Ansa
In uno scenario incerto come quello attuale vanno ipotizzate misure di tutela economica. Qualora la guerra si prolungasse, sarebbe necessario un massivo acquisto di titoli di Stato. Sperando in un’inflazione entro i limiti.
Tre scenari di impatto economico della nuova Guerra del Golfo e dintorni: a) caso migliore, riapertura dello stretto di Hormuz in tempi brevi - un mese da oggi - con rientro dalla crisi dei flussi energetici portatrici di inflazione entro i due-tre mesi successivi, ma con rimbalzo rapidissimo delle Borse, ripresa degli investimenti privati ora rallentati dall’incertezza e tenuta della crescita misurata in Pil, pur poco più che stagnante, in Europa e nuova riduzione del costo di servizio del debito italiano; b) caso intermedio: durata più lunga del blocco di Hormuz con conseguenze inflazionistiche, di decrescita e incertezza finanziaria che richiedono interventi straordinari di politica monetaria ed economica; c) caso peggiore, ingaggio di Cina e Russia per il sostegno a un regime iraniano non sostituito da uno nuovo e combinato con una durata più lunga delle tensione dei prezzi di petrolio, gas e decine di derivati come per esempio i fertilizzanti. Al momento il mio gruppo di ricerca euroamericano Stratematica, che da tempo ha predisposto simulatori per le opzioni dette alimentati da sistemi di intelligenza artificiale che sintetizzano, con filtri di attendibilità, un’enorme massa di dati sta rilevando la seguente situazione: le probabilità si stanno spostando dal caso migliore a quello intermedio, ma quello peggiore resta del tutto improbabile, perfino forse inverso. Quindi i governi delle democrazie dipendenti dall’importazione di petrolio e gas devono preparare contromisure - in effetti già allo studio - sia diplomatiche sia tecniche, così come le autorità monetarie. Non solo l’Ue, ma anche gli Stati Uniti perché il rischio di inflazione da aumento dei costi energetici sta iniziando a colpire il primo produttore nel mondo di combustibili fossili non per scarsità, ma per speculazione non facile da controllare. Infatti Washington sta cercando di accorciare i tempi della crisi, inserendo più forza distruttiva contro il regime iraniano per costringerlo a una resa o ad accettare un condizionamento.
Ma il regime teocratico ha come condizione di vittoria la sua persistenza pur prevedendo l’amputazione delle sue capacità militari indirette esterne via proxy (Hamas, Huthi, Hezbollah e un’altra decina di milizie sciite minori in Iraq e altrove) e un indebolimento di quelle dirette (missili e droni): sta usando il metodo di alzare il costo dell’azione bellica del nemico anche attaccando le nazioni arabe e turca non belligeranti del Golfo affinché facciano pressioni limitative contro l’America. Inoltre, ha preparato da mesi un sistema molto efficiente di controllo del territorio, in circa 30 province, contro l’insorgenza antiregime e - in base ai messaggi con metodo nascosto che arrivano dai docenti iraniani e studenti ai colleghi universitari statunitensi, ma non a quelli europei perché, pur con eccezioni tra cui io, non ritenuti riferimenti favorevoli all’insorgenza democratica per preferenza della pace a qualsiasi costo - i massacri di ribelli anche potenziali sta continuando. La speranza che l’esercito istituzionale iraniano si ribelli al regime e lo elimini ha motivi di scenario potenziale perché i regolari non sopportano le milizie. Ma queste sono in numeri ed armamenti maggiori e controllano l’economia. Inoltre, è difficile che un militare istituzionale tenti una ribellione nel momento in cui la nazione è pesantemente attaccata per lealtà alla nazione stessa anche se non al regime teocratico. In sintesi, questo è uno dei motivi principali per lo spostamento verso tempi più lunghi del blocco di Hormuz. Va detto che non è piccola la probabilità contraria di un’accelerazione ed intensificazione dell’offensiva statunitense: è allo studio, anche ipotizzando l’impiego di militari statunitensi a terra per la bonifica dei mezzi militari iraniani capaci di interdire i transiti navali nello stretto di Hormuz. Ma poiché il tempo è la variabile critica centrale per l’impatto economico tale soluzione che finora Donald Trump ha voluto evitare ad ogni costo perché contraria all’orientamento del movimento Maga, pur fattibile, ha un orizzonte temporale non breve.
Va annotato che è ipotizzabile anche uno scenario a metà tra quello migliore ed intermedio qualora la visita di Trump a Pechino fosse confermata e il primo scambiasse favori alla Cina in cambio di un intervento di Xi Jinping per convincere l’Iran a togliere il blocco di Hormuz. Ma ciò implicherebbe un accordo G2 più ampio tra Cina ed America che porterebbe Washington a diventare secondo e non primo potere globale, certamente non accettabile né da Trump né dai repubblicani non-Maga (in aumento) e da almeno metà del Partito democratico. Pechino lo sa, ma potrebbe anche offrire abilmente a Trump una pressione sulla Russia affinché accetti una tregua in Ucraina. Scenario mobile.
Ma nella turbolenza prolungata, anche se non catastrofica, vanno comunque prese delle decisioni di tutela economica, preparandole pur sperando di non doverle applicare. Quali, se si confermasse una destabilizzazione più lunga? Certamente va preparato un allentamento monetario dove la Bce possa comprare debiti nazionali a rimborso molto differito per rendere possibile una spesa pubblica in deficit non impattante per sterilizzare i prezzi dell’energia e così difendere la fiducia finanziaria ed economica. Ciò avrebbe effetto se l’inflazione restasse entro limiti. Ma se andasse oltre gli europei sarebbero costretti a negoziare con l’America un sostegno straordinario. Verrebbe concesso? In termini di quantità utili sì, ma ad un costo economico pesante, pur tollerabile, e uno geopolitico più problematico. Aggiornamenti.
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Donald Trump (Ansa)
- Il presidente americano rifiuta i colloqui con Teheran e scuote i Paesi occidentali: «Chi prende il greggio da lì intervenga». Londra, che aveva già sollecitato altre capitali europee, assicura: «Valutiamo le opzioni».
- La missione per Hormuz esiste già. Il programma intergovernativo guidato dalla Francia, cui partecipa pure l’Italia, è partito nel 2020. Sarebbe il caso di usarlo, ma il Vecchio continente non vuol contare.
Lo speciale contiene due articoli.
La questione petrolifera continua a rivelarsi centrale per Donald Trump nella crisi iraniana. Il presidente americano ha annunciato che le forze di Washington hanno «completamente annientato ogni obiettivo militare nell’isola di Kharg». «Per ragioni di moralità, ho scelto di non distruggere le infrastrutture petrolifere sull’isola. Tuttavia, se l’Iran, o chiunque altro, dovesse fare qualcosa per interferire con il libero e sicuro passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, riconsidererò immediatamente questa decisione», ha aggiunto.
Kharg è il terminale di esportazione per il 90% delle spedizioni di greggio iraniano. Trump teme che, colpendo le infrastrutture petrolifere dell’isola, il costo dell’energia aumenti ulteriormente. Al contempo, Washington sta spostando circa 2.000 marines e una nave d’assalto anfibio dal Giappone al Medio Oriente: il che lascia intendere che, come già ipotizzato dal Washington Post, la Casa Bianca sia intenzionata a invadere Kharg. Uno scenario che, se si concretizzasse, infliggerebbe un duro colpo alle entrate finanziarie del regime khomeinista ma che, al contempo, porterebbe probabilmente i pasdaran ad alzare ancora di più la tensione a Hormuz.
Non a caso, l’inquilino della Casa Bianca ha affermato che Washington organizzerà «presto» delle scorte armate per proteggere le petroliere che passano nello Stretto. «Speriamo che Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito e altri, colpiti da questa restrizione artificiale, inviino navi nella zona in modo che lo Stretto di Hormuz non rappresenti più una minaccia da parte di una nazione che è stata completamente decapitata», ha anche detto, mentre Londra, che aveva già ipotizzato nei giorni scorsi una missione, poco dopo, annunciava di valutare delle «opzioni» per garantire la sicurezza nello Stretto: sicurezza di cui, per Trump, dovrebbero occuparsi principalmente i Paesi che ricevono greggio attraverso Hormuz. Secondo il Wall Street Journal, il capo di Stato maggiore congiunto, Dan Caine, avrebbe avvertito Trump, prima dell’avvio dell’operazione «Furia epica», della possibilità che Teheran chiudesse lo Stretto per ritorsione. Pur riconoscendo il rischio, il presidente avrebbe comunque dato il via all’offensiva, ritenendo che il regime khomeinista si sarebbe arreso prima di riuscire ad attuare una simile mossa.
Il punto è che, non potendo competere con la superiorità militare israelo-americana, i pasdaran hanno optato per infliggere alla Casa Bianca il massimo danno possibile: bloccando de facto Hormuz, le Guardie della rivoluzione hanno portato a un aumento considerevole del prezzo della benzina negli Stati Uniti. Il che rappresenta un grande problema per il Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Da qui il dilemma del presidente americano: da una parte, vorrebbe accelerare la fine del conflitto per portare il prezzo del petrolio a scendere; dall’altra, il fatto che i pasdaran tengano Hormuz in ostaggio continua a far aumentare il costo del greggio e obbliga Trump a portare avanti l’azione militare.
In tal senso, l’eventuale organizzazione delle scorte armate può rappresentare uno spartiacque. Come sottolineato dalla Cbs, è impellente che prima gli Usa distruggano il materiale militare che i pasdaran possono usare per affondare le imbarcazioni (specialmente missili, droni e mine). Successivamente, le navi da guerra americane inizierebbero a scortare le petroliere, godendo di supporto aereo e di attività di sminamento. Il problema risiede, però, nello scarso margine di manovra che si registra nell’area, visto che, come sottolineato da The Hill, «nel punto più stretto, Hormuz misura solo 21 miglia da costa a costa».
Come che sia, inizia a delinearsi la strategia che ha in mente la Casa Bianca. Innanzitutto, vuole aumentare la pressione sui pasdaran: in tal senso, il dipartimento di Stato americano ha promesso fino a dieci milioni di dollari a chi fornisca informazioni sui loro vertici. In secondo luogo, qualora dovesse verificarsi l’invasione di Kharg, ciò infliggerebbe un colpo finanziario alle Guardie della rivoluzione. Infine, l’organizzazione di scorte armate a Hormuz punterebbe a ridurre il potere ritorsivo dei pasdaran. E, sempre in quest’ottica, l’altro ieri, Trump ha ordinato il riavvio delle operazioni petrolifere offshore in California (irritandone il governatore dem, Gavin Newsom). Chiaramente si tratta di una strategia rischiosa, che espone seriamente Washington allo scenario del pantano. Dall’altra parte, la linea battagliera dei pasdaran rappresenta un ostacolo forse insormontabile per la soluzione venezuelana che il presidente americano vorrebbe adottare con l’Iran. Senza, poi, trascurare i rischi politici legati alle Midterm. È in questo senso che Trump è sempre più deciso a ingaggiare un duello all’ultimo sangue con le Guardie della rivoluzione: un duello dal cui esito, ragionano alla Casa Bianca, dipende l’eventuale vittoria strategica di Washington in Iran. È forse anche per questo che, secondo Reuters, il presidente americano avrebbe rifiutato gli sforzi degli alleati mediorientali volti ad avviare dei negoziati diplomatici tra gli Usa e la Repubblica islamica. Ogni trattativa col regime khomeinista passa, per Trump, dallo sradicamento del potere dei pasdaran.
La missione per Hormuz esiste già
Una volta neutralizzate le difese iraniane che minacciano chi passa nello Stretto di Hormuz, rimarrà il problema di garantirne la sicurezza nel tempo. Noi europei ci avevamo già provato pochi anni fa: per proteggere tale regione abbiamo già speso qualche decina di milioni di euro finanziando la missione intergovernativa a guida francese Emasoh, sigla di «missione europea di sensibilizzazione marittima nello Stretto di Hormuz». Con tanto di stemma ufficiale, una mano che protegge una nave cargo. A Parigi e poi a Bruxelles era stato deciso che dal 20 gennaio 2020 avremmo mandato i marinai di varie nazioni a proteggere i preziosi transiti destinati alla nostra economia. Non un’iniziativa della Ue ma dei cugini d’Oltralpe preoccupati per le loro navi.
Il primo capo missione fu l’ammiraglio francese Eric Janicot, e poi ogni cinque mesi, fino al 2025, il comando della missione passò ad alti ufficiali belgi, danesi e a due italiani: dal 6 luglio 2022 al 27 gennaio 2023 Emasoh fu comandata dall’ammiraglio Stefano Costantino; dal giugno al dicembre di quell’anno dal suo collega Mauro Panebianco. Nel 2021 la nostra Marina militare mandò la Nave Martinengo, nel 2022 la Thaon di Revel e nel 2023 la Nave Rizzo. Lo si evince, insieme con l’informazione che a partecipare furono anche Grecia, Olanda, Germania e Portogallo, da quel che resta del sito Internet dell’operazione, oggi dismesso. Più chiaro è il sito Web della nostra Difesa, sul quale al proposito si legge: «L’operazione trae la sua origine da una proposta francese avanzata nel gennaio 2020 in ambito Consiglio dell’Unione europea. Lo scopo è quello di dispiegare un contingente militare, a connotazione prevalentemente marittima e costituito tra le nazioni europee, in un’area di operazione centrata sullo stretto di Hormuz ed estesa verso Nord a tutto il Golfo Persico e verso Sud alla zona di Oceano Indiano posta in corrispondenza delle coste omanite. L’obiettivo della missione è quello di salvaguardare la libertà di navigazione e la sicurezza delle navi in transito nell’area dello stretto [...] per rilevare eventuali atti illegali e la gestione de-escalatoria delle dinamiche locali».
Ma l’ultimo bollettino disponibile delle attività è quello di novembre 2022. La domanda nasce spontanea: che cosa stanno facendo quelli di Emasoh? Evidentemente qualcuno aveva pensato di andare laggiù ad applicare il celebre motto del personaggio Franceschiello «facite a faccia feroce», invece ora sarebbe proprio il momento di dimostrare quanto siamo bravi a operare con le unità navali cacciamine e con i droni volanti per lunghi pattugliamenti, al fine di mantenere in sicurezza le rotte lungo le quali viaggiano le petroliere. E di farlo con una iniziativa unitaria europea. Nulla di male se fosse stata presa la decisione di sospendere la missione per riorganizzarla in modo più efficace, invece su questa vicenda sono, almeno per ora, calati il silenzio e forse anche l’imbarazzo. Se la Ue contasse davvero, in poche ore avremmo aggiornato anche le missioni di protezione alle navi che sono in corso nel Mar Rosso (Aspides e Prosperity Guardian), creandone una in grado di contrastare minacce ben più pericolose di quelle rappresentate dai ribelli Houthi e dai pirati.
Certamente, vista la decisione presa dalla Casa Bianca e da Israele, è opportuno lasciare spazio alla Marina degli Stati Uniti per fare piazza pulita delle forze iraniane, ma poi noi europei dovremo fare la nostra parte e, forse, è proprio quello che si augura il presidente americano Donald Trump quando dichiara: «Spero che altri Paesi invieranno navi da guerra per Hormuz». Anche perché la sicurezza dello Stretto è interesse di molte nazioni, dal Regno Unito fino alla Cina, dal Giappone alla Corea del Sud e non soltanto.
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Lo Stretto resta chiuso e il petrolio sale. Si cercano rimedi ma le riserve sono solo una toppa. La Russia intanto sorride. Von der Leyen pentita sul nucleare.
Bombardamenti in Libano (Ansa)
Continuano i raid dell’Idf sulla terra dei cedri. Dall’inizio della guerra almeno 826 morti, di cui 106 bambini. Ferito un altro soldato Unifil. Emmanuel Macron chiede di mediare e offre Parigi come sede. Haaretz: «Possibili incontri nei prossimi giorni, più probabile a Cipro».
Israele sta valutando il lancio di una vasta operazione terrestre nel Libano meridionale con l’obiettivo di allontanare Hezbollah dalla linea di confine e distruggere le infrastrutture militari del movimento sciita. La notizia è stata riportata dal sito di informazione statunitense Axios, che cita fonti governative israeliane e americane.
Secondo le ricostruzioni, il piano militare prevederebbe la conquista dell’intera area situata a Sud del fiume Litani, il corso d’acqua che attraversa il Libano da Est a Ovest e che da anni rappresenta una linea strategica per la sicurezza del confine tra i due Paesi. L’operazione sarebbe diventata sempre più probabile dopo il massiccio attacco missilistico lanciato mercoledì da Hezbollah contro il Nord di Israele. La tensione si è ulteriormente aggravata dopo le dichiarazioni del leader del movimento sciita Naim Qassem, che ha ribadito come Hezbollah sia pronto a sostenere uno scontro lungo con Israele.
Un alto funzionario israeliano, citato da Axios, ha spiegato che l’eventuale offensiva terrestre potrebbe seguire un modello simile a quello adottato nella Striscia di Gaza. «Faremo quello che abbiamo fatto a Gaza», ha dichiarato il dirigente, riferendosi alla distruzione sistematica di edifici e tunnel utilizzati dalle milizie per nascondere armi e organizzare attacchi. L’obiettivo sarebbe occupare il territorio, spingere le forze di Hezbollah verso Nord e smantellare i depositi di armi presenti nei villaggi della zona. Lo scenario è cambiato bruscamente dopo il lancio di oltre 200 razzi contro il Nord dello Stato ebraico, avvenuto mercoledì in un’azione coordinata con Teheran, che nello stesso momento ha lanciato missili verso obiettivi israeliani.
Nella mattinata di ieri Hezbollah ha continuato a colpire Israele con razzi e droni facendo scattare le sirene di allarme nella località di confine di Margaliot. Decine di militanti di Hezbollah sono stati uccisi durante «raid mirati» condotti dalle truppe di terra israeliane nel Libano meridionale. Lo ha reso noto l’esercito israeliano spiegando che la scorsa settimana le unità dell’Idf hanno avviato un’operazione nell’area del villaggio di Rab al-Thalathine. Secondo i militari l’obiettivo dell’operazione è individuare e bonificare la zona dalle infrastrutture e dai combattenti di Hezbollah. Nel corso dei raid le truppe avrebbero ucciso decine di miliziani e distrutto numerosi siti appartenenti all’organizzazione sciita, tra cui depositi di armi, un centro di comando e diverse postazioni di osservazione. Le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno inoltre diffuso immagini che mostrano militanti del movimento sciita mentre trasferiscono razzi all’interno di un deposito di armi nel Libano meridionale prima di essere colpiti.
Le Idf hanno anche annunciato di aver eliminato in Libano un comandante del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Secondo quanto riportato dal Times of Israel si tratterebbe di Hisham Abd al-Karim Yassin, figura coinvolta nel sistema di comunicazioni di Hezbollah e nel cosiddetto Corpo palestinese della Forza Quds. L’aeronautica israeliana ha inoltre reso noto di aver ucciso Murtada Hussein Srour, membro dell’unità aerea 127 di Hezbollah, colpito nell’area dell’Università di Beirut.Il bilancio dei bombardamenti israeliani contro il Libano è salito intanto a 826 morti, di cui 106 bambini, mentre il numero dei feriti ha superato quota 2.000. Nelle ultime ventiquattro ore oltre 50 persone hanno perso la vita.
Nel frattempo continuano gli incidenti anche in prossimità delle postazioni internazionali. Un militare della missione Unifil è rimasto lievemente ferito dopo che una base vicino a Meiss ej Jebel è stata colpita probabilmente da raffiche di mitragliatrice pesante. Le Nazioni Unite hanno annunciato l’apertura di un’indagine. Sul piano diplomatico cresce intanto la pressione per fermare il conflitto.
In un discorso pronunciato a Beirut il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha affermato che «è imperativo che Hezbollah rispetti la decisione del governo di affermare il pieno controllo sulle armi» e che «è altrettanto imperativo che Israele rispetti la sovranità e l’integrità territoriale del Libano».
La Francia ha inoltre elaborato una proposta per porre fine alla guerra che prevederebbe un passo senza precedenti da parte di Beirut: il riconoscimento ufficiale di Israele. Il piano, esaminato da Stati Uniti e Israele, punta a favorire una de-escalation del conflitto, evitare una lunga occupazione israeliana del Sud del Libano e aumentare la pressione internazionale per il disarmo di Hezbollah.
Nei prossimi giorni sono attesi colloqui tra Israele e Libano. I negoziati dovrebbero essere guidati dall’ex ministro israeliano Ron Dermer su incarico del premier Benjamin Netanyahu, con la possibile partecipazione degli Stati Uniti rappresentati da Jared Kushner. Il presidente francese Emmanuel Macron si è offerto come mediatore e ha proposto la capitale francese, ma l’iniziativa dell’Eliseo è guardata con grande diffidenza da Israele che non vuole dargli la possibilità di profilarsi sul tema.
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