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2021-01-26
Tutte le strade di Arcuri portano in Cina
Andreyna Dayanna (Facebook)
Con le guance piene e le labbra tumide quando parla sembra un venditore di empanadas di quelli che si incontrano sulle spiagge della sua Manta. Eppure il cinquantenne ecuadoriano Jorge Edisson Solis San Andres è il personaggio centrale nella vicenda della maxi commessa di mascherine acquistate dalla struttura del commissario straordinario per l'emergenza Domenico Arcuri.
Sino a pochi mesi fa era un imprenditore un po' traffichino che si preoccupava con alterne fortune di fare piccoli affarucci. La Guardia di finanza quando è entrata nella sua casa di Ardea, in provincia di Roma (una villetta a due piani con salone, cucina, due bagni e tre camere da letto) ha trovato un faldone rosa contenente pratiche di finanziamento chieste da cittadini stranieri. Due o tre di questi lo hanno pure denunciato sentendosi truffati. Ma nelle stesse stanze le Fiamme gialle hanno sequestrato sei folder contenenti altrettante lettere di incarico per la fornitura di mascherine intestate alla Presidenza del Consiglio dei ministri-Commissario straordinario per l'emergenza Covid.
Il doppio registro di Solis non deve stupire. Domenica sera, durante la trasmissione di Massimo Giletti Non è l'Arena, è venuto per la prima volta allo scoperto e si è preso il merito dell'affare su cui la Procura di Roma ha acceso i riflettori immaginando una gigantesca frode nelle pubbliche forniture. Se l'Italia ha messo in magazzino 801 milioni di mascherine a prezzi non proprio di saldo è grazie a lui.
Con la giornalista si è mostrato quasi infastidito che in giro si dicesse che aveva incassato la miseria di 3,8 milioni di euro: «Questa è un'esclusiva per Giletti, Giletti sei forte!» ha proclamato scimmiottando Adriano Celentano. «Quei 3,8 milioni, che in realtà sono 5,8 milioni, mi sono arrivati dalla Wenzhou light. Allora io faccio fattura con la società di mia figlia alla Wenzhou light e la Wenzhou light paga mia figlia che lavora con me». Però in un altro passaggio Solis ci tiene a far sapere che la Guernica con l'affare non c'entra proprio niente: «Perché noi non facciamo né importazioni né esportazioni con la Guernica».
In effetti dall'1 marzo 2019, fino al giorno del primo bonifico di 300.000 euro (dell'8 maggio 2020) da parte della Wenzhou light, sul conto corrente della Guernica erano entrati solo 4.194,53 euro e la transazione più alta era stata di 500 euro; l'ultimo pagamento di 18 euro era arrivato il 2 gennaio 2020. Ma da maggio su due diversi conti sono affluiti 3,8 milioni. La commercialista C. B. ha dichiarato agli investigatori: «La società risulta amministrata dalla figlia Dayanna, ma chi si occupa di tutto è il padre Jorge. Per quanto ne so la società si occupa di vendita di prodotti di canapa, ma è stata operativa fino alla fine del 2019 […] disconosco il fatto che la Guernica abbia contatti con società cinesi e che si sia occupata di dispositivi di protezione individuali». Ma se la Guernica è questa, con che società è stato fatto l'affare Solis? Il neo milionario si impettisce: «Io lavoro per la Cina. Abbiamo creato una holding, la Wenzhou light… la Luokai è una figlia della mamma che è la Wenzhou che paga a tutti noi la provvigione». La giornalista gli fa notare che la figlia è stata creata in fretta e furia a cinque giorni dalla firma del contratto. Solis è spiazzante: «La Luokai […] fu creata per una questione fiscale, come succede in Italia, perché con una società piccola non puoi fatturare tanto. È normale […] perché avevamo un appalto grande». Un gioco delle tre carte su cui sembra che nessuno abbia fatto controlli. E così a questa strana multinazionale della mascherina sembra che siano arrivate decine e decine di milioni di euro di commissioni. A giudizio di Solis, meritatissimi. I 59 milioni all'ingegnere Andrea Vincenzo Tommasi? «È il più forte nella logistica. Lui è la persona a cui abbiamo dato più provvigioni». Anche se sotto sotto, pure in questo caso, Solis sembra volersi prendere il merito: «Ok il contatto con Tommasi sono io. Io sono el l'uomo della mascherina».
Prova a sminuire anche il ruolo di Mario Benotti, il giornalista Rai in aspettativa che conosceva direttamente Arcuri: «Allora, no, questa storia che il dottor Benotti ha messo (in contatto, ndr) con il dottor Arcuri è una bugia» giura Solis, forse pensando di fare un favore al socio d'affari, il quale, però, da tempo rivendica di essere stato messo in pista dal commissario in persona. Continua Solis: «Io con il gruppo mio abbiamo detto: “Al dottor Benotti dobbiamo dare una provvigione per il lavoro che… si è impegnato… non ha mai chiesto un euro niente». In realtà nell'ufficio di Benotti i finanzieri hanno trovato un documento intitolato «fee agreement» intestato alla Microproducts di Benotti, risalente al 15 marzo 2020, oltre a 34 fatture emesse tra il 6 aprile e il 13 luglio per un importo complessivo di 12 milioni di euro. Messo alle strette, Solis giustifica il pagamento in un modo che quasi commuove: «Allora se la torta è grande, una fetta di torta è normale che ogni persona che sta nel gruppo […] Il dottor Benotti mi ha contactato per aiutare l'Italia, lui mi ha detto guarda adesso c'è molta crisi. Sta tutto registrato in Whatsapp che la Finanza ha… lui mi ha messo in contatto… il dottor Benotti ha messo la faccia per l'Italia, perché quando nessuno voleva dar credito all'Italia ha detto: “Aiutami, voi siete le uniche persone che mi possono aiutare, io garantisco per l'Italia"». Sembra di udire l'inno di Mameli sullo sfondo. «Lui ha comunicato no ad Arcuri, ha comunicato alla Protezione civile che aveva trovato a Jorge Solis e ad Andrea Tommasi». E uno dei più stretti collaboratori del commissario, Antonio Fabbrocini si sarebbe fatto vivo: «Sono di Invitalia. Io voglio che lei aiuti l'Italia. Io garantisco che la mia banca paga». A quel punto Solis avrebbe scomodato le sue conoscenze. A partire da un cinese con residenza nell'italianissimo e popolarissimo quartiere romano del Quadraro, Zhongkai Cai. «Io sono quello con i contatti con la Cina… venti anni insomma… siamo amici siamo un gruppo de cinesi, sono pure cristiani, conosciamo moglie figli, tutti» scandisce Jorge, detto Giorgio. Certo non è facile immaginare questa comunità cino-ecuadoriana-cristiana che fa affari miliardari con Arcuri, ma cerchiamo di non essere provinciali e procediamo oltre. «Io lavoro per la Cina, io lavoro per il signor Ho, per la Wenzhou light, come si chiama la società. Il signor Ho è il direttore generale di tutte le società. A me, a tutti noi ci ha pagato la Wenzhou light». Quando compulsiamo le visure delle ditte di import export che hanno importato le mascherine troviamo un Ho Pan Chiu: è il rappresentante legale della Shanghai Prince international da cui sembrano dipendere, in uno schema di scatole rigorosamente cinesi, la Wenzhou light, la Wenzhou Moon-Ray e la Luokai trade.
Il rappresentante legale della Wenzhou light è, invece, Gao Wu. Nelle mail scambiate tra Solis e Cai, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, l'ecuadoriano annunciava fantasmagoriche commissioni.
A voler credere a quei messaggi le provvigioni intascate dai mediatori non sarebbero di 72 milioni, pari al 5,76 per cento del valore delle forniture, ma ammonterebbero ad almeno 203 milioni, ovvero il 16,24 per cento del costo della commessa. L'articolo 1755, codice civile stabilisce che il mediatore ha diritto alla provvigione da ciascuna delle parti, se l'affare è concluso per effetto del suo intervento, e il compenso del mediatore si aggira intorno al 5%. Un guadagno del 20% pertiene all'attività di impresa. E dal 2020, forse, anche a chi fa il lobbista con lo Stato.
«La proposta da Seul per risparmiare centinaia di milioni snobbata da Arcuri»
Emergono nuovi particolari sul sistema di fornitura di mascherine cinesi per l'emergenza Covid 19 e ancora una volta si scopre che l'operato del commissario Domenico Arcuri non è proprio trasparente e tantomeno strategico. «L'Italia non ha risparmiato sulle mascherine», ha dichiarato l'imprenditore Pierluigi Stefani, a Non è l'Arena.
I dispositivi Ffp2 si potevano comprare a circa un terzo di quanto speso, acquistandoli da un'azienda della Corea del Sud, ma l'Italia ha preferito le più costose mascherine cinesi. Durante il programma televisivo il manager, attivo nel business degli eventi musicali e con sede anche a Seul, ha spiegato che «ai primi di marzo, da un'azienda primaria coreana è arrivata una proposta dedicata a enti e istituzioni italiane, non privati, per la fornitura di mascherine ffp2 certificate a 7 centesimi l'una (contro i 2,20 euro delle cinesi, ndr) con una consegna garantita entro 8 mesi dalla proposta di 100 milioni di mascherine». Il numero era comunque indicativo, «potevano essere di meno o di più, bastava che lo chiedessero», ha spiegato Stefani. I numeri sono noti. La cinese Wenzhou Moon-Ray faceva pagare 2,20 euro ogni mascherina Ffp2. Per la fornitura di 10 milioni di mascherine, l'Italia paga 22 milioni di euro. Stefani, in Corea, ha molti amici che, data l'emergenza, si rendono disponibili a creare dei contatti per la fornitura di mascherine Ffp2. Una primaria azienda è in grado di fornire lo stesso identico prodotto cinese a 0,70 euro. Considerando che si era a marzo del 2020, quindi a inizio pandemia, l'imprenditore si è subito attivato informando i contatti che aveva: la Protezione civile, di cui è commissario straordinario Arcuri, Assolombarda, Regione Toscana, Regione Campania, il senatore Massimo Mallegni. La proposta aveva tutte le carte in regola per essere una buona opportunità a un costo decisamente più contenuto.
«Io non sono un venditore né di saponette né di mascherine», precisa Stefani, «mi sono solo reso disponibile fornendo il numero di telefono di chi contattare e dato disponibilità per eventuale supporto con l'inglese». Quindi, da normale cittadino si è messo a disposizione senza nessun altro fine, anche perché, per una storia personale, è grato al sistema sanitario. Ha cercato tutti, ha bussato a tutte le porte, ma nessuno ha risposto. «Mi aspettavo che qualcuno chiamasse l'ambasciata italiana a Seul e, attraverso l'ambasciata, si informasse sull'azienda e prendesse un aereo per fare un contratto». Niente di stratosferico. In piena pandemia, la proposta di recuperare in tempi brevi dei dispositivi di protezione certificati a prezzi tre volte inferiori di altre offerte, in un Paese normale, avrebbe suscitato almeno un minimo interesse. Insospettito dal silenzio delle istituzioni, il manager si è prodigato a verificare che l'informazione fosse arrivata.
Quando ha chiesto notizie ad Assolombarda, pensando che fosse impossibile che non interessasse a nessuno, l'associazione ha assicurato che «la proposta è stata inoltrata a Dipartimento della protezione civile», ma è tutto in mano al commissario Arcuri «che però decidere liberamente, non è tenuto a dare riscontro». Inascoltato è stato anche il senatore Mallegni che, avuta l'informazione, «ha scritto a Conte, Borrelli, a tutti», ricorda il manager, ma niente da fare. Lo stesso senatore, chiamando in trasmissione conferma l'incredibile disinteresse delle istituzioni ad avere mascherine a prezzi più bassi.
«La storia è particolarmente preoccupante», ha dichiarato Mallegni. «Quando Stefani mi ha segnalato la questione delle mascherine, in un tempo in cui non si trovavano, diligentemente, da senatore della Repubblica, ho preso la carta intestata del Senato e ho scritto al presidente del Consiglio, nella sua mail privata, ho scritto al capo della Protezione civile, ho scritto al commissario Arcuri non una non due, ma più di una mail per segnalare la questione». Il risultato? «Non mi hanno mai risposto», ma il commissario Arcuri «mi ha telefonato personalmente», ricorda il senatore. Nel contenuto della telefonata c'è l'essenza di questa gestione. Di fronte alla possibilità di avere in un momento di estrema necessità un accesso rapido, diretto a dei dispositivi che costavano un terzo di quelli poi acquistati, Arcuri, come dice il senatore Mallegni si è giustificato affermando che «i tecnici della sua struttura hanno ritenuto l'offerta non particolarmente vantaggiosa e che avrebbero guardato altrove». Un altrove che, oltre a far pagare la stessa mascherina il triplo allo Stato - quindi ai cittadini - avrebbe fatto intascare oltre 200 milioni di provvigioni a soggetti che pretendono di farci credere di aver fatto risparmiare all'Italia.
Una storia che non sta in piedi, ma del resto non ci si può aspettare di meglio da un commissario investito in pompa magna da un governo che perde i pezzi. Proprio un esempio di democrazia e trasparenza, da parte del governo Conte, di dare a una sola persona, non solo la possibilità di decidere liberamente, ma di non dover rispondere, su scelte che interessano la salute pubblica.
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Uno dei mediatori dell'affare mascherine: «Ho io i contatti con Pechino, abbiamo creato una holding». Jorge Edisson Solis San Andres rivela di aver guadagnato più di quanto finora emerso. La triangolazione con la società della figliaI prezzi coreani per le protezioni erano inferiori a quelli cinesi. L'imprenditore Pierluigi Stefani: anche Giuseppe Conte si disinteressò all'offertaLo speciale contiene due articoliCon le guance piene e le labbra tumide quando parla sembra un venditore di empanadas di quelli che si incontrano sulle spiagge della sua Manta. Eppure il cinquantenne ecuadoriano Jorge Edisson Solis San Andres è il personaggio centrale nella vicenda della maxi commessa di mascherine acquistate dalla struttura del commissario straordinario per l'emergenza Domenico Arcuri.Sino a pochi mesi fa era un imprenditore un po' traffichino che si preoccupava con alterne fortune di fare piccoli affarucci. La Guardia di finanza quando è entrata nella sua casa di Ardea, in provincia di Roma (una villetta a due piani con salone, cucina, due bagni e tre camere da letto) ha trovato un faldone rosa contenente pratiche di finanziamento chieste da cittadini stranieri. Due o tre di questi lo hanno pure denunciato sentendosi truffati. Ma nelle stesse stanze le Fiamme gialle hanno sequestrato sei folder contenenti altrettante lettere di incarico per la fornitura di mascherine intestate alla Presidenza del Consiglio dei ministri-Commissario straordinario per l'emergenza Covid.Il doppio registro di Solis non deve stupire. Domenica sera, durante la trasmissione di Massimo Giletti Non è l'Arena, è venuto per la prima volta allo scoperto e si è preso il merito dell'affare su cui la Procura di Roma ha acceso i riflettori immaginando una gigantesca frode nelle pubbliche forniture. Se l'Italia ha messo in magazzino 801 milioni di mascherine a prezzi non proprio di saldo è grazie a lui.Con la giornalista si è mostrato quasi infastidito che in giro si dicesse che aveva incassato la miseria di 3,8 milioni di euro: «Questa è un'esclusiva per Giletti, Giletti sei forte!» ha proclamato scimmiottando Adriano Celentano. «Quei 3,8 milioni, che in realtà sono 5,8 milioni, mi sono arrivati dalla Wenzhou light. Allora io faccio fattura con la società di mia figlia alla Wenzhou light e la Wenzhou light paga mia figlia che lavora con me». Però in un altro passaggio Solis ci tiene a far sapere che la Guernica con l'affare non c'entra proprio niente: «Perché noi non facciamo né importazioni né esportazioni con la Guernica».In effetti dall'1 marzo 2019, fino al giorno del primo bonifico di 300.000 euro (dell'8 maggio 2020) da parte della Wenzhou light, sul conto corrente della Guernica erano entrati solo 4.194,53 euro e la transazione più alta era stata di 500 euro; l'ultimo pagamento di 18 euro era arrivato il 2 gennaio 2020. Ma da maggio su due diversi conti sono affluiti 3,8 milioni. La commercialista C. B. ha dichiarato agli investigatori: «La società risulta amministrata dalla figlia Dayanna, ma chi si occupa di tutto è il padre Jorge. Per quanto ne so la società si occupa di vendita di prodotti di canapa, ma è stata operativa fino alla fine del 2019 […] disconosco il fatto che la Guernica abbia contatti con società cinesi e che si sia occupata di dispositivi di protezione individuali». Ma se la Guernica è questa, con che società è stato fatto l'affare Solis? Il neo milionario si impettisce: «Io lavoro per la Cina. Abbiamo creato una holding, la Wenzhou light… la Luokai è una figlia della mamma che è la Wenzhou che paga a tutti noi la provvigione». La giornalista gli fa notare che la figlia è stata creata in fretta e furia a cinque giorni dalla firma del contratto. Solis è spiazzante: «La Luokai […] fu creata per una questione fiscale, come succede in Italia, perché con una società piccola non puoi fatturare tanto. È normale […] perché avevamo un appalto grande». Un gioco delle tre carte su cui sembra che nessuno abbia fatto controlli. E così a questa strana multinazionale della mascherina sembra che siano arrivate decine e decine di milioni di euro di commissioni. A giudizio di Solis, meritatissimi. I 59 milioni all'ingegnere Andrea Vincenzo Tommasi? «È il più forte nella logistica. Lui è la persona a cui abbiamo dato più provvigioni». Anche se sotto sotto, pure in questo caso, Solis sembra volersi prendere il merito: «Ok il contatto con Tommasi sono io. Io sono el l'uomo della mascherina». Prova a sminuire anche il ruolo di Mario Benotti, il giornalista Rai in aspettativa che conosceva direttamente Arcuri: «Allora, no, questa storia che il dottor Benotti ha messo (in contatto, ndr) con il dottor Arcuri è una bugia» giura Solis, forse pensando di fare un favore al socio d'affari, il quale, però, da tempo rivendica di essere stato messo in pista dal commissario in persona. Continua Solis: «Io con il gruppo mio abbiamo detto: “Al dottor Benotti dobbiamo dare una provvigione per il lavoro che… si è impegnato… non ha mai chiesto un euro niente». In realtà nell'ufficio di Benotti i finanzieri hanno trovato un documento intitolato «fee agreement» intestato alla Microproducts di Benotti, risalente al 15 marzo 2020, oltre a 34 fatture emesse tra il 6 aprile e il 13 luglio per un importo complessivo di 12 milioni di euro. Messo alle strette, Solis giustifica il pagamento in un modo che quasi commuove: «Allora se la torta è grande, una fetta di torta è normale che ogni persona che sta nel gruppo […] Il dottor Benotti mi ha contactato per aiutare l'Italia, lui mi ha detto guarda adesso c'è molta crisi. Sta tutto registrato in Whatsapp che la Finanza ha… lui mi ha messo in contatto… il dottor Benotti ha messo la faccia per l'Italia, perché quando nessuno voleva dar credito all'Italia ha detto: “Aiutami, voi siete le uniche persone che mi possono aiutare, io garantisco per l'Italia"». Sembra di udire l'inno di Mameli sullo sfondo. «Lui ha comunicato no ad Arcuri, ha comunicato alla Protezione civile che aveva trovato a Jorge Solis e ad Andrea Tommasi». E uno dei più stretti collaboratori del commissario, Antonio Fabbrocini si sarebbe fatto vivo: «Sono di Invitalia. Io voglio che lei aiuti l'Italia. Io garantisco che la mia banca paga». A quel punto Solis avrebbe scomodato le sue conoscenze. A partire da un cinese con residenza nell'italianissimo e popolarissimo quartiere romano del Quadraro, Zhongkai Cai. «Io sono quello con i contatti con la Cina… venti anni insomma… siamo amici siamo un gruppo de cinesi, sono pure cristiani, conosciamo moglie figli, tutti» scandisce Jorge, detto Giorgio. Certo non è facile immaginare questa comunità cino-ecuadoriana-cristiana che fa affari miliardari con Arcuri, ma cerchiamo di non essere provinciali e procediamo oltre. «Io lavoro per la Cina, io lavoro per il signor Ho, per la Wenzhou light, come si chiama la società. Il signor Ho è il direttore generale di tutte le società. A me, a tutti noi ci ha pagato la Wenzhou light». Quando compulsiamo le visure delle ditte di import export che hanno importato le mascherine troviamo un Ho Pan Chiu: è il rappresentante legale della Shanghai Prince international da cui sembrano dipendere, in uno schema di scatole rigorosamente cinesi, la Wenzhou light, la Wenzhou Moon-Ray e la Luokai trade.Il rappresentante legale della Wenzhou light è, invece, Gao Wu. Nelle mail scambiate tra Solis e Cai, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, l'ecuadoriano annunciava fantasmagoriche commissioni.A voler credere a quei messaggi le provvigioni intascate dai mediatori non sarebbero di 72 milioni, pari al 5,76 per cento del valore delle forniture, ma ammonterebbero ad almeno 203 milioni, ovvero il 16,24 per cento del costo della commessa. L'articolo 1755, codice civile stabilisce che il mediatore ha diritto alla provvigione da ciascuna delle parti, se l'affare è concluso per effetto del suo intervento, e il compenso del mediatore si aggira intorno al 5%. 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I dispositivi Ffp2 si potevano comprare a circa un terzo di quanto speso, acquistandoli da un'azienda della Corea del Sud, ma l'Italia ha preferito le più costose mascherine cinesi. Durante il programma televisivo il manager, attivo nel business degli eventi musicali e con sede anche a Seul, ha spiegato che «ai primi di marzo, da un'azienda primaria coreana è arrivata una proposta dedicata a enti e istituzioni italiane, non privati, per la fornitura di mascherine ffp2 certificate a 7 centesimi l'una (contro i 2,20 euro delle cinesi, ndr) con una consegna garantita entro 8 mesi dalla proposta di 100 milioni di mascherine». Il numero era comunque indicativo, «potevano essere di meno o di più, bastava che lo chiedessero», ha spiegato Stefani. I numeri sono noti. La cinese Wenzhou Moon-Ray faceva pagare 2,20 euro ogni mascherina Ffp2. Per la fornitura di 10 milioni di mascherine, l'Italia paga 22 milioni di euro. Stefani, in Corea, ha molti amici che, data l'emergenza, si rendono disponibili a creare dei contatti per la fornitura di mascherine Ffp2. Una primaria azienda è in grado di fornire lo stesso identico prodotto cinese a 0,70 euro. Considerando che si era a marzo del 2020, quindi a inizio pandemia, l'imprenditore si è subito attivato informando i contatti che aveva: la Protezione civile, di cui è commissario straordinario Arcuri, Assolombarda, Regione Toscana, Regione Campania, il senatore Massimo Mallegni. La proposta aveva tutte le carte in regola per essere una buona opportunità a un costo decisamente più contenuto. «Io non sono un venditore né di saponette né di mascherine», precisa Stefani, «mi sono solo reso disponibile fornendo il numero di telefono di chi contattare e dato disponibilità per eventuale supporto con l'inglese». Quindi, da normale cittadino si è messo a disposizione senza nessun altro fine, anche perché, per una storia personale, è grato al sistema sanitario. Ha cercato tutti, ha bussato a tutte le porte, ma nessuno ha risposto. «Mi aspettavo che qualcuno chiamasse l'ambasciata italiana a Seul e, attraverso l'ambasciata, si informasse sull'azienda e prendesse un aereo per fare un contratto». Niente di stratosferico. In piena pandemia, la proposta di recuperare in tempi brevi dei dispositivi di protezione certificati a prezzi tre volte inferiori di altre offerte, in un Paese normale, avrebbe suscitato almeno un minimo interesse. Insospettito dal silenzio delle istituzioni, il manager si è prodigato a verificare che l'informazione fosse arrivata. Quando ha chiesto notizie ad Assolombarda, pensando che fosse impossibile che non interessasse a nessuno, l'associazione ha assicurato che «la proposta è stata inoltrata a Dipartimento della protezione civile», ma è tutto in mano al commissario Arcuri «che però decidere liberamente, non è tenuto a dare riscontro». Inascoltato è stato anche il senatore Mallegni che, avuta l'informazione, «ha scritto a Conte, Borrelli, a tutti», ricorda il manager, ma niente da fare. Lo stesso senatore, chiamando in trasmissione conferma l'incredibile disinteresse delle istituzioni ad avere mascherine a prezzi più bassi. «La storia è particolarmente preoccupante», ha dichiarato Mallegni. «Quando Stefani mi ha segnalato la questione delle mascherine, in un tempo in cui non si trovavano, diligentemente, da senatore della Repubblica, ho preso la carta intestata del Senato e ho scritto al presidente del Consiglio, nella sua mail privata, ho scritto al capo della Protezione civile, ho scritto al commissario Arcuri non una non due, ma più di una mail per segnalare la questione». Il risultato? «Non mi hanno mai risposto», ma il commissario Arcuri «mi ha telefonato personalmente», ricorda il senatore. Nel contenuto della telefonata c'è l'essenza di questa gestione. Di fronte alla possibilità di avere in un momento di estrema necessità un accesso rapido, diretto a dei dispositivi che costavano un terzo di quelli poi acquistati, Arcuri, come dice il senatore Mallegni si è giustificato affermando che «i tecnici della sua struttura hanno ritenuto l'offerta non particolarmente vantaggiosa e che avrebbero guardato altrove». Un altrove che, oltre a far pagare la stessa mascherina il triplo allo Stato - quindi ai cittadini - avrebbe fatto intascare oltre 200 milioni di provvigioni a soggetti che pretendono di farci credere di aver fatto risparmiare all'Italia. Una storia che non sta in piedi, ma del resto non ci si può aspettare di meglio da un commissario investito in pompa magna da un governo che perde i pezzi. Proprio un esempio di democrazia e trasparenza, da parte del governo Conte, di dare a una sola persona, non solo la possibilità di decidere liberamente, ma di non dover rispondere, su scelte che interessano la salute pubblica.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».