Ansa
Le indagini sulle chat degli otto professionisti militanti e su 34 certificazioni di non idoneità fanno emergere una vera e propria mappatura dei migranti tolti di proposito dai centri: «Stiamo uniti, non succede nulla».
Le 34 certificazioni di non idoneità sanitaria al trattenimento in un Cpr analizzate dagli investigatori della squadra mobile di Ravenna e al centro dell’inchiesta sugli otto medici del reparto di malattie infettive del Santa Maria delle Croci, incrociate con le chat contenute nei telefoni sequestrati, sembrano mostrare una competizione neppure troppo silenziosa. Una specie di contabilità parallela. Un conteggio. Al quale seguiva un’esultanza. «Altre due da Ravenna!», scrive una delle dottoresse nel giugno 2024, ricevendo il pollice alzato da Nicola Cocco, infettivologo della Società italiana di medicina delle migrazioni. I messaggi scambiati tra medici e attivisti, letti uno dopo l’altro, sembrano restituire l’idea di un obiettivo comune: raggiungere, certificazione dopo certificazione, il numero maggiore di risultati rispetto alla campagna «No ai Cpr», sostenuta proprio dalla Società italiana di medicina delle migrazioni.
Il sospetto degli investigatori è che, nei 16 mesi sotto osservazione, abbia inciso direttamente sulle procedure di espulsione di 34 stranieri destinati all’espulsione su un totale di 64. Altri dieci immigrati, invece, si sarebbero ufficialmente rifiutati di sottoporsi alla visita medica, circostanza che di fatto ha impedito la valutazione sanitaria necessaria per stabilire l’idoneità alla detenzione amministrativa in un Cpr.
Ravenna era diventato un punto caldo della geografia italiana rispetto agli sbarchi: 25 dal dicembre 2022, tutti di navi Ong. E la città comincia a fare i conti con le espulsioni. A settembre 2024, ricostruisce il Corriere della Romagna, la stessa dottoressa aggiorna il conteggio: «Ciao Nicola! Qui a Ravenna almeno altre quattro non idoneità». In risposta dal medico No Cpr arriva l’emoticon col bicipite pompato. E quando i numeri cominciano a crescere, le risposte di Cocco sarebbero state: «Grande» o anche «gradissim*». È a quel punto che avrebbe svelato l’intento: «Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura». La «cuenta» dei ribelli.
I pm della Procura di Ravenna, Daniele Barberini e Angela Scorza, hanno chiesto la sospensione per un anno per alcuni dei camici bianchi indagati. Le chat recuperate dagli investigatori raccontano un dialogo costante. Quasi due anni di contatti. Decine di pagine tra messaggi e intercettazioni ambientali sembrerebbero ricostruire una progressiva convergenza di intenti. All’inizio c’è un confronto. Che poi sarebbe diventato sostegno. E che si sarebbe trasformato infine in un’adesione alla campagna «No Cpr». Una traccia sarebbe rinvenibile nelle chat il 3 maggio del 2024. Una delle infettivologhe che nelle conversazioni, riporta il Corriere della Romagna, si definisce «anarchica e antagonista», condivide con i colleghi un articolo scritto proprio da Cocco sui rischi sanitari all’interno dei Cpr. Il messaggio che accompagna il link: «Abbiamo organizzato un incontro online per chiarirci le idee». Da quel momento il passaparola prende velocità: «Noi stiamo aderendo alla campagna No ai Cpr».
Secondo la ricostruzione investigativa, gli effetti non restano confinati alla discussione teorica. Si rifletterebbero anche nei numeri delle certificazioni mediche. A luglio 2024 una delle dottoresse scrive: «Ho dato la non idoneità per un Cpr e il ragazzo è tornato a ringraziarmi». Nel corso del 2025, secondo quanto emergerebbe dalle conversazioni, il clima nel reparto sarebbe cambiato. Nelle chat sarebbe comparso un senso di appartenenza. Uno dei messaggi sembra descriverlo in modo netto: «Ormai ci siamo dentro da così tanto... è una rottura, ma la scelta è puramente etica». E torna il bilancio: «Noi avremo dato più di 20 non idoneità e non è successo niente». Infine l’invito alla compattezza: «La cosa importante è essere uniti e non succede nulla».
L’episodio che fa scattare l’allarme arriva nell’estate del 2024. È luglio. Un certificato medico attira l’attenzione degli agenti dello Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato. Il modulo utilizzato è un prestampato della Simm. E sarebbe stato usato per dichiarare una non idoneità. Una delle dottoresse l’aveva ottenuto chiedendo se durante gli incontri online della campagna fosse stata suggerita «una possibile formula da utilizzare nella dichiarazione di non idoneità». Il referto prodotto con quel modulo diventa la prima crepa. Gli agenti entrano in ospedale. E in reparto comincia a diffondersi una certa preoccupazione. Una delle dottoresse scrive a una collega: «Ho un’urgenza. È arrivato l’ispettore e ora mi vogliono fare un verbale. Ho bisogno di non fare passi falsi, la polizia mi tampina, è un incubo». L’ipotesi di un’indagine prende forma. E nelle chat c’è chi prova a rassicurare. Un collega di Rimini interviene: «Va beh ci provano... e poi? Chi certifica sei tu, si attaccano». Ma la tensione cresce. E nella rete dei contatti viene chiamato in causa anche Cocco. La risposta che sarebbe arrivata è durissima. «Gli facciamo il c... a sti sbirri maledetti». Per lui, «i colleghi di Ravenna hanno espresso un parere clinico che evidentemente non è conforme agli obiettivi dell’amministrazione sull’immigrazione». Ora bisognerà capire se è conforme alla legge.
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In Italia il fenomeno delle dipendenze continua a rappresentare una sfida sanitaria e sociale di dimensioni rilevanti, con servizi di recupero spesso insufficienti. In questo contesto, le comunità terapeutiche come quella della Fondazione Genovese a Bodio Lomnago offrono spazi sicuri e percorsi concreti di riabilitazione.
Il fenomeno delle dipendenze in Italia continua a rappresentare una sfida sanitaria e sociale di dimensioni rilevanti. I dati più recenti contenuti nella Relazione al Parlamento sulle tossicodipendenze del Dipartimento delle Politiche antidroga, riferiti al 2024, delineano un quadro complesso: i Servizi per le dipendenze (SerD e SMI) hanno assistito 134.443 persone, con un aumento del 2,7% rispetto all’anno precedente, mentre la spesa complessiva degli italiani per l’acquisto di sostanze stupefacenti ha raggiunto i 17,2 miliardi di euro.
La cocaina e il crack rappresentano oggi una delle sostanze con il maggiore impatto sanitario e sociale, risultando responsabili del 35% dei decessi droga-correlati e del 30% dei ricoveri ospedalieri legati all’uso di stupefacenti. La cannabis rimane invece la sostanza illegale più diffusa, mentre nel 2024 il Sistema nazionale di allerta rapida per le droghe ha individuato 79 nuove sostanze psicoattive mai rilevate prima nel nostro Paese. Nello stesso periodo si è registrato anche un aumento dei decessi per droga, saliti a 231, e dei ricoveri ospedalieri correlati all’uso di sostanze, cresciuti del 13%.
Il fenomeno non riguarda soltanto la popolazione adulta. Secondo la ricerca ESPAD, che analizza i comportamenti a rischio tra gli studenti tra i 15 e i 19 anni, circa 970.000 giovani – il 37% – dichiarano di aver fatto uso di sostanze illegali almeno una volta nella vita. A crescere è anche l’utilizzo di psicofarmaci senza prescrizione medica, passato da 440.000 studenti nel 2023 a 510.000 nel 2024. A fronte di questi numeri, il sistema di presa in carico mostra criticità e squilibri territoriali. In Italia i servizi dedicati alle dipendenze registrano una significativa variabilità regionale in termini di personale e offerta socio-sanitaria. Mentre secondo le stime dell’Osservatorio sull’impatto socio-economico delle dipendenze mancano circa duemila unità di personale per raggiungere gli standard previsti dal DM 77/2022. Una carenza che limita la capacità del sistema di intercettare precocemente le persone con problemi di dipendenza e di garantire percorsi terapeutici adeguati.
In questo contesto, il ruolo delle comunità terapeutiche e delle strutture dedicate al recupero diventa sempre più centrale. È proprio in questa prospettiva che si inserisce il progetto avviato dalla Fondazione Laura e Alberto Genovese a Bodio Lomnago, in provincia di Varese, dove una tenuta storica abbandonata sta vivendo una nuova vita. Non come residenza privata o struttura turistica, ma come comunità terapeutica per il recupero dalle dipendenze. Il sito, da anni in stato di degrado, oggi offre spazi adeguati per chi affronta percorsi di riabilitazione. L’iniziativa non solo riqualifica un bene architettonico e paesaggistico, ma crea anche occupazione in un settore sottodimensionato e sottofinanziato. Inoltre, la comunità si trova lontano dai centri abitati, senza impatti diretti sulla vita quotidiana dei cittadini. In pratica, un doppio beneficio: sociale e urbano.

Tuttavia il progetto non è stato esente da polemiche, legate alla vicenda giudiziaria che in passato ha coinvolto Alberto Genovese. Nel 2022 l’imprenditore è stato condannato in primo grado con rito abbreviato a 8 anni e 4 mesi, pena ridotta poi a 5 anni e 4 mesi, per violenza sessuale e cessione di sostanze stupefacenti a due ragazze di 18 e 23 anni. Una sentenza più severa rispetto alle richieste della pubblica accusa. In sede processuale i legali di Genovese avevano chiesto l’assoluzione piena per l’accusa relativa alla 23enne, il riconoscimento della semi-infermità mentale e la concessione della pena minima per i fatti contestati nei confronti della 18enne. Secondo una perizia psicologica presentata dalla difesa, infatti, Genovese soffrirebbe di disturbi della personalità e sarebbe affetto dalla sindrome di Asperger: condizioni che, insieme all’abuso di alcol e stupefacenti, gli avrebbero impedito di rendersi conto della mancanza di consenso delle vittime. Le condotte sessuali, già pienamente scontate, ma che hanno avuto una risonanza mediatica molto superiore, sono state qualificate in sede processuale come continuazione interna del reato principale.
La vicenda ha inevitabilmente spostato parte del dibattito pubblico sulla figura di Genovese, più che sul progetto in sé. Resta tuttavia il fatto che l’iniziativa nasce con l’obiettivo di realizzare una comunità terapeutica dedicata al recupero dalle dipendenze e può essere visto non come un gesto isolato, ma una risposta diretta a un’esperienza personale drammatica, trasformata in un’opportunità concreta per la collettività.
La Fondazione, nata dall’esperienza personale dei fondatori, interpreta una forma di restituzione sociale. Chi ha attraversato la dipendenza e il percorso giudiziario mette oggi risorse proprie al servizio della collettività, richiamando il principio sancito dall’articolo 27 della Costituzione, secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. In questo senso, Bodio Lomnago non è solo una comunità terapeutica, ma un esempio di come la trasformazione personale possa tradursi in utilità sociale.
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Primo divieto al «meat sounding». Ma restano altri rischi sui prodotti «ibridi».
Siamo al cerchiobottismo elevato a programma di governo continentale. E tutto per una polpetta che per l’Ue rischia d’essere avvelenata. Ieri si è concluso il «trilogo» (a riunione che vara i provvedimenti europei e mette insieme Consiglio, Commissione e Parlamento) per decidere i provvedimenti contro il cosiddetto «meat sounding». Spiegato al popolo, si tratta di evitare l’imitazione della carne nelle etichette di prodotti che con la carne non c’entrano nulla. L’Italia ha vinto una battaglia, ma la guerra è lunga.
Ci sono da accontentare i vegani, c’è soprattutto da accontentare la lobby dei cibi plant based (fatti con i vegetali) che è fortissima e non ci sta ad abdicare al vantaggio commerciale di poter creare confusione tra quello che propina ai consumatori e l’originale.
Il provvedimento assunto dall’Ue rischia di essere la famosa toppa peggiore del male. Se si voleva evitare che i clienti dei supermercati scambiassero per carne ciò che carne non è, con questo provvedimento si è creata più confusione.
È vero che per trentuno prodotti si è posto il veto: fegato è fegato, bacon è pancetta di maiale, così bistecca, trippa, pollo, prosciutto, manzo sono esclusivamente prodotti animali e non possono essere confusi neppure nel nome con alimenti fatti con proteine vegetali. Ma è anche vero che la Ue si è arresa - almeno - al luogocomunismo da scaffale.
Il ragionamento è: siccome ormai da anni è entrato nel linguaggio popolare dire «hamburger» anche se è di soia, dire «salsiccia» anche se è tofu, dire «nuggets di lenticchie», perché vietare questi nomi a chi usa le piante per sfamare il popolo? E così l’hamburger vegetale potrà continuare a chiamarsi così, e altrettanto vale per le salsicce e le polpette, e per un’ altra nutrita serie di tipologie di prodotti di «carne-non carne», in attesa di capire inoltre cosa succederà quando arriveranno sul mercato le bistecche ottenute attraverso la moltiplicazione cellulare in laboratorio.
Il ministro Francesco Lollobrigida si gode intanto il primo successo. Parla di «ritorno alla normalità» sui prodotti contenenti carne. Soddisfatta anche Coldiretti che sostiene: «L’Europa rafforza la tutela delle denominazioni della carne con il divieto di utilizzo di termini come carne o bistecca per prodotti ottenuti da colture cellulari e per altre imitazioni che non derivano da animali». La soddisfazione della Coldiretti è spiegata perché nelle norme che regolano l’organizzazione comune di mercato di questi prodotti «c’è l’introduzione di contratti scritti obbligatori, per rafforzare il potere negoziale degli agricoltori e migliorare il funzionamento della filiera agroalimentare europea». Sta di fatto però che la lobby dei prodotti vegetali (giusto per avere un’idea: un hamburger verde è fatto con 32 diversi ingredienti, quello del macellaio ne ha uno solo, ovvero carne, al massimo con sale e pepe) conta su una montagna di miliardi. Solo in Italia il mercato dei succedanei vegetali della carne vale 600 milioni.
La carne è salva, ora c’è da battagliare per l’hamburger.
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Stefano Esposito (Ansa). Nel riquadro, la copertina del libro «Massacro giudiziario»
L’ex senatore del Partito democratico, racconta in un libro l’indagine della Procura torinese a suo carico, lunga e persecutoria: «Ho percepito che il giudice fosse lì a fare quello che voleva il pm. I magistrati devono essere sanzionati come gli altri professionisti».
Ex senatore pd, animato da senso di giustizia e impegnato nella difesa dei diritti sociali, Stefano Esposito è stato vittima di una lunga e persecutoria indagine della Procura di Torino. La racconta in Massacro giudiziario (Liberilibri) di Ermes Antonucci e in questa intervista.
Se dovesse definire con un’immagine la vicenda di cui è stato vittima quale userebbe?
«Il tritacarne».
Composto da?
«Un mix di elementi di cui non sono né il primo né, temo, l’ultimo a essere vittima: il teorema del pm Gianfranco Colace e i media che l’hanno veicolato. È il famoso circuito mediatico giudiziario, che trita chi ci finisce dentro».
Nella prefazione a Massacro giudiziario, Giuliano Ferrara cita Il processo di Franz Kafka: «Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, un mattino fu arrestato». Lei non è stato arrestato, perché dice che lo avrebbe preferito?
«Perché, visti gli adempimenti cui è sottoposta una persona privata della libertà, avrei potuto dire la mia. Invece, in 2.589 giorni, quant’è durata la mia vicenda, non sono nemmeno riuscito a depositare una memoria».
Sette anni d’indagine e 500 intercettazioni non autorizzate, viene in mente il film Le vite degli altri.
«Il riferimento è appropriato perché nel 2020 ho scoperto che erano state attivate intercettazioni telefoniche sull’utenza di Giulio Muttoni, un imprenditore mio amico, per sorvegliare me. Intercettazioni avvenute senza soluzione di continuità dal gennaio 2015 al marzo 2018».
Com’è possibile che 500 intercettazioni, una piccola parte delle 30.000 che hanno riguardato Muttoni, siano state attivate mentre era senatore senza autorizzazione del Parlamento?
«È un grande mistero sul quale ha fatto luce, con una sentenza inusuale per durezza, la Corte costituzionale parlando di “indagine preordinata”».
I capi d’accusa erano corruzione, turbativa d’asta e traffico d’influenze illecite.
«La corruzione sarebbe nata nel 2010, ma si sarebbe concretizzata nel 2015, e già questo la dice lunga sulla preordinazione. Inoltre, sarebbe avvenuta mediante un prestito di Muttoni con un bonifico restituito a un tasso di favore. Questa era, per la Procura, la prova della corruzione. Un pm antimafia mio amico mi ha detto: “Sei l’unico cittadino italiano che ha incassato una tangente tramite un bonifico, restituito”».
Un bonifico tra due preveggenti.
«Ho fatto una telefonata, cinque anni dopo il bonifico, a Raffaele Cantone, presidente dell’Anac (Autorità nazionale anticorruzione ndr), per chiedere informazioni sulla procedura che avrebbe riguardato l’azienda del mio amico colpita da un’interdittiva antimafia. Appena ricevuta la documentazione dell’indagine, i pm di Roma, titolari per competenza territoriale, l’hanno smontata alla radice».
Poi le contestavano il regalo di un Rolex e di un tapis roulant.
«Il Rolex non è mai esistito, come hanno scritto sempre i pm di Roma. Quanto al tapis roulant, è vero che l’ho ricevuto ma anche che l’ho immediatamente restituito. Tutte evidenze presenti nelle carte dell’accusa, ma ignorate».
Qualcuno poteva interpretare il suo interessamento per l’appalto del Forum dello sviluppo economico locale come un contrasto alla società del Lingotto dove si tiene il Salone del libro?
«Il paradosso di quella vicenda è che fui proprio io a insistere affinché il Comune di Torino non affidasse l’appalto direttamente al mio amico, ma venisse indetta la gara. Altro che turbativa d’asta».
Lei era un esponente del Pd favorevole alla Tav?
«Forse ero l’unico senza ruoli istituzionali che si batteva per la Torino-Lione. Anche sindaci e governatori, da Mercedes Bresso a Giorgio Chiamparino a Piero Fassino erano favorevoli».
Quindi il suo impegno non avrebbe dovuto esporla?
«Mi ha esposto rispetto alle timidezze dei miei colleghi di partito. Non dimentichiamoci che c’erano e ci sono molti sindaci in Val di Susa, consiglieri regionali e comunali del Pd che strizzano l’occhio ai No Tav».
E al centro sociale Askatasuna?
«Il movimento No Tav non esiste nella sua inclinazione violenta senza Askatasuna. Sono inscindibili».
Il suo impegno ha cozzato contro i poteri forti della città o per accusarla i magistrati hanno fatto da soli?
«Credo che in città si sia creato un contesto che già 15 anni fa definivo zona grigia, esattamente come l’ha definito di recente la procuratrice generale Lucia Musti. Siccome non ho condotto una battaglia silenziosa, intorno a me si formò un clima d’insofferenza che qualcuno può aver raccolto».
Era un presunto colpevole?
«Per il pm Colace e chi ha retto la Procura dal 2015 al 2022 l’obiettivo non era istruire il processo ma, con l’avviso di garanzia e la chiusura delle indagini, minare la mia reputazione».
Com’è possibile che abbia saputo dell’archiviazione dell’indagine di sei mesi prima solo grazie all’interrogazione parlamentare di Ivan Scalfarotto al ministro Carlo Nordio?
«Questo è il sistema. La norma prevede che l’indagato sia informato dai pm in caso di rinvio a giudizio, non in caso di archiviazione. A proposito di parità tra accusa e difesa…».
Qual è il costo umano di questa disparità?
«In queste situazioni si continua a omettere che un indagato inizia a scontare la pena dal momento in cui riceve l’avviso di garanzia. Se sei innocente, come nel mio caso, la sconti da innocente».
Che impatto ha avuto questa vicenda sulla sua famiglia?
«Devastante. Il prezzo più alto lo sta pagando mia moglie Rachele che continua ad avere problemi perché la società per cui lavora non ha, come tutte le società con la testa negli Stati Uniti, una compliance particolarmente garantista. In sintesi, ha perso il ruolo che aveva e, nonostante l’indagine sia terminata come abbiamo detto, nessuno glielo ha restituito. Questo ha prodotto il ricorso a cure farmacologiche...».
E gli effetti sui suoi figli?
«Ricordo che una sera Francesco è tornato a casa da scuola dopo che un compagno gli aveva dato del figlio del mafioso. Mi son dovuto trattenere dal telefonare al papà di questo ragazzino e dall’intervenire in altre situazioni analoghe perché le poche energie dovevo concentrarle nella battaglia per dimostrare la mia innocenza».
Come ha fatto a non ammalarsi?
«Non so se non mi sono ammalato, mi tengo sotto controllo. Di sicuro non sono più la persona che ero».
Chi è oggi?
«Un padre e un marito che cerca di portare avanti la propria vita garantendo il miglior standard possibile alla propria famiglia. È faticoso raggiungere questo obiettivo, ma forse ci sto riuscendo. Naturalmente non ho più niente a che fare con la persona che faceva politica 18 ore al giorno e si occupava della vita degli altri. Purtroppo, sono diventato molto cinico…».
Di che cosa vive?
«Ho un’attività di consulenze amministrative, legislative e di relazioni istituzionali per imprese».
Si è mai rimproverato un eccesso di generosità?
«Altroché. Se mi fossi comportato come alcuni miei colleghi che i problemi li schivavano, sicuramente non mi sarei trovato in questa situazione. E, magari, invece di due mandati parlamentari ne avrei fatti quattro. Ma non ho mai interpretato la politica come un mestiere».
Il pm Colace ha avuto sanzioni disciplinari?
«Il Csm l’ha sanzionato con il trasferimento da Torino a Milano, dal penale al civile e con la perdita di un anno di anzianità. La gup Lucia Minutella ha subito una censura. Siccome entrambi hanno fatto ricorso, sono sanzioni ancora sub iudice».
Come si è comportato il suo partito negli anni dell’indagine?
«Un minuto dopo la sua pubblicazione tante persone sono scomparse. Non gli amici, come Matteo Orfini, Emanuele Fiano, Andrea Orlando, Simona Malpezzi, Gianni Cuperlo, Francesco Verducci e naturalmente Scalfarotto, che peraltro non era più nel Pd. Ho riscontrato maggiore vicinanza da altri partiti che dal mio».
Che cosa sarebbe cambiato se fosse stata in vigore la separazione delle carriere?
«Posso presumere che un gip distinto avrebbe osservato gli elementi con maggior attenzione e avrebbe potuto chiudere l’indagine almeno tre anni prima. All’udienza preliminare ho avuto la netta percezione che il gup fosse lì per fare quello che voleva il pm».
Sarebbe bastato controllare le date e la tracciabilità del famoso prestito.
«Sarebbe bastato aver letto le memorie del mio avvocato».
Oltre alla separazione tra pm e giudici quant’è importante la responsabilità civile dei magistrati?
«L’istituzione dell’Alta corte disciplinare è uno dei punti qualificanti della riforma. Come tanti che hanno vissuto un’esperienza simile alla mia non nutro sentimenti di vendetta, ma mi auguro che si possa stabilire un principio per cui un magistrato che dispone di enormi poteri sulle vite delle persone, di fronte a un errore conclamato e ripetuto, sia sanzionato come avviene per tutte le categorie professionali. Di fatto, oggi, i magistrati, pm e giudici, godono di un’impunità pressoché assoluta».
Cosa pensa delle dichiarazioni di Nicola Gratteri e Nino Di Matteo?
«Quelle del 2020 e 2021, quando urlavano contro il sistema delle correnti dal quale erano esclusi o quelle che oggi le rinnegano?».
Quelle in cui affermano che votano Sì al referendum mafiosi e massoni mentre votano No le persone per bene.
«Gratteri è mille miglia lontano dalla cultura garantista alla base della nostra Costituzione. Ci si riempie la bocca della Costituzione più bella del mondo, ma ci si dimentica la pagina che parla della presunzione d’innocenza. Ne sono conferma gli esiti di troppe indagini, comprese le sue, costellate da centinaia di innocenti, distrutti».
I magistrati dell’Anm temono più la separazione, il sorteggio dei membri dei Csm o l’Alta corte disciplinare?
«Temono il sorteggio perché verrebbe meno la loro funzione di potere e distribuzione degli incarichi. E temono l’Alta corte perché un soggetto esterno ai meccanismi attuali qualche sanzione seria nei confronti dei magistrati che sbagliano la applicherebbe».
Come fanno i fautori del Sì al referendum a sopravvivere nel Pd di Elly Schlein?
«Non lo so. Ho scelto di star fuori da questo Partito democratico che ha abbandonato la cultura garantista e l’impegno in favore dei cittadini per privilegiare quelle di bottega. La separazione delle carriere era nel Dna della sinistra, ma è stata piegata a una battaglia antigovernativa. Naturalmente chi ha deciso di rimanere ha il mio rispetto, ma credo che l’attuale Pd non c’entri nulla con quello fondato con Walter Veltroni al Lingotto. Oggi il Pd va al traino del M5s, di Avs e di un’associazione privata che si chiama Anm».
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