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2020-12-03
C’è chi non ci sta «Sulle messe
è in gioco la libertà di tutti»
Ansa
La resa è firmata. La Cei, dopo aver riunito - rigorosamente online - il Consiglio permanente straordinario, ha fatto sapere che si adeguerà alle disposizioni del governo. Dunque «sarà cura dei
vescovi suggerire ai parroci di orientare i fedeli a una presenza ben distribuita, ricordando la ricchezza della liturgia per il Natale che offre diverse possibilità: messa vespertina nella vigilia, nella notte, dell'aurora e del giorno». Soprattutto, però, la Cei spiega che «per la messa nella notte sarà necessario prevedere l'inizio e la durata della celebrazione in un orario compatibile con il cosiddetto coprifuoco».
Tutto chiaro: la messa di mezzanotte, come richiesto dall'esecutivo, è cancellata. Il ministro Francesco Boccia aveva decretato che Gesù bambino può «nascere due ore prima», e viene accontentato oltre ogni più rosea aspettativa. A stabilire la regola ci ha pensato Sandra Zampa, sottosegretario alla Salute: «La messa di Natale», enuncia, «si dovrà concludere entro l'orario per rientrare a casa per il coprifuoco alle 22. Quindi verso le 20, 20.30. È una decisione presa in accordo con la Cei, la quale ha capito perfettamente l'esigenza». Santa Zampa ha legiferato: 20.30 massimo, alla faccia della celebrazione «in media circiter noctem» voluta dalla tradizione, che fissava nel cuore delle tenebre la nascita rinnovatrice della luce divina. Joseph Ratzinger, nella sua Introduzione allo spirito della liturgia, riprendeva a questo riguardo le parole della predica natalizia di San Gerolamo: «Il cosmo è testimone della verità della nostra parola. Fino a questo giorno crescono i giorni oscuri, da questo giorno regredisce l'oscurità». La festa del Natale di Cristo, chiosava Ratzinger, «è l'inizio della nuova alba». Però stavolta quest'alba arriverà con le luci al neon ancora in funzione. Perché lo vogliono Boccia e la Zampa, novelli evangelisti. In ogni caso il punto non è squisitamente teologico: l'ingerenza del governo nelle faccende religiose riguarda la libertà di tutti, non soltanto quella dei cristiani.
Sull'argomento ha pronunciato parole puntuali monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, una delle poche voci chiare e decise rimaste. «È chiaro che non sappiamo a che ora Gesù sia nato e non sappiamo esattamente neanche in che giorno Gesù sia nato. Quindi non ha senso dire: facciamo nascere Gesù due ore prima, tre ore prima, quattro ore prima. Questo è chiaramente un discorso con altri significati», ha detto. Poi ha messo in guardia: «Stiamo attenti, perché nel momento in cui noi vogliamo continuamente toccare tutti i significati simbolici, affettivi e di fede delle persone, non facciamo un guadagno né per le persone né per la socialità. La socialità si nutre di rapporti, di simboli, di tradizioni e questo deve essere guardato con attenzione, soprattutto dalla Chiesa. Io come cittadino sono attentissimo a ciò che lo Stato mi chiede e voglio assolutamente salvaguardare la salute mia e dei miei fratelli. Nello stesso tempo, però, non voglio uno Stato che entri a regolamentare quello che la Chiesa deve decidere».
Il governo, invece, si è premurato eccome di mettere piede nello spazio della Chiesa (che è poi quello di Dio, per i cristiani). Lo ha fatto imponendosi, senza trattare, forte della stessa arroganza con cui è penetrato nelle esistenze di ogni cittadino negli ultimi mesi. E tocca constatare che di fronte a questa invasione di campo - come di fronte alle inaudite «raccomandazioni» dell'Ue sulle messe da svolgersi «a distanza» (o non farsi proprio) e sui canti da censurare - l'opposizione dei vescovi è stata sostanzialmente inesistente.
Di nuovo Joseph Ratzinger, riflettendo sull'importanza della liturgia ricordava un passaggio del libro dell'Esodo, in cui il Faraone cerca di imporre a Mosè alcune condizioni prima di permettere agli ebrei di uscire dall'Egitto e celebrare il culto. Ebbene Mosè rifiuta ogni imposizione: «Non può negoziare con il sovrano straniero la modalità del culto, non può subordinarlo a un compromesso politico: la forma del culto», scrive Ratzinger, «non è una questione di concessioni politiche; esso ha in sé stesso la propria misura, può essere regolato solo dalla misura della rivelazione, a partire da Dio».
Oggi, però, con il Faraone non si contratta nemmeno: gli si dà ragione su tutta la linea. Lo si lascia libero di stabilire la misura del culto e anche quella della libertà individuale. Che non è, intendiamoci, quella di «fare come ci pare». Non si tratta, qui, di comportarsi da bambini capricciosi, come sostengono certi solerti tifosi della compagine giallorossa. Ma di ribadire che ci sono valori non negoziabili, che esiste uno spirito su cui non si può mercanteggiare. Esistono fedeli, nel mondo, che rischiano la vita in nome della libertà (di culto ma anche semplicemente di espressione). Persone come il giovane Joshua Wong, cristiano e attivista di Hong Kong a cui è appena stata inflitta una pesante condanna. Lui, solo e indifeso, ha avuto il fegato di sfidare un'autorità feroce. Qui, di fronte a un regime ben più debole, tutti corrono a inginocchiarsi. E hanno pure la faccia tosta di sostenere che lo fanno per il bene comune.
I disabili si ribellano: «Indecente, siamo ai domiciliari»
Nel giorno in cui si celebra in tutto il mondo la Giornata dedicata alle persone con disabilità, arriva l'urlo di chi, in questo stato di fragilità e bisogno, sta subendo le gravi conseguenze della pandemia da coronavirus.
«A parte alcuni momenti di attenzione, dovuti solo a grandi tragedie, come la situazione drammatica nelle Rsa o a motivi di successo da parte di qualche atleta alle Olimpiadi, l'attenzione verso i disabili e la disabilità in generale, in Italia, non è mai stata grande», ha dichiarato l'ex ministro per la Famiglia e la Solidarietà, Antonio Guidi. «Anzi», ha proseguito, «questo è il punto fondamentale, senza troppi giri di parole e con la pandemia il governo, che segue il consenso e non la concretezza, ha dimenticato queste persone due volte. Politici e tecnici hanno la coscienza sporca per quanto riguarda la gestione della pandemia». Un giudizio pesante quello dell'esponente di Fratelli d'Italia che lo scorso settembre, quando scopri di essere positivo disse: «Devo dire che il Covid si è dimostrato un virus molto democratico in quanto non discrimina i disabili», sottolineando poi la crisi deprimente «delle strutture che dovrebbero assistere o ricevere i disabili, centri Covid che tengano conto della malattia derivata dal virus sì, ma anche della disabilità stessa. E io sono testimone di questa situazione imbarazzante. Se invece non sei in ospedale questo governo ha di fatto condannato le persone anziane o con disabilità ad ammalarsi. Perché se in una casa i genitori che assistono il proprio caro si prendono il virus, anche l'anziano di turno è destinato a essere contagiato, visto che nelle strutture non lo possono accudire. Una cosa indecente, incostituzionale e senza cuore».
Per Guidi esistono alcune eccezioni al Sud e non nel decantato Nord, ma «serviva un piano da parte dell'Iss e del ministero che in realtà hanno solo provveduto a distruggere i servizi di prevenzione. A livello generale la situazione è negativa, anzi drammatica. Quando sei in minoranza in Parlamento - e io sono il responsabile del dipartimento cisabilità di Fdi - è difficile far sentire la propria voce. L'opinione pubblica ti ascolta, il governo no, nonostante gli appelli poco veri del premier, nulla è stato fatto realmente. Tanti gli emendamenti che abbiamo fatto, nessuno dei quali è stato accolto».
Non è meno dura sull'argomento la deputata del Pd Ileana Argentin, da sempre attiva nel mondo del volontariato e dell'associazionismo: «Ci sentiamo ai domiciliari. Non siamo meno importanti dei ristoratori. Se il 2020 è stato una tragedia per tutti quanti, per i disabili lo è sicuramente di più. Ancora stiamo aspettando che ci vengano a fare i tamponi a casa. Pensate poi ai genitori anziani, con figli disabili, alle prese con le infinite difficoltà nel portarli a fare i test al drive in. Non è possibile continuare così». E accusa il «suo» stesso esecutivo: «Io ce l'ho con il governo, con il presidente del Consiglio. Conte non ha voluto cedere la delega alla disabilità a nessuno tenendosela ben stretta? Benissimo, ma che almeno facesse qualcosa per far fronte all'emergenza. Noi non siamo meno importanti dei ristoratori. Per non parlare della Regione Lazio, del sindaco Virginia Raggi: cosa hanno fatto? Niente, ecco cosa hanno fatto. Siamo agli arresti domiciliari, abbandonati al nostro destino, anche se il mondo della disabilità muove il 9% del Pil nazionale». E per festeggiare davvero la Giornata della disabilità senza pensare ai voti ma ai diritti di chi non ha voce la Argentin vorrebbe che Conte tagliasse qualche inutile nastro in meno e mandasse qualcuno a casa dei disabili a fare i tamponi.
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Resa sulle messe di Natale: finiranno entro le 20.30. Il vescovo di Reggio Emilia: «Lo Stato non regoli ciò che tocca alla Chiesa»L'ex ministro Antonio Guidi (Fdi): «Il governo ci condanna al contagio». Ileana Argentin (Pd): «Giuseppe Conte ci faccia fare i tamponi a casa»Lo speciale contiene due articoli La resa è firmata. La Cei, dopo aver riunito - rigorosamente online - il Consiglio permanente straordinario, ha fatto sapere che si adeguerà alle disposizioni del governo. Dunque «sarà cura dei vescovi suggerire ai parroci di orientare i fedeli a una presenza ben distribuita, ricordando la ricchezza della liturgia per il Natale che offre diverse possibilità: messa vespertina nella vigilia, nella notte, dell'aurora e del giorno». Soprattutto, però, la Cei spiega che «per la messa nella notte sarà necessario prevedere l'inizio e la durata della celebrazione in un orario compatibile con il cosiddetto coprifuoco». Tutto chiaro: la messa di mezzanotte, come richiesto dall'esecutivo, è cancellata. Il ministro Francesco Boccia aveva decretato che Gesù bambino può «nascere due ore prima», e viene accontentato oltre ogni più rosea aspettativa. A stabilire la regola ci ha pensato Sandra Zampa, sottosegretario alla Salute: «La messa di Natale», enuncia, «si dovrà concludere entro l'orario per rientrare a casa per il coprifuoco alle 22. Quindi verso le 20, 20.30. È una decisione presa in accordo con la Cei, la quale ha capito perfettamente l'esigenza». Santa Zampa ha legiferato: 20.30 massimo, alla faccia della celebrazione «in media circiter noctem» voluta dalla tradizione, che fissava nel cuore delle tenebre la nascita rinnovatrice della luce divina. Joseph Ratzinger, nella sua Introduzione allo spirito della liturgia, riprendeva a questo riguardo le parole della predica natalizia di San Gerolamo: «Il cosmo è testimone della verità della nostra parola. Fino a questo giorno crescono i giorni oscuri, da questo giorno regredisce l'oscurità». La festa del Natale di Cristo, chiosava Ratzinger, «è l'inizio della nuova alba». Però stavolta quest'alba arriverà con le luci al neon ancora in funzione. Perché lo vogliono Boccia e la Zampa, novelli evangelisti. In ogni caso il punto non è squisitamente teologico: l'ingerenza del governo nelle faccende religiose riguarda la libertà di tutti, non soltanto quella dei cristiani. Sull'argomento ha pronunciato parole puntuali monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, una delle poche voci chiare e decise rimaste. «È chiaro che non sappiamo a che ora Gesù sia nato e non sappiamo esattamente neanche in che giorno Gesù sia nato. Quindi non ha senso dire: facciamo nascere Gesù due ore prima, tre ore prima, quattro ore prima. Questo è chiaramente un discorso con altri significati», ha detto. Poi ha messo in guardia: «Stiamo attenti, perché nel momento in cui noi vogliamo continuamente toccare tutti i significati simbolici, affettivi e di fede delle persone, non facciamo un guadagno né per le persone né per la socialità. La socialità si nutre di rapporti, di simboli, di tradizioni e questo deve essere guardato con attenzione, soprattutto dalla Chiesa. Io come cittadino sono attentissimo a ciò che lo Stato mi chiede e voglio assolutamente salvaguardare la salute mia e dei miei fratelli. Nello stesso tempo, però, non voglio uno Stato che entri a regolamentare quello che la Chiesa deve decidere». Il governo, invece, si è premurato eccome di mettere piede nello spazio della Chiesa (che è poi quello di Dio, per i cristiani). Lo ha fatto imponendosi, senza trattare, forte della stessa arroganza con cui è penetrato nelle esistenze di ogni cittadino negli ultimi mesi. E tocca constatare che di fronte a questa invasione di campo - come di fronte alle inaudite «raccomandazioni» dell'Ue sulle messe da svolgersi «a distanza» (o non farsi proprio) e sui canti da censurare - l'opposizione dei vescovi è stata sostanzialmente inesistente. Di nuovo Joseph Ratzinger, riflettendo sull'importanza della liturgia ricordava un passaggio del libro dell'Esodo, in cui il Faraone cerca di imporre a Mosè alcune condizioni prima di permettere agli ebrei di uscire dall'Egitto e celebrare il culto. Ebbene Mosè rifiuta ogni imposizione: «Non può negoziare con il sovrano straniero la modalità del culto, non può subordinarlo a un compromesso politico: la forma del culto», scrive Ratzinger, «non è una questione di concessioni politiche; esso ha in sé stesso la propria misura, può essere regolato solo dalla misura della rivelazione, a partire da Dio». Oggi, però, con il Faraone non si contratta nemmeno: gli si dà ragione su tutta la linea. Lo si lascia libero di stabilire la misura del culto e anche quella della libertà individuale. Che non è, intendiamoci, quella di «fare come ci pare». Non si tratta, qui, di comportarsi da bambini capricciosi, come sostengono certi solerti tifosi della compagine giallorossa. Ma di ribadire che ci sono valori non negoziabili, che esiste uno spirito su cui non si può mercanteggiare. Esistono fedeli, nel mondo, che rischiano la vita in nome della libertà (di culto ma anche semplicemente di espressione). Persone come il giovane Joshua Wong, cristiano e attivista di Hong Kong a cui è appena stata inflitta una pesante condanna. Lui, solo e indifeso, ha avuto il fegato di sfidare un'autorità feroce. Qui, di fronte a un regime ben più debole, tutti corrono a inginocchiarsi. E hanno pure la faccia tosta di sostenere che lo fanno per il bene comune. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-cei-si-inginocchia-al-coprifuoco-ma-camisasca-ce-in-gioco-la-liberta-2649111659.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-disabili-si-ribellano-indecente-siamo-ai-domiciliari" data-post-id="2649111659" data-published-at="1606951699" data-use-pagination="False"> I disabili si ribellano: «Indecente, siamo ai domiciliari» Nel giorno in cui si celebra in tutto il mondo la Giornata dedicata alle persone con disabilità, arriva l'urlo di chi, in questo stato di fragilità e bisogno, sta subendo le gravi conseguenze della pandemia da coronavirus. «A parte alcuni momenti di attenzione, dovuti solo a grandi tragedie, come la situazione drammatica nelle Rsa o a motivi di successo da parte di qualche atleta alle Olimpiadi, l'attenzione verso i disabili e la disabilità in generale, in Italia, non è mai stata grande», ha dichiarato l'ex ministro per la Famiglia e la Solidarietà, Antonio Guidi. «Anzi», ha proseguito, «questo è il punto fondamentale, senza troppi giri di parole e con la pandemia il governo, che segue il consenso e non la concretezza, ha dimenticato queste persone due volte. Politici e tecnici hanno la coscienza sporca per quanto riguarda la gestione della pandemia». Un giudizio pesante quello dell'esponente di Fratelli d'Italia che lo scorso settembre, quando scopri di essere positivo disse: «Devo dire che il Covid si è dimostrato un virus molto democratico in quanto non discrimina i disabili», sottolineando poi la crisi deprimente «delle strutture che dovrebbero assistere o ricevere i disabili, centri Covid che tengano conto della malattia derivata dal virus sì, ma anche della disabilità stessa. E io sono testimone di questa situazione imbarazzante. Se invece non sei in ospedale questo governo ha di fatto condannato le persone anziane o con disabilità ad ammalarsi. Perché se in una casa i genitori che assistono il proprio caro si prendono il virus, anche l'anziano di turno è destinato a essere contagiato, visto che nelle strutture non lo possono accudire. Una cosa indecente, incostituzionale e senza cuore». Per Guidi esistono alcune eccezioni al Sud e non nel decantato Nord, ma «serviva un piano da parte dell'Iss e del ministero che in realtà hanno solo provveduto a distruggere i servizi di prevenzione. A livello generale la situazione è negativa, anzi drammatica. Quando sei in minoranza in Parlamento - e io sono il responsabile del dipartimento cisabilità di Fdi - è difficile far sentire la propria voce. L'opinione pubblica ti ascolta, il governo no, nonostante gli appelli poco veri del premier, nulla è stato fatto realmente. Tanti gli emendamenti che abbiamo fatto, nessuno dei quali è stato accolto». Non è meno dura sull'argomento la deputata del Pd Ileana Argentin, da sempre attiva nel mondo del volontariato e dell'associazionismo: «Ci sentiamo ai domiciliari. Non siamo meno importanti dei ristoratori. Se il 2020 è stato una tragedia per tutti quanti, per i disabili lo è sicuramente di più. Ancora stiamo aspettando che ci vengano a fare i tamponi a casa. Pensate poi ai genitori anziani, con figli disabili, alle prese con le infinite difficoltà nel portarli a fare i test al drive in. Non è possibile continuare così». E accusa il «suo» stesso esecutivo: «Io ce l'ho con il governo, con il presidente del Consiglio. Conte non ha voluto cedere la delega alla disabilità a nessuno tenendosela ben stretta? Benissimo, ma che almeno facesse qualcosa per far fronte all'emergenza. Noi non siamo meno importanti dei ristoratori. Per non parlare della Regione Lazio, del sindaco Virginia Raggi: cosa hanno fatto? Niente, ecco cosa hanno fatto. Siamo agli arresti domiciliari, abbandonati al nostro destino, anche se il mondo della disabilità muove il 9% del Pil nazionale». E per festeggiare davvero la Giornata della disabilità senza pensare ai voti ma ai diritti di chi non ha voce la Argentin vorrebbe che Conte tagliasse qualche inutile nastro in meno e mandasse qualcuno a casa dei disabili a fare i tamponi.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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