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2024-10-07
La «terra dei fuochi» di Roma attende ancora le bonifiche
(Ansa)
C’è un’area, nel sudest del Lazio, caratterizzata per il 60% della sua estensione da una campagna che comprende numerose e vaste zone agricole e il Parco Archeologico di Gabii. Un territorio dalle grandi potenzialità e sul quale, negli anni, hanno messo occhi, mani e rifiuti in molti, anche con attività illecite che hanno fruttato affari d’oro. Difficile fissare la data di inizio dell’interramento illegale dei rifiuti nell’area dell’Agro Romano compresa fra i suburbi e i confini di Roma Capitale; è certo, però, che l’innesco di questa bomba ecologica è avvenuto nei primi anni Novanta. Correva l’anno 1994 quando, con l’inizio dei lavori per la realizzazione della linea ferroviaria ad Alta velocità Roma-Napoli, emersero i primi rifiuti tossici interrati nelle Cave dopo la loro dismissione.
Fu solo l’inizio perché, in quel momento, si comprese che non si trattava di un fenomeno di piccole dimensioni. Non a caso quel territorio, che ricade nel VI Municipio, salì agli onori della cronaca come la Terra dei Fuochi del Lazio. Nel 1967, proprio nel quadrante sudest della Capitale, è stato realizzato l’impianto di Rocca Cencia, All’inizio nato come inceneritore, con la trasformazione del ciclo rifiuti è diventato, nel 2006, un Tmb (dal 2023 Tm) gestito da Ama spa. E nel 2011 arrivarono anche l’impianto di trattamento meccanico del gruppo Porcarelli e quello trito-vagliatore.
Dal 1994 al 2024, incendi dolosi, rilevamenti e segnalazioni hanno dato origine a inchieste e portato a sequestri, ma poche sono state le bonifiche – effettuate perlopiù dai privati – sui terreni in cui vennero, tra il 2014 e il 2015, ritrovati interrati anche rifiuti sanitari e amianto. Quanti rifiuti speciali giacciono ancora lì, nonostante le denunce di numerosi cittadini, riuniti nel frattempo nel Cau (Comitati e associazioni uniti), e di chi, come Nicola Franco, in quel territorio è nato e ora lo amministra, è difficile da dirsi. «La zona», afferma il presidente del VI Municipio, «versa in condizioni preoccupanti. In passato i privati hanno fatto una piccola bonifica, ma non hanno scavato oltre i 50 centimetri, mentre qui si parla di rifiuti interrati a oltre un metro. Per questo chiediamo di setacciare il terreno in profondità, con le nuove tecniche geoelettriche. Sul suolo pubblico, invece, non è stato fatto nulla e parliamo di 46 ettari di terreno di cui un terzo di proprietà del Dipartimento Tutela Ambiente. L’ultimo incendio di luglio ha fatto emergere i rifiuti ospedalieri aggiungendo ulteriori preoccupazioni».
Secondo le analisi epidemiologiche eseguite dalla Regione Lazio, in questo Municipio (Distretto 6) il 25,8% di decessi è provocato da tumori maligni e di questi il 24,8% sono tumori della trachea, bronchi e polmoni (dati elaborati e pubblicati sul portale Open Salute Lazio riferiti al 2020) e, secondo un altro studio condotto dal Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio, le aspettative di vita alla nascita sono di tre anni inferiori rispetto a quelle di chi vive nel centro della città. In una zona in cui le polveri sottili sono così tanto e così di frequente al di sopra dei limiti potrebbe aumentare – e di molto – il rischio di ammalarsi di tumore. Dalle rilevazioni effettuate il fattore di rischio a Rocca Cencia si aggirava, già nel 2019, tra l’11 e il 21% in più. È stato, inoltre, riscontrato che l’infarto acuto del miocardio, che molto ha a che fare con l’inquinamento atmosferico, sia ben più alto nel Municipio VI, rispetto al II, dove c’è più verde urbano. Anche l’Arpa ha effettuato, nel 2022, un monitoraggio durato 47 giorni, mettendo nero su bianco che, su 1.166 ore valide ai fini del calcolo dell’intensità di odore, per il 56% si sono verificati eventi con intensità di odore da discernibile a forte raggiungendo anche l’ultimo livello della scala: «intollerabile». Non si può associare con certezza l’insorgenza di tumori alla presenza di rifiuti anche speciali, ma l’esposizione a contaminanti emessi da rifiuti pericolosi non gestiti correttamente, la presenza di siti illegali non controllati di questi rifiuti, l’inquinamento atmosferico e il contesto socio-economico, possono determinare un impatto negativo sulla salute e sul benessere della popolazione.
Territori come il VI Municipio potrebbero contare sugli aiuti previsti dalla legge: dal Testo Unico Ambientale al Decreto n. 15 dell’11 marzo 2005 del Commissario straordinario per l’emergenza ambientale nel territorio della Regione Lazio, che prevede benefit ambientali fino al 5% della tariffa. Il decreto, però, specifica che sono erogabili quando i rifiuti provengono da altri Comuni diversi da quello dove ricade l’impianto.
Nel VI Municipio, oltre a quella di Roma, arriva tutta la spazzatura dei 52 Comuni della Città metropolitana e ci si aspetterebbe che gli importi, versati da Porcarelli, siano stati finalizzati a compensare i danni e migliorare l’ambiente dove ricade l’impianto. È avvenuto nel 2004, quando l’allora sindaco Veltroni, con la delibera di giunta n. 4288/04, destinò circa i 412.000 euro di benefit ad interventi di manutenzione e riqualificazione ambientale nei Municipi XV e XVI per la discarica di Malagrotta, non più funzionante. È un importante precedente.
Ma di quanti soldi si parla? E soprattutto figurano in bilancio? Da una verifica effettuata, la voce «benefit ambientali» figura solo tra le entrate. Porcarelli ha versato a Roma Capitale 253.285,60 euro nel 2022, 296.869,89 euro nel 2023 e 184.879,89 euro nel 2024. Somme importanti, soprattutto se si moltiplicano per gli anni precedenti. Giusto per fare due conti: solo in tre anni sono entrati nelle casse comunali 735.035,38 euro. Tanti soldi in entrata dei quali, però, non si trova traccia in uscita. Di certo non sono stati spesi per bonificare i 46 ettari del VI Municipio. E andando ancora a ritroso all’interno dell’avanzo di bilancio vincolato all’anno 2020, l’allora giunta Raggi lasciava in eredità oltre 800.000 euro di benefit ambientali non utilizzati nell’anno corrente. Soldi, però, non ben individuabili nei bilanci successi, ovvero non se ne vede traccia sotto la voce «benefit ambientali» dell’anno successivo. E siamo nell’era Gualtieri.
Negli anni, anche nel VI Municipio sono stati fatti interventi extra tari, ed è l’assessorato, attraverso il Dipartimento Ciclo rifiuti, a metterli nero su bianco per spiegare come sono stati spesi, negli ultimi tre anni, questi soldi. Interventi per la cui realizzazione sembra si sia sforata la cifra derivante dai benefit ambientali. Nessuno degli interventi, però, pare abbia interessato i rifiuti interrati e alcuni in elenco sembrano rientrare in altri progetti. Il lavoro più impegnativo in termini economici è quello in via dell’Archeologia (zona di Roma dove lo spaccio è il welfare per molti) con una spesa di 349.871,47 euro che dovrebbe essere già coperta dai fondi destinati al comparto R5, che beneficerà di lavori per un totale di 125 milioni di euro. La risposta, protocollata e ricevuta il 3 ottobre, non convince il minisindaco Nicola Franco: «Un elenco che richiede spiegazioni, soprattutto perché non è chiaro con quali soldi siano stati realizzati gli interventi, visto che alcuni sono stati effettuati in danno al trasgressore, altri utilizzando fondi del Pnrr».
In molti, da tempo, attendono risposte. Una voce che le racchiude tutte è quella di Federica Alessandrini del Comitato di quartiere Colle del Sole, uno dei 30 comitati e delle 15 associazioni che da anni chiedono la bonifica dell’area per «ritornare a vivere». «Ci spaventa», afferma, «l’abbandono da parte delle istituzioni (tutte) che dovrebbero tutelarci. Ad oggi
le nostre denunce non hanno trovato riscontro. Il 13 marzo scorso, l’assessorato ai rifiuti del Comune di Roma ha assunto impegni, ma finora non li ha rispettati. La bonifica dei 46 ettari dove ci sono rifiuti speciali interrati e non è un nostro diritto. Chiediamo solo di avere gli stessi diritti alla salute in un ambiente nel quale si possa vivere con la libertà di morire di vecchiaia o di qualsiasi altro evento non legato all’inquinamento».
Temi delicati e situazioni complesse che richiedono un salto nel passato di almeno dieci anni. Un’attenzione – dovuta – alle persone e soprattutto al giro di denaro su cui c’è chi vuole vederci chiaro: è la Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su altri illeciti ambientali e agroalimentari, che ha già convocato gli organi amministrativi coinvolti.
«Da noi centinaia di interventi»
Sabrina Alfonsi, assessore all’Agricoltura, ambiente e ciclo dei rifiuti di Roma, ha risposto alle nostre domande su periferie, rifiuti interrati nel VI Municipio e benefit ambientali
Cosa è stato fatto negli ultimi anni su quel territorio dove ricadono gli impianti?
«La decisione di chiudere il Tmb Ama di Rocca Cencia ha rappresentato un fatto sicuramente molto significativo in termini di riduzione degli impatti olfattivi sull’ambiente circostante, che in prospettiva tenderanno ad azzerarsi. Oltre a questo, solo nel Municipio VI, dal 2022 ad oggi, sono stati fatti una ventina di interventi di rimozione di piccole e medie discariche».
Già dal 2014 è stata riscontata la presenza di rifiuti interrati, tra cui rifiuti sanitari. È stata effettuata una bonifica?
«L’interramento dei rifiuti prevede che, per la valutazione degli interventi da eseguire, vengano effettuate in via preventiva le operazioni per individuare la natura dei rifiuti presenti e le analisi delle matrici ambientali, allo scopo di verificare le eventuali contaminazioni da inquinanti. Gli interventi di bonifica si rendono necessari esclusivamente nel caso in cui venga riscontrata nel terreno e nelle acque di falda una concentrazione di inquinanti tale da costituire un pericolo per la salute umana. In tutti gli altri casi si parla di rimozione dei rifiuti. Sulla bonifica dei siti contaminati abbiamo posto una particolare attenzione, come dimostrano i 126 provvedimenti dirigenziali emanati nei tre anni del nostro mandato relativi a piani di indagine per la caratterizzazione ambientale, analisi di rischio sito specifiche e progetti di bonifica o messa in sicurezza permanente».
Sul tema dei benefit ambientali, quanti sono e come sono stati spesi?
«Le norme in materia stabiliscono che ai Comuni sede di discariche o impianti di trattamento di rifiuti indifferenziati spetta, da parte degli altri Comuni che utilizzano l’impianto, il riconoscimento di un benefit ambientale, che viene determinato in percentuale sulle tariffe di conferimento dei rifiuti ai diversi tipi di impianti. Tali somme devono essere corrisposte al gestore dell’impianto, che provvederà poi a restituirlo al Comune di appartenenza. Nel territorio di Roma Capitale il tema riguarda unicamente l’impianto di trattamento dei rifiuti urbani indifferenziati della società Porcarelli, che si trova nella zona di Rocca Cencia, dal quale Roma Capitale ha incassato il benefit ambientale a partire dal 2017, anno di autorizzazione Aia dell’impianto. Da quando si è insediata questa amministrazione, il benefit in entrata dall’impianto Porcarelli è stato pari a un totale di circa 735.000 euro. Risorse che sono state destinate alla rimozione delle discariche abusive e che noi in questi tre anni abbiamo integrato con finanziamenti cospicui per garantire interventi su tutta la città. La cifra di circa 400.000 euro riportata in una nota stampa del 29 agosto scorso rappresentava una stima sommaria delle spese. In realtà, dalle verifiche eseguite dal Dipartimento Ciclo dei Rifiuti, risulta che le somme spese sul territorio del Municipio delle Torri nel triennio 2022/2024 per la rimozione di piccole e medie discariche ammontano a complessivi 835.157 euro, quindi un importo maggiore di quello introitato con i benefit ambientali».
Sono stati rispettati gli impegni presi il 13 marzo con i cittadini del VI Municipio ed effettuati interventi per mitigare il problema dei miasmi?
«Il portone dell’impianto è stato riparato e la manutenzione dei biofiltri viene eseguita regolarmente. Inoltre anche a Rocca Cencia, come in tutte le altre strutture Ama, verrà installato uno speciale macchinario, già attivo presso l’impianto di Ostia Romagnoli, che consentirà di effettuare il lavaggio e l’igienizzazione dei mezzi in transito, abbattendo drasticamente i miasmi prodotti. Ricordo inoltre per mitigare il problema degli odori è stato implementato già dall’estate il servizio di pulizia e igienizzazione delle postazioni dei cassonetti stradali su tutto il territorio».
«Nei bilanci non c'è la destinazione dei fondi vincolati»
Gianluca Timpone, commercialista esperto in ambito fiscale e contabile, specializzato nella revisione degli enti locali, ci ha aiutato a capire di più la normativa ma soprattutto a leggere i bilanci
Nei bilanci dei Comuni se esiste la voce «benefit ambientali» in entrata dovrebbe esserci un corrispettivo in uscita?
«Sì. Nel Comune di Roma, si nota che i benefit ricevuti vengono registrati nelle entrate, ma non ci sono indicazioni chiare su come vengono utilizzati nelle uscite. A pag. 21 del Bilancio di Previsione delle spese 2021-2023 Missione 09 - “Sviluppo sostenibile e tutela del territorio” andavano distinti i benefit ambientali trattandosi di fondi a destinazione vincolata. Questo è in effetti un principio fondamentale della contabilità pubblica, in particolare quando si tratta di gestire fondi pubblici legati a compensazioni o benefici per impatti ambientali. I Comuni sono tenuti a rendere pubbliche informazioni relative all’uso dei fondi e ai progetti finanziati prevedendo all’interno dei propri bilanci delle voci specifiche».
Sono importi vincolati ?
«Sì. Queste sono spese obbligatorie. Le regole della Regione Lazio dicono che i comuni devono usare i soldi ricevuti come compensazione per l’inquinamento, per migliorare l’ambiente e la vita delle persone nel loro territorio. Questo significa che i fondi dovrebbero essere spesi nella zona dove si trova l’impianto. Tra l’altro spendere i soldi derivanti dai benefit nel territorio comunale ma lontano dai siti di stoccaggio e/o lavorazione dei rifiuti fa venire meno l’utilità dell’uso dei benefit».
Quali reati potrebbero profilarsi qualora non si rispettassero le disposizioni di legge?
«I reati più comuni che potrebbero essere ipotizzati sono: ingiustificato e improprio per l’utilizzo di fondi pubblici, può comportare responsabilità sia penali che contabili; reati contro l’ambiente che si potrebbero configurare se i fondi non vengono utilizzati per mitigare gli impatti ambientali e sanitari e ciò conduce a un aggravamento delle condizioni di salute e ambiente; responsabilità di danno erariale, che può portare a procedimenti sia penali che civili per il recupero delle somme non utilizzate secondo le normative di legge. Oltre alle responsabilità penali, gli enti locali possono subire sanzioni amministrative o la revoca dei fondi, una volta accertato l’uso improprio delle risorse. In conclusione, quindi, se i fondi destinati a compensazioni o interventi per mitigare impatti ambientali vengano impiegati per scopi non previsti dalla legge o, pur rimanendo nell’ambito dell’assessorato competente, non affrontino effettivamente i problemi ambientali e sanitari, si potrebbero configurare violazioni di legge importanti che comportano sia responsabilità penali che amministrative».
La struttura municipale di Roma e la delibera di giunta che nel 2014 firmò l’allora sindaco Veltroni, potrebbero aiutare a circoscrivere l’area di destinazione dei Benefit?
«Sì, viste nell’insieme esse formano un quadro normativo e amministrativo che circoscrive l’applicazione dei benefit ambientali ai territori specifici interessati dagli impatti degli impianti, in particolare a quelli del VI Municipio. Inoltre, la delibera del 2014 e la sua enfasi sull’uso dei fondi nel territorio interessato imposta una chiara cornice di riferimento. In tal senso, si sottolinea l’importanza di indirizzare le risorse verso le aree direttamente colpite dagli effetti degli impianti, per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni residenti, soprattutto alla luce dei ritrovamenti, su quell’area, di rifiuti interrati».
Ma come fa un cittadino a capire l’uso che si fa dei benefit ambientali?
«Le spese per i benefit ambientali devono essere scritte nel bilancio in una parte specifica, in modo da far vedere chiaramente a cosa servono. Nel bilancio di Roma Capitale ci sono soldi registrati in entrata, ma non ci sono voci specifiche che mostrano come vengono spesi. Di solito, per mostrare che questi soldi vengono usati per migliorare le aree con discariche, si devono usare categorie specifiche come “somme per investimenti ambientali”, “programmi di sostenibilità ambientale” o “spese per la tutela e salvaguardia ambientatale” voci, queste, che nei capitoli di spesa all’interno del bilancio risultano assenti».
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Rifiuti tossici, residui ospedalieri, amianto: nel quadrante sud est della Capitale c’è una bomba ecologica che minaccia i residenti. La giunta riceve ogni anno dei soldi per farsene carico, ma non è chiaro come li spenda.Parla l’assessore all’Ambiente Sabrina Alfonsi: «Abbiamo già rimosso una ventina di piccole e medie discariche. Gli odori sono stati abbattuti drasticamente, in prospettiva si azzereranno».L’esperto, Gianluca Timpone: «Il Comune non registra i benefit ambientali alla voce uscite: questo va contro le regole e può essere un reato».Lo speciale contiene tre articoli.C’è un’area, nel sudest del Lazio, caratterizzata per il 60% della sua estensione da una campagna che comprende numerose e vaste zone agricole e il Parco Archeologico di Gabii. Un territorio dalle grandi potenzialità e sul quale, negli anni, hanno messo occhi, mani e rifiuti in molti, anche con attività illecite che hanno fruttato affari d’oro. Difficile fissare la data di inizio dell’interramento illegale dei rifiuti nell’area dell’Agro Romano compresa fra i suburbi e i confini di Roma Capitale; è certo, però, che l’innesco di questa bomba ecologica è avvenuto nei primi anni Novanta. Correva l’anno 1994 quando, con l’inizio dei lavori per la realizzazione della linea ferroviaria ad Alta velocità Roma-Napoli, emersero i primi rifiuti tossici interrati nelle Cave dopo la loro dismissione.Fu solo l’inizio perché, in quel momento, si comprese che non si trattava di un fenomeno di piccole dimensioni. Non a caso quel territorio, che ricade nel VI Municipio, salì agli onori della cronaca come la Terra dei Fuochi del Lazio. Nel 1967, proprio nel quadrante sudest della Capitale, è stato realizzato l’impianto di Rocca Cencia, All’inizio nato come inceneritore, con la trasformazione del ciclo rifiuti è diventato, nel 2006, un Tmb (dal 2023 Tm) gestito da Ama spa. E nel 2011 arrivarono anche l’impianto di trattamento meccanico del gruppo Porcarelli e quello trito-vagliatore.Dal 1994 al 2024, incendi dolosi, rilevamenti e segnalazioni hanno dato origine a inchieste e portato a sequestri, ma poche sono state le bonifiche – effettuate perlopiù dai privati – sui terreni in cui vennero, tra il 2014 e il 2015, ritrovati interrati anche rifiuti sanitari e amianto. Quanti rifiuti speciali giacciono ancora lì, nonostante le denunce di numerosi cittadini, riuniti nel frattempo nel Cau (Comitati e associazioni uniti), e di chi, come Nicola Franco, in quel territorio è nato e ora lo amministra, è difficile da dirsi. «La zona», afferma il presidente del VI Municipio, «versa in condizioni preoccupanti. In passato i privati hanno fatto una piccola bonifica, ma non hanno scavato oltre i 50 centimetri, mentre qui si parla di rifiuti interrati a oltre un metro. Per questo chiediamo di setacciare il terreno in profondità, con le nuove tecniche geoelettriche. Sul suolo pubblico, invece, non è stato fatto nulla e parliamo di 46 ettari di terreno di cui un terzo di proprietà del Dipartimento Tutela Ambiente. L’ultimo incendio di luglio ha fatto emergere i rifiuti ospedalieri aggiungendo ulteriori preoccupazioni». Secondo le analisi epidemiologiche eseguite dalla Regione Lazio, in questo Municipio (Distretto 6) il 25,8% di decessi è provocato da tumori maligni e di questi il 24,8% sono tumori della trachea, bronchi e polmoni (dati elaborati e pubblicati sul portale Open Salute Lazio riferiti al 2020) e, secondo un altro studio condotto dal Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio, le aspettative di vita alla nascita sono di tre anni inferiori rispetto a quelle di chi vive nel centro della città. In una zona in cui le polveri sottili sono così tanto e così di frequente al di sopra dei limiti potrebbe aumentare – e di molto – il rischio di ammalarsi di tumore. Dalle rilevazioni effettuate il fattore di rischio a Rocca Cencia si aggirava, già nel 2019, tra l’11 e il 21% in più. È stato, inoltre, riscontrato che l’infarto acuto del miocardio, che molto ha a che fare con l’inquinamento atmosferico, sia ben più alto nel Municipio VI, rispetto al II, dove c’è più verde urbano. Anche l’Arpa ha effettuato, nel 2022, un monitoraggio durato 47 giorni, mettendo nero su bianco che, su 1.166 ore valide ai fini del calcolo dell’intensità di odore, per il 56% si sono verificati eventi con intensità di odore da discernibile a forte raggiungendo anche l’ultimo livello della scala: «intollerabile». Non si può associare con certezza l’insorgenza di tumori alla presenza di rifiuti anche speciali, ma l’esposizione a contaminanti emessi da rifiuti pericolosi non gestiti correttamente, la presenza di siti illegali non controllati di questi rifiuti, l’inquinamento atmosferico e il contesto socio-economico, possono determinare un impatto negativo sulla salute e sul benessere della popolazione.Territori come il VI Municipio potrebbero contare sugli aiuti previsti dalla legge: dal Testo Unico Ambientale al Decreto n. 15 dell’11 marzo 2005 del Commissario straordinario per l’emergenza ambientale nel territorio della Regione Lazio, che prevede benefit ambientali fino al 5% della tariffa. Il decreto, però, specifica che sono erogabili quando i rifiuti provengono da altri Comuni diversi da quello dove ricade l’impianto.Nel VI Municipio, oltre a quella di Roma, arriva tutta la spazzatura dei 52 Comuni della Città metropolitana e ci si aspetterebbe che gli importi, versati da Porcarelli, siano stati finalizzati a compensare i danni e migliorare l’ambiente dove ricade l’impianto. È avvenuto nel 2004, quando l’allora sindaco Veltroni, con la delibera di giunta n. 4288/04, destinò circa i 412.000 euro di benefit ad interventi di manutenzione e riqualificazione ambientale nei Municipi XV e XVI per la discarica di Malagrotta, non più funzionante. È un importante precedente. Ma di quanti soldi si parla? E soprattutto figurano in bilancio? Da una verifica effettuata, la voce «benefit ambientali» figura solo tra le entrate. Porcarelli ha versato a Roma Capitale 253.285,60 euro nel 2022, 296.869,89 euro nel 2023 e 184.879,89 euro nel 2024. Somme importanti, soprattutto se si moltiplicano per gli anni precedenti. Giusto per fare due conti: solo in tre anni sono entrati nelle casse comunali 735.035,38 euro. Tanti soldi in entrata dei quali, però, non si trova traccia in uscita. Di certo non sono stati spesi per bonificare i 46 ettari del VI Municipio. E andando ancora a ritroso all’interno dell’avanzo di bilancio vincolato all’anno 2020, l’allora giunta Raggi lasciava in eredità oltre 800.000 euro di benefit ambientali non utilizzati nell’anno corrente. Soldi, però, non ben individuabili nei bilanci successi, ovvero non se ne vede traccia sotto la voce «benefit ambientali» dell’anno successivo. E siamo nell’era Gualtieri.Negli anni, anche nel VI Municipio sono stati fatti interventi extra tari, ed è l’assessorato, attraverso il Dipartimento Ciclo rifiuti, a metterli nero su bianco per spiegare come sono stati spesi, negli ultimi tre anni, questi soldi. Interventi per la cui realizzazione sembra si sia sforata la cifra derivante dai benefit ambientali. Nessuno degli interventi, però, pare abbia interessato i rifiuti interrati e alcuni in elenco sembrano rientrare in altri progetti. Il lavoro più impegnativo in termini economici è quello in via dell’Archeologia (zona di Roma dove lo spaccio è il welfare per molti) con una spesa di 349.871,47 euro che dovrebbe essere già coperta dai fondi destinati al comparto R5, che beneficerà di lavori per un totale di 125 milioni di euro. La risposta, protocollata e ricevuta il 3 ottobre, non convince il minisindaco Nicola Franco: «Un elenco che richiede spiegazioni, soprattutto perché non è chiaro con quali soldi siano stati realizzati gli interventi, visto che alcuni sono stati effettuati in danno al trasgressore, altri utilizzando fondi del Pnrr».In molti, da tempo, attendono risposte. Una voce che le racchiude tutte è quella di Federica Alessandrini del Comitato di quartiere Colle del Sole, uno dei 30 comitati e delle 15 associazioni che da anni chiedono la bonifica dell’area per «ritornare a vivere». «Ci spaventa», afferma, «l’abbandono da parte delle istituzioni (tutte) che dovrebbero tutelarci. Ad oggi le nostre denunce non hanno trovato riscontro. Il 13 marzo scorso, l’assessorato ai rifiuti del Comune di Roma ha assunto impegni, ma finora non li ha rispettati. La bonifica dei 46 ettari dove ci sono rifiuti speciali interrati e non è un nostro diritto. Chiediamo solo di avere gli stessi diritti alla salute in un ambiente nel quale si possa vivere con la libertà di morire di vecchiaia o di qualsiasi altro evento non legato all’inquinamento». Temi delicati e situazioni complesse che richiedono un salto nel passato di almeno dieci anni. Un’attenzione – dovuta – alle persone e soprattutto al giro di denaro su cui c’è chi vuole vederci chiaro: è la Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su altri illeciti ambientali e agroalimentari, che ha già convocato gli organi amministrativi coinvolti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-terra-dei-fuochi-di-roma-attende-ancora-le-bonifiche-2669333167.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-noi-centinaia-di-interventi" data-post-id="2669333167" data-published-at="1728243779" data-use-pagination="False"> «Da noi centinaia di interventi» Sabrina Alfonsi, assessore all’Agricoltura, ambiente e ciclo dei rifiuti di Roma, ha risposto alle nostre domande su periferie, rifiuti interrati nel VI Municipio e benefit ambientali Cosa è stato fatto negli ultimi anni su quel territorio dove ricadono gli impianti? «La decisione di chiudere il Tmb Ama di Rocca Cencia ha rappresentato un fatto sicuramente molto significativo in termini di riduzione degli impatti olfattivi sull’ambiente circostante, che in prospettiva tenderanno ad azzerarsi. Oltre a questo, solo nel Municipio VI, dal 2022 ad oggi, sono stati fatti una ventina di interventi di rimozione di piccole e medie discariche». Già dal 2014 è stata riscontata la presenza di rifiuti interrati, tra cui rifiuti sanitari. È stata effettuata una bonifica? «L’interramento dei rifiuti prevede che, per la valutazione degli interventi da eseguire, vengano effettuate in via preventiva le operazioni per individuare la natura dei rifiuti presenti e le analisi delle matrici ambientali, allo scopo di verificare le eventuali contaminazioni da inquinanti. Gli interventi di bonifica si rendono necessari esclusivamente nel caso in cui venga riscontrata nel terreno e nelle acque di falda una concentrazione di inquinanti tale da costituire un pericolo per la salute umana. In tutti gli altri casi si parla di rimozione dei rifiuti. Sulla bonifica dei siti contaminati abbiamo posto una particolare attenzione, come dimostrano i 126 provvedimenti dirigenziali emanati nei tre anni del nostro mandato relativi a piani di indagine per la caratterizzazione ambientale, analisi di rischio sito specifiche e progetti di bonifica o messa in sicurezza permanente». Sul tema dei benefit ambientali, quanti sono e come sono stati spesi? «Le norme in materia stabiliscono che ai Comuni sede di discariche o impianti di trattamento di rifiuti indifferenziati spetta, da parte degli altri Comuni che utilizzano l’impianto, il riconoscimento di un benefit ambientale, che viene determinato in percentuale sulle tariffe di conferimento dei rifiuti ai diversi tipi di impianti. Tali somme devono essere corrisposte al gestore dell’impianto, che provvederà poi a restituirlo al Comune di appartenenza. Nel territorio di Roma Capitale il tema riguarda unicamente l’impianto di trattamento dei rifiuti urbani indifferenziati della società Porcarelli, che si trova nella zona di Rocca Cencia, dal quale Roma Capitale ha incassato il benefit ambientale a partire dal 2017, anno di autorizzazione Aia dell’impianto. Da quando si è insediata questa amministrazione, il benefit in entrata dall’impianto Porcarelli è stato pari a un totale di circa 735.000 euro. Risorse che sono state destinate alla rimozione delle discariche abusive e che noi in questi tre anni abbiamo integrato con finanziamenti cospicui per garantire interventi su tutta la città. La cifra di circa 400.000 euro riportata in una nota stampa del 29 agosto scorso rappresentava una stima sommaria delle spese. In realtà, dalle verifiche eseguite dal Dipartimento Ciclo dei Rifiuti, risulta che le somme spese sul territorio del Municipio delle Torri nel triennio 2022/2024 per la rimozione di piccole e medie discariche ammontano a complessivi 835.157 euro, quindi un importo maggiore di quello introitato con i benefit ambientali». Sono stati rispettati gli impegni presi il 13 marzo con i cittadini del VI Municipio ed effettuati interventi per mitigare il problema dei miasmi? «Il portone dell’impianto è stato riparato e la manutenzione dei biofiltri viene eseguita regolarmente. Inoltre anche a Rocca Cencia, come in tutte le altre strutture Ama, verrà installato uno speciale macchinario, già attivo presso l’impianto di Ostia Romagnoli, che consentirà di effettuare il lavaggio e l’igienizzazione dei mezzi in transito, abbattendo drasticamente i miasmi prodotti. Ricordo inoltre per mitigare il problema degli odori è stato implementato già dall’estate il servizio di pulizia e igienizzazione delle postazioni dei cassonetti stradali su tutto il territorio». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-terra-dei-fuochi-di-roma-attende-ancora-le-bonifiche-2669333167.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nei-bilanci-non-c-e-la-destinazione-dei-fondi-vincolati" data-post-id="2669333167" data-published-at="1728243779" data-use-pagination="False"> «Nei bilanci non c'è la destinazione dei fondi vincolati» Gianluca Timpone, commercialista esperto in ambito fiscale e contabile, specializzato nella revisione degli enti locali, ci ha aiutato a capire di più la normativa ma soprattutto a leggere i bilanci Nei bilanci dei Comuni se esiste la voce «benefit ambientali» in entrata dovrebbe esserci un corrispettivo in uscita? «Sì. Nel Comune di Roma, si nota che i benefit ricevuti vengono registrati nelle entrate, ma non ci sono indicazioni chiare su come vengono utilizzati nelle uscite. A pag. 21 del Bilancio di Previsione delle spese 2021-2023 Missione 09 - “Sviluppo sostenibile e tutela del territorio” andavano distinti i benefit ambientali trattandosi di fondi a destinazione vincolata. Questo è in effetti un principio fondamentale della contabilità pubblica, in particolare quando si tratta di gestire fondi pubblici legati a compensazioni o benefici per impatti ambientali. I Comuni sono tenuti a rendere pubbliche informazioni relative all’uso dei fondi e ai progetti finanziati prevedendo all’interno dei propri bilanci delle voci specifiche». Sono importi vincolati ? «Sì. Queste sono spese obbligatorie. Le regole della Regione Lazio dicono che i comuni devono usare i soldi ricevuti come compensazione per l’inquinamento, per migliorare l’ambiente e la vita delle persone nel loro territorio. Questo significa che i fondi dovrebbero essere spesi nella zona dove si trova l’impianto. Tra l’altro spendere i soldi derivanti dai benefit nel territorio comunale ma lontano dai siti di stoccaggio e/o lavorazione dei rifiuti fa venire meno l’utilità dell’uso dei benefit». Quali reati potrebbero profilarsi qualora non si rispettassero le disposizioni di legge? «I reati più comuni che potrebbero essere ipotizzati sono: ingiustificato e improprio per l’utilizzo di fondi pubblici, può comportare responsabilità sia penali che contabili; reati contro l’ambiente che si potrebbero configurare se i fondi non vengono utilizzati per mitigare gli impatti ambientali e sanitari e ciò conduce a un aggravamento delle condizioni di salute e ambiente; responsabilità di danno erariale, che può portare a procedimenti sia penali che civili per il recupero delle somme non utilizzate secondo le normative di legge. Oltre alle responsabilità penali, gli enti locali possono subire sanzioni amministrative o la revoca dei fondi, una volta accertato l’uso improprio delle risorse. In conclusione, quindi, se i fondi destinati a compensazioni o interventi per mitigare impatti ambientali vengano impiegati per scopi non previsti dalla legge o, pur rimanendo nell’ambito dell’assessorato competente, non affrontino effettivamente i problemi ambientali e sanitari, si potrebbero configurare violazioni di legge importanti che comportano sia responsabilità penali che amministrative». La struttura municipale di Roma e la delibera di giunta che nel 2014 firmò l’allora sindaco Veltroni, potrebbero aiutare a circoscrivere l’area di destinazione dei Benefit? «Sì, viste nell’insieme esse formano un quadro normativo e amministrativo che circoscrive l’applicazione dei benefit ambientali ai territori specifici interessati dagli impatti degli impianti, in particolare a quelli del VI Municipio. Inoltre, la delibera del 2014 e la sua enfasi sull’uso dei fondi nel territorio interessato imposta una chiara cornice di riferimento. In tal senso, si sottolinea l’importanza di indirizzare le risorse verso le aree direttamente colpite dagli effetti degli impianti, per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni residenti, soprattutto alla luce dei ritrovamenti, su quell’area, di rifiuti interrati». Ma come fa un cittadino a capire l’uso che si fa dei benefit ambientali? «Le spese per i benefit ambientali devono essere scritte nel bilancio in una parte specifica, in modo da far vedere chiaramente a cosa servono. Nel bilancio di Roma Capitale ci sono soldi registrati in entrata, ma non ci sono voci specifiche che mostrano come vengono spesi. Di solito, per mostrare che questi soldi vengono usati per migliorare le aree con discariche, si devono usare categorie specifiche come “somme per investimenti ambientali”, “programmi di sostenibilità ambientale” o “spese per la tutela e salvaguardia ambientatale” voci, queste, che nei capitoli di spesa all’interno del bilancio risultano assenti».
«Si sono appena chiusi i lavori di un vertice molto importante dei cui risultati sono soddisfatta». Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio al termine del G7. Il premier ha riferito di aver trovato «un ottimo clima» e ha sottolineato che i leader hanno approfondito i principali temi dell’agenda internazionale: dalla guerra in Ucraina alla situazione in Medio Oriente, dalle partnership globali alla crescita economica, fino allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
«Abbiamo lavorato bene insieme» ha aggiunto Meloni, evidenziando che gli esiti del vertice sono stati raccolti in otto dichiarazioni tematiche. Giorgia Meloni ha inoltre ricordato che, per il terzo anno consecutivo, la lotta all’immigrazione illegale è entrata nei lavori del G7: «Il governo dei flussi migratori è ormai un tema stabile di questo formato ed è un lascito della Presidenza italiana».
Ansa
Così intesa, essa non è un corpo estraneo alla Costituzione, bensì una conseguenza della legalità costituzionale, perché nessun ordinamento serio può riconoscere diritti, doveri, confini, cittadinanza e sicurezza pubblica, per poi rinunciare ad applicare le regole che distinguono chi ha titolo a restare da chi quel titolo non possiede. La Repubblica, infatti, non è un corridoio geografico affidato alla forza dei fatti, né una struttura amministrativa incaricata di registrare passivamente qualunque ingresso. È una comunità politica ordinata, chiamata a custodire il bene comune, la sicurezza, la coesione sociale, la sostenibilità dei servizi pubblici, la tutela del lavoro e l’effettività della legge. L’art. 10 della Costituzione vigente affida alla legge la disciplina della condizione giuridica dello straniero in conformità alle norme internazionali e ai trattati e, proprio questa previsione, esclude l’idea di un diritto assoluto, illimitato e incondizionato alla permanenza. Chi ha diritto alla protezione va protetto. Chi soggiorna regolarmente va garantito. Chi non ha titolo, salvo impedimenti individualmente accertati, deve essere rimpatriato.
Il dovere costituzionale della remigrazione nasce, dunque, da questa distinzione elementare, che è insieme giuridica e morale: la persona va sempre rispettata, ma l’irregolarità non va premiata. La dignità umana, del resto, non autorizza lo Stato a trattare gli stranieri come massa indistinta, non consente espulsioni collettive, non permette automatismi ciechi e non legittima rinvii verso scenari di persecuzione o degradazione. Essa, tuttavia, non trasforma ogni presenza irregolare in diritto acquisito, né impone che l’inefficienza dell’amministrazione diventi una sanatoria permanente di fatto. Dopo il vaglio delle condizioni personali, delle eventuali ragioni di protezione, dei legami familiari giuridicamente rilevanti e dei limiti derivanti dal diritto internazionale, la decisione di rimpatrio non è disumanità: è applicazione della legge.
L’accusa di discriminazione, pertanto, non regge se la remigrazione resta ancorata al titolo giuridico e non all’origine della persona. La discriminazione, semmai, nasce quando il trattamento differenziato dipende da razza, etnia, religione o appartenenza culturale. Qui il criterio è altro: esiste o non esiste un titolo valido di ingresso o soggiorno. Lo Stato costituzionale non giudica ciò che una persona è, giudica la sua posizione dinanzi alla legge. Ed è proprio questa neutralità del criterio giuridico a impedire che il discorso venga deformato in chiave ideologica.
Neppure convince l’obiezione economica secondo cui l’immigrazione irregolare sarebbe necessaria ad alcuni settori produttivi. Uno Stato degno di questo nome non fonda la propria economia sulla presenza di persone fragili, ricattabili e collocate ai margini della legalità. Lavoro povero, concorrenza salariale al ribasso, sfruttamento e insicurezza sociale non sono argomenti contro la remigrazione, sono argomenti a favore di una politica seria degli ingressi, capace di programmare, selezionare, integrare e rimpatriare. La vera integrazione, infatti, nasce dall’ordine, non dal caos. Si integra chi entra secondo legge, chi accetta le regole della comunità ospitante, chi partecipa al bene comune e chi non pretende di imporre allo Stato il fatto compiuto della propria presenza. Dove tutto diventa permanenza tollerata, nulla è davvero integrato, perché la comunità perde la capacità di dire chi appartiene giuridicamente al proprio ordine e a quali condizioni.
Per questo la remigrazione, depurata da ogni abuso e ricondotta al suo significato costituzionale, è un dovere della Repubblica: accogliere chi ha diritto, proteggere chi fugge da persecuzioni reali, integrare chi soggiorna legittimamente e rimpatriare chi non può restare. Uno Stato che non distingue abdica. Uno Stato che non controlla subisce. Uno Stato che non rimpatria chi è privo di titolo insegna che la legge vale solo per chi la rispetta. E questa non è umanità giuridica: è ingiustizia verso i cittadini, verso gli stranieri regolari e verso la stessa Costituzione.
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Roberto Massucci (Imagoeconomica)
«Negli arresti effettuati, che spesso riguardano sempre le stesse persone immigrate, l’anello mancante per comprendere il fenomeno è rappresentato dalla mancata integrazione». Una situazione che può trasformarsi in «una sorta di costrizione al reato». Mentre pronuncia queste parole riferendosi alle periferie della Capitale, il questore di Roma Roberto Massucci ha davanti una platea di addetti ai lavori.
Quella di un convegno organizzato dal Siulp dal titolo «Roma, immigrazione e sicurezza integrata». A riferire le parole del questore è una nota del sindacato di polizia. «Quella della immigrazione», ha spiegato Masucci, «è una questione molto delicata e con molti attori in campo. La polizia di Stato ha le sue peculiarità ed una esclusività di funzione che debbono però trovare la giusta corrispondenza in termini operativi ed economici».
Poi ha evidenziato l’impegno degli agenti che operano sul territorio: «Dietro al fenomeno migratorio l’aspetto umano è preponderante e i colleghi dietro alla gestione di tale fenomeno hanno una professionalità invidiabile». Ma non basta, per Massucci «l’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata» anche «da strategie di visione e correzione strutturale».
Poche ore prima, altra location, in pieno centro città, quella del seminario tecnico «Sicurezza urbana: innovazione, infrastrutture e partenariato pubblico-privato per le città del futuro», promosso nella capitale dall’Ordine degli ingegneri della Provincia di Roma e dall’Ordine degli architetti Ppc di Roma e provincia e dedicato al contributo di istituzioni, professionisti e imprese per la sicurezza delle città. È sempre Massucci che parla, ancora una volta a dei tecnici. E il concetto che il questore porta avanti è quello della necessità di «un’operazione di sartoria sociale». Ovvero «un filo che unisce azioni convergenti per rivedere la sicurezza sul territorio». Perché, spiega ancora il questore, «la psicologia sociale ci insegna che l’ambiente impatta significativamente sul comportamento delle persone».
Come noto, il cuore del problema, nella Capitale, pulsa nelle zone più lontane dal centro. Non a caso Massucci indica proprio quelle come il punto nevralgico da affrontare: «Partire dalle periferie è la precondizione principale per la sicurezza di una grande collettività come quella romana».
Del resto, i numeri che emergono dalle attività della Polizia di Stato a Roma raccontano una pressione costante. Dall’inizio del 2026 (fino ad aprile) nelle aree periferiche sono state controllate 9.606 persone, con 223 accompagnamenti negli uffici di polizia. Gli arrestati sono 179, mentre 175 persone risultano indagate in stato di libertà. E sul fronte dell’immigrazione il lavoro legato alla sicurezza non è mancato: si contano 25 espulsioni amministrative e dieci trattenimenti nei Centri per il rimpatrio.
Per Massucci però gli agenti non possono fare tutto da soli: «L’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata da strategie di visione e correzione strutturale, attivando un percorso di miglioramento continuo per la sicurezza di tutti».
Secondo il questore, il tema della sicurezza richiede un approccio integrato e il coinvolgimento di competenze diverse. «Le collaborazioni con gli ordini professionali, che apportano il proprio know-how tecnico, sono fondamentali», ha sottolineato Massucci, che poi ha richiamato anche il rapporto tra qualità degli spazi urbani e comportamenti sociali.
L’appello del questore ai tecnici presenti nella sala ubicata nella centralissima piazza della Repubblica arriva mentre le forze dell’ordine continuano a concentrare uomini e mezzi nei quadranti più difficili della città. Il Municipio VI delle Torri è il simbolo di questa emergenza. Territorio molto vasto e il più alto tasso di criminalità, compresa la piazza di spaccio di Tor Bella Monaca, la più grande d’Europa. Gli interventi delle Volanti hanno già sfiorato quota 12.000. Ma le mappe della criminalità portano sempre nelle stesse aree: Casilino, Prenestino e Fidene sono i commissariati che registrano il maggior numero di sequestri di droga. Lo spaccio continua a essere il principale motore economico delle attività illegali. E in molti quartieri l’attività al dettaglio è nelle mani di immigrati. Nel 2026 sono già stati sequestrati 61 chili di sostanze stupefacenti, 14 dei quali di cocaina. Dove gira droga, gira anche molto denaro. Nei primi mesi dell’anno la polizia ha sequestrato oltre 1 milione di euro nelle periferie, contro i 256.266 euro complessivamente sequestrati nell’intero 2025. E accanto ai soldi spuntano anche le armi.
Dall’inizio dell’anno nelle periferie romane ne sono state sequestrate 52, oltre a cinque sequestri di munizioni. Numeri che fotografano quartieri dove il controllo del territorio passa spesso attraverso l’intimidazione e la disponibilità di strumenti offensivi. La Questura, per contrastare il fenomeno, ha rafforzato la presenza di agenti sul territorio. I sette commissariati dell’anello periferico ora hanno 139 agenti in più rispetto allo scorso anno, raggiungendo un organico complessivo di 624 poliziotti. Il Casilino guida la graduatoria con 112 unità, seguito da Fidene-Serpentara e Prenestino. Ed è proprio in quell’intreccio tra degrado urbano, esclusione sociale, immigrazione irregolare e criminalità che Roma continua a giocarsi una delle sue partite più difficili. Ma dalle statistiche emerge anche qualche dato positivo: «Negli ultimi due anni abbiamo registrato una diminuzione dei reati del 23 per cento», ha detto ancora Massucci. Ma le periferie restano un tema delicatissimo.
Preso un jihadista 16enne a Bologna. Voleva colpire giudici e giornalisti
Aveva in casa materiale suprematista, di propaganda jihadista e manuali per la fabbricazione di armi il sedicenne residente in provincia di Bologna arrestato con l’accusa di detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Durante l’operazione, svolta con il supporto della Digos di Bologna e il coordinamento della Direzione centrale della polizia di prevenzione, è stata eseguita una perquisizione personale, domiciliare e informatica, su decreto della Procura presso il tribunale per i minorenni di Bologna. Le indagini sono iniziate nell’autunno 2025 nell’ambito del monitoraggio dei canali di estrazione suprematista e hanno portato al ritrovamento del materiale sequestrato al ragazzo.
Come già avvenuto in altri casi simili che vedevano coinvolti altri adolescenti, le indagini evidenzierebbero un pericoloso intreccio tra contenuti riconducibili all’estremismo suprematista e alla propaganda jihadista. Si tratta di un fenomeno che gli specialisti del contrasto al terrorismo definiscono «white jihad», una convergenza di ideologie teoricamente distanti e incompatibili, ma che trovano un punto di congiunzione nella comune esaltazione della violenza quale strumento di affermazione ideologica. Nella prima fase le indagini sul canale Web che hanno portato a identificare nel sedicenne l’utilizzatore dell’account, erano coordinate dalla Procura distrettuale di Venezia. La Digos di Verona, durante un monitoraggio di routine dei canali di comunicazione di estrazione suprematista, aveva puntato i riflettori su un utente che aveva pubblicato online manuali per l’esecuzione di azioni violente con l’utilizzo di veicoli pesanti e un elenco numerato di suggerimenti utili a garantire l’anonimato sul Web. La scoperta della residenza dell’indagato nel bolognese ha poi portato al trasferimento del fascicolo alla Procura per i minorenni del capoluogo emiliano.
Nel corso della perquisizione nell’abitazione dell’adolescente arrestato sono stati rinvenuti fogli in formato A4 con disegni, simboli ed emblemi riconducibili all’ideologia suprematista, e una pagina dattiloscritta con indicazioni per la realizzazione di un giubbotto antiproiettile artigianale. Inoltre, sullo smartphone del ragazzo è stato trovato altro materiale di propaganda suprematista e jihadista, manuali per la fabbricazione di armi artigianali, uno per la costruzione di una pistola, un testo tradotto dal cirillico contenente indicazioni su sostanze chimiche aggressive e un manuale per il confezionamento di ordigni artigianali.
C’era anche il video integrale dell’attentato terroristico compiuto a Christchurch, in Nuova Zelanda nel 2019, corredato da messaggi nei quali l’autore della strage, che aveva provocato 51 vittime, veniva indicato come modello da emulare. Le conversazioni rilevate dagli investigatori, hanno fatto emergere anche propositi di ricostituzione di organizzazioni clandestine sul territorio nazionale, riferimenti all’utilizzo di armi artigianali e all’ipotesi di possibili azioni violente nei confronti di categorie come «magistrati e giornalisti influenti». Il sedicenne è stato arrestato in flagranza di reato ed è stato trasferito presso una comunità di prima accoglienza ad Ancona. L’arresto del ragazzo è stato convalidato dall’autorità giudiziaria che nei confronti del giovane ha applicato, per la durata di due mesi, il divieto di utilizzare dispositivi elettronici e di accedere a internet, e il divieto di ricercare o detenere materiale riconducibile a ideologie eversive o terroristiche.
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Nel riquadro a sinistra, il clochard milanese Pietro Alberto Paolo Signor e il suo assassino Cissè Camara (iStock)
Cisse Camara, 42 anni, è deceduto al San Martino dove era ricoverato in rianimazione dopo il fermo per l’omicidio del senzatetto Pietro Alberto Paolo Signor, conosciuto come Pedro, ucciso nel parco genovese. L’uomo non è mai stato interrogato e il movente resta senza risposta.
È morto all’ospedale Policlinico San Martino Cisse Camara, il 42enne senegalese accusato dell’omicidio di Pietro Alberto Paolo Signor, il senzatetto conosciuto come Pedro, ucciso il 30 maggio nel parco di Villetta di Negro, nel pieno centro di Genova.
Il decesso è avvenuto nel reparto di Rianimazione M3 del Monoblocco, dove l’uomo era ricoverato da giorni in condizioni critiche a causa di una polmonite e altre patologie. Intubato e sedato, Camara non si è mai ripreso dal peggioramento clinico seguito al fermo dei carabinieri e al successivo ricovero d’urgenza. Nelle ultime ore le sue condizioni si sono ulteriormente aggravate fino alla morte.
Con la sua scomparsa si chiude anche la possibilità di ottenere da lui una versione dei fatti sull’omicidio. Il senegalese non è mai stato interrogato.
La vicenda era stata ricostruita nei giorni successivi al delitto attraverso le immagini di videosorveglianza e le prime testimonianze raccolte dagli investigatori. Vittima e aggressore si conoscevano e risultano insieme nelle ore precedenti all’omicidio, entrati nel parco all’alba senza apparenti segni di tensione. Poi la lite, improvvisa, degenerata in violenza. Signor viene colpito più volte al volto e al collo con un oggetto contundente, verosimilmente un coccio di bottiglia. Successivamente il corpo viene legato e trascinato all’interno dell’area verde. Una scena notata da una passante che ha dato l’allarme al 112, consentendo l’intervento immediato dei carabinieri. Quando i militari arrivano sul posto, trovano Camara ancora nei pressi del corpo. L’uomo viene bloccato dopo una fase concitata, durante la quale avrebbe opposto resistenza e tentato di aggredire gli stessi militari. Pochi minuti dopo viene trasferito all’ospedale San Martino per un grave stato di agitazione e un quadro clinico compromesso. Le condizioni di salute dell’uomo erano poi rapidamente peggiorate fino al ricovero in rianimazione. Le ipotesi investigative avevano richiamato un possibile stato di alterazione da stupefacenti, ma le cause precise del crollo clinico non sono mai state definitivamente chiarite.
Camara era in Italia da anni e la sua posizione amministrativa risultava irregolare dopo la mancata concessione della protezione internazionale e la successiva evoluzione del contenzioso giudiziario. Nel corso del tempo aveva accumulato diverse denunce e precedenti di polizia, mentre la sua permanenza sul territorio non era stata accompagnata da un provvedimento di espulsione eseguito. L’omicidio di Pietro Signor aveva aperto un ulteriore fronte di indagine su una vicenda già segnata da degrado sociale e marginalità estrema. La vittima, senza fissa dimora, era conosciuta nel quartiere per la sua presenza stabile nell’area della Villetta, dove trascorreva le giornate.
Con la morte dell’indagato, l’inchiesta prosegue ora sulla base degli elementi raccolti: rilievi, testimonianze e immagini di videosorveglianza. Ma il nodo del movente, già rimasto irrisolto nei giorni immediatamente successivi al delitto, resta senza una risposta diretta. Una vicenda che si chiude in ospedale, senza interrogatori e senza una versione definitiva di ciò che è accaduto nelle ore precedenti all'omicidio.
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