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2020-01-07
La Jebreal: «Hanno paura di me». Ha già vinto il festival del piagnisteo
Ansa
Rula Jebreal non vedeva l'ora di esibire le stimmate. «Qualcuno si è spaventato che venisse offerta una ribalta a italiani nuovi, a persone diverse come me che appartengono a un'Italia inclusiva, tollerante, aperta al mondo, impegnata in missioni di dialogo e di pace», ha detto ieri la giornalista, a cui Repubblica ha dedicato un'intera pagina di intervista a firma Gad Lerner. Il titolo era infuocato: «Io censurata perché rappresento l'Italia inclusiva e tollerante. E questo fa paura». In effetti, l'idea di Rula a Sanremo un po' di timore lo mette. Ma non per via della sua presunta «diversità». A spaventare sono piuttosto i risultati in termini di ascolti che la giornalista rimediò l'ultima volta che apparì in un programma di prima serata su Rai 1.
Era il 2013 e Rula presentò (assieme a Michele Cucuzza) il «docu-reality» Mission, tutto dedicato ai rifugiati e realizzato con la collaborazione di Unhcr e Intersos. Le due puntate in prima serata sulla rete ammiraglia furono un bagno di sangue: 8,16% di share la prima; 8,85% la seconda. Nemmeno il clamoroso (in un certo senso eroico, e comunque memorabile) fiasco di Vittorio Sgarbi scese così in basso.
A scagliarsi contro Mission, nel 2013, fu pure Michele Anzaldi, allora del Partito democratico. La Rai, disse, «è andata incontro a un flop clamoroso di ascolti. Ora chi paga?». È lo stesso Anzaldi che, ieri, da segretario della commissione di vigilanza (e da esponente di Italia viva), si chiedeva come la Rai potesse «censurare la presenza di Rula Jebreal». Si vede che il nostro ha la memoria corta. Anche Laura Boldrini non sembrò apprezzare troppo Mission. Ma pure lei, ieri, ha difeso Rula: «Il servizio pubblico deve valutare le competenze di una persona non piegarsi alla prepotenza di chi la insulta». Giusto. Infatti, a proposito di competenze, un flop come quello del 2013 consiglierebbe per lo meno un po' di cautela, mettiamola così.
Certo, non si può attribuire alla Jebreal il potere di affossare Sanremo, ma nemmeno quello di trasformarlo in un successo.
A Repubblica Rula ha spiegato: «Abbiamo progettato di coinvolgere Michelle Obama o in alternativa Oprah Winfrey» per parlare di diritti delle donne. Il senso è chiaro: senza di me, suggerisce la Jebreal, non ci saranno questa star.
A parte il fatto che a personaggi di tale calibro la Rai potrebbe forse arrivare anche da sola, viene da pensare che di Oprah e Michelle sia decisamente più consigliabile fare a meno. Anche solo per via degli ingaggi monstre, nell'ordine delle centinaia di migliaia di euro.
Ma a Rula importa poco. A lei interessa soprattutto passare per martire. E nel cucirsi addosso l'abito della censurata ne dice di ogni. Si definisce «italiana nuova», quando ormai è in giro da anni, e da anni ribadisce sempre le stesse posizioni, per lo più ostili alla destra. Sostiene di essere «sotto choc», e che in Rai ci sia «un brutto clima», ripete che gli attacchi nei suoi confronti sono partiti da persone vicine a Salvini. A un certo punto arriva a paragonarsi a Liliana Segre (che modestia, pensate...).
Parlando con Gad Lerner dichiara di amare Israele, eppure, scorrendo le sue affermazioni pubblicate su Twitter, verrebbe da pensare il contrario, vista la quantità di tirate pro Palestina che ha postato negli anni.
Ma il meglio arriva quando la giornalista parla dell'Italia. Lerner le chiede di rispondere all'accusa di aver denigrato il Paese descrivendolo come razzista. E lei replica: «Resto allibita. Sono grata all'Italia e dopo quel che è successo intensificherò le mie presenze qui». Capito? Resta allibita, la nostra cronista. Eppure ce lo ricordiamo bene l'editoriale della Jebreal sul britannico Guardian in cui spiegava che l'Italia era sta consegnata in mano ai fascisti. Commentando la vicenda di Luca Traini, scrisse: «L'attacco di Macerata non è affatto un'aberrazione. È il prodotto di un discorso politico mainstream razzista sempre più selvaggio, che sta trasformando una cultura calda, vibrante e aperta in uno spezzatino tossico di paura e disgusto». Il suo articolo si concludeva con la frase: «Arrivederci, my beautiful country».
Sì, arrivederci. Però ce la ritroviamo sempre qui: come ospite nei talk show, come potenziale candidata progressista all'Europarlamento e addirittura come possibile ospite di Sanremo: Rula, nessuna, centomila. L'ultima incarnazione è, appunto, quella di vittima del sovranismo imperante, anche se la Lega non governa più e anche se a decidere gli ospiti di Sanremo è la direzione artistica del Festival, a cui per contratto spetta la selezione degli invitati.
Comunque vada a finire questa grottesca vicenda, la Jebreal non farà altro che guadagnarci. Se alla fine la chiameranno a Sanremo, potrà fare il suo show. Se la lasceranno davvero a casa potrà evitare brutte figure e recitare la parte della vittima. In ogni caso, ha ottenuto un bel po' di pubblicità gratuita. È la vera vincitrice del festival del piagnisteo.
Ma quale censura leghista. Ecco la vera storia del brutto pasticcio su Rula
C'è persino la possibilità che, oggi, i vertici della televisione di Stato facciano retromarcia sulla retromarcia. Intanto, però, la posizione ufficiale dell'amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini, sull'affaire Rula Jebreal è stata affidata a un tentennante comunicato diffuso ieri pomeriggio: «In merito alla presenza di ospiti del settantesimo Festival di Sanremo», si legge nel testo, «l'amministratore delegato Fabrizio Salini ricorda che, dopo aver definito il cast fisso di conduzione, stasera sarà presentato in diretta su Rai 1 il cast dei cantanti in gara. Da domani si definiranno le altre presenze che affiancheranno Amadeus nel corso delle 5 serate e la partecipazione di altri ospiti, oltre a quelli già decisi. Le proposte della direzione artistica, già discusse con la direzione di Rai 1, saranno oggetto, come di prassi, di un confronto con l'amministratore delegato, con il solo obiettivo di realizzare un grande Festival di Sanremo».
La vicenda è nota. Rula Jebreal è stata chiamata da Amadeus, direttore artistico di Sanremo, a partecipare alla prima serata del Festival. La giornalista e il conduttore sembrano aver costruito un buon rapporto, e secondo Affari Italiani sarebbero entrambi rappresentati dall'agente Lucio Presta. Nei giorni scorsi la notizia è stata anticipata da Dagospia e si è scatenato il finimondo. In particolar modo sui social network, molti hanno dato l'idea di non gradire affatto la comparsata della giornalista di origini palestinesi (con doppia cittadinanza israeliana e italiana). Dopo le polemiche sulla Rete, è arrivato il dietrofont della Rai: la Jebreal non sarà al festival, ha fatto sapere Repubblica domenica. La faccenda è diventata immediatamente un affare di Stato. Sono intervenuti in massa gli esponenti di Italia viva, gridando alla censura: si è scomodato il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli (M5s), che evidentemente ha molto tempo libero. Tutti hanno tuonato contro la «censura».
«Rula Jebreal scrive sul New York Times, presenta Obama, pubblica libri, però non può parlare di donne al festival di Sanremo. Rai 1, cioè la Lega, non vuole», ha scritto ieri il Fatto in prima pagina. Repubblica ci è andata ancora più pesante. La decisione di silurare la Jebreal, ha scritto, «è stata presa per ragioni di opportunità dalla direttrice di Rai 1 Teresa De Santis. [...] Sarebbe stata dunque lei, la responsabile della rete ammiraglia nominata su indicazione di Salvini all'epoca del governo giallo-verde, a bocciare la proposta di partecipazione al Festival avanzata da Amadeus alla reporter quarantaseienne di origini arabe».
Insomma, la favola è la seguente: il bravo Amadeus invita Rula, ma ecco che la direzione di Rai 1, su mandato salviniano, decide di imporre la mordacchia. Peccato che, a quanto risulta, le cose siano andate un pochino diversamente. Rula Jebreal è stata effettivamente contattata, circa tre mesi fa, da Amadeus. Ma il suggerimento sembra proprio che sia partito dall'amministratore delegato Salini. Quando le polemiche sono esplose in Rete, i vertici della Rai hanno avuto timore di aver fatto il passo più lungo della gamba, e hanno provato a fare retromarcia.
La Jebreal dice di aver ricevuto una telefonata in cui le si suggeriva di rinunciare spontaneamente all'intervento, richiesta a cui la giornalista avrebbe risposto con un netto diniego. Lei stessa ammette di non aver mai incontrato la direttrice di Rai 1, Teresa De Santis. La quale, ieri, ha optato per un rispettoso silenzio. Ha scelto di non parlare con i giornali, però ha dato mandato ai suoi avvocati di querelare Repubblica, che l'ha dipinta come il capo dei censori. Se ci pensate, in effetti, la storia della mordacchia ha poco senso: l'anno scorso la Lega era al governo e la direttrice della rete ammiraglia non censurò le tirate pro migranti del Festival. Dovrebbe mettersi a battagliare ora contro Rula, tanto più con il Carroccio fuori dal governo? Andiamo...
I bene informati sugli affari Rai, infatti, assicurano che non sia stata la De Santis a spingere per l'invito a Rula. E che, di nuovo, non sia stata lei a chiedere che restasse a casa. Anzi, pare che la direttrice avesse chiesto a Salini (che nei giorni passati era in viaggio all'estero) di fissare un incontro questa mattina presto, prima del meeting con Amadeus. Oggetto dell'incontro doveva essere proprio il caso Jebreal. Insomma, nessun veto è stato posto alla partecipazione della giornalista a Sanremo. Matteo Salvini, peraltro, si è espresso con chiarezza: «Io di tutto mi occupo fuorché della vallette o dei conduttori di Sanremo, perché ho le giornate abbastanza piene», ha detto. «L'ultima delle mie preoccupazioni è dire sì o no a Tizia o a Caia. Io penso, però, che Sanremo sia il festival della canzone italiana. Se uno vuole fare i comizi, va in piazza o in Parlamento».
Una posizione ribadita da Alessandro Morelli della Lega: «Da spettatore pagante il canone», dice, «vorrei vedere musica e non politica a Sanremo. Se qualcuno a sinistra vuole fare comizi, faccia pure. Peccato solo che il Festival sia a febbraio e non prima del 26 gennaio, perché di solito i comizi progressisti portano voti alla Lega».
Pure Giampaolo Rossi, consigliere d'amministrazione Rai di Fratelli d'Italia, si limita a far notare che la Jebreal è una figura divisiva, e lancia una proposta interessante: «Vogliono parlare di violenza sulle donne? Invitino Ayaan Hirsi Ali, che da laica ha affrontato la violenza del fondamentalismo islamico». Ai sovranisti, dunque, della Jebreal importa poco. Importa molto di più a Italia Viva, e infatti Davide Faraone ha annunciato che porterà il caso in vigilanza Rai. Anche se, in verità, la commissione su questa faccenda non ha alcun potere decisionale. Che ai renziani Rula sia molto gradita non è un segreto: fu proprio Matteo Renzi (che con Presta ha ottimi rapporti) a proporre alla giornalista di candidarsi con il Pd.
In ogni caso, la faccenda non è ancora chiusa. La Jebreal, oggi, potrebbe addirittura essere richiamata all'Ariston. Dagli stessi che prima l'hanno invitata e poi hanno cambiato idea per timore di figuracce.
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Insultò l'Italia definendola un Paese razzista, e ora fa la vittima. Intervistata da Gad Lerner dichiara di essere osteggiata in quanto simbolo di inclusione. Il suo show in prima serata su Rai 1, nel 2013, fu un enorme flop.Repubblica accusa la direttrice di Rai 1 Teresa De Santis di aver posto il veto sulla giornalista. Ma a creare il caos è stato l'ad Fabrizio Salini. Ora si andrà per avvocati.Lo speciale contiene due articoli.Rula Jebreal non vedeva l'ora di esibire le stimmate. «Qualcuno si è spaventato che venisse offerta una ribalta a italiani nuovi, a persone diverse come me che appartengono a un'Italia inclusiva, tollerante, aperta al mondo, impegnata in missioni di dialogo e di pace», ha detto ieri la giornalista, a cui Repubblica ha dedicato un'intera pagina di intervista a firma Gad Lerner. Il titolo era infuocato: «Io censurata perché rappresento l'Italia inclusiva e tollerante. E questo fa paura». In effetti, l'idea di Rula a Sanremo un po' di timore lo mette. Ma non per via della sua presunta «diversità». A spaventare sono piuttosto i risultati in termini di ascolti che la giornalista rimediò l'ultima volta che apparì in un programma di prima serata su Rai 1. Era il 2013 e Rula presentò (assieme a Michele Cucuzza) il «docu-reality» Mission, tutto dedicato ai rifugiati e realizzato con la collaborazione di Unhcr e Intersos. Le due puntate in prima serata sulla rete ammiraglia furono un bagno di sangue: 8,16% di share la prima; 8,85% la seconda. Nemmeno il clamoroso (in un certo senso eroico, e comunque memorabile) fiasco di Vittorio Sgarbi scese così in basso. A scagliarsi contro Mission, nel 2013, fu pure Michele Anzaldi, allora del Partito democratico. La Rai, disse, «è andata incontro a un flop clamoroso di ascolti. Ora chi paga?». È lo stesso Anzaldi che, ieri, da segretario della commissione di vigilanza (e da esponente di Italia viva), si chiedeva come la Rai potesse «censurare la presenza di Rula Jebreal». Si vede che il nostro ha la memoria corta. Anche Laura Boldrini non sembrò apprezzare troppo Mission. Ma pure lei, ieri, ha difeso Rula: «Il servizio pubblico deve valutare le competenze di una persona non piegarsi alla prepotenza di chi la insulta». Giusto. Infatti, a proposito di competenze, un flop come quello del 2013 consiglierebbe per lo meno un po' di cautela, mettiamola così. Certo, non si può attribuire alla Jebreal il potere di affossare Sanremo, ma nemmeno quello di trasformarlo in un successo. A Repubblica Rula ha spiegato: «Abbiamo progettato di coinvolgere Michelle Obama o in alternativa Oprah Winfrey» per parlare di diritti delle donne. Il senso è chiaro: senza di me, suggerisce la Jebreal, non ci saranno questa star. A parte il fatto che a personaggi di tale calibro la Rai potrebbe forse arrivare anche da sola, viene da pensare che di Oprah e Michelle sia decisamente più consigliabile fare a meno. Anche solo per via degli ingaggi monstre, nell'ordine delle centinaia di migliaia di euro.Ma a Rula importa poco. A lei interessa soprattutto passare per martire. E nel cucirsi addosso l'abito della censurata ne dice di ogni. Si definisce «italiana nuova», quando ormai è in giro da anni, e da anni ribadisce sempre le stesse posizioni, per lo più ostili alla destra. Sostiene di essere «sotto choc», e che in Rai ci sia «un brutto clima», ripete che gli attacchi nei suoi confronti sono partiti da persone vicine a Salvini. A un certo punto arriva a paragonarsi a Liliana Segre (che modestia, pensate...).Parlando con Gad Lerner dichiara di amare Israele, eppure, scorrendo le sue affermazioni pubblicate su Twitter, verrebbe da pensare il contrario, vista la quantità di tirate pro Palestina che ha postato negli anni. Ma il meglio arriva quando la giornalista parla dell'Italia. Lerner le chiede di rispondere all'accusa di aver denigrato il Paese descrivendolo come razzista. E lei replica: «Resto allibita. Sono grata all'Italia e dopo quel che è successo intensificherò le mie presenze qui». Capito? Resta allibita, la nostra cronista. Eppure ce lo ricordiamo bene l'editoriale della Jebreal sul britannico Guardian in cui spiegava che l'Italia era sta consegnata in mano ai fascisti. Commentando la vicenda di Luca Traini, scrisse: «L'attacco di Macerata non è affatto un'aberrazione. È il prodotto di un discorso politico mainstream razzista sempre più selvaggio, che sta trasformando una cultura calda, vibrante e aperta in uno spezzatino tossico di paura e disgusto». Il suo articolo si concludeva con la frase: «Arrivederci, my beautiful country».Sì, arrivederci. Però ce la ritroviamo sempre qui: come ospite nei talk show, come potenziale candidata progressista all'Europarlamento e addirittura come possibile ospite di Sanremo: Rula, nessuna, centomila. L'ultima incarnazione è, appunto, quella di vittima del sovranismo imperante, anche se la Lega non governa più e anche se a decidere gli ospiti di Sanremo è la direzione artistica del Festival, a cui per contratto spetta la selezione degli invitati.Comunque vada a finire questa grottesca vicenda, la Jebreal non farà altro che guadagnarci. Se alla fine la chiameranno a Sanremo, potrà fare il suo show. Se la lasceranno davvero a casa potrà evitare brutte figure e recitare la parte della vittima. In ogni caso, ha ottenuto un bel po' di pubblicità gratuita. È la vera vincitrice del festival del piagnisteo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-jebreal-hanno-paura-di-me-ha-gia-vinto-il-festival-del-piagnisteo-2644286581.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-quale-censura-leghista-ecco-la-vera-storia-del-brutto-pasticcio-su-rula" data-post-id="2644286581" data-published-at="1780744024" data-use-pagination="False"> Ma quale censura leghista. Ecco la vera storia del brutto pasticcio su Rula C'è persino la possibilità che, oggi, i vertici della televisione di Stato facciano retromarcia sulla retromarcia. Intanto, però, la posizione ufficiale dell'amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini, sull'affaire Rula Jebreal è stata affidata a un tentennante comunicato diffuso ieri pomeriggio: «In merito alla presenza di ospiti del settantesimo Festival di Sanremo», si legge nel testo, «l'amministratore delegato Fabrizio Salini ricorda che, dopo aver definito il cast fisso di conduzione, stasera sarà presentato in diretta su Rai 1 il cast dei cantanti in gara. Da domani si definiranno le altre presenze che affiancheranno Amadeus nel corso delle 5 serate e la partecipazione di altri ospiti, oltre a quelli già decisi. Le proposte della direzione artistica, già discusse con la direzione di Rai 1, saranno oggetto, come di prassi, di un confronto con l'amministratore delegato, con il solo obiettivo di realizzare un grande Festival di Sanremo». La vicenda è nota. Rula Jebreal è stata chiamata da Amadeus, direttore artistico di Sanremo, a partecipare alla prima serata del Festival. La giornalista e il conduttore sembrano aver costruito un buon rapporto, e secondo Affari Italiani sarebbero entrambi rappresentati dall'agente Lucio Presta. Nei giorni scorsi la notizia è stata anticipata da Dagospia e si è scatenato il finimondo. In particolar modo sui social network, molti hanno dato l'idea di non gradire affatto la comparsata della giornalista di origini palestinesi (con doppia cittadinanza israeliana e italiana). Dopo le polemiche sulla Rete, è arrivato il dietrofont della Rai: la Jebreal non sarà al festival, ha fatto sapere Repubblica domenica. La faccenda è diventata immediatamente un affare di Stato. Sono intervenuti in massa gli esponenti di Italia viva, gridando alla censura: si è scomodato il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli (M5s), che evidentemente ha molto tempo libero. Tutti hanno tuonato contro la «censura». «Rula Jebreal scrive sul New York Times, presenta Obama, pubblica libri, però non può parlare di donne al festival di Sanremo. Rai 1, cioè la Lega, non vuole», ha scritto ieri il Fatto in prima pagina. Repubblica ci è andata ancora più pesante. La decisione di silurare la Jebreal, ha scritto, «è stata presa per ragioni di opportunità dalla direttrice di Rai 1 Teresa De Santis. [...] Sarebbe stata dunque lei, la responsabile della rete ammiraglia nominata su indicazione di Salvini all'epoca del governo giallo-verde, a bocciare la proposta di partecipazione al Festival avanzata da Amadeus alla reporter quarantaseienne di origini arabe». Insomma, la favola è la seguente: il bravo Amadeus invita Rula, ma ecco che la direzione di Rai 1, su mandato salviniano, decide di imporre la mordacchia. Peccato che, a quanto risulta, le cose siano andate un pochino diversamente. Rula Jebreal è stata effettivamente contattata, circa tre mesi fa, da Amadeus. Ma il suggerimento sembra proprio che sia partito dall'amministratore delegato Salini. Quando le polemiche sono esplose in Rete, i vertici della Rai hanno avuto timore di aver fatto il passo più lungo della gamba, e hanno provato a fare retromarcia. La Jebreal dice di aver ricevuto una telefonata in cui le si suggeriva di rinunciare spontaneamente all'intervento, richiesta a cui la giornalista avrebbe risposto con un netto diniego. Lei stessa ammette di non aver mai incontrato la direttrice di Rai 1, Teresa De Santis. La quale, ieri, ha optato per un rispettoso silenzio. Ha scelto di non parlare con i giornali, però ha dato mandato ai suoi avvocati di querelare Repubblica, che l'ha dipinta come il capo dei censori. Se ci pensate, in effetti, la storia della mordacchia ha poco senso: l'anno scorso la Lega era al governo e la direttrice della rete ammiraglia non censurò le tirate pro migranti del Festival. Dovrebbe mettersi a battagliare ora contro Rula, tanto più con il Carroccio fuori dal governo? Andiamo... I bene informati sugli affari Rai, infatti, assicurano che non sia stata la De Santis a spingere per l'invito a Rula. E che, di nuovo, non sia stata lei a chiedere che restasse a casa. Anzi, pare che la direttrice avesse chiesto a Salini (che nei giorni passati era in viaggio all'estero) di fissare un incontro questa mattina presto, prima del meeting con Amadeus. Oggetto dell'incontro doveva essere proprio il caso Jebreal. Insomma, nessun veto è stato posto alla partecipazione della giornalista a Sanremo. Matteo Salvini, peraltro, si è espresso con chiarezza: «Io di tutto mi occupo fuorché della vallette o dei conduttori di Sanremo, perché ho le giornate abbastanza piene», ha detto. «L'ultima delle mie preoccupazioni è dire sì o no a Tizia o a Caia. Io penso, però, che Sanremo sia il festival della canzone italiana. Se uno vuole fare i comizi, va in piazza o in Parlamento». Una posizione ribadita da Alessandro Morelli della Lega: «Da spettatore pagante il canone», dice, «vorrei vedere musica e non politica a Sanremo. Se qualcuno a sinistra vuole fare comizi, faccia pure. Peccato solo che il Festival sia a febbraio e non prima del 26 gennaio, perché di solito i comizi progressisti portano voti alla Lega». Pure Giampaolo Rossi, consigliere d'amministrazione Rai di Fratelli d'Italia, si limita a far notare che la Jebreal è una figura divisiva, e lancia una proposta interessante: «Vogliono parlare di violenza sulle donne? Invitino Ayaan Hirsi Ali, che da laica ha affrontato la violenza del fondamentalismo islamico». Ai sovranisti, dunque, della Jebreal importa poco. Importa molto di più a Italia Viva, e infatti Davide Faraone ha annunciato che porterà il caso in vigilanza Rai. Anche se, in verità, la commissione su questa faccenda non ha alcun potere decisionale. Che ai renziani Rula sia molto gradita non è un segreto: fu proprio Matteo Renzi (che con Presta ha ottimi rapporti) a proporre alla giornalista di candidarsi con il Pd. In ogni caso, la faccenda non è ancora chiusa. La Jebreal, oggi, potrebbe addirittura essere richiamata all'Ariston. Dagli stessi che prima l'hanno invitata e poi hanno cambiato idea per timore di figuracce.
Nel riquadro, il giovane pestato dai nordafricani a Brescia (iStock)
Gang di giovani così descritti dal documento: persone «prevalentemente di sesso maschile al cui interno spiccano soggetti con abbigliamento sportivo (scarpe da ginnastica, borsello/marsupio a tracolla), capelli rasati ai lati/ricci parte superiore, principalmente di etnia egiziana o nord africana (c.d. maranza)». Vengono snocciolati dati e tabelle in cui per esempio si osserva come le segnalazioni di stranieri per violenza sessuale, tra il 2022 e il 2023, siano molto più alte rispetto a quelle degli italiani. E questo, val la pena sottolinearlo, nonostante i primi siano molti di meno. Ma non solo. In un altro grafico appare come il 57 per cento degli indagati sia di cittadinanza straniera, in particolare marocchina, tunisina ed egiziana. Nonostante i dati, secondo il report non ci sarebbe una vera emergenza, ma si tratterebbe principalmente di un problema di percezione. Bene. Applauso del Pd durante la presentazione in consiglio comunale. «Le baby gang non esistono», aveva esultato Roberto Omodei, capogruppo del Partito democratico.
Accade però che la realtà, ancora una volta, abbia smentito questa retorica che tende a minimizzare un problema che c’è ed è evidente. Lo scorso 3 giugno, un ragazzo di poco più di vent’anni che ha chiesto l’anonimato perché ancora scosso, decide di andare allo stadio per vedere Brescia-Ascoli. La sua è un’abitudine. Il calcio gli piace e, ancora di più, vederlo giocato dal vivo. La partita finisce con un pareggio. Il giovane lascia lo stadio per andare a prendere la macchina e, come racconta alla Verità, «quando arrivo al parcheggio dell’In’s mi trovo davanti un gruppo di circa sei o sette ragazzi di colore (immagino nordafricani), che mi fa una domanda veramente a caso sulla partita. Rispondo, ma continuo a camminare dicendo di essere di fretta». Poi il registro cambia. «All’improvviso uno di questi ragazzi si avvicina e mi mette il braccio sulle spalle. Arrivano anche gli altri, che mi sfilano il telefono dalle mani e iniziano a colpirmi con continui pugni in faccia. A partire da quel momento ho fatto tanta fatica a vedere, visto che l’occhio si era gonfiato moltissimo».
Il ragazzo cade. «Mi chiedono il portafogli mentre continuano a picchiarmi e a tenermi bloccato; me lo sfilano dalla tasca e mi tirano dei calci in faccia. Continuano così mentre mi chiedono di sbloccare il telefono, cosa che non ho fatto, e che ha fatto sì che continuassero a picchiarmi».
Il gruppetto se ne va. Resta solo un nordafricano che continua a chiedere il pin. Il povero ragazzo non glielo dà. Lo straniero riconsegna il telefono, nella speranza che venga sbloccato, ma il ferito prova a scappare. Non c’è niente da fare però. «Mi ha preso dal cappuccio del giubbotto e mi ha dato ancora pugni in faccia. Ricado a terra e mi minaccia di spaccare telefono se non lo sblocco». A questo punto, il nordafricano se ne va. Il giovane si rialza a fatica e, fortunatamente, incontra un ragazzo che conosce e che chiama i soccorsi. «Al pronto soccorso, carabinieri, polizia e infermieri mi hanno detto che situazioni del genere si verificano spesso. Ci sono rimasto male», confessa il ferito. Che ci tiene però anche a precisare che ha molti amici «marocchini e algerini, ma questa volta è andata così».
Prognosi di 30 giorni e volto tumefatto. Non una questione di percezione, ma di realtà. Di sangue e botte. Non è un caso che Carlo Andreoli, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Brescia, sia intervenuto su questo fatto chiamando in causa chi governa la città: «Ciò che fa davvero rabbrividire è che coloro che amministrano questa città abbiano, per oltre un anno e mezzo, minimizzato queste situazioni. Esponenti della Giunta hanno sostenuto per mesi, anche pubblicamente, che “non esistono bande giovanili in città”, arrivando persino a commissionare uno studio, con l’Università degli studi di Brescia, che certificasse l’inesistenza del fenomeno. Ma è normale tutto questo? Perché negare una realtà che è sotto gli occhi di tutti? Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere problemi complessi ma se si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto, lanciando proclami ideologici e deliranti come l’inesistenza di questi fenomeni, come potremo mai affrontarli e risolverli?».
Ancora una volta la realtà ha battuto l’ideologia. E, ancora una volta, lo ha fatto al prezzo del sangue.
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Luca Zaia (Getty Images)
Roberto Vannacci sembra diventato una calamita. Oggi a Viareggio i parlamentari leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dovrebbero comunicare il loro passaggio a Futuro nazionale. Nomi che si aggiungono ai tanti fuoriusciti, a livello romano ma anche regionale e locale, che in queste settimane stanno preferendo il generale al capitano. Non è che finora abbiano cambiato casacca volti storici del Carroccio. In molti casi si tratta di figure politiche che venivano già da precedenti partiti. Il tema è un altro: i sondaggi peggiorano per la Lega. Ma, soprattutto: cos’è ora la Lega?
Il partito preso in mano da Matteo Salvini nel 2014 al 4% era salito al 35% nel 2019 sulla base di pochi punti fermi, lotta all’immigrazione clandestina, in primis. Uno storico comandamento bossiano che, però, ha sempre meno mercato elettorale visto che giocano sullo stesso terreno Fratelli d’Italia e ora Futuro nazionale. Tocca trovare altri mercati politici. E nomi che possano rappresentare una svolta vera. Uno su tutti è quello di Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente del Consiglio regionale della Serenissima eletto a furor di preferenze.
Nasce da questo ragionamento l’offerta di Salvini al Doge di «dare un aiuto». E l’ex ministro delle Politiche agricole con Silvio Berlusconi premier è pronto. Non, però, in cambio solo di una poltrona. Sì, ovvio, c’è quella di vicesegretario federale, per il Nord. Carica che si affiancherebbe a quella di Claudio Durigon, plenipotenziario al Centro-Sud. Zaia, però, chiede quasi mani libere. O meglio: una squadra con cui lavorare. Si parla molto di un ruolo di Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia. Chi ha parlato con il Doge, però, sa che per lui i nomi sono importanti, tuttavia non bastano. Una delle richieste per il debutto in campo politico di Zaia (finora ha sempre fatto l’amministratore da quando iniziò come consigliere nella natìa Godega di Sant’Urbano, anno 1993) è quella di buttare giù un programma e un metodo di di lavoro, con degli obiettivi concreti di cui parlare: imprese, lavoro, intelligenza artificiale, attrazione degli investimenti, grandi opere. E «senza guardare i sondaggi adesso».
Il modello cui si ispira il Doge, si sa, è quello della Csu bavarese. Un sistema partitico attaccato al territorio, che va oltre i classici schemi destra-sinistra. La Csu bavarese, in Germania, è sempre stata alleata alla Cdu ma entra anche in governi di coalizione. Con l’unico scopo di valorizzare le risorse economiche e umane della Baviera. Stessa idea che Zaia ha per il Nord. Ecco perché, raccontano fonti interpellata dall’agenzia Agi, l’ex governatore veneto vorrebbe «totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale», oltre a garanzie sulle liste nelle Regioni settentrionali. Insomma, Zaia alla fine darà una mano a Salvini non, però, per non decidere.
Per il 10, mercoledì prossimo, il segretario leghista ha convocato la riunione del Consiglio federale del partito a Roma in cui dovrebbe cominciare a delineare la «formula» che ha pensato per il rilancio. Niente è, comunque, deciso. Al punto che, per non bruciare questa sorta di trattativa programmatica con Zaia, ieri il vicepremier ha detto che non «perde tempo con articoli privi di fondamento», riferendosi alle anticipazioni di alcuni giornali sul futuro ruolo del Doge.
C’è tempo per le comunicazioni ufficiali. L’obiettivo di Salvini pare sia quello di chiudere l’accordo prima del «ritiro» del partito in programma per il primo weekend di luglio nel Trevigiano, terra natale di Zaia. Secondo alcune ricostruzioni citate sempre dall’Agi, oltre a programmi e nomi, c’è anche una questione tecnico-burocratica da risolvere. Zaia avrebbe chiesto a Salvini un passaggio congressuale. Non una assise elettiva, viene riferito, ma un congresso finalizzato alla «modifica dello Statuto» per dare vita addirittura a un «nuovo soggetto politico» che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello, appunto, della Csu bavarese. Si potrà fare senza scontentare mezzo partito?
Le bocche restano cucite. Si lavora per arrivare a una soluzione che accontenti tutti, a iniziare dai governatori. I primi segnali sono comunque positivi. Zaia «impegnato per il Nord» è «sicuramente un’ottima idea. Ora vediamo di proseguire in questo processo» ,commenta Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, «che è ancora lungo ma che dovrà essere portato a compimento». Se va in porto, però, cambia tutto per la Lega. E pure per gli alleati del centrodestra.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
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iStock
Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
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