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2020-12-03
C’è chi non ci sta «Sulle messe
è in gioco la libertà di tutti»
Ansa
La resa è firmata. La Cei, dopo aver riunito - rigorosamente online - il Consiglio permanente straordinario, ha fatto sapere che si adeguerà alle disposizioni del governo. Dunque «sarà cura dei
vescovi suggerire ai parroci di orientare i fedeli a una presenza ben distribuita, ricordando la ricchezza della liturgia per il Natale che offre diverse possibilità: messa vespertina nella vigilia, nella notte, dell'aurora e del giorno». Soprattutto, però, la Cei spiega che «per la messa nella notte sarà necessario prevedere l'inizio e la durata della celebrazione in un orario compatibile con il cosiddetto coprifuoco».
Tutto chiaro: la messa di mezzanotte, come richiesto dall'esecutivo, è cancellata. Il ministro Francesco Boccia aveva decretato che Gesù bambino può «nascere due ore prima», e viene accontentato oltre ogni più rosea aspettativa. A stabilire la regola ci ha pensato Sandra Zampa, sottosegretario alla Salute: «La messa di Natale», enuncia, «si dovrà concludere entro l'orario per rientrare a casa per il coprifuoco alle 22. Quindi verso le 20, 20.30. È una decisione presa in accordo con la Cei, la quale ha capito perfettamente l'esigenza». Santa Zampa ha legiferato: 20.30 massimo, alla faccia della celebrazione «in media circiter noctem» voluta dalla tradizione, che fissava nel cuore delle tenebre la nascita rinnovatrice della luce divina. Joseph Ratzinger, nella sua Introduzione allo spirito della liturgia, riprendeva a questo riguardo le parole della predica natalizia di San Gerolamo: «Il cosmo è testimone della verità della nostra parola. Fino a questo giorno crescono i giorni oscuri, da questo giorno regredisce l'oscurità». La festa del Natale di Cristo, chiosava Ratzinger, «è l'inizio della nuova alba». Però stavolta quest'alba arriverà con le luci al neon ancora in funzione. Perché lo vogliono Boccia e la Zampa, novelli evangelisti. In ogni caso il punto non è squisitamente teologico: l'ingerenza del governo nelle faccende religiose riguarda la libertà di tutti, non soltanto quella dei cristiani.
Sull'argomento ha pronunciato parole puntuali monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, una delle poche voci chiare e decise rimaste. «È chiaro che non sappiamo a che ora Gesù sia nato e non sappiamo esattamente neanche in che giorno Gesù sia nato. Quindi non ha senso dire: facciamo nascere Gesù due ore prima, tre ore prima, quattro ore prima. Questo è chiaramente un discorso con altri significati», ha detto. Poi ha messo in guardia: «Stiamo attenti, perché nel momento in cui noi vogliamo continuamente toccare tutti i significati simbolici, affettivi e di fede delle persone, non facciamo un guadagno né per le persone né per la socialità. La socialità si nutre di rapporti, di simboli, di tradizioni e questo deve essere guardato con attenzione, soprattutto dalla Chiesa. Io come cittadino sono attentissimo a ciò che lo Stato mi chiede e voglio assolutamente salvaguardare la salute mia e dei miei fratelli. Nello stesso tempo, però, non voglio uno Stato che entri a regolamentare quello che la Chiesa deve decidere».
Il governo, invece, si è premurato eccome di mettere piede nello spazio della Chiesa (che è poi quello di Dio, per i cristiani). Lo ha fatto imponendosi, senza trattare, forte della stessa arroganza con cui è penetrato nelle esistenze di ogni cittadino negli ultimi mesi. E tocca constatare che di fronte a questa invasione di campo - come di fronte alle inaudite «raccomandazioni» dell'Ue sulle messe da svolgersi «a distanza» (o non farsi proprio) e sui canti da censurare - l'opposizione dei vescovi è stata sostanzialmente inesistente.
Di nuovo Joseph Ratzinger, riflettendo sull'importanza della liturgia ricordava un passaggio del libro dell'Esodo, in cui il Faraone cerca di imporre a Mosè alcune condizioni prima di permettere agli ebrei di uscire dall'Egitto e celebrare il culto. Ebbene Mosè rifiuta ogni imposizione: «Non può negoziare con il sovrano straniero la modalità del culto, non può subordinarlo a un compromesso politico: la forma del culto», scrive Ratzinger, «non è una questione di concessioni politiche; esso ha in sé stesso la propria misura, può essere regolato solo dalla misura della rivelazione, a partire da Dio».
Oggi, però, con il Faraone non si contratta nemmeno: gli si dà ragione su tutta la linea. Lo si lascia libero di stabilire la misura del culto e anche quella della libertà individuale. Che non è, intendiamoci, quella di «fare come ci pare». Non si tratta, qui, di comportarsi da bambini capricciosi, come sostengono certi solerti tifosi della compagine giallorossa. Ma di ribadire che ci sono valori non negoziabili, che esiste uno spirito su cui non si può mercanteggiare. Esistono fedeli, nel mondo, che rischiano la vita in nome della libertà (di culto ma anche semplicemente di espressione). Persone come il giovane Joshua Wong, cristiano e attivista di Hong Kong a cui è appena stata inflitta una pesante condanna. Lui, solo e indifeso, ha avuto il fegato di sfidare un'autorità feroce. Qui, di fronte a un regime ben più debole, tutti corrono a inginocchiarsi. E hanno pure la faccia tosta di sostenere che lo fanno per il bene comune.
I disabili si ribellano: «Indecente, siamo ai domiciliari»
Nel giorno in cui si celebra in tutto il mondo la Giornata dedicata alle persone con disabilità, arriva l'urlo di chi, in questo stato di fragilità e bisogno, sta subendo le gravi conseguenze della pandemia da coronavirus.
«A parte alcuni momenti di attenzione, dovuti solo a grandi tragedie, come la situazione drammatica nelle Rsa o a motivi di successo da parte di qualche atleta alle Olimpiadi, l'attenzione verso i disabili e la disabilità in generale, in Italia, non è mai stata grande», ha dichiarato l'ex ministro per la Famiglia e la Solidarietà, Antonio Guidi. «Anzi», ha proseguito, «questo è il punto fondamentale, senza troppi giri di parole e con la pandemia il governo, che segue il consenso e non la concretezza, ha dimenticato queste persone due volte. Politici e tecnici hanno la coscienza sporca per quanto riguarda la gestione della pandemia». Un giudizio pesante quello dell'esponente di Fratelli d'Italia che lo scorso settembre, quando scopri di essere positivo disse: «Devo dire che il Covid si è dimostrato un virus molto democratico in quanto non discrimina i disabili», sottolineando poi la crisi deprimente «delle strutture che dovrebbero assistere o ricevere i disabili, centri Covid che tengano conto della malattia derivata dal virus sì, ma anche della disabilità stessa. E io sono testimone di questa situazione imbarazzante. Se invece non sei in ospedale questo governo ha di fatto condannato le persone anziane o con disabilità ad ammalarsi. Perché se in una casa i genitori che assistono il proprio caro si prendono il virus, anche l'anziano di turno è destinato a essere contagiato, visto che nelle strutture non lo possono accudire. Una cosa indecente, incostituzionale e senza cuore».
Per Guidi esistono alcune eccezioni al Sud e non nel decantato Nord, ma «serviva un piano da parte dell'Iss e del ministero che in realtà hanno solo provveduto a distruggere i servizi di prevenzione. A livello generale la situazione è negativa, anzi drammatica. Quando sei in minoranza in Parlamento - e io sono il responsabile del dipartimento cisabilità di Fdi - è difficile far sentire la propria voce. L'opinione pubblica ti ascolta, il governo no, nonostante gli appelli poco veri del premier, nulla è stato fatto realmente. Tanti gli emendamenti che abbiamo fatto, nessuno dei quali è stato accolto».
Non è meno dura sull'argomento la deputata del Pd Ileana Argentin, da sempre attiva nel mondo del volontariato e dell'associazionismo: «Ci sentiamo ai domiciliari. Non siamo meno importanti dei ristoratori. Se il 2020 è stato una tragedia per tutti quanti, per i disabili lo è sicuramente di più. Ancora stiamo aspettando che ci vengano a fare i tamponi a casa. Pensate poi ai genitori anziani, con figli disabili, alle prese con le infinite difficoltà nel portarli a fare i test al drive in. Non è possibile continuare così». E accusa il «suo» stesso esecutivo: «Io ce l'ho con il governo, con il presidente del Consiglio. Conte non ha voluto cedere la delega alla disabilità a nessuno tenendosela ben stretta? Benissimo, ma che almeno facesse qualcosa per far fronte all'emergenza. Noi non siamo meno importanti dei ristoratori. Per non parlare della Regione Lazio, del sindaco Virginia Raggi: cosa hanno fatto? Niente, ecco cosa hanno fatto. Siamo agli arresti domiciliari, abbandonati al nostro destino, anche se il mondo della disabilità muove il 9% del Pil nazionale». E per festeggiare davvero la Giornata della disabilità senza pensare ai voti ma ai diritti di chi non ha voce la Argentin vorrebbe che Conte tagliasse qualche inutile nastro in meno e mandasse qualcuno a casa dei disabili a fare i tamponi.
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Resa sulle messe di Natale: finiranno entro le 20.30. Il vescovo di Reggio Emilia: «Lo Stato non regoli ciò che tocca alla Chiesa»L'ex ministro Antonio Guidi (Fdi): «Il governo ci condanna al contagio». Ileana Argentin (Pd): «Giuseppe Conte ci faccia fare i tamponi a casa»Lo speciale contiene due articoli La resa è firmata. La Cei, dopo aver riunito - rigorosamente online - il Consiglio permanente straordinario, ha fatto sapere che si adeguerà alle disposizioni del governo. Dunque «sarà cura dei vescovi suggerire ai parroci di orientare i fedeli a una presenza ben distribuita, ricordando la ricchezza della liturgia per il Natale che offre diverse possibilità: messa vespertina nella vigilia, nella notte, dell'aurora e del giorno». Soprattutto, però, la Cei spiega che «per la messa nella notte sarà necessario prevedere l'inizio e la durata della celebrazione in un orario compatibile con il cosiddetto coprifuoco». Tutto chiaro: la messa di mezzanotte, come richiesto dall'esecutivo, è cancellata. Il ministro Francesco Boccia aveva decretato che Gesù bambino può «nascere due ore prima», e viene accontentato oltre ogni più rosea aspettativa. A stabilire la regola ci ha pensato Sandra Zampa, sottosegretario alla Salute: «La messa di Natale», enuncia, «si dovrà concludere entro l'orario per rientrare a casa per il coprifuoco alle 22. Quindi verso le 20, 20.30. È una decisione presa in accordo con la Cei, la quale ha capito perfettamente l'esigenza». Santa Zampa ha legiferato: 20.30 massimo, alla faccia della celebrazione «in media circiter noctem» voluta dalla tradizione, che fissava nel cuore delle tenebre la nascita rinnovatrice della luce divina. Joseph Ratzinger, nella sua Introduzione allo spirito della liturgia, riprendeva a questo riguardo le parole della predica natalizia di San Gerolamo: «Il cosmo è testimone della verità della nostra parola. Fino a questo giorno crescono i giorni oscuri, da questo giorno regredisce l'oscurità». La festa del Natale di Cristo, chiosava Ratzinger, «è l'inizio della nuova alba». Però stavolta quest'alba arriverà con le luci al neon ancora in funzione. Perché lo vogliono Boccia e la Zampa, novelli evangelisti. In ogni caso il punto non è squisitamente teologico: l'ingerenza del governo nelle faccende religiose riguarda la libertà di tutti, non soltanto quella dei cristiani. Sull'argomento ha pronunciato parole puntuali monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, una delle poche voci chiare e decise rimaste. «È chiaro che non sappiamo a che ora Gesù sia nato e non sappiamo esattamente neanche in che giorno Gesù sia nato. Quindi non ha senso dire: facciamo nascere Gesù due ore prima, tre ore prima, quattro ore prima. Questo è chiaramente un discorso con altri significati», ha detto. Poi ha messo in guardia: «Stiamo attenti, perché nel momento in cui noi vogliamo continuamente toccare tutti i significati simbolici, affettivi e di fede delle persone, non facciamo un guadagno né per le persone né per la socialità. La socialità si nutre di rapporti, di simboli, di tradizioni e questo deve essere guardato con attenzione, soprattutto dalla Chiesa. Io come cittadino sono attentissimo a ciò che lo Stato mi chiede e voglio assolutamente salvaguardare la salute mia e dei miei fratelli. Nello stesso tempo, però, non voglio uno Stato che entri a regolamentare quello che la Chiesa deve decidere». Il governo, invece, si è premurato eccome di mettere piede nello spazio della Chiesa (che è poi quello di Dio, per i cristiani). Lo ha fatto imponendosi, senza trattare, forte della stessa arroganza con cui è penetrato nelle esistenze di ogni cittadino negli ultimi mesi. E tocca constatare che di fronte a questa invasione di campo - come di fronte alle inaudite «raccomandazioni» dell'Ue sulle messe da svolgersi «a distanza» (o non farsi proprio) e sui canti da censurare - l'opposizione dei vescovi è stata sostanzialmente inesistente. Di nuovo Joseph Ratzinger, riflettendo sull'importanza della liturgia ricordava un passaggio del libro dell'Esodo, in cui il Faraone cerca di imporre a Mosè alcune condizioni prima di permettere agli ebrei di uscire dall'Egitto e celebrare il culto. Ebbene Mosè rifiuta ogni imposizione: «Non può negoziare con il sovrano straniero la modalità del culto, non può subordinarlo a un compromesso politico: la forma del culto», scrive Ratzinger, «non è una questione di concessioni politiche; esso ha in sé stesso la propria misura, può essere regolato solo dalla misura della rivelazione, a partire da Dio». Oggi, però, con il Faraone non si contratta nemmeno: gli si dà ragione su tutta la linea. Lo si lascia libero di stabilire la misura del culto e anche quella della libertà individuale. Che non è, intendiamoci, quella di «fare come ci pare». Non si tratta, qui, di comportarsi da bambini capricciosi, come sostengono certi solerti tifosi della compagine giallorossa. Ma di ribadire che ci sono valori non negoziabili, che esiste uno spirito su cui non si può mercanteggiare. Esistono fedeli, nel mondo, che rischiano la vita in nome della libertà (di culto ma anche semplicemente di espressione). Persone come il giovane Joshua Wong, cristiano e attivista di Hong Kong a cui è appena stata inflitta una pesante condanna. Lui, solo e indifeso, ha avuto il fegato di sfidare un'autorità feroce. Qui, di fronte a un regime ben più debole, tutti corrono a inginocchiarsi. 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Politici e tecnici hanno la coscienza sporca per quanto riguarda la gestione della pandemia». Un giudizio pesante quello dell'esponente di Fratelli d'Italia che lo scorso settembre, quando scopri di essere positivo disse: «Devo dire che il Covid si è dimostrato un virus molto democratico in quanto non discrimina i disabili», sottolineando poi la crisi deprimente «delle strutture che dovrebbero assistere o ricevere i disabili, centri Covid che tengano conto della malattia derivata dal virus sì, ma anche della disabilità stessa. E io sono testimone di questa situazione imbarazzante. Se invece non sei in ospedale questo governo ha di fatto condannato le persone anziane o con disabilità ad ammalarsi. Perché se in una casa i genitori che assistono il proprio caro si prendono il virus, anche l'anziano di turno è destinato a essere contagiato, visto che nelle strutture non lo possono accudire. Una cosa indecente, incostituzionale e senza cuore». Per Guidi esistono alcune eccezioni al Sud e non nel decantato Nord, ma «serviva un piano da parte dell'Iss e del ministero che in realtà hanno solo provveduto a distruggere i servizi di prevenzione. A livello generale la situazione è negativa, anzi drammatica. Quando sei in minoranza in Parlamento - e io sono il responsabile del dipartimento cisabilità di Fdi - è difficile far sentire la propria voce. L'opinione pubblica ti ascolta, il governo no, nonostante gli appelli poco veri del premier, nulla è stato fatto realmente. Tanti gli emendamenti che abbiamo fatto, nessuno dei quali è stato accolto». Non è meno dura sull'argomento la deputata del Pd Ileana Argentin, da sempre attiva nel mondo del volontariato e dell'associazionismo: «Ci sentiamo ai domiciliari. Non siamo meno importanti dei ristoratori. Se il 2020 è stato una tragedia per tutti quanti, per i disabili lo è sicuramente di più. Ancora stiamo aspettando che ci vengano a fare i tamponi a casa. Pensate poi ai genitori anziani, con figli disabili, alle prese con le infinite difficoltà nel portarli a fare i test al drive in. Non è possibile continuare così». E accusa il «suo» stesso esecutivo: «Io ce l'ho con il governo, con il presidente del Consiglio. Conte non ha voluto cedere la delega alla disabilità a nessuno tenendosela ben stretta? Benissimo, ma che almeno facesse qualcosa per far fronte all'emergenza. Noi non siamo meno importanti dei ristoratori. Per non parlare della Regione Lazio, del sindaco Virginia Raggi: cosa hanno fatto? Niente, ecco cosa hanno fatto. Siamo agli arresti domiciliari, abbandonati al nostro destino, anche se il mondo della disabilità muove il 9% del Pil nazionale». E per festeggiare davvero la Giornata della disabilità senza pensare ai voti ma ai diritti di chi non ha voce la Argentin vorrebbe che Conte tagliasse qualche inutile nastro in meno e mandasse qualcuno a casa dei disabili a fare i tamponi.
Ad aprile è cresciuta la rata dei mutui variabili: +5 euro su un finanziamento medio, ma le stime indicano ulteriori aumenti nei prossimi mesi. L’Euribor risale e le tensioni globali spingono verso un possibile nuovo giro di rialzi entro fine anno.
Nel mese di aprile 2026, i mutui a tasso variabile stanno vivendo un aumento delle rate, nonostante la Banca Centrale Europea non abbia agito ieri direttamente sui tassi di interesse. Secondo le stime di Facile.it, la rata di un mutuo variabile standard di 126.000 euro in 25 anni è aumentata di circa 5 euro al mese, con previsioni di un ulteriore incremento anche nel mese di maggio 2026. Le previsioni suggeriscono un aumento consistente delle rate fino a fine anno, con impatti rilevanti per le famiglie italiane che hanno optato per finanziamenti a tasso variabile.
Questo aumento delle rate è strettamente legato all'andamento dell’Euribor, il tasso di interesse a cui sono generalmente agganciati i mutui variabili in Italia. L'Euribor ha visto un’inversione di tendenza importante, passando da un livello vicino al 2% a febbraio 2026 a un 2,15% a metà aprile. Questo rialzo è stato principalmente influenzato dalle tensioni geopolitiche e dall'aumento dei tassi d'interesse a livello globale.
Nel dettaglio, a gennaio 2022, l'Euribor era ancora sotto il 0%, il che ha reso i mutui variabili più convenienti per i cittadini. Tuttavia, la situazione è cambiata drasticamente con l'inizio del conflitto internazionale che ha aumentato l'incertezza nei mercati finanziari. Gli ultimi aumenti hanno comportato un impatto diretto sulle rate mensili, che sono aumentate di circa 5 euro per i mutui variabili standard.
Gli esperti del settore si aspettano che la Bce, pur non intervenendo direttamente sui tassi a breve, stia preparando il terreno per un rialzo delle sue politiche monetarie nei mesi a venire. Le stime indicano che, entro il secondo semestre del 2026, i tassi d’interesse potrebbero essere aumentati nuovamente per contrastare l’inflazione, spingendo ulteriormente l’Euribor verso l’alto.
La previsione è che, nel mese di giugno 2026, l'Euribor possa salire fino al 3,66%, un livello che porterebbe la rata mensile di un mutuo medio a 642 euro, con un incremento di circa 21 euro rispetto ad aprile 2026. Allo stesso modo, a dicembre 2026, la rata potrebbe salire a 668 euro, con una differenza di 47 euro rispetto alla rata prevista per aprile 2026.
Questi aumenti non sono da sottovalutare. Per un mutuo medio italiano, che potrebbe coinvolgere importi come quelli da 126.000 euro, l'aumento delle rate si traduce in una crescita del pagamento mensile che può pesare significativamente sul budget familiare. Ad esempio, se si conferma l'aumento della rata di 47 euro a dicembre, si parla di una spesa annuale aggiuntiva di circa 564 euro, un impatto notevole per le famiglie che già affrontano l’incertezza economica dovuta a fattori come l’inflazione e l’aumento dei costi energetici.
Le proiezioni sui tassi mostrano che l’incremento delle rate potrebbe continuare nei mesi successivi, con l'Euribor che potrebbe persino raggiungere valori ancora più alti, in linea con le politiche monetarie della Bce tese a contenere la crescita dei prezzi. Nonostante l'aumento dei tassi sui mutui variabili, gli esperti suggeriscono che molti italiani potrebbero comunque preferire il tasso variabile per approfittare delle condizioni favorevoli, almeno fino a quando i tassi non raggiungeranno livelli insostenibili.
In risposta a questa situazione, molti mutuatari potrebbero considerare la possibilità di passare al tasso fisso, che sebbene offra maggiore stabilità, potrebbe risultare più costoso in un contesto di tassi elevati. Attualmente, le banche italiane stanno mantenendo spread relativamente contenuti sui tassi fissi, offrendo un'opzione ancora interessante per chi desidera bloccare le proprie rate a lungo termine.
Crédit Agricole Italia offre un tasso fisso del 2,99%, garantendo rate costanti per tutta la durata del mutuo. Questo tipo di tasso è ideale per chi cerca stabilità economica, evitando sorprese nei pagamenti mensili. Credem propone un tasso del 3,10%, legato all’indice Irs a 25 anni, con una riduzione dello 0,15%. Questo può essere vantaggioso per chi desidera sfruttare le fluttuazioni del mercato per ottenere condizioni favorevoli a lungo termine. Bper, con un tasso fisso del 3,25%, offre rate costanti e un mutuo stabile per chi preferisce la certezza nel lungo periodo. Infine, Banca Sella propone un tasso fisso di 3,30%, leggermente più elevato, ma adatto a chi predilige la sicurezza di pagamenti fissi e costanti.
La scelta del miglior mutuo dipende dalle preferenze personali. I tassi fissi, come quelli offerti da Crédit Agricole, Bper e Banca Sella, sono ideali per chi cerca stabilità, mentre la proposta di Credem con tasso variabile potrebbe essere conveniente per chi desidera approfittare delle fluttuazioni favorevoli dei tassi di mercato.
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Dalla «serendipità» agli scroll infiniti, i social non sono neutrali: sono progettati per trattenere l’utente. Studi e ricerche mostrano come gli algoritmi replichino i meccanismi del gioco d’azzardo, con effetti su attenzione, sonno e controllo degli impulsi.
Il 25 marzo scorso, in quella che è già stata definita una sentenza «storica», il tribunale di Los Angeles ha condannato Google e Meta giudicandole colpevoli di aver progettato piattaforme in grado di indurre dipendenza nei giovani utenti. La condanna, arrivata in risposta alla denuncia effettuata da una ventenne che lamentava la sua totale dipendenza dalle applicazioni dei giganti tech, riporta prepotentemente sotto i riflettori il tema relativo al funzionamento degli algoritmi dei social network. Applicazioni che ciascuno di noi utilizza ormai quotidianamente, talvolta in maniera ossessiva, specialmente i più giovani.
L’idea che queste app siano progettate per creare dipendenza comincia ad assumere i contorni di realtà incontrovertibile. D’altra parte, seppure il consenso scientifico non sia ancora unanime, gli studi accademici a supporto di questa teoria sono ormai innumerevoli. Al centro di questo sistema c'è il funzionamento degli algoritmi. Piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube non si limitano infatti a mostrarci contenuti, ma li selezionano con precisione chirurgica, analizzando in tempo reale ogni nostro comportamento.
Quanto guardiamo un video, se lo salviamo, se lo commentiamo o semplicemente se ci fermiamo qualche secondo prima di scorrere oltre: ogni segnale viene registrato e utilizzato per affinare il profilo dell'utente e tenerlo incollato allo schermo il più a lungo possibile. L'obiettivo dichiarato è massimizzare l'engagement e il tempo di permanenza sulla piattaforma, gli algoritmi sono ottimizzati proprio in questa direzione, indipendentemente dagli effetti che ciò produce sulla salute degli utenti.
Un recente studio della Baylor University ha confrontato TikTok, Instagram Reels e YouTube Shorts su un campione di 555 studenti universitari, analizzando tre caratteristiche chiave: la facilità d'uso, l'accuratezza dei contenuti raccomandati e la capacità di sorprendere l'utente con contenuti inaspettati. TikTok ha ottenuto punteggi più alti su tutte e tre le dimensioni. In particolare, quella che viene definita «serendipità» (ovvero l'iniezione di contenuti inattesi generato dall’algoritmo) risulta essere uno dei meccanismi più efficaci per impedire che l'utente si annoi e smetta di scorrere. In altre parole, si tratta di ingegneria comportamentale applicata su scala miliardaria.
Questi sistemi rientrano in ciò che la ricerca accademica definisce «design persuasivo», ovverosia interfacce e algoritmi progettati intenzionalmente per modificare i comportamenti degli utenti. Uno studio pubblicato dall'Università di Brown ha evidenziato come le app di social media siano strutturate per funzionare in maniera simile alle slot machine. Il gesto dello «swipe down» per aggiornare la pagina principale riproduce fedelmente il gesto di tirare la leva di una slot machine, mentre la sequenza irregolare di contenuti soddisfacenti replica il meccanismo della ricompensa variabile che rende il gioco d'azzardo. L'utente scorre nella speranza che il prossimo video sia «quello giusto», esattamente come il giocatore tira la leva convinto che la prossima giocata possa essere quella vincente.
Il nostro cervello parrebbe risentirne. L'uso prolungato dei social media altera i circuiti dopaminergici del cervello (per inciso, gli stessi coinvolti nelle dipendenze da sostanze) generando un loop di desiderio, anticipazione e gratificazione che diventa progressivamente più difficile da interrompere, questo almeno il risultato di uno studio pubblicato sulla National Library of Medicine, condotto da ricercatori del Vanderbilt University Medical Center. Le modifiche strutturali osservate riguardano la corteccia prefrontale, l'amigdala e i gangli della base, aree cruciali per il controllo degli impulsi, la regolazione emotiva e il processo decisionale.
Tra le conseguenze più documentate dell'uso intensivo vi è la perdita della percezione del tempo. Negli studi sopracitati gli utenti TikTok intervistati riferiscono di perdere frequentemente il senso del tempo durante la navigazione, continuando a scorrere ben oltre le proprie intenzioni iniziali. A questo si aggiungono gli impatti sulla qualità del sonno, sulla capacità attentiva e sul benessere generale, con effetti che variano significativamente da individuo a individuo in base a fattori come l'età, la predisposizione psicologica e la quantità di tempo trascorso sulle piattaforme.
Ciò che accomuna quasi tutti gli studi, tuttavia, è la conclusione che questi effetti non siano accidentali, bensì il prodotto prevedibile e calcolato di sistemi progettati per massimizzare il coinvolgimento, a prescindere dal costo umano.
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Alberto Gurrisi ci guida alla scoperta dell’organo Hammond, uno strumento che ha fatto la storia, dal rock al jazz. E ci parla del suo grande maestro, Franco Cerri, che verrà ricordato al Blue Note di Milano con un concerto speciale il 31 maggio.