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2018-10-16
La Francia ci scarica i clandestini nei boschi
ANSA
Ma come sono gentili gli amici francesi, davvero premurosi. Pensate: ci portano i clandestini a domicilio, e senza nemmeno bisogno di ordinarli tramite applicazione sul telefonino. Ieri, il Viminale ha fatto sapere che un furgone della gendarmeria francese è stato avvistato a Claviere, in provincia di Torino. Gli agenti d'Oltralpe sono stati filmati dalle nostre forze dell'ordine mentre facevano scendere un paio di uomini, «presumibilmente migranti di origine africana» in un bosco del paesino di confine. Dopodiché, in tutta tranquillità, i gendarmi sono rientrati in patria.
Probabilmente i nostri stimati vicini pensavano che nessuno si sarebbe accorto di niente. Purtroppo per loro, però, la zona era tenuta d'occhio dalle autorità. A Claviere, infatti, sono presenti da tempo gli antagonisti del gruppo «Briser Les Frontieres». Si tratta di attivisti italiani e francesi, i cosiddetti «no borders». Questi signori, nei mesi scorsi, avevano occupato abusivamente un sottoscala della chiesa di Claviere. Avevano allestito lì un presidio chiamato Chez Jesus, una sorta di punto d'appoggio per i migranti che cercano di passare clandestinamente la frontiera tra Italia e Francia. Il parroco del paesino piemontese, don Angelo Bettoni, esasperato dalla situazione, ha sporto denuncia, e il 10 ottobre gli antagonisti sono stati sgomberati. Non si sono dati per vinti, però. I no borders si sono stabiliti nel parcheggio vicino alla chiesa: hanno montato un tendone e continueranno ad assistere i clandestini che tentano il viaggio verso le terre francesi (se non altro, la Digos li ha identificati).
La situazione, come potete capire, è grottesca. Da una parte ci sono gli anarchici che danno una mano ai clandestini. Dall'altra ci sono i poliziotti francesi che rispediscono i medesimi clandestini al mittente, per altro in modo abbastanza scorretto. Già, perché un conto è attenersi al trattato di Dublino e rimandare gli stranieri nel Paese di primo approdo. Un altro conto è varcare la frontiera e scaricare i clandestini nei boschi come fossero Hansel e Gretel.
«Sono in attesa di sviluppi», ha detto ieri Matteo Salvini. «Non voglio credere che la Francia di Macron utilizzi la propria polizia per scaricare di nascosto gli immigrati in Italia. Ma se qualcuno pensa davvero di usarci come il campo profughi d'Europa, violando leggi, confini e accordi, si sbaglia di grosso. Siamo pronti a difendere l'onore e la dignità del nostro Paese in ogni sede e a tutti i livelli. Pretendiamo chiarezza, soprattutto da chi ci fa la predica ogni giorno, e non guarderemo in faccia a nessuno».
La Farnesina si è già mossa, contattando l'ambasciatore francese in Italia e mobilitando il nostro rappresentante a Parigi. Il fatto che esista un video girato dalla Digos, tuttavia, non lascia molto spazio alle ipotesi: il gioco sporco dei cuginastri è stato svelato.
Franco Capra, il sindaco di Claviere, spiega alla Verità che una cosa del genere non si era mai vista: «Sarebbe la prima volta che la gendarmeria varca il confine per portare i migranti».
«A me risulta che i migranti siano stati depositati a Cesana, non a Claviere», ha aggiunto il primo cittadino parlando con Radio Capital. «Questo mi stupisce perché per loro è un posto scomodo. So che alcune volte i clandestini arrivano al confine con l'Italia, ma sempre in Francia, mai nel nostro Paese».
Comunque sia, pare di capire che la restituzione dei clandestini sia una prassi consolidata, anche se solitamente avviene con un metodo leggermente diverso. I gendarmi fermano i migranti, poi li riportano nei pressi del confine e controllano che rientrino in Italia. Stavolta hanno fatto qualche metro in più, riconsegnandoci gli stranieri sgraditi direttamente sull'uscio. Sarebbe il secondo caso plateale di sconfinamento dopo quello avvenuto mesi fa a Bardonecchia. In quel caso, però, i gendarmi fecero irruzione nella sede di una Ong per fermare un migrante sospettato di essere un corriere della droga.
In ogni caso, è un atteggiamento piuttosto scorretto, specie da parte di un Paese il cui premier, Emmanuel Macron, nei mesi scorsi non ha perso occasione per darci lezioni di accoglienza. Ne ha dette di tutti colori all'indirizzo del governo, si è comportato da smargiasso e da bullo. E intanto, mentre Macron ci faceva la morale, i suoi uomini rispedivano qui gli ospiti indesiderati.
Su quanto accaduto a Claviere la Procura di Torino ha aperto un'inchiesta. Ma la vicenda va ben oltre il piano strettamente giudiziario. Qui parliamo di una violazione dei trattati internazionali, di un insulto bello e buono alla sovranità del nostro Paese e, alla fine dei conti, di una provocazione vergognosa. I francesi, oltre al confine, hanno varcato i limiti della decenza.
Francesco Borgonovo
Gli indottrinatori di bimbi insistono: «Altra festa pro migranti a scuola»
Stupisce sempre un po' il modo in cui i sinceri democratici s'adirano quando qualcuno osa criticarli. I difensori del dialogo e della tolleranza sputano fuoco e fiamme appena si mettono in dubbio le loro tesi. Ad essere infuriatissimo, ad esempio, è il sindaco di Palermo Leoluca Orlando. Si è molto arrabbiato per un articolo uscito la settimana scorsa sulla Verità e ha dato in escandescenze. Il pezzo in questione riguardava una singolare iniziativa dell'istituto comprensivo Antonio Ugo di Palermo.
La scuola siciliana, lunedì scorso, ha organizzato la «Festa dell'accoglienza». Per l'occasione, gli alunni delle scuole medie hanno presentato canzoni, filastrocche e altri componimenti sull'immigrazione. Poi hanno incontrato tre richiedenti asilo ospitati nel centro d'accoglienza «Nuovi orizzonti». Tra le altre cose, i ragazzini hanno scritto «lettere di benvenuto» indirizzate ai migranti. Al lieto evento ha partecipato anche Leoluca Orlando, il quale ne ha approfittato per ribadire il suo impegno a favore delle frontiere aperte.
Il nostro giornale ha raccontato i fatti così come sono avvenuti. Abbiamo pure contattato il preside della scuola, Riccardo Ganazzoli. Insomma, non ci siamo inventati nulla. Ci siamo permessi, tuttavia, di esprimere una opinione. A nostro avviso, eventi come la «Festa dell'accoglienza» sono esempi lampanti di indottrinamento. Non servono a spiegare ai ragazzi che cosa sia davvero l'immigrazione di massa. Semplicemente, inculcano nelle teste degli alunni l'idea che si debba accogliere sempre e comunque, altrimenti si è razzisti.
Di fronte a questa retorica, i ragazzini delle medie o delle elementari non hanno strumenti per difendersi. Cantano, ballano, scrivono letterine agli stranieri e subiscono - nei fatti - la propaganda immigrazionista.
La nostra lettura, ovviamente, non è piaciuta al sindaco Orlando e ai suoi alleati. «I violenti e volgari attacchi contro la scuola Antonio Ugo e il suo dirigente Riccardo Ganazzoli, mostrano l'ignoranza e l'arroganza preconcetta di chi parla e giudica senza conoscere», ha dichiarato il primo cittadino di Palermo. Che poi ha aggiunto: «La Festa dell'accoglienza è parte di un percorso formativo che da anni è punto di riferimento per Palermo, con il pieno e attivo coinvolgimento degli alunni e delle loro famiglie. Un percorso di educazione e partecipazione sui valori fondanti della Costituzione, sull'accoglienza come forma di rispetto di tutti e di ciascuno in alternativa a pericolosi rigurgiti razzisti che non fanno parte della nostra cultura e tradizione palermitana».
In sostanza, Orlando - al netto degli insulti - ha confermato ciò che abbiamo scritto. A parer suo, chi si oppone all'immigrazione di massa è un razzista. O un fascista, come ha detto Giovanna Marano, assessore all'Istruzione di Palermo. Secondo la signora, il nostro articolo faceva parte di una «azione sistemica per sovvertire l'identità di un'Italia fondata su diritti». Oggi, ha aggiunto l'assessore, «si respira un'aria da pre fascismo».
Sta tornando il regime, gridano i politici che approvano l'indottrinamento dei bambini. Viene da chiedersi quale sia l'indispensabile funzione educativa delle letterine indirizzate ai migranti: convincere i piccoli che non bisogna votare la Lega? A questo punto, potrebbero invitare in classe anche Domenico Lucano, il sindaco di Riace, per una bella lezione sull'utilizzo del denaro pubblico.
Ora, diciamoci la verità. Le reazioni scomposte di Orlando e della sua giunta fanno sorridere. Decisamente peggiore, tuttavia, è la risposta del preside della Antonio Ugo. Riccardo Ganazzoli ha spiegato ai giornali locali di aver parlato con la Verità perché era «sicuro che stesse facendo un articolo pro accoglienza, valore costituzionale. Poi invece scopriamo tutto questo, in maniera assolutamente inaspettata…». Capito? Gli articoli pro accoglienza vanno bene, gli altri sono «arroganti» e «violenti». Motivo per cui il dirigente scolastico intende rincarare la dose: «Ora organizzeremo una festa ancora più grande, con tutti gli altri istituti. E questo per testimoniare che la scuola di Palermo è un luogo in cui si educa ai valori e dove tutti gli esseri umani saranno sempre accolti».
Bravi, fate un'altra bella festa: di propaganda c'è sempre bisogno.
Francesco Borgonovo
Ma quale apartheid fra i banchi. A Lodi è stata solo applicata la legge
Immigrati costretti ad andare nello Yemen a richiedere una certificazione dei beni posseduti, fra le bombe? Ma quando mai. Comuni leghisti che, presi da un delirio xenofobo, istituiscono a capocchia leggi razziali per ghettizzare i bambini? Ma per piacere.
C'è grande confusione, sul caso dei bambini stranieri esclusi dalle mense scolastiche, a Lodi. Una confusione alimentata ad arte, per generare l'immagine del Paese sull'orlo di una svolta autoritaria e razzista. «Il mio Paese non è quello in cui nelle mense scolastiche i bambini vengono smistati a seconda della nazionalità dei loro genitori», ha per esempio scritto sui social la rediviva Laura Boldrini. L'immagine è chiara: di fronte alla mensa avviene una selezione su base razziale. Oggi per fare la colazione, domani, chissà...
Matteo Salvini, dal canto suo, ha dichiarato che il sindaco di Lodi «fa bene»: Basta coi furbetti, se c'è gente che al suo Paese ha case, terreni e soldi, perché dovremmo dare loro dei servizi gratis, mentre gli italiani pagano tutto?». Non è razzismo, ha aggiunto, «è solo giustizia e buon senso». Lettura, tanto per cambiare, opposta a quella data da Roberto Fico, secondo il quale a quei bimbi «si deve solamente chiedere scusa».
Se poco poco ci si dà la pena di approfondire la questione, tuttavia, questa immagine di una Lodi amministrata dal Ku klux klan non regge neanche cinque secondi. Stiamo ai fatti, quindi. A Lodi, come ovunque, le mense scolastiche e altri servizi della scuola (lo scuolabus, per esempio) sono a pagamento. Per chi dimostri di vivere in particolari condizioni di indigenza, tuttavia, sono previsti sconti e agevolazioni.
Solo che la povertà va provata. Il comune di Lodi, a guida leghista, richiede quindi alle famiglie straniere di presentare un certificato in grado di attestare che non possiedono beni nel Paese di origine. La discriminazione starebbe tutta qui: andare a cercare quei documenti, ha detto a una sola voce il coro degli indignati, è difficile e costoso, spesso inutile anche per chi desideri farlo. Quello lodigiano sarebbe quindi un escamotage subdolo per escludere i migranti. Peccato che, tanto per cominciare, il Comune di Lodi non si sia inventato nulla. Il decreto del presidente della Repubblica 445 del 2000, all'articolo 3, prevede che «i cittadini di Stati non appartenenti all'Unione regolarmente soggiornanti in Italia, possono utilizzare le dichiarazioni sostitutive [...] limitatamente agli stati, alle qualità personali e ai fatti certificabili o attestabili da parte di soggetti pubblici italiani». Se non esistono particolari convenzioni in proposito, «le qualità personali e i fatti sono documentati mediante certificati o attestazioni rilasciati dalla competente autorità dello Stato estero, corredati di traduzione in lingua italiana».
Una chiarezza che lascia pochi dubbi. E cose non diverse afferma il Dpr 394 del 1999. D'accordo, si dirà, ma gli immigrati non possono certamente andare a chiedere certificati in Stati da cui sono fuggiti, scacciati dalle bombe e dalla miseria... Peccato che le autorità lodigiane abbiano già previsto che siano esentati dalla presentazione della documentazione i rifugiati politici e i profughi provenienti da Libia, Yemen, Afghanistan e Siria. Altra bufala con le gambe corte, cortissime, quindi.
Resta tuttavia l'immagine, oggettivamente brutta, dei bambini divisi in due gruppi: non si potrebbe almeno far sì che mangino tutti insieme?
Dal Comune fanno sapere che, per motivi igienici, il regolamento impedisce di portare a mensa cibi portati da casa. Ma già da qualche settimana, prima, quindi, che scoppiasse il caso mediatico, era stato avviato un percorso con i vari presidi per un regolamento che permettesse di superare questo scoglio. Due scuole, poi, hanno già provveduto in tal senso autonomamente. Il 4 ottobre, inoltre, era stato approvato dalla giunta cittadina un ordine del giorno per l'emanazione di linee guida operative per trattare specificamente i casi particolarmente critici. E questo sarebbe il Ku klux klan in salsa tricolore?
Adriano Scianca
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La polizia italiana avvista un furgone della gendarmeria nei dintorni di Claviere (Torino). Gli agenti d'Oltralpe hanno fatto scendere due stranieri di nascosto, poi sono tornati in patria. Sull'indebito sconfinamento la Procura ha aperto un'inchiesta.Gli indottrinatori di bimbi insistono: «Altra festa pro migranti a scuola». Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, attacca La Verità dopo l'articolo sulla propaganda in classe alle medie: «Chi critica è arrogante e ignorante». Il preside dell'istituto: «Presto un evento più grande».Ma quale apartheid fra i banchi. A Lodi è stata solo applicata la legge. Le nostre norme sono chiare: le famiglie immigrate devono provare la loro povertà.Lo speciale comprende tre articoli.Ma come sono gentili gli amici francesi, davvero premurosi. Pensate: ci portano i clandestini a domicilio, e senza nemmeno bisogno di ordinarli tramite applicazione sul telefonino. Ieri, il Viminale ha fatto sapere che un furgone della gendarmeria francese è stato avvistato a Claviere, in provincia di Torino. Gli agenti d'Oltralpe sono stati filmati dalle nostre forze dell'ordine mentre facevano scendere un paio di uomini, «presumibilmente migranti di origine africana» in un bosco del paesino di confine. Dopodiché, in tutta tranquillità, i gendarmi sono rientrati in patria. Probabilmente i nostri stimati vicini pensavano che nessuno si sarebbe accorto di niente. Purtroppo per loro, però, la zona era tenuta d'occhio dalle autorità. A Claviere, infatti, sono presenti da tempo gli antagonisti del gruppo «Briser Les Frontieres». Si tratta di attivisti italiani e francesi, i cosiddetti «no borders». Questi signori, nei mesi scorsi, avevano occupato abusivamente un sottoscala della chiesa di Claviere. Avevano allestito lì un presidio chiamato Chez Jesus, una sorta di punto d'appoggio per i migranti che cercano di passare clandestinamente la frontiera tra Italia e Francia. Il parroco del paesino piemontese, don Angelo Bettoni, esasperato dalla situazione, ha sporto denuncia, e il 10 ottobre gli antagonisti sono stati sgomberati. Non si sono dati per vinti, però. I no borders si sono stabiliti nel parcheggio vicino alla chiesa: hanno montato un tendone e continueranno ad assistere i clandestini che tentano il viaggio verso le terre francesi (se non altro, la Digos li ha identificati). La situazione, come potete capire, è grottesca. Da una parte ci sono gli anarchici che danno una mano ai clandestini. Dall'altra ci sono i poliziotti francesi che rispediscono i medesimi clandestini al mittente, per altro in modo abbastanza scorretto. Già, perché un conto è attenersi al trattato di Dublino e rimandare gli stranieri nel Paese di primo approdo. Un altro conto è varcare la frontiera e scaricare i clandestini nei boschi come fossero Hansel e Gretel. «Sono in attesa di sviluppi», ha detto ieri Matteo Salvini. «Non voglio credere che la Francia di Macron utilizzi la propria polizia per scaricare di nascosto gli immigrati in Italia. Ma se qualcuno pensa davvero di usarci come il campo profughi d'Europa, violando leggi, confini e accordi, si sbaglia di grosso. Siamo pronti a difendere l'onore e la dignità del nostro Paese in ogni sede e a tutti i livelli. Pretendiamo chiarezza, soprattutto da chi ci fa la predica ogni giorno, e non guarderemo in faccia a nessuno». La Farnesina si è già mossa, contattando l'ambasciatore francese in Italia e mobilitando il nostro rappresentante a Parigi. Il fatto che esista un video girato dalla Digos, tuttavia, non lascia molto spazio alle ipotesi: il gioco sporco dei cuginastri è stato svelato. Franco Capra, il sindaco di Claviere, spiega alla Verità che una cosa del genere non si era mai vista: «Sarebbe la prima volta che la gendarmeria varca il confine per portare i migranti». «A me risulta che i migranti siano stati depositati a Cesana, non a Claviere», ha aggiunto il primo cittadino parlando con Radio Capital. «Questo mi stupisce perché per loro è un posto scomodo. So che alcune volte i clandestini arrivano al confine con l'Italia, ma sempre in Francia, mai nel nostro Paese».Comunque sia, pare di capire che la restituzione dei clandestini sia una prassi consolidata, anche se solitamente avviene con un metodo leggermente diverso. I gendarmi fermano i migranti, poi li riportano nei pressi del confine e controllano che rientrino in Italia. Stavolta hanno fatto qualche metro in più, riconsegnandoci gli stranieri sgraditi direttamente sull'uscio. Sarebbe il secondo caso plateale di sconfinamento dopo quello avvenuto mesi fa a Bardonecchia. In quel caso, però, i gendarmi fecero irruzione nella sede di una Ong per fermare un migrante sospettato di essere un corriere della droga. In ogni caso, è un atteggiamento piuttosto scorretto, specie da parte di un Paese il cui premier, Emmanuel Macron, nei mesi scorsi non ha perso occasione per darci lezioni di accoglienza. Ne ha dette di tutti colori all'indirizzo del governo, si è comportato da smargiasso e da bullo. E intanto, mentre Macron ci faceva la morale, i suoi uomini rispedivano qui gli ospiti indesiderati. Su quanto accaduto a Claviere la Procura di Torino ha aperto un'inchiesta. Ma la vicenda va ben oltre il piano strettamente giudiziario. Qui parliamo di una violazione dei trattati internazionali, di un insulto bello e buono alla sovranità del nostro Paese e, alla fine dei conti, di una provocazione vergognosa. I francesi, oltre al confine, hanno varcato i limiti della decenza.Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-francia-ci-scarica-i-clandestini-nei-boschi-2612592805.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-indottrinatori-di-bimbi-insistono-altra-festa-pro-migranti-a-scuola" data-post-id="2612592805" data-published-at="1779441490" data-use-pagination="False"> Gli indottrinatori di bimbi insistono: «Altra festa pro migranti a scuola» Stupisce sempre un po' il modo in cui i sinceri democratici s'adirano quando qualcuno osa criticarli. I difensori del dialogo e della tolleranza sputano fuoco e fiamme appena si mettono in dubbio le loro tesi. Ad essere infuriatissimo, ad esempio, è il sindaco di Palermo Leoluca Orlando. Si è molto arrabbiato per un articolo uscito la settimana scorsa sulla Verità e ha dato in escandescenze. Il pezzo in questione riguardava una singolare iniziativa dell'istituto comprensivo Antonio Ugo di Palermo. La scuola siciliana, lunedì scorso, ha organizzato la «Festa dell'accoglienza». Per l'occasione, gli alunni delle scuole medie hanno presentato canzoni, filastrocche e altri componimenti sull'immigrazione. Poi hanno incontrato tre richiedenti asilo ospitati nel centro d'accoglienza «Nuovi orizzonti». Tra le altre cose, i ragazzini hanno scritto «lettere di benvenuto» indirizzate ai migranti. Al lieto evento ha partecipato anche Leoluca Orlando, il quale ne ha approfittato per ribadire il suo impegno a favore delle frontiere aperte. Il nostro giornale ha raccontato i fatti così come sono avvenuti. Abbiamo pure contattato il preside della scuola, Riccardo Ganazzoli. Insomma, non ci siamo inventati nulla. Ci siamo permessi, tuttavia, di esprimere una opinione. A nostro avviso, eventi come la «Festa dell'accoglienza» sono esempi lampanti di indottrinamento. Non servono a spiegare ai ragazzi che cosa sia davvero l'immigrazione di massa. Semplicemente, inculcano nelle teste degli alunni l'idea che si debba accogliere sempre e comunque, altrimenti si è razzisti. Di fronte a questa retorica, i ragazzini delle medie o delle elementari non hanno strumenti per difendersi. Cantano, ballano, scrivono letterine agli stranieri e subiscono - nei fatti - la propaganda immigrazionista. La nostra lettura, ovviamente, non è piaciuta al sindaco Orlando e ai suoi alleati. «I violenti e volgari attacchi contro la scuola Antonio Ugo e il suo dirigente Riccardo Ganazzoli, mostrano l'ignoranza e l'arroganza preconcetta di chi parla e giudica senza conoscere», ha dichiarato il primo cittadino di Palermo. Che poi ha aggiunto: «La Festa dell'accoglienza è parte di un percorso formativo che da anni è punto di riferimento per Palermo, con il pieno e attivo coinvolgimento degli alunni e delle loro famiglie. Un percorso di educazione e partecipazione sui valori fondanti della Costituzione, sull'accoglienza come forma di rispetto di tutti e di ciascuno in alternativa a pericolosi rigurgiti razzisti che non fanno parte della nostra cultura e tradizione palermitana». In sostanza, Orlando - al netto degli insulti - ha confermato ciò che abbiamo scritto. A parer suo, chi si oppone all'immigrazione di massa è un razzista. O un fascista, come ha detto Giovanna Marano, assessore all'Istruzione di Palermo. Secondo la signora, il nostro articolo faceva parte di una «azione sistemica per sovvertire l'identità di un'Italia fondata su diritti». Oggi, ha aggiunto l'assessore, «si respira un'aria da pre fascismo». Sta tornando il regime, gridano i politici che approvano l'indottrinamento dei bambini. Viene da chiedersi quale sia l'indispensabile funzione educativa delle letterine indirizzate ai migranti: convincere i piccoli che non bisogna votare la Lega? A questo punto, potrebbero invitare in classe anche Domenico Lucano, il sindaco di Riace, per una bella lezione sull'utilizzo del denaro pubblico. Ora, diciamoci la verità. Le reazioni scomposte di Orlando e della sua giunta fanno sorridere. Decisamente peggiore, tuttavia, è la risposta del preside della Antonio Ugo. Riccardo Ganazzoli ha spiegato ai giornali locali di aver parlato con la Verità perché era «sicuro che stesse facendo un articolo pro accoglienza, valore costituzionale. Poi invece scopriamo tutto questo, in maniera assolutamente inaspettata…». Capito? Gli articoli pro accoglienza vanno bene, gli altri sono «arroganti» e «violenti». Motivo per cui il dirigente scolastico intende rincarare la dose: «Ora organizzeremo una festa ancora più grande, con tutti gli altri istituti. E questo per testimoniare che la scuola di Palermo è un luogo in cui si educa ai valori e dove tutti gli esseri umani saranno sempre accolti». Bravi, fate un'altra bella festa: di propaganda c'è sempre bisogno. Francesco Borgonovo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-francia-ci-scarica-i-clandestini-nei-boschi-2612592805.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ma-quale-apartheid-fra-i-banchi-a-lodi-e-stata-solo-applicata-la-legge" data-post-id="2612592805" data-published-at="1779441490" data-use-pagination="False"> Ma quale apartheid fra i banchi. A Lodi è stata solo applicata la legge Immigrati costretti ad andare nello Yemen a richiedere una certificazione dei beni posseduti, fra le bombe? Ma quando mai. Comuni leghisti che, presi da un delirio xenofobo, istituiscono a capocchia leggi razziali per ghettizzare i bambini? Ma per piacere. C'è grande confusione, sul caso dei bambini stranieri esclusi dalle mense scolastiche, a Lodi. Una confusione alimentata ad arte, per generare l'immagine del Paese sull'orlo di una svolta autoritaria e razzista. «Il mio Paese non è quello in cui nelle mense scolastiche i bambini vengono smistati a seconda della nazionalità dei loro genitori», ha per esempio scritto sui social la rediviva Laura Boldrini. L'immagine è chiara: di fronte alla mensa avviene una selezione su base razziale. Oggi per fare la colazione, domani, chissà... Matteo Salvini, dal canto suo, ha dichiarato che il sindaco di Lodi «fa bene»: Basta coi furbetti, se c'è gente che al suo Paese ha case, terreni e soldi, perché dovremmo dare loro dei servizi gratis, mentre gli italiani pagano tutto?». Non è razzismo, ha aggiunto, «è solo giustizia e buon senso». Lettura, tanto per cambiare, opposta a quella data da Roberto Fico, secondo il quale a quei bimbi «si deve solamente chiedere scusa». Se poco poco ci si dà la pena di approfondire la questione, tuttavia, questa immagine di una Lodi amministrata dal Ku klux klan non regge neanche cinque secondi. Stiamo ai fatti, quindi. A Lodi, come ovunque, le mense scolastiche e altri servizi della scuola (lo scuolabus, per esempio) sono a pagamento. Per chi dimostri di vivere in particolari condizioni di indigenza, tuttavia, sono previsti sconti e agevolazioni. Solo che la povertà va provata. Il comune di Lodi, a guida leghista, richiede quindi alle famiglie straniere di presentare un certificato in grado di attestare che non possiedono beni nel Paese di origine. La discriminazione starebbe tutta qui: andare a cercare quei documenti, ha detto a una sola voce il coro degli indignati, è difficile e costoso, spesso inutile anche per chi desideri farlo. Quello lodigiano sarebbe quindi un escamotage subdolo per escludere i migranti. Peccato che, tanto per cominciare, il Comune di Lodi non si sia inventato nulla. Il decreto del presidente della Repubblica 445 del 2000, all'articolo 3, prevede che «i cittadini di Stati non appartenenti all'Unione regolarmente soggiornanti in Italia, possono utilizzare le dichiarazioni sostitutive [...] limitatamente agli stati, alle qualità personali e ai fatti certificabili o attestabili da parte di soggetti pubblici italiani». Se non esistono particolari convenzioni in proposito, «le qualità personali e i fatti sono documentati mediante certificati o attestazioni rilasciati dalla competente autorità dello Stato estero, corredati di traduzione in lingua italiana». Una chiarezza che lascia pochi dubbi. E cose non diverse afferma il Dpr 394 del 1999. D'accordo, si dirà, ma gli immigrati non possono certamente andare a chiedere certificati in Stati da cui sono fuggiti, scacciati dalle bombe e dalla miseria... Peccato che le autorità lodigiane abbiano già previsto che siano esentati dalla presentazione della documentazione i rifugiati politici e i profughi provenienti da Libia, Yemen, Afghanistan e Siria. Altra bufala con le gambe corte, cortissime, quindi. Resta tuttavia l'immagine, oggettivamente brutta, dei bambini divisi in due gruppi: non si potrebbe almeno far sì che mangino tutti insieme? Dal Comune fanno sapere che, per motivi igienici, il regolamento impedisce di portare a mensa cibi portati da casa. Ma già da qualche settimana, prima, quindi, che scoppiasse il caso mediatico, era stato avviato un percorso con i vari presidi per un regolamento che permettesse di superare questo scoglio. Due scuole, poi, hanno già provveduto in tal senso autonomamente. Il 4 ottobre, inoltre, era stato approvato dalla giunta cittadina un ordine del giorno per l'emanazione di linee guida operative per trattare specificamente i casi particolarmente critici. E questo sarebbe il Ku klux klan in salsa tricolore? Adriano Scianca
Paolo Berizzi (Ansa)
A Eric Gobetti si possono muovere (e le muoveremo) parecchie critiche, ma non si può non riconoscergli il pregio della trasparenza. A differenza di tanti altri a sinistra, parla chiaro, non si nasconde dietro eufemismi, il che rende le sue tesi molto facili da inquadrare. Egli esplicita con chiarezza e in modo sicuro ciò che tanti altri magari pensano ma non dicono, o dicono con mezze parole. Ecco perché la lettura del suo libro Il nostro terrorismo (Utet) è utilissima ai fini di comprendere quale sia una impostazione molto diffusa - se non la più diffusa - fra i progressisti. Non solo riguardo all’oggetto del saggio, cioè appunto il terrorismo, ma più in generale verso la politica e le idee altrui.
Questo suo saggio, per farla breve, permette di comprendere per quale motivo sia così difficile per una larga fetta di commentatori, politici e analisti anche solo considerare la possibilità che Salim El Koudri sia un terrorista o comunque abbia compiuto un atto terroristico. Gobetti tenta una definizione di terrorismo che risulta a nostro avviso molto discutibile, cioè spiega giustamente che il terrorismo non è una sorta di connotato morale bensì un metodo di lotta (e fin qui ci siamo). Aggiunge che spesso il terrorismo è agito dagli Stati, e ha molta ragione. Poi aggiunge che il fine del terrorismo è sempre politico, e su questo si potrebbe discutere. Forse sarebbe più giusto dire che l’approdo dell’azione terroristica è comunque politico a prescindere dalla volontà e dalla consapevolezza dell’autore. Più difficile è affermare che vi sia sempre un disegno preciso ad animare certe manifestazioni di violenza illegittima. Qui però non ci interessa discutere di definizioni ma esaminare l’approccio. E a tale proposito l’affermazione più potente di Gobetti è senz’altro la seguente: «Il terrorismo è dunque un metodo di lotta non solo criminale, ma anche strutturalmente fascista, secondo l’accezione proposta da Umberto Eco di Ur-fascismo o “fascismo eterno”. Nasce da una logica razzista, bellicista, suprematista, che attribuisce valore assoluto alla violenza, riconosce la supremazia della forza sul dialogo, della guerra sulla pace. Inoltre viene concretamente operato da un piccolo gruppo di “forti”, di superuomini, contro masse di “deboli”, che appartengano alla propria comunità o a quella da colpire. Che essi periscano o vengano travolti da un’ondata di violenza è messo in conto, se non auspicato, da chi sceglie di combattere mediante lo strumento del terrorismo».
Sostenere che il terrorismo sia intrinsecamente fascista equivale a dire che «la violenza è soltanto nera», che è poi ciò che si diceva negli anni di piombo quando si metteva in dubbio l’identità rossa delle Brigate rosse. Tale convinzione porta Gobetti a compiere singolari distinzioni. Egli ammette che i partigiani rossi italiani (come tutti i partigiani del globo) possono fare ricorso al terrore come metodo. Ma parlando nello specifico degli attentati dei Gap, afferma: «Si tratta di singoli episodi, che vanno considerati come tali: il frutto di scelte estreme, connesse alle dinamiche locali, presto proibiti dai comandi superiori. Per i fascisti e i nazisti al contrario la violenza brutale e indiscriminata è sempre stata lo strumento privilegiato per esercitare il potere». Singoli episodi, magari errori. Se la violenza è solo fascista, quando la commettono i rossi deve per forza trattarsi di uno sbaglio, un fraintendimento o di una risposta alla provocazione.
Non è un caso che Gobetti sia anche uno dei più ostinati negazionisti delle foibe: colpa dei fascisti se i titini uccidevano gli italiani. Tale discorso ovviamente si può estendere all’infinito. E infatti Gobetti lo estende, arrivando persino a smussare la geometrica ferocia del terrorismo comunista degli anni di piombo. Per lui dominano le «stragi fasciste», i complotti neri e la strategia della tensione. Dall’altra parte ci sono soltanto «omicidi politici di stampo comunista» di cui alla fine dei conti ha fatto le spese «soprattutto il Pci di Berlinguer». Alla faccia degli opposti estremismi.
Intendiamoci. È vero che si sta parlando di concetti ambigui, scivolosi. È ovvio che talvolta si debba lottare armi in pugno per la libertà, o per quella che si pensa sia libertà: partigiani e terroristi talvolta sono difficilmente distinguibili, non siamo ipocriti. Ed è esattamente al netto dell’ipocrisia che Gobetti riesce ad affermare una grande verità: si tende a definire terrorista ciò che ci fa comodo definire tale. Lo fanno gli Stati, lo fanno i politici. E ovviamente lo fa lo stesso Gobetti con le sue capziose distinzioni tra rossi e neri. A questa tendenza di cui abbiamo avuto fin troppe prove nel corso della storia dobbiamo però aggiungere l’altro dato che emerge con prepotenza dal libro gobettiano (malgrado le intenzioni dell’autore). E cioè che il fronte progressista si considera sempre e comunque dalla parte del giusto. A questo punto basta unire le due evidenze: se terrorismo è la violenza che non fa comodo alla causa, e se la sola causa giusta è quella progressista, si spiega perché, anche di fronte a una strage, ci siano reticenze e negazioni. Ad esempio quelle fatte esplodere da Repubblica tramite un allarmato articolo di Paolo Berizzi, gran cacciatore di fascisti. Nel pezzo, il nostro spiega che «cresce il nichilismo estremista online» e racconta che una «ricerca della Fondazione Icsa approfondisce le tematiche del terrorismo e dell’eversione: “Sono quasi sempre minori, nativi digitali, con difficoltà relazionali, vulnerabilità psicologica e vita sociale marginalizzata”. Marginalizzazione, disagio psichico, vulnerabilità... Sembra il profilo di Salim El Koudry, che è solo un po’ più vecchio. Peccato che l’articolo non sia su di lui ma sui «giovani suprematisti», cioè la «nuova versione di destra» che si configura come «nazirazzista». Tutto chiaro: se un giovane mentalmente fragile si abbevera a qualche forum nazista allora diventa un terrorista. Se un altro giovane parla di bastardi cristiani e compie una strage in stile Isis è solo un pazzo. La violenza è sempre fascista, giusto così.
C’è una sola conclusione possibile: il terrorismo non è questione di dinamica, di terminologia o modalità di azione. È solo un problema di cattiva coscienza.
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Ansa
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
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Il bombardamento ucraino al quartier generale dell’Fsb russo, nell’oblast di Kherson, ha provocato un centinaio fra vittime e feriti (Ansa)
La base dell’Fsb si trova a Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson. Allegando il video del raid, ha aggiunto che «le perdite russe sono circa un centinaio tra morti e feriti». Anche in questo caso si tratta di un messaggio per «i russi» visto che «devono capire che devono porre fine a questa loro guerra».
Ma non è stato l’unico attacco: il presidente ucraino ha infatti rivendicato un raid contro «la raffineria russa di Sizran, a oltre 800 chilometri dal confine». Inoltre, nella regione russa di Bryansk, un drone ucraino ha colpito una locomotiva, uccidendo tre persone. E anche nella parte della regione di Zaporizhzhia controllata dai russi si contano due vittime dopo che un velivolo senza pilota gialloblù ha attaccato un veicolo.
Che sia poi aumentata la capacità di difesa di Kiev ne è convinto il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov: ha dichiarato che «la percentuale di abbattimenti dei droni Shahed è raddoppiata negli ultimi quattro mesi, nonostante il numero di Shahed lanciati mensilmente dalla Russia sia in aumento del 35%». Gli attacchi di Mosca sull’Ucraina continuano però a mietere vittime: si contano almeno sette morti a seguito dei raid nel Donetsk, a Kharkiv e nella regione di Cherniv.
Zelensky ha intanto incassato ulteriore sostegno da parte degli alleati. Dopo lo spauracchio suscitato da una licenza commerciale britannica che avrebbe permesso l’importazione del petrolio russo da Paesi terzi, il premier laburista Keir Starmer ha fatto rientrare l’allarme. Stando a una nota diffusa da Downing street, i due leader hanno avuto una conversazione telefonica in cui Starmer «ha ribadito il costante sostegno del Regno Unito all’Ucraina e l’impegno per smantellare la macchina da guerra di Putin».
Un ulteriore appoggio a Kiev è arrivato dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in tema di integrazione europea. Ha infatti proposto a Bruxelles che l’Ucraina diventi «membro associato» prima della sua completa adesione. Questo tipo di membership includerebbe già la clausola di mutua difesa con l’estensione all’Ucraina dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Ue. A commentare l’iniziativa è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Pur riconoscendo che «l’Ucraina è un Paese candidato a far parte dell’Ue», ha precisato: «Però non dobbiamo dimenticare i Balcani che sono candidati da prima». Intanto pare che la presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue abbia fissato entro giugno l’avvio del primo pacchetto di negoziati per l’adesione. E non è escluso che sul tavolo ci sia anche la proposta di Merz. Un aiuto indirizzato al settore energetico ucraino arriva invece dall’Italia: il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha reso noto che il nostro Paese «fornirà ulteriori 10 milioni di euro per sostenere i lavori di ripristino e riparazione nel settore energetico».
E mentre il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha rimproverato «molti» alleati di «non spendere abbastanza per il sostegno all’Ucraina», c’è invece chi ha redarguito Kiev. La Lituania ha confermato che il drone precipitato sul suo territorio lo scorso 17 maggio è ucraino. Tra l’altro sia mercoledì sia ieri sono stati individuati velivoli senza pilota nei cieli lituani, ma non è stato comunicato l’autore. È in questo contesto che la Polonia ha chiesto a Kiev di usare i droni «con più precisione». La più critica è stata la Grecia: dopo il ritrovamento nelle acque greche di un drone marino ucraino, il ministro ellenico della Difesa, Nikos Dendias, ha affermato: «Ci devono delle scuse e la garanzia assoluta che una cosa del genere non si ripeterà più». Dall’altra parte, la Svezia ha preso le difese di Kiev.
A Mosca, intanto, si traccia l’identikit dei negoziatori europei. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha affermato che «dovrebbero essere persone che godono della fiducia dei loro cittadini, che non abbiano optato per un nazionalismo esplicito, in particolare per la russofobia». Ma Zakharova si è anche esposta sui cittadini della Transnistria, dopo che Mosca ha assicurato agli abitanti una procedura semplificata per ottenere la cittadinanza russa: «La Russia è pronta a ricorrere a tutti i mezzi necessari per garantire la loro sicurezza».
Per Zelensky è senz’altro un grattacapo che si aggiunge alla questione della Bielorussia. Mentre il presidente russo Vladimir Putin, insieme all’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko, ha assistito ieri in videoconferenza alle esercitazioni nucleari congiunte dei due Paesi, Kiev teme un attacco da Minsk. Così il Servizio di sicurezza ucraino ha annunciato di stare «attuando una serie di misure di sicurezza rafforzate nelle regioni settentrionali» dell’Ucraina. Lukashenko ha cercato di allentare le tensioni con Kiev, sostenendo che Minsk non si farà «trascinare» nella guerra. E si è detto «pronto a incontrare» Zelensky. Ma il presidente ucraino ha già lanciato il suo avvertimento: Lukashenko «deve capire che ci saranno conseguenze se ci sarà l’aggressione contro l’Ucraina».
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