True
2024-06-28
La Meloni aspetta, pronta ad alzare la posta
Giorgia Meloni (Getty images)
Giorgia Meloni arriva a Bruxelles preceduta da una sfilza di dichiarazioni di riconciliazione da parte dei leader europei: la linea dura dell’altro ieri in Parlamento qualcosa ha prodotto, quantomeno in termini di rispetto nei confronti dell’Italia. L’arroganza della vigilia lascia spazio al realismo del momento in cui inizia la partita, ed ecco che da pericolosa estremista Giorgia diventa oggetto di corteggiamenti spietati da parte di molti leader, ai quali fanno gola i suoi voti, sia quello come premier in Consiglio europeo sia quelli del suo gruppo all’Eurocamera. Lei, che sa benissimo che l’accordo che l’ha vista esclusa è fragilissimo, fa la preziosa e pure l’offesa: nessuno ha smentito che, infuriata, non abbia risposto al telefono al primo ministro greco e negoziatore del Ppe Kyriakos Mitsotakis (conoscendo il caratterino della Meloni, è già molto che non l’abbia bloccato su whatsapp). La partita delle nomine dei vertici della nuova Commissione, del Consiglio e del Parlamento è ancora tutta da giocare, non c’è solo il nodo italiano da sciogliere, e la Meloni può permettersi di restare in attesa degli eventi, valutare attentamente le proposte che le vengono rivolte, e decidere cosa fare al tavolo del Consiglio senza avere obblighi con nessuno. I nomi sul tavolo, decisi da Popolari (Ppe), Socialisti (S&d) e Liberali (Renew), sono quelli di Ursula von der Leyen (Ppe) alla presidenza della Commissione, Antonio Costa (Pse) al Consiglio e Kaja Kallas (Renew) alto rappresentante per la Politica estera. Roberta Metsola, del Ppe, è stata indicata per un secondo mandato alla presidenza del Parlamento europeo. «Mi aspetto che questa», dice al suo arrivo al Consiglio europeo il presidente della Slovacchia, Peter Pellegrini, «sarà per la prima volta una discussione dura: ho già presentato le mie riserve su Kallas e su Costa. Nessun cambiamento nemmeno lì». Considerato il «no» secco di Viktor Orbán, che reputa «vergognoso» l’accordo del tripartito, è chiaro sin dal primo pomeriggio che la quadra da trovare è assai complicata. La Meloni potrebbe anche differenziare i suoi voti, magari dicendo sì alla von der Leyen e astenendosi su Costa e Kallas. A far tremare le vene ai polsi di Ursula arriva pure Fulvio Martusciello, capodelegazione di Forza Italia al Parlamento europeo esponente autorevolissimo del Ppe e braccio destro di Antonio Tajani: «I Socialisti», dice Martusciello, «si preparano a impallinare Ursula von der Leyen a scrutinio segreto. Quando la segreteria del Partito democratico provocatoriamente apre ai Verdi e dice no ad Ecr, parlando da un pulpito di minoranza come se fosse maggioranza, allora è chiaro che a scrutinio segreto si preparano a votarle contro. O la maggioranza si rafforza con l’entrata di Ecr (i Conservatori dei quali fa parte Fdi, ndr)», aggiunge Martusciello, «o è chiaro che i Socialisti tenteranno di far scendere von der Leyen sotto soglia». La soglia di cui parla il capodelegazione berlusconiano è quella fissata a quota 361: un voto in meno e a luglio, quando la nomina decisa dal Consiglio passerà al vaglio dell’Eurocamera, Ursula salta, e con lei tutto il pacchetto. Al momento, i tre partiti di maggioranza hanno poco meno di 400 voti, ma considerando i tanti malumori e il voto segreto siamo molto lontani dall’asticella della tranquillità. E qui spunta il «sogno» di Fi: portare sulla poltrona più importante della Commissione Antonio Tajani. Ipotesi fantasiosa, certo, ma in politica tutto è possibile. Così come, in politica, non tutti i mali vengono per nuocere: quando infatti l’ex primo ministro ed esponente del Pis, Mateusz Morawiecki, dice a Politico che il suo partito sta valutando di lasciare i Conservatori per entrare in un gruppo con Orbán la sensazione è che al danno numerico (Pis ha 20 eurodeputati) farebbe da contraltare un vantaggio politico, così come accadrebbe se anche gli spagnoli di Vox lasciassero i Conservatori. A quel punto, Ecr finirebbe per coincidere più o meno con Fratelli d’Italia, e sarebbe molto più semplice convincere gli irriducibili del «mai con la destra» che i voti dei meloniani, oltre che essere sostanzialmente indispensabili per evitare brutte sorprese, sarebbero pure quelli di una forza di centrodestra europeista, atlantista e moderata come è il partito del nostro premier. Lo dice con molta chiarezza Mark Rutte, premier olandese uscente e nuovo segretario generale della Nato, arrivando a Bruxelles: «La premier Giorgia Meloni», argomenta Rutte, «non è stata esclusa. Il fatto è che Ecr, che è il partito a cui appartiene il partito di Giorgia Meloni, non è coinvolto in queste discussioni perché non è accettabile per altri partiti e parti di altre coalizioni. Questo è un dato di fatto, è un vero peccato e dobbiamo fare in modo che anche l’Italia si senta ben rappresentata nella nuova Commissione e non solo». Insomma, la Meloni va bene, il suo gruppo no. Viene da pensare che queste dichiarazioni siano l’ennesimo tentativo di staccare Giorgia dalle destre europee. La notte delle trattative è lunga e piena di insidie: stamattina sapremo se il castello costruito dal tripartito avrà retto alle scosse. Se pure così fosse, il voto del parlamento europeo, previsto per il 18 luglio, sarebbe comunque da brividi.
Continua a leggereRiduci
I veti della vigilia cadono, ora si tratta e l’Italia lo fa da posizione di forza: il premier si farebbe persino negare al telefono al Ppe. Più che la leader di Fdi, il problema sarebbero gli alleati. Spunta un’idea fantasiosa ma non troppo: Antonio Tajani successore di Ursula von der Leyen.Giorgia Meloni arriva a Bruxelles preceduta da una sfilza di dichiarazioni di riconciliazione da parte dei leader europei: la linea dura dell’altro ieri in Parlamento qualcosa ha prodotto, quantomeno in termini di rispetto nei confronti dell’Italia. L’arroganza della vigilia lascia spazio al realismo del momento in cui inizia la partita, ed ecco che da pericolosa estremista Giorgia diventa oggetto di corteggiamenti spietati da parte di molti leader, ai quali fanno gola i suoi voti, sia quello come premier in Consiglio europeo sia quelli del suo gruppo all’Eurocamera. Lei, che sa benissimo che l’accordo che l’ha vista esclusa è fragilissimo, fa la preziosa e pure l’offesa: nessuno ha smentito che, infuriata, non abbia risposto al telefono al primo ministro greco e negoziatore del Ppe Kyriakos Mitsotakis (conoscendo il caratterino della Meloni, è già molto che non l’abbia bloccato su whatsapp). La partita delle nomine dei vertici della nuova Commissione, del Consiglio e del Parlamento è ancora tutta da giocare, non c’è solo il nodo italiano da sciogliere, e la Meloni può permettersi di restare in attesa degli eventi, valutare attentamente le proposte che le vengono rivolte, e decidere cosa fare al tavolo del Consiglio senza avere obblighi con nessuno. I nomi sul tavolo, decisi da Popolari (Ppe), Socialisti (S&d) e Liberali (Renew), sono quelli di Ursula von der Leyen (Ppe) alla presidenza della Commissione, Antonio Costa (Pse) al Consiglio e Kaja Kallas (Renew) alto rappresentante per la Politica estera. Roberta Metsola, del Ppe, è stata indicata per un secondo mandato alla presidenza del Parlamento europeo. «Mi aspetto che questa», dice al suo arrivo al Consiglio europeo il presidente della Slovacchia, Peter Pellegrini, «sarà per la prima volta una discussione dura: ho già presentato le mie riserve su Kallas e su Costa. Nessun cambiamento nemmeno lì». Considerato il «no» secco di Viktor Orbán, che reputa «vergognoso» l’accordo del tripartito, è chiaro sin dal primo pomeriggio che la quadra da trovare è assai complicata. La Meloni potrebbe anche differenziare i suoi voti, magari dicendo sì alla von der Leyen e astenendosi su Costa e Kallas. A far tremare le vene ai polsi di Ursula arriva pure Fulvio Martusciello, capodelegazione di Forza Italia al Parlamento europeo esponente autorevolissimo del Ppe e braccio destro di Antonio Tajani: «I Socialisti», dice Martusciello, «si preparano a impallinare Ursula von der Leyen a scrutinio segreto. Quando la segreteria del Partito democratico provocatoriamente apre ai Verdi e dice no ad Ecr, parlando da un pulpito di minoranza come se fosse maggioranza, allora è chiaro che a scrutinio segreto si preparano a votarle contro. O la maggioranza si rafforza con l’entrata di Ecr (i Conservatori dei quali fa parte Fdi, ndr)», aggiunge Martusciello, «o è chiaro che i Socialisti tenteranno di far scendere von der Leyen sotto soglia». La soglia di cui parla il capodelegazione berlusconiano è quella fissata a quota 361: un voto in meno e a luglio, quando la nomina decisa dal Consiglio passerà al vaglio dell’Eurocamera, Ursula salta, e con lei tutto il pacchetto. Al momento, i tre partiti di maggioranza hanno poco meno di 400 voti, ma considerando i tanti malumori e il voto segreto siamo molto lontani dall’asticella della tranquillità. E qui spunta il «sogno» di Fi: portare sulla poltrona più importante della Commissione Antonio Tajani. Ipotesi fantasiosa, certo, ma in politica tutto è possibile. Così come, in politica, non tutti i mali vengono per nuocere: quando infatti l’ex primo ministro ed esponente del Pis, Mateusz Morawiecki, dice a Politico che il suo partito sta valutando di lasciare i Conservatori per entrare in un gruppo con Orbán la sensazione è che al danno numerico (Pis ha 20 eurodeputati) farebbe da contraltare un vantaggio politico, così come accadrebbe se anche gli spagnoli di Vox lasciassero i Conservatori. A quel punto, Ecr finirebbe per coincidere più o meno con Fratelli d’Italia, e sarebbe molto più semplice convincere gli irriducibili del «mai con la destra» che i voti dei meloniani, oltre che essere sostanzialmente indispensabili per evitare brutte sorprese, sarebbero pure quelli di una forza di centrodestra europeista, atlantista e moderata come è il partito del nostro premier. Lo dice con molta chiarezza Mark Rutte, premier olandese uscente e nuovo segretario generale della Nato, arrivando a Bruxelles: «La premier Giorgia Meloni», argomenta Rutte, «non è stata esclusa. Il fatto è che Ecr, che è il partito a cui appartiene il partito di Giorgia Meloni, non è coinvolto in queste discussioni perché non è accettabile per altri partiti e parti di altre coalizioni. Questo è un dato di fatto, è un vero peccato e dobbiamo fare in modo che anche l’Italia si senta ben rappresentata nella nuova Commissione e non solo». Insomma, la Meloni va bene, il suo gruppo no. Viene da pensare che queste dichiarazioni siano l’ennesimo tentativo di staccare Giorgia dalle destre europee. La notte delle trattative è lunga e piena di insidie: stamattina sapremo se il castello costruito dal tripartito avrà retto alle scosse. Se pure così fosse, il voto del parlamento europeo, previsto per il 18 luglio, sarebbe comunque da brividi.
Philippe Donnet (Ansa)
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
Continua a leggereRiduci
«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
Continua a leggereRiduci
Il rischio da qui al 2035, dice il report, è di avere città meno illuminate, alcuni quartieri-dormitorio, popolazione anziana con difficoltà a fare la spesa e un maggior degrado del tessuto urbano. Il fenomeno è il risultato di una tempesta perfetta di fattori economici e sociali. In primo luogo, il cambiamento profondo nei modelli di acquisto: tra il 2015 e il 2025, mentre le vendite totali al dettaglio sono cresciute del 14,4%, quelle delle piccole superfici sono rimaste al palo (0,0%). Al contrario, il commercio online è quasi triplicato (+187%), passando da un valore di 31,4 miliardi nel 2019 ai 62,3 miliardi previsti per il 2025. Oggi l’e-commerce incide per l’11,3% sui consumi di beni e per il 18,4% sui servizi. Ha grande impatto sulle chiusure dei negozi la «turistificazione» dei centri storici. Gli affitti brevi e i B&B sono aumentati del 184,4%. Questo boom è particolarmente evidente nelle località del Mezzogiorno, dove i B&B sono quasi quadruplicati. Se da un lato questo alimenta l’indotto turistico, dall’altro sottrae spazi alla residenzialità e ai servizi di prossimità, modificando l’identità dei quartieri. Questa mutazione si esprime anche con una modifica del tessuto imprenditoriale: calano le imprese a titolarità italiana (-290.000) e aumentano quelle straniere (+134.000), che svolgono una funzione di «supplenza» commerciale, pur rimanendo spesso piccole e frammentate. Si nota inoltre un processo di professionalizzazione: crescono le società di capitale (passate dal 9% al 17% nel commercio al dettaglio e dal 14,2% al 30,6% nell’alloggio e ristorazione) mentre diminuiscono tutte le altre forme (ditte individuali, società di persone, cooperative, consorzi), segno che chi resta sul mercato cerca una struttura organizzativa più solida per resistere alla crisi. In molti casi la crescita degli alloggi turistici avviene a scapito delle strutture alberghiere tradizionali, mentre parte dei bar si riclassifica nella ristorazione.
Il fenomeno non colpisce l’Italia in modo uniforme. Il Nord è più sofferente, con perdite di negozi che in città come Belluno, Vercelli, Trieste e Alessandria superano il 33%. Al contrario, il Sud mostra una maggiore resilienza, sebbene fortemente dipendente dalla spinta turistica. Tra le città che hanno perso più imprese spiccano Agrigento (-37,5%) e Ancona (-35,9%).
Il bilancio sullo stato di salute delle varie categorie merceologiche è impietoso. In forte calo le edicole (-51,9%), l’abbigliamento e le calzature (-36,9%), i mobili e ferramenta (-35,9%) e i libri e giocattoli (-32,6%). In crescita invece ristorazione (+35%), rosticcerie e pasticcerie (+14,4%), farmacie e negozi di tecnologia. Il comparto alloggio e ristorazione è l’unico con segno positivo (+19.000 imprese totali).
Confcommercio azzarda una stima al 2035 che è a tinte fosche: città meno illuminate, aumento del degrado urbano, quartieri che diventano «dormitori» e crescenti difficoltà per la popolazione anziana, che perderebbe i punti di riferimento per la spesa quotidiana.
Per contrastare questo scenario, l’associazione del commercio, attraverso il progetto Cities, sottolinea l’urgenza di provvedimenti di rigenerazione urbana. Non si tratta solo di sostenere il commercio, ma di ripensare l’equilibrio tra residenti, turisti e servizi. È necessario passare da una crescita disordinata a una pianificazione che valorizzi i negozi di vicinato come presidi di sicurezza, socialità e vivibilità delle città italiane.
Continua a leggereRiduci