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2025-02-17
La ricerca del Graal non si è ancora arrestata
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«Quali radici si afferrano, quali rami crescono su queste rovine di pietra? Figlio dell’uomo/ tu non lo puoi dire, né immaginare/ perché conosci soltanto un cumulo di frante immagini, là dove batte il sole./ E l’albero morto non dà riparo/ e il canto del grillo non dà ristoro/ e l’arida pietra non dà suono d’acqua». Una landa secca, devastata. Sterile e arsa. Nel 1922 il poeta Thomas Stearns Eliot per descrivere la modernità morente dell’Occidente, la Terra desolata, utilizzò un’immagine scaturita dall’inconscio stesso dell’Europa: il regno inaridito di Amfortas, il Re Pescatore, custode del Santo Graal. Cioè la coppa in cui Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo: sogno di cavalieri e avventurieri di ogni tempo, oggetto del desiderio e mistero profondo come la vita stessa. Per la prima volta la sua storia fu narrata ne Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, di Chrétien de Troyes, tra il 1175 e il 1190. Ma a sua volta Chrétien attinse da una sapienza infinitamente più antica e profonda, che una volta riscoperta passò di mente in mente e di penna in penna nei secoli successivi: Gerberto di Montreuil, Robert De Boron, Wolfram von Eschenbach. E poi, più di recente, Thomas Malory, e altri ancora, fino appunto a Eliot e forse persino a Thomas Pynchon (nel romanzo V.). Richard Wagner s’ispirò a Wolfram per il suo straordinario Parsifal, capace di commuovere alle lacrime e sdegnare Friedrich Nietzsche, che vi intuì un motivo cristiano, troppo cristiano.
La vicenda è nota: Parsifal è figlio di Herzeloyde e del prode Gahmuret. Questi, innamorato della guerra e bramoso di glorie, muore in battaglia e la moglie decide di strappare il figlio ai pericoli della cavalleria. Lo trascina a vivere lontano dal mondo, immerso nella natura selvaggia, protetto da infinite cure. Ecco il primo elemento fondamentale: Herzeloyde è una madre divorante, che rinchiude il figlio impedendogli lo slancio verso la vita. È Claudio Risé - nella sua memorabile lettura del Parsifal e in tutti gli altri testi che ha scritto sul tema - a fornire questa chiave di lettura e a notare che «è anche in virtù dell’intervento materno che Parsifal sviluppa una grande e pura forza spirituale [...]. L’infanzia semplice e lontana dalle regge e dal potere cui la madre lo costringe lo protegge anche dagli aspetti più violenti e corrotti del mondo maschile. Crescendo nella natura e nella semplicità Parsifal diventa quindi il Puro Folle, il maschile selvatico e non contaminato dalla logica del profitto e della perdita, l’ossessione del potere materiale che si ripropone a ogni epoca, in diverse forme e modalità. Per questo i cavalieri irrompono nella tenuta dove la madre lo ha allevato, e lo invitano alla corte di Artù. Il ragazzo decide di seguirli e lo annuncia alla madre, che ne muore».
Lasciata la dimora materna, inizia l’avventura: Parsifal è chiamato a trovare il Graal. «La ricerca del Graal è la ricerca del vuoto del proprio cuore», dice Mario Polia (autore dello splendido Il mistero imperiale del Graal). «Come direbbe Lao Tzu, l’essenziale, ciò che rende utile una stanza è il vuoto tra le pareti, ciò che rende utile un vaso è il vuoto tra le pareti: il segreto del Graal è la vacuità del cuore. La coppa è il cuore della persona che compie la cerca, vacuità del cuore significa la sua liberazione dalle passioni, dagli egoismi personali, dalle paure e dagli odi. Una volta vuoto, di che cosa viene riempito questo cuore? Viene riempito misticamente del sangue di Cristo: si offre il proprio cuore al mistero di redenzione inaugurato e portato a compimento da Cristo sulla Croce. Questo nell’ottica spirituale di quella che fu la cavalleria cosiddetta celeste medievale». La ricerca del Graal è l’impresa più difficile per il cavaliere: il combattimento più importante ovvero quello con sé stesso, dentro sé stesso, «a servizio della luce e della verità».
Parsifal dovrà compiere un lungo cammino prima di giungere alla meta. Si imbatte una prima volta nel castello del Graal, e nel re Amfortas, ma non è pronto. Quando il calice viene fatto sfilare in processione davanti ai suoi occhi, egli tace, non sa che dire. E per questo perde l’occasione. Non accede al Graal, non cura lo stremato sovrano e non ne risana il reame desolato. Ne ricava una depressione annichilente che dura cinque anni, durante i quali si dimentica perfino di Dio. Poi, dopo varie traversie, compresi grazie all’aiuto di altri importanti personaggi i suoi errori e i suoi peccati, rieccolo riuscire a tornare al cospetto del Re sofferente. Questa volta però il cuore di Parsifal è purificato, svuotato, e può accogliere il sangue di Cristo. «La forza trasformativa che Parsifal invece sviluppa, capace di guarire la piaga del Re, viene raccolta attraverso un sacrificio e un lungo percorso di formazione nell’ombra. Non è una pulsione che viene subito sfogata, non ha nulla di muscolare o dimostrativo, ma è una forza che si accumula silenziosamente, giorno dopo giorno», dice Claudio Risé.
Parsifal diviene un vero cavaliere praticando una sorta di ascesi, innalzandosi verso il cielo, dominando le passioni più terremotanti. «La figura del Cavaliere, cioè l’uomo che sta in groppa a un cavallo e lo dirige, rappresenta esattamente il controllo delle passioni», dice Mario Polia. «Il centauro nella mitologia classica è mezzo uomo e mezzo cavallo, non può liberarsi dal cavallo. Il Cavaliere può invece salire e scendere dal cavallo: lo deve domare, questo significa che il cavallo rappresenta, diciamo così, la natura terrena. L’essere umano è composto di terra e cielo, la natura terrena è il cavallo che il cavaliere deve portare, deve dirigere al compimento dell’azione. Il cavallo anticamente era sacro a Poseidone, quindi era alle divinità marine, ctonie, profonde. Era un animale legato alla terra, però anche un animale legato all’ascesa verso il cielo (nel simbolismo del cavallo alato per esempio)».
Così cresciuto ed elevatosi, Parsifal, accederà al Graal e guarirà Amfortas in un modo inconsueto, ovvero ponendo al Re una domanda: che cosa ti strugge? Qui si vede, ribadisce Polia, «quella misericordia che già l’antica Roma consigliava ai suoi legionari, ai suoi centurioni: parcere subiectis, cioè mostrare compassione verso coloro che si sono piegati. In questo caso il piegarsi non è politico, è avere compassione verso chi è gravemente malato».
Forse il mistero non possiamo comprenderlo fino in fondo, ma possiamo tuttavia coglierne alcuni aspetti che di volta in volta si illuminano. Possiamo capire, ad esempio, quale sia la via giusta non soltanto per il cavaliere ma per ciascuno di noi: «Il Cavaliere dedica il suo cuore alla Dama Celeste, confida nella provvidenza divina e continua il suo lavoro sulla terra che è quello della testimonianza», dice Polia. «La legge fondamentale della Cavalleria è l’aiuto ai poveri, ai bisognosi, agli oppressi. La Cavalleria è misericordia».
Parsifal può ottenere il Graal quando rifiuta eros (e le lusinghe di una bella fanciulla) e scopre agape, l’amore sconfinato e gratuito, la carità verso il prossimo. La relazione con l’Altro. Per fare tutto questo, gli è richiesta una formidabile dose di coraggio. La cerca del Graal è esattamente questo: il coraggio dell’apertura, della crescita, della relazione con il diverso da noi.
«Avere coraggio significa combattere, testimoniare senza aspettarsi assolutamente un beneficio», spiega Mario Polia. «L’orgoglio uccide la bontà del cavaliere, l’orgoglio insozza la sua spada, e così la ricerca dei benefici terreni. Quindi il coraggio del cavaliere è quello di sapere che sta combattendo per una causa giusta. Egli non sta sempre con la spada in mano, ci sta quando la storia glielo impone, ma è un uomo di guerra, soprattutto spirituale. Il suo coraggio è anche quello di non tornare indietro, di fidarsi, affidarsi completamente a Dio indipendentemente dal risultato delle azioni. San Bernardo di Chiaravalle nella sua lettera al primo Gran Maestro dell’Ordine del Tempio lo dice chiaramente: “Sconfitto sulla terra, sarai vincitore nel cielo”. Circa 1.500 anni prima di Bernardo,nella Bhagavadgita indiana c’è scritta la stessa cosa: compi il tuo dovere, «lascia le redini del tuo carro nelle mani del Dio e sconfitto sulla terra sarai vincitore nel cielo». Ovviamente San Bernardo non ha letto la Bhagavadgita che è un testo del Mahabharata, ma aveva dato un consiglio che è esattamente quello delle altre grandi tradizioni: l’azione è pura quando viene compiuta scevra da ogni desiderio di ricompensa, salvo la dolce ricompensa intima di sapere di aver fatto per quanto possibile il proprio dovere. Coraggio è una parola che etimologicamente è legata al latino cor, cordis, quindi è la capacità di agire essendo padroni del proprio cuore. È il cuore che si deve riempire, e che dunque deve prima essere vuoto. Però non è solo questo vuoto che conta: importa anche la tenuta delle pareti della coppa. Significa che il Graal è un cuore allenato, un cuore che è passato attraverso il combattimento terreno nei suoi vari aspetti, soprattutto spirituali, ed è diventato capace di contenere il mistero della salvezza».
Coraggio e compassione sono tra i più importanti misteri del Graal, almeno per noi uomini e donne di oggi. Noi che abitiamo ancora in una terra desolata.
«Il mito insegna a trovare noi stessi. E la via è farci le domande giuste»
Claudio Bonvecchio, ordinario di Filosofia delle scienze sociali all’Università degli Studi dell’Insubria, è un grande studioso delle tematiche legate al Graal. Sua è la prefazione a un volume fondamentale che torna finalmente in libreria grazie all’editore Mimesis, ovvero Psicologia del Graal di Emma Jung (moglie di Carl Gustav Jung) e della celeberrima junghiana Marie-Louise Von Franz. In questa corposa opera il significato della ricerca del Graal viene riportato ai nostri giorni, fornendo indicazioni per ciascuno di noi, per affrontare i pericoli e le sfide che la vita ci pone quotidianamente.
Cos’è il santo Graal?
«Il santo Graal si può definire in tanti modi. Può essere semplicemente una coppa o un vassoio. Oppure può essere, ed è la cosa che compare evidentemente nel libro di Emma Jung e Marie-Louise von Franz, un simbolo. Il simbolo di qualche cosa che riguarda l’interiorità dell'uomo: il lavoro che la persona, uomo o donna, deve fare per raggiungere quella totalità che dovrebbe essere lo scopo della vita umana. Questo è in sintesi il senso del Graal e anche di tutta la sua storia millenaria: non dimentichiamo che se le prime immagini della storia del Graal, legata ad Artù, sono incise nella cattedrale di Modena, costruita da Wiligelmo, di una coppa o di un calderone si parla anche nel mondo celtico e persino in precedenza. Quindi parliamo di qualcosa che nella storia dell’Occidente è determinante, in qualche modo è sempre presente, anche se talvolta è incistato nel profondo dell’inconscio».
Nelle varie storie del Graal, i cavalieri si impegnano in una queste, una ricerca difficoltosa. Che cosa simboleggia questa ricerca?
«La ricerca dei cavalieri è la ricerca del divino, della totalità, perché, secondo la tradizione, il Graal sarebbe la coppa in cui Giuseppe d’Arimatea avrebbe raccolto il sangue di nostro Signore. Quindi avere il Graal significa essere partecipi del gigantesco dramma della prosecuzione della salvezza: ecco ciò che i cavalieri inseguono. Questo è più o meno il significato profondo del Graal: arrivare al divino attraverso uno dei simboli più forti della sua presenza sulla terra».
La cerca del Graal è anche emblematica del rapporto fra maschile e femminile.
«Bisogna ricordare che la coppa del Graal è sempre accoppiata a una lancia. In Chrétien de Troyes, in Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, che è uno dei racconti fondamentali del Graal, la lancia fa scendere delle gocce di sangue nella coppa. La lancia è un simbolo maschile, la coppa è invece un simbolo femminile. Il cavaliere, che è evidentemente maschile, deve riuscire a recuperare il femminile, deve riuscire a equilibrare dentro sé stesso gli aspetti femminili che vengono dimenticati, perché il maschile non può esistere senza il femminile e il femminile non può esistere senza il maschile. In questo senso la coppa del Graal diventa il simbolo di una totalità che ciascuno deve raggiungere per avere quell’equilibrio, la famosa unione degli opposti, che dovrebbe essere il fine dell’esistenza umana Cioè quell’equilibrio che dà armonia, che dà pace e che quindi apre la possibilità di una trascendenza spirituale che poi ciascuno ovviamente può interpretare come meglio crede».
Anche Richard Wagner ha prodotto una sua versione del Parsifal, tratto dal Parzival del cavaliere tedesco Wolfram von Eschenbach. Questo personaggio, Parsifal, è uno dei più interessanti di tutta la saga.
«La questione più interessante che si pone Wagner, ma che ritorna in quasi tutti i romanzi del Graal, è che Parzival, o Perceval, non riesce a trovare il Graal fintanto che non pone la famosa domanda. Quando per la prima volta Perceval arriva nel castello del Graal, assiste a una processione in cui vergini, angeli e altri portano il Graal, ma non si pone la domanda, cioè non si chiede: ma cosa diavolo è questa cosa? E quindi non riesce ad averlo. Il giorno dopo si risveglia e non ha più possibilità di trovare il Graal, fino a quando un’eremita, che poi è suo zio, gli dirà: ti devi porre la domanda su che cosa sia il Graal».
Una storia non facilissima da comprendere.
«Se noi riportiamo tutto questo ai tempi moderni, capiamo che il problema che il Graal in fondo ci vuole porre, il suo insegnamento, riguarda appunto questa domanda: chiedetevi che siete, che cosa significa la vita, che cosa fate voi per vivere la vita. Se voi non vi ponete questa domanda, non troverete mai il Graal. Tutto ciò è tanto più pregnante in una società come l’attuale, in cui il conformismo, il relativismo, tutti gli ismi che volete, distolgono gli uomini e le persone, gli uomini e le donne, i giovani soprattutto, dal porsi la domanda su quale sia il loro senso nella vita. Bisogna in qualche modo mettersi tutti alla cerca di questo Graal, che è la cerca del proprio senso. Questo è quello che Wagner vuole dire con il suo Parsifal, ma tutta la grande queste del Graal in fondo si può ridurre a questo: cercate di porvi la domanda fondamentale sul vostro essere, sul vostro esistere, allora troverete il Graal».
Tra i protagonisti della storia c’è un re ferito, Amfortas. Ferito nelle parti intime, in qualche modo reso sterile come la sua terra, che diviene la Terra desolata descritta dal poeta T.S. Eliot. C’è un momento in cui Parsifal pone un’altra domanda e chiede al re: che cosa ti affligge, che cosa ti fa male? Questa è forse una indicazione sul modo in cui bisogna vivere: provando compassione?
«Certo, il re vulnerato è collegato alla terra desolata. Una terra che non ha più centro, è un albero secco, come si vede anche in Tolkien. Il mondo, per molti versi, nel corso dei secoli ha perduto il suo centro, oppure ogni generazione ha perduto il suo centro, questo ognuno lo può interpretare come vuole. Il ritrovamento del Graal significa anche ritrovare un centro e ritrovare un centro significa ritrovare quella pienezza che comporta anche un interessarsi agli altri. Interessarsi in modo positivo ovviamente, con tutto l’ampio spettro di azioni che ciò comporta. Interessarsi in maniera positiva significa stabilire delle relazioni corrette, significa l’accettazione degli altri, la pace, la trascendenza, ossia dei valori spirituali e morali che il mondo sembra aver perduto. Questo è l’unico modo in cui l’albero possa rinascere: che il re del Graal simbolicamente venga ferito e quindi Parsifal possa identificarsi in qualche modo col Graal. Il Graal in ultima istanza si potrebbe anche raffigurare come il cuore: non inteso come un muscolo, ma come il centro di una vita che sia piena, che sia rivolto al mondo esterno ma che nel contempo pensi ad un interno che vola verso l’alto. E questo è il senso profondo del Parsifal, dell’albero secco, del re vulnerato e della coppa che in qualche modo dovrebbe risanare tutto. Risana se l’uomo lo vuole, se la persona lo vuole, altrimenti tutto resta secco».
Per compiere questo percorso, questa ricerca del Graal, soprattutto nei nostri tempi, serve una buona dose di coraggio. L’unione degli opposti è anche unione di luce e ombra. Come a dire: per essere centrato bisogna tenere presente che nella vita non ci sono solo parti di luce, ma anche mille difficoltà, parti di oscurità con cui bisogna fare i conti, senza indietreggiare.
«Certo. Difatti, il libro di Marie-Louise von Franz e di Emma Jung sottolinea molto questo aspetto. L’ombra non va negata, non va ricacciata nel profondo, perché altrimenti diventa sempre un fantasma che ti persegue tutta la vita. Deve essere affrontata, ma non per negarla - perché non si può negare, fa parte della vita umana - bensì per integrarla. Cioè, il positivo e il negativo, in fondo, sono parti fondamentali della persona, di ciascuno di noi, no? Allora il negativo va reintegrato, va equilibrato, in maniera tale che non diventi determinante o ancora peggio, diventi un nascosto che poi improvvisamente ricompare. Noi vediamo anche nella quotidianità tanta morte e violenza. Sembra che siano proprio il riemergere dell’ombra, improvvisamente. Prendiamo, che so, i femminicidi: ecco il riemergere dell’ombra anche in persone che fino al giorno prima sembravano - così viene detto spesso da chi circonda gli assassini - brave, tranquille. Poi all’improvviso compare una situazione drammatica: è l’ombra che in qualche modo si impadronisce di loro, che li porta a fare quello che magari non avrebbero mai fatto. I piccoli, i giovani, i maranza, come si dice al giorno d’oggi, in fondo sono preda di un'’mbra, in questo caso di un’ombra personale o sociale. Allora anche questo fa parte del gigantesco affresco della vita in cui luce e ombre si devono affrontare, ma non per un combattimento, bensì per riequilibrarsi».
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Anche nella desolazione del nostro tempo, il cammino di Parsifal resta aperto. A patto di «svuotare» il cuore.Lo studioso Claudio Bonvecchio: «Questa leggenda ha segnato la storia dell’Occidente e ancora oggi agisce nel profondo dei nostri inconsci. Ci mostra come fare i conti con la parte oscura che è in ogni uomo e può guarirci da una vita sterile».Lo speciale contiene due articoli«Quali radici si afferrano, quali rami crescono su queste rovine di pietra? Figlio dell’uomo/ tu non lo puoi dire, né immaginare/ perché conosci soltanto un cumulo di frante immagini, là dove batte il sole./ E l’albero morto non dà riparo/ e il canto del grillo non dà ristoro/ e l’arida pietra non dà suono d’acqua». Una landa secca, devastata. Sterile e arsa. Nel 1922 il poeta Thomas Stearns Eliot per descrivere la modernità morente dell’Occidente, la Terra desolata, utilizzò un’immagine scaturita dall’inconscio stesso dell’Europa: il regno inaridito di Amfortas, il Re Pescatore, custode del Santo Graal. Cioè la coppa in cui Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo: sogno di cavalieri e avventurieri di ogni tempo, oggetto del desiderio e mistero profondo come la vita stessa. Per la prima volta la sua storia fu narrata ne Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, di Chrétien de Troyes, tra il 1175 e il 1190. Ma a sua volta Chrétien attinse da una sapienza infinitamente più antica e profonda, che una volta riscoperta passò di mente in mente e di penna in penna nei secoli successivi: Gerberto di Montreuil, Robert De Boron, Wolfram von Eschenbach. E poi, più di recente, Thomas Malory, e altri ancora, fino appunto a Eliot e forse persino a Thomas Pynchon (nel romanzo V.). Richard Wagner s’ispirò a Wolfram per il suo straordinario Parsifal, capace di commuovere alle lacrime e sdegnare Friedrich Nietzsche, che vi intuì un motivo cristiano, troppo cristiano. La vicenda è nota: Parsifal è figlio di Herzeloyde e del prode Gahmuret. Questi, innamorato della guerra e bramoso di glorie, muore in battaglia e la moglie decide di strappare il figlio ai pericoli della cavalleria. Lo trascina a vivere lontano dal mondo, immerso nella natura selvaggia, protetto da infinite cure. Ecco il primo elemento fondamentale: Herzeloyde è una madre divorante, che rinchiude il figlio impedendogli lo slancio verso la vita. È Claudio Risé - nella sua memorabile lettura del Parsifal e in tutti gli altri testi che ha scritto sul tema - a fornire questa chiave di lettura e a notare che «è anche in virtù dell’intervento materno che Parsifal sviluppa una grande e pura forza spirituale [...]. L’infanzia semplice e lontana dalle regge e dal potere cui la madre lo costringe lo protegge anche dagli aspetti più violenti e corrotti del mondo maschile. Crescendo nella natura e nella semplicità Parsifal diventa quindi il Puro Folle, il maschile selvatico e non contaminato dalla logica del profitto e della perdita, l’ossessione del potere materiale che si ripropone a ogni epoca, in diverse forme e modalità. Per questo i cavalieri irrompono nella tenuta dove la madre lo ha allevato, e lo invitano alla corte di Artù. Il ragazzo decide di seguirli e lo annuncia alla madre, che ne muore». Lasciata la dimora materna, inizia l’avventura: Parsifal è chiamato a trovare il Graal. «La ricerca del Graal è la ricerca del vuoto del proprio cuore», dice Mario Polia (autore dello splendido Il mistero imperiale del Graal). «Come direbbe Lao Tzu, l’essenziale, ciò che rende utile una stanza è il vuoto tra le pareti, ciò che rende utile un vaso è il vuoto tra le pareti: il segreto del Graal è la vacuità del cuore. La coppa è il cuore della persona che compie la cerca, vacuità del cuore significa la sua liberazione dalle passioni, dagli egoismi personali, dalle paure e dagli odi. Una volta vuoto, di che cosa viene riempito questo cuore? Viene riempito misticamente del sangue di Cristo: si offre il proprio cuore al mistero di redenzione inaugurato e portato a compimento da Cristo sulla Croce. Questo nell’ottica spirituale di quella che fu la cavalleria cosiddetta celeste medievale». La ricerca del Graal è l’impresa più difficile per il cavaliere: il combattimento più importante ovvero quello con sé stesso, dentro sé stesso, «a servizio della luce e della verità». Parsifal dovrà compiere un lungo cammino prima di giungere alla meta. Si imbatte una prima volta nel castello del Graal, e nel re Amfortas, ma non è pronto. Quando il calice viene fatto sfilare in processione davanti ai suoi occhi, egli tace, non sa che dire. E per questo perde l’occasione. Non accede al Graal, non cura lo stremato sovrano e non ne risana il reame desolato. Ne ricava una depressione annichilente che dura cinque anni, durante i quali si dimentica perfino di Dio. Poi, dopo varie traversie, compresi grazie all’aiuto di altri importanti personaggi i suoi errori e i suoi peccati, rieccolo riuscire a tornare al cospetto del Re sofferente. Questa volta però il cuore di Parsifal è purificato, svuotato, e può accogliere il sangue di Cristo. «La forza trasformativa che Parsifal invece sviluppa, capace di guarire la piaga del Re, viene raccolta attraverso un sacrificio e un lungo percorso di formazione nell’ombra. Non è una pulsione che viene subito sfogata, non ha nulla di muscolare o dimostrativo, ma è una forza che si accumula silenziosamente, giorno dopo giorno», dice Claudio Risé.Parsifal diviene un vero cavaliere praticando una sorta di ascesi, innalzandosi verso il cielo, dominando le passioni più terremotanti. «La figura del Cavaliere, cioè l’uomo che sta in groppa a un cavallo e lo dirige, rappresenta esattamente il controllo delle passioni», dice Mario Polia. «Il centauro nella mitologia classica è mezzo uomo e mezzo cavallo, non può liberarsi dal cavallo. Il Cavaliere può invece salire e scendere dal cavallo: lo deve domare, questo significa che il cavallo rappresenta, diciamo così, la natura terrena. L’essere umano è composto di terra e cielo, la natura terrena è il cavallo che il cavaliere deve portare, deve dirigere al compimento dell’azione. Il cavallo anticamente era sacro a Poseidone, quindi era alle divinità marine, ctonie, profonde. Era un animale legato alla terra, però anche un animale legato all’ascesa verso il cielo (nel simbolismo del cavallo alato per esempio)». Così cresciuto ed elevatosi, Parsifal, accederà al Graal e guarirà Amfortas in un modo inconsueto, ovvero ponendo al Re una domanda: che cosa ti strugge? Qui si vede, ribadisce Polia, «quella misericordia che già l’antica Roma consigliava ai suoi legionari, ai suoi centurioni: parcere subiectis, cioè mostrare compassione verso coloro che si sono piegati. In questo caso il piegarsi non è politico, è avere compassione verso chi è gravemente malato». Forse il mistero non possiamo comprenderlo fino in fondo, ma possiamo tuttavia coglierne alcuni aspetti che di volta in volta si illuminano. Possiamo capire, ad esempio, quale sia la via giusta non soltanto per il cavaliere ma per ciascuno di noi: «Il Cavaliere dedica il suo cuore alla Dama Celeste, confida nella provvidenza divina e continua il suo lavoro sulla terra che è quello della testimonianza», dice Polia. «La legge fondamentale della Cavalleria è l’aiuto ai poveri, ai bisognosi, agli oppressi. La Cavalleria è misericordia».Parsifal può ottenere il Graal quando rifiuta eros (e le lusinghe di una bella fanciulla) e scopre agape, l’amore sconfinato e gratuito, la carità verso il prossimo. La relazione con l’Altro. Per fare tutto questo, gli è richiesta una formidabile dose di coraggio. La cerca del Graal è esattamente questo: il coraggio dell’apertura, della crescita, della relazione con il diverso da noi. «Avere coraggio significa combattere, testimoniare senza aspettarsi assolutamente un beneficio», spiega Mario Polia. «L’orgoglio uccide la bontà del cavaliere, l’orgoglio insozza la sua spada, e così la ricerca dei benefici terreni. Quindi il coraggio del cavaliere è quello di sapere che sta combattendo per una causa giusta. Egli non sta sempre con la spada in mano, ci sta quando la storia glielo impone, ma è un uomo di guerra, soprattutto spirituale. Il suo coraggio è anche quello di non tornare indietro, di fidarsi, affidarsi completamente a Dio indipendentemente dal risultato delle azioni. San Bernardo di Chiaravalle nella sua lettera al primo Gran Maestro dell’Ordine del Tempio lo dice chiaramente: “Sconfitto sulla terra, sarai vincitore nel cielo”. Circa 1.500 anni prima di Bernardo,nella Bhagavadgita indiana c’è scritta la stessa cosa: compi il tuo dovere, «lascia le redini del tuo carro nelle mani del Dio e sconfitto sulla terra sarai vincitore nel cielo». Ovviamente San Bernardo non ha letto la Bhagavadgita che è un testo del Mahabharata, ma aveva dato un consiglio che è esattamente quello delle altre grandi tradizioni: l’azione è pura quando viene compiuta scevra da ogni desiderio di ricompensa, salvo la dolce ricompensa intima di sapere di aver fatto per quanto possibile il proprio dovere. Coraggio è una parola che etimologicamente è legata al latino cor, cordis, quindi è la capacità di agire essendo padroni del proprio cuore. È il cuore che si deve riempire, e che dunque deve prima essere vuoto. Però non è solo questo vuoto che conta: importa anche la tenuta delle pareti della coppa. Significa che il Graal è un cuore allenato, un cuore che è passato attraverso il combattimento terreno nei suoi vari aspetti, soprattutto spirituali, ed è diventato capace di contenere il mistero della salvezza». Coraggio e compassione sono tra i più importanti misteri del Graal, almeno per noi uomini e donne di oggi. Noi che abitiamo ancora in una terra desolata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-ricerca-del-graal-non-si-e-ancora-arrestata-2671164542.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-mito-insegna-a-trovare-noi-stessi-e-la-via-e-farci-le-domande-giuste" data-post-id="2671164542" data-published-at="1739701005" data-use-pagination="False"> «Il mito insegna a trovare noi stessi. E la via è farci le domande giuste» Claudio Bonvecchio, ordinario di Filosofia delle scienze sociali all’Università degli Studi dell’Insubria, è un grande studioso delle tematiche legate al Graal. Sua è la prefazione a un volume fondamentale che torna finalmente in libreria grazie all’editore Mimesis, ovvero Psicologia del Graal di Emma Jung (moglie di Carl Gustav Jung) e della celeberrima junghiana Marie-Louise Von Franz. In questa corposa opera il significato della ricerca del Graal viene riportato ai nostri giorni, fornendo indicazioni per ciascuno di noi, per affrontare i pericoli e le sfide che la vita ci pone quotidianamente. Cos’è il santo Graal? «Il santo Graal si può definire in tanti modi. Può essere semplicemente una coppa o un vassoio. Oppure può essere, ed è la cosa che compare evidentemente nel libro di Emma Jung e Marie-Louise von Franz, un simbolo. Il simbolo di qualche cosa che riguarda l’interiorità dell'uomo: il lavoro che la persona, uomo o donna, deve fare per raggiungere quella totalità che dovrebbe essere lo scopo della vita umana. Questo è in sintesi il senso del Graal e anche di tutta la sua storia millenaria: non dimentichiamo che se le prime immagini della storia del Graal, legata ad Artù, sono incise nella cattedrale di Modena, costruita da Wiligelmo, di una coppa o di un calderone si parla anche nel mondo celtico e persino in precedenza. Quindi parliamo di qualcosa che nella storia dell’Occidente è determinante, in qualche modo è sempre presente, anche se talvolta è incistato nel profondo dell’inconscio». Nelle varie storie del Graal, i cavalieri si impegnano in una queste, una ricerca difficoltosa. Che cosa simboleggia questa ricerca? «La ricerca dei cavalieri è la ricerca del divino, della totalità, perché, secondo la tradizione, il Graal sarebbe la coppa in cui Giuseppe d’Arimatea avrebbe raccolto il sangue di nostro Signore. Quindi avere il Graal significa essere partecipi del gigantesco dramma della prosecuzione della salvezza: ecco ciò che i cavalieri inseguono. Questo è più o meno il significato profondo del Graal: arrivare al divino attraverso uno dei simboli più forti della sua presenza sulla terra». La cerca del Graal è anche emblematica del rapporto fra maschile e femminile. «Bisogna ricordare che la coppa del Graal è sempre accoppiata a una lancia. In Chrétien de Troyes, in Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, che è uno dei racconti fondamentali del Graal, la lancia fa scendere delle gocce di sangue nella coppa. La lancia è un simbolo maschile, la coppa è invece un simbolo femminile. Il cavaliere, che è evidentemente maschile, deve riuscire a recuperare il femminile, deve riuscire a equilibrare dentro sé stesso gli aspetti femminili che vengono dimenticati, perché il maschile non può esistere senza il femminile e il femminile non può esistere senza il maschile. In questo senso la coppa del Graal diventa il simbolo di una totalità che ciascuno deve raggiungere per avere quell’equilibrio, la famosa unione degli opposti, che dovrebbe essere il fine dell’esistenza umana Cioè quell’equilibrio che dà armonia, che dà pace e che quindi apre la possibilità di una trascendenza spirituale che poi ciascuno ovviamente può interpretare come meglio crede». Anche Richard Wagner ha prodotto una sua versione del Parsifal, tratto dal Parzival del cavaliere tedesco Wolfram von Eschenbach. Questo personaggio, Parsifal, è uno dei più interessanti di tutta la saga. «La questione più interessante che si pone Wagner, ma che ritorna in quasi tutti i romanzi del Graal, è che Parzival, o Perceval, non riesce a trovare il Graal fintanto che non pone la famosa domanda. Quando per la prima volta Perceval arriva nel castello del Graal, assiste a una processione in cui vergini, angeli e altri portano il Graal, ma non si pone la domanda, cioè non si chiede: ma cosa diavolo è questa cosa? E quindi non riesce ad averlo. Il giorno dopo si risveglia e non ha più possibilità di trovare il Graal, fino a quando un’eremita, che poi è suo zio, gli dirà: ti devi porre la domanda su che cosa sia il Graal». Una storia non facilissima da comprendere. «Se noi riportiamo tutto questo ai tempi moderni, capiamo che il problema che il Graal in fondo ci vuole porre, il suo insegnamento, riguarda appunto questa domanda: chiedetevi che siete, che cosa significa la vita, che cosa fate voi per vivere la vita. Se voi non vi ponete questa domanda, non troverete mai il Graal. Tutto ciò è tanto più pregnante in una società come l’attuale, in cui il conformismo, il relativismo, tutti gli ismi che volete, distolgono gli uomini e le persone, gli uomini e le donne, i giovani soprattutto, dal porsi la domanda su quale sia il loro senso nella vita. Bisogna in qualche modo mettersi tutti alla cerca di questo Graal, che è la cerca del proprio senso. Questo è quello che Wagner vuole dire con il suo Parsifal, ma tutta la grande queste del Graal in fondo si può ridurre a questo: cercate di porvi la domanda fondamentale sul vostro essere, sul vostro esistere, allora troverete il Graal». Tra i protagonisti della storia c’è un re ferito, Amfortas. Ferito nelle parti intime, in qualche modo reso sterile come la sua terra, che diviene la Terra desolata descritta dal poeta T.S. Eliot. C’è un momento in cui Parsifal pone un’altra domanda e chiede al re: che cosa ti affligge, che cosa ti fa male? Questa è forse una indicazione sul modo in cui bisogna vivere: provando compassione? «Certo, il re vulnerato è collegato alla terra desolata. Una terra che non ha più centro, è un albero secco, come si vede anche in Tolkien. Il mondo, per molti versi, nel corso dei secoli ha perduto il suo centro, oppure ogni generazione ha perduto il suo centro, questo ognuno lo può interpretare come vuole. Il ritrovamento del Graal significa anche ritrovare un centro e ritrovare un centro significa ritrovare quella pienezza che comporta anche un interessarsi agli altri. Interessarsi in modo positivo ovviamente, con tutto l’ampio spettro di azioni che ciò comporta. Interessarsi in maniera positiva significa stabilire delle relazioni corrette, significa l’accettazione degli altri, la pace, la trascendenza, ossia dei valori spirituali e morali che il mondo sembra aver perduto. Questo è l’unico modo in cui l’albero possa rinascere: che il re del Graal simbolicamente venga ferito e quindi Parsifal possa identificarsi in qualche modo col Graal. Il Graal in ultima istanza si potrebbe anche raffigurare come il cuore: non inteso come un muscolo, ma come il centro di una vita che sia piena, che sia rivolto al mondo esterno ma che nel contempo pensi ad un interno che vola verso l’alto. E questo è il senso profondo del Parsifal, dell’albero secco, del re vulnerato e della coppa che in qualche modo dovrebbe risanare tutto. Risana se l’uomo lo vuole, se la persona lo vuole, altrimenti tutto resta secco». Per compiere questo percorso, questa ricerca del Graal, soprattutto nei nostri tempi, serve una buona dose di coraggio. L’unione degli opposti è anche unione di luce e ombra. Come a dire: per essere centrato bisogna tenere presente che nella vita non ci sono solo parti di luce, ma anche mille difficoltà, parti di oscurità con cui bisogna fare i conti, senza indietreggiare. «Certo. Difatti, il libro di Marie-Louise von Franz e di Emma Jung sottolinea molto questo aspetto. L’ombra non va negata, non va ricacciata nel profondo, perché altrimenti diventa sempre un fantasma che ti persegue tutta la vita. Deve essere affrontata, ma non per negarla - perché non si può negare, fa parte della vita umana - bensì per integrarla. Cioè, il positivo e il negativo, in fondo, sono parti fondamentali della persona, di ciascuno di noi, no? Allora il negativo va reintegrato, va equilibrato, in maniera tale che non diventi determinante o ancora peggio, diventi un nascosto che poi improvvisamente ricompare. Noi vediamo anche nella quotidianità tanta morte e violenza. Sembra che siano proprio il riemergere dell’ombra, improvvisamente. Prendiamo, che so, i femminicidi: ecco il riemergere dell’ombra anche in persone che fino al giorno prima sembravano - così viene detto spesso da chi circonda gli assassini - brave, tranquille. Poi all’improvviso compare una situazione drammatica: è l’ombra che in qualche modo si impadronisce di loro, che li porta a fare quello che magari non avrebbero mai fatto. I piccoli, i giovani, i maranza, come si dice al giorno d’oggi, in fondo sono preda di un'’mbra, in questo caso di un’ombra personale o sociale. Allora anche questo fa parte del gigantesco affresco della vita in cui luce e ombre si devono affrontare, ma non per un combattimento, bensì per riequilibrarsi».
Marco Granelli (Ansa)
Se 700.000 vi sembran poche… tante sono le imprese riunite dalla Confartigianato: sono la spina dorsale della manifattura italiana, ma anche un imprescindibile presidio sociale. La parrucchiera che vi fa la permanente, il fornaio che ci dà il pane, il meccanico che mette a punto l’auto sono tutti artigiani. A rappresentarli e guidarli c’è Marco Granelli, rieletto due anni fa per acclamazione presidente. Parmense – è di Salsomaggiore terme dove ha un’impresa edile – è considerato un fermissimo e pacato difensore della piccola e media impresa, quella che sta rifertilizzando economicamente le zone marginali, quella che ha reso possibile il miracolo italiano e oggi aspetta solo di potersi ripetere.
Mario Draghi ha rilanciato l’idea dell’Europa superpotenza se si federa. Non le pare che non considerare che l’Ue è dipendente da fonti energetiche sia un errore di prospettiva?
«Noi vogliamo un’Europa della buona politica comune, condivisa, anche sul fronte energetico, un’Europa forte perché consapevole e orgogliosa dei suoi valori fondanti. È davvero tempo di voltare pagina rispetto a una Ue troppo spesso tecnocratica e in crisi di identità. Oggi l’Europa rischia di essere percepita come irrilevante anche perché non ha ancora compreso fino in fondo l’importanza del suo patrimonio di imprese. Da imprenditore e da rappresentante di oltre 700.000 artigiani e piccole imprese italiane, dico che Bruxelles e Roma devono sostenere con forza, convinzione e concretezza il tessuto imprenditoriale del Continente se vogliono renderlo davvero competitivo. Parliamo di numeri enormi: in Europa operano 26 milioni di artigiani, micro, piccole e medie imprese che costituiscono il 99,8% del totale delle aziende, generano il 64% dell’occupazione e realizzano oltre il 52% del valore aggiunto dell’Ue. Eppure su di loro gravano ancora troppa burocrazia e pochi incentivi».
Il delta energetico è un costo altissimo per le vostre imprese: lo conferma? E che pensa di questa Europa che prima col Green deal ha messo ha rischio le imprese e oggi corre ai ripari?
«Lo confermo con numeri che sono impietosi. La bolletta elettrica delle micro e piccole aziende italiane oggi è tra le più costose d’Europa e supera del 22,5% la media Ue. A “gonfiare” il costo dell’elettricità per noi è anche il prelievo fiscale e parafiscale in bolletta, che in Italia è più che doppio (+117,4%) rispetto a quello medio dell’Ue a 27. Ma il caro-energia non è uguale per tutti: il conto più salato lo pagano le piccole imprese che nelle bollette devono sostenere oneri di sistema che servono per finanziare le agevolazioni nelle bollette delle grandi aziende energivore. È un meccanismo perverso che va scardinato. La transizione green non può essere un dogma ideologico calato dall’alto, ma un percorso sostenibile che cammina sulle gambe delle imprese».
L’Europa è una sfida, un’opportunità o un freno? E le sanzioni verso la Russia e la de-globalizzazione quanto pesano?
«L’Europa è tutte e tre le cose, dipende dalle scelte politiche. È una grande opportunità se valorizza il mercato unico e le pmi, diventa un freno se produce norme complesse e costi sproporzionati. Le sanzioni verso la Russia e la de-globalizzazione hanno inciso su energia, filiere e costi, ma hanno anche spinto le imprese a diversificare mercati e strategie. Le nostre pmi hanno dimostrato resilienza e capacità di adattamento, ma non possono reggere da sole un contesto così instabile».
Dazi: qual è la situazione effettiva? Gli accordi che la Von der Leyen va fa facendo la convincono?
«I dati mostrano che il made in Italy reagisce ai dazi puntando sulla diversificazione. Secondo le nostre analisi, 19,7 miliardi di euro di export aggiuntivo possono arrivare da 26 mercati extra Usa dinamici, che crescono del 5,1%. Le nostre vendite negli Emirati Arabi Uniti, a esempio, nel 2025 hanno segnato un aumento a doppia cifra. Gli accordi europei sono utili, ma devono essere più equilibrati e pensati anche per le pmi non solo per la grande industria di alcuni Paesi».
Uno studio fotografava l’impresa artigiana come la preferita dai giovani perché più a misura d’uomo. È ancora viva la dimensione della «bottega» rinascimentale?
«La “bottega” oggi è un laboratorio dove la sapienza manuale incontra l’algoritmo. L’artigianato italiano cambia pelle: cresce, innova e guida la transizione green e digitale senza cambiare la propria anima. Tra il 2019 e il 2024, ben 25 settori artigiani hanno registrato una crescita di oltre 20.000 nuove imprese, di cui 4.000 nel settore della tecnologia e del digitale. I dati del 2025 ci raccontano uno sprint impressionante: il 16,4% delle aziende fino a 10 addetti utilizza almeno una tecnologia di Ia, più del doppio rispetto all’anno precedente. Non è fantascienza, è pragmatismo artigiano. Per accompagnare questa trasformazione Confartigianato ha fortemente sostenuto la riforma della legge quadro dell’artigianato, attesa da 40 anni, e attualmente in fase di approvazione in Parlamento per poi passare all’attuazione da parte del governo. Una riforma che riconosce l’artigianato moderno, lo rende attrattivo per i giovani, permette di superare limiti dimensionali e societari anacronistici e favorisce le aggregazioni. Con questa riforma un’impresa artigiana potrà assumere, investire e crescere senza sentirsi mai “troppo piccola” per competere».
Giacomo Becattini sosteneva che sono i territori a determinare e i prodotti e che i distretti come fabbrica diffusa fertilizzano le comunità di valori. Siete ancora l’anima dei distretti?
«Assolutamente sì. Le imprese artigiane esprimono la “biodiversità” delle tradizioni produttive italiane, rinnovandola per le sfide globali. Sono fortemente radicate nei territori, producono in modo responsabile e sono strutturalmente lontane dalla logica della delocalizzazione. L’Italia è unica proprio perché è fatta di milioni di artigiani innamorati della loro terra. Questo legame indissolubile con il territorio è il segreto dei prodotti made in Italy, autentici, irripetibili».
Sente la responsabilità di costruire opportunità per i territori marginali?
«La sentiamo forte questa responsabilità, perché i numeri parlano chiaro. L’artigianato conta 146.000 imprese nelle zone di montagna (28,7% del totale) e 241.000 nelle aree interne. In questi territori, gli addetti delle micro e piccole imprese pesano per oltre il 70% del totale, arrivando all’82% nelle aree interne. In questi territori gli artigiani sono protagonisti di quella che mi piace definire una vera e propria “ecologia umana”. Confartigianato crede in un nuovo sviluppo sostenibile per queste zone. Abbiamo promosso il progetto “Montagna Futura” per tracciare un nuovo percorso che, valorizzando le nostre imprese, coniughi tradizione, innovazione e ripopolamento».
Le imprese si lamentano del fatto che non trovano manodopera. Non servirebbe una rivalorizzazione dell’istruzione professionale?
«Nel 2025 la difficoltà di reperimento di competenze era e ora resta un nodo centrale per le imprese artigiane: il 59,7% delle assunzioni è difficile da trovare: parliamo di oltre 293.000 addetti. Le aziende stanno reagendo: aumentano i salari, offrono flessibilità, collaborano con le scuole. Serve un patto con le istituzioni per un sistema formativo moderno. Bisogna rafforzare il legame scuola-impresa, investire massicciamente sull’apprendistato professionalizzante e sulla formazione duale. Serve una rivalutazione culturale dell’istruzione professionale: formare un giovane oggi significa garantire domani la continuità delle nostre imprese e del Made in Italy».
Quali sono le vostre priorità: cosa chiedete per svilupparvi ancora?
«A volte l’attenzione c’è a parole, ma mancano i fatti. Io dico che non c’è Europa senza pmi. Se l’Ue vuole garantire sovranità e prosperità, il principio “Pensare prima al piccolo” (Think Small First) deve guidare ogni scelta politica e non essere solo uno slogan. Chiediamo che la legislazione europea sia concepita fin dall’inizio tenendo conto delle nostre dimensioni: requisiti proporzionati, scadenze realistiche, meno burocrazia. In Italia le priorità sono chiare: riduzione della pressione fiscale e contributiva, intervento strutturale sul costo dell’energia per allinearci ai competitor europei, e una semplificazione burocratica reale. Inoltre, serve stabilità negli incentivi per investimenti e innovazione. Avere pmi resilienti equivale ad avere un’Italia e un’Europa resilienti».
L’Italia, si dice, è la terra dell’arte, del turismo, della cucina, ma è soprattutto la patria dell’artigianato d’arte. Come sta l’artigianato d’arte?
«Spesso si dà per scontato questo patrimonio, ma è l’artigianato d’arte che rende l’Italia riconoscibile nel mondo. Dietro la grande moda, dietro la conservazione dei nostri monumenti, c’è sempre la mano sapiente di un artigiano. C’è bisogno di maggiore consapevolezza: l’artigianato d’arte non è folklore, è cultura produttiva ad alto valore aggiunto».
La vostra Fondazione culturale è intitolata a Manlio e Maria Letizia Germozzi: Manlio Germozzi è stato uno degli attori del primo miracolo italiano. Può innescarsi un nuovo miracolo italiano?
«Manlio Germozzi ci ha insegnato che la dignità e il valore del lavoro artigiano sono il fondamento della nostra economia. Sì, credo che dalle nostre imprese possa e debba partire un nuovo Rinascimento italiano, basato sulla qualità e sulla sostenibilità. Le prospettive dipendono dalla nostra capacità di tenere insieme le radici e le ali. L’artigianato è un mondo vitale e in piena metamorfosi. Confartigianato è pronta, come sempre, ad accompagnarlo nel futuro. Perché il futuro del Made in Italy passa ancora, e forse più che mai, dalle mani, dalle idee e dalla visione degli artigiani».
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Jimmy Lai è stato condannato a 20 anni di carcere: la corte di West Kowloon ha evitato l’ergastolo, la massima pena possibile, ma ha comminato a carico del fondatore dell’Apple Daily di Hong Kong, tra i principali attivisti pro-democrazia dell’ex colonia britannica, una pena durissima in considerazione dei suoi 78 anni e delle precarie condizioni di salute. Per Jodie Ginsberg, Ceo del Comitato per la protezione dei giornalisti, «di fatto è una condanna a morte». Sostegno anche dagli abitanti di Hong Kong. «Spero che Lai possa richiedere la libertà condizionale per motivi di salute, perché stare in prigione in queste condizioni anche solo per un giorno è un’ingiustizia e ha un forte impatto sulla sua salute fisica e mentale», ha detto una spettatrice presente in aula nel momento della sentenza. Secondo Shum Ho, ex lettore dell’Apple Daily, «Lai è la coscienza di Hong Kong».
Il capo gabinetto del governo Starmer Morgan McSweeney. Nel riquadro, Jeffrey Epstein (Ansa)
Altro che «figli di un Dio minore»: i numerosi esponenti dell’élite progressista che si è accovacciata alla corte di Epstein rappresentano la cifra di un demi-monde politico che - con la complicità dei media internazionali - ha abbindolato cittadini ed elettori sventolando pubblicamente il vessillo del rigore morale (e guai a chi non vi si adeguava) mentre, in privato, perdeva la verginità in cambio di un tozzo di pane o, nel migliore dei casi, un weekend gratis ai Caraibi.
Michele Masneri sul Foglio ha collocato quel grande diario delle élite del secolo che sono gli Epstein files «fra Truman Capote e Fantozzi», mettendo in evidenza l’analfabetismo dei protagonisti («come spesso accade nelle classi alte», ha appuntato con snobismo): «È Fantozzi meets Succession», nota Masneri. In realtà, l’attitudine di ossequiosa rincorsa da parte di personaggi del calibro del principe Andrew duca di York (fratello del re d’Inghilterra) o di rampolli come Eduardo Teodorani Fabbri che lo chiamava «maestro», nei confronti di chi era già tecnicamente un avanzo di galera, figlio pur talentuoso di una collaboratrice scolastica e di un giardiniere, è funesta conseguenza di quell’esecrabile capolavoro di dissonanza cognitiva che è stata la soi-disant cultura woke.
Nel nuovo mondo che si è imposto prima con il Sessantotto e poi a partire dall’11 settembre, le élite globali sono riuscite a dare dignità, rango e accesso ai salotti buoni della finanza perfino a personaggi venuti dal nulla come Epstein, spacciando la sua diabolica intelligenza di self-made man per abilità e ingegnosità su cui poter e dover indulgere. I messaggi di solidarietà inviati dai pezzi grossi del mondo della cultura e della finanza a Epstein a seguito della sua prima condanna per abusi sessuali nel 2008 sono imbarazzanti: «Devi essere incredibilmente resiliente e lottare affinché ti rilascino presto, io starò sempre al tuo fianco», gli scriveva l’ex ambasciatore del Regno Unito negli Usa, il laburista Peter Mandelson. «Vedo in quale orribile maniera vieni trattato da questa orribile stampa e dall’opinione pubblica. È doloroso dirlo, ma penso che il modo migliore per andare avanti sia ignorare tutto», lo consolava il più importante linguista del XX secolo Noam Chomsky, da sempre feroce fustigatore della «corruzione» del Partito repubblicano.
Nel suo saggio Le origini del totalitarismo, Hannah Arendt aveva identificato la genesi della tragedia nazista nell’ipocrisia e nella corruzione della classe dirigente tedesca, che sosteneva di essere la guardiana delle tradizioni occidentali sfoggiando pubblicamente virtù che non solo non possedeva nella vita privata, ma in realtà disprezzava. «Ammettere la crudeltà, il disprezzo dei valori umani e l’amoralità generale sembrava rivoluzionario perché distruggeva la doppiezza su cui la società esistente sembrava poggiare. Hanno elevato la crudeltà a virtù principale perché contrastava l’ipocrisia umanitaria e liberale della società», scriveva Harendt. La storia sembra essersi ripetuta: accanto a Epstein, accolto e coccolato perché proveniente da quel ceto sociale medio-basso che prometteva di demolire le ipocrisie dei conservatori, si è accostata tutta la sinistra mondiale, con buona pace di chi vorrebbe Donald Trump e Matteo Salvini invischiati nello scandalo del secolo alla pari di Clinton o Bill Gates.
A proposito di Clinton: files e testimonianze documenterebbero un’intensa frequentazione dell’ex presidente degli Stati Uniti e di sua moglie Hillary Clinton con il faccendiere. La coppia presidenziale si è però sottratta finora a qualsiasi testimonianza, trincerandosi dietro la scusa del «processo politico». Convocati a ottobre, poi a dicembre e infine il 13 e il 14 gennaio, non si sono mai presentati definendo i mandati di comparizione «legalmente non validi», così hanno scritto in una lettera alla commissione di vigilanza Usa presieduta dal repubblicano James Comer. La commissione ha dovuto minacciare la loro incriminazione per oltraggio al Congresso per riuscire a portarli a testimoniare in aula, dove compariranno il 26 (Hillary) e 27 febbraio (Bill).
Dovrà dir qualcosa degli Epstein files anche Al Gore, vicepresidente degli Stati Uniti con Bill Clinton e scatenato sostenitore della causa green: il politico democratico è elencato tra i contatti di Epstein nei documenti legali desecretati. Gore e la moglie Tipper sono stati menzionati da Virginia Giuffrè, prima accusatrice di Epstein morta suicida nel 2025, che li avrebbe visti ospiti sull’isola privata del faccendiere a Little Saint James, ma sia Epstein che Gore hanno smentito.
È inequivocabilmente simpatizzante dei democratici anche il fondatore di Microsoft Bill Gates, riscopertosi filantropo dopo aver compreso che gli investimenti della sua Fondazione in prodotti farmaceutici rendevano più dei microchip. Collocato stabilmente nell’area progressista e liberal Usa, mentre indirizzava pubblicamente le sue attività verso la «salute globale» e nell’esportazione di farmaci immunizzanti verso i Paesi del terzo mondo, nel tempo libero si faceva spiegare da Epstein come «fare i soldi con i vaccini» e trattare le pandemie come un «modello di business», casualmente poco prima che ne scoppiasse una. I due si sono incontrati per la prima volta nel 2011, tre anni dopo la condanna di Epstein per reati sessuali. Gates ha ammesso di aver partecipato a diverse cene presso la casa di Epstein a New York tra il 2011 e il 2014, ha viaggiato più volte con il jet privato del predatore sessuale; nel 2014 ha fatto generose donazioni su suggerimento dello stesso Epstein, finendo sotto ricatto per una presunta relazione con una giocatrice di bridge russa che gli avrebbe passato una malattia sessualmente trasmissibile. L’email di Epstein, nella quale rivolgendosi a Gates scrive «mi implori di cancellare le email […] sulla descrizione del tuo pene», accende i riflettori sulla patetica vulnerabilità del guru della gauche internazionale. Guru e soprattutto finanziatore: oltre ai 50 milioni di dollari regalati a un’organizzazione a sostegno della democratica Kamala Harris durante la campagna presidenziale del 2024, più del 90% dei contributi finanziari di Gates è stato destinato a candidati democratici. «Non sono mai andato all’isola di Epstein, non ho mai incontrato donne», si è giustificato il fondatore di Microsoft, ma le dichiarazioni della sua ex moglie lo inchiodano più di qualsiasi autodifesa: «Bill deve rispondere del suo comportamento», ha sibilato Melinda French Gates precisando pubblicamente che i legami del marito con Epstein costituiscono uno dei fattori determinanti che hanno portato al loro divorzio nel 2021.
Anche Larry Summers è stato fan sfegatato del faccendiere. Ex rettore di Harvard, ministro delle Finanze di Bill Clinton e direttore del Consiglio economico nazionale Usa con Barack Obama, è stato in regolare contatto con Epstein fino al giorno prima dell’arresto del faccendiere nel 2019 per traffico sessuale di minori. «Mi vergogno profondamente delle mie azioni e riconosco il dolore che hanno causato», ha detto Summers, obbligato a dimettersi da tutti i suoi incarichi pubblici.
Figura di spicco del partito laburista britannico è anche Peter Mandelson, uno degli architetti del «New Labour» di Tony Blair negli anni Novanta, soprannominato «Principe delle Tenebre» per le sue abilità manipolatorie dietro le quinte, emerse negli spregiudicati rapporti d’affari che l’ex ambasciatore britannico negli Usa intratteneva con Epstein: nei file desecretati ci sono le prove che Mandelson nel 2009 ha dato suggerimenti al molestatore sessuale su come la banca d’investimento JPMorgan avrebbe potuto fare pressioni sul governo inglese - di cui lo stesso Mandelson faceva parte - affinché modificasse la legge sulla supertassa sui bonus dei banchieri, «minacciando velatamente» l’allora ministro delle finanze Alistair Darling. Mandelson ha dovuto dimettersi da Lord e dal partito laburista, di cui era eminente rappresentante; Scotland Yard ha aperto un fascicolo su di lui. E’ laburista anche l’attuale premier inglese Keir Starmer che, pur avendo ricevuto un dettagliato resoconto del Cabinet Office sulle «strette relazioni» di Mandelson con il criminale Epstein, è andato avanti con la sua nomina; al suo posto però si è sacrificato il suo capo di gabinetto Morgan McSweeney, che ieri ha dato le dimissioni per salvare il premier.
Tutta la rete delle amicizie di Epstein ruota intorno al milieu democratico e progressista mondiale: in Francia il più noto è il socialista francese Jack Lang, storico portavoce e ministro della Cultura del presidente gauchiste François Mitterrand. Epstein ha ricevuto diverse email dalla segretaria personale di Lang perché l’ex ministro gli chiedeva favori come l’uso di auto e aerei. Sua figlia Caroline Lang, produttrice cinematografica, è andata oltre: con Epstein ha aperto una società offshore nelle isole Vergini senza dichiararla («In effetti non ho mai pensato di doverla dichiarare al fisco perché non produceva redditi e non ne avevo tratto alcun guadagno personale», si è giustificata) e ha scoperto recentemente di essere stata inserita nel testamento di Epstein come beneficiaria di 5 milioni di euro. La Procura francese che si occupa dei reati contro la pubblica amministrazione ha aperto un fascicolo su di lei e su Jack Lang per riciclaggio e frode fiscale aggravata. Altri democratici sono stati nominati in diverse deposizioni relative alla cerchia di Epstein: il defunto ex governatore del New Mexico (ed ex ministro dell’Energia di Clinton) Bill Richardson, e anche il suo predecessore, sempre liberal, Bruce King, da cui Epstein ha acquistato la proprietà vicino a Santa Fe per costruire il suo Zorro Ranch, dove avrebbe fatto seppellire due donne morte per strangolamento «dopo sesso violento e fetish», si legge negli Epstein files. Ed è democratico anche l’intellettuale di sinistra Noam Chomsky: i documenti recentemente pubblicati rivelano che il linguista ha mantenuto contatti regolari con Epstein per anni, somministrandogli anche consigli su come gestire accuse di molestie. Chomsky ha descritto gli incontri come «un’esperienza di valore» basata su discussioni intellettuali. Anche l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak dell’Israel Democratic Party è stato fotografato mentre entrava nella residenza di Epstein a Manhattan nel 2016. Barak ha ammesso di aver volato sull’aereo di Epstein, ma ha negato di aver assistito a comportamenti inappropriati. Il suo collega laburista Thorbjorn Jagland, ex primo ministro norvegese, presidente del comitato Nobel e segretario generale del Consiglio d’Europa, aveva, come lui, stretti rapporti con Epstein. Jagland ha chiesto al predatore sessuale un aiuto finanziario per acquistare un appartamento ed è stato suo ospite a Parigi e New York. «Sono stato a Tirana, ragazze straordinarie», scriveva Jagland a Epstein nel maggio 2012. «Non posso andare avanti solo con donne giovani, come sai», gli confidava nel gennaio 2013. La polizia norvegese ha dichiarato giovedì di aver aperto un’indagine per «corruzione aggravata» nei confronti dell’ex primo ministro 75enne; il ministro degli Esteri norvegese Espen Barth Eide ha affermato che chiederà la revoca dell’immunità di cui Jagland gode in quanto ex capo di un’organizzazione internazionale, per facilitare l’indagine.
È imbarazzante anche la posizione di Johanna Rubinstein, presidente del Consiglio di amministrazione dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati in Svezia (Unhcr) e figura di spicco nel panorama delle organizzazioni internazionali e dello sviluppo sostenibile, tanto cari al mondo progressista. La donna è stata tra il 2015 e il 2020 a capo della filiale americana della World Childhood Foundation, fondata dalla regina Silvia, moglie del re Carlo XVI Gustavo di Svezia, ed è stata moralmente indiscussa fino al rilascio delle email segrete che hanno rivelato che nel 2012 ha soggiornato con i figli nell’isola caraibica privata del condannato per molestie sessuali. «Grazie mille. Ai bambini sono piaciute tantissimo le tue storie e, naturalmente, la tua isola. Grazie mille per il pranzo meraviglioso e il pomeriggio in paradiso. È stata una gioia in più per me incontrarvi finalmente di persona», ha scritto Rubinstein a Epstein. Oggi, la sua testa è caduta: Rubinstein si è dimessa dall’Unhcr.
Ciò che balza agli occhi dopo decenni di indagini - la prima incarcerazione di Epstein risale al 2008 - è che nessuno, ex post, sembra mai essersi accorto di nulla. Tutti gli amici di Epstein, una volta colti in flagrante, hanno dichiarato di «non sapere» che il faccendiere fosse coinvolto in traffico di minorenni, abusi sessuali e chissà quant’altro. Eppure, bastava cercare online per saperne di più. Così peraltro lo stesso Epstein suggerì a Caroline Lang, che lo ha raccontato in un’intervista illuminante: «Mi ha detto che se avessi cercato su Google, avrei potuto trovare cose su di lui che non mi sarebbero piaciute», ha raccontato la figlia di Jack Lang, «così ho fatto e mi sono imbattuta in un solo articolo che diceva che era stato 13 mesi in prigione per aver pagato prostitute per massaggi. Ho trovato la cosa orribile e gliene ho parlato. Mi ha confermato tutto e mi ha detto di essersene pentito e di aver pagato, avendo passato 13 mesi in prigione». A quell’epoca però già si parlava di traffico di minorenni, le chiede l’intervistatore, questo non le ha fatto scattare qualcosa, né ha cambiato la natura delle vostre relazioni? «No», ha replicato candidamente Lang, «perché il suo comportamento era del tutto normale. Non ci ha mai provato con me, si è sempre comportato in modo esemplare con le mie figlie».
Risultato: sia la stampa internazionale, orientata politicamente a sinistra pur di essere qualificata come «autorevole», sia le autorità giudiziarie hanno minimizzato per decenni i crimini e le malefatte non soltanto di Epstein ma anche di chi gli ha aperto i salotti della finanza mondiale. Il giornalista Tucker Carlson ha parlato chiaramente di «insabbiamento orchestrato», osservando che quello che è stato presentato dalla stampa come uno «scandalo sessuale» è in realtà molto di più: un sistema di potere che ha cambiato il corso della storia e dell’economia occidentale, in peggio aggiungiamo noi. È per questo motivo che quello stesso sistema non poteva infierire più di tanto sul mostro che aveva generato: è convenuto a tutti passar sopra i tanti misteri tuttora insoluti, così come a qualcuno oggi conviene passar sopra i crimini legati all’immigrazione illegale o alle proteste politiche a colpi di martello contro le forze dell’ordine. Questo è l’insegnamento che ci lasciano decenni di cultura woke, che ha coccolato e poi assolto Epstein e il mondo putrido che ha rappresentato.
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