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2019-12-14
Leggi su misura per i finanziatori di Renzi
Ansa
Per uno scherzo del destino, il documento che rischia di provocare il terremoto nel Giglio magico renziano è un provvedimento sulla sicurezza antisismica. Forse è davvero la pistola fumante dell'inchiesta sulla fondazione Open quella che la guardia di finanza ha trovato il 17 settembre scorso nel corso della perquisizione nello studio dell'avvocato Alberto Bianchi, indagato per finanziamento illecito ai partiti e traffico di influenze. Non una scoperta improvvisata né un colpo di fortuna. I militari, come avevano anticipato in un'informativa inviata alla Procura di Firenze un mese prima, sapevano che cosa cercare: l'emendamento del deputato abruzzese di Alternativa popolare, Aldo Di Biagio che, nel 2017, aveva consentito al gruppo Toto di sospendere il pagamento di 111 milioni di euro di rate scadute del «corrispettivo della concessione» per le autostrade A24 e A25. Emendamento di cui aveva parlato il nostro giornale, a settembre, collegandolo ai rapporti professionali tra la famiglia di imprenditori abruzzesi e l'avvocato fiorentino al quale sono state pagate parcelle per quasi 3 milioni di euro, una parte dei quali (400.000 euro) sono poi stati girati sui conti correnti della fondazione Open e del Comitato per il sì al referendum.
È stato lo stesso Bianchi a consegnare la pratica intestata «Strada dei parchi spa - Anas spa (consulenza)» agli inquirenti. Un dossier in cui mancava la lettera d'incarico ma che conteneva atti ben più interessanti dal punto di vista investigativo. All'interno di una cartellina rossa era custodita la stampa dell'emendamento che modificava l'articolo 52-quinquies del decreto legge 50 del 24 aprile 2017, convertito, un mese dopo, nella legge 96 del 21 giugno 2017 (governo Gentiloni). In pratica, la rettifica legislativa che offriva ai Toto la possibilità di sospendere il pagamento all'Anas di due rate (2014 e 2015) da oltre 55 milioni di euro ciascuna in cambio di un piano di «interventi urgenti» per la messa in sicurezza delle autostrade A24 e A25. Soldi da restituire allo Stato in tre rate da 37 milioni tra il 2028 e il 2030, quindi 15 anni dopo la loro scadenza naturale. Il particolare che ha allertato gli investigatori è che non si trattava di una stampa anonima, ma di un documento «lavorato». Le Fiamme gialle hanno individuato, infatti, oltre a quella dell'avvocato, un altro tratto - di grafia diversa - che segna «Di Biagio riformulato». Chi lo ha scritto?
C'erano, inoltre, la sigla «GR» e la data «10/7». Al documento erano spillati tre dattiloscritti, di cui uno relativo all'art 13 bis a firma sempre di Aldo Di Biagio. Ma nelle carte sequestrate nello studio legale fiorentino gli investigatori hanno trovato una cartellina che dimostra come fossero molti i finanziatori che si proponevano per emendamenti e leggi ad hoc. Un fascicolo rosso intestato «215 994 AB/2 Renzi M.», dove non è difficile immaginare quale nome si celi dietro alla lettera M. In una cartellina bianca, una mail indirizzata dalla segreteria di Bianchi ad Antonella Manzione, ex capo dei vigili di Firenze promossa da Renzi a capo dell'ufficio legislativo di Palazzo Chigi. Contenuto del messaggio: «Proposta di emendamento dl sblocca Italia» con tanto di schema su «Misure urgenti per l'apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese...». In particolare a interessare era lo sblocco della Nuova Cassanese. Dentro, anche fascicoli informativi dell'azienda Pizzarotti, e una mail con cui Bianchi gira un «un piano di investimenti in Italia di British american tobacco», altro finanziatore di Open e cliente di Bianchi. C'è infine un documento intestato «contenimento delle tariffe e razionalizzazione del sistema autostradale italiano» con appunto manoscritto da «B. (Beniamino, ndr) Gavio 30.1.14 mandato a M.R. 31.1.15». I Gavio sono stati recentemente perquisiti perché tra i grandi finanziatori che si erano impegnati a pagare 100.000 euro all'anno per 5 anni pur di poter avere incontri con l'ex Rottamatore.
Ma per parafrasare i latini, tutte le autostrade portano, o portavano, al Giglio magico. Una delle principali vocazioni del gruppo di potere cresciuto intorno a Matteo Renzi sembra proprio quello per i concessionari, e in particolare con la holding abruzzese della famiglia Toto.
«L'inizio del rapporto professionale dell'avvocato Bianchi con la Toto può essere collocato nella prima metà del marzo 2015» annotano gli investigatori, quando l'avvocato Bianchi venne ingaggiato per occuparsi della pratica «Toto-Cai e Alitalia» e di un contenzioso riguardante un appalto ricevuto dalla Toto costruzioni generali da Autostrade per l'Italia, la società dei Benetton, sulla cosiddetta variante di valico dell'A1, opera poi inaugurata dallo stesso Renzi nel dicembre 2015. Toto avrebbe voluto rifare una galleria modificando il percorso, invece Aspi preferì rafforzare la struttura già completata. Di qui, l'aggravio di costi per la società abruzzese, e il contenzioso con i Benetton.
Il 17 marzo 2015 Bianchi scrive un appunto in cui spiega come intenda muoversi: «Il giochino è far finire i lavori, poi Aut. va dal giudice e chi si è visto si è visto». Nella parte finale dell'appunto aggiunge: «Compito mio seguire la trattativa con Castellucci e poi il testo dell'ev transaz Obiettivo 150 interessi compresi […] strategia: non muoversi ora».
A fare da ambasciatore con l'ex ad di Aspi Giovanni Castellucci è l'imprenditore Marco Carrai (indagato al pari di Bianchi), consigliere di Open, che verga un appunto dopo un incontro con il manager dei Benetton: «Lui (Castellucci, ndr) dice che troppo distante il prezzo. Mi ha detto che tu lo chiami e ci fissi».
Nella documentazione di Bianchi si trovano le tracce della pressione che i renziani paiono aver esercitato su Aspi. Si trova anche un articolo di giornale in cui Castellucci riconosce la crescita dei costi del tratto autostradale: «Ammissione di colpa no?» scrive festante Patrizio Donnini, consulente dei Toto e coindagato con Bianchi. Nel fascicolo sequestrato all'avvocato si evidenzia il fatto che «su Aspi pendono due procedimenti penali», si parla di «196 (milioni, ndr) di indebito arricchimento» e «viene ventilato un possibile atto di citazione» al posto dell'accordo transattivo. Con uno scambio di messaggi, Bianchi invita Alfonso Toto ad attivarsi per un colloquio diretto con l'amministratore delegato di Aspi «per porre fine al tempo delle ammuine».
Poi il legale invia ad «At» (Alfonso Toto) tre pagine da girare a «Castellucci» con «l'ipotesi transattiva»: 140 milioni che Aspi dovrebbe pagare «con tempi e modalità da concordare». Toto manda una versione corretta, in cui si parla di «ulteriori 140 milioni». L'incontro con Castellucci viene procrastinato e allora Bianchi, ad agosto, informa il cliente che ha «sollecitato chi di dovere al fine di riprendere i contatti con l'ad di Aspi in modo da evitare di perdere tempo». Ma visto che l'incontro continua a slittare, Bianchi si gioca la carta Luca Lotti, consigliere della Open e sottosegretario con delega al Comitato interministeriale per la programmazione economica, organismo chiave per lo sblocco dei fondi destinati alle infrastrutture.
Nel fascicolo Toto-Aspi i finanzieri hanno trovato un altro pizzino: «Riunione con Luca Lotti consegnato appunto Toto 15/7/2015». Il documento citato dovrebbe essere un elaborato suddiviso in tre paragrafi, l'ultimo dei quali era intitolato: «Perché l'ipotesi transattiva potrebbe essere conveniente per Aspi». Il 6 aprile 2016 Bianchi si propone di riparlarne con LL (Luca Lotti), come farà nel 2017 per un'altra questione riguardante Toto e Anas a La Spezia. Nel luglio 2016 si chiude finalmente la transazione. Un accordo certificato dalla Toto costruzioni generali nel bilancio 2016, dove si legge che Autostrade per l'Italia «ha provveduto a riconoscere all'appaltatore un congruo indennizzo per i maggiori oneri […] e a versare la seconda rata pari a 75 milioni, a saldo del corrispettivo convenuto tra le parti». Bianchi incassa per il disturbo una parcella personale di 750.000 euro che versa interamente, al netto delle tasse, nelle casse di Open e del Comitato per il sì al referendum costituzionale.
Così le aziende davano suggerimenti su come chiedere i finanziamenti
«Caro avvocato, le chiedo una cortesia al fine di facilitare il processo. Avremmo bisogno, per avviare e chiudere la parte amministrativa, di una lettera della fondazione che più o meno reciti come segue». Il mittente è Giovanni Carucci, vice presidente della British american tobacco, colosso delle sigarette che produce Dunhill, Lucky strike, Pall mall, Rothmans. Il destinatario è l'avvocato Alberto Bianchi, ex presidente della fondazione Open indagato per traffico di influenze per i rapporti con il concessionario autostradale Toto, a cui avrebbe fatto da trait d'union con il Giglio magico. Gli investigatori della guardia di finanza, dopo aver scoperto, tramite le ricerche sulle partite Iva, che da Toto, poi, l'avvocato Bianchi aveva anche ricevuto nutrite parcelle, hanno fatto la stessa verifica per il colosso delle sigarette. E hanno scoperto che, proprio come per Toto, anche British american tobacco risultava tra i finanziatori della fondazione Open (con quattro versamenti per un totale di 170.000 euro) ed era anche presente nella lista dei clienti dell'avvocato Bianchi. La parcella: 83.200 euro.
Ma c'è anche una seconda parcella di 50.000 euro. Questa volta per lo studio Alberto Bianchi e associati. Altra coincidenza: come per Toto, i versamenti risalgono al 2016. Al governo c'era Matteo Renzi. Erano addirittura le aziende, come dimostra la mail inviata da Carucci a Bianchi, a chiedere istruzioni per dare un contributo al renzismo. E non è l'unica email finita nel mirino investigativo: «Luca, sulla base dell'accordo con Toto ho avuto 750K. Sulla base dell'accordo con British american tobacco riceverò a breve 80K. In conclusione, riceverò 830K». Il mittente, in questo caso è Bianchi. Il destinatario è Luca Lotti. Bianchi avvisa Lotti di aver fatto la tara tra quanto dovrà versare e quanto si terrà, ovvero 400.838 per Open. Il resto, sostiene Bianchi, andrà allo Stato, per le tasse. Alessandro Bertolini della British american tobacco, sentito dai finanzieri, ha spiegato: «Ho rappresentato al dottor Carucci la necessità che la contribuzione dovesse essere legata a eventi su materie di interesse dell'azienda. Verificai lo statuto di Open per accertarmi che non si trattasse da un punto di vista tecnico di una fondazione politica, che nel qual caso avrebbe comportato un divieto di qualunque contribuzione». La società ha ritenuto che durante l'Expo di Milano, tramite la distribuzione del loro materiale divulgativo, le finalità si siano effettivamente realizzate. Ma ci sono anche gli inviti alla Leopolda. Poi aggiunge di «aver autorizzato per ragioni di buoni rapporti, anche in considerazione della nostra partecipazione come azienda invitata per gli anni 2016 e 2017 alla Leopolda, l'unica contribuzione per i due anni, per complessivi 20.000 euro».
Ma, insieme al colosso del tabacco, nell'elenco stilato dai finanzieri e usato come «chiave di ricerca» per i controlli sui finanziatori, c'è anche l'azienda di Gianfranco Librandi, passato dal Pdl a Scelta civica, poi ad Ala di Denis Verdini e approdato infine, dopo un passaggio nel Pd, a Italia viva. La sua Tci telecomunicazioni, che opera nel campo dell'illuminazione, detiene il record di versamenti a Open: 900.000 euro, tutti tra il 2017 e il 2018. Ossia, annotano gli investigatori, quando «è stato eletto deputato».
Nella stessa informativa, proprio dietro a Librandi, i finanzieri si occupano di un'impresa di produzione cinematografica: la Golden production srl, che ha finanziato Open con 100.000 euro. Gli investigatori hanno sequestrato una lettera manoscritta: «Caro Alberto, in esecuzione degli accordi di cui all'incontro di Roma, qui di seguito trovi i riferimenti della società che provvederà a effettuare la prima contribuzione a favore della fondazione Open». E a seguire, tutte le indicazioni per inviare la ricevuta. La lettera si chiude con «un caro saluto. L». I finanzieri ritengono che il mittente, per via di quella L, potrebbe essere identificato in Luca Lotti. Come per Toto, British american tobacco e Tci, anche Golden risulta negli intrecci tra i finanziatori di Open e le prestazioni professionali di Bianchi. Gli investigatori sottolineano che la Golden è stata costituita da tale Antonio Scaramuzzino, «sottoscrittore dell'80% del capitale sociale». I finanzieri appuntano anche che «il signor Scaramuzzino è stato indagato e poi sottoposto a misure restrittive nel 2012 per turbativa d'asta, minacce e collusione con gruppi malavitosi organizzati mentre era amministratore della Sorical, ente di gestione delle acque pubbliche in Calabria». E ancora: «È coniuge della sorella di Elisabetta Gregoraci». Ma a Open arrivano anche i contributi di Alessandro Di Paolo, rappresentante legale dell'associazione Azimut, che ha corrisposto 75.000 euro nel 2016. Di Paolo, che le cronache rosa danno come fidanzato di Elisa Isoardi, ha versato anche un contributo volontario personale da 10.000 euro. Viene inserito nel capitolo di Golden, perché Scaramuzzino è pure un consulente di Azimut. Le contribuzioni vengono definite «collegate».
C'è poi Vito Pertosa, imprenditore pugliese e patron del gruppo Angel, attivo in vari settori tra cui l'aerospazio. Ha finanziato Open con delle società fiduciarie (la Simon, la Fid Sant'Andrea e la Nomen). Totale contributi: 105.000 euro. Altri 100.000 li ha versati direttamente l'imprenditore, a suo nome. Spillata alla ricevuta di versamento gli investigatori hanno trovato la stampa di una email inviata da Pertosa a Bianchi e per conoscenza a Marco Carrai, con la quale dava conferma dell'avvenuto bonifico. In altre occasioni, invece, veniva direttamente effettuato il versamento. Senza alcun carteggio.
Come nel caso di Vincenzo Onorato, armatore e patron della Moby, che ha sganciato complessivamente 300.000 euro. Tra gli atti acquisiti ci sono solo le risposte di ringraziamento per i versamenti: «La fondazione Open, nelle persone dell'avvocato Bianchi, dell'onorevole Maria Elena Boschi e dell'onorevole Lotti, ringrazia dei suoi generosi contributi, con la speranza di poterla incontrare a Firenze». Nei giorni della Leopolda.
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Nello studio dell'ex capo della fondazione del Rottamatore la versione «riformulata» dell'emendamento grazie al quale il gruppo ha sospeso un pagamento da 111 milioni. Così le aziende davano suggerimenti su come chiedere i finanziamenti. In una missiva Bat spiegava le procedure per poter erogare i contributi: una traccia seguita alla lettera. Fra i sostenitori del Bullo c'erano anche il cognato di Elisabetta Gregoraci e il presunto fidanzato di Elisa Isoardi. Lo speciale comprende due articoli. Per uno scherzo del destino, il documento che rischia di provocare il terremoto nel Giglio magico renziano è un provvedimento sulla sicurezza antisismica. Forse è davvero la pistola fumante dell'inchiesta sulla fondazione Open quella che la guardia di finanza ha trovato il 17 settembre scorso nel corso della perquisizione nello studio dell'avvocato Alberto Bianchi, indagato per finanziamento illecito ai partiti e traffico di influenze. Non una scoperta improvvisata né un colpo di fortuna. I militari, come avevano anticipato in un'informativa inviata alla Procura di Firenze un mese prima, sapevano che cosa cercare: l'emendamento del deputato abruzzese di Alternativa popolare, Aldo Di Biagio che, nel 2017, aveva consentito al gruppo Toto di sospendere il pagamento di 111 milioni di euro di rate scadute del «corrispettivo della concessione» per le autostrade A24 e A25. Emendamento di cui aveva parlato il nostro giornale, a settembre, collegandolo ai rapporti professionali tra la famiglia di imprenditori abruzzesi e l'avvocato fiorentino al quale sono state pagate parcelle per quasi 3 milioni di euro, una parte dei quali (400.000 euro) sono poi stati girati sui conti correnti della fondazione Open e del Comitato per il sì al referendum. È stato lo stesso Bianchi a consegnare la pratica intestata «Strada dei parchi spa - Anas spa (consulenza)» agli inquirenti. Un dossier in cui mancava la lettera d'incarico ma che conteneva atti ben più interessanti dal punto di vista investigativo. All'interno di una cartellina rossa era custodita la stampa dell'emendamento che modificava l'articolo 52-quinquies del decreto legge 50 del 24 aprile 2017, convertito, un mese dopo, nella legge 96 del 21 giugno 2017 (governo Gentiloni). In pratica, la rettifica legislativa che offriva ai Toto la possibilità di sospendere il pagamento all'Anas di due rate (2014 e 2015) da oltre 55 milioni di euro ciascuna in cambio di un piano di «interventi urgenti» per la messa in sicurezza delle autostrade A24 e A25. Soldi da restituire allo Stato in tre rate da 37 milioni tra il 2028 e il 2030, quindi 15 anni dopo la loro scadenza naturale. Il particolare che ha allertato gli investigatori è che non si trattava di una stampa anonima, ma di un documento «lavorato». Le Fiamme gialle hanno individuato, infatti, oltre a quella dell'avvocato, un altro tratto - di grafia diversa - che segna «Di Biagio riformulato». Chi lo ha scritto? C'erano, inoltre, la sigla «GR» e la data «10/7». Al documento erano spillati tre dattiloscritti, di cui uno relativo all'art 13 bis a firma sempre di Aldo Di Biagio. Ma nelle carte sequestrate nello studio legale fiorentino gli investigatori hanno trovato una cartellina che dimostra come fossero molti i finanziatori che si proponevano per emendamenti e leggi ad hoc. Un fascicolo rosso intestato «215 994 AB/2 Renzi M.», dove non è difficile immaginare quale nome si celi dietro alla lettera M. In una cartellina bianca, una mail indirizzata dalla segreteria di Bianchi ad Antonella Manzione, ex capo dei vigili di Firenze promossa da Renzi a capo dell'ufficio legislativo di Palazzo Chigi. Contenuto del messaggio: «Proposta di emendamento dl sblocca Italia» con tanto di schema su «Misure urgenti per l'apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese...». In particolare a interessare era lo sblocco della Nuova Cassanese. Dentro, anche fascicoli informativi dell'azienda Pizzarotti, e una mail con cui Bianchi gira un «un piano di investimenti in Italia di British american tobacco», altro finanziatore di Open e cliente di Bianchi. C'è infine un documento intestato «contenimento delle tariffe e razionalizzazione del sistema autostradale italiano» con appunto manoscritto da «B. (Beniamino, ndr) Gavio 30.1.14 mandato a M.R. 31.1.15». I Gavio sono stati recentemente perquisiti perché tra i grandi finanziatori che si erano impegnati a pagare 100.000 euro all'anno per 5 anni pur di poter avere incontri con l'ex Rottamatore. Ma per parafrasare i latini, tutte le autostrade portano, o portavano, al Giglio magico. Una delle principali vocazioni del gruppo di potere cresciuto intorno a Matteo Renzi sembra proprio quello per i concessionari, e in particolare con la holding abruzzese della famiglia Toto. «L'inizio del rapporto professionale dell'avvocato Bianchi con la Toto può essere collocato nella prima metà del marzo 2015» annotano gli investigatori, quando l'avvocato Bianchi venne ingaggiato per occuparsi della pratica «Toto-Cai e Alitalia» e di un contenzioso riguardante un appalto ricevuto dalla Toto costruzioni generali da Autostrade per l'Italia, la società dei Benetton, sulla cosiddetta variante di valico dell'A1, opera poi inaugurata dallo stesso Renzi nel dicembre 2015. Toto avrebbe voluto rifare una galleria modificando il percorso, invece Aspi preferì rafforzare la struttura già completata. Di qui, l'aggravio di costi per la società abruzzese, e il contenzioso con i Benetton. Il 17 marzo 2015 Bianchi scrive un appunto in cui spiega come intenda muoversi: «Il giochino è far finire i lavori, poi Aut. va dal giudice e chi si è visto si è visto». Nella parte finale dell'appunto aggiunge: «Compito mio seguire la trattativa con Castellucci e poi il testo dell'ev transaz Obiettivo 150 interessi compresi […] strategia: non muoversi ora». A fare da ambasciatore con l'ex ad di Aspi Giovanni Castellucci è l'imprenditore Marco Carrai (indagato al pari di Bianchi), consigliere di Open, che verga un appunto dopo un incontro con il manager dei Benetton: «Lui (Castellucci, ndr) dice che troppo distante il prezzo. Mi ha detto che tu lo chiami e ci fissi». Nella documentazione di Bianchi si trovano le tracce della pressione che i renziani paiono aver esercitato su Aspi. Si trova anche un articolo di giornale in cui Castellucci riconosce la crescita dei costi del tratto autostradale: «Ammissione di colpa no?» scrive festante Patrizio Donnini, consulente dei Toto e coindagato con Bianchi. Nel fascicolo sequestrato all'avvocato si evidenzia il fatto che «su Aspi pendono due procedimenti penali», si parla di «196 (milioni, ndr) di indebito arricchimento» e «viene ventilato un possibile atto di citazione» al posto dell'accordo transattivo. Con uno scambio di messaggi, Bianchi invita Alfonso Toto ad attivarsi per un colloquio diretto con l'amministratore delegato di Aspi «per porre fine al tempo delle ammuine». Poi il legale invia ad «At» (Alfonso Toto) tre pagine da girare a «Castellucci» con «l'ipotesi transattiva»: 140 milioni che Aspi dovrebbe pagare «con tempi e modalità da concordare». Toto manda una versione corretta, in cui si parla di «ulteriori 140 milioni». L'incontro con Castellucci viene procrastinato e allora Bianchi, ad agosto, informa il cliente che ha «sollecitato chi di dovere al fine di riprendere i contatti con l'ad di Aspi in modo da evitare di perdere tempo». Ma visto che l'incontro continua a slittare, Bianchi si gioca la carta Luca Lotti, consigliere della Open e sottosegretario con delega al Comitato interministeriale per la programmazione economica, organismo chiave per lo sblocco dei fondi destinati alle infrastrutture. Nel fascicolo Toto-Aspi i finanzieri hanno trovato un altro pizzino: «Riunione con Luca Lotti consegnato appunto Toto 15/7/2015». Il documento citato dovrebbe essere un elaborato suddiviso in tre paragrafi, l'ultimo dei quali era intitolato: «Perché l'ipotesi transattiva potrebbe essere conveniente per Aspi». Il 6 aprile 2016 Bianchi si propone di riparlarne con LL (Luca Lotti), come farà nel 2017 per un'altra questione riguardante Toto e Anas a La Spezia. Nel luglio 2016 si chiude finalmente la transazione. Un accordo certificato dalla Toto costruzioni generali nel bilancio 2016, dove si legge che Autostrade per l'Italia «ha provveduto a riconoscere all'appaltatore un congruo indennizzo per i maggiori oneri […] e a versare la seconda rata pari a 75 milioni, a saldo del corrispettivo convenuto tra le parti». Bianchi incassa per il disturbo una parcella personale di 750.000 euro che versa interamente, al netto delle tasse, nelle casse di Open e del Comitato per il sì al referendum costituzionale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-famiglia-toto-pagava-open-e-le-leggi-a-suo-favore-passavano-al-vaglio-di-bianchi-2641592353.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cosi-le-aziende-davano-suggerimenti-su-come-chiedere-i-finanziamenti" data-post-id="2641592353" data-published-at="1767514286" data-use-pagination="False"> Così le aziende davano suggerimenti su come chiedere i finanziamenti «Caro avvocato, le chiedo una cortesia al fine di facilitare il processo. Avremmo bisogno, per avviare e chiudere la parte amministrativa, di una lettera della fondazione che più o meno reciti come segue». Il mittente è Giovanni Carucci, vice presidente della British american tobacco, colosso delle sigarette che produce Dunhill, Lucky strike, Pall mall, Rothmans. Il destinatario è l'avvocato Alberto Bianchi, ex presidente della fondazione Open indagato per traffico di influenze per i rapporti con il concessionario autostradale Toto, a cui avrebbe fatto da trait d'union con il Giglio magico. Gli investigatori della guardia di finanza, dopo aver scoperto, tramite le ricerche sulle partite Iva, che da Toto, poi, l'avvocato Bianchi aveva anche ricevuto nutrite parcelle, hanno fatto la stessa verifica per il colosso delle sigarette. E hanno scoperto che, proprio come per Toto, anche British american tobacco risultava tra i finanziatori della fondazione Open (con quattro versamenti per un totale di 170.000 euro) ed era anche presente nella lista dei clienti dell'avvocato Bianchi. La parcella: 83.200 euro. Ma c'è anche una seconda parcella di 50.000 euro. Questa volta per lo studio Alberto Bianchi e associati. Altra coincidenza: come per Toto, i versamenti risalgono al 2016. Al governo c'era Matteo Renzi. Erano addirittura le aziende, come dimostra la mail inviata da Carucci a Bianchi, a chiedere istruzioni per dare un contributo al renzismo. E non è l'unica email finita nel mirino investigativo: «Luca, sulla base dell'accordo con Toto ho avuto 750K. Sulla base dell'accordo con British american tobacco riceverò a breve 80K. In conclusione, riceverò 830K». Il mittente, in questo caso è Bianchi. Il destinatario è Luca Lotti. Bianchi avvisa Lotti di aver fatto la tara tra quanto dovrà versare e quanto si terrà, ovvero 400.838 per Open. Il resto, sostiene Bianchi, andrà allo Stato, per le tasse. Alessandro Bertolini della British american tobacco, sentito dai finanzieri, ha spiegato: «Ho rappresentato al dottor Carucci la necessità che la contribuzione dovesse essere legata a eventi su materie di interesse dell'azienda. Verificai lo statuto di Open per accertarmi che non si trattasse da un punto di vista tecnico di una fondazione politica, che nel qual caso avrebbe comportato un divieto di qualunque contribuzione». La società ha ritenuto che durante l'Expo di Milano, tramite la distribuzione del loro materiale divulgativo, le finalità si siano effettivamente realizzate. Ma ci sono anche gli inviti alla Leopolda. Poi aggiunge di «aver autorizzato per ragioni di buoni rapporti, anche in considerazione della nostra partecipazione come azienda invitata per gli anni 2016 e 2017 alla Leopolda, l'unica contribuzione per i due anni, per complessivi 20.000 euro». Ma, insieme al colosso del tabacco, nell'elenco stilato dai finanzieri e usato come «chiave di ricerca» per i controlli sui finanziatori, c'è anche l'azienda di Gianfranco Librandi, passato dal Pdl a Scelta civica, poi ad Ala di Denis Verdini e approdato infine, dopo un passaggio nel Pd, a Italia viva. La sua Tci telecomunicazioni, che opera nel campo dell'illuminazione, detiene il record di versamenti a Open: 900.000 euro, tutti tra il 2017 e il 2018. Ossia, annotano gli investigatori, quando «è stato eletto deputato». Nella stessa informativa, proprio dietro a Librandi, i finanzieri si occupano di un'impresa di produzione cinematografica: la Golden production srl, che ha finanziato Open con 100.000 euro. Gli investigatori hanno sequestrato una lettera manoscritta: «Caro Alberto, in esecuzione degli accordi di cui all'incontro di Roma, qui di seguito trovi i riferimenti della società che provvederà a effettuare la prima contribuzione a favore della fondazione Open». E a seguire, tutte le indicazioni per inviare la ricevuta. La lettera si chiude con «un caro saluto. L». I finanzieri ritengono che il mittente, per via di quella L, potrebbe essere identificato in Luca Lotti. Come per Toto, British american tobacco e Tci, anche Golden risulta negli intrecci tra i finanziatori di Open e le prestazioni professionali di Bianchi. Gli investigatori sottolineano che la Golden è stata costituita da tale Antonio Scaramuzzino, «sottoscrittore dell'80% del capitale sociale». I finanzieri appuntano anche che «il signor Scaramuzzino è stato indagato e poi sottoposto a misure restrittive nel 2012 per turbativa d'asta, minacce e collusione con gruppi malavitosi organizzati mentre era amministratore della Sorical, ente di gestione delle acque pubbliche in Calabria». E ancora: «È coniuge della sorella di Elisabetta Gregoraci». Ma a Open arrivano anche i contributi di Alessandro Di Paolo, rappresentante legale dell'associazione Azimut, che ha corrisposto 75.000 euro nel 2016. Di Paolo, che le cronache rosa danno come fidanzato di Elisa Isoardi, ha versato anche un contributo volontario personale da 10.000 euro. Viene inserito nel capitolo di Golden, perché Scaramuzzino è pure un consulente di Azimut. Le contribuzioni vengono definite «collegate». C'è poi Vito Pertosa, imprenditore pugliese e patron del gruppo Angel, attivo in vari settori tra cui l'aerospazio. Ha finanziato Open con delle società fiduciarie (la Simon, la Fid Sant'Andrea e la Nomen). Totale contributi: 105.000 euro. Altri 100.000 li ha versati direttamente l'imprenditore, a suo nome. Spillata alla ricevuta di versamento gli investigatori hanno trovato la stampa di una email inviata da Pertosa a Bianchi e per conoscenza a Marco Carrai, con la quale dava conferma dell'avvenuto bonifico. In altre occasioni, invece, veniva direttamente effettuato il versamento. Senza alcun carteggio. Come nel caso di Vincenzo Onorato, armatore e patron della Moby, che ha sganciato complessivamente 300.000 euro. Tra gli atti acquisiti ci sono solo le risposte di ringraziamento per i versamenti: «La fondazione Open, nelle persone dell'avvocato Bianchi, dell'onorevole Maria Elena Boschi e dell'onorevole Lotti, ringrazia dei suoi generosi contributi, con la speranza di poterla incontrare a Firenze». Nei giorni della Leopolda.
Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Ansa)
Giorgia Meloni aspetta il tardo pomeriggio di ieri per far conoscere il suo pensiero sull’operazione, attraverso una nota di Palazzo Chigi all’insegna del più sano equilibrismo: «L’Italia», recita, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto. Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». La Meloni, che non cita mai né gli Usa né Trump, critica quindi il ricorso all’«azione militare esterna» ma il succo politico è che legittima, seppure con un giro di parole, l’attacco Usa a Caracas. «In raccordo con il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani», prosegue il comunicato, «il presidente Meloni continua a seguire con particolare attenzione la situazione della comunità italiana in Venezuela, la cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo».
Elly Schlein, segretaria del Pd, aspetta la posizione della Meloni per diffondere una sua dichiarazione, al termine della segreteria convocata in via straordinaria: «L’attacco militare di Trump non ha alcuna base legale», argomenta la Schlein, «e rischia di legittimare altre azioni unilaterali che possono generare ulteriori conflitti e caos a livello regionale e globale. Non ci rassegniamo a un ordine mondiale che sostituisca la legalità internazionale con la legge del più forte e del più ricco. Per questo riteniamo grave la posizione del governo italiano nella parte in cui definisce legittima l’azione militare di Trump in Venezuela». Una posizione dura e pura, quella della Schlein, costretta ancora una volta a inseguire Giuseppe Conte, la Cgil e la sinistra radicale, sin da ieri mattina schierati senza se e senza ma contro gli States. «L’aggressione americana al Venezuela», scrive sui social il leader del M5s Giuseppe Conte, «non ha nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato militarmente. Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto». Le prese di posizione più dure arrivano dalla galassia di sigle sindacali e associazioni della sinistra radicale: «La Cgil», sottolinea il segretario generale Maurizio Landini, «condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del presidente Maduro. Ancora una volta si fa carta straccia del diritto internazionale e si fa prevalere la logica della guerra e della forza, in un momento in cui a livello globale non ci sono mai stati tanti conflitti armati in corso». Landini sottolinea che «il quadro internazionale si fa sempre più drammatico» e ribadisce che «la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale».
Ancora più dura la Fiom che, attraverso una nota della segreteria nazionale, «esprime la propria piena solidarietà e vicinanza al popolo venezuelano e condanna duramente gli attacchi contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuti in palese violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. L’attacco è chiaramente determinato dagli interessi economici degli Usa». Le organizzazioni di estrema sinistra annunciano un presidio per domani a Roma: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», scrivono in una nota congiunta Anpi comitato provinciale di Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete numeri pari, Rete italiana pace e disarmo, Rete #no bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati».
Sulla stessa linea le Acli, che attraverso una nota esprimono «ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato».
Tajani al lavoro sul caso Trentini
L’Italia è in apprensione per le sorti di Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da oltre 400 giorni nel carcere El Rodeo di Caracas. I genitori del quarantaseienne stanno seguendo con grande preoccupazione quanto sta avvenendo in Venezuela dopo l’attacco americano nella notte tra venerdì e sabato. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, stanno seguendo con particolare attenzione non solo la situazione di Trentini (arrestato a novembre 2024), ma anche le sorti di tutta la comunità italiana in Venezuela, la «cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo». «Noi seguiamo con grande attenzione tutto, soprattutto, ripeto, preoccupandoci delle condizioni dei nostri concittadini», ha ribadito ieri più volte Tajani. «Abbiamo anche italiani detenuti, a cominciare da Trentini, ma con lui c’è un’altra dozzina, quindi anche quello è un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo». Nel primo pomeriggio di ieri, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha chiamato il ministro Tajani per informarsi su Alberto Trentini: «Pur nella complessità degli eventi di queste ore, il ministro e le competenti autorità stanno collaborando col massimo impegno per tutelare l’incolumità di Trentini e di tutti i veneti residenti in Venezuela». In tutto il Paese gli italiani presenti sono circa 160.000, come riferito dall’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito, da ieri in costante contatto con Tajani. «La nostra prioritaria preoccupazione è ovviamente l’incolumità dei nostri connazionali, a cui raccomandiamo di restare in casa», ha detto a RaiNews24 l’ambasciatore: «Siamo in contatto e siamo mobilitati attraverso i due consolati, quello di Caracas e quello di Maracaibo. Per il momento non abbiamo particolari segnali da parte dei connazionali e stiamo monitorando costantemente la situazione. È chiaro che in questo momento quello che noi raccomandiamo è di rimanere nelle abitazioni, quindi di non uscire per strada. La situazione è talmente fluida e incerta, che noi raccomandiamo vivamente di tenersi in contatto con l’ambasciata, con i consolati, ma di non uscire per strada e evitare qualsiasi spostamento in questo momento». La comunità degli italiani, come detto, è molto numerosa, circa 160.000 persone. «La maggior parte sono doppi cittadini, ma ci sono anche alcuni expat che sono qui per motivi di lavoro, anche per turismo», ha spiegato l’ambasciatore. «Quindi la nostra priorità è assolutamente garantire la loro incolumità e fare tutto il possibile per dare ogni eventuale assistenza. Quanto a eventuali voli per riportarli in Italia, non parlerei di questo perché lo spazio aereo è chiuso e non c’è proprio la possibilità materiale di organizzare dei voli in questo momento». Ieri, dopo la riunione del Pd, la segretaria del Pd Elly Schlein ha espresso «grande preoccupazione» anche «per i nostri numerosi connazionali in Venezuela e per i prigionieri italiani tra cui Alberto Trentini, di cui abbiamo chiesto in questi mesi la liberazione».
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Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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Getty Images
Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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