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2025-02-17
La ricerca del Graal non si è ancora arrestata
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«Quali radici si afferrano, quali rami crescono su queste rovine di pietra? Figlio dell’uomo/ tu non lo puoi dire, né immaginare/ perché conosci soltanto un cumulo di frante immagini, là dove batte il sole./ E l’albero morto non dà riparo/ e il canto del grillo non dà ristoro/ e l’arida pietra non dà suono d’acqua». Una landa secca, devastata. Sterile e arsa. Nel 1922 il poeta Thomas Stearns Eliot per descrivere la modernità morente dell’Occidente, la Terra desolata, utilizzò un’immagine scaturita dall’inconscio stesso dell’Europa: il regno inaridito di Amfortas, il Re Pescatore, custode del Santo Graal. Cioè la coppa in cui Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo: sogno di cavalieri e avventurieri di ogni tempo, oggetto del desiderio e mistero profondo come la vita stessa. Per la prima volta la sua storia fu narrata ne Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, di Chrétien de Troyes, tra il 1175 e il 1190. Ma a sua volta Chrétien attinse da una sapienza infinitamente più antica e profonda, che una volta riscoperta passò di mente in mente e di penna in penna nei secoli successivi: Gerberto di Montreuil, Robert De Boron, Wolfram von Eschenbach. E poi, più di recente, Thomas Malory, e altri ancora, fino appunto a Eliot e forse persino a Thomas Pynchon (nel romanzo V.). Richard Wagner s’ispirò a Wolfram per il suo straordinario Parsifal, capace di commuovere alle lacrime e sdegnare Friedrich Nietzsche, che vi intuì un motivo cristiano, troppo cristiano.
La vicenda è nota: Parsifal è figlio di Herzeloyde e del prode Gahmuret. Questi, innamorato della guerra e bramoso di glorie, muore in battaglia e la moglie decide di strappare il figlio ai pericoli della cavalleria. Lo trascina a vivere lontano dal mondo, immerso nella natura selvaggia, protetto da infinite cure. Ecco il primo elemento fondamentale: Herzeloyde è una madre divorante, che rinchiude il figlio impedendogli lo slancio verso la vita. È Claudio Risé - nella sua memorabile lettura del Parsifal e in tutti gli altri testi che ha scritto sul tema - a fornire questa chiave di lettura e a notare che «è anche in virtù dell’intervento materno che Parsifal sviluppa una grande e pura forza spirituale [...]. L’infanzia semplice e lontana dalle regge e dal potere cui la madre lo costringe lo protegge anche dagli aspetti più violenti e corrotti del mondo maschile. Crescendo nella natura e nella semplicità Parsifal diventa quindi il Puro Folle, il maschile selvatico e non contaminato dalla logica del profitto e della perdita, l’ossessione del potere materiale che si ripropone a ogni epoca, in diverse forme e modalità. Per questo i cavalieri irrompono nella tenuta dove la madre lo ha allevato, e lo invitano alla corte di Artù. Il ragazzo decide di seguirli e lo annuncia alla madre, che ne muore».
Lasciata la dimora materna, inizia l’avventura: Parsifal è chiamato a trovare il Graal. «La ricerca del Graal è la ricerca del vuoto del proprio cuore», dice Mario Polia (autore dello splendido Il mistero imperiale del Graal). «Come direbbe Lao Tzu, l’essenziale, ciò che rende utile una stanza è il vuoto tra le pareti, ciò che rende utile un vaso è il vuoto tra le pareti: il segreto del Graal è la vacuità del cuore. La coppa è il cuore della persona che compie la cerca, vacuità del cuore significa la sua liberazione dalle passioni, dagli egoismi personali, dalle paure e dagli odi. Una volta vuoto, di che cosa viene riempito questo cuore? Viene riempito misticamente del sangue di Cristo: si offre il proprio cuore al mistero di redenzione inaugurato e portato a compimento da Cristo sulla Croce. Questo nell’ottica spirituale di quella che fu la cavalleria cosiddetta celeste medievale». La ricerca del Graal è l’impresa più difficile per il cavaliere: il combattimento più importante ovvero quello con sé stesso, dentro sé stesso, «a servizio della luce e della verità».
Parsifal dovrà compiere un lungo cammino prima di giungere alla meta. Si imbatte una prima volta nel castello del Graal, e nel re Amfortas, ma non è pronto. Quando il calice viene fatto sfilare in processione davanti ai suoi occhi, egli tace, non sa che dire. E per questo perde l’occasione. Non accede al Graal, non cura lo stremato sovrano e non ne risana il reame desolato. Ne ricava una depressione annichilente che dura cinque anni, durante i quali si dimentica perfino di Dio. Poi, dopo varie traversie, compresi grazie all’aiuto di altri importanti personaggi i suoi errori e i suoi peccati, rieccolo riuscire a tornare al cospetto del Re sofferente. Questa volta però il cuore di Parsifal è purificato, svuotato, e può accogliere il sangue di Cristo. «La forza trasformativa che Parsifal invece sviluppa, capace di guarire la piaga del Re, viene raccolta attraverso un sacrificio e un lungo percorso di formazione nell’ombra. Non è una pulsione che viene subito sfogata, non ha nulla di muscolare o dimostrativo, ma è una forza che si accumula silenziosamente, giorno dopo giorno», dice Claudio Risé.
Parsifal diviene un vero cavaliere praticando una sorta di ascesi, innalzandosi verso il cielo, dominando le passioni più terremotanti. «La figura del Cavaliere, cioè l’uomo che sta in groppa a un cavallo e lo dirige, rappresenta esattamente il controllo delle passioni», dice Mario Polia. «Il centauro nella mitologia classica è mezzo uomo e mezzo cavallo, non può liberarsi dal cavallo. Il Cavaliere può invece salire e scendere dal cavallo: lo deve domare, questo significa che il cavallo rappresenta, diciamo così, la natura terrena. L’essere umano è composto di terra e cielo, la natura terrena è il cavallo che il cavaliere deve portare, deve dirigere al compimento dell’azione. Il cavallo anticamente era sacro a Poseidone, quindi era alle divinità marine, ctonie, profonde. Era un animale legato alla terra, però anche un animale legato all’ascesa verso il cielo (nel simbolismo del cavallo alato per esempio)».
Così cresciuto ed elevatosi, Parsifal, accederà al Graal e guarirà Amfortas in un modo inconsueto, ovvero ponendo al Re una domanda: che cosa ti strugge? Qui si vede, ribadisce Polia, «quella misericordia che già l’antica Roma consigliava ai suoi legionari, ai suoi centurioni: parcere subiectis, cioè mostrare compassione verso coloro che si sono piegati. In questo caso il piegarsi non è politico, è avere compassione verso chi è gravemente malato».
Forse il mistero non possiamo comprenderlo fino in fondo, ma possiamo tuttavia coglierne alcuni aspetti che di volta in volta si illuminano. Possiamo capire, ad esempio, quale sia la via giusta non soltanto per il cavaliere ma per ciascuno di noi: «Il Cavaliere dedica il suo cuore alla Dama Celeste, confida nella provvidenza divina e continua il suo lavoro sulla terra che è quello della testimonianza», dice Polia. «La legge fondamentale della Cavalleria è l’aiuto ai poveri, ai bisognosi, agli oppressi. La Cavalleria è misericordia».
Parsifal può ottenere il Graal quando rifiuta eros (e le lusinghe di una bella fanciulla) e scopre agape, l’amore sconfinato e gratuito, la carità verso il prossimo. La relazione con l’Altro. Per fare tutto questo, gli è richiesta una formidabile dose di coraggio. La cerca del Graal è esattamente questo: il coraggio dell’apertura, della crescita, della relazione con il diverso da noi.
«Avere coraggio significa combattere, testimoniare senza aspettarsi assolutamente un beneficio», spiega Mario Polia. «L’orgoglio uccide la bontà del cavaliere, l’orgoglio insozza la sua spada, e così la ricerca dei benefici terreni. Quindi il coraggio del cavaliere è quello di sapere che sta combattendo per una causa giusta. Egli non sta sempre con la spada in mano, ci sta quando la storia glielo impone, ma è un uomo di guerra, soprattutto spirituale. Il suo coraggio è anche quello di non tornare indietro, di fidarsi, affidarsi completamente a Dio indipendentemente dal risultato delle azioni. San Bernardo di Chiaravalle nella sua lettera al primo Gran Maestro dell’Ordine del Tempio lo dice chiaramente: “Sconfitto sulla terra, sarai vincitore nel cielo”. Circa 1.500 anni prima di Bernardo,nella Bhagavadgita indiana c’è scritta la stessa cosa: compi il tuo dovere, «lascia le redini del tuo carro nelle mani del Dio e sconfitto sulla terra sarai vincitore nel cielo». Ovviamente San Bernardo non ha letto la Bhagavadgita che è un testo del Mahabharata, ma aveva dato un consiglio che è esattamente quello delle altre grandi tradizioni: l’azione è pura quando viene compiuta scevra da ogni desiderio di ricompensa, salvo la dolce ricompensa intima di sapere di aver fatto per quanto possibile il proprio dovere. Coraggio è una parola che etimologicamente è legata al latino cor, cordis, quindi è la capacità di agire essendo padroni del proprio cuore. È il cuore che si deve riempire, e che dunque deve prima essere vuoto. Però non è solo questo vuoto che conta: importa anche la tenuta delle pareti della coppa. Significa che il Graal è un cuore allenato, un cuore che è passato attraverso il combattimento terreno nei suoi vari aspetti, soprattutto spirituali, ed è diventato capace di contenere il mistero della salvezza».
Coraggio e compassione sono tra i più importanti misteri del Graal, almeno per noi uomini e donne di oggi. Noi che abitiamo ancora in una terra desolata.
«Il mito insegna a trovare noi stessi. E la via è farci le domande giuste»
Claudio Bonvecchio, ordinario di Filosofia delle scienze sociali all’Università degli Studi dell’Insubria, è un grande studioso delle tematiche legate al Graal. Sua è la prefazione a un volume fondamentale che torna finalmente in libreria grazie all’editore Mimesis, ovvero Psicologia del Graal di Emma Jung (moglie di Carl Gustav Jung) e della celeberrima junghiana Marie-Louise Von Franz. In questa corposa opera il significato della ricerca del Graal viene riportato ai nostri giorni, fornendo indicazioni per ciascuno di noi, per affrontare i pericoli e le sfide che la vita ci pone quotidianamente.
Cos’è il santo Graal?
«Il santo Graal si può definire in tanti modi. Può essere semplicemente una coppa o un vassoio. Oppure può essere, ed è la cosa che compare evidentemente nel libro di Emma Jung e Marie-Louise von Franz, un simbolo. Il simbolo di qualche cosa che riguarda l’interiorità dell'uomo: il lavoro che la persona, uomo o donna, deve fare per raggiungere quella totalità che dovrebbe essere lo scopo della vita umana. Questo è in sintesi il senso del Graal e anche di tutta la sua storia millenaria: non dimentichiamo che se le prime immagini della storia del Graal, legata ad Artù, sono incise nella cattedrale di Modena, costruita da Wiligelmo, di una coppa o di un calderone si parla anche nel mondo celtico e persino in precedenza. Quindi parliamo di qualcosa che nella storia dell’Occidente è determinante, in qualche modo è sempre presente, anche se talvolta è incistato nel profondo dell’inconscio».
Nelle varie storie del Graal, i cavalieri si impegnano in una queste, una ricerca difficoltosa. Che cosa simboleggia questa ricerca?
«La ricerca dei cavalieri è la ricerca del divino, della totalità, perché, secondo la tradizione, il Graal sarebbe la coppa in cui Giuseppe d’Arimatea avrebbe raccolto il sangue di nostro Signore. Quindi avere il Graal significa essere partecipi del gigantesco dramma della prosecuzione della salvezza: ecco ciò che i cavalieri inseguono. Questo è più o meno il significato profondo del Graal: arrivare al divino attraverso uno dei simboli più forti della sua presenza sulla terra».
La cerca del Graal è anche emblematica del rapporto fra maschile e femminile.
«Bisogna ricordare che la coppa del Graal è sempre accoppiata a una lancia. In Chrétien de Troyes, in Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, che è uno dei racconti fondamentali del Graal, la lancia fa scendere delle gocce di sangue nella coppa. La lancia è un simbolo maschile, la coppa è invece un simbolo femminile. Il cavaliere, che è evidentemente maschile, deve riuscire a recuperare il femminile, deve riuscire a equilibrare dentro sé stesso gli aspetti femminili che vengono dimenticati, perché il maschile non può esistere senza il femminile e il femminile non può esistere senza il maschile. In questo senso la coppa del Graal diventa il simbolo di una totalità che ciascuno deve raggiungere per avere quell’equilibrio, la famosa unione degli opposti, che dovrebbe essere il fine dell’esistenza umana Cioè quell’equilibrio che dà armonia, che dà pace e che quindi apre la possibilità di una trascendenza spirituale che poi ciascuno ovviamente può interpretare come meglio crede».
Anche Richard Wagner ha prodotto una sua versione del Parsifal, tratto dal Parzival del cavaliere tedesco Wolfram von Eschenbach. Questo personaggio, Parsifal, è uno dei più interessanti di tutta la saga.
«La questione più interessante che si pone Wagner, ma che ritorna in quasi tutti i romanzi del Graal, è che Parzival, o Perceval, non riesce a trovare il Graal fintanto che non pone la famosa domanda. Quando per la prima volta Perceval arriva nel castello del Graal, assiste a una processione in cui vergini, angeli e altri portano il Graal, ma non si pone la domanda, cioè non si chiede: ma cosa diavolo è questa cosa? E quindi non riesce ad averlo. Il giorno dopo si risveglia e non ha più possibilità di trovare il Graal, fino a quando un’eremita, che poi è suo zio, gli dirà: ti devi porre la domanda su che cosa sia il Graal».
Una storia non facilissima da comprendere.
«Se noi riportiamo tutto questo ai tempi moderni, capiamo che il problema che il Graal in fondo ci vuole porre, il suo insegnamento, riguarda appunto questa domanda: chiedetevi che siete, che cosa significa la vita, che cosa fate voi per vivere la vita. Se voi non vi ponete questa domanda, non troverete mai il Graal. Tutto ciò è tanto più pregnante in una società come l’attuale, in cui il conformismo, il relativismo, tutti gli ismi che volete, distolgono gli uomini e le persone, gli uomini e le donne, i giovani soprattutto, dal porsi la domanda su quale sia il loro senso nella vita. Bisogna in qualche modo mettersi tutti alla cerca di questo Graal, che è la cerca del proprio senso. Questo è quello che Wagner vuole dire con il suo Parsifal, ma tutta la grande queste del Graal in fondo si può ridurre a questo: cercate di porvi la domanda fondamentale sul vostro essere, sul vostro esistere, allora troverete il Graal».
Tra i protagonisti della storia c’è un re ferito, Amfortas. Ferito nelle parti intime, in qualche modo reso sterile come la sua terra, che diviene la Terra desolata descritta dal poeta T.S. Eliot. C’è un momento in cui Parsifal pone un’altra domanda e chiede al re: che cosa ti affligge, che cosa ti fa male? Questa è forse una indicazione sul modo in cui bisogna vivere: provando compassione?
«Certo, il re vulnerato è collegato alla terra desolata. Una terra che non ha più centro, è un albero secco, come si vede anche in Tolkien. Il mondo, per molti versi, nel corso dei secoli ha perduto il suo centro, oppure ogni generazione ha perduto il suo centro, questo ognuno lo può interpretare come vuole. Il ritrovamento del Graal significa anche ritrovare un centro e ritrovare un centro significa ritrovare quella pienezza che comporta anche un interessarsi agli altri. Interessarsi in modo positivo ovviamente, con tutto l’ampio spettro di azioni che ciò comporta. Interessarsi in maniera positiva significa stabilire delle relazioni corrette, significa l’accettazione degli altri, la pace, la trascendenza, ossia dei valori spirituali e morali che il mondo sembra aver perduto. Questo è l’unico modo in cui l’albero possa rinascere: che il re del Graal simbolicamente venga ferito e quindi Parsifal possa identificarsi in qualche modo col Graal. Il Graal in ultima istanza si potrebbe anche raffigurare come il cuore: non inteso come un muscolo, ma come il centro di una vita che sia piena, che sia rivolto al mondo esterno ma che nel contempo pensi ad un interno che vola verso l’alto. E questo è il senso profondo del Parsifal, dell’albero secco, del re vulnerato e della coppa che in qualche modo dovrebbe risanare tutto. Risana se l’uomo lo vuole, se la persona lo vuole, altrimenti tutto resta secco».
Per compiere questo percorso, questa ricerca del Graal, soprattutto nei nostri tempi, serve una buona dose di coraggio. L’unione degli opposti è anche unione di luce e ombra. Come a dire: per essere centrato bisogna tenere presente che nella vita non ci sono solo parti di luce, ma anche mille difficoltà, parti di oscurità con cui bisogna fare i conti, senza indietreggiare.
«Certo. Difatti, il libro di Marie-Louise von Franz e di Emma Jung sottolinea molto questo aspetto. L’ombra non va negata, non va ricacciata nel profondo, perché altrimenti diventa sempre un fantasma che ti persegue tutta la vita. Deve essere affrontata, ma non per negarla - perché non si può negare, fa parte della vita umana - bensì per integrarla. Cioè, il positivo e il negativo, in fondo, sono parti fondamentali della persona, di ciascuno di noi, no? Allora il negativo va reintegrato, va equilibrato, in maniera tale che non diventi determinante o ancora peggio, diventi un nascosto che poi improvvisamente ricompare. Noi vediamo anche nella quotidianità tanta morte e violenza. Sembra che siano proprio il riemergere dell’ombra, improvvisamente. Prendiamo, che so, i femminicidi: ecco il riemergere dell’ombra anche in persone che fino al giorno prima sembravano - così viene detto spesso da chi circonda gli assassini - brave, tranquille. Poi all’improvviso compare una situazione drammatica: è l’ombra che in qualche modo si impadronisce di loro, che li porta a fare quello che magari non avrebbero mai fatto. I piccoli, i giovani, i maranza, come si dice al giorno d’oggi, in fondo sono preda di un'’mbra, in questo caso di un’ombra personale o sociale. Allora anche questo fa parte del gigantesco affresco della vita in cui luce e ombre si devono affrontare, ma non per un combattimento, bensì per riequilibrarsi».
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Anche nella desolazione del nostro tempo, il cammino di Parsifal resta aperto. A patto di «svuotare» il cuore.Lo studioso Claudio Bonvecchio: «Questa leggenda ha segnato la storia dell’Occidente e ancora oggi agisce nel profondo dei nostri inconsci. Ci mostra come fare i conti con la parte oscura che è in ogni uomo e può guarirci da una vita sterile».Lo speciale contiene due articoli«Quali radici si afferrano, quali rami crescono su queste rovine di pietra? Figlio dell’uomo/ tu non lo puoi dire, né immaginare/ perché conosci soltanto un cumulo di frante immagini, là dove batte il sole./ E l’albero morto non dà riparo/ e il canto del grillo non dà ristoro/ e l’arida pietra non dà suono d’acqua». Una landa secca, devastata. Sterile e arsa. Nel 1922 il poeta Thomas Stearns Eliot per descrivere la modernità morente dell’Occidente, la Terra desolata, utilizzò un’immagine scaturita dall’inconscio stesso dell’Europa: il regno inaridito di Amfortas, il Re Pescatore, custode del Santo Graal. Cioè la coppa in cui Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo: sogno di cavalieri e avventurieri di ogni tempo, oggetto del desiderio e mistero profondo come la vita stessa. Per la prima volta la sua storia fu narrata ne Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, di Chrétien de Troyes, tra il 1175 e il 1190. Ma a sua volta Chrétien attinse da una sapienza infinitamente più antica e profonda, che una volta riscoperta passò di mente in mente e di penna in penna nei secoli successivi: Gerberto di Montreuil, Robert De Boron, Wolfram von Eschenbach. E poi, più di recente, Thomas Malory, e altri ancora, fino appunto a Eliot e forse persino a Thomas Pynchon (nel romanzo V.). Richard Wagner s’ispirò a Wolfram per il suo straordinario Parsifal, capace di commuovere alle lacrime e sdegnare Friedrich Nietzsche, che vi intuì un motivo cristiano, troppo cristiano. La vicenda è nota: Parsifal è figlio di Herzeloyde e del prode Gahmuret. Questi, innamorato della guerra e bramoso di glorie, muore in battaglia e la moglie decide di strappare il figlio ai pericoli della cavalleria. Lo trascina a vivere lontano dal mondo, immerso nella natura selvaggia, protetto da infinite cure. Ecco il primo elemento fondamentale: Herzeloyde è una madre divorante, che rinchiude il figlio impedendogli lo slancio verso la vita. È Claudio Risé - nella sua memorabile lettura del Parsifal e in tutti gli altri testi che ha scritto sul tema - a fornire questa chiave di lettura e a notare che «è anche in virtù dell’intervento materno che Parsifal sviluppa una grande e pura forza spirituale [...]. L’infanzia semplice e lontana dalle regge e dal potere cui la madre lo costringe lo protegge anche dagli aspetti più violenti e corrotti del mondo maschile. Crescendo nella natura e nella semplicità Parsifal diventa quindi il Puro Folle, il maschile selvatico e non contaminato dalla logica del profitto e della perdita, l’ossessione del potere materiale che si ripropone a ogni epoca, in diverse forme e modalità. Per questo i cavalieri irrompono nella tenuta dove la madre lo ha allevato, e lo invitano alla corte di Artù. Il ragazzo decide di seguirli e lo annuncia alla madre, che ne muore». Lasciata la dimora materna, inizia l’avventura: Parsifal è chiamato a trovare il Graal. «La ricerca del Graal è la ricerca del vuoto del proprio cuore», dice Mario Polia (autore dello splendido Il mistero imperiale del Graal). «Come direbbe Lao Tzu, l’essenziale, ciò che rende utile una stanza è il vuoto tra le pareti, ciò che rende utile un vaso è il vuoto tra le pareti: il segreto del Graal è la vacuità del cuore. La coppa è il cuore della persona che compie la cerca, vacuità del cuore significa la sua liberazione dalle passioni, dagli egoismi personali, dalle paure e dagli odi. Una volta vuoto, di che cosa viene riempito questo cuore? Viene riempito misticamente del sangue di Cristo: si offre il proprio cuore al mistero di redenzione inaugurato e portato a compimento da Cristo sulla Croce. Questo nell’ottica spirituale di quella che fu la cavalleria cosiddetta celeste medievale». La ricerca del Graal è l’impresa più difficile per il cavaliere: il combattimento più importante ovvero quello con sé stesso, dentro sé stesso, «a servizio della luce e della verità». Parsifal dovrà compiere un lungo cammino prima di giungere alla meta. Si imbatte una prima volta nel castello del Graal, e nel re Amfortas, ma non è pronto. Quando il calice viene fatto sfilare in processione davanti ai suoi occhi, egli tace, non sa che dire. E per questo perde l’occasione. Non accede al Graal, non cura lo stremato sovrano e non ne risana il reame desolato. Ne ricava una depressione annichilente che dura cinque anni, durante i quali si dimentica perfino di Dio. Poi, dopo varie traversie, compresi grazie all’aiuto di altri importanti personaggi i suoi errori e i suoi peccati, rieccolo riuscire a tornare al cospetto del Re sofferente. Questa volta però il cuore di Parsifal è purificato, svuotato, e può accogliere il sangue di Cristo. «La forza trasformativa che Parsifal invece sviluppa, capace di guarire la piaga del Re, viene raccolta attraverso un sacrificio e un lungo percorso di formazione nell’ombra. Non è una pulsione che viene subito sfogata, non ha nulla di muscolare o dimostrativo, ma è una forza che si accumula silenziosamente, giorno dopo giorno», dice Claudio Risé.Parsifal diviene un vero cavaliere praticando una sorta di ascesi, innalzandosi verso il cielo, dominando le passioni più terremotanti. «La figura del Cavaliere, cioè l’uomo che sta in groppa a un cavallo e lo dirige, rappresenta esattamente il controllo delle passioni», dice Mario Polia. «Il centauro nella mitologia classica è mezzo uomo e mezzo cavallo, non può liberarsi dal cavallo. Il Cavaliere può invece salire e scendere dal cavallo: lo deve domare, questo significa che il cavallo rappresenta, diciamo così, la natura terrena. L’essere umano è composto di terra e cielo, la natura terrena è il cavallo che il cavaliere deve portare, deve dirigere al compimento dell’azione. Il cavallo anticamente era sacro a Poseidone, quindi era alle divinità marine, ctonie, profonde. Era un animale legato alla terra, però anche un animale legato all’ascesa verso il cielo (nel simbolismo del cavallo alato per esempio)». Così cresciuto ed elevatosi, Parsifal, accederà al Graal e guarirà Amfortas in un modo inconsueto, ovvero ponendo al Re una domanda: che cosa ti strugge? Qui si vede, ribadisce Polia, «quella misericordia che già l’antica Roma consigliava ai suoi legionari, ai suoi centurioni: parcere subiectis, cioè mostrare compassione verso coloro che si sono piegati. In questo caso il piegarsi non è politico, è avere compassione verso chi è gravemente malato». Forse il mistero non possiamo comprenderlo fino in fondo, ma possiamo tuttavia coglierne alcuni aspetti che di volta in volta si illuminano. Possiamo capire, ad esempio, quale sia la via giusta non soltanto per il cavaliere ma per ciascuno di noi: «Il Cavaliere dedica il suo cuore alla Dama Celeste, confida nella provvidenza divina e continua il suo lavoro sulla terra che è quello della testimonianza», dice Polia. «La legge fondamentale della Cavalleria è l’aiuto ai poveri, ai bisognosi, agli oppressi. La Cavalleria è misericordia».Parsifal può ottenere il Graal quando rifiuta eros (e le lusinghe di una bella fanciulla) e scopre agape, l’amore sconfinato e gratuito, la carità verso il prossimo. La relazione con l’Altro. Per fare tutto questo, gli è richiesta una formidabile dose di coraggio. La cerca del Graal è esattamente questo: il coraggio dell’apertura, della crescita, della relazione con il diverso da noi. «Avere coraggio significa combattere, testimoniare senza aspettarsi assolutamente un beneficio», spiega Mario Polia. «L’orgoglio uccide la bontà del cavaliere, l’orgoglio insozza la sua spada, e così la ricerca dei benefici terreni. Quindi il coraggio del cavaliere è quello di sapere che sta combattendo per una causa giusta. Egli non sta sempre con la spada in mano, ci sta quando la storia glielo impone, ma è un uomo di guerra, soprattutto spirituale. Il suo coraggio è anche quello di non tornare indietro, di fidarsi, affidarsi completamente a Dio indipendentemente dal risultato delle azioni. San Bernardo di Chiaravalle nella sua lettera al primo Gran Maestro dell’Ordine del Tempio lo dice chiaramente: “Sconfitto sulla terra, sarai vincitore nel cielo”. Circa 1.500 anni prima di Bernardo,nella Bhagavadgita indiana c’è scritta la stessa cosa: compi il tuo dovere, «lascia le redini del tuo carro nelle mani del Dio e sconfitto sulla terra sarai vincitore nel cielo». Ovviamente San Bernardo non ha letto la Bhagavadgita che è un testo del Mahabharata, ma aveva dato un consiglio che è esattamente quello delle altre grandi tradizioni: l’azione è pura quando viene compiuta scevra da ogni desiderio di ricompensa, salvo la dolce ricompensa intima di sapere di aver fatto per quanto possibile il proprio dovere. Coraggio è una parola che etimologicamente è legata al latino cor, cordis, quindi è la capacità di agire essendo padroni del proprio cuore. È il cuore che si deve riempire, e che dunque deve prima essere vuoto. Però non è solo questo vuoto che conta: importa anche la tenuta delle pareti della coppa. Significa che il Graal è un cuore allenato, un cuore che è passato attraverso il combattimento terreno nei suoi vari aspetti, soprattutto spirituali, ed è diventato capace di contenere il mistero della salvezza». Coraggio e compassione sono tra i più importanti misteri del Graal, almeno per noi uomini e donne di oggi. Noi che abitiamo ancora in una terra desolata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-ricerca-del-graal-non-si-e-ancora-arrestata-2671164542.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-mito-insegna-a-trovare-noi-stessi-e-la-via-e-farci-le-domande-giuste" data-post-id="2671164542" data-published-at="1739701005" data-use-pagination="False"> «Il mito insegna a trovare noi stessi. E la via è farci le domande giuste» Claudio Bonvecchio, ordinario di Filosofia delle scienze sociali all’Università degli Studi dell’Insubria, è un grande studioso delle tematiche legate al Graal. Sua è la prefazione a un volume fondamentale che torna finalmente in libreria grazie all’editore Mimesis, ovvero Psicologia del Graal di Emma Jung (moglie di Carl Gustav Jung) e della celeberrima junghiana Marie-Louise Von Franz. In questa corposa opera il significato della ricerca del Graal viene riportato ai nostri giorni, fornendo indicazioni per ciascuno di noi, per affrontare i pericoli e le sfide che la vita ci pone quotidianamente. Cos’è il santo Graal? «Il santo Graal si può definire in tanti modi. Può essere semplicemente una coppa o un vassoio. Oppure può essere, ed è la cosa che compare evidentemente nel libro di Emma Jung e Marie-Louise von Franz, un simbolo. Il simbolo di qualche cosa che riguarda l’interiorità dell'uomo: il lavoro che la persona, uomo o donna, deve fare per raggiungere quella totalità che dovrebbe essere lo scopo della vita umana. Questo è in sintesi il senso del Graal e anche di tutta la sua storia millenaria: non dimentichiamo che se le prime immagini della storia del Graal, legata ad Artù, sono incise nella cattedrale di Modena, costruita da Wiligelmo, di una coppa o di un calderone si parla anche nel mondo celtico e persino in precedenza. Quindi parliamo di qualcosa che nella storia dell’Occidente è determinante, in qualche modo è sempre presente, anche se talvolta è incistato nel profondo dell’inconscio». Nelle varie storie del Graal, i cavalieri si impegnano in una queste, una ricerca difficoltosa. Che cosa simboleggia questa ricerca? «La ricerca dei cavalieri è la ricerca del divino, della totalità, perché, secondo la tradizione, il Graal sarebbe la coppa in cui Giuseppe d’Arimatea avrebbe raccolto il sangue di nostro Signore. Quindi avere il Graal significa essere partecipi del gigantesco dramma della prosecuzione della salvezza: ecco ciò che i cavalieri inseguono. Questo è più o meno il significato profondo del Graal: arrivare al divino attraverso uno dei simboli più forti della sua presenza sulla terra». La cerca del Graal è anche emblematica del rapporto fra maschile e femminile. «Bisogna ricordare che la coppa del Graal è sempre accoppiata a una lancia. In Chrétien de Troyes, in Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, che è uno dei racconti fondamentali del Graal, la lancia fa scendere delle gocce di sangue nella coppa. La lancia è un simbolo maschile, la coppa è invece un simbolo femminile. Il cavaliere, che è evidentemente maschile, deve riuscire a recuperare il femminile, deve riuscire a equilibrare dentro sé stesso gli aspetti femminili che vengono dimenticati, perché il maschile non può esistere senza il femminile e il femminile non può esistere senza il maschile. In questo senso la coppa del Graal diventa il simbolo di una totalità che ciascuno deve raggiungere per avere quell’equilibrio, la famosa unione degli opposti, che dovrebbe essere il fine dell’esistenza umana Cioè quell’equilibrio che dà armonia, che dà pace e che quindi apre la possibilità di una trascendenza spirituale che poi ciascuno ovviamente può interpretare come meglio crede». Anche Richard Wagner ha prodotto una sua versione del Parsifal, tratto dal Parzival del cavaliere tedesco Wolfram von Eschenbach. Questo personaggio, Parsifal, è uno dei più interessanti di tutta la saga. «La questione più interessante che si pone Wagner, ma che ritorna in quasi tutti i romanzi del Graal, è che Parzival, o Perceval, non riesce a trovare il Graal fintanto che non pone la famosa domanda. Quando per la prima volta Perceval arriva nel castello del Graal, assiste a una processione in cui vergini, angeli e altri portano il Graal, ma non si pone la domanda, cioè non si chiede: ma cosa diavolo è questa cosa? E quindi non riesce ad averlo. Il giorno dopo si risveglia e non ha più possibilità di trovare il Graal, fino a quando un’eremita, che poi è suo zio, gli dirà: ti devi porre la domanda su che cosa sia il Graal». Una storia non facilissima da comprendere. «Se noi riportiamo tutto questo ai tempi moderni, capiamo che il problema che il Graal in fondo ci vuole porre, il suo insegnamento, riguarda appunto questa domanda: chiedetevi che siete, che cosa significa la vita, che cosa fate voi per vivere la vita. Se voi non vi ponete questa domanda, non troverete mai il Graal. Tutto ciò è tanto più pregnante in una società come l’attuale, in cui il conformismo, il relativismo, tutti gli ismi che volete, distolgono gli uomini e le persone, gli uomini e le donne, i giovani soprattutto, dal porsi la domanda su quale sia il loro senso nella vita. Bisogna in qualche modo mettersi tutti alla cerca di questo Graal, che è la cerca del proprio senso. Questo è quello che Wagner vuole dire con il suo Parsifal, ma tutta la grande queste del Graal in fondo si può ridurre a questo: cercate di porvi la domanda fondamentale sul vostro essere, sul vostro esistere, allora troverete il Graal». Tra i protagonisti della storia c’è un re ferito, Amfortas. Ferito nelle parti intime, in qualche modo reso sterile come la sua terra, che diviene la Terra desolata descritta dal poeta T.S. Eliot. C’è un momento in cui Parsifal pone un’altra domanda e chiede al re: che cosa ti affligge, che cosa ti fa male? Questa è forse una indicazione sul modo in cui bisogna vivere: provando compassione? «Certo, il re vulnerato è collegato alla terra desolata. Una terra che non ha più centro, è un albero secco, come si vede anche in Tolkien. Il mondo, per molti versi, nel corso dei secoli ha perduto il suo centro, oppure ogni generazione ha perduto il suo centro, questo ognuno lo può interpretare come vuole. Il ritrovamento del Graal significa anche ritrovare un centro e ritrovare un centro significa ritrovare quella pienezza che comporta anche un interessarsi agli altri. Interessarsi in modo positivo ovviamente, con tutto l’ampio spettro di azioni che ciò comporta. Interessarsi in maniera positiva significa stabilire delle relazioni corrette, significa l’accettazione degli altri, la pace, la trascendenza, ossia dei valori spirituali e morali che il mondo sembra aver perduto. Questo è l’unico modo in cui l’albero possa rinascere: che il re del Graal simbolicamente venga ferito e quindi Parsifal possa identificarsi in qualche modo col Graal. Il Graal in ultima istanza si potrebbe anche raffigurare come il cuore: non inteso come un muscolo, ma come il centro di una vita che sia piena, che sia rivolto al mondo esterno ma che nel contempo pensi ad un interno che vola verso l’alto. E questo è il senso profondo del Parsifal, dell’albero secco, del re vulnerato e della coppa che in qualche modo dovrebbe risanare tutto. Risana se l’uomo lo vuole, se la persona lo vuole, altrimenti tutto resta secco». Per compiere questo percorso, questa ricerca del Graal, soprattutto nei nostri tempi, serve una buona dose di coraggio. L’unione degli opposti è anche unione di luce e ombra. Come a dire: per essere centrato bisogna tenere presente che nella vita non ci sono solo parti di luce, ma anche mille difficoltà, parti di oscurità con cui bisogna fare i conti, senza indietreggiare. «Certo. Difatti, il libro di Marie-Louise von Franz e di Emma Jung sottolinea molto questo aspetto. L’ombra non va negata, non va ricacciata nel profondo, perché altrimenti diventa sempre un fantasma che ti persegue tutta la vita. Deve essere affrontata, ma non per negarla - perché non si può negare, fa parte della vita umana - bensì per integrarla. Cioè, il positivo e il negativo, in fondo, sono parti fondamentali della persona, di ciascuno di noi, no? Allora il negativo va reintegrato, va equilibrato, in maniera tale che non diventi determinante o ancora peggio, diventi un nascosto che poi improvvisamente ricompare. Noi vediamo anche nella quotidianità tanta morte e violenza. Sembra che siano proprio il riemergere dell’ombra, improvvisamente. Prendiamo, che so, i femminicidi: ecco il riemergere dell’ombra anche in persone che fino al giorno prima sembravano - così viene detto spesso da chi circonda gli assassini - brave, tranquille. Poi all’improvviso compare una situazione drammatica: è l’ombra che in qualche modo si impadronisce di loro, che li porta a fare quello che magari non avrebbero mai fatto. I piccoli, i giovani, i maranza, come si dice al giorno d’oggi, in fondo sono preda di un'’mbra, in questo caso di un’ombra personale o sociale. Allora anche questo fa parte del gigantesco affresco della vita in cui luce e ombre si devono affrontare, ma non per un combattimento, bensì per riequilibrarsi».
Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
I denunciati, nella Commissione parlamentare per la gestione del Covid, hanno raccontato che gli avvocati Luca Di Donna (che collaborava con Conte nello studio del professor Guido Alpa) e Gianluca Maria Esposito, in piena pandemia, si offrivano come risolutori di problemi in cambio di sostanziose percentuali sul fatturato ottenuto grazie alla loro (millantata?) capacità di intercedere presso Palazzo Chigi, ai tempi in cui l’inquilino era Giuseppi.
Un’ipotetica attività di lobbying che li ha fatti finire sul registro degli indagati della Procura di Roma con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al traffico di influenze illecite.
Dario Bianchi, titolare della romana Jc Electronics Italia, ha spiegato che Di Donna gli avrebbe chiesto il 10% per sbloccare la fornitura di milioni di mascherine alla struttura commissariale all’epoca guidata da Domenico Arcuri.
Un altro imprenditore, l’umbro Giovanni Buini, della Ares safety, con i magistrati di Roma e con gli onorevoli commissari, ha rivelato che, ai tempi del Covid, non riuscendo a mettersi in contatto con Arcuri per parlare direttamente con lui di dispositivi di protezione, era stato dirottato da un amico su Di Donna ed Esposito.
«Di Donna mi disse di essere il braccio destro del presidente del Consiglio (Giuseppe Conte, ndr) e di avere buoni rapporti con la struttura commissariale», ha spiegato Buini a Palazzo San Macuto. I due legali avrebbero fatto firmare all’imprenditore un accordo per il riconoscimento di una commissione per la mediazione del 5% e poi lo avrebbero convocato nello studio di Alpa (il maestro di Conte).
Buini in commissione ha confessato l’imbarazzo: «Io mi sono trovato questo foglio davanti e l’ho firmato. Ma se tornassi indietro non lo rifarei. Purtroppo in quella circostanza, introdotto da un amico, per non fargli fare una figuraccia, ho siglato questo foglio». Di cui non avrebbe mai ricevuto una copia. In ogni caso, dopo pochi giorni, Buini avrebbe spedito, via pec, la disdetta del contratto.
Risultato? L’11 maggio 2020, l’imprenditore ha ricevuto una mail dal braccio destro di Arcuri, Antonio Fabbrocini, che gli annunciava il benservito «per mutate sopravvenute esigenze della struttura commissariale».
Ma veniamo all’accordo che confermerebbe i racconti di Bianchi e Buini. Il contratto (su carta intestata al «Prof. Luca Di Donna, ordinario di diritto Privato Sapienza» e al «Prof. Gianluca Maria Esposito, ordinario di diritto Amministrativo Sapienza») è stato trasmesso il 30 marzo 2020 alla società Jarvit dell’imprenditore calabrese Francesco Alcaro, allora trentaquattrenne, il quale era alla ricerca di finanziamenti da parte di Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, di proprietà del ministero dell’Economia, all’epoca guidata proprio da Arcuri.
Il testo, allegato all’informativa inviata alla Procura dagli uomini del Nucleo investigativo dei carabinieri, rivela come i due professionisti si offrissero di gestire i rapporti con il ministero dello Sviluppo economico (di cui Esposito è stato per anni uno dei direttori generali) e con Invitalia.
Alla Verità Alcaro aveva spiegato di non aver cercato lui la coppia di professionisti, ma che erano stati loro a proporsi, anche se non è chiaro come fossero venuti a conoscenza del suo nominativo e dei rapporti che questi aveva con Invitalia. Nelle sette pagine del contratto è indicata la specialità della casa: «Un supporto qualificato» nell’ambito della «realizzazione di un contratto di sviluppo per il tramite di lnvitalia Spa-ministero Sviluppo economico».
Per raggiungere l’obiettivo, l’accordo predisposto da Di Donna ed Esposito prevedeva cinque «fasi», tra cui «scouting ed esame preliminare», «assistenza amministrativa nella predisposizione del business plan e del progetto» e «assistenza legale nella procedura amministrativa presso lnvitalia». In cambio i due chiedevano questo corrispettivo: «Per tutte le attività professionali descritte nel presente incarico al professionista è riconosciuto un compenso determinato in una percentuale pari al 5%, oltre oneri di legge (rimborso spese forfettario, Iva e Cassa avvocati), da calcolarsi sul totale del valore dell’operazione». Un cinque per cento da pagare, però, soltanto «alla data del relativo decreto di concessione del contributo pubblico». In pratica i clienti pagavano a risultato raggiunto. Una condizione che lascia intendere come i nostri fossero sicuri di chiudere l’affare.
Il racconto di Alcaro davanti all’allora procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo e al pm Fabrizio Tucci è molto interessante.
A verbale, il 29 dicembre 2020, l’imprenditore spiega come fosse iniziato il rapporto con i consulenti: «Sono stato contattato da Di Donna per telefono, credo anche con una comunicazione mail, insieme a un altro avvocato, che a questo punto potrebbe essere l’avvocato Esposito. I due mi dissero che conoscevano la mia azienda e che avrebbero potuto aiutarmi per ottenere un finanziamento da Invitalia. Essi, nella sostanza, conoscevano l’esistenza di due brevetti industriali in seno alla mia azienda e l’esistenza di un progetto industriale, relativo all’intelligenza artificiale e alla salute».
Alcaro firmò il contratto di consulenza e ai magistrati riferì alcuni interessanti dettagli della trattativa: «Ricordo che i due mi dissero che il progetto andava presentato entro 4/5 giorni dalla data del contatto, cosa assai complicata per la complessità dell’opera, e che comunque a loro andava bene qualsiasi tipo di progetto».
Il verbale prosegue svelando lo strano comportamento dei consulenti: «Poi i due sparirono e io mi feci seguire da altri professionisti ai quali comunicai l’esistenza di questo contratto e i medesimi mi suggerirono, per la sua particolare onerosità e per il fatto che sarei stato legato a loro per tutti i rapporti futuri che avrei avuto con Invitalia, di recedere dal contratto, cosa che feci immediatamente con pec».
I nuovi consulenti avrebbero definito l’accordo persino «vessatorio» e «lesivo per l’azienda stessa».
Successivamente Alcaro invia in Procura una memoria che non convince gli investigatori, i quali nella loro informativa annotano: «Nella relazione, Alcaro, evidentemente temendo di venire coinvolto in un procedimento penale, ha fortemente mitigato il tenore delle proprie affermazioni (davanti ai magistrati, ndr), evitando qualunque riferimento alle frasi proferite dalla coppia Esposito/Di Donna […] in ordine al fatto che la domanda per il finanziamento e la complessa documentazione necessaria avrebbe dovuto essere presentata entro 4 o 5 giorni e che sarebbe andato bene qualsiasi tipo di progetto».
In effetti Alcaro, riferendosi alla trattativa con i due legali, scrive: «Ci hanno fatto perdere tempo nelle registrazioni su Invitalia, telefonate, valutazioni e fatto firmare un contratto infruttuoso. Il rapporto si è dissolto nel nulla, non ci sono stati più contatti con il Prof. Di Donna passati quei “fatidici 4/5 giorni” che avevamo a disposizione per concludere l’iter». Quindi puntualizza, probabilmente per il timore evidenziato dai carabinieri: «Non ho mai ricevuto promesse per l’ottenimento del finanziamento Invitalia attraverso canali preferenziali».
La Commissione Covid non lo ha ancora convocato e sarà interessante capire quale versione sceglierà di offrire dalla cattedra di Palazzo San Macuto. Nel frattempo, Di Donna e Esposito sono stati archiviati dall’accusa di traffico di influenze, mentre per lo stesso reato e in una vicenda analoga, quella per la compravendita di 800 milioni di mascherine da parte della Struttura commissariale, la Procura di Roma ha chiesto il conflitto di attribuzioni davanti alla Consulta. Il motivo? Verificare la legittimità costituzionale della riforma del reato di traffico di influenze voluta dal ministro Carlo Nordio.
Da una parte il pm Fabrizio Tucci e l’aggiunto Stefano Pesci hanno chiesto l’archiviazione di Di Donna, Esposito e di altri indagati in due procedimenti, dall’altra lo stesso Tucci e Ielo, in apparente violazione del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, hanno sollevato la questione di costituzionalità nel procedimento gemello 37684/2020 a carico di Andrea Tommasi ed altri presunti trafficanti di influenze illecite. Nella memoria del 2 dicembre 2024 Ielo e Tucci scrivono che la modifica dell’articolo 346 bis della legge Nordio non rispetterebbe l’articolo 12 della Convenzione di Strasburgo perché escluderebbe «quel nucleo minimo di condotte» che, secondo gli inquirenti capitolini, andrebbero perseguite. In questo modo la Procura si sarebbe opposta a una sorta di cancellazione mascherata della fattispecie. Ma lo avrebbe fatto solo in questo caso e non in quello di Di Donna ed Esposito.
Noi, nelle scorse settimane, abbiamo provato a chiedere conto a Tucci di una tale differenza di interpretazione per una materia praticamente identica e il pm ci ha rimandato all’aggiunto. Pesci ci ha risposto: «Nulla so di questioni di costituzionalità in altri procedimenti». E poi ci ha domandato, spiazzandoci: «Ma è stata da noi sollecitata?». In pratica sembra che alla Procura di Roma la mano destra non sappia quello che fa la sinistra e che le decisioni vengano prese a compartimenti stagni.
Quando abbiamo fatto presente che il doppio registro era stato adottato da uno stesso pm e abbiamo inviato l’istanza che questi aveva firmato con Ielo, Pesci ha replicato: «L’articolo 53 del codice di procedura penale dà piena autonomia di scelta al pm di udienza». Cioè a Tucci. Che, però, come detto non ci ha voluto parlare.
Auspichiamo che la Commissione parlamentare presieduta dal senatore Marco Lisei faccia piena luce su tale evidente disparità di trattamento convocando i pubblici ministeri interessati affinché chiariscano perché nel caso di Tommasi & C. abbiano sollevato la questione di costituzionalità, mentre in quello degli avvocati amici di Conte abbiano chiesto l’archiviazione.
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Raffaele Pernasetti fotografato nel suo ristorante a Roma
Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Raffaele Pernasetti, 75 anni, detto «Er Palletta», per più di un lustro ha fatto parte del nucleo storico della Banda della Magliana (sospettato di 7 omicidi, è condannato in primo grado a quattro ergastoli; in Appello la pena è scesa a 30 anni anche per l’assoluzione per tre di quei delitti) e, questa mattina, è stato arrestato con un’accusa che non stupisce: continuava a trafficare con la droga. Nelle prime ore della mattina, i Carabinieri del Nucleo investigativo di Roma (nell'ambito di un'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia della procura di Roma) hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 13 persone accusate, a vario titolo, dei reati di associazione per delinquere finalizzata al traffico, cessione e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, detenzione e porto illegale di armi e munizioni da guerra, ricettazione, lesioni personali gravi, estorsione, tentata rapina e tentato omicidio, alcuni dei quali aggravati dall’aver agito con modalità mafiose.
L’indagine si è sviluppata tra marzo 2021 e maggio 2024 e ha consentito di sgominare una banda dedita al traffico di droga.
Pernasetti, grazie alla sua vicinanza, risalente ai primi anni Ottanta, ad alcuni importanti esponenti del clan Senese e di una cosca di ‘ndrangheta, avrebbe favorito l’attività di approvvigionamento di droga.
In particolare, una volta tornato in libertà, il leader della cosiddetta «batteria dei testaccini» avrebbe ottenuto il benestare a operare nei quartieri romani di Trastevere e Testaccio, oltre che, ovviamente, alla Magliana e al Trullo, ove negli anni Ottanta e Novanta aveva imperato.
Pernasetti (a cui è contestata la recidiva reiterata) è accusato in particolare di avere operato con Marco Casamatta e Manuel Severa, capo dell’organizzazione, entrambi arrestati nel 2024 con l’accusa di essere esecutore e mandante dell’omicidio di Cristiano Molè, componente di una nota famiglia di ‘ndrangheta. Pernasetti, insieme con Casamatta, avrebbe acquistato e ceduto 44 chilogrammi di cocaina (due forniture rispettivamente di 31 e 13 chilogrammi) e avrebbe venduto 10 chili di hashish insieme con Severa e 2 con Casamatta.
Molti degli arrestati avevano soprannomi folcloristici come «Il Matto» (Severa), «Fiore» (Casamatta), «Miliardero», «Piovra», «Lupo», «Er Cicoria» e «Perepè».
Luogo privilegiato luogo di incontri con ‘ndranghetisti ed esponenti della criminalità organizzata romana (monitorati dagli inquirenti con telecamere nascoste e microspie), era il ristorante della famiglia Pernasetti a Testaccio, «Oio a casa mia», dove lo stesso ha lavorato per anni come cuoco.
Nelle scorse settimane noi avevamo iniziato a lavorare sui reduci della Banda e, per questo, avevamo cercato un paio di volte Pernasetti nel suo locale. Anche perché una fonte ci aveva riferito che l’uomo continuava a frequentare brutti giri e a dedicarsi a business poco commendevoli. Di sera non lo avevamo trovato (ai fornelli a preparare la tipica cucina romana abbiamo visto solo cuochi extracomunitari), mentre a pranzo aveva fatto la sua comparsa e si era seduto a mangiare in una saletta appartata con il fratello e altri famigliari. Un parente si era presentato con un trolley e aveva preso parte a quella che appariva come una riunione importante a due passi dalla cucina.
Mentre i piatti tipici venivano serviti ai tavoli (trippa, nervetti, puntarelle, lingua, coda alla vaccinara e i primi della tradizione), siamo riusciti a scattare alcune foto di Pernasetti.
In aggiunta alle contestazioni relative al narcotraffico, il criminale è accusato di aver picchiato e minacciato con una pistola alla testa un meccanico per farsi pagare 8.000 euro di droga. Non avendo ottenuto i soldi, l’ex esponente della Banda della Magliana avrebbe ordinato a un gruppo di fuoco composto da tre persone (di cui avrebbe fatto parte anche Casamatta) di punire il debitore che, il 25 marzo 2024, veniva gambizzato nel quartiere della Magliana.
I Carabinieri, durante una perquisizione, hanno trovato un documento redatto con ogni probabilità da Severa. Nel testo erano indicate le «regole disciplinari» a cui tutti gli associati avrebbero dovuto attenersi e che prevedeva sanzioni economiche in caso di violazione delle regole. Ad esempio: non essere puntuale all’appuntamento costava 125 euro; comunicare su una chat sbagliata 100; parlare o scrivere cose fuori luogo 100; non cambiare telefono ogni primo del mese 250. Chi rispettava il regolamento, riceveva, invece, premi in denaro. Nello stesso manoscritto erano riportati un elenco di armi e indicazioni sulla logistica relativi a un raid punitivo in fase di realizzazione.
Le foto degli incontri di Pernasetti contenute all'interno dell'ordinanza di applicazione di misura cautelar emessa dal Tribunale ordinario di Roma
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