La Consulta boccia il referendum sull’omicidio del consenziente
Marco Cappato (Ansa)
Il quesito dichiarato inammissibile: «Non tutela la vita». Alla faccia di Giuliano Amato.

Ha vinto la vita. Con un dispositivo di nove righe ieri sera la Corte Costituzionale ha rigettato il referendum sull’eutanasia legale, meglio conosciuto con il titolo: «Abolizione dell’omicidio del consenziente». Il quesito per la consultazione popolare proposta dall’Associazione Luca Coscioni è stato ritenuto inammissibile «perché a seguito dell’abrogazione, ancorché parziale, della norma non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili».

La decisione della Consulta, solo apparentemente clamorosa, in realtà rimane nel solco del rispetto costituzionale della vita che il referendum portato avanti dai radicali avrebbe minato alla base. Come avevano previsto alcuni giuristi, il quesito era difficilmente ricevibile e la forza del milione e 240.000 firme raccolte non avrebbe comunque potuto scardinare i principi del diritto. «Non c’è pertinenza tra l’oggetto indicato dai promotori del referendum e il titolo, come rilevato anche dalla Cassazione», aveva commentato alla vigilia il vicepresidente del Centro Studi Livatino e magistrato di Corte di Cassazione, Alfredo Mantovano.

«L’eutanasia chiama in causa una condizione di malattia o grave disagio psicofisico della persona, quello che invece rileva questo referendum è esclusivamente il consenso del diretto interessato, che potrebbe essere anche una persona in ottima salute che abbia chiesto o acconsentito a che altri gli tolgano la vita. Il referendum apre ad introdurre nell’ordinamento il principio della assoluta disponibilità della vita umana. Ovvero la possibilità di togliere la vita a una persona sulla base della disponibilità della vittima e dell’espressione del suo consenso; riguarda esclusivamente questo».

La sentenza della Corte Costituzionale (le motivazioni sono attese nei prossimi giorni) scongiura un vuoto legislativo, addirittura una prateria in assenza di diritto, e rilancia il dibattito parlamentare attorno al Ddl sul «suicidio assistito» che dovrebbe colmare un vulnus sul delicato tema del fine vita, come richiesto dagli stessi giudici costituzionali. Davanti al rigetto del referendum il principale promotore, Marco Cappato, quasi in lacrime ha commentato: «Questa è una brutta notizia per la democrazia e per coloro che subiscono e dovranno subire ancora più a lungo sofferenze insopportabili contro la loro volontà». E ha incitato a continuare il braccio di ferro con le istituzioni: «La battaglia va avanti, promuoveremo la disobbedienza civile». Toni minacciosi da parte di chi, entrando in Corte, aveva sottolineato l’importanza della decisione per chi «ha saputo trasformare un dramma privato in una battaglia di libertà. Abbiamo rispetto per la Consulta e la speranza che ci sia una stagione referendaria. Questi referendum sono una grande occasione per unire». Un atteggiamento compìto durato il tempo della lettura di nove righe. Più difficile per lui mantenere la serenità a bocciatura avvenuta. Anche perché alla vigilia del giorno del giudizio un tweet del presidente della Consulta, Giuliano Amato («Dobbiamo impegnarci al massimo per consentire il voto popolare») aveva illuso i radicali e i loro sostenitori. Come avevano previsto numerosi esperti di diritto, il referendum pretendeva troppo. E non ha ottenuto niente.

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