- Nel 1954 una vedova di Faenza destinò l’eredità agli alunni più meritevoli, con genitori sposati. E il sindacato urla all’omofobia.
- Bibbiano: Margherita Graglia, non indagata, ergeva a modello il centro di Claudio Foti, finito nello scandalo.
Lo speciale contiene due articoli.
Ormai nemmeno la morte protegge dalle aggressioni ideologiche. Le accuse di razzismo, sessismo, omofobia e generica discriminazione varcano i confini del tempo e dello spazio, sono in grado di perseguitare anche nell’aldilà. Ne sa qualcosa la Cgil di Ravenna, che negli ultimi giorni si è molto impegnata al fine di turbare l’eterno riposo di una defunta. Nel mirino del sindacalismo post mortem è finita la compianta Giuseppina Berardi vedova Albonetti. Donna religiosissima e benestante, nel 1954 la Albonetti fece testamento preoccupandosi che la comunità faentina di cui aveva fatto parte serbasse un buon ricordo di lei. La signora decise di destinare parte dei suoi beni a sostenere la formazione universitaria dei giovani di Faenza.
Alla sua morte, fu creata una fondazione, che diversi anni dopo (nel 2010) venne istituita presso l’Asp della Romagna. A partire dal 2014, i responsabili di tale fondazione hanno assegnato borse di studio agli allievi meritevoli delle scuole superiori affinché potessero frequentare l’università senza timori.
Per l’anno accademico 2020/2021 la fondazione ha finanziato «cinque borse di studio da 2.500 euro ciascuna riservate a giovani studenti universitari residenti nel Comune di Faenza iscritti o in procinto di iscriversi a qualsiasi facoltà universitaria. Le borse di studio sono riconfermate annualmente e accompagnano lo studente universitario per l’intero corso di studi, a condizione che vengano mantenute le condizioni di merito e di reddito (Isee universitario non superiore a 28.000 euro)». Una splendida iniziativa, c’è poco da dire. Alla Cgil, tuttavia, la faccenda non va giù.
Il Coordinamento donne Spi-Cgil – Rete delle donne della provincia ravvenate nei giorni scorsi ha emesso un comunicato infuocato, accusando il bando per le borse di studio di essere addirittura discriminatorio. Il problema, a sentire le sindacaliste, sta nei requisiti per accedere alla sovvenzione. Al punto C del bando, infatti, è scritto che, per ottenere i soldi, gli studenti devono essere «figli di coniugi che sono legati da legittimo matrimonio tanto con il vincolo civile che con il vincolo religioso cattolico oppure figli di genitori legati al momento della nascita o dell’adozione del richiedente da legittimo matrimonio tanto con il vincolo civile che con il vincolo religioso cattolico».
Brivido, terrore, raccapriccio: tutto ciò per le donne della Cgil è semplicemente inaccettabile. «Lascia perplessi che un’iniziativa assolutamente meritoria come il riconoscimento di borse di studio, anche di importo considerevole a beneficio degli studenti faentini», scrivono le sindacaliste, «abbia tra le sue condizioni di ammissione un requisito che, a prescindere dalla legittimità, è poco in linea con l’attuale tendenza della società e della normativa di riferimento ad estendere, e non a comprimere, i diritti e le tutele previsti per le famiglie di fatto, nella più ampia ed inclusiva accezione del termine».
Capito dove sta il guaio? Nel fatto che la vedova abbia lasciato scritto nel testamento che i soldi devono andare a figli di genitori sposati. L’idea che esista una famiglia fondata sul matrimonio e che qualcuno voglia sostenerla risulta talmente repellente agli illustri progressisti da renderli pronti a prendersela con i morti.
Le sindacaliste, pertanto, intimano ai responsabili della Fondazione Giuseppina Berardi di fare «quanto in loro potere per rivedere un requisito di accesso non accettabile secondo il comune sentire, soprattutto laddove si traduce nell’esclusione arbitraria di ragazzi e ragazze meritevoli, che nulla possono di fronte ad uno status che non dipende da loro, ma che li penalizza e, di fatto, li discrimina».
Apprendiamo con estremo interesse che adesso il matrimonio è diventato una forma di discriminazione. E che non è più «in linea» con le tendenze della società. Le coppie di fatto e quelle arcobaleno devono per forza essere equiparate alle famiglie, e se la vedova Albonetti – benché passata a miglior vita – non è d’accordo merita di essere trattata da omofoba.
Invano la Fondazione ha cercato di spiegare alla Cgil che i requisti del bando non si possono modificare: «Purtroppo non è possibile: farlo significherebbe snaturare la volontà testamentaria redatta nel ’54 dalla vedova Albonetti, donna religiosissima», ha detto al Resto del Carlino la presidente Enrica Cavatorta. Quest’ultima è stata fin troppo buona: la Cgil avrebbe meritato una bella borsa per un soggiorno gratuito a quel paese.
Le donne del sindacato dovrebbero per lo meno spiegare per quale motivo una generosa defunta non possa lasciare il suo denaro a chi le pare senza che qualcuno si permetta di aprire bocca. Per altro, c’è un particolare da tenere ben presente. Nel bando c’è scritto chiaramente che possono ottenere il finanziamento anche i figli di genitori sposati civilmente e i figli di divorziati. Sapete che significa? Che la signora Giuseppina, morta a metà degli anni Cinquanta, non è stata soltanto estremamente generosa verso la sua comunità, ma si è pure dimostrata di larghissime vedute. Benché molto cattolica, ha pensato anche ai figli di divorziati e di non credenti. È stata tollerante, intelligente e premurosa. Le donne della Cgil, invece, sono semplicemente razziste e intolleranti: non permettono che qualcuno abbia idee differenti dalle loro, anche se quel qualcuno è defunto da decenni. Sono loro a discriminare chi vuole difendere la famiglia e il matrimonio. Però, invece di ricevere una sonora pernacchia, ottengono l’apprezzamento dei media.
Chissà, forse è giusto così. Poiché la Cgil è una congrega di zombi, ci sta che se la prenda con una morta.
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