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2022-03-26
L’«arma» del Papa: un mondo in preghiera
Papa Francesco (Ansa)
«A Maria, Madre del Redentore, affidiamo il grido di pace delle popolazioni oppresse dalla guerra e dalla violenza, perché il coraggio del dialogo e della riconciliazione prevalga sulle tentazioni di vendetta, di prepotenza, di corruzione». Con queste parole, affidate a un tweet, papa Francesco ha cominciato la sua giornata di ieri, culminata poi nel tardo pomeriggio con la preghiera di consacrazione al cuore immacolato di Maria del mondo intero e in modo particolare di Russia e Ucraina. Un momento di grande significato spirituale, ma anche di grande valore per la vita terrena, perché tra anima e corpo, tra preghiera e azione, c’è un canale diretto. «Alzare lo sguardo alle stelle», ha scritto ieri monsignor Paolo Pezzi, arcivescovo cattolico di Mosca, «significa introdurre un fattore imprevisto, ma certo sul destino degli uomini». Lo ha ripetuto anche Francesco nella liturgia penitenziale che ha preceduto la consacrazione: «Noi da soli non riusciamo a risolvere le contraddizioni della storia e nemmeno quelle del nostro cuore. Abbiamo bisogno della forza sapiente e mite di Dio…».
Non comprendere che una preghiera può fermare un missile è parte di quella malattia che attraversa il mondo e che Benedetto XVI, che ieri si è unito alla consacrazione in forma privata dal monastero Mater Ecclesiae, diagnosticava nel «vivere come se Dio non esistesse». È, infatti, la conversione del cuore che permette di cambiare lo sguardo sulla realtà e così vedere quello che agli occhi sembra invisibile. Le parole di vergogna del Papa su quel «gruppo di Stati» che «si sono impegnati a spendere il 2% del Pil in armi, come risposta a ciò che sta succedendo», hanno fatto balbettare molti. Per il Papa, è una «pazzia», ma tanti commentatori, anche intraecclesiali, indossato l’elmetto, non si capacitano del perché non lo indossi anche Francesco. In realtà non è difficile comprendere il senso delle parole del Papa, spese per instaurare «un modo diverso di governare il mondo». Per farlo basta avvertire il senso «metafisico» di ciò che è accaduto ieri pomeriggio.
Non si è pronunciato un pio rituale scaramantico, ma una preghiera. Peraltro, il riferimento è al messaggio di Fatima, dove ieri il cardinale Konrad Krajewski ha realizzato in contemporanea l’atto. La Vergine nel 1917 ha rivelato a tre pastorelli che per evitare guerre e dolori (anche nella Chiesa) era necessario pentirsi e tornare a Dio. Un messaggio rivolto innanzitutto all’Occidente, a quell’Europa che era sul punto di dimenticare completamente le proprie radici cristiane e alla vigilia della rivoluzione bolscevica; perché «la Russia non sparga i suoi errori per il mondo» è necessario, chiese la Madonna, compiere «la consacrazione della Russia al mio cuore immacolato e la comunione riparatrice nei primi sabati del mese». Questa richiesta, al di là delle polemiche sull’effettiva precisione della consacrazione, si ritiene sia stata esaudita nel 1984, sempre il 25 di marzo, da Giovanni Paolo II, tanto che in molte interpretazioni il crollo del muro di Berlino nel 1989 e quello del sistema imperiale socialcomunista, consumato nel 1991, sarebbero appunto frutto di quell’atto finalmente accolto dal Cielo. In ogni caso ci sono alcuni passaggi del messaggio di Fatima che sono ancora «aperti», il primo riguarda proprio la «conversione» della Russia. L’altro punto ancora aperto è la promessa del trionfo finale del cuore immacolato di Maria per cui la condizione è: «Penitenza, penitenza, penitenza!». «Se vogliamo che il mondo cambi», ha detto ieri Francesco, «deve cambiare anzitutto il nostro cuore», e ha chiesto di fissare lo sguardo sul cuore di Maria perché «lì la storia ha svoltato».
La consacrazione al cuore immacolato, ha detto il Papa, non è «una formula magica, ma un atto spirituale» che rimanda alla conversione. Per far fermare i missili con la preghiera occorre che il cuore dell’uomo si penta. L’atto di consacrazione, ha scritto il vescovo di Macerata, Nazzareno Marconi, «non vuol cambiare il cuore di Maria santissima o di Gesù [...], ma chiede il loro aiuto per cambiare i cuori degli uomini». Il Papa si è recato nel confessionale, dando l’esempio di quello che ieri ha predicato: è necessario mettere «in primo piano la prospettiva di Dio: così torneremo ad affezionarci alla confessione. Ne abbiamo bisogno, perché ogni rinascita interiore, ogni svolta spirituale comincia da qui, dal perdono di Dio».
Il rinnovo della consacrazione della Chiesa e dell’umanità intera e, in modo particolare, il popolo ucraino e il popolo russo, ha detto Francesco, «è il gesto del pieno affidamento dei figli che, nella tribolazione di questa guerra crudele e insensata che minaccia il mondo, ricorrono alla Madre, gettando nel suo cuore paura e dolore, consegnando sé stessi a lei». Nel mondo intero è stato impressionante il coinvolgimento di vescovi, santuari mariani, parrocchie, gruppi, famiglie, tutti in ginocchio in una preghiera corale come raramente si era vista, forse mai prima d’ora.
L’inno alla Vergine di Dante ci ricorda che Maria «è di speranza fontana vivace» e, rivolgendosi a lei, il sommo poeta dice che chi «vuol grazia e a te non ricorre, sua disianza vuol volar sanz’ali». Papa Francesco, con tutti i vescovi del mondo uniti a lui, compreso il Papa emerito, dimostra che vuole volare e sa dove sono le ali: «E mentre il rumore delle armi non tace, la tua preghiera ci disponga alla pace», implora il Papa mettendo nel cuore della Madre di tutte le grazie il mondo intero e in modo speciale Russia e Ucraina. Perché «abbiamo preferito ignorare Dio, convivere con le nostre falsità, alimentare l’aggressività, sopprimere vite e accumulare armi».
Bersani sposa la linea militarista. A sinistra il pacifismo non tira più
La sinistra e le armi all’Ucraina: il cortocircuito tra il tradizionale «pacifismo» degli ex compagni e la svolta militarista che invece sta caratterizzando le dichiarazioni dei big (se così si possono chiamare leader di partiti del 2%) è assai curioso, e altrettanto interessante. Semplificando al massimo un tema articolato, i sinistrati al governo ingoiano tutte le decisioni di Mario Draghi senza fiatare, mentre quelli all’opposizione sono liberi di esprimere il loro dissenso.
Prendiamo quel mansuetone di Pier Luigi Bersani, deputato di Articolo uno, il micro partito di Roberto Speranza. Sull’invio delle armi all’Ucraina e sull’aumento delle spese militari, Bersani parla come un «falco» dell’amministrazione americana: «Io su questo», dice Bersani a Tpi, «sono molto netto: non possiamo decidere noi se loro devono resistere o no. Trovo molto cinico il discorso di chi dice che è meglio se si arrendano. Solo loro possono deciderlo, ma finché non lo decidono la nostra linea è aiutarli ad aiutarsi. Che significa mandare armi e intensificare le sanzioni contro Putin, ma senza andare oltre. L’aumento delle spese militari? Nel tragico», aggiunge Bersani, «spunta sempre il ridicolo. Si fa polemica su un ordine del giorno che sostanzialmente conferma un impegno preso nel 2014 e sempre disatteso. Io penso che dopo l’Ucraina il mondo non sarà come prima e l’Europa dovrà darsi un nuovo modello di difesa».
A cosa è dovuta questa posizione di Bersani? Innanzitutto al fatto che, come dicevamo, Articolo uno è al governo, ma indiscrezioni attendibili raccontano anche che il partitino di Roberto Speranza starebbe per confluire nel Pd. O meglio: visto che alle prossime elezioni politiche sarebbe impossibile per Bersani & C. essere eletti con il loro simbolo, l’ipotesi più accreditata è che alcuni degli esponenti principali saranno ospitati come indipendenti nelle liste dem, in modo da ottenere qualche poltroncina in Parlamento.
Per sondare un po’ gli umori della sinistra cosiddetta radicale abbiamo sfogliato anche il Manifesto di questi ultimi giorni, e la confusione regna sovrana: editoriali pacifisti si alternano a commenti favorevoli all’invio delle armi in Ucraina.
Chi invece, essendo all’opposizione, può dire quello che vuole è Sinistra italiana, altro partitino di sinistra: «Condanniamo l’invasione della Russia in maniera molto netta», dice alla Verità Peppe De Cristofaro, ex sottosegretario ed esponente della segreteria nazionale di Si, «è un fatto gravissimo che nulla e nessuno può giustificare. Pensiamo che l’invio delle armi in Ucraina alimenti la guerra, piuttosto che aiutare a fermarla. Ci vorrebbe una grande offensiva diplomatica dell’Europa, il cui limite è proprio quello di non riuscire ad agire come soggetto politico».
Manco a dirlo, nel M5s regna il caos dopo che Giuseppe Conte ha annunciato il «no» del M5s all’aumento delle spese militari, senza escludere una crisi di governo. Un’affermazione che ha scatenato la consueta bagarre interna, in vista dell’ordine del giorno sull’argomento che verrà votato la settimana prossima in Senato. Alla Camera, i pentastellati hanno votato a favore dell’aumento al 2% del Pil delle spese militari, ora c’è incertezza su cosa accadrà a Palazzo Madama: «Si sta parlando di ordini del giorno», minimizza il capogruppo del M5s al Senato, Mariolina Castellone, «e gli ordini del giorno non sono un decreto o una legge ma un impegno che si chiede al governo. io credo che il prossimo momento di discussione sulle spese militari sarà il Documento di economia e finanza dove verranno stanziate le risorse».
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Con la consacrazione della Russia e dell’Ucraina a Maria, il Pontefice ha invitato tutti i popoli a una «svolta spirituale». Da Roma e da Fatima, dove ha inviato il cardinale Konrad Krajewski. Chiarendo che la pace non arriverà né da «formule magiche», né dai missili.Il padre di Articolo Uno Pierluigi Bersani: «Cinico chiedere la resa, sul riarmo vedo polemiche inutili».Lo speciale contiene due articoli.«A Maria, Madre del Redentore, affidiamo il grido di pace delle popolazioni oppresse dalla guerra e dalla violenza, perché il coraggio del dialogo e della riconciliazione prevalga sulle tentazioni di vendetta, di prepotenza, di corruzione». Con queste parole, affidate a un tweet, papa Francesco ha cominciato la sua giornata di ieri, culminata poi nel tardo pomeriggio con la preghiera di consacrazione al cuore immacolato di Maria del mondo intero e in modo particolare di Russia e Ucraina. Un momento di grande significato spirituale, ma anche di grande valore per la vita terrena, perché tra anima e corpo, tra preghiera e azione, c’è un canale diretto. «Alzare lo sguardo alle stelle», ha scritto ieri monsignor Paolo Pezzi, arcivescovo cattolico di Mosca, «significa introdurre un fattore imprevisto, ma certo sul destino degli uomini». Lo ha ripetuto anche Francesco nella liturgia penitenziale che ha preceduto la consacrazione: «Noi da soli non riusciamo a risolvere le contraddizioni della storia e nemmeno quelle del nostro cuore. Abbiamo bisogno della forza sapiente e mite di Dio…».Non comprendere che una preghiera può fermare un missile è parte di quella malattia che attraversa il mondo e che Benedetto XVI, che ieri si è unito alla consacrazione in forma privata dal monastero Mater Ecclesiae, diagnosticava nel «vivere come se Dio non esistesse». È, infatti, la conversione del cuore che permette di cambiare lo sguardo sulla realtà e così vedere quello che agli occhi sembra invisibile. Le parole di vergogna del Papa su quel «gruppo di Stati» che «si sono impegnati a spendere il 2% del Pil in armi, come risposta a ciò che sta succedendo», hanno fatto balbettare molti. Per il Papa, è una «pazzia», ma tanti commentatori, anche intraecclesiali, indossato l’elmetto, non si capacitano del perché non lo indossi anche Francesco. In realtà non è difficile comprendere il senso delle parole del Papa, spese per instaurare «un modo diverso di governare il mondo». Per farlo basta avvertire il senso «metafisico» di ciò che è accaduto ieri pomeriggio.Non si è pronunciato un pio rituale scaramantico, ma una preghiera. Peraltro, il riferimento è al messaggio di Fatima, dove ieri il cardinale Konrad Krajewski ha realizzato in contemporanea l’atto. La Vergine nel 1917 ha rivelato a tre pastorelli che per evitare guerre e dolori (anche nella Chiesa) era necessario pentirsi e tornare a Dio. Un messaggio rivolto innanzitutto all’Occidente, a quell’Europa che era sul punto di dimenticare completamente le proprie radici cristiane e alla vigilia della rivoluzione bolscevica; perché «la Russia non sparga i suoi errori per il mondo» è necessario, chiese la Madonna, compiere «la consacrazione della Russia al mio cuore immacolato e la comunione riparatrice nei primi sabati del mese». Questa richiesta, al di là delle polemiche sull’effettiva precisione della consacrazione, si ritiene sia stata esaudita nel 1984, sempre il 25 di marzo, da Giovanni Paolo II, tanto che in molte interpretazioni il crollo del muro di Berlino nel 1989 e quello del sistema imperiale socialcomunista, consumato nel 1991, sarebbero appunto frutto di quell’atto finalmente accolto dal Cielo. In ogni caso ci sono alcuni passaggi del messaggio di Fatima che sono ancora «aperti», il primo riguarda proprio la «conversione» della Russia. L’altro punto ancora aperto è la promessa del trionfo finale del cuore immacolato di Maria per cui la condizione è: «Penitenza, penitenza, penitenza!». «Se vogliamo che il mondo cambi», ha detto ieri Francesco, «deve cambiare anzitutto il nostro cuore», e ha chiesto di fissare lo sguardo sul cuore di Maria perché «lì la storia ha svoltato».La consacrazione al cuore immacolato, ha detto il Papa, non è «una formula magica, ma un atto spirituale» che rimanda alla conversione. Per far fermare i missili con la preghiera occorre che il cuore dell’uomo si penta. L’atto di consacrazione, ha scritto il vescovo di Macerata, Nazzareno Marconi, «non vuol cambiare il cuore di Maria santissima o di Gesù [...], ma chiede il loro aiuto per cambiare i cuori degli uomini». Il Papa si è recato nel confessionale, dando l’esempio di quello che ieri ha predicato: è necessario mettere «in primo piano la prospettiva di Dio: così torneremo ad affezionarci alla confessione. Ne abbiamo bisogno, perché ogni rinascita interiore, ogni svolta spirituale comincia da qui, dal perdono di Dio». Il rinnovo della consacrazione della Chiesa e dell’umanità intera e, in modo particolare, il popolo ucraino e il popolo russo, ha detto Francesco, «è il gesto del pieno affidamento dei figli che, nella tribolazione di questa guerra crudele e insensata che minaccia il mondo, ricorrono alla Madre, gettando nel suo cuore paura e dolore, consegnando sé stessi a lei». Nel mondo intero è stato impressionante il coinvolgimento di vescovi, santuari mariani, parrocchie, gruppi, famiglie, tutti in ginocchio in una preghiera corale come raramente si era vista, forse mai prima d’ora.L’inno alla Vergine di Dante ci ricorda che Maria «è di speranza fontana vivace» e, rivolgendosi a lei, il sommo poeta dice che chi «vuol grazia e a te non ricorre, sua disianza vuol volar sanz’ali». Papa Francesco, con tutti i vescovi del mondo uniti a lui, compreso il Papa emerito, dimostra che vuole volare e sa dove sono le ali: «E mentre il rumore delle armi non tace, la tua preghiera ci disponga alla pace», implora il Papa mettendo nel cuore della Madre di tutte le grazie il mondo intero e in modo speciale Russia e Ucraina. Perché «abbiamo preferito ignorare Dio, convivere con le nostre falsità, alimentare l’aggressività, sopprimere vite e accumulare armi».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-arma-del-papa-un-mondo-in-preghiera-2657041124.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bersani-sposa-la-linea-militarista-a-sinistra-il-pacifismo-non-tira-piu" data-post-id="2657041124" data-published-at="1648244188" data-use-pagination="False"> Bersani sposa la linea militarista. A sinistra il pacifismo non tira più La sinistra e le armi all’Ucraina: il cortocircuito tra il tradizionale «pacifismo» degli ex compagni e la svolta militarista che invece sta caratterizzando le dichiarazioni dei big (se così si possono chiamare leader di partiti del 2%) è assai curioso, e altrettanto interessante. Semplificando al massimo un tema articolato, i sinistrati al governo ingoiano tutte le decisioni di Mario Draghi senza fiatare, mentre quelli all’opposizione sono liberi di esprimere il loro dissenso. Prendiamo quel mansuetone di Pier Luigi Bersani, deputato di Articolo uno, il micro partito di Roberto Speranza. Sull’invio delle armi all’Ucraina e sull’aumento delle spese militari, Bersani parla come un «falco» dell’amministrazione americana: «Io su questo», dice Bersani a Tpi, «sono molto netto: non possiamo decidere noi se loro devono resistere o no. Trovo molto cinico il discorso di chi dice che è meglio se si arrendano. Solo loro possono deciderlo, ma finché non lo decidono la nostra linea è aiutarli ad aiutarsi. Che significa mandare armi e intensificare le sanzioni contro Putin, ma senza andare oltre. L’aumento delle spese militari? Nel tragico», aggiunge Bersani, «spunta sempre il ridicolo. Si fa polemica su un ordine del giorno che sostanzialmente conferma un impegno preso nel 2014 e sempre disatteso. Io penso che dopo l’Ucraina il mondo non sarà come prima e l’Europa dovrà darsi un nuovo modello di difesa». A cosa è dovuta questa posizione di Bersani? Innanzitutto al fatto che, come dicevamo, Articolo uno è al governo, ma indiscrezioni attendibili raccontano anche che il partitino di Roberto Speranza starebbe per confluire nel Pd. O meglio: visto che alle prossime elezioni politiche sarebbe impossibile per Bersani & C. essere eletti con il loro simbolo, l’ipotesi più accreditata è che alcuni degli esponenti principali saranno ospitati come indipendenti nelle liste dem, in modo da ottenere qualche poltroncina in Parlamento. Per sondare un po’ gli umori della sinistra cosiddetta radicale abbiamo sfogliato anche il Manifesto di questi ultimi giorni, e la confusione regna sovrana: editoriali pacifisti si alternano a commenti favorevoli all’invio delle armi in Ucraina. Chi invece, essendo all’opposizione, può dire quello che vuole è Sinistra italiana, altro partitino di sinistra: «Condanniamo l’invasione della Russia in maniera molto netta», dice alla Verità Peppe De Cristofaro, ex sottosegretario ed esponente della segreteria nazionale di Si, «è un fatto gravissimo che nulla e nessuno può giustificare. Pensiamo che l’invio delle armi in Ucraina alimenti la guerra, piuttosto che aiutare a fermarla. Ci vorrebbe una grande offensiva diplomatica dell’Europa, il cui limite è proprio quello di non riuscire ad agire come soggetto politico». Manco a dirlo, nel M5s regna il caos dopo che Giuseppe Conte ha annunciato il «no» del M5s all’aumento delle spese militari, senza escludere una crisi di governo. Un’affermazione che ha scatenato la consueta bagarre interna, in vista dell’ordine del giorno sull’argomento che verrà votato la settimana prossima in Senato. Alla Camera, i pentastellati hanno votato a favore dell’aumento al 2% del Pil delle spese militari, ora c’è incertezza su cosa accadrà a Palazzo Madama: «Si sta parlando di ordini del giorno», minimizza il capogruppo del M5s al Senato, Mariolina Castellone, «e gli ordini del giorno non sono un decreto o una legge ma un impegno che si chiede al governo. io credo che il prossimo momento di discussione sulle spese militari sarà il Documento di economia e finanza dove verranno stanziate le risorse».
L'accoglienza di Giorgia Meloni al primo ministro dell'India Narendra Modi a Villa Doria Pamphili (Ansa)
La visita di Narendra Modi a Roma non è stata una tappa di cortesia. È il segnale che l’Italia ha capito dove si sta spostando il baricentro del mondo.
Quando Giorgia Meloni ha accolto il premier indiano con un «Welcome to Rome, my friend», accompagnandolo anche in una visita notturna al Colosseo, molti hanno letto la scena come una fotografia di cordialità personale. È anche questo, naturalmente. Ma ridurre la visita di Modi a una questione di chimica tra leader, selfie e diplomazia social significa non vedere il punto essenziale.
Dietro l’immagine c’è una scelta politica. Roma e Nuova Delhi stanno provando a costruire una relazione che tiene insieme industria, difesa, energia, porti, migrazione qualificata, tecnologie critiche e sicurezza marittima. Adnkronos ha colto bene il senso della giornata, presentandola non come un semplice bilaterale, ma come un appuntamento che «va ben oltre il protocollo diplomatico».
La dichiarazione congiunta firmata il 20 maggio parla chiaro. Italia e India hanno elevato il rapporto a Special Strategic Partnership, prevedendo incontri annuali tra i leader, un meccanismo guidato dai ministri degli Esteri per seguire il Piano d’Azione Strategico 2025-2029, e l’obiettivo di portare il commercio bilaterale a 20 miliardi di euro entro il 2029. Per l’Italia, questo passaggio arriva in un momento decisivo. L’Europa è stretta fra la guerra a Est, l’instabilità in Medio Oriente, la competizione con la Cina, il rapporto sempre meno scontato con Washington e la necessità di difendere le proprie catene industriali. In questo contesto, l’India non è più un mercato lontano, interessante ma periferico. È una potenza demografica, tecnologica, militare e marittima che si muove con crescente autonomia. È anche uno dei pochi Paesi capaci di parlare con l’Occidente, con il Golfo, con il Sud globale e con una parte del mondo che l’Europa spesso non riesce più a interpretare.
Il cuore della visita è l’Indo-Mediterraneo. Non come formula accademica, ma come geografia reale. L’Oceano Indiano, il Golfo, il Mar Rosso, Suez, il Mediterraneo e l’Europa sono ormai parte di un unico sistema di sicurezza e commercio. Se una crisi blocca Hormuz, se il Mar Rosso diventa impraticabile, se le rotte energetiche vengono minacciate, il problema non è asiatico o mediorientale. È italiano. Colpisce i porti, le industrie, i prezzi dell’energia, le esportazioni e la sicurezza nazionale.
Per questo l’IMEC, il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, è molto più di un progetto infrastrutturale. È la risposta politica alla frammentazione delle rotte globali. Roma e Nuova Delhi hanno ribadito l’impegno a cooperare sul corridoio e hanno incoraggiato un primo incontro ministeriale IMEC capace di compiere passi concreti già nel 2026. Reuters aveva anticipato che l’IMEC sarebbe stato uno dei punti centrali del vertice, insieme al commercio, agli accordi industriali e alla sicurezza nell’Indo-Pacifico. Qui l’Italia può giocare una partita vera. Non da spettatrice europea, ma da potenza mediterranea. Il Piano Mattei, se vuole essere qualcosa di più di una formula politica, ha bisogno di agganciarsi a una rete più ampia. India, Golfo, Africa orientale, Nord Africa e Mediterraneo sono il quadrante naturale nel quale Roma può trasformare la propria posizione geografica in leva strategica. Per farlo, però, serve pensare da Paese industriale, non da amministratore di emergenze.
La difesa è il secondo pilastro. La dichiarazione congiunta parla di una Defence Industrial Roadmap, con cooperazione tecnologica, co-produzione e co-sviluppo in settori come elicotteri, piattaforme navali, armamenti marini e guerra elettronica. È un punto di enorme importanza per l’Italia. Leonardo, Fincantieri e l’intero ecosistema della difesa italiana hanno davanti un’opportunità che non riguarda solo la vendita di sistemi, ma l’inserimento in una catena industriale con una delle maggiori potenze militari del XXI secolo. Non è un dettaglio che i due Paesi abbiano anche deciso di lanciare un Dialogo sulla sicurezza marittima. L’Italia è una nazione di mare che troppo spesso finge di essere solo una penisola amministrativa. L’India è una potenza dell’Oceano Indiano che guarda a Malacca, al Golfo, all’Africa orientale e al Mediterraneo come parti di una stessa competizione. Le due visioni possono incontrarsi perché entrambe partono da una realtà semplice. Chi controlla o protegge le rotte controlla una parte decisiva della sovranità economica.C’è poi il capitolo sicurezza. Modi e Meloni hanno condannato terrorismo ed estremismo violento, compreso il terrorismo transfrontaliero, e hanno richiamato l’attacco di Pahalgam dell’aprile 2025. Hanno anche accolto il lavoro della task force permanente contro il finanziamento del terrorismo e l’intesa tra Guardia di Finanza e Directorate of Enforcement indiana. È un segnale politico non banale. L’Italia, che conosce il rapporto fra criminalità organizzata, flussi finanziari opachi e vulnerabilità sociali, ha interesse a rafforzare una cooperazione di intelligence economica con l’India. Anche la migrazione, tema spesso trattato in Italia solo in chiave emergenziale, entra in una cornice più seria. La dichiarazione parla di mobilità per studenti, ricercatori e lavoratori qualificati, in particolare nei settori STEM, e di una specifica dichiarazione d’intenti per facilitare l’arrivo di infermieri indiani in Italia. Allo stesso tempo, i due governi discutono di contrasto alla migrazione irregolare, allo sfruttamento del lavoro e alla tratta. Questa è la strada giusta. Non retorica buonista, non chiusura cieca, ma migrazione legale, selettiva, qualificata e controllata.
La visita di Modi arriva dopo un tour che ha incluso Emirati Arabi Uniti, Paesi Bassi, Svezia e Norvegia. Non è una sequenza casuale. È la mappa di un’India che cerca tecnologia, energia, investimenti, sicurezza marittima e accesso ai mercati europei. Roma, se saprà leggere il momento, può diventare uno degli snodi europei di questa strategia. Se non lo farà, altri Paesi lo faranno al posto nostro.
La forza politica di Meloni, in questa partita, sta nell’avere compreso che l’interesse nazionale italiano non si difende solo a Bruxelles o a Washington. Si difende anche costruendo rapporti solidi con potenze che non chiedono all’Italia di rinunciare alla propria identità, ma di giocare con più ambizione. L’India di Modi è una di queste.
Il Colosseo, dunque, non è stato solo uno sfondo suggestivo. È stato il simbolo di due civiltà antiche che provano a parlarsi nel linguaggio duro del presente. Rotte, industria, energia, difesa, tecnologia, migrazione qualificata. Questa è la grammatica del nuovo rapporto Italia-India.
Il punto ora è capire se l’Italia saprà trasformare la visita in politica industriale, oppure se la lascerà evaporare nella solita liturgia delle foto ufficiali. Per una volta, Roma ha davanti una strada che non guarda solo al passato imperiale delle sue pietre, ma alla geografia concreta del potere futuro. E quella strada, oggi, passa da Nuova Delhi.
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