Danila Solinas, uno dei due legali della famiglia nel bosco (Getty Images)
Danila Solinas, uno dei due legali della famiglia: «Con gli assistenti sociali soltanto cinque incontri, ma la loro vita è stravolta. La madre ogni giorno rivive l’abbandono dei figli. E il tempo peggiora le loro condizioni psicologiche».
Danila Solinas è uno dei due legali della famiglia del bosco. Da poco si è saputo che la data della perizia è stata spostata. Non le pare un’ulteriore e ingiusta perdita di tempo avvocato?
«Il problema che si era posto inizialmente è che, su nostra specifica richiesta, era stato nominato un altro interprete. Perché è evidente che un tema così personale, così impattante in un momento di indiscutibile drammaticità doveva essere fatto rigorosamente in lingua inglese. Una questione che abbiamo sollevato sin dall’inizio dell’assunzione del mandato, visto che la madre ha delle conoscenze linguistiche assolutamente limitate, e per noi assolutamente imprescindibile. Allora era stato nominato un ulteriore interprete in aggiunta a quello nominato da noi, come consulente tecnico di parte. Ma l’interprete scelto dal tribunale aveva poi rinunciato al mandato e, dunque, ne è stato nominato un altro, che tuttavia si è detto disponibile non prima del 25 di gennaio. Anche se avevamo fatto esplicita richiesta di mantenere l’incontro iniziale calendarizzato per il 23 e di portare quindi il nostro interprete, il consulente ha ritenuto che si dovesse aspettare la disponibilità fornita dal nuovo interprete e quindi slittare al 30 l’inizio delle operazioni peritali».
Però in questo modo si perde un’altra settimana, poi ci sono 120 giorni per svolgere la perizia. Insomma, questa famiglia è separata dal 20 di novembre e comincia a diventare un bel po’ di tempo.
«Guardi, io ho avuto modo di sottolinearlo e continuo a farlo oggi con ancora più forza e convinzione: non è tanto il tempo della perizia, ma come ci si arriva. È innegabile che questi due genitori si trovino in una situazione di enorme stress, che non potrà non influire poi sull’esito della consulenza psicologica e che diventa preoccupante da questo punto di vista. C’è una madre che da più di 60 giorni si trova a vivere in una struttura protetta, che sta attraversando uno stravolgimento delle sue abitudini di vita, uno stravolgimento dei suoi affetti, che vede i figli in un tempo assolutamente limitato e che rivive, ogni giorno e a più riprese, il dramma dell’abbandono dei figli. Perché a questi figli qualcuno dovrà spiegare come mai la madre non può accedere tutte le volte che loro vogliono, qualcuno avrà l’onere di spiegare le ragioni di questo distacco».
Cosa fanno i bambini durante la giornata?
«Hanno il tempo scandito dalle regole e dal programma della struttura. Incontrano la madre in tre diversi momenti della giornata per un periodo di tempo che è assolutamente limitato. Il papà li incontra tre volte a settimana per un periodo, torno a dire, estremamente limitato. Quindi i genitori vivono una situazione che potrei definire assolutamente drammatica, e non voglio usare un altro termine perché questo corrisponde meglio degli altri alla situazione attuale».
I bambini sono stati vaccinati. Comincio a pensare che l’idea delle istituzioni sia quella di tenere i bambini nella struttura il più possibile, forse per farli abituare a un nuovo modo di vita, e poi alla fine mandarli alla scuola pubblica e normalizzarli. Sbaglio?
«Io spero che lei sbagli, credo che non sia questa la strategia. Penso ci siano stati una serie di errori macroscopici, e mi riferisco evidentemente alla cosiddetta preparazione del carteggio processuale. Detto in altri termini, di ciò che è finito sulla scrivania del Collegio giudicante. Ci aspettavamo sin dall’inizio un atteggiamento che prendesse atto delle tantissime modifiche comportamentali, o comunque di approccio, di questa famiglia che comunque resta convinta della giustezza del proprio modo di vivere e di un approccio educativo diverso. Ci si è posti con una rigidità eccessiva, in un confronto che non è mai stato dialogante. E io credo che il problema di base che poi ha determinato questa situazione sia proprio la totale mancanza di un’apertura verso la cosiddetta, mi consenta il termine, alterità culturale. Se qualcosa che viene percepito come diverso dagli stereotipi a cui siamo costantemente abituati viene letto con lo stigma della diversità, inevitabilmente l’approdo può essere soltanto uno. E allora io mi chiedo, e lo faccio senza timore, quanto il ruolo dei servizi sociali in tutta questa vicenda abbia inciso. Avrebbero forse dovuto fare un passo indietro?».
Si è detto che i genitori erano conflittuali nei riguardi delle istituzioni.
«Non ci dimentichiamo che la madre ha fatto un esposto a marzo. Si è parlato a più riprese di un rapporto conflittuale dell’assistente sociale con i genitori che è durato più di 15 mesi. Ma in realtà, ed è importante sottolinearlo affinché ci sia una comprensione del percorso che ci ha portato qui, noi parliamo di un totale di cinque incontri, di cui due alla presenza delle forze dell’ordine».
Cinque incontri in tutto non è un gran dialogo.
«Ma lo Stato non è forse in dovere di dialogare con i cittadini che dovrebbe supportare anche e soprattutto laddove ravvisi delle criticità? A me pare che alzare un muro abbia determinato poi lo sradicamento, lo stravolgimento delle abitudini e della capacità di autodeterminazione di questi soggetti che poi si sono evidentemente irrigiditi di fronte all’irrigidimento dello Stato».
Quanto durerà ora l’iter della perizia?
«La Ctu ha giurato il 31 dicembre, quindi i 120 giorni sono a partire da quella data. Noi non vogliamo in alcun modo conculcare o mettere pressione sulla Ctu, ma siamo anche convinti che i tempi possano essere assolutamente abbreviati, devono essere abbreviati in ragione del vissuto di questa famiglia. Perché la Ctu potrebbe tranquillamente essere espletata anche in un diverso contesto, anzi a nostro modo di vedere il contesto più giusto è quello in cui le parti sono libere di esprimersi al netto di situazioni stressanti come quelle che continuano a vivere. Come le ho detto inizialmente, per noi non è tanto il tempo della Ctu, ma come ci si arriva a questa Ctu, qual è il tempo che passano questi due genitori lontani, qual è lo stress che vivono in questo momento e lo stress che soprattutto si riverbera inesorabilmente su tutto il nucleo familiare».
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2026-01-24
Le aziende travolte da Harry rischiano di perdere gli aiuti per colpa delle polizze green
Ansa
Danni per 1 miliardo tra Sicilia e Calabria. Quante pmi si sono assicurate come prevede la legge? Musumeci: bizantinismi dalle compagnie. Lunedì il cdm per i primi fondi.
Le piccole imprese del Sud danneggiate dal ciclone rischiano di non avere alcun risarcimento. Paradossalmente quello che avrebbe dovuto essere un ombrello per le aziende contro i danni causati dalle catastrofi meteorologiche e ambientali, si sta ritorcendo contro come un boomerang. Parliamo delle polizze catastrofali.
Prima veniamo alla cronaca di ieri. Secondo le prime stime, il ciclone Harry che si è abbattuto sulla Sicilia, devastando porti, stabilimenti balneari attività produttive e recettive, infrastrutture e strade localizzate soprattutto lungo la fascia costiera ionica e quella che si affaccia sul canale di Sicilia, ha provocato danni per oltre 1 miliardo. Ben superiori quindi alla valutazione di 741,5 milioni di euro, effettuata dalla Protezione civile regionale. A questo ammontare vanno infatti ad aggiungersi i mancati redditi delle attività produttive che dovrebbero ricevere ristori e contributi.
Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, ha spiegato che la richiesta per lo stato di emergenza «è stata deliberata. Abbiamo chiesto al governo 300 milioni per i danni alle infrastrutture e per ristorare i danni dei privati».
Il ministro della Protezione civile, Nello Musumeci durante il sopralluogo a Santa Teresa di Riva (Messina), uno dei luoghi più colpiti, ha sottolineato che grazie all’azione di prevenzione non si sono registrate vittime e neppure feriti.
Ma se si sono evitati lutti, il bilancio è ugualmente drammatico per i danni. Le attività commerciali hanno ricevuto un colpo mortale che rischia di compromettere la stagione primaverile e estiva di grande richiamo turistico. Confcommercio ha chiesto «interventi rapidi per il ripristino delle infrastrutture e per sostenere le attività economiche danneggiate affinché possano tornare quanto prima a operare in condizioni di normalità».
Piangono le attività turistiche. «Le mareggiate eccezionali che hanno colpito il litorale hanno devastato stabilimenti, danneggiato gravemente le infrastrutture e compromesso attrezzature che rappresentano il frutto di anni di investimenti e lavoro da parte degli imprenditori del settore» ha detto la Cna Sicilia. «Ci troviamo di fronte a un’emergenza che rischia di mettere in ginocchio un pilastro dell’economia turistica regionale», dice Mario Fazio, presidente di Cna balneari Sicilia.
Un aiuto a fronteggiare eventi drammatici come questi dovrebbe venire proprio dalle polizze catastrofali, lo strumento creato ad hoc per proteggere le imprese e sollevare lo Stato dall’onere dei ristori. In questa situazione però rischia di non essere efficace. Facciamo un passo indietro per capire. I decreti attuativi del provvedimento hanno stabilito una distinzione tra grandi imprese (quelle con oltre 250 dipendi e un fatturato oltre i 50 milioni di euro) e le Pmi, medie, piccole e micro. Per le grandi imprese la scadenza dell’obbligo a sottoscrivere una polizza catastrofale, è scattata il 31 marzo 2025, per le medie imprese (azienda tra 50 e 250 dipendenti) l’1 ottobre 2025 e per le piccole e micro (incluse le ditte individuali e imprese sotto i 50 addetti) l’1 gennaio scorso. La legge protegge maggiormente le piccole imprese ponendo limiti rigidi alle compagnie assicurative mentre lascia più libertà di negoziazione alle grandi.
Il tessuto imprenditoriale del Mezzogiorno è quasi interamente composto di piccole e micro realtà. Secondo le rilevazioni dell’Istat e dei rapporti di settore del Censis, nel Sud sono attive circa 1,25 milioni di imprese che rappresentano poco più del 27% del totale nazionale. Quelle micro, anche con nove addetti sono oltre il 96%. Parliamo di 1,2 milioni di ditte spesso a conduzione familiare. Le piccole, con 10-49 addetti sono circa 40.000 unità e rappresentano il 3% del tessuto produttivo meridionale. Le medie e grandi non raggiungono l’1% del totale.
I settori prevalenti delle micro e piccole imprese nel Sud sono il commercio al dettaglio e all’ingrosso (35%), i servizi e il turismo (il 25%) e l’agricoltura.
Quindi il grosso dei danni del ciclone Harry, li hanno subiti proprio quelle minuscole imprese che avevano l’obbligo di dotarsi della polizza catastrofale dal 2026. Lo avranno fatto? La normativa dice che in caso di catastrofe ambientale, l’impresa non assicurata non potrà richiedere ristori o contributi per la ricostruzione. In pratica l’imprenditore dovrà ripagare i danni mettendo mano al proprio portafoglio. Non solo. Senza polizza, l’azienda è considerata fragile e questo può portare al rifiuto di prestiti da parte delle banche. Un danno oltre il danno del maltempo. E anche per chi ha sottoscritto le polizze la strada non è sempre in discesa. «Alcuni imprenditori», ha evidenziato Musumeci, «mi hanno detto che delle compagnie di assicurazione, nonostante fossero state sottoscritte le polizze, cominciavano a fare bizantinismi. “Ma questo non è ciclone, questa è una mareggiata, mareggiata di serie A non una mareggiata di serie B”. Io questo linguaggio non lo accetto assolutamente. Lunedì ci sarà un cdm per deliberare lo stato di emergenza con un primo stanziamento per le necessità immediate.
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L'allarme dell'avvocato Danila Solinas: " I Trevallion continuano ad essere separati". E' stata rimandata la data di inizio della perizia voluta dal tribunale dll'Aquila che riguarda i genitori. "Manca il mediatore", dicono i giornali.
Max Laudadio
L’ex inviato di «Striscia la notizia» si confessa: «La fede non ci obbliga a stare in ginocchio tutto il giorno ma in prima linea. Con la famiglia nel bosco si è superato il limite. Utero in affitto? Una pratica scorretta».
Ateo ribelle fino a quarant’anni e poi credente. Niente folgorazioni o cadute da cavallo, però. Ma circostanze e situazioni curiose, la prima è stata quella di anticipare, a sorpresa, il nome scelto da Jorge Mario Bergoglio, «Francesco». Ma guarda che finora nessuno si è chiamato così e di solito un Pontefice sceglie il nome di un predecessore, gli era stato fatto notare. Invece… Poi altri fatti, il libro Per una Chiesa scalza di Ernesto Olivero che qualcuno gli ha regalato, il rapporto con don Silvano Lucioni… Max Laudadio, 54 anni, attore, presentatore, storico inviato di Striscia la notizia, protagonista del musical Aladin, unisce tutti questi puntini in Il Cantico delle formiche (TS edizioni), una sorta di autobiografia esistenziale, civile e famigliare.
Chi era suo padre, al quale dedica il libro?
«Un uomo che partendo da un livello basso di cultura mi ha insegnato a essere interessato alla vita e a valori come il rispetto della famiglia, per la propria compagna, per i figli, e a non mancare agli appuntamenti importanti per loro. Quando sei bambino lo vedi come un supereroe. Crescendo, impari a riconoscere un uomo che sbaglia come tutti, rendendo più reale e solida l’immagine che hai di lui».
Nel primo capitolo parla della sua ricerca della felicità: può risultare qualcosa di sentimentale in un mondo pieno di violenze e contraddizioni?
«In realtà, credo che tutti cerchiamo questa benedetta felicità. Magari diciamo che viviamo per qualcos’altro, ma poi le scelte mirano a quell’obiettivo. Mentre da giovani la identifichi con il denaro, la carriera, le case che compri, andando avanti la abbini a qualcosa di più profondo. Certo, non tutti si fermano davanti a uno specchio chiedendosi che cosa ci manca per essere felici. Sì, in un mondo così può apparire un fatto sentimentale, ma da idealista spero che questa ricerca riguardi tutti. Io parlo della fede che è servita a me, ma non posso pretendere che sia universale. Però sono sicuro che non può coincidere con qualcosa di materiale».
Scrive che «la vita ha avuto bisogno dell’irrazionalità per dialogare con l’anima»: cosa vuol dire?
«Per definizione la fede è qualcosa di irrazionale: credi in una realtà che non vedi. Credere che Gesù sia il figlio di Dio è un fatto di fede che nessuno, Papa compreso, può dimostrare. Possiamo dire che storicamente è stato un grande uomo, ma la convinzione che Gesù sia figlio di Dio appartiene al nostro sentire».
Però la ragione, per sua stessa natura, ammette l’esistenza di un oltre trascendente.
«Anche la scienza quantistica afferma che siamo fatti di energia, ma non riesce a dimostrare come nascono i sentimenti. La ragione riconosce che esiste la trascendenza anche se non riesce a penetrarla. Da ateo pensavo, secondo certi stereotipi, che il credente subappaltasse le proprie decisioni. Invece, ho scoperto che ci viene chiesto di metterci in prima linea e agire. Magari anche contro i nostri interessi, perché se siamo con altre persone attorno a un tavolo il Vangelo ci dice di tener conto di tutti e non di pensare solo a noi stessi».
Perché preferisce chiamare quello che le è successo incontro piuttosto che conversione?
«Perché sono un po’ vittima degli stereotipi. Tipo: con l’anello del Papa potremmo sfamare i poveri dell’Africa. Parole come conversione, o anche misericordia, le sento desuete; parole che indicano qualcosa di vecchio».
La decisione di lasciare Milano e andare a vivere a Cuasso al Monte, un paesino del Varesotto a 700 metri di altitudine, è conseguente a questo incontro?
«No, è precedente e dipende dalla salute di mia figlia alla quale il pediatra aveva diagnosticato un’otite da inquinamento. Non sapevo nemmeno che esistesse. Da quel momento Bianca non ha più preso antibiotici».
La baita nel bosco è sinonimo di autenticità?
«Certo. Avere davanti i grattacieli e la movida è diverso dal vivere immersi in panorami che raccontano il mutare delle stagioni e smuovono le emozioni al tramonto. Davanti alla maestosità della natura ti senti una formica di fronte a una vetta».
Sua moglie ha avuto un ruolo nel suo avvicinamento al cristianesimo?
«Il contrario. Lei è sempre stata credente, ma quando ci siamo incontrati e io ero ateo anche lei ha praticato meno di prima. Poi, nella coppia si cammina insieme, le scelte vengono condivise e quando mi sono avvicinato per lei è stato un ritorno a casa. Mia moglie ha una gran testa e doti di razionalizzazione e progettazione unite a onestà e capacità di ascolto incredibili».
Anche se di notte la tiene allerta?
(Ride) «Mi accusa di russare, mentre lei ha il vizio di parlare nel sonno. Fa il sindaco anche dormendo; qualche sera fa riprendeva qualcuno che non pagava le tasse».
La fede ha generato l’attivismo espresso nell’Associazione On o era impegnato anche prima?
«Sono sempre stato attivo nel volontariato, ma adesso il mio impegno è cambiato. Prima cercavo la riconoscibilità, l’articolo di giornale che raccontasse il mio lavoro. Era una forma di egocentrismo. Ora questa ricerca di gratificazione è sparita. La gratuità vera è non cercare un tornaconto, nessuno può vedere interessi personali in ciò che faccio. Se sali su un palco davanti a 10.000 persone un po’ di ego lo devi avere, ma un conto è il lavoro, un altro la vita. Il teatro, l’Agenzia etica, il musical Aladin: tutto è influenzato da quello che mi è capitato».
Che è diventato anche un fatto comunitario?
«È come un’esplosione. La fede non ci obbliga a stare in ginocchio tutto il giorno, ma in prima linea. La preghiera la vivi dentro quello che fai, non vado a dire Gesù vuole questo, da ossessionato o estremista della fede».
Il suo libro è un concentrato di attività e iniziative: trova mai il tempo di rilassarsi?
«Penso che ognuno di noi è chiamato a dare il massimo, amo vedere la gente stare meglio. Poi serve un rilassamento anche fisico. Quando io e mia moglie andiamo qualche settimana a Tavolara l’ozio smuove la creatività, scrivo i miei libri, penso i progetti che poi realizzo. Lo spazio per la famiglia lo trovo sempre».
Il cristiano è un aggiustatore del mondo?
«No, è un uomo fortunato che potrebbe aiutare a migliorare il mondo. Perché le cose che Gesù diceva erano giuste, sfido chiunque a dire che erano sbagliate. Il punto è mettersi in prima linea e applicarle».
Che sintesi ha fatto del tentativo di adozione stoppato dal Tribunale dei minori?
«Viviamo in un Paese costruito su norme e burocrazie che fanno perdere il sentimento e i valori. L’esempio chiaro è un’assistente sociale che ha il potere di giudicare se posso essere un bravo padre, non se sono un pedofilo, un violento o una persona inaffidabile. Non aiuta le famiglie ad accogliere un bambino e dopo a verificare se è stato accolto bene. Prima ti fanno sudare 100 camicie per l’idoneità adottiva, poi quando il bambino arriva, spariscono. Ho fatto mille battaglie su questo».
Che cosa pensa del trattamento riservato ai Trevallion, la famiglia del bosco di Palmoli?
«Penso che si sia superato il limite. È giusto che i bambini abbiano un’educazione e non siano maltrattati, ma è doveroso rispettare le scelte di padre e madre che hanno dimostrato di amarli follemente. È più importante l’amore di questi genitori o che si rispettino le regole della società civile? Trovo tutto assurdo».
Cosa pensa della pratica dell’utero in affitto?
«Ho fatto tanti servizi a Striscia: è una scelta che non condivido. Ma questo indipendentemente dalla fede. Sono pratiche non giuste. Posso capire una donna che vuole avere un figlio, ma ci sono tanti modi per averlo, primo fra tutti adottarlo. Tutt’altra faccenda è far crescere nel proprio corpo un bambino e poi darlo…».
Dietro compenso.
«In un mondo dove ci sono milioni di bambini che si possono adottare».
Nell’ambiente dello spettacolo e della tv come hanno reagito colleghi e amici davanti al suo cambiamento?
«Non credo che nessuno si sia accorto di niente perché sono lo stesso pirla di prima. Non è che se uno diventa cristiano cambia rispetto a quello che è. Faccio sempre gli stessi errori, ho cambiato solo il modo di fare le scelte. Non penso più solo a me stesso, ma agli altri, questo è ciò che mi ha insegnato la fede. Non sono diventato un supereroe».
Perché ha lasciato Striscia la notizia?
«È stata una scelta ponderata, difficile e sofferta. Dopo 23 anni Striscia è casa mia, lo facevo con l’idea di aiutare qualcuno. Poi, essendo un sognatore, voglio provare altre cose, credo che a 55 anni si possa farlo. Questo mi ha portato in teatro, nel musical e a una serie di idee che spero di realizzare prima possibile».
Me ne può anticipare uno?
«Sto lavorando a un progetto televisivo... Con la certezza che, arrivato al musical, non voglio più uscirne».
Antonio Ricci dice che chi è stato inviato di Striscia lo rimane per sempre.
«Credo sia vero perché lo fai con degli ideali, credi nella giustizia, nell’aiutare gli altri e ti senti chiamato a questo lavoro. Dentro, penso di rimanere sempre un inviato di Striscia. Detto questo, nessuno di noi è una sola cosa, possiamo portare avanti altre professionalità e altri talenti. Rinunciare ai sogni sarebbe un peccato».
«Responsabilità, misericordia, allegria» è il motto di San Domenico Savio che ha adottato: l’allegria può essere obbligatoria?
«Non puoi scegliere di essere felice. Invece l’allegria, essendo sprigionata da un fattore chimico del nostro organismo, può essere indotta in modo più facile. Se al risveglio penso a cose positive, il mio corpo reagisce di conseguenza. In tanti momenti possiamo favorire la nostra allegria».
Papa Francesco, Il Cantico delle creature, l’amore per il Santo di Assisi: il suo è stato un incontro con il cristianesimo o con il francescanesimo?
«Caspita… È un incontro con tutto. Sono un fan sfegatato di San Francesco e un fan sfegatato di Cristo in quanto uomo che ha fatto cose meravigliose. Amo la Chiesa povera di chi si mette a disposizione totale con i sandali, ma conosco preti come don Silvano Lucioni che ha una storia diversa e la stessa fede. Le sensibilità e le correnti appartengono più alla comunicazione che alla concretezza della verità».
La lode a Dio ce l’ha nel cognome: è diventato quello che è sempre stato?
«Non so se sono diventato quello che già ero, so che adesso mi piaccio molto di più».
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