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2022-10-13
La Corte dei conti Ue boccia Bruxelles: bilancio in pericolo, basta miliardi a Kiev
Paolo Gentiloni (Ansa)
Ieri a Bruxelles è stata presentata la relazione annuale sull’esecuzione del bilancio dell’Unione europea per l’esercizio finanziario 2021. La notizia principale è che, nonostante imponga controlli strettissimi sui bilanci dei suoi Paesi membri, l’Unione europea non è altrettanto solerte per quanto riguarda la sua gestione. Secondo la Corte dei conti europea, infatti, ci sono ancora troppi errori nei pagamenti. Si è rilevato che il livello cumulativo degli errori nelle spese finanziate dal bilancio dell’Ue è aumentato nel 2021, raggiungendo il 3,0 % (nel 2020 era del 2,7 %). Ma cosa vuol dire errore? Si intende una somma di denaro che non avrebbe dovuto essere posta a carico del bilancio dell’Ue. Questi errori quindi avvengono quando i fondi non sono impiegati in conformità alla normativa Ue applicabile e, quindi, non sono spesi come previsto dal Parlamento europeo e dal Consiglio all’atto dell’approvazione; oppure, quando i fondi non sono impiegati in conformità a specifiche norme nazionali. Nella relazione si evidenzia come i tassi di errore riflettono il livello di rischio: per le spese ad alto rischio, il livello di errore stimato era del 4,7 %, mentre le spese a basso rischio non sono inficiate da errori rilevanti. Circa due terzi (63,2%) delle spese sottoposte ad audit sono state ritenute ad alto rischio, anche in questo caso un aumento rispetto al 2020 (59 %) e agli esercizi precedenti.
L’elemento più preoccupante, però, è che la Corte vede ampi rischi per i fondi comunitari messi a disposizione per la crisi derivante della pandemia e per la guerra tra Russia e Ucraina. Con la grande differenza che il momento buio della pandemia è stato superato, ma per quanto riguarda la crisi ucraina le cose difficilmente andranno meglio nel breve termine.
Per il 2021 la Corte ha stabilito di esprimere due giudizi distinti sulla legittimità e regolarità delle spese: uno sul bilancio tradizionale dell’Ue e l’altro sull’Rrf (Recovery and resilience facility). Il giudizio su quest’ultimo è la prima volta che viene emesso e riguarda il pacchetto da 800 miliardi NextGeneration Eu, varato per rispondere alla crisi prodotta dalle restrizioni volute per contenere il coronavirus.
Il giudizio complessivamente è positivo in questo caso anche se la Corte ha valutato come deboli le valutazioni dei traguardi effettuate dalla Commissione. La richiesta è che queste valutazioni vengano migliorate. Come dicevamo però l’elemento più interessante riguarda il giudizio sulla legittimità e regolarità delle spese a titolo del bilancio dell’Ue, valutato dalla Corte come negativo. Nel bilancio gli impegni non ancora liquidati hanno raggiunto il livello record di 341,6 miliardi di euro. L’esposizione totale dell’Ue alle passività potenziali è aumentata di 146 miliardi di euro (111 %) nel 2021, da 131,9 miliardi di euro si è passati a 277,9 miliardi di euro. Questo è dovuto alle crisi piovute a pioggia sul sistema. Nello specifico sono state emesse obbligazioni per 91 miliardi per il finanziamento del pacchetto Next Generation Eu e un aumento di 50,2 miliardi di euro per l’assistenza finanziaria che serviva a proteggere l’occupazione e i lavoratori colpiti dalla crisi economica dovuta alla pandemia. Superata la crisi pandemica e le sue restrizioni, la Corte ha spostato la sua preoccupazione soprattutto sull’esposizione dovuta alla guerra in Ucraina perché le passività potenziali non potranno che crescere.
Alla fine del 2021 l’Ucraina ha ottenuto prestiti per un valore nominale di 4,7 miliardi di euro dall’Unione europea. Solo la Banca europea per gli investimenti gli ha concesso prestiti per un valore di 2,1 miliardi di euro, garantiti dall’Unione. La Corte raccomanda alla Commissione di «informare l’autorità di bilancio sui fattori che contribuiscono all’andamento degli impegni non ancora liquidati e adottare adeguati provvedimenti per pervenire ad una graduale riduzione di tali impegni nel lungo periodo». Tradotto si chiede di smettere di promettere soldi se poi non ci possiamo permettere di darli. Inoltre chiede di: «monitorare da vicino il crescente rischio che le passività potenziali del bilancio dell’Ue si concretizzino per effetto della guerra di aggressione condotta dalla Russia contro l’Ucraina e intraprendere le necessarie misure per garantire che gli strumenti di mitigazione del rischio mantengano una sufficiente capacità». Anche qui in parole povere vuol dire: occhio che la guerra potrebbe diventare per l’Europa un pozzo senza fondo. Un’ultima valutazione, in questo caso però non si tratta di una novità, riguarda i fondi strutturali e d’investimento europei (fondi Sie). Nel 2021 i pagamenti totali cumulati per i programmi operativi finanziati dai fondi 2014-2020 sono ammontati a 331,1 miliardi di euro, su un totale di 492 miliardi di euro (67 %). La Corte evidenzia che persistono le significative differenze tra Stati membri nel tasso di assorbimento di questi fondi. Mentre Irlanda, Finlandia e Cipro, ad esempio, hanno richiesto oltre tre quarti dei fondi loro assegnati, i tre paesi Ue con i tassi di assorbimento più bassi (Croazia, Slovacchia e Malta) hanno utilizzato solo poco più della metà dei fondi loro destinati. L’Italia ne ha chiesti finora il 62%.
Con Nord Stream ko, Berlino «scopre» la solidarietà
«Everything but the girl» (Tutto tranne la ragazza): così negli anni ‘80 in Inghilterra un grande negozio di arredamenti prometteva ai clienti di fornire loro tutto per la camera da letto, tranne, naturalmente, la ragazza. Everything but the cap (tutto tranne il tetto) può essere invece la sintesi della giornata di ieri a Praga, dove si sono riuniti i 27 ministri dell’energia dell’Unione europea per trovare soluzioni alla crisi energetica in atto da un anno e mezzo. Dei contenuti del non-paper firmato da Germania e Olanda, circolato alla vigilia, è stato accolto praticamente tutto, mentre per il tetto al prezzo del gas tanto caro a Roberto Cingolani, ancora una volta, non c’è consenso e occorrono ulteriori discussioni.
Il Commissario europeo all’energia Kadri Simson in conferenza stampa ha elencato i punti su cui i rappresentanti degli Stati membri hanno trovato un accordo. Il primo punto è il mercato Ttf, «non più rappresentativo della realtà del mercato energetico dell’Ue, gonfia artificialmente i prezzi» (sic). La prossima settimana la Commissione presenterà un nuovo riferimento (benchmark) che terrà in considerazione altri prezzi di mercato, oltre al Ttf, e che dovrebbe limitare la volatilità dei prezzi. Il secondo punto su cui c’è consenso riguarda le ulteriori riduzioni della domanda di gas, necessarie nel momento in cui si decide di intervenire per calmierare i prezzi. Potrebbe quindi essere attivata l’emergenza gas a livello europeo, che imporrebbe risparmi obbligatori pari al 15% rispetto al riferimento. Terzo punto: solidarietà. Poiché gli Stati non hanno stipulato accordi di mutua solidarietà, tranne pochi casi, la Commissione proporrà un accordo di solidarietà standard applicabile da subito, in base al quale i Paesi più colpiti da carenza di gas riceverebbero aiuto. Infine, la Commissione proporrà di avviare gli acquisti congiunti di gas: «Ciò consentirà all’Ue di utilizzare il nostro potere d’acquisto collettivo per limitare i prezzi ed evitare che gli Stati membri si sorpassino a vicenda sul mercato, aumentando così i prezzi. Il nostro focus sarà il coordinamento e l’aggregazione del riempimento degli stoccaggi di gas per il prossimo inverno», ha concluso Simson.
Rispondendo alle domande, il Commissario ha chiarito che meglio del price cap sarebbe, prima, rinegoziare direttamente con i fornitori «ma se, ciò non fosse possibile, la Commissione valuterà un meccanismo per limitarli».
Questo è l’unico accenno al price cap, molto indiretto, peraltro. L’altro tema caldo della riunione era la separazione dei meccanismi di formazione del prezzo dell’energia elettrica a seconda della fonte utilizzata, il cosiddetto disaccoppiamento. Il non-paper tedesco, cui l’Olanda si è accodata per non dare l’idea che la Germania sia il dominus della situazione (senza riuscirvi granché), metteva in guardia dall’adottare tale separazione, senza prima fornire una approfondita valutazione di impatto. Infatti durante la riunione si è frenato anche molto sull’ipotesi di adottare un tetto al prezzo del gas sul modello spagnolo, cioè limitato al gas utilizzato per la generazione elettrica: «Vedremo nel fine settimana come procedere con il tetto del gas per la produzione di energia elettrica e se a questo punto la proposta gode di un’ampia maggioranza a favore di questa misura».
Simson ha poi detto che entro la fine dell’anno la Commissione presenterà una proposta di riforma del mercato elettrico europeo, ma oggi dicembre appare lontanissimo.
Ancora una volta, la Germania esce vincente da un round di negoziazioni, bloccando derive indesiderate (tetti ai prezzi, disaccoppiamento) e portando a casa ciò che le interessa, ovvero la solidarietà e gli acquisti congiunti di gas. Ora che non c’è più il cordone ombelicale rappresentato dai due gasdotti Nord Stream, la messa in comune della enorme posizione di acquisto europea può aiutare la Germania ad abbassare i prezzi all’ingrosso e dunque a preservarne la competitività. Per l’Italia, magro raccolto: il benchmark non è un tetto e i razionamenti si faranno più vincolanti. Il 20 ottobre seguirà nuovo episodio della serie.
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L’analisi della gestione finanziaria: l’Europa spende troppo e male. Il Covid e la guerra potrebbero mandarla in default.L’Italia non riesce a spuntarla nel summit dei 27: niente price cap e razionamenti più vincolanti. Ma ok agli acquisti comuni di gas.Lo speciale contiene due articoliIeri a Bruxelles è stata presentata la relazione annuale sull’esecuzione del bilancio dell’Unione europea per l’esercizio finanziario 2021. La notizia principale è che, nonostante imponga controlli strettissimi sui bilanci dei suoi Paesi membri, l’Unione europea non è altrettanto solerte per quanto riguarda la sua gestione. Secondo la Corte dei conti europea, infatti, ci sono ancora troppi errori nei pagamenti. Si è rilevato che il livello cumulativo degli errori nelle spese finanziate dal bilancio dell’Ue è aumentato nel 2021, raggiungendo il 3,0 % (nel 2020 era del 2,7 %). Ma cosa vuol dire errore? Si intende una somma di denaro che non avrebbe dovuto essere posta a carico del bilancio dell’Ue. Questi errori quindi avvengono quando i fondi non sono impiegati in conformità alla normativa Ue applicabile e, quindi, non sono spesi come previsto dal Parlamento europeo e dal Consiglio all’atto dell’approvazione; oppure, quando i fondi non sono impiegati in conformità a specifiche norme nazionali. Nella relazione si evidenzia come i tassi di errore riflettono il livello di rischio: per le spese ad alto rischio, il livello di errore stimato era del 4,7 %, mentre le spese a basso rischio non sono inficiate da errori rilevanti. Circa due terzi (63,2%) delle spese sottoposte ad audit sono state ritenute ad alto rischio, anche in questo caso un aumento rispetto al 2020 (59 %) e agli esercizi precedenti.L’elemento più preoccupante, però, è che la Corte vede ampi rischi per i fondi comunitari messi a disposizione per la crisi derivante della pandemia e per la guerra tra Russia e Ucraina. Con la grande differenza che il momento buio della pandemia è stato superato, ma per quanto riguarda la crisi ucraina le cose difficilmente andranno meglio nel breve termine.Per il 2021 la Corte ha stabilito di esprimere due giudizi distinti sulla legittimità e regolarità delle spese: uno sul bilancio tradizionale dell’Ue e l’altro sull’Rrf (Recovery and resilience facility). Il giudizio su quest’ultimo è la prima volta che viene emesso e riguarda il pacchetto da 800 miliardi NextGeneration Eu, varato per rispondere alla crisi prodotta dalle restrizioni volute per contenere il coronavirus. Il giudizio complessivamente è positivo in questo caso anche se la Corte ha valutato come deboli le valutazioni dei traguardi effettuate dalla Commissione. La richiesta è che queste valutazioni vengano migliorate. Come dicevamo però l’elemento più interessante riguarda il giudizio sulla legittimità e regolarità delle spese a titolo del bilancio dell’Ue, valutato dalla Corte come negativo. Nel bilancio gli impegni non ancora liquidati hanno raggiunto il livello record di 341,6 miliardi di euro. L’esposizione totale dell’Ue alle passività potenziali è aumentata di 146 miliardi di euro (111 %) nel 2021, da 131,9 miliardi di euro si è passati a 277,9 miliardi di euro. Questo è dovuto alle crisi piovute a pioggia sul sistema. Nello specifico sono state emesse obbligazioni per 91 miliardi per il finanziamento del pacchetto Next Generation Eu e un aumento di 50,2 miliardi di euro per l’assistenza finanziaria che serviva a proteggere l’occupazione e i lavoratori colpiti dalla crisi economica dovuta alla pandemia. Superata la crisi pandemica e le sue restrizioni, la Corte ha spostato la sua preoccupazione soprattutto sull’esposizione dovuta alla guerra in Ucraina perché le passività potenziali non potranno che crescere. Alla fine del 2021 l’Ucraina ha ottenuto prestiti per un valore nominale di 4,7 miliardi di euro dall’Unione europea. Solo la Banca europea per gli investimenti gli ha concesso prestiti per un valore di 2,1 miliardi di euro, garantiti dall’Unione. La Corte raccomanda alla Commissione di «informare l’autorità di bilancio sui fattori che contribuiscono all’andamento degli impegni non ancora liquidati e adottare adeguati provvedimenti per pervenire ad una graduale riduzione di tali impegni nel lungo periodo». Tradotto si chiede di smettere di promettere soldi se poi non ci possiamo permettere di darli. Inoltre chiede di: «monitorare da vicino il crescente rischio che le passività potenziali del bilancio dell’Ue si concretizzino per effetto della guerra di aggressione condotta dalla Russia contro l’Ucraina e intraprendere le necessarie misure per garantire che gli strumenti di mitigazione del rischio mantengano una sufficiente capacità». Anche qui in parole povere vuol dire: occhio che la guerra potrebbe diventare per l’Europa un pozzo senza fondo. Un’ultima valutazione, in questo caso però non si tratta di una novità, riguarda i fondi strutturali e d’investimento europei (fondi Sie). Nel 2021 i pagamenti totali cumulati per i programmi operativi finanziati dai fondi 2014-2020 sono ammontati a 331,1 miliardi di euro, su un totale di 492 miliardi di euro (67 %). La Corte evidenzia che persistono le significative differenze tra Stati membri nel tasso di assorbimento di questi fondi. Mentre Irlanda, Finlandia e Cipro, ad esempio, hanno richiesto oltre tre quarti dei fondi loro assegnati, i tre paesi Ue con i tassi di assorbimento più bassi (Croazia, Slovacchia e Malta) hanno utilizzato solo poco più della metà dei fondi loro destinati. L’Italia ne ha chiesti finora il 62%.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-corte-dei-conti-ue-boccia-bruxelles-bilancio-in-pericolo-basta-miliardi-a-kiev-2658442813.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="con-nord-stream-ko-berlino-scopre-la-solidarieta" data-post-id="2658442813" data-published-at="1665612825" data-use-pagination="False"> Con Nord Stream ko, Berlino «scopre» la solidarietà «Everything but the girl» (Tutto tranne la ragazza): così negli anni ‘80 in Inghilterra un grande negozio di arredamenti prometteva ai clienti di fornire loro tutto per la camera da letto, tranne, naturalmente, la ragazza. Everything but the cap (tutto tranne il tetto) può essere invece la sintesi della giornata di ieri a Praga, dove si sono riuniti i 27 ministri dell’energia dell’Unione europea per trovare soluzioni alla crisi energetica in atto da un anno e mezzo. Dei contenuti del non-paper firmato da Germania e Olanda, circolato alla vigilia, è stato accolto praticamente tutto, mentre per il tetto al prezzo del gas tanto caro a Roberto Cingolani, ancora una volta, non c’è consenso e occorrono ulteriori discussioni. Il Commissario europeo all’energia Kadri Simson in conferenza stampa ha elencato i punti su cui i rappresentanti degli Stati membri hanno trovato un accordo. Il primo punto è il mercato Ttf, «non più rappresentativo della realtà del mercato energetico dell’Ue, gonfia artificialmente i prezzi» (sic). La prossima settimana la Commissione presenterà un nuovo riferimento (benchmark) che terrà in considerazione altri prezzi di mercato, oltre al Ttf, e che dovrebbe limitare la volatilità dei prezzi. Il secondo punto su cui c’è consenso riguarda le ulteriori riduzioni della domanda di gas, necessarie nel momento in cui si decide di intervenire per calmierare i prezzi. Potrebbe quindi essere attivata l’emergenza gas a livello europeo, che imporrebbe risparmi obbligatori pari al 15% rispetto al riferimento. Terzo punto: solidarietà. Poiché gli Stati non hanno stipulato accordi di mutua solidarietà, tranne pochi casi, la Commissione proporrà un accordo di solidarietà standard applicabile da subito, in base al quale i Paesi più colpiti da carenza di gas riceverebbero aiuto. Infine, la Commissione proporrà di avviare gli acquisti congiunti di gas: «Ciò consentirà all’Ue di utilizzare il nostro potere d’acquisto collettivo per limitare i prezzi ed evitare che gli Stati membri si sorpassino a vicenda sul mercato, aumentando così i prezzi. Il nostro focus sarà il coordinamento e l’aggregazione del riempimento degli stoccaggi di gas per il prossimo inverno», ha concluso Simson. Rispondendo alle domande, il Commissario ha chiarito che meglio del price cap sarebbe, prima, rinegoziare direttamente con i fornitori «ma se, ciò non fosse possibile, la Commissione valuterà un meccanismo per limitarli». Questo è l’unico accenno al price cap, molto indiretto, peraltro. L’altro tema caldo della riunione era la separazione dei meccanismi di formazione del prezzo dell’energia elettrica a seconda della fonte utilizzata, il cosiddetto disaccoppiamento. Il non-paper tedesco, cui l’Olanda si è accodata per non dare l’idea che la Germania sia il dominus della situazione (senza riuscirvi granché), metteva in guardia dall’adottare tale separazione, senza prima fornire una approfondita valutazione di impatto. Infatti durante la riunione si è frenato anche molto sull’ipotesi di adottare un tetto al prezzo del gas sul modello spagnolo, cioè limitato al gas utilizzato per la generazione elettrica: «Vedremo nel fine settimana come procedere con il tetto del gas per la produzione di energia elettrica e se a questo punto la proposta gode di un’ampia maggioranza a favore di questa misura». Simson ha poi detto che entro la fine dell’anno la Commissione presenterà una proposta di riforma del mercato elettrico europeo, ma oggi dicembre appare lontanissimo. Ancora una volta, la Germania esce vincente da un round di negoziazioni, bloccando derive indesiderate (tetti ai prezzi, disaccoppiamento) e portando a casa ciò che le interessa, ovvero la solidarietà e gli acquisti congiunti di gas. Ora che non c’è più il cordone ombelicale rappresentato dai due gasdotti Nord Stream, la messa in comune della enorme posizione di acquisto europea può aiutare la Germania ad abbassare i prezzi all’ingrosso e dunque a preservarne la competitività. Per l’Italia, magro raccolto: il benchmark non è un tetto e i razionamenti si faranno più vincolanti. Il 20 ottobre seguirà nuovo episodio della serie.
Christine Lagarde (Ansa)
È la versione monetaria del «non correte tutti verso l’uscita, le porte restano aperte». In altre parole, la Bce sta costruendo un sistema per evitare vendite obbligate prima ancora che qualcuno pensi di farle. Psicologia dei mercati. Mentre a Bruxelles si discute con tono solenne di integrazione dei mercati dei capitali e di mobilitare il risparmio europeo c’è chi ha deciso di affrontare la questione da un’angolazione sorprendente. I Paesi Bassi hanno scelto di cambiare radicalmente il modo in cui tassano le rendite finanziarie, comprese le criptovalute La riforma entrerà in vigore nel 2028 ma ha già acceso un dibattito degno di un seminario di filosofia morale.
La Camera dei Rappresentanti dei Paesi Bassi ha approvato una riforma che certo non agevola gli investimenti. Non sarà tassato solo l’incasso, ma anche ciò che aumenta di valore. Se il portafoglio cresce, anche senza vendere nulla, per il fisco quel guadagno esiste già. È reddito. È imponibile.
È la tassazione dell’arricchimento potenziale. Una metafisica fiscale che Platone avrebbe probabilmente apprezzato. E non importa se questo sistema porterà a vendite forzate visto che i risparmiatori potrebbero essere privi della liquidità necessaria per pagare la tassa.
Il vecchio sistema - che applicava rendimenti teorici stabiliti dallo Stato - era stato demolito dalla magistratura perché giudicato lesivo del diritto di proprietà.
Immobili e partecipazioni in start-up restano fuori. Continueranno a essere tassate solo al momento della vendita - segno che l’economia reale va trattata con cautela. La ricchezza finanziaria, invece, può essere misurata anno per anno, quasi fosse un termometro sociale. Anche le cripto entrano nel perimetro. E qui non è difficile leggere la preoccupazione delle autorità per un fenomeno che cresce più rapidamente delle categorie fiscali tradizionali.
La Nederlandsche Bank ha registrato l’aumento costante degli investimenti digitali tra famiglie e istituzioni, segnale che il confine tra risparmio e speculazione diventa sempre più sfumato. La banca calcola un ammontare di 1,2 miliardi nell’ottobre 2025, rispetto agli 81 milioni di fine 2020. Il settore finanziario deteneva ulteriori 113 milioni di euro in criptovalute direttamente in portafoglio nel terzo trimestre del 2025. Il segretario di Stato al Tesoro, Eugène Heijnen, ha difeso la riforma pur riconoscendo che si poteva fare meglio. Ma il fisco non poteva rinunciare ai 2,3 miliardi di tasse
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Auro Bulbarelli (Ansa)
Insomma aveva pagato il pegno di aver divulgato una notizia vera e accertata, senza il permesso del Quirinale. Da qui il cartellino giallo nei suoi confronti e l’avvicendamento in corsa con il direttore Paolo Petrecca al microfono. Con tutto quel che ormai è cronaca acquisita e che persino il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri ha commentato negativamente. Ridategli il microfono, scrivevamo ieri. E così sarà: sarà proprio Auro Bulbarelli, cronista sportivo di lungo corso, a raccontare la cerimonia di chiusura dei giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026. Non è una nostra vittoria, sia chiaro: non siamo così presuntuosi. Chiedevamo soltanto di rimettere le cose in ordine visto che Bulbarelli era stato designato come «voce» per la cerimonia di inaugurazione e poi sostituito per una colpa che non era una colpa: aver «spoilerato» il siparietto tra il capo dello Stato Sergio Mattarella e Valentino Rossi. Insomma aveva pagato il pegno di aver divulgato una notizia vera e accertata, senza il permesso del Quirinale. Da qui il cartellino giallo nei suoi confronti e l’avvicendamento in corsa con il direttore Paolo Petrecca al microfono. Con tutto quel che ormai è cronaca acquisita e che persino il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri ha commentato negativamente.
Poiché nell’appello di ieri ci eravamo rivolti al Quirinale e soprattutto ai vertici Rai, sia all’amministratore delegato Giampaolo Rossi sia allo stesso Paolo Petrecca, chiedendo di riparare l’ingiustizia ai danni di un giornalista che aveva soltanto fatto il suo dovere, ora è giusto riconoscere loro il merito di questa scelta.
Lo ribadiamo: non crediamo di aver influito sulla scelta, se non in quella minuscola porzione che in tanti avranno portato alla causa, però la parola data va onorata: Rossi e Petrecca hanno compiuto la scelta più opportuna e più corretta e se l’hanno concordata con il Colle tanto meglio perché nemmeno lassù ci stavano facendo una bella figura: davvero si può penalizzare la Rai e i telespettatori perché viene anticipato lo sketch tra Mattarella e Valentino Rossi sul tram? Sembra difficile da accettare però questo era accaduto. E l’opposizione, cui non era sembrato vero poter azzannare il direttore di RaiSport compiendo il più facile degli attacchi, in questi giorni di polemiche non ha mai speso una parola a favore di Bulbarelli, neutralizzando così ogni suo commento e ogni suo giudizio velato di difesa dell’azienda e delle professionalità.
Dalla Schlein a Conte, nessuno ha difeso il diritto di Bulbarelli di raccontare - come da prima decisione interna all’azienda, sia chiaro - la cerimonia di inaugurazione; così come, da Conte alla Schlein, nessuno ha fatto cenni critici circa il ruolo del Quirinale rispetto alla esclusione. E questo vale anche per la presidente della commissione di Vigilanza Rai, Barbara Floridia (Cinquestelle), la quale non perde occasione per ergersi a paladina della tv pubblica: perché non ha chiesto lumi sulla esclusione di Bulbarelli? Perché non ha voluto vedere la consequenzialità dei fatti, ovvero l’anticipazione giornalistica del ruolo di Mattarella, le polemiche per lo spoiler «non concordato» (come se fosse un obbligo deontologico; e non lo è) e infine la collocazione in panchina del giornalista colpevole, perché?
Dunque, sono stati l’ad Giampaolo Rossi e il direttore Paolo Petrecca a rimediare ad una ingiustizia e a favorire il ritorno di colui che il pubblico Rai ha conosciuto nel tempo come voce autorevole del ciclismo. Pertanto, proprio noi che non risparmiamo critiche al primo e al secondo non vogliamo mancare di parola: ridate il microfono al collega Auro e ve ne renderemo merito. Così è: grazie per la scelta, è una vittoria di tutti. È una vittoria per Bulbarelli, designato in prima battuta per l’inaugurazione e quindi assolutamente competente anche per raccontare la chiusura. È una vittoria per i vertici, perché spengono le polemiche lasciando le opposizioni e i critici col cerino in mano. È una vittoria per la Rai perché la professionalità delle risorse interne torna alla sua sacrosanta valorizzazione. Ed è - last but not least - una vittoria per i telespettatori, siano essi appassionati di sport o solo curiosi delle grandi kermesse, poiché gli eventi seguono una loro liturgia che necessita di bravi giornalisti. La Rai, cui va riconosciuto il merito di una copertura importante, non poteva uscire dalle Olimpiadi con la «patacca» della ormai famigerata telecronaca di inaugurazione: doveva riscattare se stessa e chi dal divano ha scelto la tv pubblica rispetto ad altri broadcast che pure trasmettevano in chiaro i Giochi invernali. Il successo di ascolto vale come riconoscimento assegnato dai telespettatori. Finalmente il cerchio si chiude con Auro Bulbarelli che torna al suo posto di telecronista: lo spirito olimpico ha convinto anche coloro che, per reazione, avevano scelto l’opzione peggiore. Ora pensiamo al medagliere affinché sia il più ricco possibile. Così la festa di chiusura sarà ancora più bella.
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Il linguista Noam Chomsky in una foto con Jeffrey Epstein contenuta nei file Epstein e pubblicata dalla House Oversight Committee (Ansa)
Siamo solo all’inizio, gli Epstein files rilasciati sono milioni e pare ce ne siano altri 2 milioni ancora secretati, ma finora sono proprio le figure degli intellettuali quelle più tragicamente interessanti per comprendere l’abisso di orrore che si spalanca sotto l’isola di Epstein. Molti in questi giorni stanno citando il Marchese de Sade come chiave di lettura del mondo che ruotava attorno a Epstein ma, se per molti versi tale interpretazione è legittima, in sostanza si tratta di un’approssimazione che le menti sane sono costrette ad attuare perché disorientate dal teatro del Male. Sade, come intuì Pierre Klossowski, era una figura profondamente influenzata dalla morale e per tutta la vita perseguì la dissacrazione come dimostrazione illuminista della rivincita dell’uomo su Dio; Sade cercava l’isolamento per poter soddisfare i propri impulsi psicotici i quali, infatti, erano enormemente più distruttivi e trasgressivi nella sua fantasia che nella sua vita. Al contrario, l’interesse dominante che guidava Epstein erano i rapporti di potere, le reti, le relazioni, in un costante tentativo di coinvolgere sempre più pedofili e sempre più potenti in una rete che tendeva costantemente all’espansione, noncurante dei rischi, noncurante della sorveglianza, troppo al vertice del potere mondiale per preoccuparsi dei poteri avversi che avrebbero potuto contrastarla.
Sade rimane dentro il Cristianesimo e, soprattutto, dentro la teologia morale: è il giustificatore del peccato contro la debolezza dell’etica, perché tutti in realtà vorrebbero peccare ma solo i libertini ammettono che così facendo assecondano la Natura, unica e ultima realtà garante della grande forza che governa l’universo: la Distruzione. Epstein mette in piedi un sistema di potere che è un dispositivo magico, non basato sulla «rivalsa contro Dio» di Sade bensì totalmente fondato sull’idea di esseri umani come «magazzino» - Bestand, direbbe Heidegger - che possono essere utilizzati senza limite, senza cura e senza conseguenze per soddisfare i propri desideri perversi e raggiungere il fine magico del «superamento impunito del limite». Sta qui il cuore satanista del mondo che emerge dagli Epstein files, un mondo dove ciò che viene a mancare è l’idea stessa di «inappropriabile», un mondo in cui gli orchi delle fiabe non solo oltrepassano la pagina per divenire reali, ma trovano la loro nicchia di realtà ai vertici del potere mondiale, una fantasia alla quale nemmeno Sade attribuiva plausibilità e che lasciava alle pagine più utopiche della sua letteratura.
Il vero osceno di Epstein non consiste tanto nel suo essere il fornitore di perversioni per ricchi e potenti, quanto nell’esser riuscito a porre il Male al vertice del mondo, con l’adesione proprio di quegli intellettuali che questo mondo hanno teorizzato, non tanto pensandolo come estrema realizzazione di Sade quanto di coerente esito di Julien de La Mettrie, l’illuminista che scrisse L’uomo macchina, il teorico del materialismo nichilista che riduce l’uomo a un meccanismo guidato da piacere e dolore e che spiega ogni «morale relativa» in termini di istinto. Ed è proprio qui, in questo Illuminismo meccanicista, che bisogna guardare per capire gli esiti nichilisti del Novecento per come sono stati apertamente evocati dal Sessantotto della «trasgressione in funzione antiborghese» e della Tecnica indipendente da ogni limite umano, unica religione plausibile per un mondo di uomini-macchina dove i deboli sono semplicemente «magazzino» dei potenti, senza alcuna giustificazione o limite morale, anzi utilizzati proprio per dimostrare l’inconsistenza di ogni limite.
E così non deve affatto stupire l’adesione ideologica di Noam Chomsky al mondo di Jeffrey Epstein «mio miglior amico», così come non stupisce quella di Jack Lang, altro simbolo di quella «cultura del Sessantotto» che ha fatto del nichilismo il proprio rivendicato punto di riferimento e che ha provato a vendere al popolino una «morale laica e civile» per tenerlo buono mentre loro andavano da Epstein. In fondo nelle mail del guru della New Age, Deepak Chopra, dove si legge l’interesse per le feste «per soli peccatori» perché in fondo «Dio è un costrutto culturale ma le belle ragazze no», non c’è niente di incoerente: era detto tutto fin dall’inizio, anche in quel caso si è trattato di vendere prodotti ideologici di consumo al popolo per tenerlo buono mentre le élite novecentesche vivevano come i malvagi hanno sempre fatto, costruendo dispositivi di potere e piacere sulla base del pensiero calcolante, quello che riesce a soddisfare i bisogni dell’uomo-macchina sin nei minimi dettagli. Ma se un altro mondo esiste, esso non potrà che porsi in alternativa essenziale al pensiero calcolante, riconoscendo innanzitutto che l’uomo-macchina è l’esatto opposto della verità.
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