- Azzurri scettici sulle nuove misure contro i raduni dello sballo. Il premier: «Non si nega il dissenso». Il testo passa alle Camere.
- Con le multe e i sequestri l’Italia si allinea agli altri Paesi d’Europa. Nel Regno Unito il pugno duro è scattato nel 1994, in Francia giro di vite dal 2002.
Lo speciale comprende due articoli.
Come accade per moltissimi provvedimenti simili, il decreto del governo che contiene, tra le altre, le norme antirave sarà, probabilmente, modificato in Parlamento. E al centro del lavoro di deputati e senatori ci dovrebbe essere proprio la parte relativa al contrasto di questo tipo di eventi illegali.
Tra le ipotesi di intervento sul testo del dl approvato dall’esecutivo Meloni lunedì scorso, sono due i punti che da una parte hanno sollevato una prevedibile polemica politica con l’opposizione, ma dall’altra anche qualche eccezione nel perimetro della maggioranza, in particolare dentro Fi.
Ricapitolando, il decreto introduce una nuova fattispecie di reato, l’articolo 434 del Codice penale, laddove si vieta «l’invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica» commessa da un numero di persone «superiore a 50». Ciò consentirà di sanzionare delle condotte che avevano portato in Italia a moltiplicarsi i rave (alcuni dei quali hanno provocato vittime per l’uso di stupefacenti), proprio in virtù di un vuoto legislativo. Per quanto riguarda le pene, sono previste, a livello amministrativo, sanzioni che vanno da 1.000 a 10.000 euro, mentre sul versante penale c’è la reclusione da tre a sei anni. Ed è proprio questo il punto su cui con ogni probabilità ci sarà l’intervento delle Camere: una pena edittale superiore a cinque anni, infatti, comporta la possibilità per il magistrato di utilizzare una serie di strumenti investigativi e repressivi tra cui spiccano le intercettazioni preventive.
Questa possibilità, in genere utilizzata per reati di assoluta gravità come quelli di natura mafiosa, è stata accolta con una certa freddezza, già nel corso del Consiglio dei ministri, dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha espresso scetticismo circa l’idea di intercettare adolescenti o organizzatori di eventi musicali, per quanto illegali.
L’ipotesi potrebbe quella di portare il massimo della pena da sei a quattro anni, togliendo così dal tavolo le intercettazioni, mentre un secondo fronte di intervento potrebbe essere una riformulazione della descrizione del reato, in modo da non ingenerare confusione o equivoci sulle condotte da sanzionare. In soldoni, per escludere in modo univoco la possibilità di impedire manifestazioni di dissenso politico o sindacale. Di «criticità» ha parlato anche il vicepresidente della Camera, il forzista Giorgio Mulè: «La norma va corretta, ma non vedo che questo comporti una questione di crisi politica. In Parlamento verranno presentati emendamenti, sempre che non lo faccia il governo». Per Mulè le criticità riguardano la «pena spropositata e la genericità dell’articolo 5: su questo bisogna intervenire. È giusto perseguire ma non si possono fare le intercettazioni preventive».
A scanso di equivoci, è intervenuto lo stesso presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, con un post su Facebook: «Ho letto diverse dichiarazioni da parte di esponenti dell’opposizione», ha scritto il premier, «in merito alle misure prese in Consiglio dei ministri sui cosiddetti rave party abusivi». «Innanzitutto», ha proseguito, «vorrei dire che è una norma che rivendico e di cui vado fiera perché l’Italia – dopo anni di governi che hanno chinato la testa di fronte all’illegalità – non sarà più maglia nera in tema di sicurezza. È giusto perseguire coloro che – spesso arrivati da tutta Europa – partecipano ai rave illegali nei quali vengono occupate abusivamente aree private o pubbliche, senza rispettare nessuna norma di sicurezza e, per di più, favorendo spaccio e uso di droghe».
«Le strumentalizzazioni sul diritto a manifestare» ha proseguito il premier, «lasciano il tempo che trovano, ma vorrei rassicurare tutti i cittadini – qualora ce ne fosse bisogno – che non negheremo a nessuno di esprimere il dissenso. A negarlo in passato, semmai, sono stati proprio coloro i quali oggi attaccano i provvedimenti del nostro esecutivo, difendendo di fatto chi invade terreni ed edifici altrui. Abbiamo dimostrato che se lo Stato c’è».
Tutto ciò, nel pieno di una polemica politica che aveva già preso il via nelle ore immediatamente successive all’emanazione del decreto e aveva visto sugli scudi tutti i leader dei partiti di centrosinistra, con toni più o meno duri, accusare il governo di «norme liberticide». È per questo che gli interventi politicamente più rilevanti sono apparsi, ieri, quelli del neo-viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, e di altri esponenti della maggioranza. Per Sisto, «la norma è in un decreto legge ed è evidente che poi passa al vaglio del Parlamento». «Una norma», ha aggiunto, «per sua stessa natura soggetta poi alla modifica, con l’intervento del dibattito parlamentare». Ma anche la neo sottosegretaria all’Interno, Wanda Ferro, di FdI, ha sottolineato che «la norma potrà essere discussa in Parlamento e se ci sarà qualcosa da correggere, si farà».
Anche ieri, infine, è arrivata una difesa a spada tratta delle norme antirave dal vicepremier Matteo Salvini, per il quale «l’illegalità non viene più tollerata, Si rispettano le regole, si rispetta la legge, piaccia o non piaccia».
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