Sono disposti a tutto pur di sovrapporre la loro narrazione alla realtà. Negano l’evidenza, sfoderano la più doppia delle morali, non esitano a sfruttare il dolore delle famiglie. Sono pronti a oscurare i fatti, a mistificare, a confondere le acque, senza il minimo rispetto della sofferenza altrui. Proprio loro: i «buoni», gli «umanitari». La realtà ci costringe a osservare le vicende terribili di due giovani quasi coetanei: Seid Visin, morto suicida a vent’anni; Saman Abbas, sparita nel nulla a 18 anni, probabilmente uccisa. Loro – i «buoni», i «caritatevoli» – si sono appropriati di entrambe le storie e, in modo diverso, le hanno manipolate per farne strumento politico.
Seid era nato in Etiopia, ed era stato adottato da una coppia di Nocera Inferiore, in provincia di Salerno. Era bello, atletico, bravissimo a giocare a pallone. Era finito a vestire la maglia del Milan e quella del Benevento, poi aveva abbandonato la carriera sul nascere. Non tutti se la sentono di fare i calciatori, di sentire addosso il calore dei riflettori. Non tutti, specie se sono sensibili, vogliono sopportare la pressione sfiancante.
Non sappiamo perché Seid si sia suicidato. «Non voglio parlare delle questioni personali di mio figlio. Dico solo che era un uomo meraviglioso», ha sussurrato suo padre, e a noi deve bastare così. Qualcuno, però, non si è fermato nemmeno davanti alla sofferenza della famiglia. Qualcuno ha dovuto trasformare la morte di questo ragazzo in un fatto politico.
Ieri sull’edizione online di Repubblica si leggeva: «Seid Visin non è morto per un malore, ma ha scelto di togliersi la vita per il clima di razzismo che respirava in Italia». Era scritto proprio così, netto, come se Seid fosse un attivista immolatosi a scopo dimostrativo. A favorire questa interpretazione dei fatti è stata una lettera scritta da Seid nel 2019, messa online dalla psicologa che lo seguiva e subito rilanciata da «Mamme per la pelle». Quest’ultima è una associazione fondata da Gabriella Nobile, una signora che grazie all’antirazzismo militante ha avuto il suo quarto d’ora di celebrità e che non perde occasione per ringhiare contro le destre fomentatrici di odio. Stavolta ha usato la lettera di Seid (dicendo che fosse stata scritta «qualche mese fa») per «urlare forte che se non ci uniamo in una vera lotta antirazzista, i nostri figli continueranno a soffrire». Chiamate alla «lotta antirazzista», le migliori menti della sinistra si sono precipitate. Enrico Letta si è espresso con un lapidario «chiediamo perdono». Altri si sono scatenati alla ricerca dei colpevoli. «Mi auguro che anche una “certa” politica rifletta sulle conseguenze delle sue sprezzanti parole», ha scritto Laura Boldrini. E Roberto Saviano: «Meloni e Salvini, un giorno farete i conti con la vostra coscienza, perché la sadica esaltazione del dolore inflitto ai più fragili prima o poi si paga». Tutto chiaro: Seid si è ucciso per colpa di Meloni e Salvini. Loro sono i mandanti, i veri colpevoli. Non ci risulta che Letta, Saviano o la Boldrini conoscessero Seid. Eppure hanno voluto parlare per lui. Hanno voluto farne un martire dell’antirazzismo a tutti i costi, infischiandosene del tormento dei suoi cari. Già questo basterebbe per qualificarli, per svelarne la spietatezza mascherata da compassione.
Ma c’è di più. C’è che a un certo punto ha parlato il papà del ragazzo e ha detto quanto segue: «Mio figlio non si è ammazzato perché vittima di razzismo». Sì, aveva scritto una lettera due anni fa in cui mostrava insofferenza per gli sguardi che spesso gli venivano rivolti, non sopportava che lo considerassero «un immigrato». Ma non è per quello che si è ucciso, dice il padre. «Fu uno sfogo, era esasperato dal clima che si respirava in Italia. Ma nessun legame con il suo suicidio, basta speculazioni». Purtroppo, però, le speculazioni le hanno fatte eccome. Non hanno approfondito né indagato, non hanno avuto alcun rispetto: hanno sfruttato Seid per via delle sue origini. Nel ridurlo a «vittima di razzismo», hanno esercitato un razzismo spaventoso: hanno tolto a questo povero figlio pure la possibilità di essere infelice per qualcosa che andasse oltre il colore della pelle. E lo hanno fatto per poter accusare Meloni e Salvini.
A Saman Abbas, invece, hanno riservato un trattamento diverso. È molto forte il sospetto che la diciottenne di Novellara sia stata ammazzata dai parenti musulmani perché rifiutava il matrimonio forzato. Ebbene, su questa vicenda gli illuminati di sinistra hanno taciuto praticamente tutti. Tanto che Marwa Mahmoud, musulmana e consigliere del Pd a Reggio Emilia, ha fatto un appello a Letta affinché «ci mettesse la faccia». I pochi che han preso la parola lo han fatto dopo giorni. Laura Boldrini, quando si è decisa a farsi viva, ha scritto che «la violenta cultura maschilista va combattuta qualunque ne sia l’origine». Niente riferimenti alla religione. Per Saman non ci sono mandanti, non ci sono culture o ideologie da biasimare. Se non, genericamente, il patriarcato (anch’esso considerato di destra: tutto torna).
Seid, Saman: trattati diversamente per via dell’origine, del colore. Trattati così da loro, dai «buoni».
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