La riforma delle Province di Renzi? Risparmio di soli 26 centesimi a testa
Ansa
A distanza di 5 anni dall’intervento del Pd, gli enti hanno calcolato che, a fronte di minori spese per 16 milioni, l’efficienza nella gestione dei servizi è crollata del 70%. Senza contare il proliferare di poltrone intermedie.

Un risparmio pari alla miseria di 26 centesimi all’anno per ogni italiano, a fronte di tagli draconiani alle risorse, che hanno provocato gravi disservizi per i cittadini: è il bilancio fallimentare della riforma delle Province varata dal governo Renzi nel 2015. I dati, inclementi, sono stati diffusi ieri dall’Unione Province d’Italia (Upi) nel corso dell’iniziativa «Le Province oggi e domani: semplificare il Paese, migliorare i servizi, presidiare il territorio». Mettendo a confronto «l’unico risparmio accertato della legge 56 del 2014», cioè i 52 milioni derivati dalla cancellazione dell’indennità degli organi politici, con l’aumento di 36 milioni dei costi del personale transitato nelle Regioni e nei ministeri (oltre 12.000 ex dipendenti provinciali che hanno avuto un premio di produttività in media più alto di tremila euro), la differenza è appunto un risparmio di 16 milioni di euro, pari allo 0,001% della spesa pubblica e quindi a 26 centesimi annui a cittadino.

Per contro, afferma l’Upi, la riforma ha provocato un taglio «drammatico» alle risorse – pari al -43% per la spesa corrente e al -71% per le risorse per gli investimenti dal 2013 al 2018 – che ha «praticamente bloccato» per cinque anni la manutenzione ordinaria dei 130.000 chilometri di

strade e delle oltre 7.400 scuole secondarie superiori che le Province hanno ancora in gestione. Non solo: secondo l’Upi la riforma ha provocato «una forte instabilità istituzionale» dovuta al sistema elettorale. Problemi come la diversa durata dei mandati per i presidenti di Provincia (4 anni) e per i consigli provinciali (2 anni) hanno fatto sì che dal 2014 a oggi si siano svolte «ben» 11 tornate elettorali provinciali. Mentre nelle regioni a statuto speciale la situazione è «ancora di caos»: in Friuli Venezia Giulia le 4 Province sono diventate 18 Uti-Unioni territoriali intercomunali; le Province della Sardegna e della Sicilia sono commissariate dal 2013 e i servizi sono «al collasso», denuncia l’Upi.

E anche l’altro grande obiettivo della riforma, la semplificazione, è stato disatteso. «La legge 56 prometteva la semplificazione dei livelli di governo, ma questo non è avvenuto», spiega l’Upi, dati alla mano. «Dal censimento delle amministrazioni pubbliche Istat è possibile contare 1.730 enti strumentali regionali e locali; 152 Comunità montane; 572 Unioni di comuni; 54 aziende, enti e società per il turismo; 11 agenzie e società regionali per il lavoro; 44 agenzie regionali per l’ambiente e la formazione; 15 agenzie regionali per lo sviluppo agricolo e l’erogazione dei contributi in agricoltura; 107 enti di governo dei servizi idrici o dei rifiuti (ex Aato); 56 consorzi di bacino imbrifero montano; 124 enti regionali, consorzi e agenzie per le aree naturali protette; 145 consorzi tra amministrazioni locali; 301 altre agenzie regionali di vario tipo, 149 consorzi di bonifica». Se si puntava a semplificare, decisamente non è stato un successo.

Nonostante tutto, «il pregiudizio sulle Province continua a pesare: negli ultimi provvedimenti per la crescita, le scuole secondarie superiori sono state escluse dai finanziamenti per l’efficientamento energetico, e non un euro è stato stanziato per aprire i cantieri, per cui abbiamo già progetti pronti, per mettere in sicurezza strade, ponti e gallerie», ha spiegato il presidente dell’Upi, Michele De Pascale. L’Unione delle Province ha stimato 6 miliardi di investimenti per rimettere in sicurezza il Paese, aprendo cantieri per piccole opere pubbliche e favorendo lo sviluppo locale. Del piano fanno parte 1.712 progetti per mettere in sicurezza strade provinciali, ponti, viadotti e gallerie per 2,5 miliardi; 1.092 progetti per mettere in sicurezza altrettante scuole secondarie superiori per 2,6 miliardi; 1.918 ponti e viadotti su cui le relazioni tecniche attestano la necessità di interventi urgenti di messa in sicurezza per 730 milioni; 14.089 ponti, viadotti o gallerie che necessitano di indagini tecnico-diagnostiche approfondite con una stima di fabbisogno di 566 milioni.

«Chiediamo che si torni subito a discutere di come ridisegnare il ruolo delle Province, puntando su queste istituzioni per semplificare l’amministrazione locale, promuovere gli investimenti e assicurare servizi essenziali efficienti in tutto il Paese», ha aggiunto De Pascale. «Occorre intervenire anche sulla legge elettorale, perché è del tutto evidente che se in 5 anni si torna a votare ben 11 volte, come è accaduto per le Province, qualcosa non funziona. Sono temi che vanno affrontati dati alla mano, tenendo presente sempre che da questi discende la sicurezza dei cittadini, lo sviluppo economico e sociale di gran parte del territorio, e che non possono essere trasformati in slogan politici». De Pascale ha poi precisato: «Bisogna decidere e in fretta, penso che la prossima legge di bilancio non possa non essere il traguardo che ci diamo per risolvere la questione Province. Noi diamo il massimo della disponibilità, però è il momento di arrivare a una soluzione».

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