La Schlein sfascia il Pd pure sull’autonomia
Elly Schlein (Ansa)
Il segretario, a Napoli, afferma che i dem sono «uniti nel dire no» alla riforma Calderoli. Non è vero, perché l’ex sfidante Bonaccini è sempre stato favorevole alla misura, così come Giani in Toscana. Mentre dal Veneto arriva la richiesta di dialogare con il governo.

Alla fine scopriremo che quella dell’armocromista è stata la sua uscita più azzeccata. Povera Elly Schlein, segretario del Pd per ironia della sorte, capitata lì senza che nessuno l’abbia vista arrivare e, soprattutto, senza che nessuno capisca dove vuole andare: prima ha provato a opporsi all’abolizione dell’abuso d’ufficio ma si è trovata contro la rivolta dei sindaci del suo partito; poi si è spostata su temi economici e, dal salario minimo alla patrimoniale, s’è trovata solo porte sbattute in faccia; ora lancia la nuova battaglia: quella contro l’autonomia. E il sospetto è che (non c’è due senza tre) anche la terza campagna finisca come le altre.

L’inizio promette bene: «Il Pd è unito contro l’autonomia», ha detto infatti il segretario da Napoli mentre l’uomo più potente del Pd a Napoli, Vincenzo De Luca, le stava facendo sgarbi e pernacchie a volontà. Tanto che all’osservatore neutrale viene da chiedersi: se quando sono uniti sono così, quando si dividono che fanno? Si sparano a vista?

Ma il punto è che unire il Pd nel nome della lotta all’autonomia è un po’ come tentare di tenere insieme una bottiglia di vetro prendendola a martellate. Se c’è un argomento su cui il Pd si è sempre spaccato, infatti, è proprio quello dei poteri da concedere ai territori. Impossibile dimenticare che Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna e sfidante della Schlein alle primarie, era stato uno dei grandi sostenitori dell’autonomia differenziata, salvo poi innescare una imbarazzata e tattica retromarcia proprio in vista della cadrega da segretario (sapeva quanto fosse divisivo il tema). I veneti del Pd hanno già fatto sapere di essere contrari al «mai» della loro segretaria e propongono una discussione della legge: non a caso, hanno presentato con il deputato Andrea Martella ben 189 emendamenti alla riforma Calderoli, che dimostrano la volontà di discutere nel merito, non certo quella di opporsi tout court.

E nel gennaio scorso, un altro pezzo grosso del Pd, il governatore della Toscana Eugenio Giani, aveva rilasciato una lunga intervista al Foglio per dire che «l’autonomia differenziata è di sinistra», che «valorizza le Regioni», che dà «maggiore capacità di azione ai territori» e produce «migliori servizi per i cittadini». Il tutto condito di citazioni di Pietro Calamandrei, elencazione di articoli della Costituzione e pressanti inviti a «non ideologizzare».

Ora è anche possibile che Bonaccini continui sulla strada della rimozione del passato e si trasformi in un piccolo Michele Emiliano con l’accento bolognese; è possibile che i rappresentanti Pd del Veneto girino le spalle ai loro elettori e bevano l’amaro calice ritirando i loro emendamenti; ed è possibile che Eugenio Giani, alla faccia di Calamandrei, della Costituzione e della sua dignità, dichiari di aver parlato dopo aver bevuto Chianti in eccesso; tutto può accadere, si capisce. Ma davvero pensa Elly Schlein che il suo partito si possa unire contro l’autonomia? Proprio un partito che sull’autonomia, spesso, ha costruito le sue fortune? Un partito con fior di sindaci e di amministratori locali che sanno ragionare in termini pratici, ancor prima che ideologici?

Se importanti governatori e rappresentanti dei territori hanno preso, negli ultimi tempi, posizioni favorevoli o, almeno, dialoganti sull’autonomia, evidentemente c’è una parte significativa della base che guarda di buon occhio la «minor centralizzazione dei poteri dello Stato» che, come ha spiegato sempre lo stesso Giani, «è da sempre un valore della sinistra». Davvero la povera Elly pensa di convincerli tutti a cambiare idea? E di farlo con un comizietto a Napoli mentre, poco distante, il compagno di partito De Luca la prende per i fondelli?

Non entriamo nel merito della discussione. Qui, si sa, siamo convinti che l’autonomia sia un passaggio inevitabile, oltretutto richiesto via referendum da milioni di italiani. E pensiamo che, se ben realizzato, possa dare allo Stato quella efficienza che da troppo tempo manca. Ma non è questo il punto. Il punto è: davvero Elly Schlein è convinta che «tutto il Pd con una voce sola dica no all’autonomia»? Che tutto il partito la segua sulla linea appena tracciata, ripetendo con lei che l’autonomia «divide il Paese», «scavalca i territori» e, addirittura, «mette a rischio la scuola e il trasporto locale»? Davvero pensa che la riforma sia da rigettare in toto? Nemmeno da discutere in Parlamento? Davvero pensa che possa sollevare «barriere classiste, razziste e sessiste»? Non è che per caso, al prossimo comizio, la compagna segretaria scoprirà che l’autonomia fa venire anche la dermatite atopica e provoca l’invasione delle cavallette?

Non sappiamo chi consiglia la povera Elly. Ma confessiamo che, siccome siamo preoccupati per la sua tenuta alla sempre più traballante guida del Pd (lunga vita alla segreteria Schlein!), oseremmo suggerire una scelta un po’ più attenta dei campi di battaglia. Solo per fare un esempio: sull’immigrazione il governo di centrodestra annaspa vistosamente. Non sa da che parte andare. È abbastanza evidente che non sarebbe difficile metterlo con le spalle al muro, peraltro su una questione molto popolare nei quartieri più disagiati delle metropoli, terreno di conquista per la sinistra. Perché il tema dell’immigrazione non viene preso in considerazione? Non è abbastanza chic?

Certo: lanciare slogan sull’autonomia differenziata, così come sull’abuso d’ufficio o sulla patrimoniale, suona molto meglio. Ma rischia, ancora una volta, di non portare da nessuna parte. E lanciare slogan che non portano da nessuna parte è piuttosto insensato, no? Allora meglio continuare a parla di armocromisti con tanto di foto su Vogue. Come volevasi dimostrare.

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