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2025-02-17
La ricerca del Graal non si è ancora arrestata
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«Quali radici si afferrano, quali rami crescono su queste rovine di pietra? Figlio dell’uomo/ tu non lo puoi dire, né immaginare/ perché conosci soltanto un cumulo di frante immagini, là dove batte il sole./ E l’albero morto non dà riparo/ e il canto del grillo non dà ristoro/ e l’arida pietra non dà suono d’acqua». Una landa secca, devastata. Sterile e arsa. Nel 1922 il poeta Thomas Stearns Eliot per descrivere la modernità morente dell’Occidente, la Terra desolata, utilizzò un’immagine scaturita dall’inconscio stesso dell’Europa: il regno inaridito di Amfortas, il Re Pescatore, custode del Santo Graal. Cioè la coppa in cui Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo: sogno di cavalieri e avventurieri di ogni tempo, oggetto del desiderio e mistero profondo come la vita stessa. Per la prima volta la sua storia fu narrata ne Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, di Chrétien de Troyes, tra il 1175 e il 1190. Ma a sua volta Chrétien attinse da una sapienza infinitamente più antica e profonda, che una volta riscoperta passò di mente in mente e di penna in penna nei secoli successivi: Gerberto di Montreuil, Robert De Boron, Wolfram von Eschenbach. E poi, più di recente, Thomas Malory, e altri ancora, fino appunto a Eliot e forse persino a Thomas Pynchon (nel romanzo V.). Richard Wagner s’ispirò a Wolfram per il suo straordinario Parsifal, capace di commuovere alle lacrime e sdegnare Friedrich Nietzsche, che vi intuì un motivo cristiano, troppo cristiano.
La vicenda è nota: Parsifal è figlio di Herzeloyde e del prode Gahmuret. Questi, innamorato della guerra e bramoso di glorie, muore in battaglia e la moglie decide di strappare il figlio ai pericoli della cavalleria. Lo trascina a vivere lontano dal mondo, immerso nella natura selvaggia, protetto da infinite cure. Ecco il primo elemento fondamentale: Herzeloyde è una madre divorante, che rinchiude il figlio impedendogli lo slancio verso la vita. È Claudio Risé - nella sua memorabile lettura del Parsifal e in tutti gli altri testi che ha scritto sul tema - a fornire questa chiave di lettura e a notare che «è anche in virtù dell’intervento materno che Parsifal sviluppa una grande e pura forza spirituale [...]. L’infanzia semplice e lontana dalle regge e dal potere cui la madre lo costringe lo protegge anche dagli aspetti più violenti e corrotti del mondo maschile. Crescendo nella natura e nella semplicità Parsifal diventa quindi il Puro Folle, il maschile selvatico e non contaminato dalla logica del profitto e della perdita, l’ossessione del potere materiale che si ripropone a ogni epoca, in diverse forme e modalità. Per questo i cavalieri irrompono nella tenuta dove la madre lo ha allevato, e lo invitano alla corte di Artù. Il ragazzo decide di seguirli e lo annuncia alla madre, che ne muore».
Lasciata la dimora materna, inizia l’avventura: Parsifal è chiamato a trovare il Graal. «La ricerca del Graal è la ricerca del vuoto del proprio cuore», dice Mario Polia (autore dello splendido Il mistero imperiale del Graal). «Come direbbe Lao Tzu, l’essenziale, ciò che rende utile una stanza è il vuoto tra le pareti, ciò che rende utile un vaso è il vuoto tra le pareti: il segreto del Graal è la vacuità del cuore. La coppa è il cuore della persona che compie la cerca, vacuità del cuore significa la sua liberazione dalle passioni, dagli egoismi personali, dalle paure e dagli odi. Una volta vuoto, di che cosa viene riempito questo cuore? Viene riempito misticamente del sangue di Cristo: si offre il proprio cuore al mistero di redenzione inaugurato e portato a compimento da Cristo sulla Croce. Questo nell’ottica spirituale di quella che fu la cavalleria cosiddetta celeste medievale». La ricerca del Graal è l’impresa più difficile per il cavaliere: il combattimento più importante ovvero quello con sé stesso, dentro sé stesso, «a servizio della luce e della verità».
Parsifal dovrà compiere un lungo cammino prima di giungere alla meta. Si imbatte una prima volta nel castello del Graal, e nel re Amfortas, ma non è pronto. Quando il calice viene fatto sfilare in processione davanti ai suoi occhi, egli tace, non sa che dire. E per questo perde l’occasione. Non accede al Graal, non cura lo stremato sovrano e non ne risana il reame desolato. Ne ricava una depressione annichilente che dura cinque anni, durante i quali si dimentica perfino di Dio. Poi, dopo varie traversie, compresi grazie all’aiuto di altri importanti personaggi i suoi errori e i suoi peccati, rieccolo riuscire a tornare al cospetto del Re sofferente. Questa volta però il cuore di Parsifal è purificato, svuotato, e può accogliere il sangue di Cristo. «La forza trasformativa che Parsifal invece sviluppa, capace di guarire la piaga del Re, viene raccolta attraverso un sacrificio e un lungo percorso di formazione nell’ombra. Non è una pulsione che viene subito sfogata, non ha nulla di muscolare o dimostrativo, ma è una forza che si accumula silenziosamente, giorno dopo giorno», dice Claudio Risé.
Parsifal diviene un vero cavaliere praticando una sorta di ascesi, innalzandosi verso il cielo, dominando le passioni più terremotanti. «La figura del Cavaliere, cioè l’uomo che sta in groppa a un cavallo e lo dirige, rappresenta esattamente il controllo delle passioni», dice Mario Polia. «Il centauro nella mitologia classica è mezzo uomo e mezzo cavallo, non può liberarsi dal cavallo. Il Cavaliere può invece salire e scendere dal cavallo: lo deve domare, questo significa che il cavallo rappresenta, diciamo così, la natura terrena. L’essere umano è composto di terra e cielo, la natura terrena è il cavallo che il cavaliere deve portare, deve dirigere al compimento dell’azione. Il cavallo anticamente era sacro a Poseidone, quindi era alle divinità marine, ctonie, profonde. Era un animale legato alla terra, però anche un animale legato all’ascesa verso il cielo (nel simbolismo del cavallo alato per esempio)».
Così cresciuto ed elevatosi, Parsifal, accederà al Graal e guarirà Amfortas in un modo inconsueto, ovvero ponendo al Re una domanda: che cosa ti strugge? Qui si vede, ribadisce Polia, «quella misericordia che già l’antica Roma consigliava ai suoi legionari, ai suoi centurioni: parcere subiectis, cioè mostrare compassione verso coloro che si sono piegati. In questo caso il piegarsi non è politico, è avere compassione verso chi è gravemente malato».
Forse il mistero non possiamo comprenderlo fino in fondo, ma possiamo tuttavia coglierne alcuni aspetti che di volta in volta si illuminano. Possiamo capire, ad esempio, quale sia la via giusta non soltanto per il cavaliere ma per ciascuno di noi: «Il Cavaliere dedica il suo cuore alla Dama Celeste, confida nella provvidenza divina e continua il suo lavoro sulla terra che è quello della testimonianza», dice Polia. «La legge fondamentale della Cavalleria è l’aiuto ai poveri, ai bisognosi, agli oppressi. La Cavalleria è misericordia».
Parsifal può ottenere il Graal quando rifiuta eros (e le lusinghe di una bella fanciulla) e scopre agape, l’amore sconfinato e gratuito, la carità verso il prossimo. La relazione con l’Altro. Per fare tutto questo, gli è richiesta una formidabile dose di coraggio. La cerca del Graal è esattamente questo: il coraggio dell’apertura, della crescita, della relazione con il diverso da noi.
«Avere coraggio significa combattere, testimoniare senza aspettarsi assolutamente un beneficio», spiega Mario Polia. «L’orgoglio uccide la bontà del cavaliere, l’orgoglio insozza la sua spada, e così la ricerca dei benefici terreni. Quindi il coraggio del cavaliere è quello di sapere che sta combattendo per una causa giusta. Egli non sta sempre con la spada in mano, ci sta quando la storia glielo impone, ma è un uomo di guerra, soprattutto spirituale. Il suo coraggio è anche quello di non tornare indietro, di fidarsi, affidarsi completamente a Dio indipendentemente dal risultato delle azioni. San Bernardo di Chiaravalle nella sua lettera al primo Gran Maestro dell’Ordine del Tempio lo dice chiaramente: “Sconfitto sulla terra, sarai vincitore nel cielo”. Circa 1.500 anni prima di Bernardo,nella Bhagavadgita indiana c’è scritta la stessa cosa: compi il tuo dovere, «lascia le redini del tuo carro nelle mani del Dio e sconfitto sulla terra sarai vincitore nel cielo». Ovviamente San Bernardo non ha letto la Bhagavadgita che è un testo del Mahabharata, ma aveva dato un consiglio che è esattamente quello delle altre grandi tradizioni: l’azione è pura quando viene compiuta scevra da ogni desiderio di ricompensa, salvo la dolce ricompensa intima di sapere di aver fatto per quanto possibile il proprio dovere. Coraggio è una parola che etimologicamente è legata al latino cor, cordis, quindi è la capacità di agire essendo padroni del proprio cuore. È il cuore che si deve riempire, e che dunque deve prima essere vuoto. Però non è solo questo vuoto che conta: importa anche la tenuta delle pareti della coppa. Significa che il Graal è un cuore allenato, un cuore che è passato attraverso il combattimento terreno nei suoi vari aspetti, soprattutto spirituali, ed è diventato capace di contenere il mistero della salvezza».
Coraggio e compassione sono tra i più importanti misteri del Graal, almeno per noi uomini e donne di oggi. Noi che abitiamo ancora in una terra desolata.
«Il mito insegna a trovare noi stessi. E la via è farci le domande giuste»
Claudio Bonvecchio, ordinario di Filosofia delle scienze sociali all’Università degli Studi dell’Insubria, è un grande studioso delle tematiche legate al Graal. Sua è la prefazione a un volume fondamentale che torna finalmente in libreria grazie all’editore Mimesis, ovvero Psicologia del Graal di Emma Jung (moglie di Carl Gustav Jung) e della celeberrima junghiana Marie-Louise Von Franz. In questa corposa opera il significato della ricerca del Graal viene riportato ai nostri giorni, fornendo indicazioni per ciascuno di noi, per affrontare i pericoli e le sfide che la vita ci pone quotidianamente.
Cos’è il santo Graal?
«Il santo Graal si può definire in tanti modi. Può essere semplicemente una coppa o un vassoio. Oppure può essere, ed è la cosa che compare evidentemente nel libro di Emma Jung e Marie-Louise von Franz, un simbolo. Il simbolo di qualche cosa che riguarda l’interiorità dell'uomo: il lavoro che la persona, uomo o donna, deve fare per raggiungere quella totalità che dovrebbe essere lo scopo della vita umana. Questo è in sintesi il senso del Graal e anche di tutta la sua storia millenaria: non dimentichiamo che se le prime immagini della storia del Graal, legata ad Artù, sono incise nella cattedrale di Modena, costruita da Wiligelmo, di una coppa o di un calderone si parla anche nel mondo celtico e persino in precedenza. Quindi parliamo di qualcosa che nella storia dell’Occidente è determinante, in qualche modo è sempre presente, anche se talvolta è incistato nel profondo dell’inconscio».
Nelle varie storie del Graal, i cavalieri si impegnano in una queste, una ricerca difficoltosa. Che cosa simboleggia questa ricerca?
«La ricerca dei cavalieri è la ricerca del divino, della totalità, perché, secondo la tradizione, il Graal sarebbe la coppa in cui Giuseppe d’Arimatea avrebbe raccolto il sangue di nostro Signore. Quindi avere il Graal significa essere partecipi del gigantesco dramma della prosecuzione della salvezza: ecco ciò che i cavalieri inseguono. Questo è più o meno il significato profondo del Graal: arrivare al divino attraverso uno dei simboli più forti della sua presenza sulla terra».
La cerca del Graal è anche emblematica del rapporto fra maschile e femminile.
«Bisogna ricordare che la coppa del Graal è sempre accoppiata a una lancia. In Chrétien de Troyes, in Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, che è uno dei racconti fondamentali del Graal, la lancia fa scendere delle gocce di sangue nella coppa. La lancia è un simbolo maschile, la coppa è invece un simbolo femminile. Il cavaliere, che è evidentemente maschile, deve riuscire a recuperare il femminile, deve riuscire a equilibrare dentro sé stesso gli aspetti femminili che vengono dimenticati, perché il maschile non può esistere senza il femminile e il femminile non può esistere senza il maschile. In questo senso la coppa del Graal diventa il simbolo di una totalità che ciascuno deve raggiungere per avere quell’equilibrio, la famosa unione degli opposti, che dovrebbe essere il fine dell’esistenza umana Cioè quell’equilibrio che dà armonia, che dà pace e che quindi apre la possibilità di una trascendenza spirituale che poi ciascuno ovviamente può interpretare come meglio crede».
Anche Richard Wagner ha prodotto una sua versione del Parsifal, tratto dal Parzival del cavaliere tedesco Wolfram von Eschenbach. Questo personaggio, Parsifal, è uno dei più interessanti di tutta la saga.
«La questione più interessante che si pone Wagner, ma che ritorna in quasi tutti i romanzi del Graal, è che Parzival, o Perceval, non riesce a trovare il Graal fintanto che non pone la famosa domanda. Quando per la prima volta Perceval arriva nel castello del Graal, assiste a una processione in cui vergini, angeli e altri portano il Graal, ma non si pone la domanda, cioè non si chiede: ma cosa diavolo è questa cosa? E quindi non riesce ad averlo. Il giorno dopo si risveglia e non ha più possibilità di trovare il Graal, fino a quando un’eremita, che poi è suo zio, gli dirà: ti devi porre la domanda su che cosa sia il Graal».
Una storia non facilissima da comprendere.
«Se noi riportiamo tutto questo ai tempi moderni, capiamo che il problema che il Graal in fondo ci vuole porre, il suo insegnamento, riguarda appunto questa domanda: chiedetevi che siete, che cosa significa la vita, che cosa fate voi per vivere la vita. Se voi non vi ponete questa domanda, non troverete mai il Graal. Tutto ciò è tanto più pregnante in una società come l’attuale, in cui il conformismo, il relativismo, tutti gli ismi che volete, distolgono gli uomini e le persone, gli uomini e le donne, i giovani soprattutto, dal porsi la domanda su quale sia il loro senso nella vita. Bisogna in qualche modo mettersi tutti alla cerca di questo Graal, che è la cerca del proprio senso. Questo è quello che Wagner vuole dire con il suo Parsifal, ma tutta la grande queste del Graal in fondo si può ridurre a questo: cercate di porvi la domanda fondamentale sul vostro essere, sul vostro esistere, allora troverete il Graal».
Tra i protagonisti della storia c’è un re ferito, Amfortas. Ferito nelle parti intime, in qualche modo reso sterile come la sua terra, che diviene la Terra desolata descritta dal poeta T.S. Eliot. C’è un momento in cui Parsifal pone un’altra domanda e chiede al re: che cosa ti affligge, che cosa ti fa male? Questa è forse una indicazione sul modo in cui bisogna vivere: provando compassione?
«Certo, il re vulnerato è collegato alla terra desolata. Una terra che non ha più centro, è un albero secco, come si vede anche in Tolkien. Il mondo, per molti versi, nel corso dei secoli ha perduto il suo centro, oppure ogni generazione ha perduto il suo centro, questo ognuno lo può interpretare come vuole. Il ritrovamento del Graal significa anche ritrovare un centro e ritrovare un centro significa ritrovare quella pienezza che comporta anche un interessarsi agli altri. Interessarsi in modo positivo ovviamente, con tutto l’ampio spettro di azioni che ciò comporta. Interessarsi in maniera positiva significa stabilire delle relazioni corrette, significa l’accettazione degli altri, la pace, la trascendenza, ossia dei valori spirituali e morali che il mondo sembra aver perduto. Questo è l’unico modo in cui l’albero possa rinascere: che il re del Graal simbolicamente venga ferito e quindi Parsifal possa identificarsi in qualche modo col Graal. Il Graal in ultima istanza si potrebbe anche raffigurare come il cuore: non inteso come un muscolo, ma come il centro di una vita che sia piena, che sia rivolto al mondo esterno ma che nel contempo pensi ad un interno che vola verso l’alto. E questo è il senso profondo del Parsifal, dell’albero secco, del re vulnerato e della coppa che in qualche modo dovrebbe risanare tutto. Risana se l’uomo lo vuole, se la persona lo vuole, altrimenti tutto resta secco».
Per compiere questo percorso, questa ricerca del Graal, soprattutto nei nostri tempi, serve una buona dose di coraggio. L’unione degli opposti è anche unione di luce e ombra. Come a dire: per essere centrato bisogna tenere presente che nella vita non ci sono solo parti di luce, ma anche mille difficoltà, parti di oscurità con cui bisogna fare i conti, senza indietreggiare.
«Certo. Difatti, il libro di Marie-Louise von Franz e di Emma Jung sottolinea molto questo aspetto. L’ombra non va negata, non va ricacciata nel profondo, perché altrimenti diventa sempre un fantasma che ti persegue tutta la vita. Deve essere affrontata, ma non per negarla - perché non si può negare, fa parte della vita umana - bensì per integrarla. Cioè, il positivo e il negativo, in fondo, sono parti fondamentali della persona, di ciascuno di noi, no? Allora il negativo va reintegrato, va equilibrato, in maniera tale che non diventi determinante o ancora peggio, diventi un nascosto che poi improvvisamente ricompare. Noi vediamo anche nella quotidianità tanta morte e violenza. Sembra che siano proprio il riemergere dell’ombra, improvvisamente. Prendiamo, che so, i femminicidi: ecco il riemergere dell’ombra anche in persone che fino al giorno prima sembravano - così viene detto spesso da chi circonda gli assassini - brave, tranquille. Poi all’improvviso compare una situazione drammatica: è l’ombra che in qualche modo si impadronisce di loro, che li porta a fare quello che magari non avrebbero mai fatto. I piccoli, i giovani, i maranza, come si dice al giorno d’oggi, in fondo sono preda di un'’mbra, in questo caso di un’ombra personale o sociale. Allora anche questo fa parte del gigantesco affresco della vita in cui luce e ombre si devono affrontare, ma non per un combattimento, bensì per riequilibrarsi».
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Anche nella desolazione del nostro tempo, il cammino di Parsifal resta aperto. A patto di «svuotare» il cuore.Lo studioso Claudio Bonvecchio: «Questa leggenda ha segnato la storia dell’Occidente e ancora oggi agisce nel profondo dei nostri inconsci. Ci mostra come fare i conti con la parte oscura che è in ogni uomo e può guarirci da una vita sterile».Lo speciale contiene due articoli«Quali radici si afferrano, quali rami crescono su queste rovine di pietra? Figlio dell’uomo/ tu non lo puoi dire, né immaginare/ perché conosci soltanto un cumulo di frante immagini, là dove batte il sole./ E l’albero morto non dà riparo/ e il canto del grillo non dà ristoro/ e l’arida pietra non dà suono d’acqua». Una landa secca, devastata. Sterile e arsa. Nel 1922 il poeta Thomas Stearns Eliot per descrivere la modernità morente dell’Occidente, la Terra desolata, utilizzò un’immagine scaturita dall’inconscio stesso dell’Europa: il regno inaridito di Amfortas, il Re Pescatore, custode del Santo Graal. Cioè la coppa in cui Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo: sogno di cavalieri e avventurieri di ogni tempo, oggetto del desiderio e mistero profondo come la vita stessa. Per la prima volta la sua storia fu narrata ne Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, di Chrétien de Troyes, tra il 1175 e il 1190. Ma a sua volta Chrétien attinse da una sapienza infinitamente più antica e profonda, che una volta riscoperta passò di mente in mente e di penna in penna nei secoli successivi: Gerberto di Montreuil, Robert De Boron, Wolfram von Eschenbach. E poi, più di recente, Thomas Malory, e altri ancora, fino appunto a Eliot e forse persino a Thomas Pynchon (nel romanzo V.). Richard Wagner s’ispirò a Wolfram per il suo straordinario Parsifal, capace di commuovere alle lacrime e sdegnare Friedrich Nietzsche, che vi intuì un motivo cristiano, troppo cristiano. La vicenda è nota: Parsifal è figlio di Herzeloyde e del prode Gahmuret. Questi, innamorato della guerra e bramoso di glorie, muore in battaglia e la moglie decide di strappare il figlio ai pericoli della cavalleria. Lo trascina a vivere lontano dal mondo, immerso nella natura selvaggia, protetto da infinite cure. Ecco il primo elemento fondamentale: Herzeloyde è una madre divorante, che rinchiude il figlio impedendogli lo slancio verso la vita. È Claudio Risé - nella sua memorabile lettura del Parsifal e in tutti gli altri testi che ha scritto sul tema - a fornire questa chiave di lettura e a notare che «è anche in virtù dell’intervento materno che Parsifal sviluppa una grande e pura forza spirituale [...]. L’infanzia semplice e lontana dalle regge e dal potere cui la madre lo costringe lo protegge anche dagli aspetti più violenti e corrotti del mondo maschile. Crescendo nella natura e nella semplicità Parsifal diventa quindi il Puro Folle, il maschile selvatico e non contaminato dalla logica del profitto e della perdita, l’ossessione del potere materiale che si ripropone a ogni epoca, in diverse forme e modalità. Per questo i cavalieri irrompono nella tenuta dove la madre lo ha allevato, e lo invitano alla corte di Artù. Il ragazzo decide di seguirli e lo annuncia alla madre, che ne muore». Lasciata la dimora materna, inizia l’avventura: Parsifal è chiamato a trovare il Graal. «La ricerca del Graal è la ricerca del vuoto del proprio cuore», dice Mario Polia (autore dello splendido Il mistero imperiale del Graal). «Come direbbe Lao Tzu, l’essenziale, ciò che rende utile una stanza è il vuoto tra le pareti, ciò che rende utile un vaso è il vuoto tra le pareti: il segreto del Graal è la vacuità del cuore. La coppa è il cuore della persona che compie la cerca, vacuità del cuore significa la sua liberazione dalle passioni, dagli egoismi personali, dalle paure e dagli odi. Una volta vuoto, di che cosa viene riempito questo cuore? Viene riempito misticamente del sangue di Cristo: si offre il proprio cuore al mistero di redenzione inaugurato e portato a compimento da Cristo sulla Croce. Questo nell’ottica spirituale di quella che fu la cavalleria cosiddetta celeste medievale». La ricerca del Graal è l’impresa più difficile per il cavaliere: il combattimento più importante ovvero quello con sé stesso, dentro sé stesso, «a servizio della luce e della verità». Parsifal dovrà compiere un lungo cammino prima di giungere alla meta. Si imbatte una prima volta nel castello del Graal, e nel re Amfortas, ma non è pronto. Quando il calice viene fatto sfilare in processione davanti ai suoi occhi, egli tace, non sa che dire. E per questo perde l’occasione. Non accede al Graal, non cura lo stremato sovrano e non ne risana il reame desolato. Ne ricava una depressione annichilente che dura cinque anni, durante i quali si dimentica perfino di Dio. Poi, dopo varie traversie, compresi grazie all’aiuto di altri importanti personaggi i suoi errori e i suoi peccati, rieccolo riuscire a tornare al cospetto del Re sofferente. Questa volta però il cuore di Parsifal è purificato, svuotato, e può accogliere il sangue di Cristo. «La forza trasformativa che Parsifal invece sviluppa, capace di guarire la piaga del Re, viene raccolta attraverso un sacrificio e un lungo percorso di formazione nell’ombra. Non è una pulsione che viene subito sfogata, non ha nulla di muscolare o dimostrativo, ma è una forza che si accumula silenziosamente, giorno dopo giorno», dice Claudio Risé.Parsifal diviene un vero cavaliere praticando una sorta di ascesi, innalzandosi verso il cielo, dominando le passioni più terremotanti. «La figura del Cavaliere, cioè l’uomo che sta in groppa a un cavallo e lo dirige, rappresenta esattamente il controllo delle passioni», dice Mario Polia. «Il centauro nella mitologia classica è mezzo uomo e mezzo cavallo, non può liberarsi dal cavallo. Il Cavaliere può invece salire e scendere dal cavallo: lo deve domare, questo significa che il cavallo rappresenta, diciamo così, la natura terrena. L’essere umano è composto di terra e cielo, la natura terrena è il cavallo che il cavaliere deve portare, deve dirigere al compimento dell’azione. Il cavallo anticamente era sacro a Poseidone, quindi era alle divinità marine, ctonie, profonde. Era un animale legato alla terra, però anche un animale legato all’ascesa verso il cielo (nel simbolismo del cavallo alato per esempio)». Così cresciuto ed elevatosi, Parsifal, accederà al Graal e guarirà Amfortas in un modo inconsueto, ovvero ponendo al Re una domanda: che cosa ti strugge? Qui si vede, ribadisce Polia, «quella misericordia che già l’antica Roma consigliava ai suoi legionari, ai suoi centurioni: parcere subiectis, cioè mostrare compassione verso coloro che si sono piegati. In questo caso il piegarsi non è politico, è avere compassione verso chi è gravemente malato». Forse il mistero non possiamo comprenderlo fino in fondo, ma possiamo tuttavia coglierne alcuni aspetti che di volta in volta si illuminano. Possiamo capire, ad esempio, quale sia la via giusta non soltanto per il cavaliere ma per ciascuno di noi: «Il Cavaliere dedica il suo cuore alla Dama Celeste, confida nella provvidenza divina e continua il suo lavoro sulla terra che è quello della testimonianza», dice Polia. «La legge fondamentale della Cavalleria è l’aiuto ai poveri, ai bisognosi, agli oppressi. La Cavalleria è misericordia».Parsifal può ottenere il Graal quando rifiuta eros (e le lusinghe di una bella fanciulla) e scopre agape, l’amore sconfinato e gratuito, la carità verso il prossimo. La relazione con l’Altro. Per fare tutto questo, gli è richiesta una formidabile dose di coraggio. La cerca del Graal è esattamente questo: il coraggio dell’apertura, della crescita, della relazione con il diverso da noi. «Avere coraggio significa combattere, testimoniare senza aspettarsi assolutamente un beneficio», spiega Mario Polia. «L’orgoglio uccide la bontà del cavaliere, l’orgoglio insozza la sua spada, e così la ricerca dei benefici terreni. Quindi il coraggio del cavaliere è quello di sapere che sta combattendo per una causa giusta. Egli non sta sempre con la spada in mano, ci sta quando la storia glielo impone, ma è un uomo di guerra, soprattutto spirituale. Il suo coraggio è anche quello di non tornare indietro, di fidarsi, affidarsi completamente a Dio indipendentemente dal risultato delle azioni. San Bernardo di Chiaravalle nella sua lettera al primo Gran Maestro dell’Ordine del Tempio lo dice chiaramente: “Sconfitto sulla terra, sarai vincitore nel cielo”. Circa 1.500 anni prima di Bernardo,nella Bhagavadgita indiana c’è scritta la stessa cosa: compi il tuo dovere, «lascia le redini del tuo carro nelle mani del Dio e sconfitto sulla terra sarai vincitore nel cielo». Ovviamente San Bernardo non ha letto la Bhagavadgita che è un testo del Mahabharata, ma aveva dato un consiglio che è esattamente quello delle altre grandi tradizioni: l’azione è pura quando viene compiuta scevra da ogni desiderio di ricompensa, salvo la dolce ricompensa intima di sapere di aver fatto per quanto possibile il proprio dovere. Coraggio è una parola che etimologicamente è legata al latino cor, cordis, quindi è la capacità di agire essendo padroni del proprio cuore. È il cuore che si deve riempire, e che dunque deve prima essere vuoto. Però non è solo questo vuoto che conta: importa anche la tenuta delle pareti della coppa. Significa che il Graal è un cuore allenato, un cuore che è passato attraverso il combattimento terreno nei suoi vari aspetti, soprattutto spirituali, ed è diventato capace di contenere il mistero della salvezza». Coraggio e compassione sono tra i più importanti misteri del Graal, almeno per noi uomini e donne di oggi. Noi che abitiamo ancora in una terra desolata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-ricerca-del-graal-non-si-e-ancora-arrestata-2671164542.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-mito-insegna-a-trovare-noi-stessi-e-la-via-e-farci-le-domande-giuste" data-post-id="2671164542" data-published-at="1739701005" data-use-pagination="False"> «Il mito insegna a trovare noi stessi. E la via è farci le domande giuste» Claudio Bonvecchio, ordinario di Filosofia delle scienze sociali all’Università degli Studi dell’Insubria, è un grande studioso delle tematiche legate al Graal. Sua è la prefazione a un volume fondamentale che torna finalmente in libreria grazie all’editore Mimesis, ovvero Psicologia del Graal di Emma Jung (moglie di Carl Gustav Jung) e della celeberrima junghiana Marie-Louise Von Franz. In questa corposa opera il significato della ricerca del Graal viene riportato ai nostri giorni, fornendo indicazioni per ciascuno di noi, per affrontare i pericoli e le sfide che la vita ci pone quotidianamente. Cos’è il santo Graal? «Il santo Graal si può definire in tanti modi. Può essere semplicemente una coppa o un vassoio. Oppure può essere, ed è la cosa che compare evidentemente nel libro di Emma Jung e Marie-Louise von Franz, un simbolo. Il simbolo di qualche cosa che riguarda l’interiorità dell'uomo: il lavoro che la persona, uomo o donna, deve fare per raggiungere quella totalità che dovrebbe essere lo scopo della vita umana. Questo è in sintesi il senso del Graal e anche di tutta la sua storia millenaria: non dimentichiamo che se le prime immagini della storia del Graal, legata ad Artù, sono incise nella cattedrale di Modena, costruita da Wiligelmo, di una coppa o di un calderone si parla anche nel mondo celtico e persino in precedenza. Quindi parliamo di qualcosa che nella storia dell’Occidente è determinante, in qualche modo è sempre presente, anche se talvolta è incistato nel profondo dell’inconscio». Nelle varie storie del Graal, i cavalieri si impegnano in una queste, una ricerca difficoltosa. Che cosa simboleggia questa ricerca? «La ricerca dei cavalieri è la ricerca del divino, della totalità, perché, secondo la tradizione, il Graal sarebbe la coppa in cui Giuseppe d’Arimatea avrebbe raccolto il sangue di nostro Signore. Quindi avere il Graal significa essere partecipi del gigantesco dramma della prosecuzione della salvezza: ecco ciò che i cavalieri inseguono. Questo è più o meno il significato profondo del Graal: arrivare al divino attraverso uno dei simboli più forti della sua presenza sulla terra». La cerca del Graal è anche emblematica del rapporto fra maschile e femminile. «Bisogna ricordare che la coppa del Graal è sempre accoppiata a una lancia. In Chrétien de Troyes, in Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, che è uno dei racconti fondamentali del Graal, la lancia fa scendere delle gocce di sangue nella coppa. La lancia è un simbolo maschile, la coppa è invece un simbolo femminile. Il cavaliere, che è evidentemente maschile, deve riuscire a recuperare il femminile, deve riuscire a equilibrare dentro sé stesso gli aspetti femminili che vengono dimenticati, perché il maschile non può esistere senza il femminile e il femminile non può esistere senza il maschile. In questo senso la coppa del Graal diventa il simbolo di una totalità che ciascuno deve raggiungere per avere quell’equilibrio, la famosa unione degli opposti, che dovrebbe essere il fine dell’esistenza umana Cioè quell’equilibrio che dà armonia, che dà pace e che quindi apre la possibilità di una trascendenza spirituale che poi ciascuno ovviamente può interpretare come meglio crede». Anche Richard Wagner ha prodotto una sua versione del Parsifal, tratto dal Parzival del cavaliere tedesco Wolfram von Eschenbach. Questo personaggio, Parsifal, è uno dei più interessanti di tutta la saga. «La questione più interessante che si pone Wagner, ma che ritorna in quasi tutti i romanzi del Graal, è che Parzival, o Perceval, non riesce a trovare il Graal fintanto che non pone la famosa domanda. Quando per la prima volta Perceval arriva nel castello del Graal, assiste a una processione in cui vergini, angeli e altri portano il Graal, ma non si pone la domanda, cioè non si chiede: ma cosa diavolo è questa cosa? E quindi non riesce ad averlo. Il giorno dopo si risveglia e non ha più possibilità di trovare il Graal, fino a quando un’eremita, che poi è suo zio, gli dirà: ti devi porre la domanda su che cosa sia il Graal». Una storia non facilissima da comprendere. «Se noi riportiamo tutto questo ai tempi moderni, capiamo che il problema che il Graal in fondo ci vuole porre, il suo insegnamento, riguarda appunto questa domanda: chiedetevi che siete, che cosa significa la vita, che cosa fate voi per vivere la vita. Se voi non vi ponete questa domanda, non troverete mai il Graal. Tutto ciò è tanto più pregnante in una società come l’attuale, in cui il conformismo, il relativismo, tutti gli ismi che volete, distolgono gli uomini e le persone, gli uomini e le donne, i giovani soprattutto, dal porsi la domanda su quale sia il loro senso nella vita. Bisogna in qualche modo mettersi tutti alla cerca di questo Graal, che è la cerca del proprio senso. Questo è quello che Wagner vuole dire con il suo Parsifal, ma tutta la grande queste del Graal in fondo si può ridurre a questo: cercate di porvi la domanda fondamentale sul vostro essere, sul vostro esistere, allora troverete il Graal». Tra i protagonisti della storia c’è un re ferito, Amfortas. Ferito nelle parti intime, in qualche modo reso sterile come la sua terra, che diviene la Terra desolata descritta dal poeta T.S. Eliot. C’è un momento in cui Parsifal pone un’altra domanda e chiede al re: che cosa ti affligge, che cosa ti fa male? Questa è forse una indicazione sul modo in cui bisogna vivere: provando compassione? «Certo, il re vulnerato è collegato alla terra desolata. Una terra che non ha più centro, è un albero secco, come si vede anche in Tolkien. Il mondo, per molti versi, nel corso dei secoli ha perduto il suo centro, oppure ogni generazione ha perduto il suo centro, questo ognuno lo può interpretare come vuole. Il ritrovamento del Graal significa anche ritrovare un centro e ritrovare un centro significa ritrovare quella pienezza che comporta anche un interessarsi agli altri. Interessarsi in modo positivo ovviamente, con tutto l’ampio spettro di azioni che ciò comporta. Interessarsi in maniera positiva significa stabilire delle relazioni corrette, significa l’accettazione degli altri, la pace, la trascendenza, ossia dei valori spirituali e morali che il mondo sembra aver perduto. Questo è l’unico modo in cui l’albero possa rinascere: che il re del Graal simbolicamente venga ferito e quindi Parsifal possa identificarsi in qualche modo col Graal. Il Graal in ultima istanza si potrebbe anche raffigurare come il cuore: non inteso come un muscolo, ma come il centro di una vita che sia piena, che sia rivolto al mondo esterno ma che nel contempo pensi ad un interno che vola verso l’alto. E questo è il senso profondo del Parsifal, dell’albero secco, del re vulnerato e della coppa che in qualche modo dovrebbe risanare tutto. Risana se l’uomo lo vuole, se la persona lo vuole, altrimenti tutto resta secco». Per compiere questo percorso, questa ricerca del Graal, soprattutto nei nostri tempi, serve una buona dose di coraggio. L’unione degli opposti è anche unione di luce e ombra. Come a dire: per essere centrato bisogna tenere presente che nella vita non ci sono solo parti di luce, ma anche mille difficoltà, parti di oscurità con cui bisogna fare i conti, senza indietreggiare. «Certo. Difatti, il libro di Marie-Louise von Franz e di Emma Jung sottolinea molto questo aspetto. L’ombra non va negata, non va ricacciata nel profondo, perché altrimenti diventa sempre un fantasma che ti persegue tutta la vita. Deve essere affrontata, ma non per negarla - perché non si può negare, fa parte della vita umana - bensì per integrarla. Cioè, il positivo e il negativo, in fondo, sono parti fondamentali della persona, di ciascuno di noi, no? Allora il negativo va reintegrato, va equilibrato, in maniera tale che non diventi determinante o ancora peggio, diventi un nascosto che poi improvvisamente ricompare. Noi vediamo anche nella quotidianità tanta morte e violenza. Sembra che siano proprio il riemergere dell’ombra, improvvisamente. Prendiamo, che so, i femminicidi: ecco il riemergere dell’ombra anche in persone che fino al giorno prima sembravano - così viene detto spesso da chi circonda gli assassini - brave, tranquille. Poi all’improvviso compare una situazione drammatica: è l’ombra che in qualche modo si impadronisce di loro, che li porta a fare quello che magari non avrebbero mai fatto. I piccoli, i giovani, i maranza, come si dice al giorno d’oggi, in fondo sono preda di un'’mbra, in questo caso di un’ombra personale o sociale. Allora anche questo fa parte del gigantesco affresco della vita in cui luce e ombre si devono affrontare, ma non per un combattimento, bensì per riequilibrarsi».
Un uomo, un aeroplano, il freddo da domare per stabilire un record. Ma soprattutto il tentativo di capire come gli aeroplani avrebbero potuto volare più in alto per sfuggire alla contraerea.
Giorgia Meloni ha suonato la carica, tuffandosi nel Kulturkampf con la sinistra dei censori: in questo caso, l’oggetto del contendere è la grottesca trovata del patentino antifascista per gli editori della fiera libraria di Roma. Ma la patata più bollente la maneggia Matteo Piantedosi: sabato sera, ospite del gala alla masseria di Manduria di Bruno Vespa, il ministro dell’Interno promette, per il 2026, il «superamento della soglia simbolo dei 10.000 rimpatri, che non è mai avvenuto in Italia». È un «sogno», spiega il titolare del Viminale. Ma lui ha già «dato mandato» agli uffici di lavorare al traguardo, poiché «in questo quadriennio abbiamo accresciuto il numero» delle espulsioni di stranieri irregolari.
Piantedosi non vuol dare l’impressione che l’esecutivo corra dietro alle piazze per la remigrazione. Anzi, sottolinea che «il tema è di una grande complessità, liquidarlo con formule molto immediate, molto semplicistiche, credo che non porti da nessuna parte». E rincara la dose: «Io, francamente, non ho capito che vuol dire remigrazione rispetto a quello che già si fa o che si dovrebbe fare. Questa teoria della remigrazione», conclude, «ancora non è stata declinata in tutta la sua forza». Roberto Vannacci, dall’assemblea costituente di Futuro nazionale, prova a chiarirla: non è solo una questione di rimpatri, sostiene, «ma un concetto politico: vuol dire il sacrosanto diritto di difendere i popoli autoctoni», di non «snaturarli. La soluzione è far tornare al Paese di origine chi è entrato illegalmente da noi, è clandestino - e riguarda la stragrande maggioranza. E poi ci sono anche quelli che hanno diritto ma fanno attività criminali. La remigrazione si applica in maniera culturale, insegnando la propria civiltà» e «Garibaldi» a scuola. «Gli elementi esogeni», ricorda il generale, «costano di più di quanto» restituiscano.
Al di là del dibattito sugli slogan, il vero ostacolo sul percorso dell’agenda securitaria, che la maggioranza ha finalmente deciso di recuperare, è un altro. E Piantedosi, memore delle esperienze pregresse, ce l’ha presente: «Io sono quasi certo», dichiara infatti nel dialogo con Vespa, «che ci saranno dei casi in cui - l’ho anche detto al presidente Meloni - questi stessi regolamenti europei saranno oggetto di valutazione per singoli processi dal punto di vista della corrispondenza della regola europea alla Carta europea dei diritti. Quindi mi aspetto già dei ricorsi, come è avvenuto sull’Albania». Il premier è informato: non si vincerà facile. Nonostante l’entrata in vigore del nuovo Patto Ue sulle migrazioni, che in teoria complica la strada alla magistratura italiana, capace di ostacolare i Cpr balcanici, a colpi di interpellanze alla Corte di giustizia dell’Ue.
Le novità introdotte in sede europea facilitano le procedure di espulsione: gli hub negli Stati terzi sono ormai legittimati e Bruxelles ha approvato una lista unica di Paesi sicuri, che già comprende Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. È sufficiente a coprire una bella quota degli sbarchi che avvengono in Italia: al 31 maggio 2026, era bengalese il 30% degli immigrati, mentre tunisini, egiziani e marocchini rappresentavano un altro 11%. Le modifiche al regolamento comunitario hanno permesso di far rientrare nell’elenco anche nazioni nelle quali alcune regioni rimangono turbolente e pericolose, o in cui alcune categorie, come certe minoranze religiose e sessuali, potrebbero subire persecuzioni; ovviamente, a chi ne fa parte, spettano adeguate tutele giuridiche.
Ciò che Piantedosi sa bene, però, è che la Corte di Lussemburgo ha riconosciuto ai tribunali la facoltà di questionare i verdetti sugli Stati di provenienza, sia pure avallati dall’Unione europea, nel momento in cui si trovassero a esaminare i ricorsi presentati da singoli individui. Ecco perché il titolare del Viminale allude ai giudici e anche agli avvocati. Come quelli che hanno considerato uno scandalo l’indennità da 600 euro per l’assistenza nei procedimenti di rimpatrio volontario. Dato quello che è successo a Ravenna, con i certificati falsi per liberare i migranti dai Cpr, forse bisognerà guardarsi persino dai medici.
Sul fronte giudiziario, peraltro, il governo ha da poco dovuto prendere atto di un insuccesso: credeva che il trasferimento di competenze alle Corti d’Appello avrebbe semplificato le espulsioni; non è stato così. Spesso gli incarichi sono stati riassegnati agli stessi magistrati di primo grado. E alla fine, il Guardasigilli, Carlo Nordio, ha preferito ripristinare lo status quo.
Sarà una battaglia caso per caso. Una trincea politica. Roba per generali…
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Come si è visto nel 2019, quando con una mossa del cavallo portò il Pd ad allearsi con i 5 stelle per dare vita al Conte bis, è nelle situazioni di incertezza che il Bullo dà il meglio di sé. Del resto, pur non avendo fatto il militare, Renzi sarebbe perfetto come capo del Genio guastatori. Non sa vincere le guerre e neppure è in grado di assicurare la stabilità necessaria una volta raggiunta una tregua, ma è bravissimo a distruggere. Dunque, non mi stupisce che adesso stia scommettendo su Vannacci. Futuro nazionale rappresenta anche il suo futuro. La strategia è chiara: Renzi vuole gettare scompiglio nelle linee nemiche. Come gli americani quando in Afghanistan diedero le armi ai Talebani nella speranza che sconfiggessero per conto loro i russi, il Rottamatore sogna che il generale sia in grado di mettere in campo una milizia che sconfigga Giorgia Meloni. Più lui cresce, è il ragionamento del senatore semplice di Rignano, più il presidente del Consiglio perde.
Fin qui nulla da dire: fa parte delle regole del gioco. E quella in cui si è specializzato Renzi è una partita spregiudicata, dove ogni sgambetto e qualsiasi giravolta valgono. Detto ciò, però io non capisco perché il centrodestra si stia dando tanto da fare per demonizzare Vannacci. Le critiche contro il generale e contro la sua banda di descamisados non credo riusciranno a ottenere il risultato che ci si aspetta. Anzi: semmai contribuiranno a rafforzare Fn, dando a Vannacci e agli straccioni (la definizione è sua) che ha raccolto, maggiore visibilità. Attaccarlo, criminalizzarlo, definirlo un utile idiota pronto ad aiutare la sinistra, non servirà a fermarlo, ma semmai a innalzarlo a nemico numero uno. Nel centrodestra dovrebbero saperlo bene, perché per anni sono stati all’opposizione. Il gioco dell’uno contro tutti, contro la sinistra perché si dicono cose controcorrente, ma anche contro la destra perché non ci si è allineati, premia.
L’attuale maggioranza ha due modi per disinnescare Vannacci. Il primo è riuscire a rinchiudere il consenso del generale in un recinto che gli impedisca di andare oltre il 4%. Il secondo è raggiungere con lui un accordo. A mio parere, la prima possibilità è ormai sfumata, perché i sondaggi danno l’ex parà della Folgore già vicino al 5% e nei prossimi mesi potrebbe ancora salire. Dunque, escluderlo dalla competizione, con una legge elettorale che fissi una soglia di sbarramento oltre il 5%, pare impossibile. A questo punto resta, perciò, una sola strada: raggiungere un’intesa affinché il nuovo partito non contribuisca involontariamente alla vittoria della sinistra.
Lo so che è molto più facile stare all’opposizione che al governo. Dire che si devono smantellare le stupide regole europee che stanno condannando il nostro Paese alla deindustrializzazione è semplicissimo: la parte difficile consiste nello stabilire come fermare le politiche green della Ue e, soprattutto, evitare le sanzioni che Bruxelles ha escogitato per impedire a ogni singolo Stato di sottrarsi alle follie comunitarie. Non comporta grandi difficoltà, salvo replicare alle polemiche e alle accuse di xenofobia, neppure parlare di remigrazione: il problema è riuscire a farla, districandosi fra norme costituzionali, regole della magistratura e impedimenti dei trattati internazionali. Quando Giorgia Meloni stava all’opposizione, voleva attuare un blocco navale contro i migranti ma, una volta giunta nella stanza dei bottoni, si è resa conto che la magistratura, la presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale, l’Europa e pure l’Onu non le avrebbero consentito nulla di tutto ciò. Dunque, si è dovuta barcamenare tra le difficoltà, riuscendo comunque a frenare gli sbarchi e ad aumentare i rimpatri. Ora, non avendo un trascorso al governo che gli possa venire rimproverato, Vannacci rilancia il blocco navale e la remigrazione, promettendo anche di dichiarare guerra all’Europa e al Green deal di Ursula von der Leyen. Nessuno sa dire come intenda fare tutto ciò e lui si guarda bene dal svelarlo. Critica la deriva woke e Lgbt, con un linguaggio che alcuni ritengono provocatorio? Ma per tre quarti e forse più è ciò che pensa l’opinione pubblica che, per quieto vivere, non si azzarda ad ammetterlo. Il generale, anche se non offre ricette concrete, sostiene ciò che gran parte dell’elettorato reputa giusto, sia in fatto di immigrazione che di transizione energetica o di politically correct.
Attaccarlo, dunque, a mio parere non serve a nulla. Anzi, rischia perfino di essere controproducente per i partiti che compongono il centrodestra, perché significa lasciare aperta a Vannacci la strada della grande prateria dei moderati, che certo vogliono la remigrazione, considerano il Green deal un suicidio e si augurano di poter fermare la propaganda Lgbt. Capisco che nella maggioranza lo considerino un populista e comprendo che qualcuno desidererebbe farlo sparire con un colpo di bacchetta magica, oppure silenziarlo (o imbavagliare i giornali) affinché smetta di parlare. Ma non è possibile. Il generale ha conquistato un’enclave nel centrodestra ed è intenzionato a difenderla con le unghie e i denti. Dunque, per non indebolire la maggioranza e perdere le elezioni (con i risultati horror di cui ho parlato ieri), resta una una sola possibilità: fare un accordo con lui. Piaccia o non piaccia (a Forza Italia o ad altri), un’altra via non c’è. Non ricordo più quale stratega lo dicesse, ma se non puoi battere l’avversario devi necessariamente scendere a patti.
Ps. La discesa in campo del generale può anche essere un’opportunità. Alla fine, si discute di remigrazione, sicurezza, Green deal, deriva woke senza più nessun timore. Paradossalmente, l’effetto Vannacci potrebbe portare allo stesso risultato visto in Ungheria, con una sfida tutta a destra che ha cancellato la sinistra.
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Il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, saluta i militanti chiudendo l'assemblea costituente durante il quale ha esposto i punti del programma del suo partito (Ansa)
Le note di Futura di Lucio Dalla hanno chiuso l’assemblea costituente di Futuro nazionale dopo il lungo intervento con cui Roberto Vannacci ha illustrato il programma del suo partito. A scatenare le polemiche un’affermazione fatta dal palco: «Il femminicidio è un omicidio come tutti gli altri, uomini e donne sono uguali, non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri e quindi devono essere tutti soggetti alle stesse regole. Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità. Con femminicidio e omofobia si fa il lavaggio del cervello». Affermazione che è diventato un caso politico con le reazioni da destra a sinistra. Per Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia del Senato, della Lega: «Il punto non è che la morte di una donna “pesa” più di quella di un uomo, ma la gravità della spinta che porta a uccidere una donna per odio o disprezzo, ritenendola un essere inferiore. Ecco perché la critica del leader di Fn è totalmente fuorviante. Spero non ci sia nostalgia per il delitto d’onore». «Ci ritroveremo alle elezioni quando bisognerà presentare proposte credibili, realizzabili e non destinate a placare la fame di chi vuole governare senza idee e trovare un posto in Parlamento per chiunque», ha affermato la leghista ed ex magistrato Simonetta Matone. «A Vannacci diciamo solo di rassegnarsi: il reato di femminicidio esiste e non sarà certo lui a cancellarlo dal Codice penale», ha affermato Mara Carfagna, segretaria di Noi moderati. Nel punto stampa, l’eurodeputato ha anche contestato le quote rosa e i criteri di rappresentanza nel mondo del lavoro: «Una posizione di lavoro la si guadagna in base al merito, non in base a quello che uno ha sotto le mutande, questa è parità». Nella maratona oratoria, l’ex generale ha spinto sulla remigrazione: «Il centrodestra non riesce a farla. Mandateci al governo e ci riusciremo». Poi stop ai flussi, Italia agli italiani con un tetto del 4% di stranieri e, naturalmente, «espulsione di chi non ha titolo e revoca della cittadinanza per chi commette gravi reati». Inoltre, «per uccidere, per rubare e stuprare nessuna libertà, ma solo carceri e tolleranza zero». La scuola «deve essere dura e selettiva, dando priorità a quella pubblica, senza togliere nulla a quella privata. Deve formare il futuro del Paese evitando che sia un centro di bivacco della gioventù e centro formazione del Pd dove abbondano bagni neutri, Bella ciao, progetti gender». Per salvare le pensioni Fn promuove «la rinascita demografica dell’Italia», introducendo «il quoziente familiare e una drastica riduzione Irpef per ogni figlio. Al reddito improduttivo di cittadinanza vogliamo il reddito produttivo di maternità».
La giustizia per Fn è «quella che tutela le vittime e non i criminali», mentre sarà introdotto «il requisito della cittadinanza per le case popolari e il mutuo tricolore per chi deve acquistare la prima casa». Poi la sanità, che «non è di sinistra e gli ospedali non sono nati per uccidere anziani e malati, per dare medicine agli adolescenti per bloccare il loro sviluppo o fare le falloplastiche». E l’energia: «Per un risparmio energetico di 180 milioni annui, si passi all’ora legale permanente, togliere gli incentivi in bolletta alle rinnovabili».
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