affermato che parte delle scorte di uranio arricchito al 60% dell’Iran potrebbe essere ancora nascosta nei tunnel sotterranei di Isfahan. Secondo le ultime ispezioni, nel sito erano presenti oltre 200 chilogrammi di materiale e non ci sono prove che sia stato spostato, neppure dalle immagini satellitari. Una valutazione che riaccende i dubbi sull’effettivo indebolimento del programma nucleare iraniano.
Continua a leggereRiduci
«Voglio che i bambini tornino a casa, ma fino a che questo non succede preferisco che restino qui». Lo ha detto Nathan Trevallion, il papà dei cosiddetti bimbi del bosco, lasciando la casa famiglia dove i figli sono stati accolti.
«Ringrazio tutti per la solidarietà – ha aggiunto – chiedo però con rispetto di non organizzare presidi o proteste davanti alla casa famiglia o alle abitazioni private».
True
2026-03-11
Trump si gioca il «jolly» Putin per frenare i costi energetici e sgambettare ancora la Cina
Vladimir Putin (Ansa)
Il tycoon ha offerto di allentare le sanzioni sul greggio, lo zar ha avanzato «proposte» per risolvere la crisi in Medio Oriente. E con Pezeshkian ha invocato la de-escalation.
Dalle acque bollenti del Golfo Persico a quelle ghiacciate che bagnano l’Alaska, il passaggio non è più lungo di una telefonata. Come quella di lunedì sera tra Donald Trump e Vladimir Putin. Ed è significativo che a comporre il numero del Cremlino sia stato l’inquilino della Casa Bianca: in pubblico, il presidente americano elogia la campagna militare in Iran, che sarebbe in anticipo sui tempi, anzi, è «quasi finita»; sottotraccia, nell’amministrazione serpeggia l’angoscia per le conseguenze politiche di un conflitto senza una chiara strategia d’uscita. Mentre Benjamin Netanyahu insiste per combattere a oltranza, l’establishment repubblicano inorridisce di fronte al prezzo della benzina, già passato a quasi 3 dollari e 50 al gallone dai 2,30, o in alcuni casi gli 1 e 99, di cui Trump si era vantato nel suo discorso sullo stato dell’Unione. Ecco perché lo spirito di Anchorage, con la stretta di mano allo zar dell’agosto 2025, più che per risolvere la crisi in Ucraina, può adesso diventare un jolly nella delicata partita che si gioca attorno agli idrocarburi. E anche nella competizione a distanza di Washington con la Cina. Che osserva la potenza militare a stelle e strisce con la mente a Taiwan.
Pechino acquista più della metà del suo oro nero in Medio Oriente. E quei barili transitano dallo stretto di Hormuz. Guarda caso, il regime di Xi Jinping ha provato a trattare con gli ayatollah un salvacondotto per le proprie petroliere. Se fossero confermate le minacce dei pasdaran, presto dovrebbe farsi consegnare pure la mappa delle mine che Teheran intenderebbe piazzare. I cinesi possiedono scorte per tre-quattro mesi, ma dopo il blitz degli statunitensi in Venezuela, Paese dal quale importavano circa il 5% del loro fabbisogno, il mercato alternativo più sicuro è la Russia. In un frangente così delicato, Putin avrebbe margine per scucire prezzi vantaggiosi. Dopodiché, Mosca è consapevole che la sostituzione dello sbocco europeo con quello asiatico comporta un onere: diventare, da potenza in declino ancorché gigante delle risorse naturali, vassalla della Cina.
È su questi timori che deve aver fatto leva Trump, nel tentativo di portare un po’ di sollievo sui mercati. L’esca l’aveva fornita il leader russo, offrendo al Vecchio continente la riapertura dei rubinetti di gas e petrolio, purché a fronte di una «collaborazione a lungo termine». Il tycoon ha raccolto l’assist e ha confermato la disponibilità a rinunciare «ad alcune sanzioni legate al petrolio per ridurre i prezzi», anche se, stando alla ricostruzione del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, i due presidenti non hanno discusso a lungo della questione. Di sicuro, il focus del loro confronto non è stato il destino del Donbass, tanto che The Donald, sempre secondo la parte russa, non avrebbe chiesto il cessate il fuoco in Ucraina. Mosca ha ribadito di essere pronta a «fornire assistenza» per una rapida risoluzione della crisi in Medio Oriente. Putin, anzi, avrebbe presentato delle proposte a Trump, che Peskov non ha voluto «specificare ulteriormente». Forse, gli sforzi di mediazione hanno iniziato a concretizzarsi già ieri, quando il ministro degli Esteri dello zar, Sergej Lavrov, ha sentito l’omologo iraniano, Abbas Araghchi. Con quest’ultimo, ha definito «aggressione ingiustificata» la campagna bellica di Usa e Israele, ma ha pure espresso preoccupazione per la «frattura» che si sta aprendo tra Teheran e gli Stati del Golfo, oltre al «rammarico per il fatto che i civili e le infrastrutture civili in molti Paesi della regione stiano soffrendo a causa dei combattimenti». Non è difficile cogliere un’allusione agli attacchi contro le raffinerie e al blocco dei traffici via Hormuz. Putin, poi, ha contattato Masoud Pezeshkian: col presidente iraniano ha invocato «una rapida de-escalation».
La mano tesa di Trump è segno di debolezza. Gli Stati Uniti hanno bisogno di sfilarsi in fretta da una guerra a trazione ideologica israeliana. Ma The Donald conosce le vulnerabilità di Putin, che non è isolato però non è esattamente in buona compagnia con Xi; e che sul suo fronte di guerra, negli ultimi mesi, ha ricominciato a perdere terreno in favore della resistenza ucraina. Ingolosirlo con la prospettiva del reintegro nel sistema occidentale, che era uno dei punti dell’intesa negoziata in Alaska, potrebbe distoglierlo dalla tentazione denunciata ieri da Volodymyr Zelensky: «Aumentare i rischi di una guerra prolungata in Medio Oriente, al fine di ridurre al minimo la pressione internazionale sulla Russia per la guerra contro l’Ucraina». Trump ha dato allo zar una finestra, sorvolando sul supporto d’intelligence russo ai bombardamenti iraniani, il segreto di Pulcinella che il Cremlino ha negato con il tycoon e che, ieri, non ha commentato. Ora Putin deve scegliere: stare al gioco degli Usa e allontanarsi dalle fauci del Dragone; oppure mantenere la linea oltranzista, sapendo che dopo le batoste di Damasco e Caracas, difendere fino alla fine Teheran potrebbe tradursi nell’ennesimo smacco strategico.
In mezzo ai due fuochi, c’è l’Europa. Che per la verità continua a comprare dai russi sia il petrolio sia il Gnl, del quale sono i principali acquirenti Belgio, Spagna e Francia. Il presidente del Consiglio Ue, António Costa, ha fiutato l’aria che tira: «Finora», ha lamentato, «c’è un solo vincitore in questa guerra: la Russia», che lucra sull’aumento dei prezzi dell’energia e «trae vantaggio dalla ridotta attenzione al fronte ucraino». Per Bruxelles, il pericolo cinese sembra non esistere. Lo dimostrano i numeri sul commercio dei primi due mesi dell’anno: l’export di Pechino verso l’Ue è aumentato del 27,8%. Dopo le acque del Golfo e le acque artiche, c’è l’acqua della colonia che stiamo per diventare.
Continua a leggereRiduci







