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L’«arma» del Papa: un mondo in preghiera

L’«arma» del Papa: un mondo in preghiera
Papa Francesco (Ansa)
  • Con la consacrazione della Russia e dell’Ucraina a Maria, il Pontefice ha invitato tutti i popoli a una «svolta spirituale». Da Roma e da Fatima, dove ha inviato il cardinale Konrad Krajewski. Chiarendo che la pace non arriverà né da «formule magiche», né dai missili.
  • Il padre di Articolo Uno Pierluigi Bersani: «Cinico chiedere la resa, sul riarmo vedo polemiche inutili».

Lo speciale contiene due articoli.


«A Maria, Madre del Redentore, affidiamo il grido di pace delle popolazioni oppresse dalla guerra e dalla violenza, perché il coraggio del dialogo e della riconciliazione prevalga sulle tentazioni di vendetta, di prepotenza, di corruzione». Con queste parole, affidate a un tweet, papa Francesco ha cominciato la sua giornata di ieri, culminata poi nel tardo pomeriggio con la preghiera di consacrazione al cuore immacolato di Maria del mondo intero e in modo particolare di Russia e Ucraina. Un momento di grande significato spirituale, ma anche di grande valore per la vita terrena, perché tra anima e corpo, tra preghiera e azione, c’è un canale diretto. «Alzare lo sguardo alle stelle», ha scritto ieri monsignor Paolo Pezzi, arcivescovo cattolico di Mosca, «significa introdurre un fattore imprevisto, ma certo sul destino degli uomini». Lo ha ripetuto anche Francesco nella liturgia penitenziale che ha preceduto la consacrazione: «Noi da soli non riusciamo a risolvere le contraddizioni della storia e nemmeno quelle del nostro cuore. Abbiamo bisogno della forza sapiente e mite di Dio…».

Non comprendere che una preghiera può fermare un missile è parte di quella malattia che attraversa il mondo e che Benedetto XVI, che ieri si è unito alla consacrazione in forma privata dal monastero Mater Ecclesiae, diagnosticava nel «vivere come se Dio non esistesse». È, infatti, la conversione del cuore che permette di cambiare lo sguardo sulla realtà e così vedere quello che agli occhi sembra invisibile. Le parole di vergogna del Papa su quel «gruppo di Stati» che «si sono impegnati a spendere il 2% del Pil in armi, come risposta a ciò che sta succedendo», hanno fatto balbettare molti. Per il Papa, è una «pazzia», ma tanti commentatori, anche intraecclesiali, indossato l’elmetto, non si capacitano del perché non lo indossi anche Francesco. In realtà non è difficile comprendere il senso delle parole del Papa, spese per instaurare «un modo diverso di governare il mondo». Per farlo basta avvertire il senso «metafisico» di ciò che è accaduto ieri pomeriggio.

Non si è pronunciato un pio rituale scaramantico, ma una preghiera. Peraltro, il riferimento è al messaggio di Fatima, dove ieri il cardinale Konrad Krajewski ha realizzato in contemporanea l’atto. La Vergine nel 1917 ha rivelato a tre pastorelli che per evitare guerre e dolori (anche nella Chiesa) era necessario pentirsi e tornare a Dio. Un messaggio rivolto innanzitutto all’Occidente, a quell’Europa che era sul punto di dimenticare completamente le proprie radici cristiane e alla vigilia della rivoluzione bolscevica; perché «la Russia non sparga i suoi errori per il mondo» è necessario, chiese la Madonna, compiere «la consacrazione della Russia al mio cuore immacolato e la comunione riparatrice nei primi sabati del mese». Questa richiesta, al di là delle polemiche sull’effettiva precisione della consacrazione, si ritiene sia stata esaudita nel 1984, sempre il 25 di marzo, da Giovanni Paolo II, tanto che in molte interpretazioni il crollo del muro di Berlino nel 1989 e quello del sistema imperiale socialcomunista, consumato nel 1991, sarebbero appunto frutto di quell’atto finalmente accolto dal Cielo. In ogni caso ci sono alcuni passaggi del messaggio di Fatima che sono ancora «aperti», il primo riguarda proprio la «conversione» della Russia. L’altro punto ancora aperto è la promessa del trionfo finale del cuore immacolato di Maria per cui la condizione è: «Penitenza, penitenza, penitenza!». «Se vogliamo che il mondo cambi», ha detto ieri Francesco, «deve cambiare anzitutto il nostro cuore», e ha chiesto di fissare lo sguardo sul cuore di Maria perché «lì la storia ha svoltato».

La consacrazione al cuore immacolato, ha detto il Papa, non è «una formula magica, ma un atto spirituale» che rimanda alla conversione. Per far fermare i missili con la preghiera occorre che il cuore dell’uomo si penta. L’atto di consacrazione, ha scritto il vescovo di Macerata, Nazzareno Marconi, «non vuol cambiare il cuore di Maria santissima o di Gesù [...], ma chiede il loro aiuto per cambiare i cuori degli uomini». Il Papa si è recato nel confessionale, dando l’esempio di quello che ieri ha predicato: è necessario mettere «in primo piano la prospettiva di Dio: così torneremo ad affezionarci alla confessione. Ne abbiamo bisogno, perché ogni rinascita interiore, ogni svolta spirituale comincia da qui, dal perdono di Dio».

Il rinnovo della consacrazione della Chiesa e dell’umanità intera e, in modo particolare, il popolo ucraino e il popolo russo, ha detto Francesco, «è il gesto del pieno affidamento dei figli che, nella tribolazione di questa guerra crudele e insensata che minaccia il mondo, ricorrono alla Madre, gettando nel suo cuore paura e dolore, consegnando sé stessi a lei». Nel mondo intero è stato impressionante il coinvolgimento di vescovi, santuari mariani, parrocchie, gruppi, famiglie, tutti in ginocchio in una preghiera corale come raramente si era vista, forse mai prima d’ora.

L’inno alla Vergine di Dante ci ricorda che Maria «è di speranza fontana vivace» e, rivolgendosi a lei, il sommo poeta dice che chi «vuol grazia e a te non ricorre, sua disianza vuol volar sanz’ali». Papa Francesco, con tutti i vescovi del mondo uniti a lui, compreso il Papa emerito, dimostra che vuole volare e sa dove sono le ali: «E mentre il rumore delle armi non tace, la tua preghiera ci disponga alla pace», implora il Papa mettendo nel cuore della Madre di tutte le grazie il mondo intero e in modo speciale Russia e Ucraina. Perché «abbiamo preferito ignorare Dio, convivere con le nostre falsità, alimentare l’aggressività, sopprimere vite e accumulare armi».


Bersani sposa la linea militarista. A sinistra il pacifismo non tira più

La sinistra e le armi all’Ucraina: il cortocircuito tra il tradizionale «pacifismo» degli ex compagni e la svolta militarista che invece sta caratterizzando le dichiarazioni dei big (se così si possono chiamare leader di partiti del 2%) è assai curioso, e altrettanto interessante. Semplificando al massimo un tema articolato, i sinistrati al governo ingoiano tutte le decisioni di Mario Draghi senza fiatare, mentre quelli all’opposizione sono liberi di esprimere il loro dissenso.

Prendiamo quel mansuetone di Pier Luigi Bersani, deputato di Articolo uno, il micro partito di Roberto Speranza. Sull’invio delle armi all’Ucraina e sull’aumento delle spese militari, Bersani parla come un «falco» dell’amministrazione americana: «Io su questo», dice Bersani a Tpi, «sono molto netto: non possiamo decidere noi se loro devono resistere o no. Trovo molto cinico il discorso di chi dice che è meglio se si arrendano. Solo loro possono deciderlo, ma finché non lo decidono la nostra linea è aiutarli ad aiutarsi. Che significa mandare armi e intensificare le sanzioni contro Putin, ma senza andare oltre. L’aumento delle spese militari? Nel tragico», aggiunge Bersani, «spunta sempre il ridicolo. Si fa polemica su un ordine del giorno che sostanzialmente conferma un impegno preso nel 2014 e sempre disatteso. Io penso che dopo l’Ucraina il mondo non sarà come prima e l’Europa dovrà darsi un nuovo modello di difesa».


A cosa è dovuta questa posizione di Bersani? Innanzitutto al fatto che, come dicevamo, Articolo uno è al governo, ma indiscrezioni attendibili raccontano anche che il partitino di Roberto Speranza starebbe per confluire nel Pd. O meglio: visto che alle prossime elezioni politiche sarebbe impossibile per Bersani & C. essere eletti con il loro simbolo, l’ipotesi più accreditata è che alcuni degli esponenti principali saranno ospitati come indipendenti nelle liste dem, in modo da ottenere qualche poltroncina in Parlamento.


Per sondare un po’ gli umori della sinistra cosiddetta radicale abbiamo sfogliato anche il Manifesto di questi ultimi giorni, e la confusione regna sovrana: editoriali pacifisti si alternano a commenti favorevoli all’invio delle armi in Ucraina.

Chi invece, essendo all’opposizione, può dire quello che vuole è Sinistra italiana, altro partitino di sinistra: «Condanniamo l’invasione della Russia in maniera molto netta», dice alla Verità Peppe De Cristofaro, ex sottosegretario ed esponente della segreteria nazionale di Si, «è un fatto gravissimo che nulla e nessuno può giustificare. Pensiamo che l’invio delle armi in Ucraina alimenti la guerra, piuttosto che aiutare a fermarla. Ci vorrebbe una grande offensiva diplomatica dell’Europa, il cui limite è proprio quello di non riuscire ad agire come soggetto politico».


Manco a dirlo, nel M5s regna il caos dopo che Giuseppe Conte ha annunciato il «no» del M5s all’aumento delle spese militari, senza escludere una crisi di governo. Un’affermazione che ha scatenato la consueta bagarre interna, in vista dell’ordine del giorno sull’argomento che verrà votato la settimana prossima in Senato. Alla Camera, i pentastellati hanno votato a favore dell’aumento al 2% del Pil delle spese militari, ora c’è incertezza su cosa accadrà a Palazzo Madama: «Si sta parlando di ordini del giorno», minimizza il capogruppo del M5s al Senato, Mariolina Castellone, «e gli ordini del giorno non sono un decreto o una legge ma un impegno che si chiede al governo. io credo che il prossimo momento di discussione sulle spese militari sarà il Documento di economia e finanza dove verranno stanziate le risorse».

Danila Solinas: «Trevallion vessati da chi dovrebbe aiutarli»
Danila Solinas (Getty images)
L’avvocato della famiglia nel bosco, prigioniera del Tribunale perché non potrebbe nemmeno tornare in Australia con i figli, lamenta la «violazione della privacy» dei bimbi: «La struttura esclude persino la nonna ottantenne ma apre le porte alla Rai».

Forse bisognerebbe smettere di chiamarla famiglia nel bosco. La verità è che i Trevallion sono da tempo la famiglia prigioniera. Rapita da uno Stato che la vessa e la svilisce, e che non sembra ascoltare nessuna delle voci che invitano alla ragione. Non i neuropsichiatri della Asl di Vasto che suggeriscono di ricongiungere genitori e figli, non gli appelli del Garante dell’infanzia che chiede la stessa cosa.

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Di tutti i migranti valutati dai medici solo un terzo è finito nei Cpr
Getty images
Continua l’inchiesta sul presunto ostruzionismo verso i rimpatri dei dottori di Ravenna. E gli indagati adesso salgono a otto.

Tra settembre 2024 e gennaio 2026, su 64 persone in attesa di espulsione ben 34 sarebbero state valutate non idonee al trasferimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), 10 avrebbero rifiutato la visita venendo quindi liberate, solo 20 sarebbero entrate nei centri. E diventano otto, sugli undici del reparto Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna, i medici indagati per aver dato parere negativo circa l’idoneità di stranieri irregolari al trasferimento nelle strutture.

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Gli italiani di Crans: «Uscite sbarrate, zero aiuti. Jessica Moretti è fuggita»
Ansa
Le prime testimonianze choc dei giovani sopravvissuti rese alla Procura di Roma: «Gli estintori non sono stati azionati, materiale ignifugo assente. Ci chiedevano 270 euro per una bottiglia, ai minori vendevano alcolici».

Confermano tutto i nostri ragazzi scampati all’incendio de Le Constellation. Dai letti di ospedale dove ancora lottano contro la sofferenza del corpo e dell’anima, sono stati ascoltati dagli investigatori incaricati dalla Procura di Roma per l’inchiesta italiana e hanno raccontato, tutti, la stessa agghiacciante verità: le uscite di sicurezza del locale erano sbarrate, nessuno nel momento del bisogno li ha indirizzati verso l’uscita, gli estintori non sono mai stati azionati. E Jessica Maric, proprietaria del locale insieme al marito Jacques Moretti, la prima che aveva il dovere di intervenire per salvare quelle giovani vite, mentre le fiamme divoravano i pannelli di spugna sul soffitto, è scappata e ha lasciato il locale, perfettamente illesa.

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Il Viminale dovrà pagare 21 milioni per l’occupazione cara a Vip e prelati
Konrad Krajewski (Ansa)
Contribuenti beffati: il ministero dell’Interno è stato condannato a risarcire il danno per il mancato sgombero dello Spin Time, il palazzo in mano all’estrema sinistra a cui don Bolletta riattivò il contatore.

Mentre sindacati, associazioni, comunisti col Rolex e personaggi del mondo dello spettacolo moltiplicano gli appelli per chiedere di non sgomberare Spin Time, la maxi occupazione abitativa all’Esquilino sostenuta anche da don Bolletta, l’elemosiniere di papa Francesco, cardinale Konrad Krajewski, che nel 2019 riattaccò personalmente i contatori che erano stati sigillati dal fornitore (lasciando il suo biglietto da visita per firmare il gesto), i giudici della Seconda sezione civile del tribunale di Roma condannano il ministero dell’Interno al pagamento di oltre 21 milioni di euro per «l’illegittima occupazione del fabbricato a far data dal 12 ottobre 2013» e per «la mancata esecuzione di un provvedimento giudiziario di sequestro preventivo e di quelli amministrativi di sgombero». È il cortocircuito perfetto tra piazza e giustizia.

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