True
2018-12-18
La tassa sulle auto riappare e colpisce i Suv
Pixabay
Nonostante le dichiarazioni di Matteo Salvini e gli emendamenti a firma leghista, l'ecotassa non scompare. Resta in manovra, stando alle dichiarazioni del leader grillino, Luigi Di Maio, e finirà con il colpire i Suv e le auto di grossa cilindrata. Al tempo stesso sarà previsto un bonus per chi acquista macchine con basse emissioni, uno sconto che arriverà fino a 4.000 euro (dovrebbe essere abbassato il tetto massimo inizialmente previsto in 6.000 euro) per le meno inquinanti, quelle con emissioni vicine allo zero, prevalentemente ibride ed elettriche.
L'intenzione è anche quella di aumentare l'installazione delle colonnine per la ricarica di auto elettriche, infrastruttura fondamentale perché proprio l'assenza di una rete di ricarica veloce è stato finora uno dei maggiori limiti alla loro diffusione. In pratica stimolare il piano di lancio previsto dal numero uno dell'Enel, Francesco Starace. Al momento i condizionali restano d'obbligo. Non tanto sulla nuova tassa che è confermata (la Lega ieri non è insorta), ma sulle modalità di applicazione. Secondo le indiscrezioni circolate ieri, la soglia di caduta tra il bonus e il malus resterebbe sempre la quota di emissioni. Da 110 grammi di CO2 per chilometro si passerebbe a 155. Il che non indica in alcun modo il prezzo e il valore dell'auto acquistata nel concessionario. Al contrario eleva semplicemente il livello di emissioni. Con tale criterio la Fiat 500 L 1.400 16 valvole, per esempio, pagherebbe il malus. Così come accadrebbe ad alcuni modelli della Giuletta e pure del Suv della Nissan Qashqai. Prezzi che superano i 20.000 euro, ma lungi dall'essere da nababbi.
Non a caso contro la nuova misura insorgono le associazioni dei produttori di auto e dei concessionari. «La nuova tassa ricorda il superbollo, non ha effetti sulla riduzione dell'inquinamento, crea un ammanco nel bilancio dello Stato e impatterà sull'occupazione del Paese», affermano Anfia, Federauto e Unrae, che chiedono al governo «di eliminare dalla manovra di bilancio di ogni ulteriore gravame fiscale a carico degli automobilisti» e di rinviare tutto al 2020.
Le associazioni delle case automobilistiche sostengono che con queste misure, le entrate dello Stato, che per i veicoli venduti nel 2017 erano state di 9,4 miliardi (Iva e imposte accessorie), potrebbero scendere anziché salire. Non commenta per ora Fca che nei giorni scorsi ha minacciato di rivedere il piano industriale da 5 miliardi annunciato per gli stabilimenti italiani.
Nella stesura approvata alla Camera le misure di bonus e malus si coprirebbero a vicenda, con incassi della tassa stimati in 300 milioni di euro nel 2019 (e di poco superiori negli anni successivi) da destinare agli incentivi per elettriche, ibride o poco inquinanti. Si legge che il bonus sarà suddiviso in tre fasce. Avrà uno sconto di 1.500 euro chi comprerà auto che emettono tra 70 e 90 grammi di CO2 al chilometro, ad esempio la Skoda Citigo, mentre il bonus sarà di 3.000 euro per le vetture con emissioni tra 20 e 70 grammi al chilometro, come l'Audi A3 Etron o la Toyota Yaris 1.5 hybrid. Il massimo incentivo riguarda i modelli con emissioni tra 0 e 20 grammi al chilometro: la Citroen C0, la Renault Nose o la Volkswagen egolf.
Però il testo non è definitivo e potrebbe oltre a riservare brutte sorprese anche lasciare scoperte aree di budget, tanto da dover ricorrere a clausole di salvaguardia. La partita in ogni caso dovrebbe essere ancora aperta, almeno nella definizione delle auto penalizzate.
Stesso discorso per i pensionati cosiddetti d'oro. Coloro che incassano più di 90.000 euro lordi annui, (circa 4.500 netti al mese) subiranno una decurtazione della parte che eccede alla soglia compresa tra il 10 e il 40%. Lo scaglione più severo riguarda i possessori di assegni superiori ai 500.000 euro annui. È in corso una trattativa con la Lega per innalzare a 100.000 la soglia minima per il taglio, in ogni caso l'intervento coprirebbe le spese di Opzione donna (l'incentivo all'uscita dal mondo del lavoro) anche per i prossimi tre anni. Non si capisce come i 5 stelle anche ieri abbiano insistito sulla cifra di 1 miliardo di euro, che a detta del Movimento finirebbe nel budget da destinare alle pensioni minime. Il risparmio dall'intervento sulle pensioni d'oro difficilmente supererà i 250 milioni di euro al netto delle imposte, per quadruplicare la cifra è facile immaginare a quale soglia di pensione si debba scendere. Tanto più che il governo ha confermato quanto più volte la Verità ha riportato, cioè che dal 2019 ci sarà pure un blocco dell'indicizzazione degli assegni, a partire dai 1.500 euro lordi mensili.
La strada verso il reddito di cittadinanza è irta e piena di cure dimagranti. Due elementi positivi: confermato il taglio del 30% dei contributi Inail e il saldo stralcio per le cartelle esattoriali.
La Commissione si riunisce domani, la legge di bilancio non è in agenda
Tutto aperto e situazione veramente imprevedibile tra Roma e Bruxelles. Quando sembrava che tirasse aria di intesa, come una doccia fredda ieri sera la riunione dei capi di gabinetto della Commissione Ue, convocata per preparare la riunione in programma domani, ha fatto sapere che «il negoziato continua ed è troppo presto per sapere che cosa succederà». L'ordine del giorno potrebbe essere modificato anche all'ultimo momento dal presidente Jean-Claude Juncker, ma questa ipotesi sembra molto improbabile.
Sono dunque possibili due scenari opposti. Il primo, favorevole all'Italia, vedrebbe un sostanziale arretramento della Commissione. Dopo il vertice dell'altra notte a Palazzo Chigi, il governo ha trasmesso a Bruxelles uno schema che conferma il deficit al 2,04%. Ieri fonti del Mef hanno parlato di ulteriori colloqui telefonici tra il ministro dell'wconomia Giovanni Tria e i commissari Ue Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis, con l'obiettivo di «finalizzare l'accordo».
E per la prima volta, contrariamente a un copione consolidato da tre mesi, da Bruxelles non erano giunte - in prima battuta - dichiarazioni incendiarie. Anzi: gran silenzio di Moscovici e Dombrovskis, e a metà giornata perfino una nota distensiva di uno dei portavoce della Commissione, Margaritis Schinas: «I commissari sono in contatto con il ministro Tria. La Commissione deciderà i prossimi passi sulla base dei risultati di questo dialogo. Il lavoro continua a tutti i livelli e non diamo dettagli».
È evidente che, se così fosse, l'ultima manche della partita sarebbe favorevole per l'Italia per tre ragioni. Primo: il deficit resterebbe quello comunicato da Giuseppe Conte nel weekend. Secondo: quota 100 partirebbe secondo lo stanziamento corretto ormai da diverse settimane (leggermente inferiore a 5 miliardi). Terzo: la limatura sul reddito di cittadinanza sarebbe solo quella che è stata annunciata dalla Verità da ben due mesi, cioè un mero slittamento temporale (inizio ad aprile) e un conseguente minor esborso (6 miliardi circa, più 1 per i centri per l'impiego, invece dei 9 inizialmente previsti).
Morale: al di là delle diverse letture possibili e indipendentemente dai giudizi politici sulle singole misure, se questa ipotesi risultasse confermata ci sembrerebbe di poter concludere che Bruxelles, dopo aver chiuso due occhi sulla Francia, si sarebbe persuasa di essere obbligata a chiuderne almeno uno pure sull'Italia. Si svelerebbe dunque il carattere tutto politico, cioè discrezionale e arbitrario, delle regole e dei parametri europei: presentati come «sacri» nei giorni pari, ma liberamente interpretabili nei giorni dispari. Non un figurone per la Commissione, insomma.
Dopo la riunione dei capi di gabinetto della Commissione, va tuttavia preso in considerazione anche un altro scenario ben diverso, quello preferito dai «poliziotti cattivi» a Bruxelles, e pure auspicato dalle opposizioni, preda ieri di nuove tentazioni anti italiane. Su questo fronte, si fa osservare che il deficit strutturale per il 2019 aumenterebbe (diversamente da quello nominale), che il rapporto deficit/Pil degli anni successivi non sarebbe modificato, allontanando così il pareggio di bilancio, e che non ci sarebbe una discesa dello stock di debito. Senza dire che il rallentamento economico e il presumibile minor aumento del Pil renderebbe tutto più difficile. Su questa base, la procedura contro l'Italia potrebbe - anzi dovrebbe - essere aperta.
Se Bruxelles decidesse in questo senso, si tratterebbe davvero di un gesto da piromani. Da giorni i rendimenti dei titoli pubblici italiani (quindi il costo del finanziamento per lo Stato) sono in discesa e la Borsa (tranne ieri) è in risalita, con uno spread più stabilizzato. Perché allora mettere mano a fiammiferi e taniche di benzina? Sarebbe difficile per la Commissione dare la colpa ad altri di un eventuale terremoto sui mercati, a quel punto, o aggrapparsi a uno 0,06% di differenza per giustificare la propria impuntatura contro i gialloblù.
Di qui l'avvertimento di ieri sera di Matteo Salvini: «Mi auguro che a Bruxelles ci sia buonsenso e non figli e figliastri: all'Italia contano anche i peli del naso, e alla Francia di Emmanuel Macron fanno fare quel che gli pare. Mi auguro che la partita sia chiusa. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare: se ci chiedono di tagliare ancora, diciamo no. Basta».
Sta di fatto che, in attesa dell'auspicata stretta di mano finale con gli uomini di Bruxelles, ieri è slittata la commissione bilancio del Senato, che tornerà a lavorare oggi, mentre l'approdo in Aula della manovra potrebbe slittare a venerdì.
Continua a leggereRiduci
L'imposta è certa per vetture di grossa cilindrata, ma potrebbe riguardare pure veicoli con emissioni superiori a 155 grammi, come la 500 L. Confermati i tagli alle pensioni d'oro e la mancata indicizzazione degli assegni. Alle aziende contributi Inail ridotti del 30%.Commissione Ue, discussione slittata: «È troppo presto». Ma la procedura d'infrazione incombe.Lo speciale contiene due articoli.Nonostante le dichiarazioni di Matteo Salvini e gli emendamenti a firma leghista, l'ecotassa non scompare. Resta in manovra, stando alle dichiarazioni del leader grillino, Luigi Di Maio, e finirà con il colpire i Suv e le auto di grossa cilindrata. Al tempo stesso sarà previsto un bonus per chi acquista macchine con basse emissioni, uno sconto che arriverà fino a 4.000 euro (dovrebbe essere abbassato il tetto massimo inizialmente previsto in 6.000 euro) per le meno inquinanti, quelle con emissioni vicine allo zero, prevalentemente ibride ed elettriche. L'intenzione è anche quella di aumentare l'installazione delle colonnine per la ricarica di auto elettriche, infrastruttura fondamentale perché proprio l'assenza di una rete di ricarica veloce è stato finora uno dei maggiori limiti alla loro diffusione. In pratica stimolare il piano di lancio previsto dal numero uno dell'Enel, Francesco Starace. Al momento i condizionali restano d'obbligo. Non tanto sulla nuova tassa che è confermata (la Lega ieri non è insorta), ma sulle modalità di applicazione. Secondo le indiscrezioni circolate ieri, la soglia di caduta tra il bonus e il malus resterebbe sempre la quota di emissioni. Da 110 grammi di CO2 per chilometro si passerebbe a 155. Il che non indica in alcun modo il prezzo e il valore dell'auto acquistata nel concessionario. Al contrario eleva semplicemente il livello di emissioni. Con tale criterio la Fiat 500 L 1.400 16 valvole, per esempio, pagherebbe il malus. Così come accadrebbe ad alcuni modelli della Giuletta e pure del Suv della Nissan Qashqai. Prezzi che superano i 20.000 euro, ma lungi dall'essere da nababbi. Non a caso contro la nuova misura insorgono le associazioni dei produttori di auto e dei concessionari. «La nuova tassa ricorda il superbollo, non ha effetti sulla riduzione dell'inquinamento, crea un ammanco nel bilancio dello Stato e impatterà sull'occupazione del Paese», affermano Anfia, Federauto e Unrae, che chiedono al governo «di eliminare dalla manovra di bilancio di ogni ulteriore gravame fiscale a carico degli automobilisti» e di rinviare tutto al 2020. Le associazioni delle case automobilistiche sostengono che con queste misure, le entrate dello Stato, che per i veicoli venduti nel 2017 erano state di 9,4 miliardi (Iva e imposte accessorie), potrebbero scendere anziché salire. Non commenta per ora Fca che nei giorni scorsi ha minacciato di rivedere il piano industriale da 5 miliardi annunciato per gli stabilimenti italiani.Nella stesura approvata alla Camera le misure di bonus e malus si coprirebbero a vicenda, con incassi della tassa stimati in 300 milioni di euro nel 2019 (e di poco superiori negli anni successivi) da destinare agli incentivi per elettriche, ibride o poco inquinanti. Si legge che il bonus sarà suddiviso in tre fasce. Avrà uno sconto di 1.500 euro chi comprerà auto che emettono tra 70 e 90 grammi di CO2 al chilometro, ad esempio la Skoda Citigo, mentre il bonus sarà di 3.000 euro per le vetture con emissioni tra 20 e 70 grammi al chilometro, come l'Audi A3 Etron o la Toyota Yaris 1.5 hybrid. Il massimo incentivo riguarda i modelli con emissioni tra 0 e 20 grammi al chilometro: la Citroen C0, la Renault Nose o la Volkswagen egolf. Però il testo non è definitivo e potrebbe oltre a riservare brutte sorprese anche lasciare scoperte aree di budget, tanto da dover ricorrere a clausole di salvaguardia. La partita in ogni caso dovrebbe essere ancora aperta, almeno nella definizione delle auto penalizzate. Stesso discorso per i pensionati cosiddetti d'oro. Coloro che incassano più di 90.000 euro lordi annui, (circa 4.500 netti al mese) subiranno una decurtazione della parte che eccede alla soglia compresa tra il 10 e il 40%. Lo scaglione più severo riguarda i possessori di assegni superiori ai 500.000 euro annui. È in corso una trattativa con la Lega per innalzare a 100.000 la soglia minima per il taglio, in ogni caso l'intervento coprirebbe le spese di Opzione donna (l'incentivo all'uscita dal mondo del lavoro) anche per i prossimi tre anni. Non si capisce come i 5 stelle anche ieri abbiano insistito sulla cifra di 1 miliardo di euro, che a detta del Movimento finirebbe nel budget da destinare alle pensioni minime. Il risparmio dall'intervento sulle pensioni d'oro difficilmente supererà i 250 milioni di euro al netto delle imposte, per quadruplicare la cifra è facile immaginare a quale soglia di pensione si debba scendere. Tanto più che il governo ha confermato quanto più volte la Verità ha riportato, cioè che dal 2019 ci sarà pure un blocco dell'indicizzazione degli assegni, a partire dai 1.500 euro lordi mensili. La strada verso il reddito di cittadinanza è irta e piena di cure dimagranti. Due elementi positivi: confermato il taglio del 30% dei contributi Inail e il saldo stralcio per le cartelle esattoriali.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-tassa-sulle-auto-riappare-e-colpisce-i-suv-2623679004.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-commissione-si-riunisce-domani-la-legge-di-bilancio-non-e-in-agenda" data-post-id="2623679004" data-published-at="1771445176" data-use-pagination="False"> La Commissione si riunisce domani, la legge di bilancio non è in agenda Tutto aperto e situazione veramente imprevedibile tra Roma e Bruxelles. Quando sembrava che tirasse aria di intesa, come una doccia fredda ieri sera la riunione dei capi di gabinetto della Commissione Ue, convocata per preparare la riunione in programma domani, ha fatto sapere che «il negoziato continua ed è troppo presto per sapere che cosa succederà». L'ordine del giorno potrebbe essere modificato anche all'ultimo momento dal presidente Jean-Claude Juncker, ma questa ipotesi sembra molto improbabile. Sono dunque possibili due scenari opposti. Il primo, favorevole all'Italia, vedrebbe un sostanziale arretramento della Commissione. Dopo il vertice dell'altra notte a Palazzo Chigi, il governo ha trasmesso a Bruxelles uno schema che conferma il deficit al 2,04%. Ieri fonti del Mef hanno parlato di ulteriori colloqui telefonici tra il ministro dell'wconomia Giovanni Tria e i commissari Ue Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis, con l'obiettivo di «finalizzare l'accordo». E per la prima volta, contrariamente a un copione consolidato da tre mesi, da Bruxelles non erano giunte - in prima battuta - dichiarazioni incendiarie. Anzi: gran silenzio di Moscovici e Dombrovskis, e a metà giornata perfino una nota distensiva di uno dei portavoce della Commissione, Margaritis Schinas: «I commissari sono in contatto con il ministro Tria. La Commissione deciderà i prossimi passi sulla base dei risultati di questo dialogo. Il lavoro continua a tutti i livelli e non diamo dettagli». È evidente che, se così fosse, l'ultima manche della partita sarebbe favorevole per l'Italia per tre ragioni. Primo: il deficit resterebbe quello comunicato da Giuseppe Conte nel weekend. Secondo: quota 100 partirebbe secondo lo stanziamento corretto ormai da diverse settimane (leggermente inferiore a 5 miliardi). Terzo: la limatura sul reddito di cittadinanza sarebbe solo quella che è stata annunciata dalla Verità da ben due mesi, cioè un mero slittamento temporale (inizio ad aprile) e un conseguente minor esborso (6 miliardi circa, più 1 per i centri per l'impiego, invece dei 9 inizialmente previsti). Morale: al di là delle diverse letture possibili e indipendentemente dai giudizi politici sulle singole misure, se questa ipotesi risultasse confermata ci sembrerebbe di poter concludere che Bruxelles, dopo aver chiuso due occhi sulla Francia, si sarebbe persuasa di essere obbligata a chiuderne almeno uno pure sull'Italia. Si svelerebbe dunque il carattere tutto politico, cioè discrezionale e arbitrario, delle regole e dei parametri europei: presentati come «sacri» nei giorni pari, ma liberamente interpretabili nei giorni dispari. Non un figurone per la Commissione, insomma. Dopo la riunione dei capi di gabinetto della Commissione, va tuttavia preso in considerazione anche un altro scenario ben diverso, quello preferito dai «poliziotti cattivi» a Bruxelles, e pure auspicato dalle opposizioni, preda ieri di nuove tentazioni anti italiane. Su questo fronte, si fa osservare che il deficit strutturale per il 2019 aumenterebbe (diversamente da quello nominale), che il rapporto deficit/Pil degli anni successivi non sarebbe modificato, allontanando così il pareggio di bilancio, e che non ci sarebbe una discesa dello stock di debito. Senza dire che il rallentamento economico e il presumibile minor aumento del Pil renderebbe tutto più difficile. Su questa base, la procedura contro l'Italia potrebbe - anzi dovrebbe - essere aperta. Se Bruxelles decidesse in questo senso, si tratterebbe davvero di un gesto da piromani. Da giorni i rendimenti dei titoli pubblici italiani (quindi il costo del finanziamento per lo Stato) sono in discesa e la Borsa (tranne ieri) è in risalita, con uno spread più stabilizzato. Perché allora mettere mano a fiammiferi e taniche di benzina? Sarebbe difficile per la Commissione dare la colpa ad altri di un eventuale terremoto sui mercati, a quel punto, o aggrapparsi a uno 0,06% di differenza per giustificare la propria impuntatura contro i gialloblù. Di qui l'avvertimento di ieri sera di Matteo Salvini: «Mi auguro che a Bruxelles ci sia buonsenso e non figli e figliastri: all'Italia contano anche i peli del naso, e alla Francia di Emmanuel Macron fanno fare quel che gli pare. Mi auguro che la partita sia chiusa. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare: se ci chiedono di tagliare ancora, diciamo no. Basta». Sta di fatto che, in attesa dell'auspicata stretta di mano finale con gli uomini di Bruxelles, ieri è slittata la commissione bilancio del Senato, che tornerà a lavorare oggi, mentre l'approdo in Aula della manovra potrebbe slittare a venerdì.
La giudice ha spiegato che l’azienda non può scegliere «a piacere» chi sospendere dal lavoro. La scelta deve seguire regole corrette, fatte con buona fede, senza favoritismi e senza discriminazioni, anche quando alcuni lavoratori hanno limitazioni nello svolgere certe mansioni.
Un punto importante della sentenza riguarda il numero minimo di giornate lavorate durante gli ammortizzatori sociali. Il Tribunale dice che non basta rispettare la percentuale solo formalmente: se poi, nella pratica, alcuni dipendenti restano quasi sempre a casa e altri vengono chiamati molto più spesso, il sistema non è corretto. Questo vale soprattutto quando i lavoratori possono essere spostati su mansioni simili (cioè quando c’è «fungibilità»). Per questi motivi, Stellantis è stata condannata a pagare le differenze di stipendio e anche i due terzi delle spese legali.
In dettaglio, la sentenza si apre con un chiarimento sul quadro di legge: il Decreto legislativo 148/2015 non impone in modo esplicito la rotazione nella Cassa integrazione ordinaria. Però questo non dà all’azienda «carta bianca». La giudice richiama la Cassazione e ricorda che «il potere di scelta dei lavoratori da porre in cassa integrazione […] non è incondizionato»: l’impresa deve comunque rispettare «i doveri di correttezza e buona fede» e non può creare discriminazioni, comprese quelle legate a «invalidità o presunta ridotta capacità lavorativa». Il punto centrale è che, anche se la legge non parla di rotazione come obbligo formale, resta un principio di equità e di tutela che non può essere aggirato.
Il Tribunale aggiunge poi che la rotazione diventa concreta e pretendibile quando i lavoratori sono «pienamente fungibili», cioè quando fanno lo stesso lavoro o lavori molto simili. Ed è qui che viene criticato il comportamento aziendale dell’ex Fca: Stellantis, secondo la sentenza, non ha mai spiegato alle rappresentanze sindacali con quali criteri scegliesse chi sospendere, limitandosi a indicare quanti lavoratori erano coinvolti e per quali periodi. Come osserva la giudice, nelle comunicazioni dell’azienda «viene riportato soltanto il numero dei lavoratori interessati […] senza alcun richiamo ai criteri utilizzati». In un contesto come quello delle linee di Termoli, dove la fungibilità è ampia, questa mancanza pesa in modo decisivo.
È un problema che l’Unione sindacale di base denuncia da tempo: dietro la regola del «minimo», spesso si finisce per penalizzare sempre le stesse persone. La sentenza riconosce che una regola che sembra neutra può creare, nei fatti, un’ingiustizia. Non è accettabile aggirare la rotazione lasciando sempre gli stessi lavoratori fuori dal lavoro.
«La pronuncia del giudice di Larino», si legge nella nota dell’Usb lavoro privato Abruzzo e Molise e Rsa Usb Stellantis Termoli, «non è la prima a favore di lavoratori rappresentati dalla nostra organizzazione sindacale ed è un riferimento importante anche per altri dipendenti di Stellantis che ritengano di aver subito trattamenti analoghi. Ancora una volta emerge il ruolo passivo delle organizzazioni sindacali firmatarie del contatto collettivo specifico di lavoro che in questi anni hanno sempre abdicato al ruolo di controllo e di tutela dei lavoratori».
Continua a leggereRiduci
Imagoeconomica
Siccome in Italia ciò che è transitorio diventa definitivo, superata la fase di emergenza, il meccanismo è rimasto. Questo prevede che per l’accredito dei primi 50.000 euro si debbano aspettare 12 mesi, per poi scandire il resto in un’altra rata annuale o addirittura in due se l’importo complessivo supera i 100.000 euro con il completamento del pagamento anche fino a 7 anni successivi alla cessazione del rapporto di lavoro. La Corte Costituzionale già si è espressa sul tema con una sentenza (130/2023) e, pur non dichiarando l’incostituzionalità per non creare un vuoto normativo, aveva lanciato un monito al Legislatore ad intervenire con urgenza, ricordando che la liquidazione come salario differito è tutelata dall’art. 36 della Costituzione e quindi non è legittimo mantenere il meccanismo del pagamento a rate in modo permanente. Il Legislatore è intervenuto nella scorsa finanziaria ma solo per ridurre di 3 mesi (da 12 a 9) i tempi per l’accredito della prima rata da 50.000 euro senza toccare il sistema delle lunghe rateizzazioni. La modifica ha però comportato l’annullamento della detassazione prima prevista fino a 50.000 euro, con un costo stimato di circa 750 euro a carico di ciascun beneficiario.
Tre ordinanze di rimessione dei Tar Marche, Lazio e Friuli Venezia Giulia hanno sollevato la questione contro l’Inps, originata da ricorsi di dipendenti statali presentati tra marzo 2022 e settembre 2024. Così il tema è tornato all’attenzione delle Corte Costituzionale.
L’Inps, in una memoria difensiva, ha spiegato che la rateizzazione è solo per il bene dei lavoratori poiché tutela i diritti garantiti dagli articoli 36 e 38 della Costituzione. Come? E qui la parte risibile. Eviterebbe ai dipendenti pubblici di compiere scelte irrazionali di spesa, se improvvisamente in possesso di cifre elevate. A proposito l’Inps cita studi di economia comportamentale e psicologia finanziaria. Quindi l’istituto, come un buon padre di famiglia, teme che i lavoratori ricevendo tanti soldi potrebbero montarsi la testa e, come scapestrati, darsi a spese dissennate. Inoltre la rateizzazione si giustificherebbe perché il Tfs va concepito come base previdenziale per l’aspettativa di vita successiva al pensionamento.
Ma c’è dell’altro oltre agli scrupoli «paternalistici». L’Istituto difende differimenti e rateizzazioni perché ritiene non sostenibile l’onere pari a 15,6 miliardi nei prossimi due-tre anni soltanto per pagare i Tfs rinviati o rateizzati in passato. Togliere questa modalità di pagamento sarebbe quindi enormemente costoso per lo Stato. Per l’Inps restituire le somme tutte insieme non sarebbe necessariamente la soluzione migliore ed è necessario che la Corte individui un percorso alternativo.
Il vero punto è questo: l’Inps avrebbe problemi a fare quell’esborso, il che già di per sé è allarmante sullo stato dei conti pubblici, e allora si scarica l’onere sul lavoratore. Va ricordato che il Tfs (come il Tfr nel settore privato) non è un regalo del datore di lavoro, ma è un pezzo dello stipendio che ogni mese non viene pagato ed è accantonato dall’azienda. Sono quindi soldi dei dipendenti, che le imprese devono essere sempre pronte a liquidare, così come lo Stato.
I sindacati sono insorti, come facile aspettarsi. «È una impostazione offensiva» afferma Rita Longobardi, segretaria generale della Uil-Fpl, sottolineando che si mette in discussione «il diritto di un lavoratore a disporre liberamente del proprio salario». E ricorda che «c’è chi aspetta somme proprie per curarsi, sostenere la famiglia, aiutare i figli, estinguere un mutuo».
Sul tema è intervenuta anche l’Avvocatura dello Stato, rappresentata dall’avvocato Fabrizio Fedeli: «Vero che le sentenze della Corte Costituzionale hanno rilevato un vulnus di costituzionalità, ma la Corte si è sempre astenuta di intervenire sulle norme considerate illegittime. Sono norme pensate anche rispetto alle gravi possibili ripercussioni sul bilancio complessivo dello Stato, bisogna ottemperare le esigenze finanziarie e di cassa da cui dipende la sostenibilità dell'intero sistema previdenziale».
Continua a leggereRiduci
iStock
Ricapitoliamo: il governo italiano ha pronto un decreto-legge che dovrebbe intervenire sul costo dell’energia, con l’intenzione di abbassarlo. Oltre ad alcuni sgravi per i bassi redditi, che complessivamente potrebbero valere tra i 2 e i 3 miliardi di euro, l’articolato prevede un intervento sul sistema che oggi obbliga i produttori termoelettrici a pagare per la CO2 emessa dalla combustione del gas per produrre energia elettrica, ovvero il sistema Ets. Tale intervento consiste nel rimborso ai produttori termoelettrici dei costi sostenuti per l’Ets, tramite l’applicazione di una nuova componente in bolletta su tutti i consumatori. In tal modo, il prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso potrebbe scendere di qualcosa come 25-30 euro/MWh, mentre l’onere medio sulla platea complessiva gravata dalla nuova componente sarebbe molto inferiore. Ai produttori termoelettrici verrebbero rimborsate anche alcune voci di costo accessorie che gravano sul trasporto del gas.
L’effetto netto, dunque, dovrebbe essere quello di un generale abbassamento delle bollette per famiglie e imprese, almeno di quella parte dei consumatori che ha prezzi indicizzati al prezzo spot. Secondo il presidente di Confindustria Emanuele Orsini il decreto energia «è indispensabile perché essere competitivi in un’Europa dove purtroppo non esiste un mercato unico europeo dell’energia è un problema enorme». Ovviamente i consumatori sono molto favorevoli a qualunque forma di abbassamento dei costi dell’energia. Per una azienda che consuma 2 GWh all’anno di energia il risparmio può arrivare a 50-60.000 euro all’anno, sulla parte energia in un contratto indicizzato al prezzo spot.
Ma il dispositivo pensato dal governo non è di facile applicazione e vede un fronte contrario piuttosto compatto. Posto che ancora si sta discutendo di ipotesi perché il decreto ufficialmente non esiste ancora, sono soprattutto le imprese attive nelle fonti rinnovabili ad opporsi all’articolo 5 della bozza di decreto, quello contenente la norma sul rimborso dei costi Ets ai termoelettrici.
L’Ets deriva da una normativa europea e dunque la sua sospensione de facto contenuta del decreto (peraltro limitata solo ad una parte degli obbligati) potrebbe essere rigettata dalla Commissione. Bruxelles ha fatto sapere ieri, tramite una portavoce, che valuterà «la compatibilità» del decreto energia con la legislazione Ue una volta che questo sarà approvato. «Si tratta ancora di un progetto di legge e non ho commenti da fare. Non abbiamo visto i contenuti e non ne conosciamo i dettagli», ha concluso la portavoce. Stando a queste parole non ci sarebbe dunque stata una interlocuzione preventiva con gli uffici della Commissione sul tema. Il che apre a scenari di una futura discussione con Bruxelles. Una discussione che potrebbe anche avere esito positivo, considerato che a livello di Consiglio il tema di un allentamento dell’Ets è all’ordine del giorno. Il problema in questo caso sarebbe rappresentato da tempi e modi. A livello europeo si parla infatti di una riduzione del prezzo dei permessi di emissione Ets attraverso un meccanismo di corridoio per confinare i prezzi della CO2 tra i 20 e i 40 euro a tonnellata, la metà del valore attuale. A questo meccanismo si affiancherebbe un allungamento del periodo di concessione delle quote gratuite.
Diversa è la questione dell’impatto sugli investimenti in fonti rinnovabili. È questo il punto che vede la maggiore opposizione da parte degli operatori del settore.
L’Associazione nazionale energia del vento, Aenev, ha stigmatizzato «l’ennesimo intervento retroattivo che rischia di indebolire il sistema Paese e ridurre l’attrattività per gli investitori nazionali e stranieri, con conseguenze negative per il sistema produttivo italiano e con il rischio di ridurre sensibilmente la possibilità di raggiungere gli obiettivi settoriali in materia di indipendenza energetica, competitività e decarbonizzazione».
Agostino Re Rebaudengo, presidente Asja Energy ed ex presidente di Energia Futura, ha dichiarato al quotidiano La Stampa: «Preoccupa constatare come alcune misure vadano a incentivare l’utilizzo del gas, comprimendone artificialmente il prezzo, peraltro scaricando i costi delle agevolazioni al gas nella bolletta elettrica, invece di intervenire per aumentare in modo strutturale la diffusione dell’elettricità da fonti rinnovabili, l’energia più competitiva e indipendente dall’instabilità geopolitica». La questione è delicata e riguarda la certezza del quadro normativo in un settore che ha un orizzonte temporale lungo. E del resto, l’Ets, che i produttori da fonte rinnovabile non pagano per definizione, rappresenta per essi un margine puro.
Nel frattempo, la Regione Lombardia ha raggiunto un accordo con Edison e A2A per il rinnovo delle concessioni idroelettriche, che prevede la cessione del 15% di energia a prezzi calmierati alle aziende energivore. Il decreto in approvazione però potrebbe precludere l’applicazione dell’accordo, rileva criticamente la Regione.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 18 febbraio 2026. L'eurodeputata della Lega Anna Maria Cisint ha presentato una proposta per bandire i Fratelli Musulmani dai Paesi europei.