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2020-11-28
La priorità del governo è spalancare i porti
Matteo Salvini (Ansa)
Con alcuni settori produttivi del Paese, come la ristorazione e il turismo, in ginocchio e in piena emergenza sanitaria, il governo mostra i muscoli esclusivamente su una questione: smantellare i decreti sicurezza di Matteo Salvini. Ieri, per voce del ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D'Incà, ha posto la fiducia nell'aula della Camera sul nuovo decreto immigrazione, qualificando, di fatto, le politiche sull'accoglienza come fondamentali rispetto alla propria azione politica. Dall'approvazione del decreto immigrazione, quindi, dipenderà la tenuta del Conte bis. L'esame del provvedimento che interviene in materia di immigrazione, protezione internazionale e complementare, modificando alcuni articoli del codice penale, e che riporta l'Italia al 2018, è cominciato ieri alla Camera. Prevede la cancellazione delle multe per le Ong, nessuna confisca di navi e - soprattutto - un grande ritorno: il meccanismo della protezione umanitaria con un allargamento delle maglie della protezione speciale. Con tempi più brevi pure per la concessione della cittadinanza. E costi più alti per l'accoglienza: tornano i 35 euro a cranio, con il nuovo Sistema di accoglienza e integrazione (Sai), nel quale finiranno oltre ai titolari di protezione internazionale e ai minori stranieri non accompagnati, anche i richiedenti asilo. Una sorta di Sprar 2.0. E approderà in aula senza nemmeno aver concluso l'esame degli emendamenti (dei 1.500 presentati inizialmente, la maggior parte del Carroccio, il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia del M5s, ne aveva bocciati 400, salvo poi riammetterne 250. Alla fine ne sono rimasti in piedi 1.076, ma non sono stati discussi).
Altri emendamenti sono stati già approvati, come quello presentato dal Pd riguardante i flussi, con i dem che hanno chiesto l'abolizione delle quote massime di stranieri da ammettere sul territorio nazionale per lavoro subordinato.
E poi ci sono quelli presentati da Laura Boldrini, per estendere il divieto di espulsione a coloro che potrebbero essere perseguitati non solo per questioni razziali, di sesso, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali o sociali, ma anche per orientamento sessuale e identità di genere. Ma pure per bloccare le espulsioni degli immigrati anche se il provvedimento di allontanamento emesso da un giudice è già esecutivo. Nonostante uno straniero sia stato formalmente espulso e la sua domanda di ingresso in Italia già bocciata una volta, potrà ripresentare una seconda domanda per tentare di rimanere.
La maggioranza giallorossa, per far passare la riforma, punta anche su un semplice trucco: sul provvedimento presentato c'è una clausola di invarianza finanziaria, che si applica quando dalla norma non discendono nuovi oneri a carico della finanza pubblica. Quindi ufficialmente non sono previste ulteriori spese rispetto ai decreti Salvini. «È ovvio che i costi lieviteranno in corso d'opera», spiega alla Verità Nicola Molteni, responsabile del dipartimento sicurezza e immigrazione della Lega, che aggiunge: «Non riusciranno a far fronte all'ondata di ingressi, che è già tre volte superiore a quella dell'anno precedente, e dovranno trovare un modo per finanziare l'accoglienza con cifre esorbitanti. Con questo decreto si alimenta solamente il business dei permessi di soggiorno, la finta accoglienza e la finta solidarietà. Basti pensare che tornano i famosi 35 euro per migrante a fronte dei 19-26 euro dei decreti Salvini. In pratica, riprende la macchina mangiasoldi della finta integrazione che torna a macinare servizi e forniture per chiunque approdi in Italia. Coop e associazioni ringraziano. Mentre altri Paesi Ue chiudono e difendono le frontiere e rafforzano le normative interne a tutela degli interessi di sicurezza nazionale, la cancellazione dei decreti Salvini rende l'Italia il campo profughi d'Europa a cielo aperto».
Il centrodestra ha chiesto il rinvio dell'atto in commissione, con una richiesta, avanzata da Igor Iezzi della Lega a nome di tutta l'opposizione e ribadita anche da Ylenia Lucarelli (Fdi) e Giusy Bartolozzi (Forza Italia), motivata dall'assenza di una relazione da parte del governo, oltre che del parere della commissione Bilancio di Montecitorio. «La Camera si occupa dei decreti sicurezza, ma è urgente? Mi domando perché si parli di clandestini e sbarchi con i problemi che ci sono», ha commentato Matteo Salvini. «Noi», ha aggiunto, «ci opporremo alla cancellazione di questi decreti, riaprire i porti non è prioritario. Staremo in aula finché non ritirano gli emendamenti».
Al voto di lunedì alla Camera una frangia di dissidenti grillini cercherà, invece, di mitigare uno dei capisaldi della riforma voluta da Luciana Lamorgese: lo stop al sequestro delle navi delle Ong per il salvataggio dei migranti. Un passaggio diametralmente opposto rispetto a quello sostenuto dai pentastellati quando il ministro dell'Interno era Salvini. E che potrebbe creare più di qualche imbarazzo anche al premier Giuseppe Conte.
Stampò dei manifesti per Lega e si ritrova in croce per i 49 milioni
«Mai avuto una tessera politica, io lavoro per chi mi paga. In 40 anni di attività ho stampato manifesti, brochure e santini per tutti i partiti, non solo per la Lega. Del resto faccio lo stampatore. Non è ancora vietato». Marzio Carrara è un imprenditore bergamasco incappato suo malgrado in un singolare sport, la pesca a strascico a caccia dei presunti fondi della Lega. Che oggi sono come la pentola in fondo all'arcobaleno, eccitano gli animi mediatici come le inchieste che accompagnavano Silvio Berlusconi negli anni d'oro.
Il problema dei castelli di carte è che, quando cadono, qualcuno ci rimane sotto. Magari senza colpa, solo perché passava di lì. È il caso di Carrara, entrato da qualche settimana negli articoli dei giornali di mezza Italia che ricostruiscono i rapporti tra la Lega e i famosi commercialisti Alberto Di Rubba, Michele Scillieri, Andrea Manzoni (agli arresti domiciliari) nell'indagine su Film Commission e sui 49 milioni di rimborsi elettorali. Dipinto come il responsabile di un giro di denaro da 29 milioni in entrata e in uscita «senza una reale provenienza né i beneficiari della somma», Carrara si è svegliato una mattina nel ruolo di uomo misterioso dai contorni opachi. Ma in quei panni non si riconosce.
«Ma quali opachi, è tutto chiaro. Per la Lega ho stampato prodotti elettorali per 70.000 euro relativi alla campagna per le politiche del 2018: ci sono ordini, fatture e consegne fatte attraverso corrieri a livello nazionale, tutto tracciato al centesimo. Per quanto riguarda i 29 milioni, sono frutto di un'operazione di acquisizione e vendita assolutamente trasparente. Nel 2017 con la mia società Agh ho comprato per 5 milioni il gruppo Arti Grafiche dal colosso tedesco Bertelsmann che non lo riteneva più strategico e l'ho rivenduto nel 2018 a un altro colosso del settore, il gruppo Pozzoni, per 29. Una plusvalenza importante, frutto di una valorizzazione ritenuta interessante dal mercato. Anche qui è tutto tracciato, atti e flussi finanziari. Nella mia vita non mi sono mai nascosto davanti a niente».
Il problema di Carrara è il rapporto con Di Rubba, da anni suo consulente ed entrato per un periodo in società con lui nella Agh. Una liaison che ha fatto scattare l'interesse della guardia di finanza e dei media. Poiché lo stampatore bergamasco non è propriamente un imprenditore che sta con le mani in mano, c'è un passaggio in più: con i 29 milioni ha comprato Lediberg e oggi dà lavoro a un migliaio di persone. Realizza prodotti cartacei di ogni genere, è leader nel settore agende, Smemoranda esce dalle sue rotative.
«Di Rubba mi ha sempre seguito nell'attività. Negli articoli si chiede conto di pagamenti a lui per 214.000 euro: sono due anni di lavoro, ho semplicemente onorato il contratto. Se lui aveva rapporti con la Lega, questo non può essere un problema mio. Sono stato messo in croce anche per l'acquisizione di Lediberg da un fondo del Curaçao, come se lì si nascondesse l'inghippo. Ma quel fondo è arrivato in Italia nel 2013 con procedura ufficiale, passando attraverso il tribunale. Tutto in chiaro. Dal fondo Iris Capital ho comprato un'azienda, non era mio. E per fare le cose per bene, senza correre rischi di opacità, non ho mandato i soldi dell'acquisto a Curaçao come avrei potuto ma li ho fatti depositare su un conto corrente italiano appoggiato allo studio Dentons di Milano, l'advisor legale del venditore. Capisco la diffidenza, ma dopo una vita ad alzarmi alle 5 di mattina e a pensare solo a lavorare mi ritrovo la reputazione a zero. Controllare prima di sparare a una persona non sarebbe stato difficile». Carrara lo spiega con amarezza, teme che banche e clienti scappino perché «lavorando con clienti istituzionali, insinuazioni simili ti fanno diventare improvvisamente brutto anche se sei bello. Ho una famiglia, sono sempre andato a testa alta nella mia città, Bergamo. Adesso dovrei vergognarmi anche se non ho fatto niente di illegale. Oggi se qualcuno digita il mio nome in Google sembro Totò Riina. Chi mi risarcisce dei danni d'immagine?». Quelli che stanno condizionando pesantemente l'operatività dell'azienda, con mille famiglie preoccupate per il futuro.
Marzio Carrara ha ricevuto numerosi accertamenti dalla guardia di finanza, svolti con minuziosa attenzione: nessuna contestazione. Non è indagato, non è stato convocato come persona informata dei fatti. Però è finito nel tritacarne. «Questa faccenda mi ha insegnato a non avere mai più a che fare con i partiti politici, neppure per lavoro. Impieghi mezzo secolo a costruirti una solida reputazione e ti viene demolita in un mese».
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Iniziano i lavori d'aula per abolire i decreti sicurezza di Matteo Salvini: l'esecutivo pone la fiducia alla Camera e si prepara a ripristinare l'accoglienza indiscriminata, con i relativi business oscuri. Il leader leghista: «Con tutti i problemi che ci sono, è urgente questo?»Storia di Marzio Carrara: decenni di lavoro onesto messi in dubbio per qualche articolo.Lo speciale contiene due articoli. Con alcuni settori produttivi del Paese, come la ristorazione e il turismo, in ginocchio e in piena emergenza sanitaria, il governo mostra i muscoli esclusivamente su una questione: smantellare i decreti sicurezza di Matteo Salvini. Ieri, per voce del ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D'Incà, ha posto la fiducia nell'aula della Camera sul nuovo decreto immigrazione, qualificando, di fatto, le politiche sull'accoglienza come fondamentali rispetto alla propria azione politica. Dall'approvazione del decreto immigrazione, quindi, dipenderà la tenuta del Conte bis. L'esame del provvedimento che interviene in materia di immigrazione, protezione internazionale e complementare, modificando alcuni articoli del codice penale, e che riporta l'Italia al 2018, è cominciato ieri alla Camera. Prevede la cancellazione delle multe per le Ong, nessuna confisca di navi e - soprattutto - un grande ritorno: il meccanismo della protezione umanitaria con un allargamento delle maglie della protezione speciale. Con tempi più brevi pure per la concessione della cittadinanza. E costi più alti per l'accoglienza: tornano i 35 euro a cranio, con il nuovo Sistema di accoglienza e integrazione (Sai), nel quale finiranno oltre ai titolari di protezione internazionale e ai minori stranieri non accompagnati, anche i richiedenti asilo. Una sorta di Sprar 2.0. E approderà in aula senza nemmeno aver concluso l'esame degli emendamenti (dei 1.500 presentati inizialmente, la maggior parte del Carroccio, il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia del M5s, ne aveva bocciati 400, salvo poi riammetterne 250. Alla fine ne sono rimasti in piedi 1.076, ma non sono stati discussi). Altri emendamenti sono stati già approvati, come quello presentato dal Pd riguardante i flussi, con i dem che hanno chiesto l'abolizione delle quote massime di stranieri da ammettere sul territorio nazionale per lavoro subordinato. E poi ci sono quelli presentati da Laura Boldrini, per estendere il divieto di espulsione a coloro che potrebbero essere perseguitati non solo per questioni razziali, di sesso, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali o sociali, ma anche per orientamento sessuale e identità di genere. Ma pure per bloccare le espulsioni degli immigrati anche se il provvedimento di allontanamento emesso da un giudice è già esecutivo. Nonostante uno straniero sia stato formalmente espulso e la sua domanda di ingresso in Italia già bocciata una volta, potrà ripresentare una seconda domanda per tentare di rimanere. La maggioranza giallorossa, per far passare la riforma, punta anche su un semplice trucco: sul provvedimento presentato c'è una clausola di invarianza finanziaria, che si applica quando dalla norma non discendono nuovi oneri a carico della finanza pubblica. Quindi ufficialmente non sono previste ulteriori spese rispetto ai decreti Salvini. «È ovvio che i costi lieviteranno in corso d'opera», spiega alla Verità Nicola Molteni, responsabile del dipartimento sicurezza e immigrazione della Lega, che aggiunge: «Non riusciranno a far fronte all'ondata di ingressi, che è già tre volte superiore a quella dell'anno precedente, e dovranno trovare un modo per finanziare l'accoglienza con cifre esorbitanti. Con questo decreto si alimenta solamente il business dei permessi di soggiorno, la finta accoglienza e la finta solidarietà. Basti pensare che tornano i famosi 35 euro per migrante a fronte dei 19-26 euro dei decreti Salvini. In pratica, riprende la macchina mangiasoldi della finta integrazione che torna a macinare servizi e forniture per chiunque approdi in Italia. Coop e associazioni ringraziano. Mentre altri Paesi Ue chiudono e difendono le frontiere e rafforzano le normative interne a tutela degli interessi di sicurezza nazionale, la cancellazione dei decreti Salvini rende l'Italia il campo profughi d'Europa a cielo aperto». Il centrodestra ha chiesto il rinvio dell'atto in commissione, con una richiesta, avanzata da Igor Iezzi della Lega a nome di tutta l'opposizione e ribadita anche da Ylenia Lucarelli (Fdi) e Giusy Bartolozzi (Forza Italia), motivata dall'assenza di una relazione da parte del governo, oltre che del parere della commissione Bilancio di Montecitorio. «La Camera si occupa dei decreti sicurezza, ma è urgente? Mi domando perché si parli di clandestini e sbarchi con i problemi che ci sono», ha commentato Matteo Salvini. «Noi», ha aggiunto, «ci opporremo alla cancellazione di questi decreti, riaprire i porti non è prioritario. Staremo in aula finché non ritirano gli emendamenti». Al voto di lunedì alla Camera una frangia di dissidenti grillini cercherà, invece, di mitigare uno dei capisaldi della riforma voluta da Luciana Lamorgese: lo stop al sequestro delle navi delle Ong per il salvataggio dei migranti. Un passaggio diametralmente opposto rispetto a quello sostenuto dai pentastellati quando il ministro dell'Interno era Salvini. E che potrebbe creare più di qualche imbarazzo anche al premier Giuseppe Conte.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-priorita-del-governo-e-spalancare-i-porti-2649063866.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="stampo-dei-manifesti-per-lega-e-si-ritrova-in-croce-per-i-49-milioni" data-post-id="2649063866" data-published-at="1606508222" data-use-pagination="False"> Stampò dei manifesti per Lega e si ritrova in croce per i 49 milioni «Mai avuto una tessera politica, io lavoro per chi mi paga. In 40 anni di attività ho stampato manifesti, brochure e santini per tutti i partiti, non solo per la Lega. Del resto faccio lo stampatore. Non è ancora vietato». Marzio Carrara è un imprenditore bergamasco incappato suo malgrado in un singolare sport, la pesca a strascico a caccia dei presunti fondi della Lega. Che oggi sono come la pentola in fondo all'arcobaleno, eccitano gli animi mediatici come le inchieste che accompagnavano Silvio Berlusconi negli anni d'oro. Il problema dei castelli di carte è che, quando cadono, qualcuno ci rimane sotto. Magari senza colpa, solo perché passava di lì. È il caso di Carrara, entrato da qualche settimana negli articoli dei giornali di mezza Italia che ricostruiscono i rapporti tra la Lega e i famosi commercialisti Alberto Di Rubba, Michele Scillieri, Andrea Manzoni (agli arresti domiciliari) nell'indagine su Film Commission e sui 49 milioni di rimborsi elettorali. Dipinto come il responsabile di un giro di denaro da 29 milioni in entrata e in uscita «senza una reale provenienza né i beneficiari della somma», Carrara si è svegliato una mattina nel ruolo di uomo misterioso dai contorni opachi. Ma in quei panni non si riconosce. «Ma quali opachi, è tutto chiaro. Per la Lega ho stampato prodotti elettorali per 70.000 euro relativi alla campagna per le politiche del 2018: ci sono ordini, fatture e consegne fatte attraverso corrieri a livello nazionale, tutto tracciato al centesimo. Per quanto riguarda i 29 milioni, sono frutto di un'operazione di acquisizione e vendita assolutamente trasparente. Nel 2017 con la mia società Agh ho comprato per 5 milioni il gruppo Arti Grafiche dal colosso tedesco Bertelsmann che non lo riteneva più strategico e l'ho rivenduto nel 2018 a un altro colosso del settore, il gruppo Pozzoni, per 29. Una plusvalenza importante, frutto di una valorizzazione ritenuta interessante dal mercato. Anche qui è tutto tracciato, atti e flussi finanziari. Nella mia vita non mi sono mai nascosto davanti a niente». Il problema di Carrara è il rapporto con Di Rubba, da anni suo consulente ed entrato per un periodo in società con lui nella Agh. Una liaison che ha fatto scattare l'interesse della guardia di finanza e dei media. Poiché lo stampatore bergamasco non è propriamente un imprenditore che sta con le mani in mano, c'è un passaggio in più: con i 29 milioni ha comprato Lediberg e oggi dà lavoro a un migliaio di persone. Realizza prodotti cartacei di ogni genere, è leader nel settore agende, Smemoranda esce dalle sue rotative. «Di Rubba mi ha sempre seguito nell'attività. Negli articoli si chiede conto di pagamenti a lui per 214.000 euro: sono due anni di lavoro, ho semplicemente onorato il contratto. Se lui aveva rapporti con la Lega, questo non può essere un problema mio. Sono stato messo in croce anche per l'acquisizione di Lediberg da un fondo del Curaçao, come se lì si nascondesse l'inghippo. Ma quel fondo è arrivato in Italia nel 2013 con procedura ufficiale, passando attraverso il tribunale. Tutto in chiaro. Dal fondo Iris Capital ho comprato un'azienda, non era mio. E per fare le cose per bene, senza correre rischi di opacità, non ho mandato i soldi dell'acquisto a Curaçao come avrei potuto ma li ho fatti depositare su un conto corrente italiano appoggiato allo studio Dentons di Milano, l'advisor legale del venditore. Capisco la diffidenza, ma dopo una vita ad alzarmi alle 5 di mattina e a pensare solo a lavorare mi ritrovo la reputazione a zero. Controllare prima di sparare a una persona non sarebbe stato difficile». Carrara lo spiega con amarezza, teme che banche e clienti scappino perché «lavorando con clienti istituzionali, insinuazioni simili ti fanno diventare improvvisamente brutto anche se sei bello. Ho una famiglia, sono sempre andato a testa alta nella mia città, Bergamo. Adesso dovrei vergognarmi anche se non ho fatto niente di illegale. Oggi se qualcuno digita il mio nome in Google sembro Totò Riina. Chi mi risarcisce dei danni d'immagine?». Quelli che stanno condizionando pesantemente l'operatività dell'azienda, con mille famiglie preoccupate per il futuro. Marzio Carrara ha ricevuto numerosi accertamenti dalla guardia di finanza, svolti con minuziosa attenzione: nessuna contestazione. Non è indagato, non è stato convocato come persona informata dei fatti. Però è finito nel tritacarne. «Questa faccenda mi ha insegnato a non avere mai più a che fare con i partiti politici, neppure per lavoro. Impieghi mezzo secolo a costruirti una solida reputazione e ti viene demolita in un mese».
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Una sentenza da applaudire, per le motivazioni esposte dai giudici. Intanto il giovane, però, ha lasciato la scuola e nemmeno riesce a trovare un lavoro stabile «perché appena sentono il suo nome, commercianti e titolari di azienda lo associano al ragazzo rinchiuso dopo il Tso», spiega l’avvocato Nicola Peverelli, legale di Tellenio. Una storia incredibile, purtroppo come tante altre accadute durante la pandemia quando umanità, legalità, senso civico, rispetto dell’individuo finirono calpestati nel silenzio pressoché generale.
Valerio frequentava il penultimo anno dell’istituto professionale di Fano, i professori l’avevano descritto come uno studente bravo, attento. Desiderava solo tornare in classe, dopo i lunghi periodi della didattica a distanza che era stata imposta, ma non sopportava la mascherina, leggeva che le posizioni scientifiche erano molto diverse sulla protezione offerta da uno schermo facciale.
Per questo a scuola era stato ripreso più volte, la direttrice scolastica aveva chiamato i vigili e anche i carabinieri per allontanarlo dalla classe sebbene non fosse un disturbatore. Il 4 maggio 2021, stanco di continui richiami, si lega al banco con un lucchetto a catena per bicicletta, poi accetta di liberarsi. Il giorno seguente ci riprova, allora la preside chiama polizia e 118. «Valerio non si era messo a urlare, a rompere arredi scolastici. Protestava in silenzio, non faceva nulla di pericoloso per sé e per i compagni di classe», raccontò allora alla Verità l’avvocato.
Al pronto soccorso due medici decisero di applicargli il Tso perché il giovane «rappresentava una minaccia per la salute pubblica» e il sindaco di Fano Massimo Seri (eletto con il Pd, oggi in Azione) firmò «senza informarsi sul giovane. Nemmeno andò a parlargli, eppure era uno studente di 18 anni, mica un delinquente», spiegava Peverelli.
Senza che i genitori potessero opporsi, Valerio venne mandato nel dipartimento di salute mentale dell’ospedale San Salvatore Muraglia, a Pesaro. Ci restò quattro giorni, neanche fosse uno squilibrato da rinchiudere. Gli venne tolto il cellulare e il suo letto aveva le cinghie. Il giudice tutelare convalidò il Tso e i familiari di Valerio impugnarono quella convalida. Il Tribunale di Pesaro respinse il ricorso e la Corte d’appello di Ancona confermò la decisione di primo grado.
Per fortuna è intervenuta la Corte di Cassazione a riportare un po’ di giustizia nella vicenda del giovane di Fano. Il «Tso non è una misura di difesa sociale ma a tutela della salute dell’interessato», dichiarano i giudici della suprema Corte. Questo significa che «in casi limite, possano essere adottate misure contro la volontà del soggetto, anche quando le finalità di protezione sociale sono assenti, ma deve nondimeno proteggersi il bene salute in quanto espressione anch’esso della dignità dell’essere umano. Dignità significa, tuttavia, anche il diritto di potersi difendere quando sono adottate, o meglio si discute se debbano essere adottate, misure che comprimono la libertà personale, e il diritto della persona di partecipare, debitamente informato, ai processi in cui si discute del suo interesse».
Doveva essere sentito il ragazzo, il provvedimento che impone il ricovero coattivo fu adottato applicando una norma «dichiarata costituzionalmente illegittima» senza audizione del giovane, senza la comunicazione del Tso al legale. E il giudice tutelare non aveva effettuato «alcuna indagine», dalla quale sarebbe risultato evidente come il referto psichiatrico conteneva anche «una accurata descrizione dei comportamenti tenuti a scuola […] non di per sé sintomo di patologia».
Inoltre, altri psichiatri dopo il ricovero formularono una diagnosi «diversa da quella della psichiatra che aveva convalidato la proposta» del Tso, eppure i giudici d’Appello «trascurarono di verificare» questi elementi fondamentali. La sentenza afferma anche un sacrosanto principio, ovvero che la manifestazione di idee anticonvenzionali non rappresenta un segnale patologico che può dar luogo a un Tso: «Occorre anche superare lo stereotipo in virtù del quale ogni manifestazione di “alienazione” intesa come diversità rispetto ai modelli convenzionali costituisca di per sé indice di pericolosità e di malattia mentale, da contrastare necessariamente mediante una limitazione della libertà».
Uno studente di 18 anni che non aveva problemi mentali fu trattato come un pazzo furioso mentre aveva solo «convinzioni anticonvenzionali», affermano gli Ermellini. Chi paga per questa ingiustizia, ribadita anche in appello? «Non potrò mai cancellare quello che mi è accaduto», disse alla Verità il diciottenne che lasciò gli studi.
Adesso il legale, assieme all’avvocato dei genitori di Valerio, Isabella Giampaoli, presenterà azioni risarcitorie. E si attendono almeno le scuse dell’ex sindaco, Seri, eletto alle ultime Regionali nella lista «Matteo Ricci presidente». Pensare che lo scorso ottobre ebbe la faccia tosta di dichiarare: «L’elezione è anche un riconoscimento al mio impegno basato sui contenuti e sul rispetto delle persone».
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Il fumo si alza dal porto di La Guaira dopo che a Caracas, in Venezuela, sono state udite esplosioni e aerei a bassa quota (Getty Images)
Sarebbe stata colpita anche la rete di distribuzione dell'energia elettrica, con alcuni quartieri rimasti al buio, soprattutto quelli dove sono presenti le sedi dei ministeri governativi, in primis quello della Difesa e il Parlamento. Il governo venezuelano ha affermato che anche gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira sono stati bersagliati e che gli attacchi mirerebbero a impadronirsi degli impianti petroliferi e le delle miniere. Il resto lo hanno fatto le squadre speciali dei Navy Seal (lo stesso Corpo che ha catturato Bin Laden), trasportate dai più grandi elicotteri Boeing CH-47 Chinook, che hanno agito in coordinamento con gli agenti dell'antidroga (Dea, Drug Enforcement Administration), in quella che pare un’operazione militare speciale organizzata e condotta da manuale. Tutto è accaduto in poco più di cinque ore con un unico obiettivo reale definito da Donald Trump: rovesciare il governo di Nicolàs Maduro, ma comprendendo che non avrebbe potuto, né voluto, usare la forza contro i venezuelani in genere, ma contro un sistema definito da lui stesso un narco-Stato. Per questo da mesi la Cia e la Marina avevano intercettato, distruggendole, imbarcazioni usate per il trasporto di droga che Maduro aveva invece definito semplici pescherecci (ma dai filmati, non parevano certo lenti scafi da pesca, bensì veloci unità d'altura).
Caccia a un trafficante, non a un leader
Di fatto il presidente Trump ha impostato la sua iniziativa non come un’operazione politico-militare, ma come una missione di sicurezza interna per la quale aveva dichiarato. «Ogni carico di droga causa milioni di dollari di danni agli Stati Uniti».
Dunque Nicolàs Maduro, che insieme alla moglie sarebbero stati portati fuori dal loro Paese, non era un bersaglio come Capo di Stato ma perché capo di un’organizzazione di criminali che distribuiva droga. Quindi non un leader da eliminare come Saddam Hussein fu per Bush, ma un trafficante da incriminare per cospirazione e narcotraffico nonché di trasporto illegale di armi pesanti verso gli Usa. Come hanno anche dichiarato le Autorità federali degli Stati di Washington, New York e Florida lo scorso marzo. In questo modo Trump era pienamente legittimato ad agire e per i Democratici del Congresso Usa sarà molto difficile additare diversamente l'operazione anche se il Congresso non ha deliberato alcun provvedimento di guerra. È innegabile che tycoon abbia ottenuto alcuni obiettivi in un unico colpo: ha rimosso il capo di un regime ostile, ha inferto un duro colpo al traffico di droga, ha dimostrato di poter risolvere un'altra situazione che si trascinava da decenni e contro la quale le amministrazioni democratiche avevano fatto poco. Infine, ha mostrato di colpire senza esitare come ha fatto nel 2025 in Iran, Yemen e Africa. Un messaggio per i Paesi solidali con Caracas: Colombia (il cui confine con il Venezuela è sotto il controllo delle milizie ELN (Ejército de Liberación Nacional, non del governo), la Bolivia, m anche Turchia. Quanto alla dimostrazione di forza, le possibili reazioni militari venezuelane non sarebbero state in grado di impedirla o arginarla, tanto che al momento non si ha notizia di perdite tra i soldati statunitensi. Quanto al fin troppo citato «diritto internazionale», certamente questa è una aggressione, ma soltanto nella sinistra nostrana si tende a dimenticare che in guerra (perché sono stati impiegati i militari), tale diritto cessa di essere applicato.
Un governo di militari divenuti petrolieri e rischio guerra civile
In Europa e in Italia dobbiamo essere realisti: l'arresto del leader di Caracas è un fatto violento ma per noi costituisce una notizia ottima come lo è per il futuro del Venezuela. Sempre che l'arresto del presidente coincida anche con la fine del suo governo, poiché la vicepresidente Delcy Rodríguez sarebbe ancora in carica e ha subito chiesto a Washington una dimostrazione sul fatto che l'ormai ex presidente e sua moglie Cilia Flores siano vivi. Lo ha fatto mentre sospendeva le garanzie istituzionali sui diritti civili derivanti dall'entrata del Paese in stato d'emergenza. Ricordiamo che il governo venezuelano è composto in larga parte da ex-militari divenuti ministri, gli stessi soggetti che dirigono gli impianti petroliferi e guadagnano da essi. C'è poi un lato meno probabile ma comunque possibile in questa vicenda: con questa operazione gli Usa potrebbero aver salvato il presidente da una popolazione inferocita e soprattutto dai capi dei narcotrafficanti che le accuse statunitensi vogliono complici e sostenitori del suo regime. Soltanto se Maduro fosse in futuro riconsegnato ai venezuelani per essere processato in patria, magari da un governo più democratico meno ostile a Washington, allora si potrà dire che l'operazione voluta da Trump sarà stata positiva. Se invece il leader rimosso sarà processato e detenuto negli Usa, ovvero questa volta sarà del tutto ignorato il diritto internazionale, allora ci sarà un doppio rischio: quello di una guerra civile in Venezuela e quello di una perdita di popolarità per il Tycoon proprio a ridosso delle elezioni di medio termine. Nelle ore subito successive ai fatti è già apparsa un fotografia che il 3 gennaio sembra la una copertina del 2026: Nicolàs Maduro stretto tra due agenti della Dea, apparentemente scesi da un jet executive a New York, un aeroplano in grado di fare viaggi intercontinentali ma non di decollare dalla portaerei Ford.
Dunque vicino alla capitale, oppure in uno stato amico degli Usa, c'era una base aerea sicura nella quale trasferire «l'obiettivo pregiato» dall'elicottero sul quale lo avevano messo i Navy Seal e gli agenti della Dea e consentire il trasferimento nelle prigioni Usa. Le prossime ore saranno fondamentali per capire che cosa accadrà al prezzo del barile di petrolio, se Putin era stato informato e se ci saranno sviluppi positivi per il nostro connazionale Alberto Trentini, cooperante in carcere da mesi senza un'accusa precisa.
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Tra Ilary Blasi e Francesco Totti (prossima udienza del processo per il divorzio a marzo) ci mancava solo la tipica lite tra padrone di casa e affittuario.
La showgirl vive a Roma in zona Eur-Torrino con i figli in una magione di 25 vani (972 metri quadrati di aree coperte), con due piscine, campi da calcetto e da padel. In questo momento Ilary è l’inquilina e Francesco il proprietario. Nella villa, a novembre, è crollato un controsoffitto (come si può vedere nel video esclusivo pubblicato dalla Verità) nella zona dove sono ubicate la sala cinema e la celebre stanza delle maglie da calcio di Totti. Un incidente che ha completamente reso inutilizzabili i locali che, come si vede nelle immagini, sembrano colpiti da un’esplosione. Il cedimento sarebbe stato causato da un’importante infiltrazione di umidità. L’intonaco, cadendo, ha svelato grandi macchie di muffa e disperso un odore insopportabile. L’inquilina Ilary ha chiesto al proprietario Francesco di mettere mano al portafogli per questo intervento di manutenzione straordinaria che, per legge, spetta al titolare dell’immobile. I due litiganti, sempre a novembre, avrebbero effettuato un sopralluogo con i rispettivi tecnici, senza trovare un accordo. Allora Ilary, tramite l’avvocato Marco De Santis dello studio Andrea Pietrolucci (specializzato anche in contrattualistica immobiliare), ha chiesto un intervento immediato, attivando un cosiddetto articolo 700 in Tribunale. Il codice di procedura civile spiega che cosa sia questo strumento: «Chi ha fondato motivo di temere che durante il tempo occorrente per far valere il suo diritto in via ordinaria, questo sia minacciato da un pregiudizio imminente e irreparabile, può chiedere con ricorso al giudice i provvedimenti d'urgenza, che appaiono, secondo le circostanze, più idonei ad assicurare provvisoriamente gli effetti della decisione sul merito».
In attesa della decisione del giudice Ilary avrebbe avviato, tramite i suoi legali, un accesso agli atti in Comune per verificare la regolarità urbanistica del manufatto. Infatti le stanze dovrebbero trovarsi in un’area che sarebbe accatastata come garage (C6), 150 metri quadrati che nel 2011 hanno subito una variazione nel classamento. Nello stesso anno la Bel Eur del costruttore Luca Parnasi ha venduto al Capitano la villa (all’epoca di 36 vani) in cambio di 7.911.700 euro: 2,6 sono stati versati sull’unghia, il restante tramite un mutuo acceso con Unicredit. Recentemente gli avvocati dei due litiganti (sia i civilisti Antonio Conte, Alessandro Simeone e Pompilia Rossi che i penalisti Gianluca Tognozzi e Fabio Lattanzi) hanno provato a trovare un accordo tombale, usando l’immobile come merce di scambio: la Blasi avrebbe dovuto acquistare a spese proprie un appartamento, ma avrebbe dovuto essere risarcita della spesa al momento della vendita della villa da mettere sul mercato a precise e concordate condizioni. Ma l’accordo non è stato trovato e la casa è, adesso, al centro di questa ennesima querelle.
Le immagini dei danni causati dal cedimento del controsoffitto
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