Le circostanze impongono di rivedere l'atteggiamento nei riguardi di Mosca. Non possiamo continuare a danneggiarci per seguire le follie europee.
Marco Furfaro (Imagoeconomica)
L’ultimo episodio è quello del dem Marco Furfaro ospite di Bianca Berlinguer, che lancia la bomba parlando di 3 milioni di giovani disoccupati. Il dato è falso ma serve a cercare consensi piuttosto che a risolvere i problemi.
Caro Belpietro, l’ho vista l’altra sera in tv, nel programma su Rete4 condotto da Bianca Berlinguer, mentre se la prendeva con un parlamentare che, se non ho capito male, era del Pd. La discussione aveva toni un po’ accesi e la questione al centro del diverbio con l’esponente della sinistra era il tema del lavoro o dell’occupazione. Ma perché in Italia non si riesce a fare una discussione seria su una questione che dovrebbe riguardare tutti, senza divisioni e senza interpretazioni di parte?
Già, caro Belardi, perché? È una domanda che mi faccio spesso anche io, ma alla quale – confesso - non so rispondere, perché invece di fare ragionamenti seri su ciò che sarebbe necessario per creare posti di lavoro, ognuno tira l’acqua al proprio mulino, sfruttando l’argomento per fare campagna elettorale, anche quando questa è fuori tempo massimo. L’altra sera, a È sempre Cartabianca, l’onorevole Marco Furfaro, del Partito democratico, si è messo a dare i numeri, parlando di 3 milioni di giovani disoccupati e io, che ero in collegamento, mi sono permesso di dire che la cifra non stava né cielo né in terra, come molte delle percentuali che sento citare in tv a proposito di qualsiasi argomento. Ho una passione per i numeri, perché credo che per affrontare i problemi non si possa prescindere da quelli. Non serve un’indagine statistica, basta prendere il bollettino trimestrale dell’Inps per scoprire che la disoccupazione è in calo da anni. Nel 2018 sfiorò l’11 per cento, per poi scendere sotto l’8 nel 2020 e, dopo essere risalita nel periodo del Covid, oggi è poco sopra il 7 per cento. Ma le percentuali dicono poco, ciò che conta sono i valori assoluti. E allora andiamole a vedere queste cifre. In Italia gli occupati sono 23 milioni 754.000 e i disoccupati 1 milione e 829.000. Ovviamente questi dati si riferiscono a tutte le fasce di età. Dunque, si può realisticamente dire che ci sono 3 milioni di giovani disoccupati se all’Inps ne risultano in totale, cioè includendo ventenni e ultracinquantenni, meno di 2 milioni? No, anche perché nella fascia d’età fra 15 e 30 anni, nel 2023 risultavano 915.000 disoccupati.
Quindi, i dati sentiti in tv erano sparati a caso, per fare effetto. Per comprenderlo del resto, basta mettere insieme un paio di elementi, ovvero il numero dei giovani fra i 20 e i 30 anni e il numero di studenti universitari e delle scuole superiori. I giovani, intesi come ragazzi in quella fascia d’età, in Italia sono 6 milioni; gli studenti universitari sono 2 milioni. Quelli iscritti alla scuola secondaria superiore sono 2 milioni e mezzo. Vogliamo dire che, di questi ultimi, mezzo milione sono ventenni? Ok. Possiamo considerare i 3 milioni e mezzo che restano tutti disoccupati come vorrebbero certi onorevoli? Ovvio che no. Sono ragazzi che hanno scelto di non iscriversi all’università, decidendo magari di lavorare o semplicemente di prendersi una pausa. Né si può pensare che, siccome esistono i cosiddetti inattivi (che tra i 15 e i 64 anni sono più di 12 milioni) li si debba calcolare tutti come disoccupati, piccoli e grandi.
Purtroppo, sul tema del lavoro ci sono molta demagogia e molti slogan, che vengono ripetuti a nastro, tanto nessuno si preoccupa di andare oltre le dichiarazioni. Il Reddito di cittadinanza dal mio punto di vista è stato una sciagura, che ha fatto passare il concetto che lo Stato ti debba pagare per il solo fatto che tuo padre e tua madre ti hanno messo al mondo. John Fitzgerald Kennedy diceva: «Non chiedetevi che cosa può fare il vostro Paese per voi, ma che cosa potete fare voi per il vostro Paese». I vari Furfaro la pensano esattamente al contrario.
Nella mia carriera giornalistica ho seguito molte aziende, alcune di straordinario successo e altre di drammatico insuccesso, e ho imparato a conoscere la genialità e le difficoltà degli imprenditori. Ma soprattutto ho capito che i posti di lavoro non li crea il politico che va nei talk show a parlare di occupazione e disoccupazione, ma chi si rimbocca ogni mattina le maniche per far quadrare i conti. Negli ultimi trent’anni ho diretto diversi giornali e la direzione non si compone solo di bei titoli e ottimi articoli, ma anche di scelte economiche e della necessità di far quadrare i conti di un’impresa che, sebbene si occupi di notizie, segue le stesse regole di quelle metalmeccaniche e tessili. Da otto anni guido un’impresa che dà lavoro, con contratti diretti o Cococo, a circa 200 persone. Non è un’avventura facile, ma lunedì ho assunto una ragazza di 22 anni e questa è una notizia che mi ricompensa di tutte le perdite di tempo con personaggi come Furfaro.
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Federico Faggin (Imagoeconomica)
Federico Faggin, l’inventore del microchip: «Il computer è una nostra creatura, non viceversa. Non facciamo solo calcoli, abbiamo la coscienza».
«Siamo uomini non macchine, come vuol farci credere la scienza materialista imperante: abbiamo creato noi i computer, non viceversa. L’intelligenza artificiale ci sta portando a tradire la nostra umanità, quindi l’idea di chi siamo diventa cruciale per il nostro futuro». A parlare, mostrando «l’altra storia» rispetto alla visione del mondo attuale, è il fisico Federico Faggin, il più grande inventore italiano vivente, imprenditore e padre del microprocessore (cui dobbiamo pc e smartphone). Nato a Vicenza del 1941, una carriera brillante negli Stati Uniti, Faggin avverte: «Tutto è connesso e prima lo capiamo, meglio vivremo».
Lei è uno dei rari scienziati che ha il coraggio oggi di affermare che l’uomo è un essere spirituale. Quale conseguenza ne deriva, in un contesto storico-culturale dove la materia è considerata la sola realtà esistente?
«Una conseguenza fondamentale: se pensiamo di essere macchine, come ci viene detto dagli scienziati del materialismo che impera oggi quale Weltanschauung, allora non siamo diversi dai computer che abbiamo creato. Ma l’idea di chi siamo, poiché determina i nostri comportamenti, è cruciale per il nostro futuro: se pensiamo di essere macchine ci lasceremo convincere da chi ci racconta che le macchine che produce sono meglio di noi, un dato di fatto visto che una persona esegue una moltiplicazione al minuto mentre un computer ne elabora miliardi al secondo. Noi però facciamo molto di più che operazioni, noi capiamo ciò che osserviamo, noi abbiamo la capacità di creare (i computer sono nostre creazioni, non viceversa): scartare questi aspetti, come fa chi oggi lavora nel campo dell’intelligenza artificiale, porta a tradire l’umanità, che è la nostra vera essenza».
Cosa l’ha convinta che c’è qualcosa nell’uomo di irriducibile dalla materia (Irriducibile è anche il titolo del suo libro, uscito per Mondadori) e che lo rende sostanzialmente «altro» dal ridursi a coincidere con un essere puramente materiale?
«Da fisico ho sempre accettato la visione materialista dell’universo perché riusciva a spiegare molte cose. Per risolvere problemi pratici la scienza è il non plus ultra e se non pensiamo che la nostra interiorità abbia valore, la fisica spiega tutto, a costo però di eliminare quello che conta di più: il significato e lo scopo della vita, ovvero la nostra umanità, che non può essere descritta da un algoritmo. L’amore che provo per un figlio, il sapore della cioccolata quando la metto in bocca… non sono algoritmi. Lo possono essere semmai i segnali del cervello, che però si accompagnano a qualcosa di più profondo, che è la coscienza. La coscienza fa unità con il libero arbitrio, in base al quale decidiamo quali informazioni recepire dal mondo; facendone esperienza le trasformiamo in significato e poi le comunichiamo agli altri con gesti e parole. Questa esperienza è unica e mi distingue come individuo cosciente e libero. Ebbene, nella fisica c’è una cosa isomorfa a questa capacità di avere un’esperienza privata: è l’informazione quantistica, che non è clonabile.
La mia teoria, creata insieme al professor D’Ariano (uno dei fisici più esperti del mondo nel campo dell’informazione quantistica, ndr) mostra che la fisica quantistica ha le stesse caratteristiche del mondo dell’esperienza. Questo è fondamentale perché porta l’interiorità a far parte della realtà: è il primo passo per congiungere scienza e spiritualità».
Quanto è «conveniente» ridurre l’uomo a pura materia impersonale, per chi, oggi, possiede le macchine e il potere che da esse deriva?
«Se siamo macchine, privi quindi di libero arbitrio, siamo in balia di altre macchine, magari migliori di noi. Ma se così fosse dovremmo essere algoritmici, laddove invece la capacità creativa che contraddistingue l’uomo è l’opposto: è uscire dallo schema, dall’algoritmo. Spiegando solo l’aspetto automatico e meccanico dell’universo abbiamo tagliato fuori tutto quello che conta - la nostra interiorità - facendo un grande disservizio alla nostra umanità ed esponendoci alla manipolazione di chi possiede e controlla le macchine».
Vede in atto il rischio di una deriva transumanista?
«L’idea che si possa scaricare la propria esperienza e la propria coscienza in un computer e così vivere per sempre è falsa: sappiamo che la nostra esperienza è unica per ciascuno di noi, quindi la caratteristica fondamentale della nostra coscienza - permetterci appunto un’esperienza privata - non trova corrispondenza nella possibilità che ha un computer di creare un numero di copie identiche di noi stessi. L’esperienza, rappresentata da un’informazione quantistica non clonabile, non si può copiare.
Mi spaventa piuttosto quello che succede oggi in Cina, dove applicano la giustizia attraverso dei robot: è una strada molto pericolosa che apre la porta a ogni abuso, visto che i computer non capiscono nulla, non hanno buon senso e sono manipolabili, giacché possono fare esattamente quello che vogliono i potenti».
La persona umana sottratta alla sola dimensione materiale come dovrebbe ripensare il suo modo di essere collocata nel mondo - si pensi al problema dell’ecologia e della custodia del creato - senza che il suo comportamento possa sfociare in una nuova forma di ideologia?
«Purtroppo qualsiasi forma nuova in cui vengano stabilite delle regole usando il linguaggio, diventa automaticamente ideologia; per questo occorre il buon senso e un approccio che non va lasciato al computer, le cui regole sono ferree. Di nuovo, il problema fondamentale che abbiamo oggi è di capire che non siamo macchine: se non cogliamo questo, non c’è speranza. Perché se siamo macchine guidate dal principio della sopravvivenza del più adatto (o forte o prepotente, come la storia insegna) la “soluzione” sarà di farci fuori, magari con una guerra (ce n’è una grossa che sta avvenendo sotto i nostri occhi, altre minori in giro per il mondo).
Fintantoché non prenderemo atto che siamo esseri spirituali, che dobbiamo cooperare, che se facciamo del male agli altri lo facciamo anche a noi stessi, insomma finché tutti noi - a cominciare dagli scienziati che credono ancora nel materialismo becero della fisica classica - non capiremo che non siamo in una realtà meccanicistica ma olistica in cui tutto è connesso, non avremo un futuro felice».
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Domenico Arcuri (Ansa)
All'estero ci copiano. Questo per lo meno è ciò che pensa Giuseppe Conte, il quale non nasconde di considerare il suo operato un esempio per l'Europa. Anzi, siccome non intende porre limiti alle proprie ambizioni, secondo lui è il mondo a ispirarsi alle misure prese dal suo governo. Sì, vista l'alta considerazione che ha di sé, il presidente del Consiglio non arretra neppure di fronte al ridicolo. Egli infatti pare non rendersi conto né delle gaffe del gruppo di esperti di cui ha scelto di circondarsi, né delle proprie. Dopo due mesi (...)
(...) di gestione dell'emergenza, il risultato è dunque di tutta evidenza: siamo nelle mani di una combriccola di pericolosi pasticcioni. Prendete l'ultimo arrivato della compagnia, il dottor Vittorio Colao, manager di successo nel settore della telefonia. Senza nemmeno aver messo piede in Italia, ha dettato dal suo giardino di casa, cioè dalla city di Sua Maestà, le regole della riapertura. Risultato, nessuno ha capito niente, se non che dobbiamo arrangiarci o farci furbi. Il piano infatti si limita a poche paginette di consigli scontati. In un'intervista al Corriere della Sera, il grande esperto ha sintetizzato le misure dicendo che «gli italiani devono abituarsi a convivere con il problema», precisando che per quanto riguarda i provvedimenti per il rilancio «siamo solo all'inizio», perché il comitato da lui guidato si è suddiviso in sei gruppi di lavoro, manco fosse un seminario della Bocconi. Sì, le aziende sono chiuse e non si sa se riapriranno, i lavoratori sono a casa senza stipendio e non si sa quando lo incasseranno, ma per la top star dei manager la questione dei soldi da investire per far ripartire il Paese non è di sua competenza. Neppure bar, ristoranti e le messe lo riguardano, perché la task force che guida è occupata a porre la questione dei muratori nei piccoli cantieri. Sì, avete letto bene: Colao Meravigliao non pensa in grande, ma alle cose minori e tuttavia è convinto che l'epidemia sia - testuale - l'occasione per rilanciare il sistema Italia. Suggerimenti? Andare al lavoro in bicicletta, ammodernare i modelli commerciali delle nostre imprese, aumentare la partecipazione femminile al lavoro, sostenendo al contempo la natalità. Roba forte, insomma. Soprattutto roba nuova.
Ma il meraviglioso Colao non è solo. Insieme a lui, lotta contro il coronavirus il commissario Domenico Arcuri, il quale pur non essendo riuscito dal 16 marzo a oggi ad assicurare le mascherine che servono agli italiani, ieri se l'è presa con i liberisti da salotto, che parlano di mercato con il cocktail in mano, dando così dell'ubriaco a chiunque non sia d'accordo con lui. L'invettiva gli è scappata di mano perché qualcuno si era permesso di dire che non si fissa per decreto il prezzo di un bene senza prima essersi informati su quanto costa produrlo. Ma al di là dell'alto tasso alcolico delle critiche o delle repliche, ieri Crai, cioè una catena della grande distribuzione, ha ritirato dai suoi banchi tutte le mascherine, perché il prezzo di 50 centesimi a cui per legge avrebbe dovuto venderle era inferiore a quello di acquisto. Risultato, Arcuri avrà dovuto riempirsi il bicchiere per mandar giù il boccone amaro.
Se il commissario all'emergenza ha già collezionato alcune gaffe, non da meno è colui che gli contende il titolo di manager anti Covid, ossia il pacioso Angelo Borrelli. Di lui si ricorda la lapidaria risposta in conferenza stampa quando un giornalista gli chiese un commento alla decisione della Lombardia di rendere obbligatorie per tutti le mascherine. Il gran capo della Protezione civile, poi declassato a mezzo capo con Arcuri, rispose che lui la pezza sul viso non l'avrebbe messa, dando un forte esempio di collaborazione fra le istituzioni. Come poi sia andata lo abbiamo visto tutti. Ora i dispositivi sono indispensabili ovunque, sui mezzi pubblici, in ufficio, al supermercato, a dimostrazione che qualcuno che doveva proteggere gli italiani non aveva idee molto chiare in merito.
Tuttavia, al di là dei capi delle varie task force, i migliori pasticci li combinano sempre al governo. In particolare, a essere insuperabile è la coppia Gualtieri-Conte che, se la situazione non fosse tragica, sarebbero meglio di Cochi e Renato, con il presidente del Consiglio nei panni del primo e il ministro dell'Economia in quelli del secondo. L'8 aprile il premier ha annunciato un'iniziativa poderosa di liquidità, ovvero una massa di miliardi mai vista prima a disposizione delle aziende. Che la montagna di soldi in realtà fosse un topolino lo si è capito subito, quando si è scoperto che quel denaro erano prestiti bancari che lo Stato prometteva di garantire, ma alla fine dei conti, Palazzo Chigi metteva mano al portafogli solo per 2,7 miliardi. Questo tuttavia è nulla, perché Cochi Conte e Renato Gualtieri hanno scritto un decreto con i piedi e dunque alle imprese non stanno arrivando neppure gli spiccioli. Avendo infatti disposto la linea di credito, si sono dimenticati di abolire tutte le clausole e le leggi a cui sono sottoposti gli istituti di credito. Risultato, per istruire una pratica di finanziamento non solo servono una ventina di documenti, ma alla fine è richiesta una valutazione che deve tener conto del testo unico bancario, del diritto fallimentare, di quello civile, del codice penale e pure delle norme anti riciclaggio. Fatta la frittata, allo chef di Palazzo Chigi non è rimasto che richiedere un atto d'amore alle banche, che è un po' come chiedere a un hedge fund di trasformarsi in un ente di beneficienza. Vista la provenienza, forse Conte avrebbe fatto meglio a rivolgersi a Padre Pio, anche se, vista la situazione in cui ci ha cacciato l'avvocato del popolo, serve altro che un miracolo.
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