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2019-04-18
La Carfagna è fuori dalle liste di Fi ma sfida Toti e Tajani
Ansa
L'ennesima guerra di potere all'interno di Forza Italia si consuma sull'ipotesi di una candidatura di Mara Carfagna alle europee. Ipotesi che non si concretizza, ma che getta letteralmente nel panico il «cerchio magico» di Silvio Berlusconi, che nella versione attuale vede come leader la senatrice Licia Ronzulli, assistita da Niccolò Ghedini e da pochi altri big.
La presentazione ufficiale delle liste, ieri, senza Mara Carfagna, chiude un capitolo di questa battaglia interna e ne apre un altro: dopo le europee, la corsa al ruolo di successore del Caro leader, che si prepara all'ennesima maratona elettorale a 82 anni suonati, si riaprirà, e sarà quella definitiva. In pole position per il ruolo di leader nazionale del partito, sempre e comunque con il via libera di Berlusconi, c'è lei, Mara, la vicepresidente della Camera, la cui forza è stata dimostrata dall'agitazione ai limiti dell'isteria che la sola ipotesi di una sua candidatura ha scatenato nei corridoi di Arcore. Corridoi, si badi bene: tra Berlusconi e la Carfagna non c'è alcuna tensione, tanto è vero che i due si sono sentiti al telefono l'altro ieri, mentre il partito sembrava sull'orlo di una crisi di nervi.
Berlusconi ha telefonato alla Carfagna per ringraziarla della disponibilità a candidarsi al Sud, disponibilità che la vicepresidente della Camera aveva dato accogliendo l'esplicita richiesta di due deputati meridionali, Roberto Occhiuto e Paolo Russo. Il ticket Berlusconi-Carfagna avrebbe probabilmente ottenuto un buon successo, mettendo in difficoltà chi ancora pensa di poter sfruttare rendite di posizione. La prova del nervosismo negli esponenti berlusconiani più vicini al capo, sta tutta in un lancio Ansa dell'altro ieri pomeriggio, mentre infuriava la bagarre sulla ipotetica candidatura dell'ex ministro per le Pari opportunità: «Quanto sta facendo Mara Carfagna», si leggeva nel breve lancio di agenzia, «rappresenta un golpe contro il partito, un blitz per tentare di rottamare Silvio Berlusconi e sfilargli il partito a 24 ore dalla consegna in Corte d'appello delle liste che sono state già compilate. È quanto riferisce un big del partito azzurro». Un «big» ufficialmente rimasto anonimo, anche se numerose indiscrezioni, da parte di autorevolissimi esponenti di Forza Italia, restringono a tre nomi la cerchia nella quale individuarlo: quelli dei parlamentari Licia Ronzulli, Giorgio Mulè e Niccolò Ghedini.
La candidatura di Mara Carfagna alle europee sarebbe stata fieramente avversata anche da Antonio Tajani. Il motivo? Tajani è capolista di Forza Italia nella circoscrizione Centro, l'unica nella quale Silvio Berlusconi non si candida, proprio per non ostacolare il presidente uscente del Parlamento europeo. Cosa sarebbe accaduto, se la Carfagna avesse ottenuto più voti di Tajani? Semplice: Mara sarebbe stata incoronata dagli elettori unica e sola «vice Silvio», e quindi, in prospettiva, leader di Fi.
Non solo: un'affermazione della Carfagna, fiera avversaria di Matteo Salvini, avrebbe portato Forza Italia su posizioni più critiche nei confronti del leader della Lega. È questo il motivo per il quale Giovanni Toti non perde occasione per attaccare la Carfagna. Toti è ormai con un piede fuori dal partito, e sta lavorando insieme a Giorgia Meloni per costruire una forza politica che funga da «stampella» della Lega, e sia in grado di racimolare quei voti che servono a Salvini per poter dire «arrivederci e grazie» a Berlusconi e a tutti quelli che, in Forza Italia, non accettano di sottomettersi al Carroccio.
Mara Carfagna, che già due mesi fa, parlando a Roma con Berlusconi, aveva dato la sua disponibilità a correre per le europee, dunque, non è in lista. Ieri ha fatto sapere che sarà in campo comunque «come se fosse candidata», e ha ricevuto attestati di stima, solidarietà e apprezzamento da numerosissimi esponenti nazionali e locali di Forza Italia. È evidente che l'incredibile fibrillazione che ha scatenato la sola ipotesi di una sua candidatura, con lo scivolone della nota anonima sul presunto «golpe», ha galvanizzato ulteriormente la già agguerrita vicepresidente della Camera.
Lo scontro per la «vice leadership» del partito è in pieno svolgimento, e riprenderà con maggior vigore dopo le europee, quando Forza Italia dovrà decidere se diventare un partitino potenzialmente a rimorchio di Matteo Salvini e perfino di Giorgia Meloni o tentare di rilanciarsi come forza politica moderata, riferimento italiano del Partito popolare europeo, con un forte radicamento al Sud.
Schema primarie per il centrodestra. Tra azzurri e Fdi derby dei Mussolini
Al voto, al voto! Presentate le liste per le europee del prossimo 26 maggio, non manca qualche sorpresa. Iniziamo dai big in campo: il centrodestra vede candidati i tre leader dei rispettivi partiti, che daranno vita a una sfida nella sfida, combattuta a colpi di preferenze. Matteo Salvini è capolista della Lega in tutte e cinque le circoscrizioni, così come Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia. Silvio Berlusconi, presidente di Fi, è capolista in quattro circoscrizioni su cinque: al Centro lascia campo libero ad Antonio Tajani.
Passiamo ai colpi di scena dell'ultimo minuto. Il primo è il cambio di casacca di Elisabetta Gardini, europarlamentare uscente di Fi, che ha lasciato gli azzurri in polemica con Tajani e si ricandida con Fratelli d'Italia: è all'ottavo posto nella lista nella circoscrizione Nordest. Sempre per Fdi, in corsa il sociologo Francesco Alberoni nel Nordovest, insieme all'assessore al Turismo della Regione Liguria, Gianni Berrino, al deputato Carlo Fidanza, all'eurodeputato uscente Stefano Maullu (eletto con Fi e già sostituto di Giovanni Toti al Parlamento europeo) e alla senatrice Daniela Santanchè.
Al Sud, il partito della Meloni candida il pronipote di Benito Mussolini, Caio Giulio Cesare Mussolini, che sfida in un derby tutto in famiglia Alessandra Mussolini, nipote del Duce, eurodeputato uscente che si ricandida con Forza Italia dopo alcune tensioni dei mesi scorsi. Alessandra Mussolini è in lista anche al Centro. In corsa per Forza Italia, sempre al Centro, anche Anna Maria Rozzi, imprenditrice agricola e figlia del leggendario presidente dell'Ascoli Calcio, Costantino Rozzi. L'ex presidente della Camera, Irene Pivetti, è candidata per Forza Italia nel Nordest.
La Lega punta tutto sull'effetto traino di Matteo Salvini, capolista in tutta Italia. Escluso dalle liste l'europarlamentare uscente Mario Borghezio, da 18 anni a Bruxelles, che ha preso malissimo la non ricandidatura, definita «un crimine politico». Candidati per la Lega l'economista «euroscettico» Antonio Maria Rinaldi al Centro e la promotrice di «Eurexit», Francesca Donato, nella circoscrizione Isole, così come Angelo Attaguile, responsabile degli enti locali per la Sicilia, e Igor Gelarda, il poliziotto e consigliere palermitano passato dal M5s alla Lega lo scorso anno. Così come Marco Zanni, eurodeputato eletto con i 5 stelle e passato alla Lega nel 2018, che ora corre di nuovo per le europee nel Nordovest. Nella circoscrizione Sud, la Lega candida, tra gli altri, il fondatore del blog Il Talebano, Vincenzo Sofo, ex militante della Destra di Francesco Storace e noto anche per essere fidanzato con Marion Le Pen, nipote della leader del Front national. Con lui anche il rettore dell'università di Salerno, Aurelio Tommasetti. La strategia di Salvini è all'insegna dei volti nuovi, ma soprattutto degli amministratori locali: sono numerosi i sindaci leghisti candidati alle europee.
Tra i capilista del Pd, ci sono Carlo Calenda (Nordest) e l'ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti (Sud). Nicola Zingaretti ha aperto le porte anche a chi, come Massimo Paolucci, ricandidato al Sud, era stato eletto nel Pd nel 2014 ed era poi passato a Mdp. Candidato per il Pd al Centro Massimiliano Smeriglio, di Campo progressista, movimento fondato da Giuliano Pisapia, che sarà capolista al Nordovest. Nel Nordest, in campo anche Roberto Battiston. Simona Bonafè, europarlamentare uscente di rito renziano, è capolista al Centro, Caterina Chinnici nelle Isole.
Per +Europa, Benedetto della Vedova sarà capolista nella circoscrizione Nordovest, la senatrice Emma Bonino al Centro, il sindaco di Parma e leader di Italia in Comune, l'ex M5s Federico Pizzarotti, nella circoscrizione Nordest, Fabrizio Ferrandelli nelle isole e Raimondo Pasquino al Sud.
Per il M5s in corsa ci sono tra gli altri il sindaco di Livorno Filippo Nogarin, e l'ex iena Dino Giarrusso. La scelta dei capilista è stata di Luigi Di Maio, che punta su cinque donne: Alessandra Todde, Ceo di Olidata (Isole); la giornalista emiliana Sabrina Pignedoli (Nord Est); la professoressa in pedagogia Chiara Maria Gemma (Sud); Daniela Rondinelli del gabinetto di presidenza del Comitato economico e sociale europeo (Centro); Maria Angela Danzì, dirigente comunale (Nordovest). In corsa per La Sinistra anche la nipote di Romano Prodi, Silvia Prodi, capolista nel Nordest.
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L'ex ministro incassa il no alla candidatura e punta alla guida del partito. Contro di lei i filoleghisti e il cerchio magico di Silvio. Schema primarie per il centrodestra. Tra azzurri e Fdi derby dei Mussolini. Gara di preferenze tra Salvini, Berlusconi e Meloni. Il Pd schiera gli ex frondisti di Mdp. Lo speciale comprende due articoli. L'ennesima guerra di potere all'interno di Forza Italia si consuma sull'ipotesi di una candidatura di Mara Carfagna alle europee. Ipotesi che non si concretizza, ma che getta letteralmente nel panico il «cerchio magico» di Silvio Berlusconi, che nella versione attuale vede come leader la senatrice Licia Ronzulli, assistita da Niccolò Ghedini e da pochi altri big. La presentazione ufficiale delle liste, ieri, senza Mara Carfagna, chiude un capitolo di questa battaglia interna e ne apre un altro: dopo le europee, la corsa al ruolo di successore del Caro leader, che si prepara all'ennesima maratona elettorale a 82 anni suonati, si riaprirà, e sarà quella definitiva. In pole position per il ruolo di leader nazionale del partito, sempre e comunque con il via libera di Berlusconi, c'è lei, Mara, la vicepresidente della Camera, la cui forza è stata dimostrata dall'agitazione ai limiti dell'isteria che la sola ipotesi di una sua candidatura ha scatenato nei corridoi di Arcore. Corridoi, si badi bene: tra Berlusconi e la Carfagna non c'è alcuna tensione, tanto è vero che i due si sono sentiti al telefono l'altro ieri, mentre il partito sembrava sull'orlo di una crisi di nervi. Berlusconi ha telefonato alla Carfagna per ringraziarla della disponibilità a candidarsi al Sud, disponibilità che la vicepresidente della Camera aveva dato accogliendo l'esplicita richiesta di due deputati meridionali, Roberto Occhiuto e Paolo Russo. Il ticket Berlusconi-Carfagna avrebbe probabilmente ottenuto un buon successo, mettendo in difficoltà chi ancora pensa di poter sfruttare rendite di posizione. La prova del nervosismo negli esponenti berlusconiani più vicini al capo, sta tutta in un lancio Ansa dell'altro ieri pomeriggio, mentre infuriava la bagarre sulla ipotetica candidatura dell'ex ministro per le Pari opportunità: «Quanto sta facendo Mara Carfagna», si leggeva nel breve lancio di agenzia, «rappresenta un golpe contro il partito, un blitz per tentare di rottamare Silvio Berlusconi e sfilargli il partito a 24 ore dalla consegna in Corte d'appello delle liste che sono state già compilate. È quanto riferisce un big del partito azzurro». Un «big» ufficialmente rimasto anonimo, anche se numerose indiscrezioni, da parte di autorevolissimi esponenti di Forza Italia, restringono a tre nomi la cerchia nella quale individuarlo: quelli dei parlamentari Licia Ronzulli, Giorgio Mulè e Niccolò Ghedini. La candidatura di Mara Carfagna alle europee sarebbe stata fieramente avversata anche da Antonio Tajani. Il motivo? Tajani è capolista di Forza Italia nella circoscrizione Centro, l'unica nella quale Silvio Berlusconi non si candida, proprio per non ostacolare il presidente uscente del Parlamento europeo. Cosa sarebbe accaduto, se la Carfagna avesse ottenuto più voti di Tajani? Semplice: Mara sarebbe stata incoronata dagli elettori unica e sola «vice Silvio», e quindi, in prospettiva, leader di Fi. Non solo: un'affermazione della Carfagna, fiera avversaria di Matteo Salvini, avrebbe portato Forza Italia su posizioni più critiche nei confronti del leader della Lega. È questo il motivo per il quale Giovanni Toti non perde occasione per attaccare la Carfagna. Toti è ormai con un piede fuori dal partito, e sta lavorando insieme a Giorgia Meloni per costruire una forza politica che funga da «stampella» della Lega, e sia in grado di racimolare quei voti che servono a Salvini per poter dire «arrivederci e grazie» a Berlusconi e a tutti quelli che, in Forza Italia, non accettano di sottomettersi al Carroccio. Mara Carfagna, che già due mesi fa, parlando a Roma con Berlusconi, aveva dato la sua disponibilità a correre per le europee, dunque, non è in lista. Ieri ha fatto sapere che sarà in campo comunque «come se fosse candidata», e ha ricevuto attestati di stima, solidarietà e apprezzamento da numerosissimi esponenti nazionali e locali di Forza Italia. È evidente che l'incredibile fibrillazione che ha scatenato la sola ipotesi di una sua candidatura, con lo scivolone della nota anonima sul presunto «golpe», ha galvanizzato ulteriormente la già agguerrita vicepresidente della Camera. Lo scontro per la «vice leadership» del partito è in pieno svolgimento, e riprenderà con maggior vigore dopo le europee, quando Forza Italia dovrà decidere se diventare un partitino potenzialmente a rimorchio di Matteo Salvini e perfino di Giorgia Meloni o tentare di rilanciarsi come forza politica moderata, riferimento italiano del Partito popolare europeo, con un forte radicamento al Sud. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carfagna-e-fuori-dalle-liste-di-fi-ma-sfida-toti-e-tajani-2634900092.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="schema-primarie-per-il-centrodestra-tra-azzurri-e-fdi-derby-dei-mussolini" data-post-id="2634900092" data-published-at="1779621352" data-use-pagination="False"> Schema primarie per il centrodestra. Tra azzurri e Fdi derby dei Mussolini Al voto, al voto! Presentate le liste per le europee del prossimo 26 maggio, non manca qualche sorpresa. 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Sempre per Fdi, in corsa il sociologo Francesco Alberoni nel Nordovest, insieme all'assessore al Turismo della Regione Liguria, Gianni Berrino, al deputato Carlo Fidanza, all'eurodeputato uscente Stefano Maullu (eletto con Fi e già sostituto di Giovanni Toti al Parlamento europeo) e alla senatrice Daniela Santanchè. Al Sud, il partito della Meloni candida il pronipote di Benito Mussolini, Caio Giulio Cesare Mussolini, che sfida in un derby tutto in famiglia Alessandra Mussolini, nipote del Duce, eurodeputato uscente che si ricandida con Forza Italia dopo alcune tensioni dei mesi scorsi. Alessandra Mussolini è in lista anche al Centro. In corsa per Forza Italia, sempre al Centro, anche Anna Maria Rozzi, imprenditrice agricola e figlia del leggendario presidente dell'Ascoli Calcio, Costantino Rozzi. L'ex presidente della Camera, Irene Pivetti, è candidata per Forza Italia nel Nordest. La Lega punta tutto sull'effetto traino di Matteo Salvini, capolista in tutta Italia. Escluso dalle liste l'europarlamentare uscente Mario Borghezio, da 18 anni a Bruxelles, che ha preso malissimo la non ricandidatura, definita «un crimine politico». Candidati per la Lega l'economista «euroscettico» Antonio Maria Rinaldi al Centro e la promotrice di «Eurexit», Francesca Donato, nella circoscrizione Isole, così come Angelo Attaguile, responsabile degli enti locali per la Sicilia, e Igor Gelarda, il poliziotto e consigliere palermitano passato dal M5s alla Lega lo scorso anno. Così come Marco Zanni, eurodeputato eletto con i 5 stelle e passato alla Lega nel 2018, che ora corre di nuovo per le europee nel Nordovest. Nella circoscrizione Sud, la Lega candida, tra gli altri, il fondatore del blog Il Talebano, Vincenzo Sofo, ex militante della Destra di Francesco Storace e noto anche per essere fidanzato con Marion Le Pen, nipote della leader del Front national. Con lui anche il rettore dell'università di Salerno, Aurelio Tommasetti. La strategia di Salvini è all'insegna dei volti nuovi, ma soprattutto degli amministratori locali: sono numerosi i sindaci leghisti candidati alle europee. Tra i capilista del Pd, ci sono Carlo Calenda (Nordest) e l'ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti (Sud). Nicola Zingaretti ha aperto le porte anche a chi, come Massimo Paolucci, ricandidato al Sud, era stato eletto nel Pd nel 2014 ed era poi passato a Mdp. Candidato per il Pd al Centro Massimiliano Smeriglio, di Campo progressista, movimento fondato da Giuliano Pisapia, che sarà capolista al Nordovest. Nel Nordest, in campo anche Roberto Battiston. Simona Bonafè, europarlamentare uscente di rito renziano, è capolista al Centro, Caterina Chinnici nelle Isole. Per +Europa, Benedetto della Vedova sarà capolista nella circoscrizione Nordovest, la senatrice Emma Bonino al Centro, il sindaco di Parma e leader di Italia in Comune, l'ex M5s Federico Pizzarotti, nella circoscrizione Nordest, Fabrizio Ferrandelli nelle isole e Raimondo Pasquino al Sud. Per il M5s in corsa ci sono tra gli altri il sindaco di Livorno Filippo Nogarin, e l'ex iena Dino Giarrusso. La scelta dei capilista è stata di Luigi Di Maio, che punta su cinque donne: Alessandra Todde, Ceo di Olidata (Isole); la giornalista emiliana Sabrina Pignedoli (Nord Est); la professoressa in pedagogia Chiara Maria Gemma (Sud); Daniela Rondinelli del gabinetto di presidenza del Comitato economico e sociale europeo (Centro); Maria Angela Danzì, dirigente comunale (Nordovest). In corsa per La Sinistra anche la nipote di Romano Prodi, Silvia Prodi, capolista nel Nordest.
Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
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Il Kennedy Space Center della Nasa a Titusville in Florida (Ansa)
Aziende private lanciano satelliti, gestiscono costellazioni e offrono servizi che un tempo erano appannaggio esclusivo dei governi. In particolare, aziende private - come Space X e Blue Origin - stanno abbattendo i costi di accesso allo Spazio, passando da sistemi di proprietà governativa a un mercato commerciale e competitivo.
In tutto questo, dove si colloca l’Europa? Riuscirà a mantenere un ruolo sostanziale senza dipendere da tecnologie prodotte altrove? Mentre procediamo verso quella che la Nasa ha definito la «seconda era spaziale», l’autonomia strategica diventa improvvisamente centrale per l’Ue. Ed è sempre più essenziale che l’Europa possa raggiungere, controllare e proteggere i propri sistemi spaziali, senza vincoli. Lo Spazio un tempo era principalmente legato alla scienza o al business, ma ora è una risorsa di fondamentale importanza per l’Ue. Quasi tutto - finanza, comunicazioni, trasporti, sicurezza - dipende dalla tecnologia spaziale. Ma c’è un problema: molti componenti e servizi cruciali provengono ancora da fuori Europa. Questo tipo di dipendenza non è sostenibile se si vuole esercitare una reale influenza globale, in un contesto dove chi controlla le infrastrutture detta legge. La governance spaziale europea è invece frammentata tra le istituzioni dell’Ue, l’Agenzia spaziale europea, i Paesi membri e le aziende. Anche i finanziamenti mostrano criticità: i bilanci europei sono (notevolmente) inferiori a quelli di Usa e Cina, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Inoltre, la cultura imprenditoriale europea è restia a farsi coinvolgere, dato che l’industria e le startup non godono della stessa propensione al rischio che troverebbero Oltreoceano. L’Europa deve ridurre al più presto la sua dipendenza, concentrandosi sullo sviluppo delle proprie catene di approvvigionamento per tecnologie come chip speciali, sistemi di propulsione avanzati, crittografia e infrastrutture di terra sicure. L’Europa dovrebbe inoltre incrementare gli sforzi della ricerca privata, soprattutto in settori come i sistemi di lancio riutilizzabili, i servizi in orbita e la sicurezza informatica dei satelliti. Tutto questo richiede investimenti: bisogna quindi creare strumenti finanziari che combinino fondi dell’Unione europea, nazionali e privati per aiutare le nuove aziende spaziali europee a crescere.
Un’opportunità emergente è quella dello Spazio cislunare. Parliamo della regione dello Spazio tra la Terra e la Luna, generalmente considerato poco più di un corridoio. Ma ora gli Usa ne hanno fatto un pivot di competizione strategica. Al momento, non esiste un piano per amministrare o difendere quella che sta diventando una delle aree spaziali più importanti. Gli attuali sistemi di controllo sono inadatti a monitorare le attività in questo sistema che si sta trasformando in un ambiente affollato da molteplici attori statali, commerciali e ibridi, con una vasta gamma di idee e obiettivi. Queste attività spaziano dalla ricerca, allo sviluppo e all’esplorazione, fino alla raccolta di informazioni di intelligence, alla trasmissione sicura di dati e a operazioni di prossimità ambigue che confondono il confine tra uso pacifico e militare.
La prospettiva di un conflitto nello Spazio cislunare non è più quindi puramente teorica, ma sempre più plausibile. I conflitti «terrestri» perdono di rilevanza, rispetto a questo nuovo scenario. E questo è uno dei messaggi in filigrana emersi dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. La scelta non è tra militarizzare lo Spazio o preservare un bene comune pacifico. L’unica scelta è tra amministrare deliberatamente lo Spazio cislunare o permettere ad altri di definire un proprio ordine. Per questo il nuovo amministratore Nasa, nel presentare ai primi di marzo Ignition - la nuova strategia Usa per lo Spazio - ha parlato della competizione in atto con il «vero rivale geopolitico» - la Cina - rimarcando che «la differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Potremmo arrivare presto, ma la storia recente suggerisce che potremmo arrivare tardi». Uno degli elementi principali dei piani presentati a Ignition è stato il blocco del progetto del Lunar gateway (parte centrale del programma Artemis), delegandone l’eventuale costruzione e gestione ai privati, e orientandosi verso la costruzione di una base lunare, con tanto di centrale nucleare e strutture di deposito per i dati della Intelligenza artificiale. I partner internazionali sono stati colti alla sprovvista: lo smantellamento del Gateway significa incertezza sugli investimenti realizzati per Artemis, e molti elementi già progettati potrebbero non essere riutilizzabili per una base lunare.
A prescindere dal danno economico e dallo scompiglio generato, tutto questo deve portarci a interrogarci sul senso della collaborazione con gli Usa. Siamo partner o comprimari irrilevanti? Su tutto questo la politica tace o è assente. Qualcuno dovrebbe risvegliarla. La seconda era spaziale non aspetterà l’Europa. L’Europa deve decidere. Vuole essere leader o limitarsi a osservare da bordo campo? È ancora possibile permettersi di non avere una politica industriale spaziale ben definita e attentamente monitorata? Occorre apportare cambiamenti significativi e velocemente. L’Ue deve agire ora: deve investire in modo ambizioso, innovare con urgenza, governare in modo coeso e sviluppare capacità spaziali indipendenti e resilienti. L’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo guida è aperta. Ma si sta chiudendo rapidamente.
di Mariano Bizzarri, Coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo Spazio
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