Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
Il sultano di Ankara: «Provocazioni che mettono a dura prova amicizia millenaria».
Poco dopo che l’Iran ha negato di aver lanciato attacchi alle porte dell’Europa, la Nato ha intercettato un missile diretto proprio sulla Turchia. Il raid iraniano è stato reso noto dal ministero della Difesa turco: il missile balistico è stato abbattuto nello spazio aereo della Turchia dalle difese della Nato stanziate nel Mediterraneo orientale. Il portavoce dell’Alleanza atlantica ha poi confermato l’intervento: «La Nato ha nuovamente intercettato un missile diretto verso la Turchia».
I detriti sono caduti nei campi vuoti a Gaziantep, nel Sud-est del Paese. Poco prima dell’annuncio, gli Stati Uniti avevano ordinato allo staff diplomatico non essenziale «di lasciare il consolato generale di Adana». La reazione turca non è tardata ad arrivare, con il ministero degli Esteri che ha convocato l’ambasciatore iraniano. Sull’altra area calda, ovvero Cipro, Ankara ha comunicato che schiererà sei caccia F-16 nel Nord del Paese. Nonostante «i nostri sinceri avvertimenti, continuano a essere intrapresi passi estremamente sbagliati e provocatori che metteranno a dura prova l'amicizia della Turchia», ha tuonato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan contro Teheran.
E mentre il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha dichiarato che «non ci sono più italiani che vogliono tornare in Italia dai Paesi del Golfo», continua la rappresaglia iraniana. Dall’inizio degli scontri, il Bahrein ha intercettato 102 missili e 171 droni. E gli attacchi sono proseguiti anche ieri: all’alba, un drone iraniano ha colpito la regione di Sitra, ferendo 32 persone. Un altro attacco di Teheran ha preso di mira l’impianto petrolifero di Al Ma’ameer, causando un incendio «con danni materiali segnalati». In seguito, la società energetica statale Bapco Energies ha comunicato «lo stato di forza maggiore sulle attività». Tra l’altro, i caccia britannici Typhoon hanno distrutto droni iraniani diretti in Bahrein e in Giordania. Nella serata è stato riferito di «operazioni aeree difensive» in corso a supporto degli Emirati Arabi Uniti, dove solo ieri sono stati intercettati 12 missili e 17 droni. Sempre negli Emirati, è scoppiato un incendio nella zona petrolifera di Fujairah. E ad Abu Dhabi la caduta dei detriti dei droni intercettati hanno ferito un cittadino giordano e uno egiziano. Le esplosioni sono state avvertite anche a Doha, con il ministero della Difesa qatariota che ha parlato di 17 missili e sei droni intercettati. Le autorità del Qatar intanto hanno cercato di mettere un freno alla diffusione di immagini dei raid ritenute false, facendo scattare le manette per 300 persone. In Arabia Saudita, Riad ha intercettato altri droni verso il giacimento petrolifero di Shaybah.
Contro il principale nemico, Teheran ha sganciato diverse ondate di missili, con gli allarmi che sono scattati a Tel Aviv, a Haifa e nel Sud di Israele. Stando a quanto riferito dal Times of Israel, l’Iran ha lanciato munizioni a grappolo colpendo almeno sei siti, tra cui Yehud, Holon e Bat Yam. A seguito della morte di una persona e del ferimento di altre due, che si trovavano fuori dai rifugi, il capo del Comando del Fronte interno, Shai Klapper, ha ricordato alla popolazione di attenersi alle linee guida di emergenza.
Dall’altra parte, prosegue l’operazione Furia epica in Iran. L’Aeronautica militare israeliana ha rivelato di aver colpito «il quartier generale dell’organismo regionale del regime iraniano, il centro di comando delle Forze di sicurezza interna a Isfahan, un’ulteriore base utilizzata dai Guardiani della rivoluzione e dai Basij e il quartier generale della polizia dei Guardiani». Le esplosioni hanno interessato Teheran, Isfahan, Karaj, Malard e Shahriar. Tra i bersagli delle Idf anche «un impianto di produzione di motori per razzi» e 16 aerei da trasporto appartenenti al Corpo del Quds iraniano. In Iraq, un raid ha colpito una base del gruppo Hashed al-Shaabi, vicino a Mosul. Per un funzionario dell’ex organizzazione paramilitare, dietro l’attacco ci sarebbe l’aviazione statunitense.
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La famiglia Trevallion (Ansa)
Il tribunale dei minori si lamenta del «clamore mediatico». Mentre i legali della famiglia nel bosco fanno ricorso per rimediare alla separazione. Il Garante: «Ignorata la mia Pec per incontrare i bambini».
«È il caso Tortora dei bambini». Così rilancia sui social Marina Terragni, Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza. «Non ricordo chi l’abbia detto, ma condivido. Le decisioni nei confronti della “famiglia nel bosco”, l’allontanamento di Catherine Birmingham dai suoi figli e la volontà di spostarli in un’altra struttura rischiano di essere un clamoroso errore giudiziario».
La salute psico-fisica di questi bimbi, già pesantemente compromessa con il primo strappo dai genitori lo scorso 20 novembre, quando vennero portati nella struttura protetta di Vasto, deve essere elemento di preoccupazione per tutte le figure a vario titolo coinvolte in questa brutta storia di separazione familiare. Invece, ogni azione avviene a rilento per i tempi della giustizia. Ieri, gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas, legali dei Trevallion Birmingham, hanno presentato ricorso alla Corte d’Appello dell’Aquila per chiedere la sospensiva dell’ordinanza di giovedì scorso. Si augurano una decisione rapida, intanto però i bimbi sono senza la mamma e sempre destinati a un’altra casa-famiglia come disposto dal tribunale dei minorenni. Se ancora restano a Vasto è perché non risulta facile trovare una struttura disposta ad accoglierli, con il clamore mediatico che giustamente avvolge questa vicenda.
«Venerdì ho inviato una pec a tutti gli interlocutori istituzionali, chiedendo di incontrare i bambini accompagnata da esperti medici rigorosamente indipendenti. Nessuno si è degnato di rispondere», dichiara sconcertata Terragni. Questo è il rispetto, la considerazione del tribunale dell’Aquila, delle assistenti sociali, per la figura del Garante nazionale per l’infanzia. Domenica sera, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla trasmissione Fuori dal coro (Rete 4), ha detto: «Il caso della famiglia nel bosco a me lascia senza parole. La decisione di allontanare la madre dalla struttura protetta non penso faccia stare meglio questi bambini. Penso che infligga loro un altro pesantissimo trauma. Siamo oltre, dobbiamo assistere inermi a queste decisioni che sono, secondo me, figlie anche di letture ideologiche». La presidente del Consiglio ha annunciato l’invio degli ispettori all’Aquila ed effettivamente al ministero della Giustizia è stata aperta una nuova procedura, alla luce degli ultimi fatti (allontanamento madre e disposizione di spostamento bambini). Al momento è solo richiesta di ulteriore documentazione, come quella fatta pervenire al ministro Carlo Nordio da quando è stata aperta l’istruttoria, in concomitanza con la decisione del tribunale per i minori di sospendere la potestà genitoriale di Nathan e Catherine.
Nei prossimi giorni, è probabile che avvenga anche la prima ispezione negli uffici giudiziari dell’Aquila. «Direi che ora è arrivato il momento di arrivare a una definitiva conclusione di questa vicenda», ha detto lunedì il ministro Nordio. Dal tribunale, invece, si è pensato solo a far uscire una nota congiunta della presidente, Cecilia Angrisano, e del procuratore della Repubblica, David Mancini, piena di disappunto. «In considerazione del clamore mediatico suscitato da recenti vicende giudiziarie, tuttora in fase istruttoria, da più parti commentate anche con toni aggressivi e non continenti, è premura dei magistrati che lavorano presso gli uffici giudiziari minorili e in particolare, presso il tribunale per i minorenni di L’Aquila e la Procura minorile di L’Aquila, affermare che ogni iniziativa giudiziaria di loro competenza è ispirata esclusivamente ai principi di tutela dei diritti delle persone di minore età, come sanciti nella Costituzione e nelle fonti di diritto internazionale», si legge nel documento. Parole che contrastano con il contenuto dell’ordinanza, a firma Cecilia Angrisano, che ha allontanato una mamma dai suoi bambini. La stampa di sinistra ha riportato solo i passaggi che evidenziavano l’esasperazione di Catherine, l’irrequietezza dei piccoli e altri comportamenti che in realtà dimostrano il fallimento dell’operato delle assistenti sociali, mentre si sono omesse affermazioni sconcertanti.
Come quelle riportate dalla Verità: «L’umore materno è andato col tempo peggiorando verosimilmente poiché la signora mostra di avere per qualche ragione coltivato l’illusione di una permanenza in comunità molto breve e di un sollecito ripristino della convivenza di tutta la famiglia presso la propria abitazione», scrive nel provvedimento la presidente, prendendo per buone unicamente le parti più negative delle relazioni del servizio sociale.
Così come quando viene stigmatizzato il comportamento dei tre piccoli: «Si sono moltiplicati i tentativi dei minori di accedere autonomamente ai piani superiori della struttura, dove sono ubicati l’ufficio della responsabile, lo spazio neutro per gli incontri protetti, la stanza studio e l’appartamento assegnato alla madre». Sarebbe questa l’attenzione per le necessità delle «persone di minore età»? Piccoli già provati duramente, eppure si è deciso di sottoporli allo stress di un nuovo spostamento.
Il tribunale, in via provvisoria e urgente, «ordina l’allontanamento dei minori dalla comunità in cui sono attualmente ospitati e il loro collocamento in diversa struttura, senza la madre», è stata la sconcertante decisione affatto attenta al benessere psico-fisico di tre creature, a dispetto dei proclami.
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Ansa
Ieri mattina a Rozzano la carrozza centrale di un mezzo della linea 15 è uscita dai binari.
Subito dopo il deragliamento del tram in viale Vittorio Veneto il sindaco Beppe Sala aveva indicato come ipotesi principale il malore del conducente, invitando a non attribuire l’incidente a problemi tecnici dei mezzi o della rete. Eppure la storica rete tranviaria milanese - circa 158 chilometri di binari e 17 linee urbane in funzione da più di 100 anni - richiede manutenzioni costanti proprio per le sue dimensioni e per l’età di parte dei mezzi.
E ora c’è un dato che inizia a inquietare molti milanesi: tre tram usciti dai binari in dieci giorni. Un fatto che difficilmente può essere liquidato come coincidenza, anche perché il servizio è oggi meno intenso rispetto al passato. Secondo uno studio del laboratorio Traspol del Politecnico di Milano, tra il 2016 e il 2024 le corse giornaliere dei tram sono diminuite del 19% (filobus -17%, autobus -15%). Da Atm sottolineano che i tre episodi non sarebbero collegati: coinvolti mezzi diversi, Tramlink, Jumbo e Sirio.
L’ultimo caso è avvenuto ieri al confine tra Milano e Rozzano: un tram della linea 15 è uscito dai binari vicino al centro commerciale Fiordaliso mentre ripartiva dalla fermata, senza feriti. Potrebbe essere stato uno «scarrellamento» causato da un guasto meccanico durante la ripartenza dalla fermata, quindi non un deragliamento vero e proprio. Tra le ipotesi tecniche al vaglio c’è anche il possibile blocco di una ruota nel carrello della carrozza centrale, che avrebbe provocato la fuoriuscita del mezzo dalla sede dei binari.
Il secondo incidente è avvenuto la sera dell’8 marzo proprio nei pressi della Stazione Centrale: un tram della linea 12, diretto al deposito di via Leoncavallo, è uscito dai binari nella curva tra via Galvani e via Fabio Filzi. Il convoglio procedeva lentamente e a bordo c’era solo il conducente. Nessun ferito. Secondo i primi accertamenti, a causare lo slittamento sarebbe stato un bullone presente sulla linea.
E pensare che solo poche settimane fa Milano celebrava la propria rete con il video delle Olimpiadi in cui il presidente Sergio Mattarella attraversava la città in tram. Il caso più grave resta però quello del 27 febbraio in viale Vittorio Veneto, quando un convoglio della linea 9 finì contro un palazzo causando la morte di Ferdinando Favia e Lucky Okon Johnson e una cinquantina di feriti.
Su quell’episodio è in corso l’inchiesta della Procura di Milano. Il conducente del tram è indagato per disastro ferroviario, omicidio colposo e lesioni colpose plurime. La sua versione è nota: avrebbe perso il controllo del mezzo dopo aver visto «tutto nero» per qualche secondo a causa di una forte botta all’alluce del piede sinistro subita mentre caricava la carrozzina di una persona disabile alcune fermate prima.
Una ricostruzione che viene contestata però dalla difesa di una delle persone coinvolte. L’avvocato Stefano Benvenuto, legale di Flores Calderon - la donna rimasta ferita nell’incidente e compagna di Ferdinando Favia - mette in dubbio la tesi del malore. Secondo il consulente medico nominato dalla difesa, il tempo trascorso tra il colpo al piede e la perdita di coscienza sarebbe incompatibile con una sincope vasovagale. «La letteratura scientifica», spiega il legale, «indica che i sintomi di questo tipo di svenimento si manifestano nel giro di pochi secondi dallo stimolo. In questo caso, invece, sarebbe trascorso un intervallo molto più lungo».
Il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato ha annunciato un’interrogazione parlamentare al ministro dei Trasporti per chiedere chiarimenti sulla manutenzione della rete e dei mezzi Atm. «Non siamo più davanti a una semplice coincidenza». Critiche anche da Amir Atrous (Forza Italia Milano), che parla di «ennesimo campanello d’allarme» e chiede al sindaco e all’assessore ai Trasporti la convocazione urgente dei vertici Atm. Intanto il malcontento cresce anche sui social. Nella pagina Facebook del comitato «AspettaMi - Milanesi in attesa dei bus», tra i commenti di protesta compare una domanda ironica: «Qualcuno ha visto deragliare i vecchi tram? Quelli con gli interni in legno…». La risposta è lapidaria: «Mai in 40 anni».
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Da sinistra, Massimo Ammaniti (Ansa), Vittorino Andreoli (Getty) e Claudio Risé (Basso Cannarsa)
Da Vittorino Andreoli a Massimo Ammaniti fino a Claudio Risé, tutti criticano con parole di fuoco le decisioni del tribunale dei minori dell’Aquila: «Errore gravissimo separare i Trevallion, c’è il rischio della schizofrenia». Ma le toghe ascoltano le assistenti sociali invece degli esperti.
Non sono uno psicologo e neanche uno psichiatra, ma ho letto con crescente incredulità gli interventi di tre autorità in materia. Massimo Ammaniti, Vittorino Andreoli, Claudio Risé sono considerati nei loro rispettivi campi grandi esperti nello scandagliare l’animo umano. Il primo è stato per lunghi anni docente di psicopatologia dello sviluppo, con attenzione per l’età evolutiva. Il secondo è stato direttore del dipartimento di psichiatria degli ospedali di Verona.
Il terzo è uno psicoterapeuta che i lettori della Verità ben conoscono, perché settimanalmente scrive per il nostro giornale. Orbene, nessuno dei tre è in cerca di notorietà, anche perché tutti quanti, oltre ad aver superato la soglia degli 80 anni, sono sufficientemente noti nella comunità scientifica in cui operano. E però sia Ammaniti che Andreoli, insieme con Risé, pur con sensibilità diverse, manifestano un’opinione comune sul caso della cosiddetta famiglia nel bosco. Per loro il tribunale dell’Aquila sta sbagliando e rischia di nuocere gravemente alla salute - mentale - dei bambini che si prefigge di salvare.
La storia è nota. In base a una valutazione dei servizi sociali, i giudici minorili hanno disposto prima il trasferimento dei piccoli in una casa-famiglia, per sorvegliarli meglio. Poi, dopo mesi, hanno deciso di separarli dalla loro madre, sostenendo che Catherine Birmingham eserciterebbe su di loro un’influenza negativa. Attenzione: i figli di due genitori che avevano deciso di crescerli in mezzo alla natura, senza assecondare i bisogni della società dei consumi, non erano maltrattati né abusati, come invece accade spesso all’interno di famiglie in cui regna il degrado. No, semplicemente quei bambini vivevano con i loro animali, senza i comfort a cui ci ha abituato la società moderna. In altre parole, crescevano come in una comune famiglia di inizio Novecento, quando luce, gas e acqua corrente non erano ancora disponibili per tutti, in particolare per chi abitava in montagna o in campagna.
E però, sulla base delle relazioni degli assistenti sociali, questo è bastato per sottrarre i bambini ai loro legittimi genitori. Prima, a finire nel mirino dei cosiddetti esperti è stato il padre, allontanato dalla casa-famiglia. Poi è toccato alla madre, giudicata troppo intransigente e pure nervosa. Vorrei vedere quale sarebbe lo stato d’animo di chiunque fosse costretto a cedere il controllo dei propri figli per spartirlo con un’autorità suprema nominata da un giudice. E però mamma Catherine e papà Nathan si sono adeguati, cercando di mantenere una calma interiore che sicuramente non avevano, come è ovvio che sia.
Ma accettare le disposizioni del tribunale non è bastato e adesso, dopo l’allontanamento della madre (fra i pianti dei piccoli), si parla addirittura di adozione dei bambini, cioè di sradicarli completamente dalla famiglia di origine, colpevole di averli cresciuti in mezzo alla natura, ignorando tablet e telefonini. Un esproprio di minori. Anzi un rapimento, fatto con tutti i crismi della legge.
Ma psichiatri e psicologi concordano: è una follia. Non dei genitori, dello Stato. Dice Ammaniti: «Si stanno buttando via anni, anzi decenni, di teorie sullo sviluppo dei bambini. Tutti i miei maestri, da Giovanni Bollea ad Adriano Ossicini, rabbrividirebbero davanti a quanto sta accadendo a queste persone». Rincara Vittorino Andreoli: «Distaccare figli di quell’età dalla madre provoca traumi nei bambini e condizioni perché possano sviluppare una patologia grave come la schizofrenia». Spiega Claudio Risé: quella della famiglia nel bosco «è una storia commovente e tremenda come le fiabe delle streghe e, come in tante altre terribili e ciniche storie di cronaca (Bibbiano e Forteto), risuona il maleficio: fuori i figli dalla casa scandalosamente umile e non sufficientemente disinfettata e si affidino all’assistenza sociale».
Il giudizio è chiaro: nel presupposto di tutelare i bambini, i giudici stanno facendo del male ai bambini, perché, come dice Andreoli, attaccare il legame con la madre pone le condizioni che possono favorire un grave disturbo mentale: E chi risponderà, se ciò accadesse? Chi spiegherà, come fa capire Ammaniti, perché i figli dei rom possono non andare a scuola e quelli dei Trevallion, siccome studiavano a casa, devono essere tolti ai genitori? Chi pagherà per il pianto dei bambini e la tristezza degli adulti su cui si interroga Risé?
Ma a me sta a cuore un’altra domanda: perché il tribunale dei minori, invece che agli assistenti sociali, non si affida a psichiatri e psicologi che forse ne sanno un po’ dell’animo umano e non valutano la qualità di un genitore dal numero di docce che impone al figlio? Perché un giudice si arroga il diritto di togliere i bambini, promettendo che quella senza genitori sarà una vita migliore?
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