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2024-10-07
La «terra dei fuochi» di Roma attende ancora le bonifiche
(Ansa)
C’è un’area, nel sudest del Lazio, caratterizzata per il 60% della sua estensione da una campagna che comprende numerose e vaste zone agricole e il Parco Archeologico di Gabii. Un territorio dalle grandi potenzialità e sul quale, negli anni, hanno messo occhi, mani e rifiuti in molti, anche con attività illecite che hanno fruttato affari d’oro. Difficile fissare la data di inizio dell’interramento illegale dei rifiuti nell’area dell’Agro Romano compresa fra i suburbi e i confini di Roma Capitale; è certo, però, che l’innesco di questa bomba ecologica è avvenuto nei primi anni Novanta. Correva l’anno 1994 quando, con l’inizio dei lavori per la realizzazione della linea ferroviaria ad Alta velocità Roma-Napoli, emersero i primi rifiuti tossici interrati nelle Cave dopo la loro dismissione.
Fu solo l’inizio perché, in quel momento, si comprese che non si trattava di un fenomeno di piccole dimensioni. Non a caso quel territorio, che ricade nel VI Municipio, salì agli onori della cronaca come la Terra dei Fuochi del Lazio. Nel 1967, proprio nel quadrante sudest della Capitale, è stato realizzato l’impianto di Rocca Cencia, All’inizio nato come inceneritore, con la trasformazione del ciclo rifiuti è diventato, nel 2006, un Tmb (dal 2023 Tm) gestito da Ama spa. E nel 2011 arrivarono anche l’impianto di trattamento meccanico del gruppo Porcarelli e quello trito-vagliatore.
Dal 1994 al 2024, incendi dolosi, rilevamenti e segnalazioni hanno dato origine a inchieste e portato a sequestri, ma poche sono state le bonifiche – effettuate perlopiù dai privati – sui terreni in cui vennero, tra il 2014 e il 2015, ritrovati interrati anche rifiuti sanitari e amianto. Quanti rifiuti speciali giacciono ancora lì, nonostante le denunce di numerosi cittadini, riuniti nel frattempo nel Cau (Comitati e associazioni uniti), e di chi, come Nicola Franco, in quel territorio è nato e ora lo amministra, è difficile da dirsi. «La zona», afferma il presidente del VI Municipio, «versa in condizioni preoccupanti. In passato i privati hanno fatto una piccola bonifica, ma non hanno scavato oltre i 50 centimetri, mentre qui si parla di rifiuti interrati a oltre un metro. Per questo chiediamo di setacciare il terreno in profondità, con le nuove tecniche geoelettriche. Sul suolo pubblico, invece, non è stato fatto nulla e parliamo di 46 ettari di terreno di cui un terzo di proprietà del Dipartimento Tutela Ambiente. L’ultimo incendio di luglio ha fatto emergere i rifiuti ospedalieri aggiungendo ulteriori preoccupazioni».
Secondo le analisi epidemiologiche eseguite dalla Regione Lazio, in questo Municipio (Distretto 6) il 25,8% di decessi è provocato da tumori maligni e di questi il 24,8% sono tumori della trachea, bronchi e polmoni (dati elaborati e pubblicati sul portale Open Salute Lazio riferiti al 2020) e, secondo un altro studio condotto dal Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio, le aspettative di vita alla nascita sono di tre anni inferiori rispetto a quelle di chi vive nel centro della città. In una zona in cui le polveri sottili sono così tanto e così di frequente al di sopra dei limiti potrebbe aumentare – e di molto – il rischio di ammalarsi di tumore. Dalle rilevazioni effettuate il fattore di rischio a Rocca Cencia si aggirava, già nel 2019, tra l’11 e il 21% in più. È stato, inoltre, riscontrato che l’infarto acuto del miocardio, che molto ha a che fare con l’inquinamento atmosferico, sia ben più alto nel Municipio VI, rispetto al II, dove c’è più verde urbano. Anche l’Arpa ha effettuato, nel 2022, un monitoraggio durato 47 giorni, mettendo nero su bianco che, su 1.166 ore valide ai fini del calcolo dell’intensità di odore, per il 56% si sono verificati eventi con intensità di odore da discernibile a forte raggiungendo anche l’ultimo livello della scala: «intollerabile». Non si può associare con certezza l’insorgenza di tumori alla presenza di rifiuti anche speciali, ma l’esposizione a contaminanti emessi da rifiuti pericolosi non gestiti correttamente, la presenza di siti illegali non controllati di questi rifiuti, l’inquinamento atmosferico e il contesto socio-economico, possono determinare un impatto negativo sulla salute e sul benessere della popolazione.
Territori come il VI Municipio potrebbero contare sugli aiuti previsti dalla legge: dal Testo Unico Ambientale al Decreto n. 15 dell’11 marzo 2005 del Commissario straordinario per l’emergenza ambientale nel territorio della Regione Lazio, che prevede benefit ambientali fino al 5% della tariffa. Il decreto, però, specifica che sono erogabili quando i rifiuti provengono da altri Comuni diversi da quello dove ricade l’impianto.
Nel VI Municipio, oltre a quella di Roma, arriva tutta la spazzatura dei 52 Comuni della Città metropolitana e ci si aspetterebbe che gli importi, versati da Porcarelli, siano stati finalizzati a compensare i danni e migliorare l’ambiente dove ricade l’impianto. È avvenuto nel 2004, quando l’allora sindaco Veltroni, con la delibera di giunta n. 4288/04, destinò circa i 412.000 euro di benefit ad interventi di manutenzione e riqualificazione ambientale nei Municipi XV e XVI per la discarica di Malagrotta, non più funzionante. È un importante precedente.
Ma di quanti soldi si parla? E soprattutto figurano in bilancio? Da una verifica effettuata, la voce «benefit ambientali» figura solo tra le entrate. Porcarelli ha versato a Roma Capitale 253.285,60 euro nel 2022, 296.869,89 euro nel 2023 e 184.879,89 euro nel 2024. Somme importanti, soprattutto se si moltiplicano per gli anni precedenti. Giusto per fare due conti: solo in tre anni sono entrati nelle casse comunali 735.035,38 euro. Tanti soldi in entrata dei quali, però, non si trova traccia in uscita. Di certo non sono stati spesi per bonificare i 46 ettari del VI Municipio. E andando ancora a ritroso all’interno dell’avanzo di bilancio vincolato all’anno 2020, l’allora giunta Raggi lasciava in eredità oltre 800.000 euro di benefit ambientali non utilizzati nell’anno corrente. Soldi, però, non ben individuabili nei bilanci successi, ovvero non se ne vede traccia sotto la voce «benefit ambientali» dell’anno successivo. E siamo nell’era Gualtieri.
Negli anni, anche nel VI Municipio sono stati fatti interventi extra tari, ed è l’assessorato, attraverso il Dipartimento Ciclo rifiuti, a metterli nero su bianco per spiegare come sono stati spesi, negli ultimi tre anni, questi soldi. Interventi per la cui realizzazione sembra si sia sforata la cifra derivante dai benefit ambientali. Nessuno degli interventi, però, pare abbia interessato i rifiuti interrati e alcuni in elenco sembrano rientrare in altri progetti. Il lavoro più impegnativo in termini economici è quello in via dell’Archeologia (zona di Roma dove lo spaccio è il welfare per molti) con una spesa di 349.871,47 euro che dovrebbe essere già coperta dai fondi destinati al comparto R5, che beneficerà di lavori per un totale di 125 milioni di euro. La risposta, protocollata e ricevuta il 3 ottobre, non convince il minisindaco Nicola Franco: «Un elenco che richiede spiegazioni, soprattutto perché non è chiaro con quali soldi siano stati realizzati gli interventi, visto che alcuni sono stati effettuati in danno al trasgressore, altri utilizzando fondi del Pnrr».
In molti, da tempo, attendono risposte. Una voce che le racchiude tutte è quella di Federica Alessandrini del Comitato di quartiere Colle del Sole, uno dei 30 comitati e delle 15 associazioni che da anni chiedono la bonifica dell’area per «ritornare a vivere». «Ci spaventa», afferma, «l’abbandono da parte delle istituzioni (tutte) che dovrebbero tutelarci. Ad oggi
le nostre denunce non hanno trovato riscontro. Il 13 marzo scorso, l’assessorato ai rifiuti del Comune di Roma ha assunto impegni, ma finora non li ha rispettati. La bonifica dei 46 ettari dove ci sono rifiuti speciali interrati e non è un nostro diritto. Chiediamo solo di avere gli stessi diritti alla salute in un ambiente nel quale si possa vivere con la libertà di morire di vecchiaia o di qualsiasi altro evento non legato all’inquinamento».
Temi delicati e situazioni complesse che richiedono un salto nel passato di almeno dieci anni. Un’attenzione – dovuta – alle persone e soprattutto al giro di denaro su cui c’è chi vuole vederci chiaro: è la Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su altri illeciti ambientali e agroalimentari, che ha già convocato gli organi amministrativi coinvolti.
«Da noi centinaia di interventi»
Sabrina Alfonsi, assessore all’Agricoltura, ambiente e ciclo dei rifiuti di Roma, ha risposto alle nostre domande su periferie, rifiuti interrati nel VI Municipio e benefit ambientali
Cosa è stato fatto negli ultimi anni su quel territorio dove ricadono gli impianti?
«La decisione di chiudere il Tmb Ama di Rocca Cencia ha rappresentato un fatto sicuramente molto significativo in termini di riduzione degli impatti olfattivi sull’ambiente circostante, che in prospettiva tenderanno ad azzerarsi. Oltre a questo, solo nel Municipio VI, dal 2022 ad oggi, sono stati fatti una ventina di interventi di rimozione di piccole e medie discariche».
Già dal 2014 è stata riscontata la presenza di rifiuti interrati, tra cui rifiuti sanitari. È stata effettuata una bonifica?
«L’interramento dei rifiuti prevede che, per la valutazione degli interventi da eseguire, vengano effettuate in via preventiva le operazioni per individuare la natura dei rifiuti presenti e le analisi delle matrici ambientali, allo scopo di verificare le eventuali contaminazioni da inquinanti. Gli interventi di bonifica si rendono necessari esclusivamente nel caso in cui venga riscontrata nel terreno e nelle acque di falda una concentrazione di inquinanti tale da costituire un pericolo per la salute umana. In tutti gli altri casi si parla di rimozione dei rifiuti. Sulla bonifica dei siti contaminati abbiamo posto una particolare attenzione, come dimostrano i 126 provvedimenti dirigenziali emanati nei tre anni del nostro mandato relativi a piani di indagine per la caratterizzazione ambientale, analisi di rischio sito specifiche e progetti di bonifica o messa in sicurezza permanente».
Sul tema dei benefit ambientali, quanti sono e come sono stati spesi?
«Le norme in materia stabiliscono che ai Comuni sede di discariche o impianti di trattamento di rifiuti indifferenziati spetta, da parte degli altri Comuni che utilizzano l’impianto, il riconoscimento di un benefit ambientale, che viene determinato in percentuale sulle tariffe di conferimento dei rifiuti ai diversi tipi di impianti. Tali somme devono essere corrisposte al gestore dell’impianto, che provvederà poi a restituirlo al Comune di appartenenza. Nel territorio di Roma Capitale il tema riguarda unicamente l’impianto di trattamento dei rifiuti urbani indifferenziati della società Porcarelli, che si trova nella zona di Rocca Cencia, dal quale Roma Capitale ha incassato il benefit ambientale a partire dal 2017, anno di autorizzazione Aia dell’impianto. Da quando si è insediata questa amministrazione, il benefit in entrata dall’impianto Porcarelli è stato pari a un totale di circa 735.000 euro. Risorse che sono state destinate alla rimozione delle discariche abusive e che noi in questi tre anni abbiamo integrato con finanziamenti cospicui per garantire interventi su tutta la città. La cifra di circa 400.000 euro riportata in una nota stampa del 29 agosto scorso rappresentava una stima sommaria delle spese. In realtà, dalle verifiche eseguite dal Dipartimento Ciclo dei Rifiuti, risulta che le somme spese sul territorio del Municipio delle Torri nel triennio 2022/2024 per la rimozione di piccole e medie discariche ammontano a complessivi 835.157 euro, quindi un importo maggiore di quello introitato con i benefit ambientali».
Sono stati rispettati gli impegni presi il 13 marzo con i cittadini del VI Municipio ed effettuati interventi per mitigare il problema dei miasmi?
«Il portone dell’impianto è stato riparato e la manutenzione dei biofiltri viene eseguita regolarmente. Inoltre anche a Rocca Cencia, come in tutte le altre strutture Ama, verrà installato uno speciale macchinario, già attivo presso l’impianto di Ostia Romagnoli, che consentirà di effettuare il lavaggio e l’igienizzazione dei mezzi in transito, abbattendo drasticamente i miasmi prodotti. Ricordo inoltre per mitigare il problema degli odori è stato implementato già dall’estate il servizio di pulizia e igienizzazione delle postazioni dei cassonetti stradali su tutto il territorio».
«Nei bilanci non c'è la destinazione dei fondi vincolati»
Gianluca Timpone, commercialista esperto in ambito fiscale e contabile, specializzato nella revisione degli enti locali, ci ha aiutato a capire di più la normativa ma soprattutto a leggere i bilanci
Nei bilanci dei Comuni se esiste la voce «benefit ambientali» in entrata dovrebbe esserci un corrispettivo in uscita?
«Sì. Nel Comune di Roma, si nota che i benefit ricevuti vengono registrati nelle entrate, ma non ci sono indicazioni chiare su come vengono utilizzati nelle uscite. A pag. 21 del Bilancio di Previsione delle spese 2021-2023 Missione 09 - “Sviluppo sostenibile e tutela del territorio” andavano distinti i benefit ambientali trattandosi di fondi a destinazione vincolata. Questo è in effetti un principio fondamentale della contabilità pubblica, in particolare quando si tratta di gestire fondi pubblici legati a compensazioni o benefici per impatti ambientali. I Comuni sono tenuti a rendere pubbliche informazioni relative all’uso dei fondi e ai progetti finanziati prevedendo all’interno dei propri bilanci delle voci specifiche».
Sono importi vincolati ?
«Sì. Queste sono spese obbligatorie. Le regole della Regione Lazio dicono che i comuni devono usare i soldi ricevuti come compensazione per l’inquinamento, per migliorare l’ambiente e la vita delle persone nel loro territorio. Questo significa che i fondi dovrebbero essere spesi nella zona dove si trova l’impianto. Tra l’altro spendere i soldi derivanti dai benefit nel territorio comunale ma lontano dai siti di stoccaggio e/o lavorazione dei rifiuti fa venire meno l’utilità dell’uso dei benefit».
Quali reati potrebbero profilarsi qualora non si rispettassero le disposizioni di legge?
«I reati più comuni che potrebbero essere ipotizzati sono: ingiustificato e improprio per l’utilizzo di fondi pubblici, può comportare responsabilità sia penali che contabili; reati contro l’ambiente che si potrebbero configurare se i fondi non vengono utilizzati per mitigare gli impatti ambientali e sanitari e ciò conduce a un aggravamento delle condizioni di salute e ambiente; responsabilità di danno erariale, che può portare a procedimenti sia penali che civili per il recupero delle somme non utilizzate secondo le normative di legge. Oltre alle responsabilità penali, gli enti locali possono subire sanzioni amministrative o la revoca dei fondi, una volta accertato l’uso improprio delle risorse. In conclusione, quindi, se i fondi destinati a compensazioni o interventi per mitigare impatti ambientali vengano impiegati per scopi non previsti dalla legge o, pur rimanendo nell’ambito dell’assessorato competente, non affrontino effettivamente i problemi ambientali e sanitari, si potrebbero configurare violazioni di legge importanti che comportano sia responsabilità penali che amministrative».
La struttura municipale di Roma e la delibera di giunta che nel 2014 firmò l’allora sindaco Veltroni, potrebbero aiutare a circoscrivere l’area di destinazione dei Benefit?
«Sì, viste nell’insieme esse formano un quadro normativo e amministrativo che circoscrive l’applicazione dei benefit ambientali ai territori specifici interessati dagli impatti degli impianti, in particolare a quelli del VI Municipio. Inoltre, la delibera del 2014 e la sua enfasi sull’uso dei fondi nel territorio interessato imposta una chiara cornice di riferimento. In tal senso, si sottolinea l’importanza di indirizzare le risorse verso le aree direttamente colpite dagli effetti degli impianti, per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni residenti, soprattutto alla luce dei ritrovamenti, su quell’area, di rifiuti interrati».
Ma come fa un cittadino a capire l’uso che si fa dei benefit ambientali?
«Le spese per i benefit ambientali devono essere scritte nel bilancio in una parte specifica, in modo da far vedere chiaramente a cosa servono. Nel bilancio di Roma Capitale ci sono soldi registrati in entrata, ma non ci sono voci specifiche che mostrano come vengono spesi. Di solito, per mostrare che questi soldi vengono usati per migliorare le aree con discariche, si devono usare categorie specifiche come “somme per investimenti ambientali”, “programmi di sostenibilità ambientale” o “spese per la tutela e salvaguardia ambientatale” voci, queste, che nei capitoli di spesa all’interno del bilancio risultano assenti».
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Rifiuti tossici, residui ospedalieri, amianto: nel quadrante sud est della Capitale c’è una bomba ecologica che minaccia i residenti. La giunta riceve ogni anno dei soldi per farsene carico, ma non è chiaro come li spenda.Parla l’assessore all’Ambiente Sabrina Alfonsi: «Abbiamo già rimosso una ventina di piccole e medie discariche. Gli odori sono stati abbattuti drasticamente, in prospettiva si azzereranno».L’esperto, Gianluca Timpone: «Il Comune non registra i benefit ambientali alla voce uscite: questo va contro le regole e può essere un reato».Lo speciale contiene tre articoli.C’è un’area, nel sudest del Lazio, caratterizzata per il 60% della sua estensione da una campagna che comprende numerose e vaste zone agricole e il Parco Archeologico di Gabii. Un territorio dalle grandi potenzialità e sul quale, negli anni, hanno messo occhi, mani e rifiuti in molti, anche con attività illecite che hanno fruttato affari d’oro. Difficile fissare la data di inizio dell’interramento illegale dei rifiuti nell’area dell’Agro Romano compresa fra i suburbi e i confini di Roma Capitale; è certo, però, che l’innesco di questa bomba ecologica è avvenuto nei primi anni Novanta. Correva l’anno 1994 quando, con l’inizio dei lavori per la realizzazione della linea ferroviaria ad Alta velocità Roma-Napoli, emersero i primi rifiuti tossici interrati nelle Cave dopo la loro dismissione.Fu solo l’inizio perché, in quel momento, si comprese che non si trattava di un fenomeno di piccole dimensioni. Non a caso quel territorio, che ricade nel VI Municipio, salì agli onori della cronaca come la Terra dei Fuochi del Lazio. Nel 1967, proprio nel quadrante sudest della Capitale, è stato realizzato l’impianto di Rocca Cencia, All’inizio nato come inceneritore, con la trasformazione del ciclo rifiuti è diventato, nel 2006, un Tmb (dal 2023 Tm) gestito da Ama spa. E nel 2011 arrivarono anche l’impianto di trattamento meccanico del gruppo Porcarelli e quello trito-vagliatore.Dal 1994 al 2024, incendi dolosi, rilevamenti e segnalazioni hanno dato origine a inchieste e portato a sequestri, ma poche sono state le bonifiche – effettuate perlopiù dai privati – sui terreni in cui vennero, tra il 2014 e il 2015, ritrovati interrati anche rifiuti sanitari e amianto. Quanti rifiuti speciali giacciono ancora lì, nonostante le denunce di numerosi cittadini, riuniti nel frattempo nel Cau (Comitati e associazioni uniti), e di chi, come Nicola Franco, in quel territorio è nato e ora lo amministra, è difficile da dirsi. «La zona», afferma il presidente del VI Municipio, «versa in condizioni preoccupanti. In passato i privati hanno fatto una piccola bonifica, ma non hanno scavato oltre i 50 centimetri, mentre qui si parla di rifiuti interrati a oltre un metro. Per questo chiediamo di setacciare il terreno in profondità, con le nuove tecniche geoelettriche. Sul suolo pubblico, invece, non è stato fatto nulla e parliamo di 46 ettari di terreno di cui un terzo di proprietà del Dipartimento Tutela Ambiente. L’ultimo incendio di luglio ha fatto emergere i rifiuti ospedalieri aggiungendo ulteriori preoccupazioni». Secondo le analisi epidemiologiche eseguite dalla Regione Lazio, in questo Municipio (Distretto 6) il 25,8% di decessi è provocato da tumori maligni e di questi il 24,8% sono tumori della trachea, bronchi e polmoni (dati elaborati e pubblicati sul portale Open Salute Lazio riferiti al 2020) e, secondo un altro studio condotto dal Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio, le aspettative di vita alla nascita sono di tre anni inferiori rispetto a quelle di chi vive nel centro della città. In una zona in cui le polveri sottili sono così tanto e così di frequente al di sopra dei limiti potrebbe aumentare – e di molto – il rischio di ammalarsi di tumore. Dalle rilevazioni effettuate il fattore di rischio a Rocca Cencia si aggirava, già nel 2019, tra l’11 e il 21% in più. È stato, inoltre, riscontrato che l’infarto acuto del miocardio, che molto ha a che fare con l’inquinamento atmosferico, sia ben più alto nel Municipio VI, rispetto al II, dove c’è più verde urbano. Anche l’Arpa ha effettuato, nel 2022, un monitoraggio durato 47 giorni, mettendo nero su bianco che, su 1.166 ore valide ai fini del calcolo dell’intensità di odore, per il 56% si sono verificati eventi con intensità di odore da discernibile a forte raggiungendo anche l’ultimo livello della scala: «intollerabile». Non si può associare con certezza l’insorgenza di tumori alla presenza di rifiuti anche speciali, ma l’esposizione a contaminanti emessi da rifiuti pericolosi non gestiti correttamente, la presenza di siti illegali non controllati di questi rifiuti, l’inquinamento atmosferico e il contesto socio-economico, possono determinare un impatto negativo sulla salute e sul benessere della popolazione.Territori come il VI Municipio potrebbero contare sugli aiuti previsti dalla legge: dal Testo Unico Ambientale al Decreto n. 15 dell’11 marzo 2005 del Commissario straordinario per l’emergenza ambientale nel territorio della Regione Lazio, che prevede benefit ambientali fino al 5% della tariffa. Il decreto, però, specifica che sono erogabili quando i rifiuti provengono da altri Comuni diversi da quello dove ricade l’impianto.Nel VI Municipio, oltre a quella di Roma, arriva tutta la spazzatura dei 52 Comuni della Città metropolitana e ci si aspetterebbe che gli importi, versati da Porcarelli, siano stati finalizzati a compensare i danni e migliorare l’ambiente dove ricade l’impianto. È avvenuto nel 2004, quando l’allora sindaco Veltroni, con la delibera di giunta n. 4288/04, destinò circa i 412.000 euro di benefit ad interventi di manutenzione e riqualificazione ambientale nei Municipi XV e XVI per la discarica di Malagrotta, non più funzionante. È un importante precedente. Ma di quanti soldi si parla? E soprattutto figurano in bilancio? Da una verifica effettuata, la voce «benefit ambientali» figura solo tra le entrate. Porcarelli ha versato a Roma Capitale 253.285,60 euro nel 2022, 296.869,89 euro nel 2023 e 184.879,89 euro nel 2024. Somme importanti, soprattutto se si moltiplicano per gli anni precedenti. Giusto per fare due conti: solo in tre anni sono entrati nelle casse comunali 735.035,38 euro. Tanti soldi in entrata dei quali, però, non si trova traccia in uscita. Di certo non sono stati spesi per bonificare i 46 ettari del VI Municipio. E andando ancora a ritroso all’interno dell’avanzo di bilancio vincolato all’anno 2020, l’allora giunta Raggi lasciava in eredità oltre 800.000 euro di benefit ambientali non utilizzati nell’anno corrente. Soldi, però, non ben individuabili nei bilanci successi, ovvero non se ne vede traccia sotto la voce «benefit ambientali» dell’anno successivo. E siamo nell’era Gualtieri.Negli anni, anche nel VI Municipio sono stati fatti interventi extra tari, ed è l’assessorato, attraverso il Dipartimento Ciclo rifiuti, a metterli nero su bianco per spiegare come sono stati spesi, negli ultimi tre anni, questi soldi. Interventi per la cui realizzazione sembra si sia sforata la cifra derivante dai benefit ambientali. Nessuno degli interventi, però, pare abbia interessato i rifiuti interrati e alcuni in elenco sembrano rientrare in altri progetti. Il lavoro più impegnativo in termini economici è quello in via dell’Archeologia (zona di Roma dove lo spaccio è il welfare per molti) con una spesa di 349.871,47 euro che dovrebbe essere già coperta dai fondi destinati al comparto R5, che beneficerà di lavori per un totale di 125 milioni di euro. La risposta, protocollata e ricevuta il 3 ottobre, non convince il minisindaco Nicola Franco: «Un elenco che richiede spiegazioni, soprattutto perché non è chiaro con quali soldi siano stati realizzati gli interventi, visto che alcuni sono stati effettuati in danno al trasgressore, altri utilizzando fondi del Pnrr».In molti, da tempo, attendono risposte. Una voce che le racchiude tutte è quella di Federica Alessandrini del Comitato di quartiere Colle del Sole, uno dei 30 comitati e delle 15 associazioni che da anni chiedono la bonifica dell’area per «ritornare a vivere». «Ci spaventa», afferma, «l’abbandono da parte delle istituzioni (tutte) che dovrebbero tutelarci. Ad oggi le nostre denunce non hanno trovato riscontro. Il 13 marzo scorso, l’assessorato ai rifiuti del Comune di Roma ha assunto impegni, ma finora non li ha rispettati. La bonifica dei 46 ettari dove ci sono rifiuti speciali interrati e non è un nostro diritto. Chiediamo solo di avere gli stessi diritti alla salute in un ambiente nel quale si possa vivere con la libertà di morire di vecchiaia o di qualsiasi altro evento non legato all’inquinamento». Temi delicati e situazioni complesse che richiedono un salto nel passato di almeno dieci anni. Un’attenzione – dovuta – alle persone e soprattutto al giro di denaro su cui c’è chi vuole vederci chiaro: è la Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su altri illeciti ambientali e agroalimentari, che ha già convocato gli organi amministrativi coinvolti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-terra-dei-fuochi-di-roma-attende-ancora-le-bonifiche-2669333167.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-noi-centinaia-di-interventi" data-post-id="2669333167" data-published-at="1728243779" data-use-pagination="False"> «Da noi centinaia di interventi» Sabrina Alfonsi, assessore all’Agricoltura, ambiente e ciclo dei rifiuti di Roma, ha risposto alle nostre domande su periferie, rifiuti interrati nel VI Municipio e benefit ambientali Cosa è stato fatto negli ultimi anni su quel territorio dove ricadono gli impianti? «La decisione di chiudere il Tmb Ama di Rocca Cencia ha rappresentato un fatto sicuramente molto significativo in termini di riduzione degli impatti olfattivi sull’ambiente circostante, che in prospettiva tenderanno ad azzerarsi. Oltre a questo, solo nel Municipio VI, dal 2022 ad oggi, sono stati fatti una ventina di interventi di rimozione di piccole e medie discariche». Già dal 2014 è stata riscontata la presenza di rifiuti interrati, tra cui rifiuti sanitari. È stata effettuata una bonifica? «L’interramento dei rifiuti prevede che, per la valutazione degli interventi da eseguire, vengano effettuate in via preventiva le operazioni per individuare la natura dei rifiuti presenti e le analisi delle matrici ambientali, allo scopo di verificare le eventuali contaminazioni da inquinanti. Gli interventi di bonifica si rendono necessari esclusivamente nel caso in cui venga riscontrata nel terreno e nelle acque di falda una concentrazione di inquinanti tale da costituire un pericolo per la salute umana. In tutti gli altri casi si parla di rimozione dei rifiuti. Sulla bonifica dei siti contaminati abbiamo posto una particolare attenzione, come dimostrano i 126 provvedimenti dirigenziali emanati nei tre anni del nostro mandato relativi a piani di indagine per la caratterizzazione ambientale, analisi di rischio sito specifiche e progetti di bonifica o messa in sicurezza permanente». Sul tema dei benefit ambientali, quanti sono e come sono stati spesi? «Le norme in materia stabiliscono che ai Comuni sede di discariche o impianti di trattamento di rifiuti indifferenziati spetta, da parte degli altri Comuni che utilizzano l’impianto, il riconoscimento di un benefit ambientale, che viene determinato in percentuale sulle tariffe di conferimento dei rifiuti ai diversi tipi di impianti. Tali somme devono essere corrisposte al gestore dell’impianto, che provvederà poi a restituirlo al Comune di appartenenza. Nel territorio di Roma Capitale il tema riguarda unicamente l’impianto di trattamento dei rifiuti urbani indifferenziati della società Porcarelli, che si trova nella zona di Rocca Cencia, dal quale Roma Capitale ha incassato il benefit ambientale a partire dal 2017, anno di autorizzazione Aia dell’impianto. Da quando si è insediata questa amministrazione, il benefit in entrata dall’impianto Porcarelli è stato pari a un totale di circa 735.000 euro. Risorse che sono state destinate alla rimozione delle discariche abusive e che noi in questi tre anni abbiamo integrato con finanziamenti cospicui per garantire interventi su tutta la città. La cifra di circa 400.000 euro riportata in una nota stampa del 29 agosto scorso rappresentava una stima sommaria delle spese. In realtà, dalle verifiche eseguite dal Dipartimento Ciclo dei Rifiuti, risulta che le somme spese sul territorio del Municipio delle Torri nel triennio 2022/2024 per la rimozione di piccole e medie discariche ammontano a complessivi 835.157 euro, quindi un importo maggiore di quello introitato con i benefit ambientali». Sono stati rispettati gli impegni presi il 13 marzo con i cittadini del VI Municipio ed effettuati interventi per mitigare il problema dei miasmi? «Il portone dell’impianto è stato riparato e la manutenzione dei biofiltri viene eseguita regolarmente. Inoltre anche a Rocca Cencia, come in tutte le altre strutture Ama, verrà installato uno speciale macchinario, già attivo presso l’impianto di Ostia Romagnoli, che consentirà di effettuare il lavaggio e l’igienizzazione dei mezzi in transito, abbattendo drasticamente i miasmi prodotti. Ricordo inoltre per mitigare il problema degli odori è stato implementato già dall’estate il servizio di pulizia e igienizzazione delle postazioni dei cassonetti stradali su tutto il territorio». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-terra-dei-fuochi-di-roma-attende-ancora-le-bonifiche-2669333167.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nei-bilanci-non-c-e-la-destinazione-dei-fondi-vincolati" data-post-id="2669333167" data-published-at="1728243779" data-use-pagination="False"> «Nei bilanci non c'è la destinazione dei fondi vincolati» Gianluca Timpone, commercialista esperto in ambito fiscale e contabile, specializzato nella revisione degli enti locali, ci ha aiutato a capire di più la normativa ma soprattutto a leggere i bilanci Nei bilanci dei Comuni se esiste la voce «benefit ambientali» in entrata dovrebbe esserci un corrispettivo in uscita? «Sì. Nel Comune di Roma, si nota che i benefit ricevuti vengono registrati nelle entrate, ma non ci sono indicazioni chiare su come vengono utilizzati nelle uscite. A pag. 21 del Bilancio di Previsione delle spese 2021-2023 Missione 09 - “Sviluppo sostenibile e tutela del territorio” andavano distinti i benefit ambientali trattandosi di fondi a destinazione vincolata. Questo è in effetti un principio fondamentale della contabilità pubblica, in particolare quando si tratta di gestire fondi pubblici legati a compensazioni o benefici per impatti ambientali. I Comuni sono tenuti a rendere pubbliche informazioni relative all’uso dei fondi e ai progetti finanziati prevedendo all’interno dei propri bilanci delle voci specifiche». Sono importi vincolati ? «Sì. Queste sono spese obbligatorie. Le regole della Regione Lazio dicono che i comuni devono usare i soldi ricevuti come compensazione per l’inquinamento, per migliorare l’ambiente e la vita delle persone nel loro territorio. Questo significa che i fondi dovrebbero essere spesi nella zona dove si trova l’impianto. Tra l’altro spendere i soldi derivanti dai benefit nel territorio comunale ma lontano dai siti di stoccaggio e/o lavorazione dei rifiuti fa venire meno l’utilità dell’uso dei benefit». Quali reati potrebbero profilarsi qualora non si rispettassero le disposizioni di legge? «I reati più comuni che potrebbero essere ipotizzati sono: ingiustificato e improprio per l’utilizzo di fondi pubblici, può comportare responsabilità sia penali che contabili; reati contro l’ambiente che si potrebbero configurare se i fondi non vengono utilizzati per mitigare gli impatti ambientali e sanitari e ciò conduce a un aggravamento delle condizioni di salute e ambiente; responsabilità di danno erariale, che può portare a procedimenti sia penali che civili per il recupero delle somme non utilizzate secondo le normative di legge. Oltre alle responsabilità penali, gli enti locali possono subire sanzioni amministrative o la revoca dei fondi, una volta accertato l’uso improprio delle risorse. In conclusione, quindi, se i fondi destinati a compensazioni o interventi per mitigare impatti ambientali vengano impiegati per scopi non previsti dalla legge o, pur rimanendo nell’ambito dell’assessorato competente, non affrontino effettivamente i problemi ambientali e sanitari, si potrebbero configurare violazioni di legge importanti che comportano sia responsabilità penali che amministrative». La struttura municipale di Roma e la delibera di giunta che nel 2014 firmò l’allora sindaco Veltroni, potrebbero aiutare a circoscrivere l’area di destinazione dei Benefit? «Sì, viste nell’insieme esse formano un quadro normativo e amministrativo che circoscrive l’applicazione dei benefit ambientali ai territori specifici interessati dagli impatti degli impianti, in particolare a quelli del VI Municipio. Inoltre, la delibera del 2014 e la sua enfasi sull’uso dei fondi nel territorio interessato imposta una chiara cornice di riferimento. In tal senso, si sottolinea l’importanza di indirizzare le risorse verso le aree direttamente colpite dagli effetti degli impianti, per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni residenti, soprattutto alla luce dei ritrovamenti, su quell’area, di rifiuti interrati». Ma come fa un cittadino a capire l’uso che si fa dei benefit ambientali? «Le spese per i benefit ambientali devono essere scritte nel bilancio in una parte specifica, in modo da far vedere chiaramente a cosa servono. Nel bilancio di Roma Capitale ci sono soldi registrati in entrata, ma non ci sono voci specifiche che mostrano come vengono spesi. Di solito, per mostrare che questi soldi vengono usati per migliorare le aree con discariche, si devono usare categorie specifiche come “somme per investimenti ambientali”, “programmi di sostenibilità ambientale” o “spese per la tutela e salvaguardia ambientatale” voci, queste, che nei capitoli di spesa all’interno del bilancio risultano assenti».
(Ansa)
Il metallo più prezioso nel giorno del destino arriva dal sacrificio disumano di una specialità militare. Si fatica col fucile in spalla e si spara. Per sei chilometri, è il Biathlon bellezza. Si arriva sfiniti al poligono dove quelle mani gelate e tremanti devono centrare il bersaglio. «Un respiro troppo corto, un indugio troppo lungo e hai perso». Ma Lisa Vittozzi di Sappada riesce a trovare l’armonia anche dentro la più infernale delle prove e sull’anello di Anterselva porta la staffetta mista a vincere l’argento olimpico nel delirio di una folla incredula. A 31 anni, con il suo cuore enorme, la ragazza che voleva fare la modella di Victoria Secrets trascina sul podio il treno azzurro (Tommaso Giacomel, Lukas Hofer, Dorothea Wierer) nella più incredibile delle rimonte. Oro alla Francia, bronzo alla Germania, risucchiata dall’irriducibile friulana partita per fare legna e arrivata per fare la storia.
Il volto del giorno è quello di lady Vittozzi, iperattiva fin da bambina, esasperata dal desiderio di vincere anche la tombola a Natale. Giocava a calcio con i maschi, poi provò nuoto, arrampicata, danza. Ricorda con la medaglia al collo: «Il mio segreto è non arrendermi mai. Quando mi sono distrutta tibia e perone sugli sci da discesa ho deciso di passare al fondo. Ma non mi bastava, ho trovato la pace mettendomi in spalla anche il fucile ad aria compressa». Un argento vivo, metafora che oggi funziona in quello sport mutuato da guerre vere e reso famoso sui campi di battaglia di Finlandia dove nel secolo scorso un intero popolo seppe fermare due volte l’imperialismo sovietico.
Vittozzi è un volto televisivo, ha partecipato al docufilm «Radici» su Discovery, dove ha raccontato il rapporto speciale con sua nonna Lea, alla quale ha dedicato la medaglia olimpica. Francesca Lollobrigida con il piccolo Tommaso in braccio ha raccontato il profondo senso dell’essere madre, Lisa l’amore di una nonna speciale. Questi sono Giochi di famiglia. «Gareggiavo ad Oberhof in Germania e al telefono mi disse che sarebbe venuta a vedermi. Le ordinai di non muoversi. Le dissi: nonna, non puoi farti 9 ore di macchina e poi stare al freddo. Si è presentata a Oberhof, mi ha visto salire sul podio. È stata la cosa più bella che abbia fatto. È stata l’ultima gara che ha visto».
È il giorno dei nonni e delle donne speciali. «Non ho paura di niente», grida al mondo da Livigno Lucia Dalmasso con la tavola fra le mani; si è messa al collo il bronzo, battuta solo dalla ceka Suzana Maderova e dall’austriaca Sabine Payer. I maschi hanno deluso, lei ha fatto tornare l’azzurro nel cielo. La guerriera di Feltre, 28 anni, era una promessa dello Sci alpino, ma un incidente le ha cambiato il destino: crociati delle due ginocchia rotti e un bivio, o il ritiro o la rinascita. La bellunese vira sullo Snowboard, ecco la cura. Cinque anni di sacrifici per diventare un top, per declinare nel gigante parallelo tutta la sua forza interiore, fino al podio olimpico.
Due donne nuove, due sorprese stupende. Sofia Goggia perdonerà. È di bronzo anche la sua giornata, ma con un fondo di amarezza. Probabilmente ha perso le medaglie nobili della Libera (prima la statunitense Breezy Johnson, seconda la tedesca Emma Aicher) in quei 20 minuti di attesa al cancelletto delle Tofane di Cortina, mentre i medici si occupavano di Lindsey Vonn, mito caduto. Sofia si chiude in se stessa, ripete meccanicamente a gesti tutta la pista, prova a trattenere la concentrazione che scappa via. Ma quando scende è frenata, meno fluida del solito. «Volevo l’oro, so di aver commesso qualche errore ma bisogna guardare al risultato complessivo, è la terza medaglia alla terza olimpiade. Una cosa enorme».
È vero, aveva già vinto l’oro a PyeongChang e l’argento a Pechino. Ora ha completato la collezione, in attesa della rivincita in SuperG e Gigante. Buone sensazioni anche da Federica Brignone, decima dopo mesi ai box. I Giochi durano solo 13” per la fuoriclasse Vonn: alla terza curva un bastoncino si impiglia in un paletto. La caduta è rovinosa, un’esplosione di pulviscolo bianco, con lei che urla a gambe aperte perché gli sci non si sono sganciati. Sul traguardo cala un silenzio irreale mentre le pale dell’elisoccorso scandiscono il trasferimento della sciatrice in ospedale con una gamba fratturata. All’icona dello Sport, che a 41 anni voleva correre con un tutore a protezione del ginocchio con il crociato rotto, il dio delle nevi ha voltato le spalle.
Oggi le speranze italiane di medaglia tornano a rivolgersi a Dominik Paris e Giovanni Franzoni nella Combinata maschile, in attesa di altre sorprese e meraviglie. Siamo in buone mani.
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Friedrich Merz (Ansa)
Così è arrivato il momento di mettere a folle il motore della transazione energetica. Il ministero dell’Economia tedesco starebbe valutando un giro di vite sulle fonti rinnovabili. In particolare, sta studiando di limitare alcuni elementi centrali nel piano di espansione delle energie green, il cosiddetto diritto di priorità di immissione e di allaccio alla rete. Secondo quanto riporta il quotidiano Tagesspiegel, citando fonti del settore, un «pacchetto rete» sarebbe in preparazione parallelamente alla riforma della legge sulle energie rinnovabili (Eeg). In base alle indiscrezioni, nuovi impianti eolici e solari non verrebbero più collegati «senza indugio» e, se nell’area di rete oltre il 3% dell’energia rinnovabile fosse stato limitato l’anno precedente, i gestori dei nuovi impianti dovrebbero rinunciare fino a dieci anni all’indennizzo previsto per le riduzioni di produzione. Inoltre, i gestori delle reti di distribuzione potrebbero definire procedure autonome di allaccio per impianti superiori a 135 chilowatt, con il rischio - secondo il settore - di rallentare i collegamenti, dato che in Germania operano oltre 800 gestori. Critiche sono giunte dalle oltre 1.000 cooperative energetiche attive nel solare, eolico e bioenergia: «Questi investimenti necessitano di condizioni quadro affidabili», ha dichiarato Jan Holthaus dell’associazione Dgrv, chiedendo regole chiare per il rifinanziamento e un accesso sicuro alla rete.
Ma non è questo l’unico passo indietro sulla transizione ecologica in questo Paese che fino a ieri era uno dei sostenitori più convinti dell’abbandono delle fonti fossili. L’impresa europea di batterie per veicoli Automotive cells (Acc) ha comunicato al sindacato dei metalmeccanici Uilm che accantonerà i piani per costruire gigafactory in Italia e Germania. Che il progetto di Termoli fosse tramontato si vociferava da tempo ma ieri è arrivata la conferma ufficiale insieme a quella dell’analogo piano in Germania. È una vera e propria ritirata dal settore e implicitamente la resa alla Cina. In una nota, Acc, sostenuta da Stellantis, ha affermato che sta valutando la chiusura dei progetti, sospesi dal 2024 a causa di una crescita più lenta del previsto per i veicoli elettrici. I nuovi siti erano tra le decine pianificati in Europa, nel tentativo di ridurre la dipendenza dai produttori cinesi, ma sono stati bloccati quando l’azienda ha valutato il passaggio a una tecnologia di batterie meno costosa. Acc ha detto chiaramente che non ci sono i «prerequisiti per riavviare i progetti in Germania e Italia». Impensabile andare avanti se le auto elettriche non si vendono. D’altronde Stellantis ha avvertito che subirà un calo di 22 miliardi di euro a causa della diffusione più lenta del previsto dei veicoli a batteria. A settembre 2024, l’Italia ha annunciato il ritiro di circa 250 milioni di euro dai fondi dell’Unione europea inizialmente destinati alla gigafactory, a causa dell’incertezza sui tempi di realizzazione del progetto.
Sempre in Germania, il ministero della Difesa ha rifatto il catasto dei campi armati, in modo che le ex aree militari non saranno disponibili per nuovi progetti fotovoltaici o eolici. Caserme dismesse, ex aeroporti e campi di addestramento che negli ultimi decenni erano stati convertiti a usi civili, diventano ora parte di una «riserva strategica». Tredici superfici destinate a ospitare impianti per le energie rinnovabili, serviranno a ospitare basi operative dell’esercito e per l’addestramento. Altro che pannelli solari e pale eoliche.
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(Honda Aircraft Company)
La novità rappresenta un importante passo avanti per la sicurezza aerea. Honda Aircraft Company sta lavorando per ottenere le necessarie autorizzazioni anche in altri Paesi, così da rendere questa tecnologia disponibile a livello internazionale.
«L’introduzione di Emergency Autoland dimostra il nostro impegno nel rendere il volo sempre più sicuro e accessibile», ha dichiarato Hideto Yamasaki, Presidente e Ceo di Honda Aircraft Company. «Questa tecnologia offre ai nostri clienti una maggiore tranquillità, sapendo che l’aereo è in grado di gestire una situazione critica anche nelle circostanze più difficili».
Emergency Autoland è un sistema progettato per far atterrare l’aereo da solo in caso di emergenza, ad esempio se il pilota si sente male o non riesce più a controllare il velivolo.
Il sistema può essere attivato premendo un pulsante in cabina oppure entrare in funzione automaticamente se rileva che il pilota non risponde.
Una volta attivo, Emergency Autoland avvisa automaticamente il controllo del traffico aereo e sceglie l’aeroporto più adatto in base alle condizioni meteo, alla quantità di carburante disponibile e alle caratteristiche delle piste. L’aereo viene quindi guidato in sicurezza fino all’atterraggio e si ferma completamente sulla pista, senza bisogno di interventi esterni.
Già nel 2024 HondaJet Elite II era stato il primo jet della sua categoria a introdurre un sistema automatico di gestione della velocità, un passaggio fondamentale per rendere possibile Emergency Autoland. I test di volo si sono conclusi nel 2025, aprendo la strada a questa importante innovazione.
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Ansa
In realtà sembra assodato che i bambini «socializzassero» adeguatamente con quelli delle famiglie vicine, ma ciò non è apparso sufficiente, in assenza della «socializzazione» in ambito scolastico, dovuta al fatto che i bambini non frequentavano la scuola, avendo i genitori optato per la educazione in famiglia («home schooling»), come consentito, a determinate condizioni, dalla legge. Non risulta chiaro, in verità, se tali condizioni fossero state o meno soddisfatte. Ma non è su questo che si vuole qui puntare l’attenzione, quanto piuttosto sul fatto che è, comunque, la socializzazione in ambito scolastico quella che viene, in sostanza, considerata imprescindibile ai fini di una corretta formazione della personalità del minore. E questo tipo di socializzazione è caratterizzato dal suo svolgersi secondo le direttive e sotto la supervisione di un’autorità che, direttamente o indirettamente, è quella dello Stato.
In sostanza, si lascia, quindi, intendere che, pur nel dichiarato rispetto dell’articolo 30 della Costituzione secondo cui è «dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli», è però preferibile che l’istruzione e l’educazione siano affidate allo Stato. E su questa stessa linea si pongono le forze politiche e gli «opinion makers» che sostengono la necessità o, quanto meno, l’opportunità che nei programmi scolastici venga inserita l’educazione «sessuo-affettiva» per supplire alle presunte carenze o distorsioni frequentemente riscontrabili - si afferma - nell’educazione che, in materia sessuo-affettiva, i minori ricevono in famiglia. Il tutto riconducibile a una visione generale secondo cui spetterebbe allo Stato curare la formazione della personalità di ogni cittadino, fin dalla più tenera età, in modo da renderla conforme a un modello ideale precostituito, funzionale al modello assunto come proprio dallo Stato nel suo complesso. Visione, questa, che ben può trovare la sua collocazione nell’ambito di quella che viene oggi da molti definita come «democrazia totalitaria», riprendendo, pur sotto varie e diverse angolature, un concetto enunciato per la prima volta, nel 1952, dallo storico israeliano Jakob Talmon nel suo libro The origins of totalitarian democracy.
Ma si tratta di una visione le cui radici, risalendo addirittura all’antichità, possiamo ritrovare nella Repubblica di Platone, in cui si immaginava uno Stato governato dai «filosofi», nel quale, tra l’altro, la famiglia tradizionale fosse abolita e i figli, nati da accoppiamenti decisi dalla sorte, fossero affidati, fin dalla più tenera età, alla pubblica autorità. Questa raffigurazione di quello che avrebbe dovuto essere, secondo l’autore, lo Stato ideale rimase, in realtà, pressoché isolata nel pensiero dell’antichità greco-romana. Essa venne, però, ripresa a partire dal XVI secolo in varie opere le più note delle quali sono l’Utopia di Thomas More e La città del Sole, di Tommaso Campanella. In quest’ultima, in particolare, si torna a predicare l’abolizione della famiglia e l’esclusiva competenza dello Stato a provvedere all’educazione dei figli nati dalle unioni sessuali decise, peraltro, non più dalla sorte ma dalle autorità. Più moderata risulta la posizione del More, il quale lascia sussistere la famiglia tradizionale salvo, però, prevedere che il numero dei figli per ogni famiglia sia fissato dall’autorità, per cui, in caso di superamento, i figli in eccedenza sono assegnati a un’altra famiglia che non ne ha avuti a sufficienza.
Una radicale avversione alla famiglia, accompagnata alla pretesa che i figli, comunque venuti al mondo, debbano essere affidati, il prima possibile, alle cure esclusive dello Stato o della «comunità», costituisce
poi - come messo bene in luce da Igor Safarevich nel suo Il socialismo come fenomeno storico mondiale, pubblicato la prima volta nel 1977 - elemento ricorrente in pressoché tutti i numerosi progetti di società qualificabili, in senso lato, come «socialisti» in quanto basati sul rifiuto di ogni forma di libera iniziativa e di proprietà individuale, comparsi a partire dal XVIII secolo. Fra essi, a titolo di esempio: Il codice della natura, ovvero l’autentico spirito delle leggi, di Morelly (probabile pseudonimo di Denis Diderot); Il vero sistema, di Léger DeschampsIl nuovo mondo industriale e societario, di François Fourier; la Congiura per l’eguaglianza, di Filippo Buonarroti. Sulla stessa linea si ritrova, poi, l’opera specificamente dedicata, da Friedrich Engels, alla Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato.
Ci si potrebbe chiedere, tuttavia, a questo punto, come mai l’attuale pretesa dello Stato di estromettere, per quanto possibile, le famiglie dall’educazione dei figli, pur essendo ricollegabile, come si è visto, a originarie visioni di tipo collettivistico, si accompagni invece, oggi, a una diffusa mentalità di tipo edonistico-individualista, in buona parte avallata anche dallo stesso Stato. Può rispondersi che ciò appare come uno dei frutti della commistione, verificatasi a partire dal 1968, tra l’edonismo individualista proprio della tradizione anglo-sassone, resosi dominante in Occidente ma non più compensato dal moralismo di stampo calvinista, proprio anch’esso di quella tradizione, e l’egualitarismo delle visioni collettiviste, fatte proprie ed in parte realizzate nel marxismo, ma non più compensate, a loro volta, dalla dichiarata finalità della creazione di un ordinamento statuale in cui esse trovassero compiuta realizzazione; finalità, quella ora detta, la cui scomparsa ha lasciato, tuttavia, come residuo, l’antico e talvolta confessato convincimento di molti fra i politici e pensatori della sinistra marxista che quelli in favore dei quali doveva promuoversi e garantirsi l’eguaglianza, essendo privi di adeguata intelligenza (Engels definì una volta, in una lettera a Marx, gli operai come «una massa spaventosamente idiota»), dovessero essere guidati e diretti, fin dalla nascita, da chi ne sapeva più di loro.
Ed è proprio, quindi, quella commistione che bisognerebbe decidersi, una volta o l’altra, a spezzare.
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