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2019-04-18
La Carfagna è fuori dalle liste di Fi ma sfida Toti e Tajani
Ansa
L'ennesima guerra di potere all'interno di Forza Italia si consuma sull'ipotesi di una candidatura di Mara Carfagna alle europee. Ipotesi che non si concretizza, ma che getta letteralmente nel panico il «cerchio magico» di Silvio Berlusconi, che nella versione attuale vede come leader la senatrice Licia Ronzulli, assistita da Niccolò Ghedini e da pochi altri big.
La presentazione ufficiale delle liste, ieri, senza Mara Carfagna, chiude un capitolo di questa battaglia interna e ne apre un altro: dopo le europee, la corsa al ruolo di successore del Caro leader, che si prepara all'ennesima maratona elettorale a 82 anni suonati, si riaprirà, e sarà quella definitiva. In pole position per il ruolo di leader nazionale del partito, sempre e comunque con il via libera di Berlusconi, c'è lei, Mara, la vicepresidente della Camera, la cui forza è stata dimostrata dall'agitazione ai limiti dell'isteria che la sola ipotesi di una sua candidatura ha scatenato nei corridoi di Arcore. Corridoi, si badi bene: tra Berlusconi e la Carfagna non c'è alcuna tensione, tanto è vero che i due si sono sentiti al telefono l'altro ieri, mentre il partito sembrava sull'orlo di una crisi di nervi.
Berlusconi ha telefonato alla Carfagna per ringraziarla della disponibilità a candidarsi al Sud, disponibilità che la vicepresidente della Camera aveva dato accogliendo l'esplicita richiesta di due deputati meridionali, Roberto Occhiuto e Paolo Russo. Il ticket Berlusconi-Carfagna avrebbe probabilmente ottenuto un buon successo, mettendo in difficoltà chi ancora pensa di poter sfruttare rendite di posizione. La prova del nervosismo negli esponenti berlusconiani più vicini al capo, sta tutta in un lancio Ansa dell'altro ieri pomeriggio, mentre infuriava la bagarre sulla ipotetica candidatura dell'ex ministro per le Pari opportunità: «Quanto sta facendo Mara Carfagna», si leggeva nel breve lancio di agenzia, «rappresenta un golpe contro il partito, un blitz per tentare di rottamare Silvio Berlusconi e sfilargli il partito a 24 ore dalla consegna in Corte d'appello delle liste che sono state già compilate. È quanto riferisce un big del partito azzurro». Un «big» ufficialmente rimasto anonimo, anche se numerose indiscrezioni, da parte di autorevolissimi esponenti di Forza Italia, restringono a tre nomi la cerchia nella quale individuarlo: quelli dei parlamentari Licia Ronzulli, Giorgio Mulè e Niccolò Ghedini.
La candidatura di Mara Carfagna alle europee sarebbe stata fieramente avversata anche da Antonio Tajani. Il motivo? Tajani è capolista di Forza Italia nella circoscrizione Centro, l'unica nella quale Silvio Berlusconi non si candida, proprio per non ostacolare il presidente uscente del Parlamento europeo. Cosa sarebbe accaduto, se la Carfagna avesse ottenuto più voti di Tajani? Semplice: Mara sarebbe stata incoronata dagli elettori unica e sola «vice Silvio», e quindi, in prospettiva, leader di Fi.
Non solo: un'affermazione della Carfagna, fiera avversaria di Matteo Salvini, avrebbe portato Forza Italia su posizioni più critiche nei confronti del leader della Lega. È questo il motivo per il quale Giovanni Toti non perde occasione per attaccare la Carfagna. Toti è ormai con un piede fuori dal partito, e sta lavorando insieme a Giorgia Meloni per costruire una forza politica che funga da «stampella» della Lega, e sia in grado di racimolare quei voti che servono a Salvini per poter dire «arrivederci e grazie» a Berlusconi e a tutti quelli che, in Forza Italia, non accettano di sottomettersi al Carroccio.
Mara Carfagna, che già due mesi fa, parlando a Roma con Berlusconi, aveva dato la sua disponibilità a correre per le europee, dunque, non è in lista. Ieri ha fatto sapere che sarà in campo comunque «come se fosse candidata», e ha ricevuto attestati di stima, solidarietà e apprezzamento da numerosissimi esponenti nazionali e locali di Forza Italia. È evidente che l'incredibile fibrillazione che ha scatenato la sola ipotesi di una sua candidatura, con lo scivolone della nota anonima sul presunto «golpe», ha galvanizzato ulteriormente la già agguerrita vicepresidente della Camera.
Lo scontro per la «vice leadership» del partito è in pieno svolgimento, e riprenderà con maggior vigore dopo le europee, quando Forza Italia dovrà decidere se diventare un partitino potenzialmente a rimorchio di Matteo Salvini e perfino di Giorgia Meloni o tentare di rilanciarsi come forza politica moderata, riferimento italiano del Partito popolare europeo, con un forte radicamento al Sud.
Schema primarie per il centrodestra. Tra azzurri e Fdi derby dei Mussolini
Al voto, al voto! Presentate le liste per le europee del prossimo 26 maggio, non manca qualche sorpresa. Iniziamo dai big in campo: il centrodestra vede candidati i tre leader dei rispettivi partiti, che daranno vita a una sfida nella sfida, combattuta a colpi di preferenze. Matteo Salvini è capolista della Lega in tutte e cinque le circoscrizioni, così come Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia. Silvio Berlusconi, presidente di Fi, è capolista in quattro circoscrizioni su cinque: al Centro lascia campo libero ad Antonio Tajani.
Passiamo ai colpi di scena dell'ultimo minuto. Il primo è il cambio di casacca di Elisabetta Gardini, europarlamentare uscente di Fi, che ha lasciato gli azzurri in polemica con Tajani e si ricandida con Fratelli d'Italia: è all'ottavo posto nella lista nella circoscrizione Nordest. Sempre per Fdi, in corsa il sociologo Francesco Alberoni nel Nordovest, insieme all'assessore al Turismo della Regione Liguria, Gianni Berrino, al deputato Carlo Fidanza, all'eurodeputato uscente Stefano Maullu (eletto con Fi e già sostituto di Giovanni Toti al Parlamento europeo) e alla senatrice Daniela Santanchè.
Al Sud, il partito della Meloni candida il pronipote di Benito Mussolini, Caio Giulio Cesare Mussolini, che sfida in un derby tutto in famiglia Alessandra Mussolini, nipote del Duce, eurodeputato uscente che si ricandida con Forza Italia dopo alcune tensioni dei mesi scorsi. Alessandra Mussolini è in lista anche al Centro. In corsa per Forza Italia, sempre al Centro, anche Anna Maria Rozzi, imprenditrice agricola e figlia del leggendario presidente dell'Ascoli Calcio, Costantino Rozzi. L'ex presidente della Camera, Irene Pivetti, è candidata per Forza Italia nel Nordest.
La Lega punta tutto sull'effetto traino di Matteo Salvini, capolista in tutta Italia. Escluso dalle liste l'europarlamentare uscente Mario Borghezio, da 18 anni a Bruxelles, che ha preso malissimo la non ricandidatura, definita «un crimine politico». Candidati per la Lega l'economista «euroscettico» Antonio Maria Rinaldi al Centro e la promotrice di «Eurexit», Francesca Donato, nella circoscrizione Isole, così come Angelo Attaguile, responsabile degli enti locali per la Sicilia, e Igor Gelarda, il poliziotto e consigliere palermitano passato dal M5s alla Lega lo scorso anno. Così come Marco Zanni, eurodeputato eletto con i 5 stelle e passato alla Lega nel 2018, che ora corre di nuovo per le europee nel Nordovest. Nella circoscrizione Sud, la Lega candida, tra gli altri, il fondatore del blog Il Talebano, Vincenzo Sofo, ex militante della Destra di Francesco Storace e noto anche per essere fidanzato con Marion Le Pen, nipote della leader del Front national. Con lui anche il rettore dell'università di Salerno, Aurelio Tommasetti. La strategia di Salvini è all'insegna dei volti nuovi, ma soprattutto degli amministratori locali: sono numerosi i sindaci leghisti candidati alle europee.
Tra i capilista del Pd, ci sono Carlo Calenda (Nordest) e l'ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti (Sud). Nicola Zingaretti ha aperto le porte anche a chi, come Massimo Paolucci, ricandidato al Sud, era stato eletto nel Pd nel 2014 ed era poi passato a Mdp. Candidato per il Pd al Centro Massimiliano Smeriglio, di Campo progressista, movimento fondato da Giuliano Pisapia, che sarà capolista al Nordovest. Nel Nordest, in campo anche Roberto Battiston. Simona Bonafè, europarlamentare uscente di rito renziano, è capolista al Centro, Caterina Chinnici nelle Isole.
Per +Europa, Benedetto della Vedova sarà capolista nella circoscrizione Nordovest, la senatrice Emma Bonino al Centro, il sindaco di Parma e leader di Italia in Comune, l'ex M5s Federico Pizzarotti, nella circoscrizione Nordest, Fabrizio Ferrandelli nelle isole e Raimondo Pasquino al Sud.
Per il M5s in corsa ci sono tra gli altri il sindaco di Livorno Filippo Nogarin, e l'ex iena Dino Giarrusso. La scelta dei capilista è stata di Luigi Di Maio, che punta su cinque donne: Alessandra Todde, Ceo di Olidata (Isole); la giornalista emiliana Sabrina Pignedoli (Nord Est); la professoressa in pedagogia Chiara Maria Gemma (Sud); Daniela Rondinelli del gabinetto di presidenza del Comitato economico e sociale europeo (Centro); Maria Angela Danzì, dirigente comunale (Nordovest). In corsa per La Sinistra anche la nipote di Romano Prodi, Silvia Prodi, capolista nel Nordest.
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L'ex ministro incassa il no alla candidatura e punta alla guida del partito. Contro di lei i filoleghisti e il cerchio magico di Silvio. Schema primarie per il centrodestra. Tra azzurri e Fdi derby dei Mussolini. Gara di preferenze tra Salvini, Berlusconi e Meloni. Il Pd schiera gli ex frondisti di Mdp. Lo speciale comprende due articoli. L'ennesima guerra di potere all'interno di Forza Italia si consuma sull'ipotesi di una candidatura di Mara Carfagna alle europee. Ipotesi che non si concretizza, ma che getta letteralmente nel panico il «cerchio magico» di Silvio Berlusconi, che nella versione attuale vede come leader la senatrice Licia Ronzulli, assistita da Niccolò Ghedini e da pochi altri big. La presentazione ufficiale delle liste, ieri, senza Mara Carfagna, chiude un capitolo di questa battaglia interna e ne apre un altro: dopo le europee, la corsa al ruolo di successore del Caro leader, che si prepara all'ennesima maratona elettorale a 82 anni suonati, si riaprirà, e sarà quella definitiva. In pole position per il ruolo di leader nazionale del partito, sempre e comunque con il via libera di Berlusconi, c'è lei, Mara, la vicepresidente della Camera, la cui forza è stata dimostrata dall'agitazione ai limiti dell'isteria che la sola ipotesi di una sua candidatura ha scatenato nei corridoi di Arcore. Corridoi, si badi bene: tra Berlusconi e la Carfagna non c'è alcuna tensione, tanto è vero che i due si sono sentiti al telefono l'altro ieri, mentre il partito sembrava sull'orlo di una crisi di nervi. Berlusconi ha telefonato alla Carfagna per ringraziarla della disponibilità a candidarsi al Sud, disponibilità che la vicepresidente della Camera aveva dato accogliendo l'esplicita richiesta di due deputati meridionali, Roberto Occhiuto e Paolo Russo. Il ticket Berlusconi-Carfagna avrebbe probabilmente ottenuto un buon successo, mettendo in difficoltà chi ancora pensa di poter sfruttare rendite di posizione. La prova del nervosismo negli esponenti berlusconiani più vicini al capo, sta tutta in un lancio Ansa dell'altro ieri pomeriggio, mentre infuriava la bagarre sulla ipotetica candidatura dell'ex ministro per le Pari opportunità: «Quanto sta facendo Mara Carfagna», si leggeva nel breve lancio di agenzia, «rappresenta un golpe contro il partito, un blitz per tentare di rottamare Silvio Berlusconi e sfilargli il partito a 24 ore dalla consegna in Corte d'appello delle liste che sono state già compilate. È quanto riferisce un big del partito azzurro». Un «big» ufficialmente rimasto anonimo, anche se numerose indiscrezioni, da parte di autorevolissimi esponenti di Forza Italia, restringono a tre nomi la cerchia nella quale individuarlo: quelli dei parlamentari Licia Ronzulli, Giorgio Mulè e Niccolò Ghedini. La candidatura di Mara Carfagna alle europee sarebbe stata fieramente avversata anche da Antonio Tajani. Il motivo? Tajani è capolista di Forza Italia nella circoscrizione Centro, l'unica nella quale Silvio Berlusconi non si candida, proprio per non ostacolare il presidente uscente del Parlamento europeo. Cosa sarebbe accaduto, se la Carfagna avesse ottenuto più voti di Tajani? Semplice: Mara sarebbe stata incoronata dagli elettori unica e sola «vice Silvio», e quindi, in prospettiva, leader di Fi. Non solo: un'affermazione della Carfagna, fiera avversaria di Matteo Salvini, avrebbe portato Forza Italia su posizioni più critiche nei confronti del leader della Lega. È questo il motivo per il quale Giovanni Toti non perde occasione per attaccare la Carfagna. Toti è ormai con un piede fuori dal partito, e sta lavorando insieme a Giorgia Meloni per costruire una forza politica che funga da «stampella» della Lega, e sia in grado di racimolare quei voti che servono a Salvini per poter dire «arrivederci e grazie» a Berlusconi e a tutti quelli che, in Forza Italia, non accettano di sottomettersi al Carroccio. Mara Carfagna, che già due mesi fa, parlando a Roma con Berlusconi, aveva dato la sua disponibilità a correre per le europee, dunque, non è in lista. Ieri ha fatto sapere che sarà in campo comunque «come se fosse candidata», e ha ricevuto attestati di stima, solidarietà e apprezzamento da numerosissimi esponenti nazionali e locali di Forza Italia. È evidente che l'incredibile fibrillazione che ha scatenato la sola ipotesi di una sua candidatura, con lo scivolone della nota anonima sul presunto «golpe», ha galvanizzato ulteriormente la già agguerrita vicepresidente della Camera. Lo scontro per la «vice leadership» del partito è in pieno svolgimento, e riprenderà con maggior vigore dopo le europee, quando Forza Italia dovrà decidere se diventare un partitino potenzialmente a rimorchio di Matteo Salvini e perfino di Giorgia Meloni o tentare di rilanciarsi come forza politica moderata, riferimento italiano del Partito popolare europeo, con un forte radicamento al Sud. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carfagna-e-fuori-dalle-liste-di-fi-ma-sfida-toti-e-tajani-2634900092.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="schema-primarie-per-il-centrodestra-tra-azzurri-e-fdi-derby-dei-mussolini" data-post-id="2634900092" data-published-at="1767920244" data-use-pagination="False"> Schema primarie per il centrodestra. Tra azzurri e Fdi derby dei Mussolini Al voto, al voto! Presentate le liste per le europee del prossimo 26 maggio, non manca qualche sorpresa. 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Sempre per Fdi, in corsa il sociologo Francesco Alberoni nel Nordovest, insieme all'assessore al Turismo della Regione Liguria, Gianni Berrino, al deputato Carlo Fidanza, all'eurodeputato uscente Stefano Maullu (eletto con Fi e già sostituto di Giovanni Toti al Parlamento europeo) e alla senatrice Daniela Santanchè. Al Sud, il partito della Meloni candida il pronipote di Benito Mussolini, Caio Giulio Cesare Mussolini, che sfida in un derby tutto in famiglia Alessandra Mussolini, nipote del Duce, eurodeputato uscente che si ricandida con Forza Italia dopo alcune tensioni dei mesi scorsi. Alessandra Mussolini è in lista anche al Centro. In corsa per Forza Italia, sempre al Centro, anche Anna Maria Rozzi, imprenditrice agricola e figlia del leggendario presidente dell'Ascoli Calcio, Costantino Rozzi. L'ex presidente della Camera, Irene Pivetti, è candidata per Forza Italia nel Nordest. La Lega punta tutto sull'effetto traino di Matteo Salvini, capolista in tutta Italia. Escluso dalle liste l'europarlamentare uscente Mario Borghezio, da 18 anni a Bruxelles, che ha preso malissimo la non ricandidatura, definita «un crimine politico». Candidati per la Lega l'economista «euroscettico» Antonio Maria Rinaldi al Centro e la promotrice di «Eurexit», Francesca Donato, nella circoscrizione Isole, così come Angelo Attaguile, responsabile degli enti locali per la Sicilia, e Igor Gelarda, il poliziotto e consigliere palermitano passato dal M5s alla Lega lo scorso anno. Così come Marco Zanni, eurodeputato eletto con i 5 stelle e passato alla Lega nel 2018, che ora corre di nuovo per le europee nel Nordovest. Nella circoscrizione Sud, la Lega candida, tra gli altri, il fondatore del blog Il Talebano, Vincenzo Sofo, ex militante della Destra di Francesco Storace e noto anche per essere fidanzato con Marion Le Pen, nipote della leader del Front national. Con lui anche il rettore dell'università di Salerno, Aurelio Tommasetti. La strategia di Salvini è all'insegna dei volti nuovi, ma soprattutto degli amministratori locali: sono numerosi i sindaci leghisti candidati alle europee. Tra i capilista del Pd, ci sono Carlo Calenda (Nordest) e l'ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti (Sud). Nicola Zingaretti ha aperto le porte anche a chi, come Massimo Paolucci, ricandidato al Sud, era stato eletto nel Pd nel 2014 ed era poi passato a Mdp. Candidato per il Pd al Centro Massimiliano Smeriglio, di Campo progressista, movimento fondato da Giuliano Pisapia, che sarà capolista al Nordovest. Nel Nordest, in campo anche Roberto Battiston. Simona Bonafè, europarlamentare uscente di rito renziano, è capolista al Centro, Caterina Chinnici nelle Isole. Per +Europa, Benedetto della Vedova sarà capolista nella circoscrizione Nordovest, la senatrice Emma Bonino al Centro, il sindaco di Parma e leader di Italia in Comune, l'ex M5s Federico Pizzarotti, nella circoscrizione Nordest, Fabrizio Ferrandelli nelle isole e Raimondo Pasquino al Sud. Per il M5s in corsa ci sono tra gli altri il sindaco di Livorno Filippo Nogarin, e l'ex iena Dino Giarrusso. La scelta dei capilista è stata di Luigi Di Maio, che punta su cinque donne: Alessandra Todde, Ceo di Olidata (Isole); la giornalista emiliana Sabrina Pignedoli (Nord Est); la professoressa in pedagogia Chiara Maria Gemma (Sud); Daniela Rondinelli del gabinetto di presidenza del Comitato economico e sociale europeo (Centro); Maria Angela Danzì, dirigente comunale (Nordovest). In corsa per La Sinistra anche la nipote di Romano Prodi, Silvia Prodi, capolista nel Nordest.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».