- Uno dei mediatori dell’affare mascherine: «Ho io i contatti con Pechino, abbiamo creato una holding». Jorge Edisson Solis San Andres rivela di aver guadagnato più di quanto finora emerso. La triangolazione con la società della figlia
- I prezzi coreani per le protezioni erano inferiori a quelli cinesi. L’imprenditore Pierluigi Stefani: anche Giuseppe Conte si disinteressò all’offerta
Con le guance piene e le labbra tumide quando parla sembra un venditore di empanadas di quelli che si incontrano sulle spiagge della sua Manta. Eppure il cinquantenne ecuadoriano Jorge Edisson Solis San Andres è il personaggio centrale nella vicenda della maxi commessa di mascherine acquistate dalla struttura del commissario straordinario per l’emergenza Domenico Arcuri.
Sino a pochi mesi fa era un imprenditore un po’ traffichino che si preoccupava con alterne fortune di fare piccoli affarucci. La Guardia di finanza quando è entrata nella sua casa di Ardea, in provincia di Roma (una villetta a due piani con salone, cucina, due bagni e tre camere da letto) ha trovato un faldone rosa contenente pratiche di finanziamento chieste da cittadini stranieri. Due o tre di questi lo hanno pure denunciato sentendosi truffati. Ma nelle stesse stanze le Fiamme gialle hanno sequestrato sei folder contenenti altrettante lettere di incarico per la fornitura di mascherine intestate alla Presidenza del Consiglio dei ministri-Commissario straordinario per l’emergenza Covid.
Il doppio registro di Solis non deve stupire. Domenica sera, durante la trasmissione di Massimo Giletti Non è l’Arena, è venuto per la prima volta allo scoperto e si è preso il merito dell’affare su cui la Procura di Roma ha acceso i riflettori immaginando una gigantesca frode nelle pubbliche forniture. Se l’Italia ha messo in magazzino 801 milioni di mascherine a prezzi non proprio di saldo è grazie a lui.
Con la giornalista si è mostrato quasi infastidito che in giro si dicesse che aveva incassato la miseria di 3,8 milioni di euro: «Questa è un’esclusiva per Giletti, Giletti sei forte!» ha proclamato scimmiottando Adriano Celentano. «Quei 3,8 milioni, che in realtà sono 5,8 milioni, mi sono arrivati dalla Wenzhou light. Allora io faccio fattura con la società di mia figlia alla Wenzhou light e la Wenzhou light paga mia figlia che lavora con me». Però in un altro passaggio Solis ci tiene a far sapere che la Guernica con l’affare non c’entra proprio niente: «Perché noi non facciamo né importazioni né esportazioni con la Guernica».
In effetti dall’1 marzo 2019, fino al giorno del primo bonifico di 300.000 euro (dell’8 maggio 2020) da parte della Wenzhou light, sul conto corrente della Guernica erano entrati solo 4.194,53 euro e la transazione più alta era stata di 500 euro; l’ultimo pagamento di 18 euro era arrivato il 2 gennaio 2020. Ma da maggio su due diversi conti sono affluiti 3,8 milioni. La commercialista C. B. ha dichiarato agli investigatori: «La società risulta amministrata dalla figlia Dayanna, ma chi si occupa di tutto è il padre Jorge. Per quanto ne so la società si occupa di vendita di prodotti di canapa, ma è stata operativa fino alla fine del 2019 […] disconosco il fatto che la Guernica abbia contatti con società cinesi e che si sia occupata di dispositivi di protezione individuali». Ma se la Guernica è questa, con che società è stato fatto l’affare Solis? Il neo milionario si impettisce: «Io lavoro per la Cina. Abbiamo creato una holding, la Wenzhou light… la Luokai è una figlia della mamma che è la Wenzhou che paga a tutti noi la provvigione». La giornalista gli fa notare che la figlia è stata creata in fretta e furia a cinque giorni dalla firma del contratto. Solis è spiazzante: «La Luokai […] fu creata per una questione fiscale, come succede in Italia, perché con una società piccola non puoi fatturare tanto. È normale […] perché avevamo un appalto grande». Un gioco delle tre carte su cui sembra che nessuno abbia fatto controlli. E così a questa strana multinazionale della mascherina sembra che siano arrivate decine e decine di milioni di euro di commissioni. A giudizio di Solis, meritatissimi. I 59 milioni all’ingegnere Andrea Vincenzo Tommasi? «È il più forte nella logistica. Lui è la persona a cui abbiamo dato più provvigioni». Anche se sotto sotto, pure in questo caso, Solis sembra volersi prendere il merito: «Ok il contatto con Tommasi sono io. Io sono el l’uomo della mascherina».
Prova a sminuire anche il ruolo di Mario Benotti, il giornalista Rai in aspettativa che conosceva direttamente Arcuri: «Allora, no, questa storia che il dottor Benotti ha messo (in contatto, ndr) con il dottor Arcuri è una bugia» giura Solis, forse pensando di fare un favore al socio d’affari, il quale, però, da tempo rivendica di essere stato messo in pista dal commissario in persona. Continua Solis: «Io con il gruppo mio abbiamo detto: “Al dottor Benotti dobbiamo dare una provvigione per il lavoro che… si è impegnato… non ha mai chiesto un euro niente». In realtà nell’ufficio di Benotti i finanzieri hanno trovato un documento intitolato «fee agreement» intestato alla Microproducts di Benotti, risalente al 15 marzo 2020, oltre a 34 fatture emesse tra il 6 aprile e il 13 luglio per un importo complessivo di 12 milioni di euro. Messo alle strette, Solis giustifica il pagamento in un modo che quasi commuove: «Allora se la torta è grande, una fetta di torta è normale che ogni persona che sta nel gruppo […] Il dottor Benotti mi ha contactato per aiutare l’Italia, lui mi ha detto guarda adesso c’è molta crisi. Sta tutto registrato in Whatsapp che la Finanza ha… lui mi ha messo in contatto… il dottor Benotti ha messo la faccia per l’Italia, perché quando nessuno voleva dar credito all’Italia ha detto: “Aiutami, voi siete le uniche persone che mi possono aiutare, io garantisco per l’Italia”». Sembra di udire l’inno di Mameli sullo sfondo. «Lui ha comunicato no ad Arcuri, ha comunicato alla Protezione civile che aveva trovato a Jorge Solis e ad Andrea Tommasi». E uno dei più stretti collaboratori del commissario, Antonio Fabbrocini si sarebbe fatto vivo: «Sono di Invitalia. Io voglio che lei aiuti l’Italia. Io garantisco che la mia banca paga». A quel punto Solis avrebbe scomodato le sue conoscenze. A partire da un cinese con residenza nell’italianissimo e popolarissimo quartiere romano del Quadraro, Zhongkai Cai. «Io sono quello con i contatti con la Cina… venti anni insomma… siamo amici siamo un gruppo de cinesi, sono pure cristiani, conosciamo moglie figli, tutti» scandisce Jorge, detto Giorgio. Certo non è facile immaginare questa comunità cino-ecuadoriana-cristiana che fa affari miliardari con Arcuri, ma cerchiamo di non essere provinciali e procediamo oltre. «Io lavoro per la Cina, io lavoro per il signor Ho, per la Wenzhou light, come si chiama la società. Il signor Ho è il direttore generale di tutte le società. A me, a tutti noi ci ha pagato la Wenzhou light». Quando compulsiamo le visure delle ditte di import export che hanno importato le mascherine troviamo un Ho Pan Chiu: è il rappresentante legale della Shanghai Prince international da cui sembrano dipendere, in uno schema di scatole rigorosamente cinesi, la Wenzhou light, la Wenzhou Moon-Ray e la Luokai trade.
Il rappresentante legale della Wenzhou light è, invece, Gao Wu. Nelle mail scambiate tra Solis e Cai, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, l’ecuadoriano annunciava fantasmagoriche commissioni.
A voler credere a quei messaggi le provvigioni intascate dai mediatori non sarebbero di 72 milioni, pari al 5,76 per cento del valore delle forniture, ma ammonterebbero ad almeno 203 milioni, ovvero il 16,24 per cento del costo della commessa. L’articolo 1755, codice civile stabilisce che il mediatore ha diritto alla provvigione da ciascuna delle parti, se l’affare è concluso per effetto del suo intervento, e il compenso del mediatore si aggira intorno al 5%. Un guadagno del 20% pertiene all’attività di impresa. E dal 2020, forse, anche a chi fa il lobbista con lo Stato.
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