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2020-01-07
La Jebreal: «Hanno paura di me». Ha già vinto il festival del piagnisteo
Ansa
Rula Jebreal non vedeva l'ora di esibire le stimmate. «Qualcuno si è spaventato che venisse offerta una ribalta a italiani nuovi, a persone diverse come me che appartengono a un'Italia inclusiva, tollerante, aperta al mondo, impegnata in missioni di dialogo e di pace», ha detto ieri la giornalista, a cui Repubblica ha dedicato un'intera pagina di intervista a firma Gad Lerner. Il titolo era infuocato: «Io censurata perché rappresento l'Italia inclusiva e tollerante. E questo fa paura». In effetti, l'idea di Rula a Sanremo un po' di timore lo mette. Ma non per via della sua presunta «diversità». A spaventare sono piuttosto i risultati in termini di ascolti che la giornalista rimediò l'ultima volta che apparì in un programma di prima serata su Rai 1.
Era il 2013 e Rula presentò (assieme a Michele Cucuzza) il «docu-reality» Mission, tutto dedicato ai rifugiati e realizzato con la collaborazione di Unhcr e Intersos. Le due puntate in prima serata sulla rete ammiraglia furono un bagno di sangue: 8,16% di share la prima; 8,85% la seconda. Nemmeno il clamoroso (in un certo senso eroico, e comunque memorabile) fiasco di Vittorio Sgarbi scese così in basso.
A scagliarsi contro Mission, nel 2013, fu pure Michele Anzaldi, allora del Partito democratico. La Rai, disse, «è andata incontro a un flop clamoroso di ascolti. Ora chi paga?». È lo stesso Anzaldi che, ieri, da segretario della commissione di vigilanza (e da esponente di Italia viva), si chiedeva come la Rai potesse «censurare la presenza di Rula Jebreal». Si vede che il nostro ha la memoria corta. Anche Laura Boldrini non sembrò apprezzare troppo Mission. Ma pure lei, ieri, ha difeso Rula: «Il servizio pubblico deve valutare le competenze di una persona non piegarsi alla prepotenza di chi la insulta». Giusto. Infatti, a proposito di competenze, un flop come quello del 2013 consiglierebbe per lo meno un po' di cautela, mettiamola così.
Certo, non si può attribuire alla Jebreal il potere di affossare Sanremo, ma nemmeno quello di trasformarlo in un successo.
A Repubblica Rula ha spiegato: «Abbiamo progettato di coinvolgere Michelle Obama o in alternativa Oprah Winfrey» per parlare di diritti delle donne. Il senso è chiaro: senza di me, suggerisce la Jebreal, non ci saranno questa star.
A parte il fatto che a personaggi di tale calibro la Rai potrebbe forse arrivare anche da sola, viene da pensare che di Oprah e Michelle sia decisamente più consigliabile fare a meno. Anche solo per via degli ingaggi monstre, nell'ordine delle centinaia di migliaia di euro.
Ma a Rula importa poco. A lei interessa soprattutto passare per martire. E nel cucirsi addosso l'abito della censurata ne dice di ogni. Si definisce «italiana nuova», quando ormai è in giro da anni, e da anni ribadisce sempre le stesse posizioni, per lo più ostili alla destra. Sostiene di essere «sotto choc», e che in Rai ci sia «un brutto clima», ripete che gli attacchi nei suoi confronti sono partiti da persone vicine a Salvini. A un certo punto arriva a paragonarsi a Liliana Segre (che modestia, pensate...).
Parlando con Gad Lerner dichiara di amare Israele, eppure, scorrendo le sue affermazioni pubblicate su Twitter, verrebbe da pensare il contrario, vista la quantità di tirate pro Palestina che ha postato negli anni.
Ma il meglio arriva quando la giornalista parla dell'Italia. Lerner le chiede di rispondere all'accusa di aver denigrato il Paese descrivendolo come razzista. E lei replica: «Resto allibita. Sono grata all'Italia e dopo quel che è successo intensificherò le mie presenze qui». Capito? Resta allibita, la nostra cronista. Eppure ce lo ricordiamo bene l'editoriale della Jebreal sul britannico Guardian in cui spiegava che l'Italia era sta consegnata in mano ai fascisti. Commentando la vicenda di Luca Traini, scrisse: «L'attacco di Macerata non è affatto un'aberrazione. È il prodotto di un discorso politico mainstream razzista sempre più selvaggio, che sta trasformando una cultura calda, vibrante e aperta in uno spezzatino tossico di paura e disgusto». Il suo articolo si concludeva con la frase: «Arrivederci, my beautiful country».
Sì, arrivederci. Però ce la ritroviamo sempre qui: come ospite nei talk show, come potenziale candidata progressista all'Europarlamento e addirittura come possibile ospite di Sanremo: Rula, nessuna, centomila. L'ultima incarnazione è, appunto, quella di vittima del sovranismo imperante, anche se la Lega non governa più e anche se a decidere gli ospiti di Sanremo è la direzione artistica del Festival, a cui per contratto spetta la selezione degli invitati.
Comunque vada a finire questa grottesca vicenda, la Jebreal non farà altro che guadagnarci. Se alla fine la chiameranno a Sanremo, potrà fare il suo show. Se la lasceranno davvero a casa potrà evitare brutte figure e recitare la parte della vittima. In ogni caso, ha ottenuto un bel po' di pubblicità gratuita. È la vera vincitrice del festival del piagnisteo.
Ma quale censura leghista. Ecco la vera storia del brutto pasticcio su Rula
C'è persino la possibilità che, oggi, i vertici della televisione di Stato facciano retromarcia sulla retromarcia. Intanto, però, la posizione ufficiale dell'amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini, sull'affaire Rula Jebreal è stata affidata a un tentennante comunicato diffuso ieri pomeriggio: «In merito alla presenza di ospiti del settantesimo Festival di Sanremo», si legge nel testo, «l'amministratore delegato Fabrizio Salini ricorda che, dopo aver definito il cast fisso di conduzione, stasera sarà presentato in diretta su Rai 1 il cast dei cantanti in gara. Da domani si definiranno le altre presenze che affiancheranno Amadeus nel corso delle 5 serate e la partecipazione di altri ospiti, oltre a quelli già decisi. Le proposte della direzione artistica, già discusse con la direzione di Rai 1, saranno oggetto, come di prassi, di un confronto con l'amministratore delegato, con il solo obiettivo di realizzare un grande Festival di Sanremo».
La vicenda è nota. Rula Jebreal è stata chiamata da Amadeus, direttore artistico di Sanremo, a partecipare alla prima serata del Festival. La giornalista e il conduttore sembrano aver costruito un buon rapporto, e secondo Affari Italiani sarebbero entrambi rappresentati dall'agente Lucio Presta. Nei giorni scorsi la notizia è stata anticipata da Dagospia e si è scatenato il finimondo. In particolar modo sui social network, molti hanno dato l'idea di non gradire affatto la comparsata della giornalista di origini palestinesi (con doppia cittadinanza israeliana e italiana). Dopo le polemiche sulla Rete, è arrivato il dietrofont della Rai: la Jebreal non sarà al festival, ha fatto sapere Repubblica domenica. La faccenda è diventata immediatamente un affare di Stato. Sono intervenuti in massa gli esponenti di Italia viva, gridando alla censura: si è scomodato il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli (M5s), che evidentemente ha molto tempo libero. Tutti hanno tuonato contro la «censura».
«Rula Jebreal scrive sul New York Times, presenta Obama, pubblica libri, però non può parlare di donne al festival di Sanremo. Rai 1, cioè la Lega, non vuole», ha scritto ieri il Fatto in prima pagina. Repubblica ci è andata ancora più pesante. La decisione di silurare la Jebreal, ha scritto, «è stata presa per ragioni di opportunità dalla direttrice di Rai 1 Teresa De Santis. [...] Sarebbe stata dunque lei, la responsabile della rete ammiraglia nominata su indicazione di Salvini all'epoca del governo giallo-verde, a bocciare la proposta di partecipazione al Festival avanzata da Amadeus alla reporter quarantaseienne di origini arabe».
Insomma, la favola è la seguente: il bravo Amadeus invita Rula, ma ecco che la direzione di Rai 1, su mandato salviniano, decide di imporre la mordacchia. Peccato che, a quanto risulta, le cose siano andate un pochino diversamente. Rula Jebreal è stata effettivamente contattata, circa tre mesi fa, da Amadeus. Ma il suggerimento sembra proprio che sia partito dall'amministratore delegato Salini. Quando le polemiche sono esplose in Rete, i vertici della Rai hanno avuto timore di aver fatto il passo più lungo della gamba, e hanno provato a fare retromarcia.
La Jebreal dice di aver ricevuto una telefonata in cui le si suggeriva di rinunciare spontaneamente all'intervento, richiesta a cui la giornalista avrebbe risposto con un netto diniego. Lei stessa ammette di non aver mai incontrato la direttrice di Rai 1, Teresa De Santis. La quale, ieri, ha optato per un rispettoso silenzio. Ha scelto di non parlare con i giornali, però ha dato mandato ai suoi avvocati di querelare Repubblica, che l'ha dipinta come il capo dei censori. Se ci pensate, in effetti, la storia della mordacchia ha poco senso: l'anno scorso la Lega era al governo e la direttrice della rete ammiraglia non censurò le tirate pro migranti del Festival. Dovrebbe mettersi a battagliare ora contro Rula, tanto più con il Carroccio fuori dal governo? Andiamo...
I bene informati sugli affari Rai, infatti, assicurano che non sia stata la De Santis a spingere per l'invito a Rula. E che, di nuovo, non sia stata lei a chiedere che restasse a casa. Anzi, pare che la direttrice avesse chiesto a Salini (che nei giorni passati era in viaggio all'estero) di fissare un incontro questa mattina presto, prima del meeting con Amadeus. Oggetto dell'incontro doveva essere proprio il caso Jebreal. Insomma, nessun veto è stato posto alla partecipazione della giornalista a Sanremo. Matteo Salvini, peraltro, si è espresso con chiarezza: «Io di tutto mi occupo fuorché della vallette o dei conduttori di Sanremo, perché ho le giornate abbastanza piene», ha detto. «L'ultima delle mie preoccupazioni è dire sì o no a Tizia o a Caia. Io penso, però, che Sanremo sia il festival della canzone italiana. Se uno vuole fare i comizi, va in piazza o in Parlamento».
Una posizione ribadita da Alessandro Morelli della Lega: «Da spettatore pagante il canone», dice, «vorrei vedere musica e non politica a Sanremo. Se qualcuno a sinistra vuole fare comizi, faccia pure. Peccato solo che il Festival sia a febbraio e non prima del 26 gennaio, perché di solito i comizi progressisti portano voti alla Lega».
Pure Giampaolo Rossi, consigliere d'amministrazione Rai di Fratelli d'Italia, si limita a far notare che la Jebreal è una figura divisiva, e lancia una proposta interessante: «Vogliono parlare di violenza sulle donne? Invitino Ayaan Hirsi Ali, che da laica ha affrontato la violenza del fondamentalismo islamico». Ai sovranisti, dunque, della Jebreal importa poco. Importa molto di più a Italia Viva, e infatti Davide Faraone ha annunciato che porterà il caso in vigilanza Rai. Anche se, in verità, la commissione su questa faccenda non ha alcun potere decisionale. Che ai renziani Rula sia molto gradita non è un segreto: fu proprio Matteo Renzi (che con Presta ha ottimi rapporti) a proporre alla giornalista di candidarsi con il Pd.
In ogni caso, la faccenda non è ancora chiusa. La Jebreal, oggi, potrebbe addirittura essere richiamata all'Ariston. Dagli stessi che prima l'hanno invitata e poi hanno cambiato idea per timore di figuracce.
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Insultò l'Italia definendola un Paese razzista, e ora fa la vittima. Intervistata da Gad Lerner dichiara di essere osteggiata in quanto simbolo di inclusione. Il suo show in prima serata su Rai 1, nel 2013, fu un enorme flop.Repubblica accusa la direttrice di Rai 1 Teresa De Santis di aver posto il veto sulla giornalista. Ma a creare il caos è stato l'ad Fabrizio Salini. Ora si andrà per avvocati.Lo speciale contiene due articoli.Rula Jebreal non vedeva l'ora di esibire le stimmate. «Qualcuno si è spaventato che venisse offerta una ribalta a italiani nuovi, a persone diverse come me che appartengono a un'Italia inclusiva, tollerante, aperta al mondo, impegnata in missioni di dialogo e di pace», ha detto ieri la giornalista, a cui Repubblica ha dedicato un'intera pagina di intervista a firma Gad Lerner. Il titolo era infuocato: «Io censurata perché rappresento l'Italia inclusiva e tollerante. E questo fa paura». In effetti, l'idea di Rula a Sanremo un po' di timore lo mette. Ma non per via della sua presunta «diversità». A spaventare sono piuttosto i risultati in termini di ascolti che la giornalista rimediò l'ultima volta che apparì in un programma di prima serata su Rai 1. Era il 2013 e Rula presentò (assieme a Michele Cucuzza) il «docu-reality» Mission, tutto dedicato ai rifugiati e realizzato con la collaborazione di Unhcr e Intersos. Le due puntate in prima serata sulla rete ammiraglia furono un bagno di sangue: 8,16% di share la prima; 8,85% la seconda. Nemmeno il clamoroso (in un certo senso eroico, e comunque memorabile) fiasco di Vittorio Sgarbi scese così in basso. A scagliarsi contro Mission, nel 2013, fu pure Michele Anzaldi, allora del Partito democratico. La Rai, disse, «è andata incontro a un flop clamoroso di ascolti. Ora chi paga?». È lo stesso Anzaldi che, ieri, da segretario della commissione di vigilanza (e da esponente di Italia viva), si chiedeva come la Rai potesse «censurare la presenza di Rula Jebreal». Si vede che il nostro ha la memoria corta. Anche Laura Boldrini non sembrò apprezzare troppo Mission. Ma pure lei, ieri, ha difeso Rula: «Il servizio pubblico deve valutare le competenze di una persona non piegarsi alla prepotenza di chi la insulta». Giusto. Infatti, a proposito di competenze, un flop come quello del 2013 consiglierebbe per lo meno un po' di cautela, mettiamola così. Certo, non si può attribuire alla Jebreal il potere di affossare Sanremo, ma nemmeno quello di trasformarlo in un successo. A Repubblica Rula ha spiegato: «Abbiamo progettato di coinvolgere Michelle Obama o in alternativa Oprah Winfrey» per parlare di diritti delle donne. Il senso è chiaro: senza di me, suggerisce la Jebreal, non ci saranno questa star. A parte il fatto che a personaggi di tale calibro la Rai potrebbe forse arrivare anche da sola, viene da pensare che di Oprah e Michelle sia decisamente più consigliabile fare a meno. Anche solo per via degli ingaggi monstre, nell'ordine delle centinaia di migliaia di euro.Ma a Rula importa poco. A lei interessa soprattutto passare per martire. E nel cucirsi addosso l'abito della censurata ne dice di ogni. Si definisce «italiana nuova», quando ormai è in giro da anni, e da anni ribadisce sempre le stesse posizioni, per lo più ostili alla destra. Sostiene di essere «sotto choc», e che in Rai ci sia «un brutto clima», ripete che gli attacchi nei suoi confronti sono partiti da persone vicine a Salvini. A un certo punto arriva a paragonarsi a Liliana Segre (che modestia, pensate...).Parlando con Gad Lerner dichiara di amare Israele, eppure, scorrendo le sue affermazioni pubblicate su Twitter, verrebbe da pensare il contrario, vista la quantità di tirate pro Palestina che ha postato negli anni. Ma il meglio arriva quando la giornalista parla dell'Italia. Lerner le chiede di rispondere all'accusa di aver denigrato il Paese descrivendolo come razzista. E lei replica: «Resto allibita. Sono grata all'Italia e dopo quel che è successo intensificherò le mie presenze qui». Capito? Resta allibita, la nostra cronista. Eppure ce lo ricordiamo bene l'editoriale della Jebreal sul britannico Guardian in cui spiegava che l'Italia era sta consegnata in mano ai fascisti. Commentando la vicenda di Luca Traini, scrisse: «L'attacco di Macerata non è affatto un'aberrazione. È il prodotto di un discorso politico mainstream razzista sempre più selvaggio, che sta trasformando una cultura calda, vibrante e aperta in uno spezzatino tossico di paura e disgusto». Il suo articolo si concludeva con la frase: «Arrivederci, my beautiful country».Sì, arrivederci. Però ce la ritroviamo sempre qui: come ospite nei talk show, come potenziale candidata progressista all'Europarlamento e addirittura come possibile ospite di Sanremo: Rula, nessuna, centomila. L'ultima incarnazione è, appunto, quella di vittima del sovranismo imperante, anche se la Lega non governa più e anche se a decidere gli ospiti di Sanremo è la direzione artistica del Festival, a cui per contratto spetta la selezione degli invitati.Comunque vada a finire questa grottesca vicenda, la Jebreal non farà altro che guadagnarci. Se alla fine la chiameranno a Sanremo, potrà fare il suo show. Se la lasceranno davvero a casa potrà evitare brutte figure e recitare la parte della vittima. In ogni caso, ha ottenuto un bel po' di pubblicità gratuita. 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Intanto, però, la posizione ufficiale dell'amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini, sull'affaire Rula Jebreal è stata affidata a un tentennante comunicato diffuso ieri pomeriggio: «In merito alla presenza di ospiti del settantesimo Festival di Sanremo», si legge nel testo, «l'amministratore delegato Fabrizio Salini ricorda che, dopo aver definito il cast fisso di conduzione, stasera sarà presentato in diretta su Rai 1 il cast dei cantanti in gara. Da domani si definiranno le altre presenze che affiancheranno Amadeus nel corso delle 5 serate e la partecipazione di altri ospiti, oltre a quelli già decisi. Le proposte della direzione artistica, già discusse con la direzione di Rai 1, saranno oggetto, come di prassi, di un confronto con l'amministratore delegato, con il solo obiettivo di realizzare un grande Festival di Sanremo». La vicenda è nota. Rula Jebreal è stata chiamata da Amadeus, direttore artistico di Sanremo, a partecipare alla prima serata del Festival. La giornalista e il conduttore sembrano aver costruito un buon rapporto, e secondo Affari Italiani sarebbero entrambi rappresentati dall'agente Lucio Presta. Nei giorni scorsi la notizia è stata anticipata da Dagospia e si è scatenato il finimondo. In particolar modo sui social network, molti hanno dato l'idea di non gradire affatto la comparsata della giornalista di origini palestinesi (con doppia cittadinanza israeliana e italiana). Dopo le polemiche sulla Rete, è arrivato il dietrofont della Rai: la Jebreal non sarà al festival, ha fatto sapere Repubblica domenica. La faccenda è diventata immediatamente un affare di Stato. Sono intervenuti in massa gli esponenti di Italia viva, gridando alla censura: si è scomodato il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli (M5s), che evidentemente ha molto tempo libero. Tutti hanno tuonato contro la «censura». «Rula Jebreal scrive sul New York Times, presenta Obama, pubblica libri, però non può parlare di donne al festival di Sanremo. Rai 1, cioè la Lega, non vuole», ha scritto ieri il Fatto in prima pagina. Repubblica ci è andata ancora più pesante. La decisione di silurare la Jebreal, ha scritto, «è stata presa per ragioni di opportunità dalla direttrice di Rai 1 Teresa De Santis. [...] Sarebbe stata dunque lei, la responsabile della rete ammiraglia nominata su indicazione di Salvini all'epoca del governo giallo-verde, a bocciare la proposta di partecipazione al Festival avanzata da Amadeus alla reporter quarantaseienne di origini arabe». Insomma, la favola è la seguente: il bravo Amadeus invita Rula, ma ecco che la direzione di Rai 1, su mandato salviniano, decide di imporre la mordacchia. Peccato che, a quanto risulta, le cose siano andate un pochino diversamente. Rula Jebreal è stata effettivamente contattata, circa tre mesi fa, da Amadeus. Ma il suggerimento sembra proprio che sia partito dall'amministratore delegato Salini. Quando le polemiche sono esplose in Rete, i vertici della Rai hanno avuto timore di aver fatto il passo più lungo della gamba, e hanno provato a fare retromarcia. La Jebreal dice di aver ricevuto una telefonata in cui le si suggeriva di rinunciare spontaneamente all'intervento, richiesta a cui la giornalista avrebbe risposto con un netto diniego. Lei stessa ammette di non aver mai incontrato la direttrice di Rai 1, Teresa De Santis. La quale, ieri, ha optato per un rispettoso silenzio. Ha scelto di non parlare con i giornali, però ha dato mandato ai suoi avvocati di querelare Repubblica, che l'ha dipinta come il capo dei censori. Se ci pensate, in effetti, la storia della mordacchia ha poco senso: l'anno scorso la Lega era al governo e la direttrice della rete ammiraglia non censurò le tirate pro migranti del Festival. Dovrebbe mettersi a battagliare ora contro Rula, tanto più con il Carroccio fuori dal governo? Andiamo... I bene informati sugli affari Rai, infatti, assicurano che non sia stata la De Santis a spingere per l'invito a Rula. E che, di nuovo, non sia stata lei a chiedere che restasse a casa. Anzi, pare che la direttrice avesse chiesto a Salini (che nei giorni passati era in viaggio all'estero) di fissare un incontro questa mattina presto, prima del meeting con Amadeus. Oggetto dell'incontro doveva essere proprio il caso Jebreal. Insomma, nessun veto è stato posto alla partecipazione della giornalista a Sanremo. Matteo Salvini, peraltro, si è espresso con chiarezza: «Io di tutto mi occupo fuorché della vallette o dei conduttori di Sanremo, perché ho le giornate abbastanza piene», ha detto. «L'ultima delle mie preoccupazioni è dire sì o no a Tizia o a Caia. Io penso, però, che Sanremo sia il festival della canzone italiana. Se uno vuole fare i comizi, va in piazza o in Parlamento». Una posizione ribadita da Alessandro Morelli della Lega: «Da spettatore pagante il canone», dice, «vorrei vedere musica e non politica a Sanremo. Se qualcuno a sinistra vuole fare comizi, faccia pure. Peccato solo che il Festival sia a febbraio e non prima del 26 gennaio, perché di solito i comizi progressisti portano voti alla Lega». Pure Giampaolo Rossi, consigliere d'amministrazione Rai di Fratelli d'Italia, si limita a far notare che la Jebreal è una figura divisiva, e lancia una proposta interessante: «Vogliono parlare di violenza sulle donne? Invitino Ayaan Hirsi Ali, che da laica ha affrontato la violenza del fondamentalismo islamico». Ai sovranisti, dunque, della Jebreal importa poco. Importa molto di più a Italia Viva, e infatti Davide Faraone ha annunciato che porterà il caso in vigilanza Rai. Anche se, in verità, la commissione su questa faccenda non ha alcun potere decisionale. Che ai renziani Rula sia molto gradita non è un segreto: fu proprio Matteo Renzi (che con Presta ha ottimi rapporti) a proporre alla giornalista di candidarsi con il Pd. In ogni caso, la faccenda non è ancora chiusa. La Jebreal, oggi, potrebbe addirittura essere richiamata all'Ariston. Dagli stessi che prima l'hanno invitata e poi hanno cambiato idea per timore di figuracce.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 marzo con Carlo Cambi
L’aumento delle bollette energetiche legato alle tensioni in Medio Oriente preoccupa le famiglie italiane. Secondo Eumetra, il 68% ridurrebbe altre spese, dal tempo libero all’abbigliamento, e quasi un quarto potrebbe rinviare visite mediche o controlli dentistici.
Le tensioni in Medio Oriente e il rischio di nuovi rincari dell’energia tornano a pesare sulle preoccupazioni delle famiglie italiane. Se le bollette di luce e gas dovessero aumentare tra il 10 e il 20 per cento, due famiglie su tre sarebbero costrette a ridurre altre spese. È quanto emerge da una ricerca realizzata da Eumetra subito dopo l’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele, che prova a misurare gli effetti delle tensioni geopolitiche sui bilanci domestici.
Secondo l’indagine, solo una minoranza degli italiani ritiene di poter assorbire senza particolari difficoltà un aumento delle bollette energetiche. Il 12 per cento lo considera sostenibile, mentre il 39 per cento parla di una situazione gestibile ma a prezzo di sacrifici. Più critica la posizione di chi teme un impatto pesante: il 31 per cento giudica l’aumento difficile da sostenere e un ulteriore 18 per cento lo definisce addirittura molto critico. Le difficoltà risultano più marcate tra le donne e nelle regioni del Sud e delle Isole. La quota di chi definisce la situazione “molto critica” è invece più elevata nel Centro Italia.
L’effetto immediato sarebbe un taglio ai consumi. Il 68 per cento degli intervistati afferma infatti che dovrebbe ridurre altre spese per compensare l’aumento dei costi energetici, mentre il 32 per cento ritiene che i propri comportamenti di consumo resterebbero invariati. Anche in questo caso emergono differenze di genere: tra gli uomini il 63 per cento prevede di comprimere altre spese, percentuale che sale al 72 per cento tra le donne. I tagli riguarderebbero soprattutto il tempo libero e le uscite, indicati dal 71 per cento di chi prevede di ridurre i consumi. Seguono la riduzione dell’energia domestica (64 per cento) e le spese per abbigliamento e accessori (62 per cento). Quasi la metà degli intervistati, il 49 per cento, limiterebbe invece spostamenti e trasporti non strettamente necessari.
Non mancano però segnali più preoccupanti. Il 26 per cento dichiara che ridurrebbe anche la spesa alimentare e il 24 per cento afferma che potrebbe rinviare visite mediche, controlli o cure dentistiche. Una scelta che riguarderebbe in particolare le donne. Le strategie cambiano anche in base all’età e al territorio. Gli over 55 indicano più spesso la riduzione dei consumi energetici domestici, scelta citata dal 71 per cento e che nel Nord Est arriva all’81 per cento. Nella stessa fascia d’età è più diffusa anche l’intenzione di tagliare le spese per abbigliamento e accessori, indicata dal 73 per cento. Tra i 35 e i 54 anni emerge invece con maggiore frequenza la volontà di limitare spostamenti e trasporti non indispensabili.
Il tema dei rincari energetici si riflette anche sul dibattito sulle politiche energetiche. Il 41 per cento degli italiani ritiene che il Paese debba accelerare sullo sviluppo delle energie rinnovabili, opzione che raccoglie il maggior consenso. Il 27 per cento punta invece su nuovi accordi per l’importazione di energia, mentre il 24 per cento considera prioritario sviluppare il nucleare, una soluzione che trova maggiore sostegno tra i giovani tra i 18 e i 34 anni. Solo l’8 per cento ritiene che non sia necessario cambiare l’attuale strategia energetica.
Secondo Matteo Lucchi, amministratore delegato di Eumetra, le tensioni internazionali confermano quanto l’energia sia diventata un fattore centrale per la stabilità economica e sociale. Anche aumenti relativamente contenuti delle bollette, osserva, possono produrre effetti a catena sui consumi delle famiglie, con conseguenze che finiscono per coinvolgere l’intero sistema economico.
Nel complesso, conclude la ricerca, il rischio di bollette più alte non riguarda soltanto il settore energetico ma potrebbe tradursi in una contrazione diffusa dei consumi, influenzando le scelte quotidiane delle famiglie e alimentando allo stesso tempo una crescente domanda di cambiamento nelle politiche energetiche del Paese.
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Ansa
Secondo alcune fonti il motivo del ritardo risiede nel fatto che le accise mobili da sole non basterebbero per temperare l’emergenza prezzi. Si starebbe quindi lavorando ad un pacchetto più ampio che potrebbe entrare nel dl bollette. Resta il tema delle coperture, difficile reperirle nella situazione attuale, problema a cui il Mef sta lavorando in queste ore.
Ma la lentezza di intervento è un’epidemia europea. Uno dei pochi casi in cui sembrano tutti allineati. Anche in Francia il dibattito sul caro-carburante domina la scena ma il governo guidato da Sébastien Lecornu punta a rafforzare i controlli (così come annunciato dall’esecutivo Meloni) chiudendo all’ipotesi di un taglio delle accise per mancanza di risorse. «Bisogna aspettare» ha detto su Tf1 il ministro del Commercio escludendo ad ogni modo un taglio delle tasse su benzina e gasolio. L’opinione più diffusa è che si tratti di una bolla speculativa. Il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, in conferenza stampa a Strasburgo ha detto: «Abbiamo imparato delle lezioni dal 2022. Non siamo in una situazione neanche lontanamente così grave come nel 2022, ma abbiamo comunque tratto degli insegnamenti da quell’esperienza. Se ciò accadrà, ci dovranno essere misure temporanee e mirate. Quindi non stiamo parlando di cambiare in modo fondamentale la struttura della determinazione dei prezzi, per esempio il prezzo del carbonio (Ets) o altri meccanismi». La vicepresidente della Commissione europea, la socialista spagnola Teresa Ribera, ha aggiunto: «Il design del mercato dell'energia elettrica è stato rivisto nel 2023 e fornisce una serie di strumenti che non sono pienamente sfruttati. Sappiamo che c’è chi ritiene che potremmo aver bisogno di un disaccoppiamento dei prezzi dell’energia sul mercato ma forse il disaccoppiamento non aiuterebbe a ottenere prezzi più bassi».
La Commissione europea ha inviato una comunicazione in cui raccomanda agli Stati di permettere il cambio di fornitori di elettricità più rapidamente (entro un giorno), oneri più bassi sulle bollette e più trasparenza sulle informazioni relative a contratti e fatture.
Il punto di partenza è che tasse e oneri sull’elettricità rappresentano in media il 25% del prezzo per le famiglie e per questo Bruxelles dice di voler sostenere gli Stati membri anche se, nel contesto delle regole di bilancio che permettono una flessibilità decisamente limitata.
Al termine del Consiglio dei ministri il premier, Giorgia Meloni, ha preso parte a una videocall convocata da Italia, Germania e Belgio tra leader per fare il punto su semplificazione ed energia nel quadro della crisi dei prezzi causata dal conflitto in Iran e nel Golfo. Meloni «si è in particolare soffermata sulla necessità di una sospensione temporanea del meccanismo di tassazione del carbonio (ETS) sulla produzione di energia, in attesa di una rapida e più ampia revisione del meccanismo per affrontare anche i temi delle quote gratuite, della volatilità delle tariffe ETS nonché dell’interazione del meccanismo ETS con le regole del mercato elettrico europeo. Attenzione è stata anche riservata al completamento del Mercato unico e alla semplificazione regolatoria europea».
Il cdm è durato circa un’ora e tra le misure c’è stata la «ratifica ed esecuzione dell’accordo di partenariato tra la Costa d'Avorio e la Comunità europea uno schema di ddl di «ratifica ed esecuzione dell’accordo in materia di coproduzione cinematografica con la Cina». E ancora, l’attuazione della direttiva su prevenzione e la repressione della tratta di esseri umani. Infine si è discusso dei meccanismi che gli Stati membri devono istituire per prevenire l’uso del sistema finanziario a fini di riciclaggio o finanziamento del terrorismo.
Accolta la proposta del ministro della protezione civile Nello Musumeci sullo stato di emergenza in Calabria per un anno stanziando 15 milioni di euro per «i primi interventi urgenti di soccorso e assistenza alla popolazione e al ripristino della funzionalità dei servizi pubblici e delle infrastrutture». Infine, il decreto Infrastrutture dovrà tornare in cdm dopo le correzioni della Ragioneria Generale. Lo si apprende da fonti di governo. Il dl aveva avuto il via libera dal Consiglio dei ministri lo scorso 5 febbraio e quindi «ha definito ulteriormente l’iter approvativo del Ponte sullo Stretto in conformità ai rilievi della Corte dei conti».
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