True
2022-09-08
La Polizia dell’Africa Italiana: dall’Impero all’8 settembre
True
Reparto meccanizzato della Polizia dell'Africa Italiana.
L’impero coloniale, con l’ingresso in Addis Abeba delle truppe italiane il 5 maggio 1936, era divenuto realtà. Con l’annessione nell’Africa Orientale Italiana dell’Etiopia, i territori coloniali di Roma giunsero ad una superficie complessiva di circa 4 milioni di chilometri quadrati per una popolazione di 12 milioni di abitanti. La sola presenza dei Carabinieri Reali non parve più sufficiente ad assolvere le funzioni di ordine pubblico, sicurezza e gestione del transito stradale e commerciale. Oltre a questi compiti, era necessario che un nuovo e stabile corpo di polizia (senza i turnover che caratterizzavano i Carabinieri) vigilasse una frontiera di un territorio molto instabile a causa delle continue ribellioni delle tribù nelle province. Queste furono le basi per la creazione del Corpo della Polizia Coloniale, istituita ufficialmente poco dopo la creazione del Ministero dell’Africa Italiana, già ministero delle Colonie dopo l’annessione della Libia nel 1912 e ospitato nell’attuale palazzo della Consulta. Il Regio Decreto n.2374 del 14 dicembre 1936 ne sancì la nascita con l’iniziale denominazione di «Polizia Coloniale». Dipendeva dunque da un dicastero civile, nonostante assolvesse ad obblighi di natura militare, ed era diviso in reparti di specializzazione (polizia politica, giudiziaria ed amministrativa con le funzioni di polizia portuale, stradale, confinaria). Gli ispettorati generali del Corpo, presente anche nella Libia italiana, si trovavano ad Addis Abeba e Tripoli. La scuola di addestramento reclute fu sempre a Tivoli, nei pressi della splendida Villa Adriana, mentre nei centri dislocati in Africa Orientale ed in Libia fu previsto come per gli Zaptié (gli àscari dei Carabinieri) il reclutamento di personale indigeno, tra i quali figuravano molti eritrei reduci dal servizio nelle Regie Truppe Coloniali Italiane. Nei pochi anni in cui la Polizia coloniale, che dal 1939 fu rinominata «Polizia dell’Africa Italiana - P.A.I.», operò nel Corno d’Africa e in Libia fu sempre istruita ad evitare il più possibile le tensioni etniche e religiose mediante l’uso della prevenzione piuttosto che la repressione, almeno fino a quando l’ingresso dell’Italia in guerra trasformò la Pai in un corpo ausiliario del Regio Esercito. Durante l’offensiva britannica nei primi mesi del 1941 i contingenti della Pai parteciparono alla disperata azione di difesa, fino all’ingresso degli Inglesi ad Addis Abeba. Qui i reparti italiani avevano dovuto invocare l’intervento immediato delle forze nemiche in quanto nello sfaldamento dei presidi italiani bande armate di Etiopi avevano messo a ferro e fuoco i centri abitati minacciando la stessa popolazione indigena e commettendo violenze ed assassinii. Ad Addis Abeba il futuro eroe dell’Amba Alagi Amedeo di Savoia-Aosta lasciò i comandi al generale della Pai Renzo Mambrini, a protezione di oltre quarantamila civili italiani presenti nella capitale. In questo frangente drammatico e fortemente menomata dalle diserzioni delle guardie etiopi, la Polizia dell’Africa Italiana fu in grado da sola di proteggere e di portare in salvo gli Italiani attaccati dalle bande nelle immediate vicinanze di Addis Abeba, subendo diverse perdite tra in propri uomini. Poco dopo mezzogiorno del 6 aprile 1941 il generale Mambrini ammainò la bandiera e comunicò la resa della Pai ai britannici, i quali per un breve periodo lasciarono alla Polizia dell’Africa Italiana la gestione dell’ordine pubblico nella capitale, pur privata delle armi automatiche individuali come il valido moschetto automatico Beretta MAB-38. A causa di una serie di incidenti che coinvolsero gli indigeni arruolati nella Pai e alcuni prigionieri di bande locali, gli Inglesi decisero per lo scioglimento del Corpo e l’invio dei poliziotti italiani nei campi di prigionia del Kenya. Anche lungo la litoranea libica che negli anni precedenti la guerra era stata pattugliata daile Guzzi GTW 500 della Pai, il Corpo combatté a fianco dell’esercito fino alla definitiva sconfitta in Tunisia. Da allora i reparti della Polizia dell’Africa Italiana rientrarono in Patria, utilizzati come reparti complementari di pubblica sicurezza.
Rimasto attivo il centro di reclutamento di Tivoli, proprio il Battaglione «Romolo Gessi» e il neo-costituito «Cheren»( con carri leggeri L6/40 e autoblindo AB-41 sahariane) si trovavano a Roma il giorno della proclamazione dell’armistizio l’8 settembre 1943. Mentre nei palazzi del Governo nelle mani di Badoglio si consumava la tragica reazione dei comandi italiani all’armistizio e si preparava la fuga del Re, di Badoglio stesso e del generale Roatta, i nuovi nemici germanici mettevano in pratica le direttive dell’operazione «Achse», l’occupazione del territorio italiano. In mancanza di ordini chiari sul comportamento da mantenere nei confronti dei Tedeschi, l’iniziativa fu presa dal vecchio Maresciallo d’Italia Enrico Caviglia e dal genero del Re Generale Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, che cercarono nelle ore successive di trattare con il Feldmaresciallo Albert Kesselring di stanza a Frascati (che la notte stessa verrà bombardata dagli Alleati). Durante lo stallo, gli ex alleati stringevano Roma in una morsa. A Sud, provenienti dall’aeroporto militare di Pratica di Mare, avanzavano i paracadutisti del II Fallschirmjaeger che nel cammino verso la capitale si impossessarono di alcuni depositi strategici di carburanti e munizioni che resero la resistenza di Roma ancora più difficile. Proprio a Sud della città si erano attestati i capisaldi di difesa italiani, composti da Granatieri di Sardegna, Lancieri di Montebello e con loro le guardie della Polizia dell’Africa Italiana. I combattimenti più duri si ebbero nella notte tra l’8 ed il 9 settembre 1943. A Mezzocammino, assieme ai Carabinieri e ai Granatieri, i militi della Pai parteciparono al primo scontro a fuoco con i Tedeschi nel tentativo di proteggere il deposito militare nei pressi di Castelfusano, una zona dell’Agro Romano tra Ostia e Roma. La battaglia campale, per gli uomini della Polizia dell’Africa Italiana, fu quella combattuta per il ponte della Magliana sul fiume Tevere, che collega i quartieri Portuense ed Ostiense. Alla notizia dell’armistizio, in corrispondenza del ponte si era formato il caposaldo italiano N.5, lungo la Ostiense, formato da un contingente dei Granatieri. La battaglia infuriò già poche ore dopo l’annuncio di Badoglio e durò tutta la notte, fino a che si giunse a un cessate il fuoco per iniziativa di un parroco che trattò con i Tedeschi, nelle cui mani durante la notte era caduto il passaggio sul Tevere. Poco dopo però, inaspettatamente e a causa degli ordini contraddittori che si susseguivano da ciò che rimaneva dei comandi italiani, giunsero improvvisamente i rinforzi. Dal centro di Roma avevano raggiunto il caposaldo 5 (che proteggeva il palazzo dell’Eur dove c’erano le artiglierie italiane e il Forte Ostiense) un reparto della Divisione meccanizzata «Ariete», i Lancieri di Montebello assieme ai Carabinieri e a 200 guardie della Polizia dell’Africa Italiana. La battaglia ricominciò furiosa e il militi Pai non risparmiarono un colpo. Tra i primi caduti di quella lunghissima giornata di sangue, le guardie Pai Amerigo Sterpetti, Antonio Mollica e Antonino Zanuzzi. La mattina del 9 settembre quei tre caduti giacevano insieme ad altri 35 morti a ridosso del ponte che alle prime luci dell’alba era stato riconquistato dalle forze italiane. Al loro fianco il corpo del comandante degli Allievi Carabinieri, Orlando De Tommaso, falciato da una raffica dei parà germanici al grido di «Viva l’Italia!». Il sacrificio per la tenuta del caposaldo ebbe tuttavia un tempo effimero, perché i Tedeschi rinforzati da reparti giunti sul posto, spostavano la potenza di fuoco verso il palazzo dell’Eur che fu preso in poche ore. Le artiglierie italiane in mano ai Tedeschi martellarono da quel momento il Forte Ostiense e la lotta corpo a corpo si spostò alla Montagnola di San Paolo, dove si armarono anche i civili e le guardie Pai per l’ultima disperata difesa. Tra i caduti alla Montagnola (insignito come i colleghi caduti alla Magliana della Medaglia d’Argento al Valor Militare) la guardia Pai Imolo Meran, caduto il 10 settembre quando la lotta stava per finire. Lo stesso giorno, infatti, giunse la resa di tutti i presidi italiani della capitale, siglata alle ore 16:00. I reparti Pai rimasero al momento attivi nella prima fase degli accordi, quelli di «Roma città aperta», per poi essere disarmati quando la capitale fu inclusa nella Rsi. Una sorte terribile attendeva il comandante (e fondatore) della Pai, il generale Riccardo Maraffa. Veterano della guerra d’Etiopia, fu colui che plasmò il corpo di Polizia coloniale che molte potenze straniere, non ultimi gli inglesi e gli stessi alleati germanici, ci invidiavano e che, come nel caso dei Tedeschi fu preso a modello tramite la permanenza di emissari alla scuola di Tivoli. Maraffa fu arrestato assieme all’allora capo della Polizia Carmine Senise personalmente da Herbert Kappler, che sarà il responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Entrambi furono deportati nel campo di concentramento di Dachau. Senise sopravviverà, mentre Maraffa perderà la vita per un collasso cardiaco pochi mesi dopo la caduta di Roma, l’11 dicembre 1943. Nei giorni immediatamente successivi all’occupazione tedesca di Roma, altro sangue fu versato dagli uomini della Pai quando il deposito di Cassino fu violentemente bombardato dall'aviazione alleata.
La storia della Polizia dell’Africa Italiana seguirà le sorti dell’Italia degli ultimi due anni di guerra. Una parte minoritaria delle guardie e degli ufficiali Pai si trasferì al Nord alla fondazione della Repubblica Sociale Italiana, ma il Corpo coloniale ebbe vita breve e fu presto assorbito nelle forze della Guardia Nazionale Repubblicana, mentre al Sud affiancherà per un periodo l’esercito co-belligerante prima di essere sciolto definitivamente con decreto luogotenenziale del 15 febbraio 1945, due mesi prima della fine della guerra. Dal 1946 gli ex membri della Pai furono inclusi nel Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, futura Polizia di Stato.
Continua a leggereRiduci
Il Corpo di Polizia coloniale, nato con l'Impero, partecipò alla difesa di Roma dopo l'armistizio e la fuga del Re e di Badoglio. Il suo capo, generale Maraffa, fu deportato e morì a Dachau.L’impero coloniale, con l’ingresso in Addis Abeba delle truppe italiane il 5 maggio 1936, era divenuto realtà. Con l’annessione nell’Africa Orientale Italiana dell’Etiopia, i territori coloniali di Roma giunsero ad una superficie complessiva di circa 4 milioni di chilometri quadrati per una popolazione di 12 milioni di abitanti. La sola presenza dei Carabinieri Reali non parve più sufficiente ad assolvere le funzioni di ordine pubblico, sicurezza e gestione del transito stradale e commerciale. Oltre a questi compiti, era necessario che un nuovo e stabile corpo di polizia (senza i turnover che caratterizzavano i Carabinieri) vigilasse una frontiera di un territorio molto instabile a causa delle continue ribellioni delle tribù nelle province. Queste furono le basi per la creazione del Corpo della Polizia Coloniale, istituita ufficialmente poco dopo la creazione del Ministero dell’Africa Italiana, già ministero delle Colonie dopo l’annessione della Libia nel 1912 e ospitato nell’attuale palazzo della Consulta. Il Regio Decreto n.2374 del 14 dicembre 1936 ne sancì la nascita con l’iniziale denominazione di «Polizia Coloniale». Dipendeva dunque da un dicastero civile, nonostante assolvesse ad obblighi di natura militare, ed era diviso in reparti di specializzazione (polizia politica, giudiziaria ed amministrativa con le funzioni di polizia portuale, stradale, confinaria). Gli ispettorati generali del Corpo, presente anche nella Libia italiana, si trovavano ad Addis Abeba e Tripoli. La scuola di addestramento reclute fu sempre a Tivoli, nei pressi della splendida Villa Adriana, mentre nei centri dislocati in Africa Orientale ed in Libia fu previsto come per gli Zaptié (gli àscari dei Carabinieri) il reclutamento di personale indigeno, tra i quali figuravano molti eritrei reduci dal servizio nelle Regie Truppe Coloniali Italiane. Nei pochi anni in cui la Polizia coloniale, che dal 1939 fu rinominata «Polizia dell’Africa Italiana - P.A.I.», operò nel Corno d’Africa e in Libia fu sempre istruita ad evitare il più possibile le tensioni etniche e religiose mediante l’uso della prevenzione piuttosto che la repressione, almeno fino a quando l’ingresso dell’Italia in guerra trasformò la Pai in un corpo ausiliario del Regio Esercito. Durante l’offensiva britannica nei primi mesi del 1941 i contingenti della Pai parteciparono alla disperata azione di difesa, fino all’ingresso degli Inglesi ad Addis Abeba. Qui i reparti italiani avevano dovuto invocare l’intervento immediato delle forze nemiche in quanto nello sfaldamento dei presidi italiani bande armate di Etiopi avevano messo a ferro e fuoco i centri abitati minacciando la stessa popolazione indigena e commettendo violenze ed assassinii. Ad Addis Abeba il futuro eroe dell’Amba Alagi Amedeo di Savoia-Aosta lasciò i comandi al generale della Pai Renzo Mambrini, a protezione di oltre quarantamila civili italiani presenti nella capitale. In questo frangente drammatico e fortemente menomata dalle diserzioni delle guardie etiopi, la Polizia dell’Africa Italiana fu in grado da sola di proteggere e di portare in salvo gli Italiani attaccati dalle bande nelle immediate vicinanze di Addis Abeba, subendo diverse perdite tra in propri uomini. Poco dopo mezzogiorno del 6 aprile 1941 il generale Mambrini ammainò la bandiera e comunicò la resa della Pai ai britannici, i quali per un breve periodo lasciarono alla Polizia dell’Africa Italiana la gestione dell’ordine pubblico nella capitale, pur privata delle armi automatiche individuali come il valido moschetto automatico Beretta MAB-38. A causa di una serie di incidenti che coinvolsero gli indigeni arruolati nella Pai e alcuni prigionieri di bande locali, gli Inglesi decisero per lo scioglimento del Corpo e l’invio dei poliziotti italiani nei campi di prigionia del Kenya. Anche lungo la litoranea libica che negli anni precedenti la guerra era stata pattugliata daile Guzzi GTW 500 della Pai, il Corpo combatté a fianco dell’esercito fino alla definitiva sconfitta in Tunisia. Da allora i reparti della Polizia dell’Africa Italiana rientrarono in Patria, utilizzati come reparti complementari di pubblica sicurezza. Rimasto attivo il centro di reclutamento di Tivoli, proprio il Battaglione «Romolo Gessi» e il neo-costituito «Cheren»( con carri leggeri L6/40 e autoblindo AB-41 sahariane) si trovavano a Roma il giorno della proclamazione dell’armistizio l’8 settembre 1943. Mentre nei palazzi del Governo nelle mani di Badoglio si consumava la tragica reazione dei comandi italiani all’armistizio e si preparava la fuga del Re, di Badoglio stesso e del generale Roatta, i nuovi nemici germanici mettevano in pratica le direttive dell’operazione «Achse», l’occupazione del territorio italiano. In mancanza di ordini chiari sul comportamento da mantenere nei confronti dei Tedeschi, l’iniziativa fu presa dal vecchio Maresciallo d’Italia Enrico Caviglia e dal genero del Re Generale Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, che cercarono nelle ore successive di trattare con il Feldmaresciallo Albert Kesselring di stanza a Frascati (che la notte stessa verrà bombardata dagli Alleati). Durante lo stallo, gli ex alleati stringevano Roma in una morsa. A Sud, provenienti dall’aeroporto militare di Pratica di Mare, avanzavano i paracadutisti del II Fallschirmjaeger che nel cammino verso la capitale si impossessarono di alcuni depositi strategici di carburanti e munizioni che resero la resistenza di Roma ancora più difficile. Proprio a Sud della città si erano attestati i capisaldi di difesa italiani, composti da Granatieri di Sardegna, Lancieri di Montebello e con loro le guardie della Polizia dell’Africa Italiana. I combattimenti più duri si ebbero nella notte tra l’8 ed il 9 settembre 1943. A Mezzocammino, assieme ai Carabinieri e ai Granatieri, i militi della Pai parteciparono al primo scontro a fuoco con i Tedeschi nel tentativo di proteggere il deposito militare nei pressi di Castelfusano, una zona dell’Agro Romano tra Ostia e Roma. La battaglia campale, per gli uomini della Polizia dell’Africa Italiana, fu quella combattuta per il ponte della Magliana sul fiume Tevere, che collega i quartieri Portuense ed Ostiense. Alla notizia dell’armistizio, in corrispondenza del ponte si era formato il caposaldo italiano N.5, lungo la Ostiense, formato da un contingente dei Granatieri. La battaglia infuriò già poche ore dopo l’annuncio di Badoglio e durò tutta la notte, fino a che si giunse a un cessate il fuoco per iniziativa di un parroco che trattò con i Tedeschi, nelle cui mani durante la notte era caduto il passaggio sul Tevere. Poco dopo però, inaspettatamente e a causa degli ordini contraddittori che si susseguivano da ciò che rimaneva dei comandi italiani, giunsero improvvisamente i rinforzi. Dal centro di Roma avevano raggiunto il caposaldo 5 (che proteggeva il palazzo dell’Eur dove c’erano le artiglierie italiane e il Forte Ostiense) un reparto della Divisione meccanizzata «Ariete», i Lancieri di Montebello assieme ai Carabinieri e a 200 guardie della Polizia dell’Africa Italiana. La battaglia ricominciò furiosa e il militi Pai non risparmiarono un colpo. Tra i primi caduti di quella lunghissima giornata di sangue, le guardie Pai Amerigo Sterpetti, Antonio Mollica e Antonino Zanuzzi. La mattina del 9 settembre quei tre caduti giacevano insieme ad altri 35 morti a ridosso del ponte che alle prime luci dell’alba era stato riconquistato dalle forze italiane. Al loro fianco il corpo del comandante degli Allievi Carabinieri, Orlando De Tommaso, falciato da una raffica dei parà germanici al grido di «Viva l’Italia!». Il sacrificio per la tenuta del caposaldo ebbe tuttavia un tempo effimero, perché i Tedeschi rinforzati da reparti giunti sul posto, spostavano la potenza di fuoco verso il palazzo dell’Eur che fu preso in poche ore. Le artiglierie italiane in mano ai Tedeschi martellarono da quel momento il Forte Ostiense e la lotta corpo a corpo si spostò alla Montagnola di San Paolo, dove si armarono anche i civili e le guardie Pai per l’ultima disperata difesa. Tra i caduti alla Montagnola (insignito come i colleghi caduti alla Magliana della Medaglia d’Argento al Valor Militare) la guardia Pai Imolo Meran, caduto il 10 settembre quando la lotta stava per finire. Lo stesso giorno, infatti, giunse la resa di tutti i presidi italiani della capitale, siglata alle ore 16:00. I reparti Pai rimasero al momento attivi nella prima fase degli accordi, quelli di «Roma città aperta», per poi essere disarmati quando la capitale fu inclusa nella Rsi. Una sorte terribile attendeva il comandante (e fondatore) della Pai, il generale Riccardo Maraffa. Veterano della guerra d’Etiopia, fu colui che plasmò il corpo di Polizia coloniale che molte potenze straniere, non ultimi gli inglesi e gli stessi alleati germanici, ci invidiavano e che, come nel caso dei Tedeschi fu preso a modello tramite la permanenza di emissari alla scuola di Tivoli. Maraffa fu arrestato assieme all’allora capo della Polizia Carmine Senise personalmente da Herbert Kappler, che sarà il responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Entrambi furono deportati nel campo di concentramento di Dachau. Senise sopravviverà, mentre Maraffa perderà la vita per un collasso cardiaco pochi mesi dopo la caduta di Roma, l’11 dicembre 1943. Nei giorni immediatamente successivi all’occupazione tedesca di Roma, altro sangue fu versato dagli uomini della Pai quando il deposito di Cassino fu violentemente bombardato dall'aviazione alleata. La storia della Polizia dell’Africa Italiana seguirà le sorti dell’Italia degli ultimi due anni di guerra. Una parte minoritaria delle guardie e degli ufficiali Pai si trasferì al Nord alla fondazione della Repubblica Sociale Italiana, ma il Corpo coloniale ebbe vita breve e fu presto assorbito nelle forze della Guardia Nazionale Repubblicana, mentre al Sud affiancherà per un periodo l’esercito co-belligerante prima di essere sciolto definitivamente con decreto luogotenenziale del 15 febbraio 1945, due mesi prima della fine della guerra. Dal 1946 gli ex membri della Pai furono inclusi nel Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, futura Polizia di Stato.
Getty Images
Il punto è che da anni, sistematicamente, si cerca di mettere in croce quello che Pascal Bruckner ha definito «il colpevole quasi perfetto», ovvero l’uomo bianco. Apprendiamo dai giornali inglesi che la polizia dell’Hampshire e dell’Isola di Wight - cioè quella di cui fanno parte gli agenti che hanno fermando Nowak - ha costretto il personale a seguire corsi di formazione sulla cosiddetta «diversità». Il programma obbligatorio dedicato a «uguaglianza e inclusione» è costato complessivamente 861.737 sterline in tre anni. Vi hanno partecipato 6.250 membri del corpo di polizia dell’Hampshire, che sono stati allenati a a riconoscere il razzismo, a combattere i pregiudizi (compresi quelli «inconsci») e a riconoscere i «privilegi» in base alla nota «teoria critica della razza». Questo è esattamente il problema: le idee infettive sulla colpevolezza occidentale, sul «razzismo sistemico» e il «privilegio bianco» vengono alimentate da decenni e negli ultimi anni hanno raggiunto un livello micidiale di diffusione. All’inizio erano presenti soltanto nelle università, poi ne sono strisciate fuori e hanno invaso i media, l’industria dell’intrattenimento, i social network, le strutture pubbliche. E si potrebbe pensare che queste storture siano soltanto statunitensi e anglosassoni, ma non è esattamente così. È certamente vero che in Italia il fenomeno woke non ha attecchito come altrove. Ma comunque è arrivato e si è saldato con la già nota e antica pretesa di superiorità morale e antropologica della sinistra, oltre che all’atavica ossessione per il «fascismo eterno». In più, negli ambienti accademici e a livello mediatico, anche le temibili teorie critiche della razza si manifestano da un po’ e contagiano anche il discorso progressista dominante sui social network.
Un piccolo ma efficace esempio lo offre in questi giorni la prestigiosa Fondazione Feltrinelli, tempietto della cultura progressista, tramite la newsletter Pubblico, una rivista online che ospita interventi di intellettuali anche molto noti. L’ultimo numero è dedicato proprio al razzismo e l’editoriale sul tema è affidato a Djarah Kan, scrittrice italo-ghanese, nata in Italia e cresciuta a Castel Volturno (terra nota per le tensioni feroci anche a sfondo etnico). Ebbene, la tesi dell’autrice in questione è che «siamo ancora razzisti». Lo siamo noi italiani, e lo dimostra il fatto che a Taranto è stato ucciso da un gruppo di adolescenti italiani l’operaio agricolo straniero Bakary Sako. Chiaro: in questo caso non valgono le spiegazioni sociologiche sul disagio, l’adolescenza problematica e il malessere sociale. Qui è chiaramente razzismo, perché appunto gli aggressori sono bianchi. E va bene. Il problema vero sorge quando la Kan si mette a parlare di Salim El Koudry, lo stragista di Modena. «L’aggressore è italiano ma le sue origini contano - forse - più delle sue azioni scellerate», spiega la scrittrice. «L’idea che uno “straniero” commetta crimini esiste già a monte. Ha solo bisogno di scendere a valle, tra la rabbia della gente che vede nella presenza degli stranieri la principale minaccia alla sicurezza pubblica». La responsabilità dell’omicidio di Taranto di chi è? Forse di un gruppo di giovani criminali razzisti? No, di tutta la destra, di tutti gli italiani. Quell’atto omicida deriva «da anni di dichiarazioni pubbliche in cui si è parlato liberamente di bombardare i barconi, di affondarli con il loro carico umano ancora a bordo, di disfarsi di persone ridotte allo stato di “risorse”, di sostituzione etnica e invasioni. [...] Quelle parole, in qualche modo, hanno contribuito a creare un clima. E che quel clima ha lasciato tracce ben oltre i confini del dibattito politico». A parte che a definire gli immigrati risorse non è certo stata la destra, è curioso notare come la responsabilità di un omicidio venga attribuita al contesto soltanto se serve a dimostrare la crudeltà degli italiani bianchi. Sul caso di Modena, ovviamente, il contesto non si può richiamare. Il problema è uno e uno soltanto: la pelle bianca. «Il razzismo, a oggi, è uno dei più efficaci strumenti di controllo dell’opinione pubblica», dice Kan. «Chi lo interiorizza si sente sveglio, lucido, emancipato. Non percepisce di stare obbedendo a una narrazione costruita da altri. Percepisce di stare seguendo il proprio istinto, il proprio buon senso, la propria lettura onesta di una realtà scevra da buonismi e ipocrisie. La bianchezza è il contenitore dentro cui tutto questo prende forma: l’identità che giustifica la paura, che trasforma il pregiudizio in appartenenza, che fa sentire chi odia come se stesse difendendo qualcosa, lavora dentro le viscere di chi ha sempre considerato la propria bianchezza come un fatto dato, naturale, e non politico».
Ed eccoci finalmente al nodo centrale: la bianchezza. Causa di ogni male, ricettacolo di ogni orrore. Gli stranieri che commettono omicidi, stupri e reati non contano: anzi anche loro sono vittime in qualche modo del razzismo sistemico. Si comincia così, dalla critica della bianchezza. E si finisce a lasciare morire un ragazzo bianco che sputa sangue proprio perché, in quanto bianco, è da considerarsi esponente del male assoluto.
Continua a leggereRiduci
Ingredienti – 450 gr di ciliegie denocciolate (considerate circa 6 etti), 110 grammi di farina 00, 75 gr di fecola di patate, 90 gr di burro fuso, 1 bacca di vaniglia, 1 arancia non trattata, 170 gr di zucchero semolato, 3 uova di generose dimensioni, mezza bustina di lievito per dolci, un cucchiaino di sale.
Procedimento – Per prima cosa lavate e poi dividete a metà le ciliegie una ad una privandole del nocciolo. Qui ci vuole un po’ di pazienza! Ora nella planetaria o se volete in una ciotola molto capiente sbattete a bianco le uova con lo zucchero di cui terrete da parte un paio di cucchiai. Setacciate le polveri (farina, fecola, lievito) e miscelatele. Quando le uova sono ben montate aggiungete le polveri, la bacca di vaniglia che avrete diviso per la lunghezza estraendone polpa e semi che sono quelli che danno l’aroma e vanno aggiunti all’impasto, e alla fine fate cadere sempre girando nell’impasto a filo il burro fuso. Ora in una tortiera a cerniera mettete sul fondo facendolo risalire sui bordi un disco di carta forno. Polverizzate di zucchero. Sistemate con la calotta rivolta verso il basso le ciliegie sul fondo della tortiera in modo da ricoprirlo come fosse un mosaico. Il resto delle ciliegie versatelo nell’impasto, amalgamate bene aggiungendo la buccia dell’arancia grattugiata. Ora fate cadere delicatamente l’impasto nella tortiera e passate in forno pre-riscaldato a circa 190 gradi per 40/45 minuti. Sfornate e rigirate la torna in modo che si vedano le ciliegie he avevamo messo sul fondo. Se volete il massimo della golosità servite la torta che farete intiepidire con una pallina di gelato alla vaniglia.
Come far divertire i bambini – Fate sistemare a loro le ciliegie sul fondo della tortiera, se sono grandicelli dite loro di aiutarvi a denocciolare i frutti.
Abbinamento – Per competenza geografica visto che la Puglia e l’Emilia-Romagna hanno ciliegie favolose abbiamo scelto il raro Moscato di Trani o l’Albana passita.
Continua a leggereRiduci
Il re di Spagna Felipe VI, la regina Letizia, la principessa Leonor e la principessa Sofia accolgono Papa Leone XIV al Palazzo Reale di Madrid (Ansa)
Il pontefice americano, come riportato dal giornale iberico El País, ha scandito: «Lì non c’è una guerra giusta. Il problema è che la teoria della guerra giusta proviene dai secoli passati; non contemplava nemmeno le armi e la capacità di distruzione di cui dispone l’essere umano al giorno d’oggi».
Criticato più volte nelle scorse settimane dal presidente Donald Trump e da Vance, che forse si aspettavano da lui, in quanto anch’egli cittadino americano, almeno un tacito assenso all’offensiva contro Teheran, il Santo Padre non indietreggia, né china il capo di fronte «all’imperatore», evocando lo spettro di un’antica contrapposizione tradizionale nella storia della cristianità. Appena arrivato nella capitale spagnola, accolto dal re Felipe VI, dalla regina Letizia, dal premier Pedro Sánchez e da vari ministri del governo, ha non a caso lodato la posizione ufficiale della Spagna, contraria al conflitto nel Golfo Persico: «Esprimo il mio apprezzamento alla Spagna per la fedeltà al diritto internazionale e al multilateralismo, che si traduce in un attivo impegno per la pace e la solidarietà fra i popoli». Allo stesso modo, ha anche espresso la speranza per negoziati di pace fra Russia e Ucraina e assicurato che la Chiesa cattolica monitora la situazione in Libano.
Prevost, dapprima ospite a Palazzo reale, ha avuto un colloquio privato con il sovrano nel Salón de los espejos, per poi incontrare le altre autorità e il corpo diplomatico nel Salón de columnas. La visita pontificia avviene in un contesto particolare, con un governo di sinistra che su molti temi ha visioni diverse da quelle della Chiesa, mentre il clero spagnolo ha recentemente fatto i conti con uno scandalo legato a prelati pedofili. Il tutto in una nazione, la Spagna, per secoli campione del mondo cattolico anche in fatto di espansione nelle Americhe, ma che negli ultimi 150 anni ha subito spesso spaccature politico-sociali per l’avvento di correnti anticlericali e progressiste.
Basti ricordare la guerra civile del 1936-1939, con la contrapposizione feroce tra «rossi» e «franchisti», per non parlare delle precedenti rivoluzioni. Re Felipe ha assicurato al Papa: «La fede cattolica è radicata nel nostro Paese e senza di essa la nostra storia e la nostra cultura non si comprenderebbero. I casi di abuso nella Chiesa non sono rappresentativi, né possono essere rappresentativi, della vasta comunità ecclesiale». Prevost gli ha ribattuto che la pedofilia «è una ferita ancora aperta» e che nel corso della visita «incontrerò alcune vittime dei sacerdoti pedofili». Il pontefice aveva già anticipato che fra gli scopi della sua visita in Spagna ci sono «evangelizzazione e riconciliazione», riferimento alle contrapposizioni interne al Paese. Prima di lui, bisogna risalire indietro di 15 anni, al 2011, con l’arrivo di Benedetto XVI per la Giornata mondiale della gioventù, per l’ultima visita papale. Fra gli impegni previsti, Prevost terrà un discorso al Parlamento di Madrid, primo Papa in assoluto, e inaugurerà la Torre di Gesù Cristo, la più alta della Sagrada Familia di Barcellona, il 10 giugno, nel centesimo anniversario della morte dell’architetto Antoni Gaudí che progettò il tempio.
Farà tappa anche alle Canarie, incontrando un gruppo di migranti al molo di Arguineguín, nell’isola di Gran Canaria, detto «molo della vergogna». Il premier socialista Sánchez ha auspicato che la visita «serva a continuare a costruire ponti di dialogo, comprensione e speranza». Ma non sono mancate le polemiche politiche, legate alle indagini per corruzione su molti esponenti del Partito socialista spagnolo, fra cui l’ex-premier José Zapatero. Il presidente del partito di destra Vox, Santiago Abascal, non ha usato mezze misure: «È abbastanza vergognoso dover ricevere Leone XIV con un governo che sguazza nella corruzione e mafia. Ed è grottesco come P.S. (Pedro Sánchez, ndr) tenti di ripulirsi, mentendo, e nascondendosi dietro la visita». Più cauto il commento del leader del Partito popolare, Alberto Núñez Feijóo: «Il mondo e la Spagna di oggi hanno bisogno di punti di riferimento morali e il Papa è uno di questi. La sua voce non grida nel deserto: viene ascoltata e infonde speranza». Lasciato il Palazzo reale, Leone XIV è poi sfilato con la Papamobile per Madrid, attorniato da 130.000 persone, facendo fermare il veicolo per benedire un bambino e arrivando infine al Centro di informazione e accoglienza Cedia 24 Horas, che aiuta i senzatetto. Spazio anche per una confessione sportiva. Leone XIV tiferà Usa ai Mondiali e, stuzzicato in aereo dalla cronista iberica sull’eterna contesa tra Real e Barcellona, se l’è cavata così: «Il Papa è per tutte le squadre, ma Prevost è del Real Madrid».
Continua a leggereRiduci