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2022-03-14
Perché la distensione di Biden con il Venezuela è un errore
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Ansa
L’embargo petrolifero recentemente decretato da Joe Biden alla Russia rischia di portare a un ulteriore aumento dei prezzi dell’energia negli Stati Uniti. Per questo, il presidente americano sta cercando di correre ai ripari. Il problema è che la strategia scelta sotto questo aspetto non sembra esattamente lineare. L’inquilino della Casa Bianca ha infatti optato per avviare una distensione con il Venezuela, ipotizzando seriamente di allentare le sanzioni che gli erano state comminate. Ora, una simile linea è problematica da due punti di vista.
Innanzitutto il Venezuela è retto dal feroce regime di Nicolas Maduro: ricordiamo che, ai tempi della campagna elettorale del 2020, Biden aveva più volte accusato Donald Trump di eccessiva accondiscendenza verso dittatori e leader autoritari in generale. Un atteggiamento che Biden, all’epoca candidato democratico, aveva promesso di cambiare radicalmente. E invece adesso l’attuale presidente americano sta facendo tutt’altro. Anche perché, oltre a Caracas, sul petrolio negli scorsi giorni si è messo a corteggiare (pur senza troppo successo) pure Riad e Abu Dhabi. Del resto, che non avesse intenzione di tenere granché fede alla sua promessa elettorale di netta chiusura ai regimi dittatoriale, è risultato chiaro già l’anno scorso, ben prima che scoppiasse il problema dei prezzi energetici: ricordiamo infatti che, ad aprile del 2021, Biden aveva avviato colloqui indiretti con l’Iran, per rilanciare il controverso accordo sul nucleare, siglato da Barack Obama nel 2015. Bisognerebbe allora domandarsi come mai i commentatori e gli analisti solitamente così occhiuti verso le contraddizioni di Trump abbiano di fatto chiuso un occhio nei confronti di questa colossale incoerenza di Biden.
Si scorge poi un secondo problema nella distensione di Biden con Maduro: ed è un potenziale cortocircuito di natura geopolitica. Bisogna infatti sottolineare che il regime di Caracas intrattiene stretti legami con la Russia. Innanzitutto Maduro ha dato il proprio endorsement all’invasione dell’Ucraina e ha aspramente criticato le sanzioni occidentali contro Mosca. “Quello che stanno facendo contro il popolo russo è un crimine, una guerra economica”, ha dichiarato il presidente venezuelano lo scorso 2 marzo. “Quello che stanno facendo alla Russia è una follia”, ha aggiunto. D’altronde, i due Paesi vantano da tempo solidi legami. Nell’aprile 2021, Mosca e Caracas avevano siglato svariati accordi di cooperazione nel settore economico e sanitario. Inoltre, i due Stati intrattengono solide connessioni sul piano della difesa. Secondo il Center for Strategic and International Studies, Caracas ha preso in prestito dalla Russia miliardi di dollari per il settore militare a partire dal 1999: Maduro, in particolare, avrebbe acquistato aerei, elicotteri, carri armati e missili antiaerei. È stato inoltre riferito che i mercenari del Wagner Group opererebbero nel Paese almeno dal 2019, per fornire sicurezza allo stesso presidente venezuelano.
In tutto questo, sempre nel 2019, Mosca ha dato il proprio sostegno, specialmente in sede Onu, al regime di Maduro contro Juan Guaidò. Nell’ottica del Cremlino, il Venezuela rappresenta un canale attraverso cui contrastare l’influenza politica statunitense in Sudamerica. Tutto questo, senza dimenticare che i russi, negli anni, hanno investito soprattutto nel settore energetico venezuelano. Insomma, questi stretti legami tra Mosca e Caracas lasciano chiaramente intendere che la strategia di Biden rischia di rivelarsi seriamente un boomerang: non ha infatti alcun senso decretare un embargo energetico alla Russia e contemporaneamente allentare le sanzioni al Venezuela.
Quel Venezuela che, tra l’altro, vanta legami anche con un significativo alleato mediorientale di Mosca, come l’Iran. I rapporti tra Caracas e Teheran si sono notevolmente intensificati a partire dalla presidenza di Hugo Chavez. Inoltre, non bisogna trascurare i rapporti che collegano il regime di Maduro a Hezbollah: organizzazione libanese sciita, spalleggiata dall’Iran. Organizzazione che, in Sudamerica, è tra l’altro molto attiva nel traffico di droga. Infine è bene ricordare che il Venezuela si è avvicinato notevolmente anche alla Cina. Quella stessa Cina che si è rifiutata di condannare l’invasione russa all’Onu e che ha fatto sapere di non sostenere le sanzioni finanziarie occidentali alla Russia. Quella stessa Cina, cioè, che – all’inizio dello scorso febbraio – ha significativamente rafforzato le proprie relazioni con Mosca nel settore politico, energetico ed economico. Alla luce di tutto questo, è allora forse lecito domandarsi: siamo sicuri che abbia un senso la strategia, adottata da Biden, di aprire a Caracas? Molto probabilmente no.
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Joe Biden avrebbe intenzione di aprire al Venezuela per contrastare il caro energia. Una mossa assurda, che rischia di creare un cortocircuito geopolitico, visti i legami di Nicolas Maduro con Mosca, Teheran e Pechino.L’embargo petrolifero recentemente decretato da Joe Biden alla Russia rischia di portare a un ulteriore aumento dei prezzi dell’energia negli Stati Uniti. Per questo, il presidente americano sta cercando di correre ai ripari. Il problema è che la strategia scelta sotto questo aspetto non sembra esattamente lineare. L’inquilino della Casa Bianca ha infatti optato per avviare una distensione con il Venezuela, ipotizzando seriamente di allentare le sanzioni che gli erano state comminate. Ora, una simile linea è problematica da due punti di vista. Innanzitutto il Venezuela è retto dal feroce regime di Nicolas Maduro: ricordiamo che, ai tempi della campagna elettorale del 2020, Biden aveva più volte accusato Donald Trump di eccessiva accondiscendenza verso dittatori e leader autoritari in generale. Un atteggiamento che Biden, all’epoca candidato democratico, aveva promesso di cambiare radicalmente. E invece adesso l’attuale presidente americano sta facendo tutt’altro. Anche perché, oltre a Caracas, sul petrolio negli scorsi giorni si è messo a corteggiare (pur senza troppo successo) pure Riad e Abu Dhabi. Del resto, che non avesse intenzione di tenere granché fede alla sua promessa elettorale di netta chiusura ai regimi dittatoriale, è risultato chiaro già l’anno scorso, ben prima che scoppiasse il problema dei prezzi energetici: ricordiamo infatti che, ad aprile del 2021, Biden aveva avviato colloqui indiretti con l’Iran, per rilanciare il controverso accordo sul nucleare, siglato da Barack Obama nel 2015. Bisognerebbe allora domandarsi come mai i commentatori e gli analisti solitamente così occhiuti verso le contraddizioni di Trump abbiano di fatto chiuso un occhio nei confronti di questa colossale incoerenza di Biden. Si scorge poi un secondo problema nella distensione di Biden con Maduro: ed è un potenziale cortocircuito di natura geopolitica. Bisogna infatti sottolineare che il regime di Caracas intrattiene stretti legami con la Russia. Innanzitutto Maduro ha dato il proprio endorsement all’invasione dell’Ucraina e ha aspramente criticato le sanzioni occidentali contro Mosca. “Quello che stanno facendo contro il popolo russo è un crimine, una guerra economica”, ha dichiarato il presidente venezuelano lo scorso 2 marzo. “Quello che stanno facendo alla Russia è una follia”, ha aggiunto. D’altronde, i due Paesi vantano da tempo solidi legami. Nell’aprile 2021, Mosca e Caracas avevano siglato svariati accordi di cooperazione nel settore economico e sanitario. Inoltre, i due Stati intrattengono solide connessioni sul piano della difesa. Secondo il Center for Strategic and International Studies, Caracas ha preso in prestito dalla Russia miliardi di dollari per il settore militare a partire dal 1999: Maduro, in particolare, avrebbe acquistato aerei, elicotteri, carri armati e missili antiaerei. È stato inoltre riferito che i mercenari del Wagner Group opererebbero nel Paese almeno dal 2019, per fornire sicurezza allo stesso presidente venezuelano. In tutto questo, sempre nel 2019, Mosca ha dato il proprio sostegno, specialmente in sede Onu, al regime di Maduro contro Juan Guaidò. Nell’ottica del Cremlino, il Venezuela rappresenta un canale attraverso cui contrastare l’influenza politica statunitense in Sudamerica. Tutto questo, senza dimenticare che i russi, negli anni, hanno investito soprattutto nel settore energetico venezuelano. Insomma, questi stretti legami tra Mosca e Caracas lasciano chiaramente intendere che la strategia di Biden rischia di rivelarsi seriamente un boomerang: non ha infatti alcun senso decretare un embargo energetico alla Russia e contemporaneamente allentare le sanzioni al Venezuela. Quel Venezuela che, tra l’altro, vanta legami anche con un significativo alleato mediorientale di Mosca, come l’Iran. I rapporti tra Caracas e Teheran si sono notevolmente intensificati a partire dalla presidenza di Hugo Chavez. Inoltre, non bisogna trascurare i rapporti che collegano il regime di Maduro a Hezbollah: organizzazione libanese sciita, spalleggiata dall’Iran. Organizzazione che, in Sudamerica, è tra l’altro molto attiva nel traffico di droga. Infine è bene ricordare che il Venezuela si è avvicinato notevolmente anche alla Cina. Quella stessa Cina che si è rifiutata di condannare l’invasione russa all’Onu e che ha fatto sapere di non sostenere le sanzioni finanziarie occidentali alla Russia. Quella stessa Cina, cioè, che – all’inizio dello scorso febbraio – ha significativamente rafforzato le proprie relazioni con Mosca nel settore politico, energetico ed economico. Alla luce di tutto questo, è allora forse lecito domandarsi: siamo sicuri che abbia un senso la strategia, adottata da Biden, di aprire a Caracas? Molto probabilmente no.
Guido Gallese (Ansa) e la Tesla parcheggiata nel capannone della mensa
Pare che monsignor Guido Gallese, vescovo di Alessandria dal 2012, da un po’ di tempo faccia chiacchierare la città e i suoi fedeli. Sono state inviate diverse segnalazioni. E il Vaticano le ha prese sul serio a tal punto da inviare un ispettore, il cardinale Giuseppe Bertello, presidente emerito del Governatorato del Vaticano e della Pontificia commissione per lo Stato del Vaticano, uno dei pezzi grossi della Santa Sede. Toccherà a lui indagare per cercare di capire se monsignor Gallese ha scelto Tesla o croce. La passione di Gesù o quella per il lusso. Ma non solo: il vescovo di Alessandria è molto chiacchierato anche per il suo amore per il surf, in particolare kitesurf, che praticherebbe soprattutto sulle spiagge sudamericane (Ipanema? Copacabana? Con o senza contorno di samba?), oltre che per certe operazioni immobiliari che in città non sono mai piaciute. «La nostra gestione non ha paura della luce», assicurano in Curia dove però di luce non se ne vede molta. Anzi, sono rimasti al buio. Che, per rispettare Laudato Si’, si siano affidati, oltre che alla Tesla, anche al fotovoltaico?
Scrive infatti La Stampa che in città molti lamentano la mancata pubblicazione dei bilanci da parte della diocesi. Poi si chiacchiera anche sul nuovo Collegio Santa Chiara, proprietà della Chiesa alessandrina, dove una camera tripla costa 370 euro al mese a ogni studente, oltre a 30 euro di parcheggio, 2 euro per i gettoni della lavanderia e 5-10 euro per le card fotocopiatrici. E fa discutere l’immenso convento dei frati cappuccini: loro se ne sono andati in silenzio qualche anno fa (qualcuno dice «sfrattati») e ora lo storico edificio è stato adibito ad alloggio proprio del vescovo. Tutto normale? In diocesi non temono gli ispettori. «Il controllo sarà un’occasione per confermare la bontà del cammino intrapreso», assicura il portavoce. E se poi ogni tanto un pezzo del cammino il vescovo lo fa in Tesla, che male c’è?
Genovese, 64 anni, scout da sempre, laureato in teologia, filosofia e matematica, amante dei Matia Bazar («C’è tutto un mondo intorno» la sua canzone preferita) e di Tchaikovsky, sportivo (oltre al kitesurf ha praticato anche basket, pattinaggio, snowboard e sci), appassionato di Moto Gp, libro preferito: Il fu Mattia Pascal, numero preferito: P greco, monsignor Guido Gallese è ovviamente, come ogni sacerdote, molto attento al tema della povertà. Almeno a parole. Lo scorso 16 dicembre, per esempio, nel fare gli auguri di Natale alla città sottolineava che il problema più importante in Alessandria è proprio «quello della povertà: persone che faticano a sbarcare il lunario, che lavorano e non guadagnano abbastanza». E diceva: «Per questo Dio non è nato ricco in un palazzo. Non aveva nemmeno una culla». In effetti: non aveva una culla. E nemmeno una Tesla, a dirla tutta.
Invece il vescovo che parla di povertà la Tesla ce l’ha, eccome, parcheggiata sotto l’ufficio. E si giustifica proprio come fece Nicola Fratoianni (ricordate?), altro difensore dei poveri beccato con l’auto super lusso. Le parole sono più o meno simili: «Il vescovo percorre migliaia di chilometri ogni anno per i suoi impegni: scegliere un’auto elettrica è stato un investimento consapevole sulla sostenibilità», dicono infatti in curia. Ma si capisce: è un «investimento consapevole», una scelta che punta alla «sostenibilità» e anche «all’efficienza», un modo per adeguarsi all’enciclica Laudato Si’ e far trionfare la chiesa verde, se non al verde, un inno alla catechesi gretina ed ecochic. Ora sarà l’ispettore del Vaticano a dire se queste spiegazioni sono sufficienti e se il vescovo simil Fratoianni può continuare a guidare la Chiesa di Alessandria. Nel frattempo, però, anche monsignor Gallese non può fare a meno di ammettere, tramite il suo portavoce, che può «fare impressione vedere un vescovo su un mezzo simile, spesso associato al lusso». In effetti: può fare impressione, soprattutto se il mezzo simile «spesso associato al lusso» lo si parcheggia, a mo’ di sfregio, davanti alla mensa dei poveri. Non è roba da vescovi. È roba da fuori di Tesla.
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Ansa
La fotografia dell’incredibile situazione è contenuta nella relazione sull’amministrazione della giustizia nel 2025. Due volumi di quasi mille pagine ciascuna, presentati mercoledì mattina dal ministro Carlo Nordio in Parlamento. Fra le tante anomalie che quotidianamente si registrano nei tribunali italiani, il Guardasigilli ha segnalato il raddoppio negli ultimi dieci anni delle spese del cosiddetto gratuito patrocinio. Nel 2015, per difendere chi non aveva la possibilità di nominare un avvocato di fiducia, lo Stato spendeva 215 milioni. Oggi la somma sfiora il mezzo miliardo. In pratica, più o meno quel che destiniamo al Fondo per le disabilità. Naturalmente, come recita l’articolo 24 della Costituzione, la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Dunque, primo, secondo e terzo grado di giudizio. E chi non può permettersi di ingaggiare un avvocato che lo difenda? La carta su cui si fonda la nostra Repubblica, chiarisce che «sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti a ogni giurisdizione».
Ovviamente gli immigrati sono considerati sempre e senza troppi approfondimenti persone che non hanno la possibilità di pagarsi un legale. Perciò paga Pantalone, cioè i contribuenti. Il problema è che gli extracomunitari giunti in Italia magari non avranno un soldo per ingaggiare un legale, però hanno tutte le informazioni che servono per nominarlo a spese dello Stato. In qualche caso, appena sbarcati, in tasca hanno già il numero di telefono dell’avvocato a cui appellarsi in caso di fermo, di diniego del permesso di soggiorno e perfino qualora venga loro consegnato un decreto di espulsione.
Forse non conoscono le nostre leggi e infatti molti si guardano bene dal rispettarle, tuttavia, conoscono a menadito i loro diritti e li fanno valere senza alcuna esitazione. Il conto di tutto ciò vale quasi 500 milioni, perché in gran parte sono gli stranieri a beneficiare del gratuito patrocinio. Una voce che pesa e non poco sul bilancio della giustizia, impedendo che questi fondi siano dirottati per consentire un migliore funzionamento dei tribunali.
Ma come si è arrivati a questa situazione? Semplice, la crescente immigrazione si è trasformata in un business per alcuni piccoli studi legali. I quali magari facevano fatica a campare con l’attività ordinaria, ma poi hanno scoperto la miniera d’oro dei ricorsi contro il diniego del permesso di soggiorno e i decreti di espulsione. Un affare, appunto, da mezzo miliardo. È vero che le parcelle sono al minimo, sulla base dei parametri forensi fissati dalle tabelle dell’ordine di categoria. Ma anche se basso, quando il compenso è esteso a una platea molto vasta, come quella degli immigrati, alla fine il fatturato è garantito e per di più dallo Stato.
In pratica, vista la difficoltà nell’accertare se lo straniero abbia o meno un reddito che gli consenta di pagarsi l’avvocato, della parcella si fa carico il ministero. Risultato, noi paghiamo un esercito di avvocati per impedire che chi non ha diritto di restare in Italia venga espulso. Vi sembra un paradosso? A me pare una follia. Non solo abbiamo dei giudici che si oppongono ai rimpatri, ma dobbiamo pure sobbarcarci della difesa di chi non vogliamo. E poi ci offendiamo se Trump o Vance dicono che l’Europa si avvia al suicidio.
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