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Le toghe scavalcano la politica sulla gestione dei migranti. La Consulta boccia il Friuli-Venezia Giulia sulle case popolari: «Vivere qui non conta». Mentre per la Corte di giustizia Ue il criterio dei 10 anni di residenza per il reddito di cittadinanza è «discriminante».
Altro che remigrazione! Con il vento che tira dalle parti dei tribunali dall’Italia non solo non se ne andrà nessuno, ma avere la cittadinanza italiana conterà come il due di coppe quando è briscola bastoni.
E a proposito di «bastoni» ecco due sentenze fresche fresche, una della Corte costituzionale, l’altra della Corte di giustizia Ue: entrambe sembrano appunto svuotare di priorità l’essere cittadini italiani ma anche essere stranieri da diverso tempo in Italia.
Cominciamo dalla Consulta, che ha bocciato la legge del Friuli-Venezia Giulia sui criteri di assegnazione delle case popolari, laddove premiava una minima stabilità in regione. Una opzione quasi obbligata dal fatto che gli immobili non sono infiniti e un criterio - politico - di scelta diventa indispensabile. «La Corte», spiega la nota riassuntiva della sentenza di incostituzionalità numero 70 depositata ieri, «ha ribadito che il requisito della pregressa e protratta residenza sul territorio regionale pone un ostacolo al soddisfacimento del fondamentale diritto all’abitazione, che deve essere garantito tenendo conto della situazione di bisogno o di disagio, rispetto alla quale la durata della permanenza pregressa nel territorio regionale non presenta alcun collegamento, in quanto incapace di offrire una prospettiva di radicamento. In quanto sganciato da ogni valutazione su tale stato di bisogno, tale requisito si rivela incompatibile con il concetto stesso di servizio sociale, inteso quale servizio destinato prioritariamente ai soggetti economicamente deboli». E ancora: «Il requisito della pregressa e protratta residenza nel territorio regionale è intrinsecamente irragionevole, perché del tutto non correlato con la funzione propria dell’edilizia sociale; determina una ingiustificata diversità di trattamento tra persone che si trovano nelle medesime condizioni di fragilità; tradisce il dovere della Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».
Il sillogismo della Consulta è chiaro: siccome la casa è un bisogno primario che va garantito innanzitutto tenendo conto della situazione di bisogno e di disagio, risiedere nella regione non è un parametro di cui si può tenere conto, quindi la casa va data senza poter pensare che essere italiani garantisca una prelazione: in poche parole, italiani o stranieri è uguale. A questo punto uno si domanda se la politica è sterilizzata dalla possibilità di dare un indirizzo, a che servono i diversi programmi elettorali? Allora rimettiamoci direttamente ai magistrati e risparmiamo pure i soldi delle elezioni. Ma poi, quante case popolari si devono predisporre per venire incontro agli italiani in difficoltà se prima vengono gli stranieri?
Come se ciò non fosse bastato a frastornarci, ecco un’altra sentenza stavolta dalla Corte di giustizia della Ue. Ci riporta ai percettori del reddito di cittadinanza: chi lo doveva prendere? Gli italiani poveri e in difficoltà, era stato detto all’inizio quando il governo era 5 stelle e Lega. Poi intervenne la magistratura obbligando ad allargare le maglie perché non si potevano escludere gli stranieri da più tempo in Italia. Si fissò il limite dei dieci anni. Ebbene, cosa è successo ieri? Che un giudice ha stabilito che, per i rifugiati, il requisito dei dieci anni è discriminatorio. I giudici europei infatti hanno dato ragione a un cittadino straniero beneficiario di protezione sussidiaria, al quale era stato revocato il reddito di cittadinanza: il requisito dei dieci anni di residenza «costituisce una discriminazione indiretta vietata dal diritto dell’Ue».
Il combinato di queste due sentenze ci porta dritti a due considerazioni: la prima riguarda la spesa per il welfare, la seconda il concetto stesso di cittadinanza italiana. Sui costi di welfare, l’Europa ci obbliga al contenimento della spesa pubblica, poi però quando devi decidere i criteri di assegnazione o delle case popolari o di un sostegno economico come lo era il reddito, lo dovresti dare a prescindere dall’essere cittadino. E così si arriva dritti al secondo punto: siccome gli italiani sono cauti da concedere la cittadinanza agli stranieri, allora sono i giudici a conferire agli stranieri i diritti degli italiani. I quali ne avranno sempre meno per via della «concorrenza» di stranieri più poveri, con più figli e via di questo passo.
L’altra sera in tv stavo dibattendo delle prossime elezioni a Venezia e della presenza di musulmani nelle liste del Pd; qual era il loro impegno politico prioritario? La costruzione della moschea. Come se fosse un diritto di per sé, che ovviamente viene guardato solo rispetto al diritto costituzionale della pratico del culto, senza che il tema della trasparenza dei finanziamenti o dei profili degli imam abbia un peso fondamentale nell’analisi del tema.
A me pare che con il passare del tempo ogni tentativo di difendere l’identità italiana e le radici appare come una colpa. Da sanzionare.
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Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh e Giorgia Meloni (Ansa)
Nel vertice della Meloni con il leader di Tripoli, Dbeibeh, gettate le basi per rafforzare gli approvvigionamenti di gas in Nord Africa. Poi cooperazione anti clandestini e scambio di prigionieri. A Roma dal premier anche Tusk e Magyar: sul tavolo bilancio Ue e difesa.
Non sono fatti di sola cordialità gli incontri che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni tiene con gli altri capi di Stato e di governo nel mondo.
Dopo anni di irrilevanza politica per l’Italia si lavora per essere una pedina che pesi davvero all’interno dello scacchiere internazionale. Un ruolo riconosciuto ormai da tutti. Per questo sono sempre intensi i colloqui all’estero e a Palazzo Chigi.
Come ieri: la giornata di Meloni è iniziata con il primo ministro neoeletto ungherese, Péter Magyar, l’occasione per rinnovare gli ottimi rapporti con Budapest e per confrontarsi sui più importanti dossier bilaterali «a partire dalla cooperazione nel settore della difesa, alle tematiche prioritarie dell’agenda dell’Unione europea, quindi il rafforzamento della competitività europea e la gestione del fenomeno migratorio». È proprio sulla gestione delle politiche migratorie che tutta l’Europa guarda con attenzione all’esecutivo Meloni, qualunque sia l’orientamento politico. I due, naturalmente, hanno discusso anche degli attuali teatri di crisi a livello internazionale, concordando di mantenersi in stretto contatto.
È sul sostegno all’Ucraina, nello specifico, che ci si è concentrati molto con Donald Tusk, primo ministro polacco. «Ci siamo confrontati sullo stato di avanzamento del processo negoziale per arrivare a una pace giusta e duratura in Ucraina. In questi quattro anni la Polonia non hai mai fatto venire meno il proprio sostegno e la propria solidarietà nei confronti dell’Ucraina. E credo che anche qui dobbiamo ringraziarla particolarmente per la solidarietà che ha dimostrato. Dobbiamo ricordare che ospita oggi oltre un milione di profughi ucraini, e quindi per il tramite del primo ministro vorrei ringraziare il popolo polacco, è una lezione per tutti la loro solidarietà».
Con la Polonia si rinnova anche l’asse in Europa su diversi dossier a cominciare da quello del bilancio. «Ci troveremo di nuovo una a fianco all’altra nel difficile negoziato sul nuovo quadro finanziario pluriennale dell’Unione europea, ovvero il bilancio. Entrambi difendiamo la centralità della politica agricola e della coesione: pensiamo che non debbano essere considerate alternative alla competitività perché, semmai, sono precondizioni di una sana competitività per l’Unione», ha spiegato Meloni, aggiungendo che c’è grande convergenza su molti temi, a partire da quello che riguarda la competitività. «Ci siamo ritrovati molto spesso a condurre le stesse battaglie, a portare avanti le stesse iniziative. Siamo determinati a combattere tutti quei dazi interni che l’Ue si è autoimposta e che finiscono per soffocare le nostre imprese, per rallentare la nostra competitività, per creare problemi ai nostri lavoratori».
Ma l’incontro più proficuo e forse più importante di ieri a Palazzo Chigi, il presidente del Consiglio lo ha tenuto con il premier del governo di Unità nazionale libico, Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh. Diversi i dossier affrontati, l’energia al centro: «Si è discusso delle modalità attraverso le quali rafforzare ulteriormente la già solida cooperazione bilaterale, con particolare riferimento alle relazioni economiche e agli investimenti nel settore dell’energia», riferisce Palazzo Chigi. I due leader «hanno poi riaffermato il comune impegno nella gestione dei fenomeni migratori passando in rassegna anche le principali attività di collaborazione in corso con partner internazionali quali Turchia e Qatar». Infine, il presidente del Consiglio «ha reiterato il pieno sostegno italiano a un processo politico, a guida libica e facilitato dalle Nazioni Unite». Insomma, anche qui il dossier energia resta al centro. Diversificare gli approvvigionamenti in modo che non accada di rimanere senza scorte e soprattutto per evitare che in futuro si ripetano le condizioni di dipendenza energetica nei confronti di altri Paesi. L’incontro è stato proficuo anche per il dossier migranti: tra le priorità di questo esecutivo resta infatti la cooperazione con la Libia, fondamentale per gestire il fenomeno alla radice. Soddisfatto dell’incontro anche il leader libico: «Oggi a Roma ho discusso con il presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni di una serie di dossier importanti, in primis quello dei detenuti libici in Italia e le modalità per accelerare le procedure relative all’attuazione dell’accordo sullo scambio di prigionieri, nonché la cooperazione sul tema dell’immigrazione irregolare», ha scritto Dbeibeh, postando una foto dell’incontro sui social. Tra i temi trattati, ha riferito, anche «il rafforzamento della partnership nel settore energetico, in modo da servire la stabilità e gli interessi di entrambi i Paesi e i due popoli».
Il leader libico ha ringraziato «Meloni per la calorosa accoglienza e lo spirito di cooperazione che hanno riflesso la profondità e la strategicità delle relazioni tra Libia e Italia».
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Papa Leone XIV e Marco Rubio (Ansa)
Il segretario di Stato americano in missione per ricucire con la Santa Sede e trovare una convergenza anche sulla Cina. Gli Usa: «Relazioni solide, colloquio costruttivo».
Ricucire con la Santa Sede e trovare una convergenza sul piano geopolitico. È stato questo l’obiettivo della visita effettuata ieri da Marco Rubio in Vaticano.
Il segretario di Stato americano ha innanzitutto avuto un colloquio con Leone XIV: colloquio che una fonte statunitense ha definito «amichevole e costruttivo». In particolare, secondo una nota del Dipartimento di Stato di Washington, i due hanno discusso «della situazione in Medio Oriente e di temi di interesse comune nell’Emisfero occidentale». «L’incontro», si legge ancora, «ha sottolineato la solida relazione tra gli Stati Uniti e la Santa Sede e il loro comune impegno per la promozione della pace e della dignità umana». Nell’occasione, il pontefice ha donato al segretario di Stato americano una penna in legno d’ulivo. «È la pianta della pace», ha detto Leone.
Ma non è tutto. Rubio ha avuto un colloquio anche con il cardinal segretario di Stato, Pietro Parolin. Nel corso del faccia a faccia, sempre secondo il Dipartimento di Stato Usa, «sono stati esaminati gli sforzi umanitari in corso nell’Emisfero occidentale e gli sforzi per raggiungere una pace duratura in Medio Oriente». «Il colloquio», prosegue la nota, «ha evidenziato la solida partnership tra gli Stati Uniti e la Santa Sede nella promozione della libertà religiosa». La Santa Sede, dal canto suo, ha definito i colloqui di ieri «cordiali». «È stato rinnovato il comune impegno per coltivare buone relazioni bilaterali tra la Santa Sede e gli Stati Uniti d’America», recita un comunicato della Sala Stampa vaticana. «Vi è stato poi uno scambio di vedute sulla situazione regionale e internazionale, con particolare attenzione ai Paesi segnati dalla guerra, da tensioni politiche e da difficili situazioni umanitarie, nonché sulla necessità di lavorare instancabilmente in favore della pace», si legge ancora.
Rubio, che oggi dovrebbe avere un incontro con Giorgia Meloni, si è mosso su un terreno delicato. Il principale obiettivo della visita vaticana era quello di avviare una distensione con la Santa Sede, dopo le recenti critiche che Donald Trump aveva rivolto a Leone sulla guerra in Iran. In questo quadro, l’altro ieri, Parolin non aveva escluso che, in futuro, possa magari aver luogo un colloquio diretto tra il presidente americano e il pontefice. Non dimentichiamo d’altronde che, negli Stati Uniti, l’elettorato cattolico riveste un’importanza cruciale: Trump l’ha nettamente vinto nel 2024 e ne ha nuovamente bisogno in vista delle Midterm di novembre. Un elettorato, quello cattolico, che potrebbe essere decisivo anche alle elezioni del 2028. Non è del resto un mistero che sia Rubio sia JD Vance, entrambi cattolici, puntino a conquistare la nomination presidenziale del Partito repubblicano tra due anni.
Emerge poi un secondo tema, che è di carattere geopolitico. Come abbiamo visto, ieri, in Vaticano, si è parlato di Medio Oriente e di Emisfero occidentale. Senza poi trascurare la questione della libertà religiosa: un elemento, questo, che il mondo conservatore statunitense spesso pone sul tavolo in riferimento al controverso accordo sui vescovi che la Santa Sede firmò, nel 2018, con la Cina. Parliamo di un’intesa che fu avversata già dalla prima amministrazione Trump e che lo stesso Rubio, da senatore della Florida, criticò aspramente. È quindi plausibile che, ieri, il segretario di Stato americano abbia auspicato un allentamento dei rapporti tra la Santa Sede e la Repubblica popolare. D’altronde, l’amministrazione Trump teme che la sponda del Vaticano con Pechino possa mettere i bastoni tra le ruote al rilancio della Dottrina Monroe. L’attuale presidente americano vuole infatti estromettere il Dragone dall’Emisfero occidentale e, soprattutto, dall’America Latina: un’area che è notoriamente a maggioranza cattolica. In tal senso, è verosimile ipotizzare che Washington abbia chiesto una correzione della linea portata storicamente avanti da Parolin, che fu, sotto il pontificato precedente, tra i principali artefici dell’accordo con Pechino.
Leone, che ha comunque raffreddato le spinte filocinesi di alcuni settori della Chiesa, sa di doversi muovere evitando strappi interni e mantenendo un rapporto articolato con Washington. Un rapporto, quest’ultimo, che, al netto delle attuali divergenze sulla guerra in Iran, potrebbe essere rilanciato proprio a partire dalla questione della libertà religiosa: un tema che il papa ha più volte difeso durante il suo primo anno di pontificato. A maggio 2025, auspicò, per esempio, «il pieno rispetto della libertà religiosa in ogni Paese». Era invece lo scorso ottobre, quando dichiarò: «Radicata nella dignità della persona umana, creata a immagine di Dio e dotata di ragione e libero arbitrio, la libertà religiosa permette agli individui e alle comunità di cercare la verità, di viverla liberamente e di testimoniarla apertamente». È forse quindi da qui che potrebbe passare il rilancio dei rapporti tra Santa Sede e Casa Bianca. E chissà che, qualora Trump dovesse riuscire a chiudere la crisi iraniana, il presidente americano non possa tornare a giocare di sponda col Papa sulla pace in Ucraina.
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