True
2019-04-18
La Carfagna è fuori dalle liste di Fi ma sfida Toti e Tajani
Ansa
L'ennesima guerra di potere all'interno di Forza Italia si consuma sull'ipotesi di una candidatura di Mara Carfagna alle europee. Ipotesi che non si concretizza, ma che getta letteralmente nel panico il «cerchio magico» di Silvio Berlusconi, che nella versione attuale vede come leader la senatrice Licia Ronzulli, assistita da Niccolò Ghedini e da pochi altri big.
La presentazione ufficiale delle liste, ieri, senza Mara Carfagna, chiude un capitolo di questa battaglia interna e ne apre un altro: dopo le europee, la corsa al ruolo di successore del Caro leader, che si prepara all'ennesima maratona elettorale a 82 anni suonati, si riaprirà, e sarà quella definitiva. In pole position per il ruolo di leader nazionale del partito, sempre e comunque con il via libera di Berlusconi, c'è lei, Mara, la vicepresidente della Camera, la cui forza è stata dimostrata dall'agitazione ai limiti dell'isteria che la sola ipotesi di una sua candidatura ha scatenato nei corridoi di Arcore. Corridoi, si badi bene: tra Berlusconi e la Carfagna non c'è alcuna tensione, tanto è vero che i due si sono sentiti al telefono l'altro ieri, mentre il partito sembrava sull'orlo di una crisi di nervi.
Berlusconi ha telefonato alla Carfagna per ringraziarla della disponibilità a candidarsi al Sud, disponibilità che la vicepresidente della Camera aveva dato accogliendo l'esplicita richiesta di due deputati meridionali, Roberto Occhiuto e Paolo Russo. Il ticket Berlusconi-Carfagna avrebbe probabilmente ottenuto un buon successo, mettendo in difficoltà chi ancora pensa di poter sfruttare rendite di posizione. La prova del nervosismo negli esponenti berlusconiani più vicini al capo, sta tutta in un lancio Ansa dell'altro ieri pomeriggio, mentre infuriava la bagarre sulla ipotetica candidatura dell'ex ministro per le Pari opportunità: «Quanto sta facendo Mara Carfagna», si leggeva nel breve lancio di agenzia, «rappresenta un golpe contro il partito, un blitz per tentare di rottamare Silvio Berlusconi e sfilargli il partito a 24 ore dalla consegna in Corte d'appello delle liste che sono state già compilate. È quanto riferisce un big del partito azzurro». Un «big» ufficialmente rimasto anonimo, anche se numerose indiscrezioni, da parte di autorevolissimi esponenti di Forza Italia, restringono a tre nomi la cerchia nella quale individuarlo: quelli dei parlamentari Licia Ronzulli, Giorgio Mulè e Niccolò Ghedini.
La candidatura di Mara Carfagna alle europee sarebbe stata fieramente avversata anche da Antonio Tajani. Il motivo? Tajani è capolista di Forza Italia nella circoscrizione Centro, l'unica nella quale Silvio Berlusconi non si candida, proprio per non ostacolare il presidente uscente del Parlamento europeo. Cosa sarebbe accaduto, se la Carfagna avesse ottenuto più voti di Tajani? Semplice: Mara sarebbe stata incoronata dagli elettori unica e sola «vice Silvio», e quindi, in prospettiva, leader di Fi.
Non solo: un'affermazione della Carfagna, fiera avversaria di Matteo Salvini, avrebbe portato Forza Italia su posizioni più critiche nei confronti del leader della Lega. È questo il motivo per il quale Giovanni Toti non perde occasione per attaccare la Carfagna. Toti è ormai con un piede fuori dal partito, e sta lavorando insieme a Giorgia Meloni per costruire una forza politica che funga da «stampella» della Lega, e sia in grado di racimolare quei voti che servono a Salvini per poter dire «arrivederci e grazie» a Berlusconi e a tutti quelli che, in Forza Italia, non accettano di sottomettersi al Carroccio.
Mara Carfagna, che già due mesi fa, parlando a Roma con Berlusconi, aveva dato la sua disponibilità a correre per le europee, dunque, non è in lista. Ieri ha fatto sapere che sarà in campo comunque «come se fosse candidata», e ha ricevuto attestati di stima, solidarietà e apprezzamento da numerosissimi esponenti nazionali e locali di Forza Italia. È evidente che l'incredibile fibrillazione che ha scatenato la sola ipotesi di una sua candidatura, con lo scivolone della nota anonima sul presunto «golpe», ha galvanizzato ulteriormente la già agguerrita vicepresidente della Camera.
Lo scontro per la «vice leadership» del partito è in pieno svolgimento, e riprenderà con maggior vigore dopo le europee, quando Forza Italia dovrà decidere se diventare un partitino potenzialmente a rimorchio di Matteo Salvini e perfino di Giorgia Meloni o tentare di rilanciarsi come forza politica moderata, riferimento italiano del Partito popolare europeo, con un forte radicamento al Sud.
Schema primarie per il centrodestra. Tra azzurri e Fdi derby dei Mussolini
Al voto, al voto! Presentate le liste per le europee del prossimo 26 maggio, non manca qualche sorpresa. Iniziamo dai big in campo: il centrodestra vede candidati i tre leader dei rispettivi partiti, che daranno vita a una sfida nella sfida, combattuta a colpi di preferenze. Matteo Salvini è capolista della Lega in tutte e cinque le circoscrizioni, così come Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia. Silvio Berlusconi, presidente di Fi, è capolista in quattro circoscrizioni su cinque: al Centro lascia campo libero ad Antonio Tajani.
Passiamo ai colpi di scena dell'ultimo minuto. Il primo è il cambio di casacca di Elisabetta Gardini, europarlamentare uscente di Fi, che ha lasciato gli azzurri in polemica con Tajani e si ricandida con Fratelli d'Italia: è all'ottavo posto nella lista nella circoscrizione Nordest. Sempre per Fdi, in corsa il sociologo Francesco Alberoni nel Nordovest, insieme all'assessore al Turismo della Regione Liguria, Gianni Berrino, al deputato Carlo Fidanza, all'eurodeputato uscente Stefano Maullu (eletto con Fi e già sostituto di Giovanni Toti al Parlamento europeo) e alla senatrice Daniela Santanchè.
Al Sud, il partito della Meloni candida il pronipote di Benito Mussolini, Caio Giulio Cesare Mussolini, che sfida in un derby tutto in famiglia Alessandra Mussolini, nipote del Duce, eurodeputato uscente che si ricandida con Forza Italia dopo alcune tensioni dei mesi scorsi. Alessandra Mussolini è in lista anche al Centro. In corsa per Forza Italia, sempre al Centro, anche Anna Maria Rozzi, imprenditrice agricola e figlia del leggendario presidente dell'Ascoli Calcio, Costantino Rozzi. L'ex presidente della Camera, Irene Pivetti, è candidata per Forza Italia nel Nordest.
La Lega punta tutto sull'effetto traino di Matteo Salvini, capolista in tutta Italia. Escluso dalle liste l'europarlamentare uscente Mario Borghezio, da 18 anni a Bruxelles, che ha preso malissimo la non ricandidatura, definita «un crimine politico». Candidati per la Lega l'economista «euroscettico» Antonio Maria Rinaldi al Centro e la promotrice di «Eurexit», Francesca Donato, nella circoscrizione Isole, così come Angelo Attaguile, responsabile degli enti locali per la Sicilia, e Igor Gelarda, il poliziotto e consigliere palermitano passato dal M5s alla Lega lo scorso anno. Così come Marco Zanni, eurodeputato eletto con i 5 stelle e passato alla Lega nel 2018, che ora corre di nuovo per le europee nel Nordovest. Nella circoscrizione Sud, la Lega candida, tra gli altri, il fondatore del blog Il Talebano, Vincenzo Sofo, ex militante della Destra di Francesco Storace e noto anche per essere fidanzato con Marion Le Pen, nipote della leader del Front national. Con lui anche il rettore dell'università di Salerno, Aurelio Tommasetti. La strategia di Salvini è all'insegna dei volti nuovi, ma soprattutto degli amministratori locali: sono numerosi i sindaci leghisti candidati alle europee.
Tra i capilista del Pd, ci sono Carlo Calenda (Nordest) e l'ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti (Sud). Nicola Zingaretti ha aperto le porte anche a chi, come Massimo Paolucci, ricandidato al Sud, era stato eletto nel Pd nel 2014 ed era poi passato a Mdp. Candidato per il Pd al Centro Massimiliano Smeriglio, di Campo progressista, movimento fondato da Giuliano Pisapia, che sarà capolista al Nordovest. Nel Nordest, in campo anche Roberto Battiston. Simona Bonafè, europarlamentare uscente di rito renziano, è capolista al Centro, Caterina Chinnici nelle Isole.
Per +Europa, Benedetto della Vedova sarà capolista nella circoscrizione Nordovest, la senatrice Emma Bonino al Centro, il sindaco di Parma e leader di Italia in Comune, l'ex M5s Federico Pizzarotti, nella circoscrizione Nordest, Fabrizio Ferrandelli nelle isole e Raimondo Pasquino al Sud.
Per il M5s in corsa ci sono tra gli altri il sindaco di Livorno Filippo Nogarin, e l'ex iena Dino Giarrusso. La scelta dei capilista è stata di Luigi Di Maio, che punta su cinque donne: Alessandra Todde, Ceo di Olidata (Isole); la giornalista emiliana Sabrina Pignedoli (Nord Est); la professoressa in pedagogia Chiara Maria Gemma (Sud); Daniela Rondinelli del gabinetto di presidenza del Comitato economico e sociale europeo (Centro); Maria Angela Danzì, dirigente comunale (Nordovest). In corsa per La Sinistra anche la nipote di Romano Prodi, Silvia Prodi, capolista nel Nordest.
Continua a leggereRiduci
L'ex ministro incassa il no alla candidatura e punta alla guida del partito. Contro di lei i filoleghisti e il cerchio magico di Silvio. Schema primarie per il centrodestra. Tra azzurri e Fdi derby dei Mussolini. Gara di preferenze tra Salvini, Berlusconi e Meloni. Il Pd schiera gli ex frondisti di Mdp. Lo speciale comprende due articoli. L'ennesima guerra di potere all'interno di Forza Italia si consuma sull'ipotesi di una candidatura di Mara Carfagna alle europee. Ipotesi che non si concretizza, ma che getta letteralmente nel panico il «cerchio magico» di Silvio Berlusconi, che nella versione attuale vede come leader la senatrice Licia Ronzulli, assistita da Niccolò Ghedini e da pochi altri big. La presentazione ufficiale delle liste, ieri, senza Mara Carfagna, chiude un capitolo di questa battaglia interna e ne apre un altro: dopo le europee, la corsa al ruolo di successore del Caro leader, che si prepara all'ennesima maratona elettorale a 82 anni suonati, si riaprirà, e sarà quella definitiva. In pole position per il ruolo di leader nazionale del partito, sempre e comunque con il via libera di Berlusconi, c'è lei, Mara, la vicepresidente della Camera, la cui forza è stata dimostrata dall'agitazione ai limiti dell'isteria che la sola ipotesi di una sua candidatura ha scatenato nei corridoi di Arcore. Corridoi, si badi bene: tra Berlusconi e la Carfagna non c'è alcuna tensione, tanto è vero che i due si sono sentiti al telefono l'altro ieri, mentre il partito sembrava sull'orlo di una crisi di nervi. Berlusconi ha telefonato alla Carfagna per ringraziarla della disponibilità a candidarsi al Sud, disponibilità che la vicepresidente della Camera aveva dato accogliendo l'esplicita richiesta di due deputati meridionali, Roberto Occhiuto e Paolo Russo. Il ticket Berlusconi-Carfagna avrebbe probabilmente ottenuto un buon successo, mettendo in difficoltà chi ancora pensa di poter sfruttare rendite di posizione. La prova del nervosismo negli esponenti berlusconiani più vicini al capo, sta tutta in un lancio Ansa dell'altro ieri pomeriggio, mentre infuriava la bagarre sulla ipotetica candidatura dell'ex ministro per le Pari opportunità: «Quanto sta facendo Mara Carfagna», si leggeva nel breve lancio di agenzia, «rappresenta un golpe contro il partito, un blitz per tentare di rottamare Silvio Berlusconi e sfilargli il partito a 24 ore dalla consegna in Corte d'appello delle liste che sono state già compilate. È quanto riferisce un big del partito azzurro». Un «big» ufficialmente rimasto anonimo, anche se numerose indiscrezioni, da parte di autorevolissimi esponenti di Forza Italia, restringono a tre nomi la cerchia nella quale individuarlo: quelli dei parlamentari Licia Ronzulli, Giorgio Mulè e Niccolò Ghedini. La candidatura di Mara Carfagna alle europee sarebbe stata fieramente avversata anche da Antonio Tajani. Il motivo? Tajani è capolista di Forza Italia nella circoscrizione Centro, l'unica nella quale Silvio Berlusconi non si candida, proprio per non ostacolare il presidente uscente del Parlamento europeo. Cosa sarebbe accaduto, se la Carfagna avesse ottenuto più voti di Tajani? Semplice: Mara sarebbe stata incoronata dagli elettori unica e sola «vice Silvio», e quindi, in prospettiva, leader di Fi. Non solo: un'affermazione della Carfagna, fiera avversaria di Matteo Salvini, avrebbe portato Forza Italia su posizioni più critiche nei confronti del leader della Lega. È questo il motivo per il quale Giovanni Toti non perde occasione per attaccare la Carfagna. Toti è ormai con un piede fuori dal partito, e sta lavorando insieme a Giorgia Meloni per costruire una forza politica che funga da «stampella» della Lega, e sia in grado di racimolare quei voti che servono a Salvini per poter dire «arrivederci e grazie» a Berlusconi e a tutti quelli che, in Forza Italia, non accettano di sottomettersi al Carroccio. Mara Carfagna, che già due mesi fa, parlando a Roma con Berlusconi, aveva dato la sua disponibilità a correre per le europee, dunque, non è in lista. Ieri ha fatto sapere che sarà in campo comunque «come se fosse candidata», e ha ricevuto attestati di stima, solidarietà e apprezzamento da numerosissimi esponenti nazionali e locali di Forza Italia. È evidente che l'incredibile fibrillazione che ha scatenato la sola ipotesi di una sua candidatura, con lo scivolone della nota anonima sul presunto «golpe», ha galvanizzato ulteriormente la già agguerrita vicepresidente della Camera. Lo scontro per la «vice leadership» del partito è in pieno svolgimento, e riprenderà con maggior vigore dopo le europee, quando Forza Italia dovrà decidere se diventare un partitino potenzialmente a rimorchio di Matteo Salvini e perfino di Giorgia Meloni o tentare di rilanciarsi come forza politica moderata, riferimento italiano del Partito popolare europeo, con un forte radicamento al Sud. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carfagna-e-fuori-dalle-liste-di-fi-ma-sfida-toti-e-tajani-2634900092.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="schema-primarie-per-il-centrodestra-tra-azzurri-e-fdi-derby-dei-mussolini" data-post-id="2634900092" data-published-at="1774136433" data-use-pagination="False"> Schema primarie per il centrodestra. Tra azzurri e Fdi derby dei Mussolini Al voto, al voto! Presentate le liste per le europee del prossimo 26 maggio, non manca qualche sorpresa. Iniziamo dai big in campo: il centrodestra vede candidati i tre leader dei rispettivi partiti, che daranno vita a una sfida nella sfida, combattuta a colpi di preferenze. Matteo Salvini è capolista della Lega in tutte e cinque le circoscrizioni, così come Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia. Silvio Berlusconi, presidente di Fi, è capolista in quattro circoscrizioni su cinque: al Centro lascia campo libero ad Antonio Tajani. Passiamo ai colpi di scena dell'ultimo minuto. Il primo è il cambio di casacca di Elisabetta Gardini, europarlamentare uscente di Fi, che ha lasciato gli azzurri in polemica con Tajani e si ricandida con Fratelli d'Italia: è all'ottavo posto nella lista nella circoscrizione Nordest. Sempre per Fdi, in corsa il sociologo Francesco Alberoni nel Nordovest, insieme all'assessore al Turismo della Regione Liguria, Gianni Berrino, al deputato Carlo Fidanza, all'eurodeputato uscente Stefano Maullu (eletto con Fi e già sostituto di Giovanni Toti al Parlamento europeo) e alla senatrice Daniela Santanchè. Al Sud, il partito della Meloni candida il pronipote di Benito Mussolini, Caio Giulio Cesare Mussolini, che sfida in un derby tutto in famiglia Alessandra Mussolini, nipote del Duce, eurodeputato uscente che si ricandida con Forza Italia dopo alcune tensioni dei mesi scorsi. Alessandra Mussolini è in lista anche al Centro. In corsa per Forza Italia, sempre al Centro, anche Anna Maria Rozzi, imprenditrice agricola e figlia del leggendario presidente dell'Ascoli Calcio, Costantino Rozzi. L'ex presidente della Camera, Irene Pivetti, è candidata per Forza Italia nel Nordest. La Lega punta tutto sull'effetto traino di Matteo Salvini, capolista in tutta Italia. Escluso dalle liste l'europarlamentare uscente Mario Borghezio, da 18 anni a Bruxelles, che ha preso malissimo la non ricandidatura, definita «un crimine politico». Candidati per la Lega l'economista «euroscettico» Antonio Maria Rinaldi al Centro e la promotrice di «Eurexit», Francesca Donato, nella circoscrizione Isole, così come Angelo Attaguile, responsabile degli enti locali per la Sicilia, e Igor Gelarda, il poliziotto e consigliere palermitano passato dal M5s alla Lega lo scorso anno. Così come Marco Zanni, eurodeputato eletto con i 5 stelle e passato alla Lega nel 2018, che ora corre di nuovo per le europee nel Nordovest. Nella circoscrizione Sud, la Lega candida, tra gli altri, il fondatore del blog Il Talebano, Vincenzo Sofo, ex militante della Destra di Francesco Storace e noto anche per essere fidanzato con Marion Le Pen, nipote della leader del Front national. Con lui anche il rettore dell'università di Salerno, Aurelio Tommasetti. La strategia di Salvini è all'insegna dei volti nuovi, ma soprattutto degli amministratori locali: sono numerosi i sindaci leghisti candidati alle europee. Tra i capilista del Pd, ci sono Carlo Calenda (Nordest) e l'ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti (Sud). Nicola Zingaretti ha aperto le porte anche a chi, come Massimo Paolucci, ricandidato al Sud, era stato eletto nel Pd nel 2014 ed era poi passato a Mdp. Candidato per il Pd al Centro Massimiliano Smeriglio, di Campo progressista, movimento fondato da Giuliano Pisapia, che sarà capolista al Nordovest. Nel Nordest, in campo anche Roberto Battiston. Simona Bonafè, europarlamentare uscente di rito renziano, è capolista al Centro, Caterina Chinnici nelle Isole. Per +Europa, Benedetto della Vedova sarà capolista nella circoscrizione Nordovest, la senatrice Emma Bonino al Centro, il sindaco di Parma e leader di Italia in Comune, l'ex M5s Federico Pizzarotti, nella circoscrizione Nordest, Fabrizio Ferrandelli nelle isole e Raimondo Pasquino al Sud. Per il M5s in corsa ci sono tra gli altri il sindaco di Livorno Filippo Nogarin, e l'ex iena Dino Giarrusso. La scelta dei capilista è stata di Luigi Di Maio, che punta su cinque donne: Alessandra Todde, Ceo di Olidata (Isole); la giornalista emiliana Sabrina Pignedoli (Nord Est); la professoressa in pedagogia Chiara Maria Gemma (Sud); Daniela Rondinelli del gabinetto di presidenza del Comitato economico e sociale europeo (Centro); Maria Angela Danzì, dirigente comunale (Nordovest). In corsa per La Sinistra anche la nipote di Romano Prodi, Silvia Prodi, capolista nel Nordest.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci