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2022-10-13
La Corte dei conti Ue boccia Bruxelles: bilancio in pericolo, basta miliardi a Kiev
Paolo Gentiloni (Ansa)
Ieri a Bruxelles è stata presentata la relazione annuale sull’esecuzione del bilancio dell’Unione europea per l’esercizio finanziario 2021. La notizia principale è che, nonostante imponga controlli strettissimi sui bilanci dei suoi Paesi membri, l’Unione europea non è altrettanto solerte per quanto riguarda la sua gestione. Secondo la Corte dei conti europea, infatti, ci sono ancora troppi errori nei pagamenti. Si è rilevato che il livello cumulativo degli errori nelle spese finanziate dal bilancio dell’Ue è aumentato nel 2021, raggiungendo il 3,0 % (nel 2020 era del 2,7 %). Ma cosa vuol dire errore? Si intende una somma di denaro che non avrebbe dovuto essere posta a carico del bilancio dell’Ue. Questi errori quindi avvengono quando i fondi non sono impiegati in conformità alla normativa Ue applicabile e, quindi, non sono spesi come previsto dal Parlamento europeo e dal Consiglio all’atto dell’approvazione; oppure, quando i fondi non sono impiegati in conformità a specifiche norme nazionali. Nella relazione si evidenzia come i tassi di errore riflettono il livello di rischio: per le spese ad alto rischio, il livello di errore stimato era del 4,7 %, mentre le spese a basso rischio non sono inficiate da errori rilevanti. Circa due terzi (63,2%) delle spese sottoposte ad audit sono state ritenute ad alto rischio, anche in questo caso un aumento rispetto al 2020 (59 %) e agli esercizi precedenti.
L’elemento più preoccupante, però, è che la Corte vede ampi rischi per i fondi comunitari messi a disposizione per la crisi derivante della pandemia e per la guerra tra Russia e Ucraina. Con la grande differenza che il momento buio della pandemia è stato superato, ma per quanto riguarda la crisi ucraina le cose difficilmente andranno meglio nel breve termine.
Per il 2021 la Corte ha stabilito di esprimere due giudizi distinti sulla legittimità e regolarità delle spese: uno sul bilancio tradizionale dell’Ue e l’altro sull’Rrf (Recovery and resilience facility). Il giudizio su quest’ultimo è la prima volta che viene emesso e riguarda il pacchetto da 800 miliardi NextGeneration Eu, varato per rispondere alla crisi prodotta dalle restrizioni volute per contenere il coronavirus.
Il giudizio complessivamente è positivo in questo caso anche se la Corte ha valutato come deboli le valutazioni dei traguardi effettuate dalla Commissione. La richiesta è che queste valutazioni vengano migliorate. Come dicevamo però l’elemento più interessante riguarda il giudizio sulla legittimità e regolarità delle spese a titolo del bilancio dell’Ue, valutato dalla Corte come negativo. Nel bilancio gli impegni non ancora liquidati hanno raggiunto il livello record di 341,6 miliardi di euro. L’esposizione totale dell’Ue alle passività potenziali è aumentata di 146 miliardi di euro (111 %) nel 2021, da 131,9 miliardi di euro si è passati a 277,9 miliardi di euro. Questo è dovuto alle crisi piovute a pioggia sul sistema. Nello specifico sono state emesse obbligazioni per 91 miliardi per il finanziamento del pacchetto Next Generation Eu e un aumento di 50,2 miliardi di euro per l’assistenza finanziaria che serviva a proteggere l’occupazione e i lavoratori colpiti dalla crisi economica dovuta alla pandemia. Superata la crisi pandemica e le sue restrizioni, la Corte ha spostato la sua preoccupazione soprattutto sull’esposizione dovuta alla guerra in Ucraina perché le passività potenziali non potranno che crescere.
Alla fine del 2021 l’Ucraina ha ottenuto prestiti per un valore nominale di 4,7 miliardi di euro dall’Unione europea. Solo la Banca europea per gli investimenti gli ha concesso prestiti per un valore di 2,1 miliardi di euro, garantiti dall’Unione. La Corte raccomanda alla Commissione di «informare l’autorità di bilancio sui fattori che contribuiscono all’andamento degli impegni non ancora liquidati e adottare adeguati provvedimenti per pervenire ad una graduale riduzione di tali impegni nel lungo periodo». Tradotto si chiede di smettere di promettere soldi se poi non ci possiamo permettere di darli. Inoltre chiede di: «monitorare da vicino il crescente rischio che le passività potenziali del bilancio dell’Ue si concretizzino per effetto della guerra di aggressione condotta dalla Russia contro l’Ucraina e intraprendere le necessarie misure per garantire che gli strumenti di mitigazione del rischio mantengano una sufficiente capacità». Anche qui in parole povere vuol dire: occhio che la guerra potrebbe diventare per l’Europa un pozzo senza fondo. Un’ultima valutazione, in questo caso però non si tratta di una novità, riguarda i fondi strutturali e d’investimento europei (fondi Sie). Nel 2021 i pagamenti totali cumulati per i programmi operativi finanziati dai fondi 2014-2020 sono ammontati a 331,1 miliardi di euro, su un totale di 492 miliardi di euro (67 %). La Corte evidenzia che persistono le significative differenze tra Stati membri nel tasso di assorbimento di questi fondi. Mentre Irlanda, Finlandia e Cipro, ad esempio, hanno richiesto oltre tre quarti dei fondi loro assegnati, i tre paesi Ue con i tassi di assorbimento più bassi (Croazia, Slovacchia e Malta) hanno utilizzato solo poco più della metà dei fondi loro destinati. L’Italia ne ha chiesti finora il 62%.
Con Nord Stream ko, Berlino «scopre» la solidarietà
«Everything but the girl» (Tutto tranne la ragazza): così negli anni ‘80 in Inghilterra un grande negozio di arredamenti prometteva ai clienti di fornire loro tutto per la camera da letto, tranne, naturalmente, la ragazza. Everything but the cap (tutto tranne il tetto) può essere invece la sintesi della giornata di ieri a Praga, dove si sono riuniti i 27 ministri dell’energia dell’Unione europea per trovare soluzioni alla crisi energetica in atto da un anno e mezzo. Dei contenuti del non-paper firmato da Germania e Olanda, circolato alla vigilia, è stato accolto praticamente tutto, mentre per il tetto al prezzo del gas tanto caro a Roberto Cingolani, ancora una volta, non c’è consenso e occorrono ulteriori discussioni.
Il Commissario europeo all’energia Kadri Simson in conferenza stampa ha elencato i punti su cui i rappresentanti degli Stati membri hanno trovato un accordo. Il primo punto è il mercato Ttf, «non più rappresentativo della realtà del mercato energetico dell’Ue, gonfia artificialmente i prezzi» (sic). La prossima settimana la Commissione presenterà un nuovo riferimento (benchmark) che terrà in considerazione altri prezzi di mercato, oltre al Ttf, e che dovrebbe limitare la volatilità dei prezzi. Il secondo punto su cui c’è consenso riguarda le ulteriori riduzioni della domanda di gas, necessarie nel momento in cui si decide di intervenire per calmierare i prezzi. Potrebbe quindi essere attivata l’emergenza gas a livello europeo, che imporrebbe risparmi obbligatori pari al 15% rispetto al riferimento. Terzo punto: solidarietà. Poiché gli Stati non hanno stipulato accordi di mutua solidarietà, tranne pochi casi, la Commissione proporrà un accordo di solidarietà standard applicabile da subito, in base al quale i Paesi più colpiti da carenza di gas riceverebbero aiuto. Infine, la Commissione proporrà di avviare gli acquisti congiunti di gas: «Ciò consentirà all’Ue di utilizzare il nostro potere d’acquisto collettivo per limitare i prezzi ed evitare che gli Stati membri si sorpassino a vicenda sul mercato, aumentando così i prezzi. Il nostro focus sarà il coordinamento e l’aggregazione del riempimento degli stoccaggi di gas per il prossimo inverno», ha concluso Simson.
Rispondendo alle domande, il Commissario ha chiarito che meglio del price cap sarebbe, prima, rinegoziare direttamente con i fornitori «ma se, ciò non fosse possibile, la Commissione valuterà un meccanismo per limitarli».
Questo è l’unico accenno al price cap, molto indiretto, peraltro. L’altro tema caldo della riunione era la separazione dei meccanismi di formazione del prezzo dell’energia elettrica a seconda della fonte utilizzata, il cosiddetto disaccoppiamento. Il non-paper tedesco, cui l’Olanda si è accodata per non dare l’idea che la Germania sia il dominus della situazione (senza riuscirvi granché), metteva in guardia dall’adottare tale separazione, senza prima fornire una approfondita valutazione di impatto. Infatti durante la riunione si è frenato anche molto sull’ipotesi di adottare un tetto al prezzo del gas sul modello spagnolo, cioè limitato al gas utilizzato per la generazione elettrica: «Vedremo nel fine settimana come procedere con il tetto del gas per la produzione di energia elettrica e se a questo punto la proposta gode di un’ampia maggioranza a favore di questa misura».
Simson ha poi detto che entro la fine dell’anno la Commissione presenterà una proposta di riforma del mercato elettrico europeo, ma oggi dicembre appare lontanissimo.
Ancora una volta, la Germania esce vincente da un round di negoziazioni, bloccando derive indesiderate (tetti ai prezzi, disaccoppiamento) e portando a casa ciò che le interessa, ovvero la solidarietà e gli acquisti congiunti di gas. Ora che non c’è più il cordone ombelicale rappresentato dai due gasdotti Nord Stream, la messa in comune della enorme posizione di acquisto europea può aiutare la Germania ad abbassare i prezzi all’ingrosso e dunque a preservarne la competitività. Per l’Italia, magro raccolto: il benchmark non è un tetto e i razionamenti si faranno più vincolanti. Il 20 ottobre seguirà nuovo episodio della serie.
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L’analisi della gestione finanziaria: l’Europa spende troppo e male. Il Covid e la guerra potrebbero mandarla in default.L’Italia non riesce a spuntarla nel summit dei 27: niente price cap e razionamenti più vincolanti. Ma ok agli acquisti comuni di gas.Lo speciale contiene due articoliIeri a Bruxelles è stata presentata la relazione annuale sull’esecuzione del bilancio dell’Unione europea per l’esercizio finanziario 2021. La notizia principale è che, nonostante imponga controlli strettissimi sui bilanci dei suoi Paesi membri, l’Unione europea non è altrettanto solerte per quanto riguarda la sua gestione. Secondo la Corte dei conti europea, infatti, ci sono ancora troppi errori nei pagamenti. Si è rilevato che il livello cumulativo degli errori nelle spese finanziate dal bilancio dell’Ue è aumentato nel 2021, raggiungendo il 3,0 % (nel 2020 era del 2,7 %). Ma cosa vuol dire errore? Si intende una somma di denaro che non avrebbe dovuto essere posta a carico del bilancio dell’Ue. Questi errori quindi avvengono quando i fondi non sono impiegati in conformità alla normativa Ue applicabile e, quindi, non sono spesi come previsto dal Parlamento europeo e dal Consiglio all’atto dell’approvazione; oppure, quando i fondi non sono impiegati in conformità a specifiche norme nazionali. Nella relazione si evidenzia come i tassi di errore riflettono il livello di rischio: per le spese ad alto rischio, il livello di errore stimato era del 4,7 %, mentre le spese a basso rischio non sono inficiate da errori rilevanti. Circa due terzi (63,2%) delle spese sottoposte ad audit sono state ritenute ad alto rischio, anche in questo caso un aumento rispetto al 2020 (59 %) e agli esercizi precedenti.L’elemento più preoccupante, però, è che la Corte vede ampi rischi per i fondi comunitari messi a disposizione per la crisi derivante della pandemia e per la guerra tra Russia e Ucraina. Con la grande differenza che il momento buio della pandemia è stato superato, ma per quanto riguarda la crisi ucraina le cose difficilmente andranno meglio nel breve termine.Per il 2021 la Corte ha stabilito di esprimere due giudizi distinti sulla legittimità e regolarità delle spese: uno sul bilancio tradizionale dell’Ue e l’altro sull’Rrf (Recovery and resilience facility). Il giudizio su quest’ultimo è la prima volta che viene emesso e riguarda il pacchetto da 800 miliardi NextGeneration Eu, varato per rispondere alla crisi prodotta dalle restrizioni volute per contenere il coronavirus. Il giudizio complessivamente è positivo in questo caso anche se la Corte ha valutato come deboli le valutazioni dei traguardi effettuate dalla Commissione. La richiesta è che queste valutazioni vengano migliorate. Come dicevamo però l’elemento più interessante riguarda il giudizio sulla legittimità e regolarità delle spese a titolo del bilancio dell’Ue, valutato dalla Corte come negativo. Nel bilancio gli impegni non ancora liquidati hanno raggiunto il livello record di 341,6 miliardi di euro. L’esposizione totale dell’Ue alle passività potenziali è aumentata di 146 miliardi di euro (111 %) nel 2021, da 131,9 miliardi di euro si è passati a 277,9 miliardi di euro. Questo è dovuto alle crisi piovute a pioggia sul sistema. Nello specifico sono state emesse obbligazioni per 91 miliardi per il finanziamento del pacchetto Next Generation Eu e un aumento di 50,2 miliardi di euro per l’assistenza finanziaria che serviva a proteggere l’occupazione e i lavoratori colpiti dalla crisi economica dovuta alla pandemia. Superata la crisi pandemica e le sue restrizioni, la Corte ha spostato la sua preoccupazione soprattutto sull’esposizione dovuta alla guerra in Ucraina perché le passività potenziali non potranno che crescere. Alla fine del 2021 l’Ucraina ha ottenuto prestiti per un valore nominale di 4,7 miliardi di euro dall’Unione europea. Solo la Banca europea per gli investimenti gli ha concesso prestiti per un valore di 2,1 miliardi di euro, garantiti dall’Unione. La Corte raccomanda alla Commissione di «informare l’autorità di bilancio sui fattori che contribuiscono all’andamento degli impegni non ancora liquidati e adottare adeguati provvedimenti per pervenire ad una graduale riduzione di tali impegni nel lungo periodo». Tradotto si chiede di smettere di promettere soldi se poi non ci possiamo permettere di darli. Inoltre chiede di: «monitorare da vicino il crescente rischio che le passività potenziali del bilancio dell’Ue si concretizzino per effetto della guerra di aggressione condotta dalla Russia contro l’Ucraina e intraprendere le necessarie misure per garantire che gli strumenti di mitigazione del rischio mantengano una sufficiente capacità». Anche qui in parole povere vuol dire: occhio che la guerra potrebbe diventare per l’Europa un pozzo senza fondo. Un’ultima valutazione, in questo caso però non si tratta di una novità, riguarda i fondi strutturali e d’investimento europei (fondi Sie). Nel 2021 i pagamenti totali cumulati per i programmi operativi finanziati dai fondi 2014-2020 sono ammontati a 331,1 miliardi di euro, su un totale di 492 miliardi di euro (67 %). La Corte evidenzia che persistono le significative differenze tra Stati membri nel tasso di assorbimento di questi fondi. Mentre Irlanda, Finlandia e Cipro, ad esempio, hanno richiesto oltre tre quarti dei fondi loro assegnati, i tre paesi Ue con i tassi di assorbimento più bassi (Croazia, Slovacchia e Malta) hanno utilizzato solo poco più della metà dei fondi loro destinati. L’Italia ne ha chiesti finora il 62%.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-corte-dei-conti-ue-boccia-bruxelles-bilancio-in-pericolo-basta-miliardi-a-kiev-2658442813.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="con-nord-stream-ko-berlino-scopre-la-solidarieta" data-post-id="2658442813" data-published-at="1665612825" data-use-pagination="False"> Con Nord Stream ko, Berlino «scopre» la solidarietà «Everything but the girl» (Tutto tranne la ragazza): così negli anni ‘80 in Inghilterra un grande negozio di arredamenti prometteva ai clienti di fornire loro tutto per la camera da letto, tranne, naturalmente, la ragazza. Everything but the cap (tutto tranne il tetto) può essere invece la sintesi della giornata di ieri a Praga, dove si sono riuniti i 27 ministri dell’energia dell’Unione europea per trovare soluzioni alla crisi energetica in atto da un anno e mezzo. Dei contenuti del non-paper firmato da Germania e Olanda, circolato alla vigilia, è stato accolto praticamente tutto, mentre per il tetto al prezzo del gas tanto caro a Roberto Cingolani, ancora una volta, non c’è consenso e occorrono ulteriori discussioni. Il Commissario europeo all’energia Kadri Simson in conferenza stampa ha elencato i punti su cui i rappresentanti degli Stati membri hanno trovato un accordo. Il primo punto è il mercato Ttf, «non più rappresentativo della realtà del mercato energetico dell’Ue, gonfia artificialmente i prezzi» (sic). La prossima settimana la Commissione presenterà un nuovo riferimento (benchmark) che terrà in considerazione altri prezzi di mercato, oltre al Ttf, e che dovrebbe limitare la volatilità dei prezzi. Il secondo punto su cui c’è consenso riguarda le ulteriori riduzioni della domanda di gas, necessarie nel momento in cui si decide di intervenire per calmierare i prezzi. Potrebbe quindi essere attivata l’emergenza gas a livello europeo, che imporrebbe risparmi obbligatori pari al 15% rispetto al riferimento. Terzo punto: solidarietà. Poiché gli Stati non hanno stipulato accordi di mutua solidarietà, tranne pochi casi, la Commissione proporrà un accordo di solidarietà standard applicabile da subito, in base al quale i Paesi più colpiti da carenza di gas riceverebbero aiuto. Infine, la Commissione proporrà di avviare gli acquisti congiunti di gas: «Ciò consentirà all’Ue di utilizzare il nostro potere d’acquisto collettivo per limitare i prezzi ed evitare che gli Stati membri si sorpassino a vicenda sul mercato, aumentando così i prezzi. Il nostro focus sarà il coordinamento e l’aggregazione del riempimento degli stoccaggi di gas per il prossimo inverno», ha concluso Simson. Rispondendo alle domande, il Commissario ha chiarito che meglio del price cap sarebbe, prima, rinegoziare direttamente con i fornitori «ma se, ciò non fosse possibile, la Commissione valuterà un meccanismo per limitarli». Questo è l’unico accenno al price cap, molto indiretto, peraltro. L’altro tema caldo della riunione era la separazione dei meccanismi di formazione del prezzo dell’energia elettrica a seconda della fonte utilizzata, il cosiddetto disaccoppiamento. Il non-paper tedesco, cui l’Olanda si è accodata per non dare l’idea che la Germania sia il dominus della situazione (senza riuscirvi granché), metteva in guardia dall’adottare tale separazione, senza prima fornire una approfondita valutazione di impatto. Infatti durante la riunione si è frenato anche molto sull’ipotesi di adottare un tetto al prezzo del gas sul modello spagnolo, cioè limitato al gas utilizzato per la generazione elettrica: «Vedremo nel fine settimana come procedere con il tetto del gas per la produzione di energia elettrica e se a questo punto la proposta gode di un’ampia maggioranza a favore di questa misura». Simson ha poi detto che entro la fine dell’anno la Commissione presenterà una proposta di riforma del mercato elettrico europeo, ma oggi dicembre appare lontanissimo. Ancora una volta, la Germania esce vincente da un round di negoziazioni, bloccando derive indesiderate (tetti ai prezzi, disaccoppiamento) e portando a casa ciò che le interessa, ovvero la solidarietà e gli acquisti congiunti di gas. Ora che non c’è più il cordone ombelicale rappresentato dai due gasdotti Nord Stream, la messa in comune della enorme posizione di acquisto europea può aiutare la Germania ad abbassare i prezzi all’ingrosso e dunque a preservarne la competitività. Per l’Italia, magro raccolto: il benchmark non è un tetto e i razionamenti si faranno più vincolanti. Il 20 ottobre seguirà nuovo episodio della serie.
Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
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Il Kennedy Space Center della Nasa a Titusville in Florida (Ansa)
Aziende private lanciano satelliti, gestiscono costellazioni e offrono servizi che un tempo erano appannaggio esclusivo dei governi. In particolare, aziende private - come Space X e Blue Origin - stanno abbattendo i costi di accesso allo Spazio, passando da sistemi di proprietà governativa a un mercato commerciale e competitivo.
In tutto questo, dove si colloca l’Europa? Riuscirà a mantenere un ruolo sostanziale senza dipendere da tecnologie prodotte altrove? Mentre procediamo verso quella che la Nasa ha definito la «seconda era spaziale», l’autonomia strategica diventa improvvisamente centrale per l’Ue. Ed è sempre più essenziale che l’Europa possa raggiungere, controllare e proteggere i propri sistemi spaziali, senza vincoli. Lo Spazio un tempo era principalmente legato alla scienza o al business, ma ora è una risorsa di fondamentale importanza per l’Ue. Quasi tutto - finanza, comunicazioni, trasporti, sicurezza - dipende dalla tecnologia spaziale. Ma c’è un problema: molti componenti e servizi cruciali provengono ancora da fuori Europa. Questo tipo di dipendenza non è sostenibile se si vuole esercitare una reale influenza globale, in un contesto dove chi controlla le infrastrutture detta legge. La governance spaziale europea è invece frammentata tra le istituzioni dell’Ue, l’Agenzia spaziale europea, i Paesi membri e le aziende. Anche i finanziamenti mostrano criticità: i bilanci europei sono (notevolmente) inferiori a quelli di Usa e Cina, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Inoltre, la cultura imprenditoriale europea è restia a farsi coinvolgere, dato che l’industria e le startup non godono della stessa propensione al rischio che troverebbero Oltreoceano. L’Europa deve ridurre al più presto la sua dipendenza, concentrandosi sullo sviluppo delle proprie catene di approvvigionamento per tecnologie come chip speciali, sistemi di propulsione avanzati, crittografia e infrastrutture di terra sicure. L’Europa dovrebbe inoltre incrementare gli sforzi della ricerca privata, soprattutto in settori come i sistemi di lancio riutilizzabili, i servizi in orbita e la sicurezza informatica dei satelliti. Tutto questo richiede investimenti: bisogna quindi creare strumenti finanziari che combinino fondi dell’Unione europea, nazionali e privati per aiutare le nuove aziende spaziali europee a crescere.
Un’opportunità emergente è quella dello Spazio cislunare. Parliamo della regione dello Spazio tra la Terra e la Luna, generalmente considerato poco più di un corridoio. Ma ora gli Usa ne hanno fatto un pivot di competizione strategica. Al momento, non esiste un piano per amministrare o difendere quella che sta diventando una delle aree spaziali più importanti. Gli attuali sistemi di controllo sono inadatti a monitorare le attività in questo sistema che si sta trasformando in un ambiente affollato da molteplici attori statali, commerciali e ibridi, con una vasta gamma di idee e obiettivi. Queste attività spaziano dalla ricerca, allo sviluppo e all’esplorazione, fino alla raccolta di informazioni di intelligence, alla trasmissione sicura di dati e a operazioni di prossimità ambigue che confondono il confine tra uso pacifico e militare.
La prospettiva di un conflitto nello Spazio cislunare non è più quindi puramente teorica, ma sempre più plausibile. I conflitti «terrestri» perdono di rilevanza, rispetto a questo nuovo scenario. E questo è uno dei messaggi in filigrana emersi dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. La scelta non è tra militarizzare lo Spazio o preservare un bene comune pacifico. L’unica scelta è tra amministrare deliberatamente lo Spazio cislunare o permettere ad altri di definire un proprio ordine. Per questo il nuovo amministratore Nasa, nel presentare ai primi di marzo Ignition - la nuova strategia Usa per lo Spazio - ha parlato della competizione in atto con il «vero rivale geopolitico» - la Cina - rimarcando che «la differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Potremmo arrivare presto, ma la storia recente suggerisce che potremmo arrivare tardi». Uno degli elementi principali dei piani presentati a Ignition è stato il blocco del progetto del Lunar gateway (parte centrale del programma Artemis), delegandone l’eventuale costruzione e gestione ai privati, e orientandosi verso la costruzione di una base lunare, con tanto di centrale nucleare e strutture di deposito per i dati della Intelligenza artificiale. I partner internazionali sono stati colti alla sprovvista: lo smantellamento del Gateway significa incertezza sugli investimenti realizzati per Artemis, e molti elementi già progettati potrebbero non essere riutilizzabili per una base lunare.
A prescindere dal danno economico e dallo scompiglio generato, tutto questo deve portarci a interrogarci sul senso della collaborazione con gli Usa. Siamo partner o comprimari irrilevanti? Su tutto questo la politica tace o è assente. Qualcuno dovrebbe risvegliarla. La seconda era spaziale non aspetterà l’Europa. L’Europa deve decidere. Vuole essere leader o limitarsi a osservare da bordo campo? È ancora possibile permettersi di non avere una politica industriale spaziale ben definita e attentamente monitorata? Occorre apportare cambiamenti significativi e velocemente. L’Ue deve agire ora: deve investire in modo ambizioso, innovare con urgenza, governare in modo coeso e sviluppare capacità spaziali indipendenti e resilienti. L’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo guida è aperta. Ma si sta chiudendo rapidamente.
di Mariano Bizzarri, Coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo Spazio
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Ansa
Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha annunciato che droni dei servizi di sicurezza hanno raggiunto e colpito un importante impianto chimico russo, implicato in produzioni a scopo militare, situato a 1.700 km dal confine. È la Metafrax Chemicals di Gubakha, nella regione di Perm, presso la catena dei monti Urali. Ha detto il leader di Kiev: «Sono grato al Servizio di sicurezza dell’Ucraina per aver colpito una delle più importanti imprese militar-industriali della Russia. I prodotti della Metafrax Chemicals supportano dozzine di altre industrie militari russe inclusi quelli di equipaggiamento d’aviazione e droni, motori di missili ed esplosivi». L’attacco è avvenuto nella notte fra venerdì e sabato e ha causato la sospensione della produzione. L’impianto produce precursori di esplosivi e di carburanti di razzi, come ammoniaca, urea e melammina, e ha una capacità quotidiana di 900 tonnellate di ammoniaca e 1.600 tonnellate di urea.
La Metafrax era stata attaccata già lo scorso 17 febbraio e in quell’occasione erano stati impiegati droni An-196 Liutyi prodotti dalla celebre azienda aeronautica Antonov. Probabilmente è lo stesso drone usato anche per l’azione di ieri. È tra i mezzi più efficaci del servizio di sicurezza Sbu, il servizio segreto di Kiev che ha il monopolio degli attacchi in profondità. Lungo 4,4 metri e con apertura alare di 6,7 metri, il Liutyi è spinto da un motore a elica importato dalla Germania, un Hirth F-23 da 50 cavalli, e pesa al decollo 300 kg di cui fra 50 e 75 kg, a seconda della missione, spettanti alla testata esplosiva. Il suo raggio d’azione arriva fino a 2.000 km. Il sistema di guida s’avvale dell’intelligenza artificiale, un settore in cui l’Ucraina ha investito molto nell’ambito del suo piano di produzione di droni, ma anche della guida satellitare tipo Gps o Glonass. È solo uno degli ordigni che gli ucraini hanno sviluppato dal 2022 per portare la guerra nel cuore della Russia.
L’Sbu ha colpito una volta di più Mosca, domenica, utilizzando altri due tipi di droni, il Fire Point FP-1 e l’RS-1 Bars, più un terzo tipo di cui si sa ancora poco, il Bars-SM Gladiator. Giovedì è stata centrata la sede del servizio segreto russo Fsb nella regione annessa di Kherson, dove si sono avuti 100 morti. Poi nella notte fra giovedì e venerdì è stato bombardato il dormitorio studentesco di Starobilsk, nella regione ucraina russofona di Lugansk, annessa alla Russia. Raid il cui bilancio è arrivato ieri a 18 morti e 42 feriti. Dalle macerie sono stati estratti corpi di quattro bambini. Gli ucraini sostengono che l’edificio celasse un centro di guida di droni russi dell’unità Rubicon. Putin, invece, ha annunciato una rappresaglia, con Zelensky che ha avvisato i cittadini ucraini di un possibile attacco con missili Oreshnik. Sabato altri droni di Kiev hanno incendiato il terminal petrolifero di Sheskharis e il deposito di greggio di Grushovaya, nella regione di Novorossiysk, nonché la nave cisterna Chrysalis, reputata da Kiev parte della «flotta ombra».
Per gli attacchi a lungo raggio gli ucraini hanno messo a punto vari sistemi di guida dei velivoli oltre la linea dell’orizzonte, ovviando alla curvatura terrestre che limita i segnali diretti da stazioni terrestri. Sono stati usati droni ripetitori che, volando ad alta quota, fanno da ponte radio per rimandare i segnali guida da terra. L’uso dell’IA permette inoltre ad alcuni di questi tipi di orientarsi sulla base di una mappa memorizzata. Molto importante s’è dimostrato anche lo sfruttamento della rete telefonica cellulare russa per inviare segnali di guida a una scheda Sim installata sul drone stesso. In certe occasioni, magari per la guida terminale vicino dall’obbiettivo, possono essere stati utilizzati segnali, radio o forse laser, mandati da terra da agenti dell’Sbu infiltrati in Russia. Il che spiega anche perché proprio un’agenzia di spionaggio, più che l’Aeronautica di Kiev, sia responsabile di tali raid.
L’invio dei droni kamikaze su obbiettivi non solo militari ma anche civili in larga parte della Russia non ha solo lo scopo di rispondere alle massicce incursioni che gli stessi russi compiono. È anche una forma di pressione politica, come lo stesso Zelensky ha rimarcato, definendo i raid su strutture produttive ed energetiche «le nostre sanzioni a lungo raggio» e affermando che «occorre far capire a Mosca che continuare la guerra costa caro».
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