- Per l’Iran il blocco dei porti da parte degli Stati Uniti viola la tregua e rende impossibile riaprire il passaggio. Colpito un altro mercantile, riconducibile agli Emirati. Il regime: «Occhio per occhio, petroliera per petroliera».
- Il capo di Stato maggiore Berutti Bergotto conferma l’adesione italiana a una missione congiunta nell’area. Il Pentagono: «Sei mesi per sminarla». Intanto, nel Mar Rosso l’Ue lascia l’Italia sola.
Lo speciale contiene due articoli.
Nelle acque sempre più tese dello Stretto di Hormuz si consuma un nuovo capitolo dello scontro tra Iran e Stati Uniti, con ricadute dirette sulla sicurezza del traffico marittimo internazionale. Tra versioni divergenti e dichiarazioni contrapposte, il quadro resta incerto ma segnato da una progressiva escalation che coinvolge attori militari, interessi economici e rotte strategiche globali. Secondo quanto annunciato dai Guardiani della Rivoluzione iraniana, due navi mercantili sarebbero state intercettate e poste sotto sequestro mentre attraversavano lo Stretto. Tra queste viene indicata la Msc Francesca, portacontainer battente bandiera panamense ma operante sotto il gruppo Mediterranean Shipping Company, gigante italo-svizzero fondato dall’armatore Gianluigi Aponte, mentre l’altra unità coinvolta è la Epaminondas, riconducibile a interessi greci.
Il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche ha identificato le due navi sostenendo che la Msc Francesca sarebbe «collegata a Israele», mentre la Epaminondas sarebbe stata priva dei «permessi necessari» e avrebbe «manomesso i sistemi di navigazione». La versione è stata diffusa dall’emittente iraniana Irib attraverso Telegram e rilanciata dal Guardian, rafforzando la narrativa di Teheran secondo cui le operazioni sarebbero avvenute per motivi di sicurezza marittima. La stessa linea viene ribadita dall’agenzia Tasnim, vicina ai pasdaran, secondo cui le unità avrebbero violato ripetutamente le normative internazionali, alterato i sistemi di tracciamento e tentato di transitare clandestinamente nello stretto.
Accuse che, nel caso della Msc Francesca, assumono anche una valenza politica: l’imbarcazione viene associata al «regime sionista», espressione utilizzata da Teheran per indicare Israele. Un riferimento che si intreccia con il profilo della famiglia Aponte, considerando che la cofondatrice del gruppo, Rafaela Diamant-Aponte è nata ad Haifa. Atene ha smentito il sequestro della Epaminondas, parlando di informazioni inesatte, mentre la nave - gestita dalla greca Technomar - sarebbe stata colpita da una cannoniera al largo dell’Oman: nessun ferito, ma ingenti danni al ponte di comando. Nel frattempo, nuovi episodi confermano il deterioramento della sicurezza nell’area. La società di intelligence marittima Vanguard ha segnalato l’attacco a una terza nave commerciale in fase di attraversamento dello Stretto di Hormuz. Allo stesso tempo l’agenzia britannica Ukmto ha riferito di colpi d’arma da fuoco contro un mercantile in uscita dall’Iran e di un attacco da parte di una motovedetta iraniana a un’altra nave al largo dell’Oman, con danni rilevanti alla struttura. L’Iran insiste sul fatto che il blocco navale imposto dagli Stati Uniti costituisca una violazione diretta del cessate il fuoco, rendendo impossibile la riapertura dello Stretto di Hormuz. In un messaggio pubblicato su X, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha dichiarato che «un cessate il fuoco completo ha senso solo se non viene violato dal blocco navale e dal sequestro dell’economia mondiale e se l’avventurismo bellico dei sionisti su tutti i fronti viene fermato». «L’apertura dello Stretto di Hormuz non è possibile con una palese violazione del cessate il fuoco», ha aggiunto Ghalibaf, sottolineando che Stati Uniti e Israele «non hanno raggiunto i loro obiettivi con l’aggressione militare e non li raggiungeranno con l’intimidazione», indicando come unica soluzione il riconoscimento dei diritti dell’Iran. «Occhio per occhio, petroliera per petroliera»: così Ibrahim Rezaei portavoce della Commissione Esteri e Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, citato da Al Mayadeen, ha giustificato il sequestro di due navi nello Stretto di Hormuz, avvertendo che Teheran non resterà in silenzio e non permetterà al nemico di trasformare una sconfitta in una vittoria.
A rendere ancora più complesso lo scenario interviene anche il fattore militare legato alla sicurezza della navigazione. Per ripulire lo Stretto di Hormuz da eventuali mine potrebbero essere necessari fino a sei mesi e, secondo il Pentagono, è improbabile che un’operazione di questo tipo venga avviata prima della conclusione del conflitto. Gli sviluppi si inseriscono in un quadro più ampio legato al tentativo statunitense di limitare le esportazioni energetiche iraniane attraverso un blocco navale. Tuttavia, secondo i dati del gruppo di monitoraggio Vortexa, riportati dal Financial Times, almeno 34 petroliere legate a Teheran sarebbero riuscite a eludere i controlli, trasportando milioni di barili di greggio e generando entrate significative nonostante le sanzioni. A rendere ancora più instabile lo scenario contribuisce la prospettiva di una ripresa degli attacchi da parte dei ribelli Huthi nel Mar Rosso, mentre sullo sfondo resta il rischio legato ai cavi sottomarini che attraversano lo stretto. Un eventuale danneggiamento simultaneo di queste infrastrutture, minacciato da Teheran, potrebbe provocare gravi interruzioni delle comunicazioni nei Paesi del Golfo, con effetti a catena sull’economia globale.
La Marina: presto 4 navi a Hormuz
L’Italia è già pronta a mandare quattro navi a Hormuz, quando si muoverà una coalizione internazionale. L’annuncio l’ha dato ieri sera il capo di Stato maggiore della Marina, Giuseppe Berutti Bergotto, spiegando che si tratta della «pianificazione prudenziale che ha fatto il capo di stato maggiore della Difesa.
In mattinata, in audizione alla Commissione Difesa, lo stesso alto ufficiale aveva rivelato che, al di là dei proclami dei vari Emmanuel Macron e Keir Starmer, e delle promesse dell’Ue, «nel Mar Rosso attualmente c’è soltanto la nostra nave, noi siamo Force Commander, cioè siamo il Comandante del Mare e agli inizi di maggio farà parte della Forza anche una nave greca, però ad oggi c’è soltanto una nave italiana». Insomma, eravamo e siamo soli, come di fronte al contrasto dell’immigrazione clandestina.
Berutti Bergotto, intervendo in tv a Cinque Minuti, ha spiegato: «La pianificazione prudenziale che ha fatto il capo di Stato Maggiore della Difesa prevede un gruppo basato su due cacciamine con un’unità di scorta e una logistica che ci permette di aumentare il periodo. In tutto quattro navi». Poi ha precisato che «ovviamente noi non andiamo da soli, andiamo all’interno di una coalizione internazionale, anche le altre nazioni manderanno dei cacciamine. In Europa ci sono Francia, Inghilterra e un gruppo congiunto tra l’Olanda e il Belgio».
Anche in Parlamento era spuntata una notizia. Berutti Bergotto aveva ricordato che «le attività che facciamo in ambienti internazionali vengono condotte o all’interno di coalizioni Nato, dell’Unione europea o di coalizioni internazionali abbastanza corpose, questo perché aiuta l’efficacia dell’operazione: c’è uno scambio di informazioni, ci sono più mezzi a disposizione e anche dal punto di vista internazionale c’è una maggiore sicurezza». Quindi questo è lo scenario anche per Hormuz, quando il governo italiano, e gli altri «volonterosi», decideranno in concreto la missione. Poi l’ammiraglio, con l’aria di fare il punto della situazione, aveva affermato: «Nel Mar Rosso attualmente c’è soltanto la nostra nave […] e agli inizi di maggio farà parte della Forza anche una nave greca, però a oggi c’è soltanto una nave italiana». Quindi tutto questo «rafforzamento» di cui si parla in Europa (un mese a dire «Rafforziamo la missione Aspides») è rispetto a una sola nave, italiana. E speriamo che arrivino anche quegli altri servi della gleba con bandiera greca.
Venerdì scorso, i leader di 49 nazioni riuniti a Parigi hanno annunciato l’accelerazione dei piani per una missione multinazionale, definita di natura «neutrale e difensiva», per garantire la navigazione nello Stretto di Hormuz (il cui sminamento, secondo il Pentagono, durerà almeno sei mesi).
Su questo importante «risultato» (promesso) hanno messo il cappello i due capi di Stato che hanno presieduto insieme il vertice, ovvero Macron e Starmer. Il premier britannico ha raccontato che i leader hanno concordato sulla necessità di accelerare la pianificazione militare per una missione multinazionale, «non appena le condizioni lo permetteranno». E ha annunciato un’altra conferenza militare a Londra.
Quella riunione si è svolta ieri, tra i vertici della «pianificazione militare» di 30 Stati, tra cui l’Italia, in modo da predisporre i piani per la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz quando le armi taceranno. E adesso, la palla torna alla politica con il vertice Ue di Cipro, oggi e domani, con una riunione informale del Consiglio europeo. Si parlerà anche di temi economici, gas compreso, ma il piatto forte sono la missione nello Stretto e il rilancio di quella in Libano, dopo il disimpegno Usa. E a proposito di Casa Bianca, vista com’è la situazione nel Mar Rosso (se gli Huthi attaccassero domani mattina, c’è solo una nave italiana), forse tocca ammettere che quando Donald Trump si diceva «deluso» dagli alleati europei non aveva tutti i torti.
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Sventato nel Modenese un matrimonio fittizio tra un tunisino irregolare e una donna sconosciuta organizzato al solo scopo di ottenere la cittadinanza italiana. La polizia lo ha portato a Malpensa e l’ha imbarcato su un aereo diretto al suo Paese.
L’obiettivo del tunisino era quello di prendere la cittadinanza italiana e, per evitare di tornare nel suo Paese d’origine, era disposto a tutto. Anche sposare una sconosciuta.
Da tempo, lo straniero soggiornava irregolarmente nell’Area Schengen ed era appena arrivato in Italia dalla Germania, pensando di poter aggirare le normative vigenti in materia di immigrazione. Peccato per lui, però, che qualcuno all’interno degli uffici del comune di Cavezzo, in Provincia di Modena, se ne sia accorto segnalando il fatto alla polizia locale. Da qui l’azione congiunta con la polizia di Stato che, una volta appurati i fatti, ha rintracciato il tunisino proprio presso gli uffici comunali.
«Queste forme di illegalità diffuse vanno assolutamente contrastate, perché vanno a minare anche l’integrazione e la coesione sociale. Queste persone, che arrivano e si comportano in modo illegale o non regolamentare, alla fine danneggiano anche coloro che vengono in Italia per comportarsi correttamente, che si integrano perfettamente all'interno della nostra società e del nostro tessuto sociale», afferma alla Verità il sindaco di Cavezzo, Stefano Venturini.
«Sono stati fatti dei controlli congiunti per verificare se ci fossero delle dichiarazioni mendaci», racconta Venturini, che sottolinea come si sia anche investito per avere «un adeguato numero di personale all’interno di questi servizi».
Una vicenda che significa tanto per il territorio anche in termini di sicurezza e che, prosegue Venturini, «fa capire a pseudo organizzazioni o a singoli che intendono delinquere che la collaborazione tra enti e l’attenzione dei Comuni fanno sì che non ci siano zone d’ombra in cui possa insinuarsi una criminalità o delle situazioni illegittime. Siamo particolarmente attenti, per cui fanno fatica a sfuggirci situazioni di irregolarità», conclude il sindaco di Cavezzo.
Dopo aver accertato i fatti, nei confronti del trentenne straniero è scattata l’espulsione dall’Italia e che, previa convalida dell’autorità giudiziaria, è stato accompagnato presso la frontiera aerea di Milano Malpensa per essere rimpatriato nel proprio paese di origine.
Non è la prima volta che nel Modenese accadono episodi simili. Già a settembre dell’anno scorso, la polizia di Stato aveva proceduto all’espulsione con accompagnamento alla frontiera di un venticinquenne, anch’egli di nazionalità tunisina. Il giovane era arrivato in maniera irregolare sul suolo italiano su cui è rimasto per circa tre anni senza essere in possesso di un regolare permesso di soggiorno.
A far scattare i controlli, in quel caso, pare fosse stata una questione anagrafica: il venticinquenne si era sposato con una cittadina italiana di 27 anni più grande di lui. Una differenza di età che ha fatto storcere il naso all’Ufficio immigrazione che, a seguito di accurate verifiche, ha accertato che il matrimonio era stato contratto fittiziamente e che tra i due non era in atto alcuna convivenza, requisito necessario per ottenere il permesso di soggiorno. L’istanza per il permesso di soggiorno, presentata dal venticinquenne, venne pertanto rifiutata e nei confronti del giovane venne eseguito un provvedimento di espulsione dopo il quale venne accompagnato dagli agenti della polizia di Stato alla frontiera aerea di Roma Fiumicino.
I tentativi di matrimoni fittizi da parte di tunisini nella Provincia di Modena hanno poi continuato a essere un fenomeno inarrestabile. Emblematico il caso di inizio febbraio quando la polizia di Stato, in una settimana, ne rimpatriò, per diversi motivi, quattro. Tra questi figurava anche un trentenne che, entrato in Italia illegalmente, aveva contratto poco prima un matrimonio fittizio con una cittadina italiana di 20 anni più grande di lui con l’intento di regolarizzarsi in modo fraudolento. Seguirono quindi delle verifiche a cura dell’Ufficio Immigrazione grazie alle quali si è potuta accertare l’assenza di un vero rapporto coniugale. Successivamente il giovane venne rimpatriato nella mattinata del 4 febbraio dall’aeroporto di Roma Fiumicino.
Casi simili, per non dire fotocopia, che si sono svolti nella stessa Provincia e che vedono sempre coinvolte persone irregolari con la stessa cittadinanza e che adesso a molti fanno sorgere più di qualche perplessità.
Una dinamica ripetuta che, secondo diversi osservatori, evidenzia la possibile esistenza di schemi consolidati o di reti informali capaci di favorire questi tentativi di aggirare la legge. Elementi che spingono a interrogarsi non solo sull’efficacia dei controlli, ma anche sulla necessità di rafforzare ulteriormente i sistemi di verifica preventiva.
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Il presidente di Taiwan Lai Ching-te (Getty Images)
L’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano segnala il ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, che avrebbe impedito la visita ufficiale del presidente Lai Ching-te in Eswatini. Nel mirino le pressioni della Repubblica Popolare Cinese.
Gentile redazione,
in qualità di Console Generale/ Direttore Generale dell’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano, desidero informarVi in merito a un grave episodio verificatosi in data odierna. Il Presidente di Taiwan, Lai Ching-te, avrebbe dovuto guidare una delegazione in visita ufficiale nel Regno di Eswatini, alleato africano del nostro Paese, su invito di Sua Maestà il Re Mswati III. Tuttavia, a causa
dell’improvviso ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, avvenuto a seguito delle pressioni esercitate dalla Repubblica Popolare Cinese, l’itinerario non ha potuto svolgersi come previsto.
Il Ministero degli Affari Esteri (MOFA) di Taiwan condanna fermamente la politicizzazione e la strumentalizzazione delle regioni di informazione di volo da parte della Repubblica Popolare Cinese. Tali azioni, volte a interferire nelle decisioni sovrane di altri Paesi, compromettono gravemente il regolare funzionamento dell’aviazione civile globale. Invitiamo la comunità internazionale a riconoscere la coercizione politica ed economica esercitata dalla Cina nei confronti di altri Stati, nonché la sua evidente e ingiustificata ingerenza nelle loro politiche interne. Questo comportamento non è rivolto esclusivamente contro Taiwan, ma rappresenta una minaccia per l’ordine democratico e il diritto internazionale.
Taiwan esprime profonda gratitudine a tutti i Paesi alleati che, in questo momento cruciale, hanno teso la mano e offerto un sostegno tempestivo. La Repubblica di Cina (Taiwan) è una nazione democratica e sovrana: nessuna delle due sponde dello Stretto di Taiwan è subordinata all’altra e rivendichiamo con fermezza il diritto di interagire liberamente e su base paritaria con la comunità internazionale.
Confido nella Vostra sensibilità rispetto alla gravità della situazione e Vi ringrazio sinceramente per l’attenzione che dedicherete a questa rilevante questione.
Colgo l'occasione per porgerVi i miei più cordiali saluti e augurarVi un proficuo lavoro.
di Riccardo Tsan-Nan Lin
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Lorna Simpson, Woman on a Snowball, 2018 © Lorna Simpson. Courtesy of the artist and Hauser & Wirth. Installation View ‘Untitled, 2020. Three perspectives on the art of the present’ at Punta della Dogana, 2020 © Palazzo Grassi, photography Marco Cappelletti.
Anticipando la Biennale d’Arte 2026, nelle sue sedi espositive veneziane la Pinault Collection presenta le mostre di quattro artisti contemporanei: Michael Armitage e Amar Kanwar (29 marzo 2026 - 10 gennaio 2027) a Palazzo Grassi; Lorna Simpson e Paulo Nazareth (29 marzo – 22 novembre 2026) a Punta della Dogana.
Tra i simboli iconici della Serenissima, con il valore aggiunto dell’impronta di Tadao Ando, anche quest’anno Palazzo Grassi e Punta della dogana portano a Venezia quattro originali progetti di arte contemporanea. Quattro percorsi espositivi diversi, con differenti canoni estetici, che in un alternarsi di opere pittoriche, fotografie, sculture, installazioni, collage e video rivelano al pubblico il cuore e il significato più profondo della loro arte, un’arte che impressiona per la dimensione gigantesca delle tele sfumate di Lorna Simpson o che incuriosisce e si trasforma come «il percorso di sale » di Paulo Nazareth; che fa riflettere sui temi cruciali della nostra epoca, come i lavori dalla notevole intensità cromatica dell’artista keniota-britannico Michael Armitage o che intreccia storia e pensieri filosofici , come le due interessanti video-installazioni del regista indiano Amar Kanwar.
Suddivise fra i due poli espositivi della PInault Collection, tutte e quattro le mostre meritano una visita… Sarà poi il gusto personale di ognuno a decidere a quali e a quante dedicare più tempo, magari ripercorrendo a ritroso percorsi espositivi già conclusi o riguardando un’opera con occhi nuovi, o più semplicemente da un diverso punto di osservazione: non dimentichiamoci che molti lavori sono site-specific e il dialogo con lo spazio che li accoglie e il panorama della laguna che si intravede da finestre e vetrate li rende ancora più intensi… A colpire chi scrive - per gusto personale e non per questioni di par condicio fra le due sedi - la straordinaria mostra di Lorna Simpson a Punta della Dogana e i dipinti di Michael Armitage nelle sale di Palazzo Grassi.
Lorna Simpson. Third Person
Nelle sale immense ed essenziali di Punta della Dogana, l’arte di Lorna Simpson (Brooklyn, New York, 1960) colpisce gli occhi e il cuore. Si fonde con lo spazio che la circonda e con le luci cangianti della laguna. Volendo, anche con il suono ipnotico di campane tibetane, il cui brillio dorato fa da contraltare alle monumentali tele blu notte dalle figure sfumate, sospese tra realtà e immaginazione. Un viaggio quasi onirico, che prosegue con i grigi cupi di irreali panorami artici e una galleria di enigmatici ritratti di donne nere dai nomi sconosciuti. Volti che sembrano scomporsi e ricomporsi, che rivelano e nascondono, che raccontano storie attraverso un linguaggio filosofico e plastico multiforme, lasciando grande spazio all’intuizione.
Da sempre interessata ai meccanismi di costruzione delle immagini, oltre alla pittura e alla fotografia concettuale ( a cui si approcciò in modo innovativo sin dagli anni ’80) la Simpson ha fatto del collage - in mostra un’installazione che ne riunisce 40 - un punto focale del suo processo creativo, terreno di sperimentazione e «fonte d’ispirazione» per molte delle sue composizioni, fatte di associazioni e «sottrazioni », di parole e di immagini che si sovrappongono e raccontano frammenti di storie e di Storia, quella con la « S » maiuscola, quella dei neri e dell’ apartheid soprattutto, fatta di tensioni politiche, sollevamenti e repressioni.
Fra le prime donne afroamericane ad esporre alla Biennale di Venezia, nella ricca mostra in corso a Punta della Dogana ( realizzata in partnership con il Metropolitan Museum of Art di New York e curata da Emma Lavigne, direttrice generale della Pinault Collection e curatrice generale, in stretto dialogo con l’artista) la Simpson porta ancora una volta in laguna tutta la sua arte: cinquanta opere - fra dipinti, collage, sculture, installazioni e anche un film - dislocate in un percorso espositivo appositamente pensato per gli spazi che lo ospitano, evocativo di metamorfosi e temporalità sospese, che conducono il visitatore in luoghi incerti, posti ai margini dell’universo visibie…
Michael Armitage. The Promise of Change
Dall’altro lato del Canal Grande, è Palazzo Grassi ad ospitare (oltre alle video installazioni di Amar Kanwar) più di centocinquanta opere dell’ artista keniota-britannico Michael Armitage (Nairobi, 1984), talmente legato alla sua terra d’origine da dipingere su tela lubugo (un tessuto di provenienza ugandese tradizionalmente usato per i sudari ) anziché sulla tradizionale tela di lino. Un legame fortissimo e viscerale con l‘Africa, protagonista assoluta, per soggetti e colori, di tutta la sua produzione artistica, caratterizzata da un linguaggio pittorico ricco e sensibile, frutto dell’ unione di diversi canoni estetici.I suoi dipinti, «costretti » a seguire le venature, la textura rigida e i buchi del lubugo mettono in scena figure e composizioni complesse, dall’intensa forza espressiva, che raccontano, a metà fra l’onirico e il reale, temi delicati e scottanti del nostro presente: dalle guerre alle crisi migratorie, dalla corruzione all’instabilità politica di molti stati africani, dagli abusi di potere alla violenza in genere. Vivendo fra il Kenya e l’Indonesia, ad Armitage non mancano certo fonti d’ispirazione per la propria arte, anche se - come ho già sottolineato - al centro del suo universo creativo rimane essenzialmente l’ Africa orientale ed il suo amato Kenya in particolare, che l’artista rappresenta su più piani, intrecciando in un’unica tela storie diverse, personaggi reali e immaginari, paesaggi ben identificabili e terre visionarie: tra i temi più toccanti delle sue opere, il pericoloso viaggio dei migranti verso l’Europa, un viaggio disumano e tragico, che Armitage rappresenta con una tale forza emotiva e di colore da non lasciare scampo a chi guarda. Davanti a quei personaggi piegati dal dolore, occhi disperati affacciati su volti scarni, gambe che reggono a stento corpi emaciati o sorreggono a fatica cadaveri morti di stenti, è davvero impossibile non toccare con mano tutta la disperazione di chi cercava soltanto un destino migliore …Nonostante la tragicità dei temi, la pittura di Armitage è una pittura «sfolgorante » e dominata dal colore, forse un po’ ripetitiva, ma sicuramente di potente impatto visivo: e la mostra a Palazzo Grassi, che raccoglie un nucleo di quarantacinque dipinti ( tra lavori storici e nuove produzioni) e una vasta sala dedicata agli studi e ai disegni preparatori, lo dimostra pienamente.
Lorna Simpson, Vibrating cycles, 2026, Courtesy of the artist and Hauser & Wirth
(wall, from left to right) Lorna Simpson, Night Fall, 2023, Private Collection; Thin Bands, 2019, Courtesy of the artist and Hauser & Wirth; Time, 2021, Private Collection; Howling, 2020, Gina and Stuart Peterson Collection.Installation views, Lorna Simpson. Third Person, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection














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