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Dopo Bologna, anche Torino prova a vincere la partita con il crack fornendo ai tossici gli strumenti del mestiere. Ma si tratta di una misura che nel migliore dei casi è limitata, nel peggiore è dannosa.
Il Comune di Bologna, guidato dal sindaco Matteo Lepore, per combattere la piaga della diffusione di una droga micidiale come il crack distribuisce pipette sterili nella logica di diminuire il danno. Il Comune di Torino fa lo stesso. Nel capoluogo del Piemonte «l’emergenza in questo momento si chiama crack.
Attualmente non abbiamo dei protocolli strutturati su come contrastare la diffusione del crack e la sua dipendenza, perché ha un percorso totalmente diverso dall’eroina… Una delle ipotesi che si sta sviluppando e che si sta attuando è almeno la distribuzione delle pipette sterili». Così Claudio Cerrato, capogruppo Pd in Consiglio comunale. «L’insicurezza ha due fattori chiave, dipendenza da crack e reiterazione dei reati. Un approccio integrato di salute pubblica e inclusione sociale… Questa cosa», ha aggiunto, «aiuta almeno nell’evitare la diffusione di alcune malattie e dall’altra serve per un tentativo di aggancio degli operatori». Così «noi abbiamo proposto questo genere di approccio all’Asl in maniera più forte, perché dopo che hai sgombrato la Gondrand, se non agganci in qualche modo», il rischio è la «recidiva» di reati. La distribuzione di pipe, ha confermato, «è tra le politiche di riduzione del danno…».
A me questo tipo di approccio, più che una politica di riduzione del danno mi pare una politica che non scardina l’origine del danno e cioè lo spaccio del crack. Se non lavori su quello, tutto il resto, anche nelle migliori intenzioni, non va verso la soluzione del problema. Sarebbe stato come distribuire siringhe sterili a coloro che si facevano, o si fanno, gli eroina per evitare il diffondersi di contagi e di malattie come, ad esempio, l’Aids. Inoltre, l’altra strada è quella di aiutare quelli che ci sono cascati già. E per questo ci sono le comunità di recupero. In Emilia-Romagna non mancano. È legittimo che qualcuno non sappia esattamente di cosa si tratta e allora conviene spiegarlo utilizzando ciò che è scritto sul sito della comunità di San Patrignano, che è proprio in Emilia Romagna. «Il crack è una sostanza stupefacente stimolante, derivata dalla cocaina, nota per la sua elevata capacità di indurre dipendenza rapida e per gli effetti devastanti sulla salute fisica e psichica. Diffusosi a partire dagli anni ottanta, si presenta sotto forma di piccoli cristalli (“rocce") che vengono fumati, producendo un caratteristico scricchiolio (in inglese crackling) quando scaldati… Viene fumato utilizzando apposite pipe di vetro o, spesso, strumenti di fortuna (lattine, bottiglie)… Fumatolo, il principio attivo raggiunge il cervello in pochi secondi, provocando un intenso effetto euforico, di benessere e un’accelerazione del pensiero. L’effetto è estremamente intenso ma breve, durando dai 3 ai 15 minuti, seguito da un brusco calo che spinge al consumo compulsivo. Il consumo prolungato porta a forte aggressività, stati paranoici, allucinazioni e sintomi simili alla schizofrenia... Il crack può causare arresti respiratori e cardiaci, ictus, infarto e morte per overdose (spesso bastano 800 mg). Inoltre, l’uso di pipe improvvisate causa lesioni orali (ustioni, vesciche, ulcere) e aumenta il rischio di trasmissioni di malattie infettive… A differenza della cocaina aspirata, il crack crea una compulsione neurobiologica immediata e fortissima… Il suo costo relativamente basso e la rapidità dell’effetto lo rendono attraente, coinvolgendo spesso fasce di popolazione vulnerabili, giovani e giovanissimi. Il crack è una sostanza illecita, il cui consumo comporta gravissimi rischi sanitari e sociali. La dipendenza da crack richiede un intervento specialistico e un percorso di disintossicazione».
Se a capire queste cose non ci arriva l’intelligenza naturale, si può ricorrere a quella artificiale andando su Google e digitando il termine crack. Non occorre essere specialisti della materia, o occorre solo fare uso di una dotazione anche medio bassa di materia grigia. Infatti, come sopra detto, la dotazione di pipette sterili può avere l’effetto positivo di evitare lesioni orali trasmissioni di malattie infettive. Punto. Nient’altro. Si dirà che questo non è poco perché si può evitare nel male il peggio, ma è francamente una consolazione magra e sterile. Il crack non è distribuito da soggetti soprannaturali e invisibili. Si conosce la rete di distribuzione e, ove non la si conosca, non è difficile individuarla. O si spezza quella o il crack continuerà a diffondersi ad una velocità impressionante per i due motivi citati: costa poco e crea una dipendenza quasi immediata. Come si può pensare che distribuendo delle pipetta sterili si attenui il danno? Quale danno? Quello delle infezioni. Ma qui l’infezione è lo spaccio e coloro che lo fanno vanno tolti dalla circolazione e nel frattempo occorre aiutare quelle persone che sono cadute in questa dipendenza e che da sole non possono assolutamente uscirne. Vanno curate da specialisti, vanno seguite e vanno, possibilmente, portate via da quella vita così come succede nelle comunità di Recupero di cui abbiamo parlato.
Ci siamo dilungati nella spiegazione di cosa sia questa droga bestiale e di quali siano le conseguenze fisiche, purtroppo molto veloci, che hanno sul corpo e sul cervello delle persone. La distribuzione delle pipette, lo ripeto: anche nel caso delle migliori intenzioni, non è certo il punto di partenza per debellare questo fenomeno infernale. Con le fiamme dell’inferno non si lotta con dei secchi d’acqua.
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Marco Bucci (Imagoeconomica)
Prosegue il battibecco tra governatore e direttore del «Secolo XIX» sui presunti dossier.
Continua la faida tra il governatore della Liguria Marco Bucci e il direttore del Secolo XIX Michele Brambilla. Quest’ultimo ha accusato il primo di avere pubblicato una loro chat privata, Bucci ha ricordato che ad autorizzarlo era stato pubblicamente il giornalista. Fatto sta che alla fine, in questa guerra fatta di accuse di schedature di giornalisti ritenuti dal politico autori di articoli orientati, è stato il direttore a pubblicare online quasi integralmente la sua chat con Bucci.
Un dialogo da cui emergono i messaggi critici del governatore per alcuni articoli, ma anche le risposte cortesi e di grande disponibilità del direttore. Per esempio è lo stesso Brambilla che, di fronte alla contestazione di parzialità da parte del sindaco di Sestri Levante (lamentela inoltrata da Bucci), ammette: «Ho parlato con Daniele Grillo […] dice che effettivamente prima, con il capo precedente, l’edizione era sbilanciata, ma adesso non più. Parlerà con il sindaco di Sestri […]». Poi offre spazio e rimarca che il suo mandato è di «essere imparziali e dare spazio a tutti». All’arrivo di Brambilla, Bucci si mostra molto fiducioso e scrive: «Faremo insieme una grande Liguria». Il giornalista cerca di mantenere buoni rapporti. Promette verifiche sugli articoli contestati e possibilità di repliche. Evita lo scontro. Un paio di mesi dopo essersi insediato, scrive al governatore: «Se vuoi ci sentiamo e ti segnalo un paio di persone che potrebbero fare qualcosa per la cultura». In un’occasione Bucci si complimenta per un articolo di fondo scritto da Brambilla («Hai fatto un ottimo lavoro»). Il direttore risponde con entusiasmo: «Grazie Presidente!!!!!». Quando Bucci si lamenta, le risposte sono diplomatiche: «Adesso leggo e ti dico»; «Oggi rimediamo, promesso»; «Segnala sempre»; «Ok, ne parlo con la redazione»: «Ho parlato con i miei, se vuoi ti dico». Tutte risposte che forse a un politico lasciano immaginare spazi di manovra. In un’occasione Brambilla annuncia: «Domani esce pezzo Cisl. L’ho titolato io». Risposta: «Grazie». Altro messaggio: «Dimmi quando puoi la prossima settimana che ti faccio l’intervistona di Natale (spero che tu abbia visto che abbiamo intervistato anche tutti i tuoi assessori… una paginata a testa)». Brambilla precisa che l’intervista uscirà in uno dei giorni in cui il quotidiano vende di più.
Di fronte alle lamentele di Bucci («Mi sembra un articolo completamente strumentale») per un pezzo riguardante le presunte pecche nei servizi dedicati alle persone senza fissa dimora, Brambilla rassicura Bucci: «Farò fare un servizio sul Massoero (un asilo notturno, ndr). La settimana prossima ci vediamo». Ma quando l’Ordine dei giornalisti scopre i «dossier» sugli articoli del Secolo preparati dallo staff di Bucci, scoppia il finimondo e tra i due protagonisti volano gli stracci. Con tanto di denunce e controdenunce (annunciate da Bucci). Ieri Brambilla ha picchiato duro sul suo giornale: «Marco Bucci ha passato il limite pubblicando senza chiedermi l’autorizzazione le mie chat con lui. Sono tra l’altro chat in cui, se uno le legge tutte, è chiaro che io protesto per le sue ingerenze». Quindi ha accusato il governatore di avere «mentito in qualità di presidente della Regione Liguria». Il motivo? Ha affermato di «non sapere nulla di un vademecum per le elezioni amministrative, cioè di un manuale di istruzioni su come il Secolo avrebbe dovuto seguire la sfida tra Silvia Salis e Pietro Piciocchi». E aggiunge: «L’unico che ne esce male è Bucci, che anche ieri ha perseguito il suo disegno di menzogna, sostenendo che io ero d’accordo con lui nel confezionare dossier contro i miei giornalisti». Il governatore ieri su Facebook ha controreplicato ad «accuse e insinuazioni» di Brambilla. Innanzitutto nega che i messaggi con il vademecum inviati dall’editore siano a lui riferibili: «Le chat […] non contengono in alcun punto il mio nome e in nessuna maniera possono essere a me attribuibili. Non rappresentano alcuna prova». Non basta: «I documenti apparsi in fotografia e menzionati (da Brambilla, ndr) non sono roba mia né del mio staff. Non so come possa aver dimostrato che sono i miei». Quanto all’autorizzazione alla pubblicazione delle chat quella, evidenzia Bucci, l’ha data lo stesso Brambilla «a mezzo stampa in data 12 marzo» e, quindi, per il politico, «lascia sbigottiti l’ennesima bugia» del giornalista, che, «per primo e senza alcuna autorizzazione, ha fatto pubblicare un messaggio […] attribuito» a Bucci. Per tutto questo il governatore fa sapere che, «a tutela dell’immagine di Regione Liguria», la vicenda anziché sui giornali, da adesso, verrà affrontata nelle aule giudiziarie. Ma da questa guerra senza esclusione di colpi tra il presidente di centrodestra della Regione e il principale quotidiano locale l’unica a trarre vantaggio saranno la sindaca Silvia Salis e la sua maggioranza.
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Cloudflare impugna la multa imposta dall’Authority per il rifiuto di bloccare i siti pirata. L’agenzia le avrebbe negato l’accesso a documenti essenziali.
Giusto il tempo di una tregua olimpica e in Italia riparte quella che un po’ prosaicamente è stata definita la saga del «pezzotto». Cloudflare, il colosso tech a stelle e strisce che garantisce velocità e sicurezza alle connessioni di una fetta importante dell’internet globale (supporta il 40% delle aziende Fortune 500) contro l’Agcom. Secondo quello che risulta alla Verità, infatti, nelle prossime ore, già domani, la multinazionale guidata da Matthew Prince presenterà ricorso al Tar contro la sanzione (multa da 14 milioni di euro) che, parola di cofondatore, sarebbe stata presa senza «un giusto processo» e «per conto di una cricca di élite mediatiche europee scollegata dalla realtà».
È così? Per capirlo bisogna tornare indietro di qualche puntata, in una «serie» che ne ha già mandate in onda diverse. Tutto nasce infatti dal proliferare di siti pirata e accessi irregolari agli eventi, soprattutto le partite di calcio, a pagamento.
L’Autorità garante delle comunicazioni e la Lega Calcio avevano chiesto mesi fa a Cloudflare di deindicizzare i trasgressori e fornire i dati relativi ai clienti che le provano tutte per bypassare illegalmente gli abbonamenti. Insomma, stoppare le piattaforme abusive.
Detta così, può sembrare un’operazione banale e condivisibile, il punto è che bloccare o censurare un’applicazione non rientra tra le attività della società californiana che anzi preferisce tenersene ben lontana. Seguendo le indicazioni Agcom, sarebbero i provider stessi a fermare i contenuti segnalati da privati senza nessuna supervisione giudiziaria. Insomma si prenderebbero tutta la responsabilità della scelta. Cloudflare -così spiegano dal quartier generale di San Francisco - subirebbe, come altre aziende del settore, un potente disincentivo economico a investire in Italia: cosa che, si suppone, un governo sia interessato a evitare.
Senza contare che, se dovesse cedere al pressing dell’authority italiana, la piattaforma americana sarebbe sommersa da richieste analoghe in arrivo da mezzo mondo.
Non solo. C’è anche una questione tecnica dirimente. L’operazione chiesta a più ripresa dall’Agcom agisce sugli indirizzi IP e non solo sui domini e quindi mette a rischio anche siti e app che lavorano nel pieno rispetto delle regole. Come ne uscirebbe la reputazione di una delle azienda leader per la connettività globale?
Senza dimenticare che l’ammontare stesso della multa è considerato sproporzionato. In Italia, Cloudflare gestisce infrastrutture critiche per e-commerce, piattaforme di servizi digitali e siti istituzionali, certo, ma le entrate nel Belpaese non superano gli 8 milioni. Una sanzione pari all’1% del fatturato mondiale appare oggettivamente fuori scala.
Per questo a gennaio, a multa fresca, Prince aveva minacciato di interrompere i servizi di sicurezza informatica pro bono da diversi milioni di dollari assicurati all’Italia, compresi quelli per le allora imminenti Olimpiadi di Milano-Cortina. Si era rischiato un incidente geopolitico con tanto di coinvolgimento di Elon Musk e del vicepresidente americano Vance. Ma poi i toni si sono placati. C’è stata una sorta di tregua olimpica che, adesso, a Giochi conclusi, termina ufficialmente con l’annuncio della presentazione del ricorso al Tar.
Oltre ai punti di merito visti prima la multinazionale Usa dovrebbe anche ricordare che a fine 2025, il Consiglio di Stato aveva ordinato all’Agcom di condividere i documenti su cui si basa il sistema Piracy Shield. Parliamo della piattaforma online gestita dalla stessa authority che ha l’obiettivo di bloccare in tempo reale i siti web e gli indirizzi IP che trasmettono illegalmente eventi sportivi in diretta. Quelli che Cloudflare, appunto, avrebbe dovuto segnalargli.
Ecco, secondo i manager sella società di San Francisco, quell’ordinanza non è mai stata rispettata. Anzi. Cloudflare avrebbe potuto consultare solo un numero assai limitato di atti esclusivamente attraverso legali esterni. Dove? Per la sede sarebbero stati scelti gli uffici distaccati dell’authority a Napoli e comunque con la supervisione di funzionari della stessa agenzia. Una sorta di corsa ad ostacoli.
Perché un comportamento così ostativo? Come è stata possibile una tale mancanza di trasparenza? Per giunta con la necessità di avere dei controllori all’atto della consultazione? Anche per questo in California, la decisione di fare ricorso al Tar è sembrata praticamente obbligata.
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Sea Eye 5
Ministero dell’Interno condannato dal tribunale di Ragusa per il fermo della Sea Eye 5. Accolto il ricorso degli attivisti tedeschi. Le autorità italiane indicarono Taranto come porto sicuro in cui attraccare, ma il comandante pretese di sbarcare a Pozzallo.
Le Ong in tribunale la fanno di nuovo franca. Questa volta a Ragusa, dove il giudice civile Rosanna Scollo ha annullato l’ennesimo fermo amministrativo, accogliendo l’opposizione presentata dalla Sea Eye 5 contro il provvedimento disposto dalla Prefettura: fermo di 20 giorni nel porto di Pozzallo, dove la nave era attraccata il 16 giugno del 2025, cancellato e spese di lite (518 euro), oltre ai compensi legali (2.000 euro), a carico del ministero dell’Interno. Per la toga siciliana, «la condotta» della Ong risulterebbe «conforme alla normativa vigente, non essendosi la nave arbitrariamente rifiutata di fornire informazioni o di osservare indicazioni, bensì essendosi limitata a rappresentare la situazione concreta».
Una frase che rovescia l’impianto della contestazione amministrativa. Ma solo in parte.
Per capire il senso della decisione bisogna partire da cosa veniva contestato alla nave. Nel ricorso contro il fermo, l’Ong elencava cinque contestazioni: la presunta illegittimità della procedura sanzionatoria, il difetto di motivazione e di proporzionalità del fermo, rivendicava il «mancato coinvolgimento immediato delle autorità libiche», confutava la contestazione di non avere fornito le informazioni richieste dall’autorità italiana e di non essersi uniformata alle indicazioni ricevute, e infine respingeva la violazione legata al fatto di non avere raggiunto «senza ritardo il porto di Taranto», indicato come place of safety. La sentenza non dà ragione alla Ong su tutta la linea. Il giudice ha rigettato la «violazione degli obblighi di motivazione» del fermo e del principio di proporzionalità della sanzione. Che risultano regolari. La sentenza boccia anche la tesi sulla carenza di giurisdizione italiana: «Il fatto […] pur avvenuto in alto mare, diviene rilevante per l’ordinamento giuridico italiano» e, una volta richiesto il porto di sbarco all’autorità italiana, «il comandante della nave si è assoggettato alle norme italiane». Poi però arriva il rovesciamento. Il giudice premette che l’opposizione è comunque fondata nel merito e spiega dove sarebbe crollato il provvedimento della Prefettura. Il perno è l’onere della prova. La sentenza richiama un principio definito come «unanimemente acquisito». Ed è questo: «Nei giudizi di opposizione a sanzione amministrativa, l’onere di dimostrare l’effettiva consumazione dell’illecito amministrativo, ove il fatto sia contestato, grava integralmente sull’autorità amministrativa». E subito dopo cala la lama: «L’onere in questione non può dirsi assolto nel caso di specie». È qui che la decisione fa una giravolta. Lo Stato, per il tribunale, aveva titolo per intervenire, ma non ha portato in tribunale abbastanza prove. La prima contestazione affrontata nel merito riguarda il mancato coinvolgimento immediato delle autorità libiche per l’assegnazione del porto di sbarco. Dalla documentazione, scrive il tribunale, «si evince chiaramente che alle autorità libiche sono state inviate» delle «email» per segnalare l’evento. Era il 14 giugno 2025. Da Tripoli non arrivò alcuna risposta. La nave, secondo la Prefettura, non avrebbe quindi fornito le informazioni richieste dalle autorità italiane e non si sarebbe uniformata alle indicazioni ricevute. Inoltre, non avrebbe raggiunto senza ritardo Taranto, individuato come porto sicuro. Anche qui il giudice sta dalla parte della Sea Eye 5. Scrive che «il comandante ha sempre dato risposta ad ogni richiesta». Eccetto una. Che appare anche particolarmente grave: «Non è stato in grado» di selezionare «le persone maggiormente vulnerabili» a causa «dell’elevato numero delle persone a bordo (ben 62)» e delle «gravissime condizioni» in cui versavano. La sentenza richiama una mail del 15 giugno in cui il comandante segnalava «persone ustionate, disidratate, in ipotermia e con bruciature e inalazioni da carburante», aggiungendo che «i naufraghi si trovavano in mare da oltre 48 ore». Qui, però, a fronte dell’incapacità in capo al comandante, ci sarebbe un secondo gap della Prefettura: «L’amministrazione» non avrebbe «dato prova del fatto che le persone salvate, una volta sbarcate, non versavano nelle condizioni dichiarate». Sul porto di Taranto, il giudice scrive che la situazione era aggravata anche dalla «carenza d’acqua» e che questa circostanza contribuiva a rendere impossibile raggiungere Taranto, giudicato «troppo distante». Da qui il cambio di rotta: «È stato solo a seguito del dialogo intercorso tra le parti, a fronte delle difficoltà ed esigenze palesate dal comandante, che (l’autorità, ndr) provvedeva ad assegnare il più vicino porto di Pozzallo». La conseguenza è scolpita in una frase: «Il mancato raggiungimento del porto di Taranto non è stato frutto di una ingiustificata disobbedienza, bensì delle comunicazioni intercorse tra la nave e l’autorità italiana». La contestazione secondo cui la Sea Eye 5 non avrebbe fornito le informazioni richieste o si sarebbe rifiutata di uniformarsi alle indicazioni ricevute «non appare corretta». Sostenere il contrario, secondo il giudice, «equivarrebbe ad affermare che il comandante di una nave», unico ad avere esperienza diretta della situazione di bordo, non avrebbe avuto «la possibilità di palesare le concrete difficoltà pratiche di eseguire una data indicazione» e sarebbe stato costretto a eseguire «passivamente» ordini che avrebbero potuto mettere in pericolo «la vita propria, dell’equipaggio e dei naufraghi salvati». Ed è così che il fermo cade. La Ong passa l’esame, ma non a pieni voti: «Sono ravvisabili delle ragioni sufficienti per l’accoglimento della proposta opposizione».
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