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2020-01-07
La Jebreal: «Hanno paura di me». Ha già vinto il festival del piagnisteo
Ansa
Rula Jebreal non vedeva l'ora di esibire le stimmate. «Qualcuno si è spaventato che venisse offerta una ribalta a italiani nuovi, a persone diverse come me che appartengono a un'Italia inclusiva, tollerante, aperta al mondo, impegnata in missioni di dialogo e di pace», ha detto ieri la giornalista, a cui Repubblica ha dedicato un'intera pagina di intervista a firma Gad Lerner. Il titolo era infuocato: «Io censurata perché rappresento l'Italia inclusiva e tollerante. E questo fa paura». In effetti, l'idea di Rula a Sanremo un po' di timore lo mette. Ma non per via della sua presunta «diversità». A spaventare sono piuttosto i risultati in termini di ascolti che la giornalista rimediò l'ultima volta che apparì in un programma di prima serata su Rai 1.
Era il 2013 e Rula presentò (assieme a Michele Cucuzza) il «docu-reality» Mission, tutto dedicato ai rifugiati e realizzato con la collaborazione di Unhcr e Intersos. Le due puntate in prima serata sulla rete ammiraglia furono un bagno di sangue: 8,16% di share la prima; 8,85% la seconda. Nemmeno il clamoroso (in un certo senso eroico, e comunque memorabile) fiasco di Vittorio Sgarbi scese così in basso.
A scagliarsi contro Mission, nel 2013, fu pure Michele Anzaldi, allora del Partito democratico. La Rai, disse, «è andata incontro a un flop clamoroso di ascolti. Ora chi paga?». È lo stesso Anzaldi che, ieri, da segretario della commissione di vigilanza (e da esponente di Italia viva), si chiedeva come la Rai potesse «censurare la presenza di Rula Jebreal». Si vede che il nostro ha la memoria corta. Anche Laura Boldrini non sembrò apprezzare troppo Mission. Ma pure lei, ieri, ha difeso Rula: «Il servizio pubblico deve valutare le competenze di una persona non piegarsi alla prepotenza di chi la insulta». Giusto. Infatti, a proposito di competenze, un flop come quello del 2013 consiglierebbe per lo meno un po' di cautela, mettiamola così.
Certo, non si può attribuire alla Jebreal il potere di affossare Sanremo, ma nemmeno quello di trasformarlo in un successo.
A Repubblica Rula ha spiegato: «Abbiamo progettato di coinvolgere Michelle Obama o in alternativa Oprah Winfrey» per parlare di diritti delle donne. Il senso è chiaro: senza di me, suggerisce la Jebreal, non ci saranno questa star.
A parte il fatto che a personaggi di tale calibro la Rai potrebbe forse arrivare anche da sola, viene da pensare che di Oprah e Michelle sia decisamente più consigliabile fare a meno. Anche solo per via degli ingaggi monstre, nell'ordine delle centinaia di migliaia di euro.
Ma a Rula importa poco. A lei interessa soprattutto passare per martire. E nel cucirsi addosso l'abito della censurata ne dice di ogni. Si definisce «italiana nuova», quando ormai è in giro da anni, e da anni ribadisce sempre le stesse posizioni, per lo più ostili alla destra. Sostiene di essere «sotto choc», e che in Rai ci sia «un brutto clima», ripete che gli attacchi nei suoi confronti sono partiti da persone vicine a Salvini. A un certo punto arriva a paragonarsi a Liliana Segre (che modestia, pensate...).
Parlando con Gad Lerner dichiara di amare Israele, eppure, scorrendo le sue affermazioni pubblicate su Twitter, verrebbe da pensare il contrario, vista la quantità di tirate pro Palestina che ha postato negli anni.
Ma il meglio arriva quando la giornalista parla dell'Italia. Lerner le chiede di rispondere all'accusa di aver denigrato il Paese descrivendolo come razzista. E lei replica: «Resto allibita. Sono grata all'Italia e dopo quel che è successo intensificherò le mie presenze qui». Capito? Resta allibita, la nostra cronista. Eppure ce lo ricordiamo bene l'editoriale della Jebreal sul britannico Guardian in cui spiegava che l'Italia era sta consegnata in mano ai fascisti. Commentando la vicenda di Luca Traini, scrisse: «L'attacco di Macerata non è affatto un'aberrazione. È il prodotto di un discorso politico mainstream razzista sempre più selvaggio, che sta trasformando una cultura calda, vibrante e aperta in uno spezzatino tossico di paura e disgusto». Il suo articolo si concludeva con la frase: «Arrivederci, my beautiful country».
Sì, arrivederci. Però ce la ritroviamo sempre qui: come ospite nei talk show, come potenziale candidata progressista all'Europarlamento e addirittura come possibile ospite di Sanremo: Rula, nessuna, centomila. L'ultima incarnazione è, appunto, quella di vittima del sovranismo imperante, anche se la Lega non governa più e anche se a decidere gli ospiti di Sanremo è la direzione artistica del Festival, a cui per contratto spetta la selezione degli invitati.
Comunque vada a finire questa grottesca vicenda, la Jebreal non farà altro che guadagnarci. Se alla fine la chiameranno a Sanremo, potrà fare il suo show. Se la lasceranno davvero a casa potrà evitare brutte figure e recitare la parte della vittima. In ogni caso, ha ottenuto un bel po' di pubblicità gratuita. È la vera vincitrice del festival del piagnisteo.
Ma quale censura leghista. Ecco la vera storia del brutto pasticcio su Rula
C'è persino la possibilità che, oggi, i vertici della televisione di Stato facciano retromarcia sulla retromarcia. Intanto, però, la posizione ufficiale dell'amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini, sull'affaire Rula Jebreal è stata affidata a un tentennante comunicato diffuso ieri pomeriggio: «In merito alla presenza di ospiti del settantesimo Festival di Sanremo», si legge nel testo, «l'amministratore delegato Fabrizio Salini ricorda che, dopo aver definito il cast fisso di conduzione, stasera sarà presentato in diretta su Rai 1 il cast dei cantanti in gara. Da domani si definiranno le altre presenze che affiancheranno Amadeus nel corso delle 5 serate e la partecipazione di altri ospiti, oltre a quelli già decisi. Le proposte della direzione artistica, già discusse con la direzione di Rai 1, saranno oggetto, come di prassi, di un confronto con l'amministratore delegato, con il solo obiettivo di realizzare un grande Festival di Sanremo».
La vicenda è nota. Rula Jebreal è stata chiamata da Amadeus, direttore artistico di Sanremo, a partecipare alla prima serata del Festival. La giornalista e il conduttore sembrano aver costruito un buon rapporto, e secondo Affari Italiani sarebbero entrambi rappresentati dall'agente Lucio Presta. Nei giorni scorsi la notizia è stata anticipata da Dagospia e si è scatenato il finimondo. In particolar modo sui social network, molti hanno dato l'idea di non gradire affatto la comparsata della giornalista di origini palestinesi (con doppia cittadinanza israeliana e italiana). Dopo le polemiche sulla Rete, è arrivato il dietrofont della Rai: la Jebreal non sarà al festival, ha fatto sapere Repubblica domenica. La faccenda è diventata immediatamente un affare di Stato. Sono intervenuti in massa gli esponenti di Italia viva, gridando alla censura: si è scomodato il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli (M5s), che evidentemente ha molto tempo libero. Tutti hanno tuonato contro la «censura».
«Rula Jebreal scrive sul New York Times, presenta Obama, pubblica libri, però non può parlare di donne al festival di Sanremo. Rai 1, cioè la Lega, non vuole», ha scritto ieri il Fatto in prima pagina. Repubblica ci è andata ancora più pesante. La decisione di silurare la Jebreal, ha scritto, «è stata presa per ragioni di opportunità dalla direttrice di Rai 1 Teresa De Santis. [...] Sarebbe stata dunque lei, la responsabile della rete ammiraglia nominata su indicazione di Salvini all'epoca del governo giallo-verde, a bocciare la proposta di partecipazione al Festival avanzata da Amadeus alla reporter quarantaseienne di origini arabe».
Insomma, la favola è la seguente: il bravo Amadeus invita Rula, ma ecco che la direzione di Rai 1, su mandato salviniano, decide di imporre la mordacchia. Peccato che, a quanto risulta, le cose siano andate un pochino diversamente. Rula Jebreal è stata effettivamente contattata, circa tre mesi fa, da Amadeus. Ma il suggerimento sembra proprio che sia partito dall'amministratore delegato Salini. Quando le polemiche sono esplose in Rete, i vertici della Rai hanno avuto timore di aver fatto il passo più lungo della gamba, e hanno provato a fare retromarcia.
La Jebreal dice di aver ricevuto una telefonata in cui le si suggeriva di rinunciare spontaneamente all'intervento, richiesta a cui la giornalista avrebbe risposto con un netto diniego. Lei stessa ammette di non aver mai incontrato la direttrice di Rai 1, Teresa De Santis. La quale, ieri, ha optato per un rispettoso silenzio. Ha scelto di non parlare con i giornali, però ha dato mandato ai suoi avvocati di querelare Repubblica, che l'ha dipinta come il capo dei censori. Se ci pensate, in effetti, la storia della mordacchia ha poco senso: l'anno scorso la Lega era al governo e la direttrice della rete ammiraglia non censurò le tirate pro migranti del Festival. Dovrebbe mettersi a battagliare ora contro Rula, tanto più con il Carroccio fuori dal governo? Andiamo...
I bene informati sugli affari Rai, infatti, assicurano che non sia stata la De Santis a spingere per l'invito a Rula. E che, di nuovo, non sia stata lei a chiedere che restasse a casa. Anzi, pare che la direttrice avesse chiesto a Salini (che nei giorni passati era in viaggio all'estero) di fissare un incontro questa mattina presto, prima del meeting con Amadeus. Oggetto dell'incontro doveva essere proprio il caso Jebreal. Insomma, nessun veto è stato posto alla partecipazione della giornalista a Sanremo. Matteo Salvini, peraltro, si è espresso con chiarezza: «Io di tutto mi occupo fuorché della vallette o dei conduttori di Sanremo, perché ho le giornate abbastanza piene», ha detto. «L'ultima delle mie preoccupazioni è dire sì o no a Tizia o a Caia. Io penso, però, che Sanremo sia il festival della canzone italiana. Se uno vuole fare i comizi, va in piazza o in Parlamento».
Una posizione ribadita da Alessandro Morelli della Lega: «Da spettatore pagante il canone», dice, «vorrei vedere musica e non politica a Sanremo. Se qualcuno a sinistra vuole fare comizi, faccia pure. Peccato solo che il Festival sia a febbraio e non prima del 26 gennaio, perché di solito i comizi progressisti portano voti alla Lega».
Pure Giampaolo Rossi, consigliere d'amministrazione Rai di Fratelli d'Italia, si limita a far notare che la Jebreal è una figura divisiva, e lancia una proposta interessante: «Vogliono parlare di violenza sulle donne? Invitino Ayaan Hirsi Ali, che da laica ha affrontato la violenza del fondamentalismo islamico». Ai sovranisti, dunque, della Jebreal importa poco. Importa molto di più a Italia Viva, e infatti Davide Faraone ha annunciato che porterà il caso in vigilanza Rai. Anche se, in verità, la commissione su questa faccenda non ha alcun potere decisionale. Che ai renziani Rula sia molto gradita non è un segreto: fu proprio Matteo Renzi (che con Presta ha ottimi rapporti) a proporre alla giornalista di candidarsi con il Pd.
In ogni caso, la faccenda non è ancora chiusa. La Jebreal, oggi, potrebbe addirittura essere richiamata all'Ariston. Dagli stessi che prima l'hanno invitata e poi hanno cambiato idea per timore di figuracce.
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Insultò l'Italia definendola un Paese razzista, e ora fa la vittima. Intervistata da Gad Lerner dichiara di essere osteggiata in quanto simbolo di inclusione. Il suo show in prima serata su Rai 1, nel 2013, fu un enorme flop.Repubblica accusa la direttrice di Rai 1 Teresa De Santis di aver posto il veto sulla giornalista. Ma a creare il caos è stato l'ad Fabrizio Salini. Ora si andrà per avvocati.Lo speciale contiene due articoli.Rula Jebreal non vedeva l'ora di esibire le stimmate. «Qualcuno si è spaventato che venisse offerta una ribalta a italiani nuovi, a persone diverse come me che appartengono a un'Italia inclusiva, tollerante, aperta al mondo, impegnata in missioni di dialogo e di pace», ha detto ieri la giornalista, a cui Repubblica ha dedicato un'intera pagina di intervista a firma Gad Lerner. Il titolo era infuocato: «Io censurata perché rappresento l'Italia inclusiva e tollerante. E questo fa paura». In effetti, l'idea di Rula a Sanremo un po' di timore lo mette. Ma non per via della sua presunta «diversità». A spaventare sono piuttosto i risultati in termini di ascolti che la giornalista rimediò l'ultima volta che apparì in un programma di prima serata su Rai 1. Era il 2013 e Rula presentò (assieme a Michele Cucuzza) il «docu-reality» Mission, tutto dedicato ai rifugiati e realizzato con la collaborazione di Unhcr e Intersos. Le due puntate in prima serata sulla rete ammiraglia furono un bagno di sangue: 8,16% di share la prima; 8,85% la seconda. Nemmeno il clamoroso (in un certo senso eroico, e comunque memorabile) fiasco di Vittorio Sgarbi scese così in basso. A scagliarsi contro Mission, nel 2013, fu pure Michele Anzaldi, allora del Partito democratico. La Rai, disse, «è andata incontro a un flop clamoroso di ascolti. Ora chi paga?». È lo stesso Anzaldi che, ieri, da segretario della commissione di vigilanza (e da esponente di Italia viva), si chiedeva come la Rai potesse «censurare la presenza di Rula Jebreal». Si vede che il nostro ha la memoria corta. Anche Laura Boldrini non sembrò apprezzare troppo Mission. Ma pure lei, ieri, ha difeso Rula: «Il servizio pubblico deve valutare le competenze di una persona non piegarsi alla prepotenza di chi la insulta». Giusto. Infatti, a proposito di competenze, un flop come quello del 2013 consiglierebbe per lo meno un po' di cautela, mettiamola così. Certo, non si può attribuire alla Jebreal il potere di affossare Sanremo, ma nemmeno quello di trasformarlo in un successo. A Repubblica Rula ha spiegato: «Abbiamo progettato di coinvolgere Michelle Obama o in alternativa Oprah Winfrey» per parlare di diritti delle donne. Il senso è chiaro: senza di me, suggerisce la Jebreal, non ci saranno questa star. A parte il fatto che a personaggi di tale calibro la Rai potrebbe forse arrivare anche da sola, viene da pensare che di Oprah e Michelle sia decisamente più consigliabile fare a meno. Anche solo per via degli ingaggi monstre, nell'ordine delle centinaia di migliaia di euro.Ma a Rula importa poco. A lei interessa soprattutto passare per martire. E nel cucirsi addosso l'abito della censurata ne dice di ogni. Si definisce «italiana nuova», quando ormai è in giro da anni, e da anni ribadisce sempre le stesse posizioni, per lo più ostili alla destra. Sostiene di essere «sotto choc», e che in Rai ci sia «un brutto clima», ripete che gli attacchi nei suoi confronti sono partiti da persone vicine a Salvini. A un certo punto arriva a paragonarsi a Liliana Segre (che modestia, pensate...).Parlando con Gad Lerner dichiara di amare Israele, eppure, scorrendo le sue affermazioni pubblicate su Twitter, verrebbe da pensare il contrario, vista la quantità di tirate pro Palestina che ha postato negli anni. Ma il meglio arriva quando la giornalista parla dell'Italia. Lerner le chiede di rispondere all'accusa di aver denigrato il Paese descrivendolo come razzista. E lei replica: «Resto allibita. Sono grata all'Italia e dopo quel che è successo intensificherò le mie presenze qui». Capito? Resta allibita, la nostra cronista. Eppure ce lo ricordiamo bene l'editoriale della Jebreal sul britannico Guardian in cui spiegava che l'Italia era sta consegnata in mano ai fascisti. Commentando la vicenda di Luca Traini, scrisse: «L'attacco di Macerata non è affatto un'aberrazione. È il prodotto di un discorso politico mainstream razzista sempre più selvaggio, che sta trasformando una cultura calda, vibrante e aperta in uno spezzatino tossico di paura e disgusto». Il suo articolo si concludeva con la frase: «Arrivederci, my beautiful country».Sì, arrivederci. Però ce la ritroviamo sempre qui: come ospite nei talk show, come potenziale candidata progressista all'Europarlamento e addirittura come possibile ospite di Sanremo: Rula, nessuna, centomila. L'ultima incarnazione è, appunto, quella di vittima del sovranismo imperante, anche se la Lega non governa più e anche se a decidere gli ospiti di Sanremo è la direzione artistica del Festival, a cui per contratto spetta la selezione degli invitati.Comunque vada a finire questa grottesca vicenda, la Jebreal non farà altro che guadagnarci. Se alla fine la chiameranno a Sanremo, potrà fare il suo show. Se la lasceranno davvero a casa potrà evitare brutte figure e recitare la parte della vittima. In ogni caso, ha ottenuto un bel po' di pubblicità gratuita. 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Intanto, però, la posizione ufficiale dell'amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini, sull'affaire Rula Jebreal è stata affidata a un tentennante comunicato diffuso ieri pomeriggio: «In merito alla presenza di ospiti del settantesimo Festival di Sanremo», si legge nel testo, «l'amministratore delegato Fabrizio Salini ricorda che, dopo aver definito il cast fisso di conduzione, stasera sarà presentato in diretta su Rai 1 il cast dei cantanti in gara. Da domani si definiranno le altre presenze che affiancheranno Amadeus nel corso delle 5 serate e la partecipazione di altri ospiti, oltre a quelli già decisi. Le proposte della direzione artistica, già discusse con la direzione di Rai 1, saranno oggetto, come di prassi, di un confronto con l'amministratore delegato, con il solo obiettivo di realizzare un grande Festival di Sanremo». La vicenda è nota. Rula Jebreal è stata chiamata da Amadeus, direttore artistico di Sanremo, a partecipare alla prima serata del Festival. La giornalista e il conduttore sembrano aver costruito un buon rapporto, e secondo Affari Italiani sarebbero entrambi rappresentati dall'agente Lucio Presta. Nei giorni scorsi la notizia è stata anticipata da Dagospia e si è scatenato il finimondo. In particolar modo sui social network, molti hanno dato l'idea di non gradire affatto la comparsata della giornalista di origini palestinesi (con doppia cittadinanza israeliana e italiana). Dopo le polemiche sulla Rete, è arrivato il dietrofont della Rai: la Jebreal non sarà al festival, ha fatto sapere Repubblica domenica. La faccenda è diventata immediatamente un affare di Stato. Sono intervenuti in massa gli esponenti di Italia viva, gridando alla censura: si è scomodato il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli (M5s), che evidentemente ha molto tempo libero. Tutti hanno tuonato contro la «censura». «Rula Jebreal scrive sul New York Times, presenta Obama, pubblica libri, però non può parlare di donne al festival di Sanremo. Rai 1, cioè la Lega, non vuole», ha scritto ieri il Fatto in prima pagina. Repubblica ci è andata ancora più pesante. La decisione di silurare la Jebreal, ha scritto, «è stata presa per ragioni di opportunità dalla direttrice di Rai 1 Teresa De Santis. [...] Sarebbe stata dunque lei, la responsabile della rete ammiraglia nominata su indicazione di Salvini all'epoca del governo giallo-verde, a bocciare la proposta di partecipazione al Festival avanzata da Amadeus alla reporter quarantaseienne di origini arabe». Insomma, la favola è la seguente: il bravo Amadeus invita Rula, ma ecco che la direzione di Rai 1, su mandato salviniano, decide di imporre la mordacchia. Peccato che, a quanto risulta, le cose siano andate un pochino diversamente. Rula Jebreal è stata effettivamente contattata, circa tre mesi fa, da Amadeus. Ma il suggerimento sembra proprio che sia partito dall'amministratore delegato Salini. Quando le polemiche sono esplose in Rete, i vertici della Rai hanno avuto timore di aver fatto il passo più lungo della gamba, e hanno provato a fare retromarcia. La Jebreal dice di aver ricevuto una telefonata in cui le si suggeriva di rinunciare spontaneamente all'intervento, richiesta a cui la giornalista avrebbe risposto con un netto diniego. Lei stessa ammette di non aver mai incontrato la direttrice di Rai 1, Teresa De Santis. La quale, ieri, ha optato per un rispettoso silenzio. Ha scelto di non parlare con i giornali, però ha dato mandato ai suoi avvocati di querelare Repubblica, che l'ha dipinta come il capo dei censori. Se ci pensate, in effetti, la storia della mordacchia ha poco senso: l'anno scorso la Lega era al governo e la direttrice della rete ammiraglia non censurò le tirate pro migranti del Festival. Dovrebbe mettersi a battagliare ora contro Rula, tanto più con il Carroccio fuori dal governo? Andiamo... I bene informati sugli affari Rai, infatti, assicurano che non sia stata la De Santis a spingere per l'invito a Rula. E che, di nuovo, non sia stata lei a chiedere che restasse a casa. Anzi, pare che la direttrice avesse chiesto a Salini (che nei giorni passati era in viaggio all'estero) di fissare un incontro questa mattina presto, prima del meeting con Amadeus. Oggetto dell'incontro doveva essere proprio il caso Jebreal. Insomma, nessun veto è stato posto alla partecipazione della giornalista a Sanremo. Matteo Salvini, peraltro, si è espresso con chiarezza: «Io di tutto mi occupo fuorché della vallette o dei conduttori di Sanremo, perché ho le giornate abbastanza piene», ha detto. «L'ultima delle mie preoccupazioni è dire sì o no a Tizia o a Caia. Io penso, però, che Sanremo sia il festival della canzone italiana. Se uno vuole fare i comizi, va in piazza o in Parlamento». Una posizione ribadita da Alessandro Morelli della Lega: «Da spettatore pagante il canone», dice, «vorrei vedere musica e non politica a Sanremo. Se qualcuno a sinistra vuole fare comizi, faccia pure. Peccato solo che il Festival sia a febbraio e non prima del 26 gennaio, perché di solito i comizi progressisti portano voti alla Lega». Pure Giampaolo Rossi, consigliere d'amministrazione Rai di Fratelli d'Italia, si limita a far notare che la Jebreal è una figura divisiva, e lancia una proposta interessante: «Vogliono parlare di violenza sulle donne? Invitino Ayaan Hirsi Ali, che da laica ha affrontato la violenza del fondamentalismo islamico». Ai sovranisti, dunque, della Jebreal importa poco. Importa molto di più a Italia Viva, e infatti Davide Faraone ha annunciato che porterà il caso in vigilanza Rai. Anche se, in verità, la commissione su questa faccenda non ha alcun potere decisionale. Che ai renziani Rula sia molto gradita non è un segreto: fu proprio Matteo Renzi (che con Presta ha ottimi rapporti) a proporre alla giornalista di candidarsi con il Pd. In ogni caso, la faccenda non è ancora chiusa. La Jebreal, oggi, potrebbe addirittura essere richiamata all'Ariston. Dagli stessi che prima l'hanno invitata e poi hanno cambiato idea per timore di figuracce.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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