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2022-02-20
Tensione massima a Kiev: uccisi due soldati ucraini. Esodo di civili dal Donbass
Ansa
Si è fatta altissima la tensione nel Donbass. Ieri, l’esercito ucraino ha reso noto che due dei suoi soldati sono rimasti uccisi nel corso di bombardamenti, condotti dai separatisti filorussi. Sempre l’esercito di Kiev ha riferito che, nelle prime dodici ore di sabato, i separatisti avrebbero violato il cessate il fuoco per 37 volte. Nel frattempo, si sono registrati flussi di profughi che dal Donbass si sono diretti in Russia: secondo quanto riferito dai media russi, si tratterebbe di oltre 10.000 persone. Il governo di Mosca si è detto «pronto ad accogliere i rifugiati» ed è in questo contesto che la regione russa di Rostov ha proclamato lo stato d’emergenza. Sempre a Rostov, secondo l’agenzia russa Tass, sarebbe scoppiato un mortaio ieri a un chilometro dal confine ucraino. In tutto questo, le due autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk hanno annunciato ieri una mobilitazione generale, mentre il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov ha detto al suo omologo francese, Jean-Yves Le Drian, che Kiev starebbe ammassando truppe a ridosso del Donbass.
Vista la pesante guerra di informazione in corso, è difficile dare un’interpretazione netta a quanto sta accadendo. Secondo i separatisti, l’evacuazione dei civili dalle due autoproclamate repubbliche sarebbe dovuta agli attacchi militari condotti dall’esercito ucraino. Una versione, questa, smentita da Kiev e da Washington, secondo cui l’evacuazione risulterebbe in realtà soltanto una messinscena con lo scopo di offrire a Mosca il pretesto per invadere il Donbass. In questo contesto, ieri la Cnn ha riferito che, in base a un’analisi dei metadati, i video in cui venerdì scorso i leader delle repubbliche di Lugansk e Donetsk annunciavano l’evacuazione risulterebbero essere stati registrati «giorni prima».
Nel mentre, si sono tenute ieri le esercitazioni russe, con lancio di missili balistici, supervisionate da Vladimir Putin e da Alexander Lukashenko. Due giorni fa, il leader del Cremlino aveva dichiarato che tali esercitazioni fossero puramente difensive: una spiegazione che non ha tuttavia convinto troppo il fronte occidentale. Del resto, che la tensione sia alta è testimoniato anche dal fatto che, sempre ieri, Francia, Austria e Germania hanno esortato i propri cittadini ad abbandonare immediatamente l’Ucraina, mentre le compagnie aeree Lufthansa e Austrian Airlines hanno interrotto i voli diretti a Kiev e Odessa. Non solo: la Nato ha infatti anche ritirato il proprio staff dalla capitale ucraina, mentre il capo del Pentagono, Lloyd Austin, ha detto che un’invasione russa potrebbe avvenire «in breve tempo». Tanto più che lo stato d’emergenza proclamato a Rostov potrebbe costituire un casus belli. Tutto questo, senza dimenticare un precedente sportivo un po’ inquietante. Oggi si concluderanno infatti le olimpiadi invernali di Pechino: ebbene, nel 2014, la crisi della Crimea ebbe luogo proprio mentre stavano volgendo al termine i giochi olimpici di Sochi. Tra l’altro, gli americani pensano che Putin possa sfruttare l’assenza del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che si è recato ieri alla conferenza sulla sicurezza di Monaco.
L’incertezza continua a regnare sovrana. È fuori di dubbio che Putin abbia un solido interesse ad approfittare della debolezza delle relazioni transatlantiche (certificata dalla crisi afgana), per tentare un colpo di mano nel Donbass o a Odessa. Ma è anche vero che un’eventuale offensiva rischierebbe di procurargli contraccolpi in termini di popolarità interna e di relazioni internazionali. Un’invasione (ridotta o su vasta scala) porterebbe infatti il leader russo a una crisi difficilmente reversibile con l’Occidente, spingendolo progressivamente a diventare il «junior partner» di Xi Jinping e a guastare i suoi (già non sempre idilliaci) rapporti con la Turchia. Putin, che deve barcamenarsi tra le fazioni anti-occidentali e filo-occidentali all’interno dell’establishment russo, si trova quindi a dover affrontare un dilemma strategico significativo.
Dall’altra parte, c’è chi suggerisce che Biden avrebbe interesse a soffiare sul fuoco della crisi ucraina, con l’obiettivo di dividere la Russia dall’Europa a suon di pesanti sanzioni. Va tuttavia sottolineato che, soprattutto in conseguenza del disastro afgano di agosto, l’attuale presidente statunitense stia rischiando moltissimo dalla crisi in corso: sia in termini di credibilità internazionale che di popolarità interna. Lo stesso spettro politico americano è diviso tra chi esorta l’inquilino della Casa Bianca a tirare il freno a mano e chi lo critica per essersi finora rivelato troppo blando e prevedibile: alcuni settori non gli perdonano, in particolare, di avere in parte replicato la fallimentare strategia adottata da Obama nella crisi della Crimea otto anni fa. Tra l’altro è assai improbabile che il dossier ucraino possa aiutare il presidente a stornare l’attenzione dalle sue (numerose) difficoltà interne. Bisognerebbe quindi essere cauti prima di dire che la Casa Bianca stia cercando di provocare la Russia, perché una simile tesi non tiene probabilmente in debito conto l’aggrovigliata situazione politica in seno agli Stati Uniti. Insomma, Biden e Putin rischiano entrambi parecchio da questa crisi. Solo dalla sua conclusione potremo realmente capire chi avrà vinto e chi avrà perso. Ma intanto la guerra di nervi si sta facendo sempre più pericolosa.
Zelensky chiede agli Usa sanzioni immediate
Un incontro con Vladimir Putin. È questo quanto auspicato ieri, durante la conferenza sulla sicurezza a Monaco, dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. «Non so cosa voglia il presidente russo. Per questo motivo, propongo di incontrarci», ha detto. «Sono il presidente», ha anche affermato nel suo discorso, «è importante che tutti i nostri partner e amici non siano d’accordo su nulla alle nostre spalle». «Non siamo nel panico», ha proseguito, «Siamo molto coerenti sul fatto che non stiamo rispondendo a nessuna provocazione».
Il leader ucraino ha anche definito il suo Paese come uno «scudo» per l’Europa. «Per otto anni, l’Ucraina ha tenuto a bada uno dei più grandi eserciti del mondo», ha affermato. Ricordiamo che, nei giorni scorsi, un incontro tra Putin e Zelensky era stato invocato anche da Mario Draghi, che si recherà la settimana prossima in missione diplomatica a Mosca.
A livello generale, la tensione resta comunque palpabile. «C’è ancora una possibilità per evitare inutili spargimenti di sangue, ma richiederà una schiacciante dimostrazione di solidarietà occidentale al di là di qualsiasi cosa abbiamo visto nella storia recente», ha dichiarato ieri il premier britannico, Boris Johnson. In tutto questo, parlando alla conferenza di Monaco, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha puntato il dito contro l’asse sino-russo. «Per la prima volta ora vediamo Pechino unirsi a Mosca chiedendo alla Nato di smettere di ammettere nuovi membri», ha detto. «È un tentativo di controllare il destino delle nazioni libere, di riscrivere il regolamento internazionale e di imporre i propri modelli di governo autoritari», ha proseguito. Ricordiamo che, a inizio febbraio, Vladimir Putin e Xi Jinping si sono incontrati a Pechino, per consolidare l’asse tra Russia e Cina. Nell’occasione, il presidente russo ha appoggiato le rivendicazioni cinesi su Taiwan, mentre il leader della Repubblica popolare si è detto contrario all’espansione della Nato a Est.
A intervenire è stata anche la vicepresidente americana, Kamala Harris, che ha cercato di compattare il fronte euro-atlantico. «Abbiamo preparato misure economiche che saranno rapide, severe e unite», ha affermato. «Prenderemo di mira le istituzioni finanziarie e i settori chiave della Russia. Prenderemo anche di mira coloro che sono complici e coloro che aiutano e favoriscono questa invasione non provocata». La Harris ha avuto inoltre un colloquio con Zelensky, in cui la vicepresidente americana, si legge in una nota, «ha sottolineato l’impegno degli Stati Uniti nei confronti della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina».
Non sono tuttavia mancate delle polemiche. In particolare, il presidente ucraino ha chiesto che le sanzioni antirusse vengano rese note subito, senza attendere il verificarsi di un’eventuale invasione da parte di Mosca. «Non abbiamo bisogno delle vostre sanzioni dopo il bombardamento e dopo che il nostro Paese sarà stato colpito o dopo che non avremo confini, o dopo che non avremo un’economia. Perché allora dovremmo aver bisogno di quelle sanzioni?», ha detto Zelensky.
Nel frattempo, in una telefonata con l’omologo francese Jean-Yves Le Drian, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov aveva invece criticato l’Occidente per non aver preso in considerazione le richieste di Mosca in materia di sicurezza. La Russia ha tra l’altro incassato anche il sostegno di Cuba nell’attuale crisi ucraina.
«È ingenuo credere che soddisfare alcune delle richieste della Russia porterà a una convivenza pacifica», ha dal canto suo dichiarato ieri a Monaco il premier polacco Mateusz Morawiecki.
Nei giorni scorsi, Varsavia aveva del resto a più riprese paventato il rischio che un’invasione russa possa determinare un’ondata migratoria diretta verso l’Unione europea. Un campanello d’allarme è stato suonato anche dal ministro degli Esteri britannico, Liz Truss.
«Lo scenario peggiore potrebbe verificarsi già la prossima settimana. La realtà è che la Russia vuole riportare indietro l’orologio», ha detto. «Solo nell’ultima settimana, abbiamo assistito a un raddoppio della disinformazione e abbiamo assistito a operazioni false flag nella regione del Donbass».
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Esplosioni al confine. Migliaia di evacuati verso Rostov. Vladimir Putin ai test dei missili nucleari con Alexander Lukashenko. Germania e Francia ai connazionali: «Lasciate il Paese».Il presidente ucraino auspica un incontro con l’omologo russo e polemizza: «Ci proteggeremo con o senza partner».Lo speciale contiene due articoli.Si è fatta altissima la tensione nel Donbass. Ieri, l’esercito ucraino ha reso noto che due dei suoi soldati sono rimasti uccisi nel corso di bombardamenti, condotti dai separatisti filorussi. Sempre l’esercito di Kiev ha riferito che, nelle prime dodici ore di sabato, i separatisti avrebbero violato il cessate il fuoco per 37 volte. Nel frattempo, si sono registrati flussi di profughi che dal Donbass si sono diretti in Russia: secondo quanto riferito dai media russi, si tratterebbe di oltre 10.000 persone. Il governo di Mosca si è detto «pronto ad accogliere i rifugiati» ed è in questo contesto che la regione russa di Rostov ha proclamato lo stato d’emergenza. Sempre a Rostov, secondo l’agenzia russa Tass, sarebbe scoppiato un mortaio ieri a un chilometro dal confine ucraino. In tutto questo, le due autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk hanno annunciato ieri una mobilitazione generale, mentre il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov ha detto al suo omologo francese, Jean-Yves Le Drian, che Kiev starebbe ammassando truppe a ridosso del Donbass. Vista la pesante guerra di informazione in corso, è difficile dare un’interpretazione netta a quanto sta accadendo. Secondo i separatisti, l’evacuazione dei civili dalle due autoproclamate repubbliche sarebbe dovuta agli attacchi militari condotti dall’esercito ucraino. Una versione, questa, smentita da Kiev e da Washington, secondo cui l’evacuazione risulterebbe in realtà soltanto una messinscena con lo scopo di offrire a Mosca il pretesto per invadere il Donbass. In questo contesto, ieri la Cnn ha riferito che, in base a un’analisi dei metadati, i video in cui venerdì scorso i leader delle repubbliche di Lugansk e Donetsk annunciavano l’evacuazione risulterebbero essere stati registrati «giorni prima». Nel mentre, si sono tenute ieri le esercitazioni russe, con lancio di missili balistici, supervisionate da Vladimir Putin e da Alexander Lukashenko. Due giorni fa, il leader del Cremlino aveva dichiarato che tali esercitazioni fossero puramente difensive: una spiegazione che non ha tuttavia convinto troppo il fronte occidentale. Del resto, che la tensione sia alta è testimoniato anche dal fatto che, sempre ieri, Francia, Austria e Germania hanno esortato i propri cittadini ad abbandonare immediatamente l’Ucraina, mentre le compagnie aeree Lufthansa e Austrian Airlines hanno interrotto i voli diretti a Kiev e Odessa. Non solo: la Nato ha infatti anche ritirato il proprio staff dalla capitale ucraina, mentre il capo del Pentagono, Lloyd Austin, ha detto che un’invasione russa potrebbe avvenire «in breve tempo». Tanto più che lo stato d’emergenza proclamato a Rostov potrebbe costituire un casus belli. Tutto questo, senza dimenticare un precedente sportivo un po’ inquietante. Oggi si concluderanno infatti le olimpiadi invernali di Pechino: ebbene, nel 2014, la crisi della Crimea ebbe luogo proprio mentre stavano volgendo al termine i giochi olimpici di Sochi. Tra l’altro, gli americani pensano che Putin possa sfruttare l’assenza del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che si è recato ieri alla conferenza sulla sicurezza di Monaco. L’incertezza continua a regnare sovrana. È fuori di dubbio che Putin abbia un solido interesse ad approfittare della debolezza delle relazioni transatlantiche (certificata dalla crisi afgana), per tentare un colpo di mano nel Donbass o a Odessa. Ma è anche vero che un’eventuale offensiva rischierebbe di procurargli contraccolpi in termini di popolarità interna e di relazioni internazionali. Un’invasione (ridotta o su vasta scala) porterebbe infatti il leader russo a una crisi difficilmente reversibile con l’Occidente, spingendolo progressivamente a diventare il «junior partner» di Xi Jinping e a guastare i suoi (già non sempre idilliaci) rapporti con la Turchia. Putin, che deve barcamenarsi tra le fazioni anti-occidentali e filo-occidentali all’interno dell’establishment russo, si trova quindi a dover affrontare un dilemma strategico significativo. Dall’altra parte, c’è chi suggerisce che Biden avrebbe interesse a soffiare sul fuoco della crisi ucraina, con l’obiettivo di dividere la Russia dall’Europa a suon di pesanti sanzioni. Va tuttavia sottolineato che, soprattutto in conseguenza del disastro afgano di agosto, l’attuale presidente statunitense stia rischiando moltissimo dalla crisi in corso: sia in termini di credibilità internazionale che di popolarità interna. Lo stesso spettro politico americano è diviso tra chi esorta l’inquilino della Casa Bianca a tirare il freno a mano e chi lo critica per essersi finora rivelato troppo blando e prevedibile: alcuni settori non gli perdonano, in particolare, di avere in parte replicato la fallimentare strategia adottata da Obama nella crisi della Crimea otto anni fa. Tra l’altro è assai improbabile che il dossier ucraino possa aiutare il presidente a stornare l’attenzione dalle sue (numerose) difficoltà interne. Bisognerebbe quindi essere cauti prima di dire che la Casa Bianca stia cercando di provocare la Russia, perché una simile tesi non tiene probabilmente in debito conto l’aggrovigliata situazione politica in seno agli Stati Uniti. Insomma, Biden e Putin rischiano entrambi parecchio da questa crisi. Solo dalla sua conclusione potremo realmente capire chi avrà vinto e chi avrà perso. Ma intanto la guerra di nervi si sta facendo sempre più pericolosa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kiev-uccisi-due-soldati-ucraini-2656730785.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zelensky-chiede-agli-usa-sanzioni-immediate" data-post-id="2656730785" data-published-at="1645360328" data-use-pagination="False"> Zelensky chiede agli Usa sanzioni immediate Un incontro con Vladimir Putin. È questo quanto auspicato ieri, durante la conferenza sulla sicurezza a Monaco, dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. «Non so cosa voglia il presidente russo. Per questo motivo, propongo di incontrarci», ha detto. «Sono il presidente», ha anche affermato nel suo discorso, «è importante che tutti i nostri partner e amici non siano d’accordo su nulla alle nostre spalle». «Non siamo nel panico», ha proseguito, «Siamo molto coerenti sul fatto che non stiamo rispondendo a nessuna provocazione». Il leader ucraino ha anche definito il suo Paese come uno «scudo» per l’Europa. «Per otto anni, l’Ucraina ha tenuto a bada uno dei più grandi eserciti del mondo», ha affermato. Ricordiamo che, nei giorni scorsi, un incontro tra Putin e Zelensky era stato invocato anche da Mario Draghi, che si recherà la settimana prossima in missione diplomatica a Mosca. A livello generale, la tensione resta comunque palpabile. «C’è ancora una possibilità per evitare inutili spargimenti di sangue, ma richiederà una schiacciante dimostrazione di solidarietà occidentale al di là di qualsiasi cosa abbiamo visto nella storia recente», ha dichiarato ieri il premier britannico, Boris Johnson. In tutto questo, parlando alla conferenza di Monaco, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha puntato il dito contro l’asse sino-russo. «Per la prima volta ora vediamo Pechino unirsi a Mosca chiedendo alla Nato di smettere di ammettere nuovi membri», ha detto. «È un tentativo di controllare il destino delle nazioni libere, di riscrivere il regolamento internazionale e di imporre i propri modelli di governo autoritari», ha proseguito. Ricordiamo che, a inizio febbraio, Vladimir Putin e Xi Jinping si sono incontrati a Pechino, per consolidare l’asse tra Russia e Cina. Nell’occasione, il presidente russo ha appoggiato le rivendicazioni cinesi su Taiwan, mentre il leader della Repubblica popolare si è detto contrario all’espansione della Nato a Est. A intervenire è stata anche la vicepresidente americana, Kamala Harris, che ha cercato di compattare il fronte euro-atlantico. «Abbiamo preparato misure economiche che saranno rapide, severe e unite», ha affermato. «Prenderemo di mira le istituzioni finanziarie e i settori chiave della Russia. Prenderemo anche di mira coloro che sono complici e coloro che aiutano e favoriscono questa invasione non provocata». La Harris ha avuto inoltre un colloquio con Zelensky, in cui la vicepresidente americana, si legge in una nota, «ha sottolineato l’impegno degli Stati Uniti nei confronti della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina». Non sono tuttavia mancate delle polemiche. In particolare, il presidente ucraino ha chiesto che le sanzioni antirusse vengano rese note subito, senza attendere il verificarsi di un’eventuale invasione da parte di Mosca. «Non abbiamo bisogno delle vostre sanzioni dopo il bombardamento e dopo che il nostro Paese sarà stato colpito o dopo che non avremo confini, o dopo che non avremo un’economia. Perché allora dovremmo aver bisogno di quelle sanzioni?», ha detto Zelensky. Nel frattempo, in una telefonata con l’omologo francese Jean-Yves Le Drian, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov aveva invece criticato l’Occidente per non aver preso in considerazione le richieste di Mosca in materia di sicurezza. La Russia ha tra l’altro incassato anche il sostegno di Cuba nell’attuale crisi ucraina. «È ingenuo credere che soddisfare alcune delle richieste della Russia porterà a una convivenza pacifica», ha dal canto suo dichiarato ieri a Monaco il premier polacco Mateusz Morawiecki. Nei giorni scorsi, Varsavia aveva del resto a più riprese paventato il rischio che un’invasione russa possa determinare un’ondata migratoria diretta verso l’Unione europea. Un campanello d’allarme è stato suonato anche dal ministro degli Esteri britannico, Liz Truss. «Lo scenario peggiore potrebbe verificarsi già la prossima settimana. La realtà è che la Russia vuole riportare indietro l’orologio», ha detto. «Solo nell’ultima settimana, abbiamo assistito a un raddoppio della disinformazione e abbiamo assistito a operazioni false flag nella regione del Donbass».
Giorgia Meloni e il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune (Ansa)
Il premier rilancia una cooperazione che ha nell’energia il suo pilastro, ma che si estende ormai a un perimetro più ampio, dall’agricoltura alla formazione, fino alla sicurezza regionale.
«Sono molti gli ambiti della nostra cooperazione. Con il presidente Tebboune abbiamo deciso di rafforzare la nostra solidissima collaborazione che coinvolge anche i nostri due campioni nazionali, Eni e Sonatrach, anche lavorando su nuovi fronti come lo shale gas e l’esplorazione offshore. Questo consentirà anche in prospettiva di rafforzare il flusso di fornitura di gas all’Italia», ha detto Meloni. Il gasdotto Transmed, che collega i giacimenti algerini alla Sicilia sin dagli anni Ottanta, si conferma l’asse portante di questa relazione, in un quadro in cui il Mediterraneo torna centrale nelle strategie energetiche europee.
L’incontro è servito anche per porre le basi della creazione di una Camera di Commercio Italia-Algeria «come strumento stabile per liberare il potenziale che è ancora inespresso nelle nostre relazioni». La premier ha sottolineato il «dinamismo» e il «know how delle imprese». In prospettiva c’è l’organizzazione di un nuovo vertice intergovernativo, «più velocemente possibile». Il presidente algerino ha ribadito la volontà di «approfondire le relazioni» anche nell’ambito del piano Mattei.
La missione di Giorgia Meloni assume un valore rilevante alla luce della dichiarazione di forza maggiore arrivata dalla QatarEnergy, che è pronta a rivedere i contratti già in essere a causa del danneggiamento di alcuni impianti colpiti dai missili iraniani. Roma, rafforzando una direttrice energetica considerata più stabile e politicamente affidabile, gioca in anticipo rispetto ad altri attori europei - a partire dalla Spagna - che ora cercano di recuperare terreno. Oggi il ministro degli Esteri spagnolo, Josè Manuel Albares, volerà ad Algeri, a quattro anni dalla crisi diplomatica, per riaprire un canale politico e preparare una successiva visita del premier Pedro Sánchez finalizzata a ottenere maggiori forniture di gas. Un’operazione che arriva quando l’Italia ha già consolidato il proprio asse con il Paese africano.
Giorgia Meloni, al termine dell’incontro, ha sottolineato come in una fase di «instabilità crescente il rapporto tra Roma e Algeri resta una delle straordinarie certezze sulle quali poter contare». Un legame che, ha aggiunto, non è mai stato «così solido e così proficuo».
Nel 2025 l’Algeria si è confermata il primo fornitore di gas dell’Italia, con oltre 20 miliardi di metri cubi importati su un totale di circa 61 miliardi, consolidando un ruolo ulteriormente rafforzato dopo la riduzione delle forniture russe. A questo si aggiunge la crescente componente di gas naturale liquefatto (Gnl): nel corso dell’anno sono arrivati nei terminali italiani 47 carichi provenienti da questo Paese su un totale di 221, pari a circa il 21%. Un dato in linea, ma in aumento in termini assoluti, rispetto al 2024, quando i carichi erano stati 31 su 150 complessivi (circa il 20,7%). L’incremento di 16 carichi su base annua, pari a oltre il 50%, segnala una strategia sempre più orientata alla flessibilità delle forniture via nave, complementare ai flussi via tubo.
Accanto all’energia, la collaborazione si estende al Piano Mattei per l’Africa. Tra i temi principali figura il progetto di agricoltura desertica in partenariato con Bf International per il recupero di oltre 36.000 ettari di terreno desertico destinati alla produzione agricola. «Il progetto procede in modo spedito, con la campagna di semina che nel 2026 passerà da 7.000 a 13.000 ettari», ha affermato Meloni. Parallelamente, prende forma il centro di formazione professionale agricolo di Sidi Bel Abbes, destinato a diventare un hub di riferimento per l’intero continente africano. «Abbiamo ottenuto circa 100 candidature per la posizione di direttore», ha sottolineato la premier, evidenziando «l’attenzione e la rilevanza attribuite a questa iniziativa», con l’obiettivo di avviare le attività entro l’estate. Meloni ha sottolineato la «forte complementarietà» tra le due economie, indicando settori chiave come agroindustria, difesa, farmaceutica, infrastrutture, logistica e digitale. Il Piano Mattei include, inoltre, un ampio ventaglio di iniziative congiunte nei settori dell’energia, del digitale, della cultura e del turismo. La premier ha riconosciuto il ruolo «straordinario» svolto dall’Algeria nell’area, sottolineando come la cooperazione tra i due Paesi sia essenziale per contrastare jihadismo e criminalità transnazionale. Sul fronte migratorio, Meloni ha definito la collaborazione con Algeri «un modello per la regione», evidenziando come abbia contribuito a ridurre gli sbarchi irregolari e le morti nel Mediterraneo.
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L’ipotesi di un accordo, che includerebbe limiti al programma nucleare iraniano e la riapertura dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz in cambio di un alleggerimento delle sanzioni, ha innescato prese di profitto diffuse, almeno fino a un certo punto della giornata.
A rafforzare la pressione ribassista si sono aggiunti, sempre ieri, i dati sulle scorte statunitensi. Le scorte commerciali di petrolio greggio negli Stati Uniti (escluse quelle della Riserva strategica di petrolio) sono aumentate di 6,9 milioni di barili rispetto alla settimana precedente. Con 456,2 milioni di barili, le scorte di petrolio greggio negli Stati Uniti sono ora lievemente al di sopra della media quinquennale per questo periodo dell’anno. Le scorte totali di benzina sono invece diminuite di 2,6 milioni di barili rispetto alla settimana scorsa, ma sono il 3% al di sopra della media quinquennale per questo periodo dell’anno. Sia le scorte di benzina raffinata che quelle di componenti per la miscelazione sono diminuite la settimana scorsa.
Questo segnale non drammatico sul lato delle scorte ha contribuito a raffreddare temporaneamente il mercato. Tuttavia, la fase negativa è stata assai smorzata quando Teheran ha respinto la proposta americana, giudicando impraticabile un cessate il fuoco alle condizioni attuali e dopo la notizia di un nuovo attacco presso la centrale nucleare di Bushehr. Il rischio di un allargamento del conflitto nel Medio Oriente continua a sostenere i prezzi, cui si aggiunge l’effetto dei danni alle infrastrutture energetiche nell’area. Ieri Saudi Aramco, la compagnia petrolifera araba, ha annunciato un aumento delle esportazioni di greggio attraverso il porto di Yanbu nel Mar Rosso, che consente di evitare lo Stretto di Hormuz bloccato. Negli ultimi cinque giorni, le spedizioni sono state attorno ad una media di 4,4 milioni di barili al giorno, vicini all’obiettivo di 5 milioni di barili al giorno. Nel frattempo, però, secondo alcune stime circa il 40% della produzione di petrolio russo destinata all’esportazione sarebbe bloccata dopo gli attacchi ucraini con droni sugli impianti russi in questi giorni.
Da Tokyo, le grandi compagnie del gas avvisano che la domanda nipponica di gas potrebbe diminuire se la guerra in Iran dovesse continuare a limitare l’approvvigionamento di nafta agli impianti petrolchimici in Giappone. In pratica, se le fabbriche di materiali plastici fossero costrette a ridurre la produzione a causa della carenza di materie prime, anche i consumi di gas industriali calerebbero. Si comincia quindi a parlare apertamente di distruzione della domanda, il che è molto preoccupante.
In Europa i prezzi della benzina restano alti e i governi cercano di trovare dei rimedi. A parte i casi di reali comportamenti scorretti e a parte la gestione fiscale propria di ogni Paese, va detto però che il prezzo di gasolio e benzina si è impennato già alla fonte, cioè a bocca di raffineria. Per capire che cosa sta succedendo, guardiamo al cosiddetto crack spread, un modo semplice per misurare di quanto sia aumentato il costo della benzina e del gasolio rispetto al costo del barile di petrolio greggio.
È un indicatore molto grezzo della redditività dell’attività di raffinazione, che parte dall’assunto che in media da tre barili di petrolio greggio si ottengono circa due barili di benzina e uno di diesel. Si usa questa proporzione per costruire un indicatore sintetico e approssimativo dei margini di raffinazione. È calcolato utilizzando la somma del valore dei prodotti ottenuti, da cui si sottrae il costo del petrolio greggio. Il risultato è un numero espresso in dollari per barile, che non rappresenta il margine reale di una singola raffineria, ma una stima standardizzata che consente di capire in tempo reale se il settore sta guadagnando molto o poco.
Se il crack spread è alto significa che benzina e diesel valgono molto più del greggio. In altre parole, trasformare petrolio in carburanti è particolarmente redditizio. Se è basso, accade il contrario e i margini si comprimono. Questo indicatore è utile perché fotografa una fase precisa del mercato energetico, dando una idea della capacità di trasformare il petrolio in prodotti utilizzabili, perché nessuno utilizza il greggio direttamente così com’è. Il petrolio viene sempre trasformato. Nei momenti di tensione, come durante l’attuale crisi nel Golfo Persico, può accadere che il prezzo del greggio salga, ma che i prezzi dei prodotti raffinati salgano ancora di più. Questo indica che la raffinazione e la logistica stanno diventando il vero collo di bottiglia. Per questo il crack spread è osservato con attenzione da trader, compagnie petrolifere e governi. Quando si allarga e cresce di valore indica profitti per le raffinerie, ma anche prezzi più alti per consumatori e imprese. È uno di quei numeri che, pur restando poco noto al grande pubblico, racconta molto di ciò che accade dietro il prezzo alla pompa.
Ebbene, il crack spread segnala che anche se il prezzo del petrolio greggio è calato un po’, i prezzi di benzina e gasolio restano alti, con la raffinazione che incamera margini cospicui. Il prezzo di gasolio e benzina, cioè, arriva alla pompa già alto e potrebbe restare tale ancora per diverso tempo.
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