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2022-02-20
Tensione massima a Kiev: uccisi due soldati ucraini. Esodo di civili dal Donbass
Ansa
Si è fatta altissima la tensione nel Donbass. Ieri, l’esercito ucraino ha reso noto che due dei suoi soldati sono rimasti uccisi nel corso di bombardamenti, condotti dai separatisti filorussi. Sempre l’esercito di Kiev ha riferito che, nelle prime dodici ore di sabato, i separatisti avrebbero violato il cessate il fuoco per 37 volte. Nel frattempo, si sono registrati flussi di profughi che dal Donbass si sono diretti in Russia: secondo quanto riferito dai media russi, si tratterebbe di oltre 10.000 persone. Il governo di Mosca si è detto «pronto ad accogliere i rifugiati» ed è in questo contesto che la regione russa di Rostov ha proclamato lo stato d’emergenza. Sempre a Rostov, secondo l’agenzia russa Tass, sarebbe scoppiato un mortaio ieri a un chilometro dal confine ucraino. In tutto questo, le due autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk hanno annunciato ieri una mobilitazione generale, mentre il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov ha detto al suo omologo francese, Jean-Yves Le Drian, che Kiev starebbe ammassando truppe a ridosso del Donbass.
Vista la pesante guerra di informazione in corso, è difficile dare un’interpretazione netta a quanto sta accadendo. Secondo i separatisti, l’evacuazione dei civili dalle due autoproclamate repubbliche sarebbe dovuta agli attacchi militari condotti dall’esercito ucraino. Una versione, questa, smentita da Kiev e da Washington, secondo cui l’evacuazione risulterebbe in realtà soltanto una messinscena con lo scopo di offrire a Mosca il pretesto per invadere il Donbass. In questo contesto, ieri la Cnn ha riferito che, in base a un’analisi dei metadati, i video in cui venerdì scorso i leader delle repubbliche di Lugansk e Donetsk annunciavano l’evacuazione risulterebbero essere stati registrati «giorni prima».
Nel mentre, si sono tenute ieri le esercitazioni russe, con lancio di missili balistici, supervisionate da Vladimir Putin e da Alexander Lukashenko. Due giorni fa, il leader del Cremlino aveva dichiarato che tali esercitazioni fossero puramente difensive: una spiegazione che non ha tuttavia convinto troppo il fronte occidentale. Del resto, che la tensione sia alta è testimoniato anche dal fatto che, sempre ieri, Francia, Austria e Germania hanno esortato i propri cittadini ad abbandonare immediatamente l’Ucraina, mentre le compagnie aeree Lufthansa e Austrian Airlines hanno interrotto i voli diretti a Kiev e Odessa. Non solo: la Nato ha infatti anche ritirato il proprio staff dalla capitale ucraina, mentre il capo del Pentagono, Lloyd Austin, ha detto che un’invasione russa potrebbe avvenire «in breve tempo». Tanto più che lo stato d’emergenza proclamato a Rostov potrebbe costituire un casus belli. Tutto questo, senza dimenticare un precedente sportivo un po’ inquietante. Oggi si concluderanno infatti le olimpiadi invernali di Pechino: ebbene, nel 2014, la crisi della Crimea ebbe luogo proprio mentre stavano volgendo al termine i giochi olimpici di Sochi. Tra l’altro, gli americani pensano che Putin possa sfruttare l’assenza del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che si è recato ieri alla conferenza sulla sicurezza di Monaco.
L’incertezza continua a regnare sovrana. È fuori di dubbio che Putin abbia un solido interesse ad approfittare della debolezza delle relazioni transatlantiche (certificata dalla crisi afgana), per tentare un colpo di mano nel Donbass o a Odessa. Ma è anche vero che un’eventuale offensiva rischierebbe di procurargli contraccolpi in termini di popolarità interna e di relazioni internazionali. Un’invasione (ridotta o su vasta scala) porterebbe infatti il leader russo a una crisi difficilmente reversibile con l’Occidente, spingendolo progressivamente a diventare il «junior partner» di Xi Jinping e a guastare i suoi (già non sempre idilliaci) rapporti con la Turchia. Putin, che deve barcamenarsi tra le fazioni anti-occidentali e filo-occidentali all’interno dell’establishment russo, si trova quindi a dover affrontare un dilemma strategico significativo.
Dall’altra parte, c’è chi suggerisce che Biden avrebbe interesse a soffiare sul fuoco della crisi ucraina, con l’obiettivo di dividere la Russia dall’Europa a suon di pesanti sanzioni. Va tuttavia sottolineato che, soprattutto in conseguenza del disastro afgano di agosto, l’attuale presidente statunitense stia rischiando moltissimo dalla crisi in corso: sia in termini di credibilità internazionale che di popolarità interna. Lo stesso spettro politico americano è diviso tra chi esorta l’inquilino della Casa Bianca a tirare il freno a mano e chi lo critica per essersi finora rivelato troppo blando e prevedibile: alcuni settori non gli perdonano, in particolare, di avere in parte replicato la fallimentare strategia adottata da Obama nella crisi della Crimea otto anni fa. Tra l’altro è assai improbabile che il dossier ucraino possa aiutare il presidente a stornare l’attenzione dalle sue (numerose) difficoltà interne. Bisognerebbe quindi essere cauti prima di dire che la Casa Bianca stia cercando di provocare la Russia, perché una simile tesi non tiene probabilmente in debito conto l’aggrovigliata situazione politica in seno agli Stati Uniti. Insomma, Biden e Putin rischiano entrambi parecchio da questa crisi. Solo dalla sua conclusione potremo realmente capire chi avrà vinto e chi avrà perso. Ma intanto la guerra di nervi si sta facendo sempre più pericolosa.
Zelensky chiede agli Usa sanzioni immediate
Un incontro con Vladimir Putin. È questo quanto auspicato ieri, durante la conferenza sulla sicurezza a Monaco, dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. «Non so cosa voglia il presidente russo. Per questo motivo, propongo di incontrarci», ha detto. «Sono il presidente», ha anche affermato nel suo discorso, «è importante che tutti i nostri partner e amici non siano d’accordo su nulla alle nostre spalle». «Non siamo nel panico», ha proseguito, «Siamo molto coerenti sul fatto che non stiamo rispondendo a nessuna provocazione».
Il leader ucraino ha anche definito il suo Paese come uno «scudo» per l’Europa. «Per otto anni, l’Ucraina ha tenuto a bada uno dei più grandi eserciti del mondo», ha affermato. Ricordiamo che, nei giorni scorsi, un incontro tra Putin e Zelensky era stato invocato anche da Mario Draghi, che si recherà la settimana prossima in missione diplomatica a Mosca.
A livello generale, la tensione resta comunque palpabile. «C’è ancora una possibilità per evitare inutili spargimenti di sangue, ma richiederà una schiacciante dimostrazione di solidarietà occidentale al di là di qualsiasi cosa abbiamo visto nella storia recente», ha dichiarato ieri il premier britannico, Boris Johnson. In tutto questo, parlando alla conferenza di Monaco, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha puntato il dito contro l’asse sino-russo. «Per la prima volta ora vediamo Pechino unirsi a Mosca chiedendo alla Nato di smettere di ammettere nuovi membri», ha detto. «È un tentativo di controllare il destino delle nazioni libere, di riscrivere il regolamento internazionale e di imporre i propri modelli di governo autoritari», ha proseguito. Ricordiamo che, a inizio febbraio, Vladimir Putin e Xi Jinping si sono incontrati a Pechino, per consolidare l’asse tra Russia e Cina. Nell’occasione, il presidente russo ha appoggiato le rivendicazioni cinesi su Taiwan, mentre il leader della Repubblica popolare si è detto contrario all’espansione della Nato a Est.
A intervenire è stata anche la vicepresidente americana, Kamala Harris, che ha cercato di compattare il fronte euro-atlantico. «Abbiamo preparato misure economiche che saranno rapide, severe e unite», ha affermato. «Prenderemo di mira le istituzioni finanziarie e i settori chiave della Russia. Prenderemo anche di mira coloro che sono complici e coloro che aiutano e favoriscono questa invasione non provocata». La Harris ha avuto inoltre un colloquio con Zelensky, in cui la vicepresidente americana, si legge in una nota, «ha sottolineato l’impegno degli Stati Uniti nei confronti della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina».
Non sono tuttavia mancate delle polemiche. In particolare, il presidente ucraino ha chiesto che le sanzioni antirusse vengano rese note subito, senza attendere il verificarsi di un’eventuale invasione da parte di Mosca. «Non abbiamo bisogno delle vostre sanzioni dopo il bombardamento e dopo che il nostro Paese sarà stato colpito o dopo che non avremo confini, o dopo che non avremo un’economia. Perché allora dovremmo aver bisogno di quelle sanzioni?», ha detto Zelensky.
Nel frattempo, in una telefonata con l’omologo francese Jean-Yves Le Drian, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov aveva invece criticato l’Occidente per non aver preso in considerazione le richieste di Mosca in materia di sicurezza. La Russia ha tra l’altro incassato anche il sostegno di Cuba nell’attuale crisi ucraina.
«È ingenuo credere che soddisfare alcune delle richieste della Russia porterà a una convivenza pacifica», ha dal canto suo dichiarato ieri a Monaco il premier polacco Mateusz Morawiecki.
Nei giorni scorsi, Varsavia aveva del resto a più riprese paventato il rischio che un’invasione russa possa determinare un’ondata migratoria diretta verso l’Unione europea. Un campanello d’allarme è stato suonato anche dal ministro degli Esteri britannico, Liz Truss.
«Lo scenario peggiore potrebbe verificarsi già la prossima settimana. La realtà è che la Russia vuole riportare indietro l’orologio», ha detto. «Solo nell’ultima settimana, abbiamo assistito a un raddoppio della disinformazione e abbiamo assistito a operazioni false flag nella regione del Donbass».
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Esplosioni al confine. Migliaia di evacuati verso Rostov. Vladimir Putin ai test dei missili nucleari con Alexander Lukashenko. Germania e Francia ai connazionali: «Lasciate il Paese».Il presidente ucraino auspica un incontro con l’omologo russo e polemizza: «Ci proteggeremo con o senza partner».Lo speciale contiene due articoli.Si è fatta altissima la tensione nel Donbass. Ieri, l’esercito ucraino ha reso noto che due dei suoi soldati sono rimasti uccisi nel corso di bombardamenti, condotti dai separatisti filorussi. Sempre l’esercito di Kiev ha riferito che, nelle prime dodici ore di sabato, i separatisti avrebbero violato il cessate il fuoco per 37 volte. Nel frattempo, si sono registrati flussi di profughi che dal Donbass si sono diretti in Russia: secondo quanto riferito dai media russi, si tratterebbe di oltre 10.000 persone. Il governo di Mosca si è detto «pronto ad accogliere i rifugiati» ed è in questo contesto che la regione russa di Rostov ha proclamato lo stato d’emergenza. Sempre a Rostov, secondo l’agenzia russa Tass, sarebbe scoppiato un mortaio ieri a un chilometro dal confine ucraino. In tutto questo, le due autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk hanno annunciato ieri una mobilitazione generale, mentre il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov ha detto al suo omologo francese, Jean-Yves Le Drian, che Kiev starebbe ammassando truppe a ridosso del Donbass. Vista la pesante guerra di informazione in corso, è difficile dare un’interpretazione netta a quanto sta accadendo. Secondo i separatisti, l’evacuazione dei civili dalle due autoproclamate repubbliche sarebbe dovuta agli attacchi militari condotti dall’esercito ucraino. Una versione, questa, smentita da Kiev e da Washington, secondo cui l’evacuazione risulterebbe in realtà soltanto una messinscena con lo scopo di offrire a Mosca il pretesto per invadere il Donbass. In questo contesto, ieri la Cnn ha riferito che, in base a un’analisi dei metadati, i video in cui venerdì scorso i leader delle repubbliche di Lugansk e Donetsk annunciavano l’evacuazione risulterebbero essere stati registrati «giorni prima». Nel mentre, si sono tenute ieri le esercitazioni russe, con lancio di missili balistici, supervisionate da Vladimir Putin e da Alexander Lukashenko. Due giorni fa, il leader del Cremlino aveva dichiarato che tali esercitazioni fossero puramente difensive: una spiegazione che non ha tuttavia convinto troppo il fronte occidentale. Del resto, che la tensione sia alta è testimoniato anche dal fatto che, sempre ieri, Francia, Austria e Germania hanno esortato i propri cittadini ad abbandonare immediatamente l’Ucraina, mentre le compagnie aeree Lufthansa e Austrian Airlines hanno interrotto i voli diretti a Kiev e Odessa. Non solo: la Nato ha infatti anche ritirato il proprio staff dalla capitale ucraina, mentre il capo del Pentagono, Lloyd Austin, ha detto che un’invasione russa potrebbe avvenire «in breve tempo». Tanto più che lo stato d’emergenza proclamato a Rostov potrebbe costituire un casus belli. Tutto questo, senza dimenticare un precedente sportivo un po’ inquietante. Oggi si concluderanno infatti le olimpiadi invernali di Pechino: ebbene, nel 2014, la crisi della Crimea ebbe luogo proprio mentre stavano volgendo al termine i giochi olimpici di Sochi. Tra l’altro, gli americani pensano che Putin possa sfruttare l’assenza del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che si è recato ieri alla conferenza sulla sicurezza di Monaco. L’incertezza continua a regnare sovrana. È fuori di dubbio che Putin abbia un solido interesse ad approfittare della debolezza delle relazioni transatlantiche (certificata dalla crisi afgana), per tentare un colpo di mano nel Donbass o a Odessa. Ma è anche vero che un’eventuale offensiva rischierebbe di procurargli contraccolpi in termini di popolarità interna e di relazioni internazionali. Un’invasione (ridotta o su vasta scala) porterebbe infatti il leader russo a una crisi difficilmente reversibile con l’Occidente, spingendolo progressivamente a diventare il «junior partner» di Xi Jinping e a guastare i suoi (già non sempre idilliaci) rapporti con la Turchia. Putin, che deve barcamenarsi tra le fazioni anti-occidentali e filo-occidentali all’interno dell’establishment russo, si trova quindi a dover affrontare un dilemma strategico significativo. Dall’altra parte, c’è chi suggerisce che Biden avrebbe interesse a soffiare sul fuoco della crisi ucraina, con l’obiettivo di dividere la Russia dall’Europa a suon di pesanti sanzioni. Va tuttavia sottolineato che, soprattutto in conseguenza del disastro afgano di agosto, l’attuale presidente statunitense stia rischiando moltissimo dalla crisi in corso: sia in termini di credibilità internazionale che di popolarità interna. Lo stesso spettro politico americano è diviso tra chi esorta l’inquilino della Casa Bianca a tirare il freno a mano e chi lo critica per essersi finora rivelato troppo blando e prevedibile: alcuni settori non gli perdonano, in particolare, di avere in parte replicato la fallimentare strategia adottata da Obama nella crisi della Crimea otto anni fa. Tra l’altro è assai improbabile che il dossier ucraino possa aiutare il presidente a stornare l’attenzione dalle sue (numerose) difficoltà interne. Bisognerebbe quindi essere cauti prima di dire che la Casa Bianca stia cercando di provocare la Russia, perché una simile tesi non tiene probabilmente in debito conto l’aggrovigliata situazione politica in seno agli Stati Uniti. Insomma, Biden e Putin rischiano entrambi parecchio da questa crisi. Solo dalla sua conclusione potremo realmente capire chi avrà vinto e chi avrà perso. Ma intanto la guerra di nervi si sta facendo sempre più pericolosa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kiev-uccisi-due-soldati-ucraini-2656730785.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zelensky-chiede-agli-usa-sanzioni-immediate" data-post-id="2656730785" data-published-at="1645360328" data-use-pagination="False"> Zelensky chiede agli Usa sanzioni immediate Un incontro con Vladimir Putin. È questo quanto auspicato ieri, durante la conferenza sulla sicurezza a Monaco, dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. «Non so cosa voglia il presidente russo. Per questo motivo, propongo di incontrarci», ha detto. «Sono il presidente», ha anche affermato nel suo discorso, «è importante che tutti i nostri partner e amici non siano d’accordo su nulla alle nostre spalle». «Non siamo nel panico», ha proseguito, «Siamo molto coerenti sul fatto che non stiamo rispondendo a nessuna provocazione». Il leader ucraino ha anche definito il suo Paese come uno «scudo» per l’Europa. «Per otto anni, l’Ucraina ha tenuto a bada uno dei più grandi eserciti del mondo», ha affermato. Ricordiamo che, nei giorni scorsi, un incontro tra Putin e Zelensky era stato invocato anche da Mario Draghi, che si recherà la settimana prossima in missione diplomatica a Mosca. A livello generale, la tensione resta comunque palpabile. «C’è ancora una possibilità per evitare inutili spargimenti di sangue, ma richiederà una schiacciante dimostrazione di solidarietà occidentale al di là di qualsiasi cosa abbiamo visto nella storia recente», ha dichiarato ieri il premier britannico, Boris Johnson. In tutto questo, parlando alla conferenza di Monaco, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha puntato il dito contro l’asse sino-russo. «Per la prima volta ora vediamo Pechino unirsi a Mosca chiedendo alla Nato di smettere di ammettere nuovi membri», ha detto. «È un tentativo di controllare il destino delle nazioni libere, di riscrivere il regolamento internazionale e di imporre i propri modelli di governo autoritari», ha proseguito. Ricordiamo che, a inizio febbraio, Vladimir Putin e Xi Jinping si sono incontrati a Pechino, per consolidare l’asse tra Russia e Cina. Nell’occasione, il presidente russo ha appoggiato le rivendicazioni cinesi su Taiwan, mentre il leader della Repubblica popolare si è detto contrario all’espansione della Nato a Est. A intervenire è stata anche la vicepresidente americana, Kamala Harris, che ha cercato di compattare il fronte euro-atlantico. «Abbiamo preparato misure economiche che saranno rapide, severe e unite», ha affermato. «Prenderemo di mira le istituzioni finanziarie e i settori chiave della Russia. Prenderemo anche di mira coloro che sono complici e coloro che aiutano e favoriscono questa invasione non provocata». La Harris ha avuto inoltre un colloquio con Zelensky, in cui la vicepresidente americana, si legge in una nota, «ha sottolineato l’impegno degli Stati Uniti nei confronti della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina». Non sono tuttavia mancate delle polemiche. In particolare, il presidente ucraino ha chiesto che le sanzioni antirusse vengano rese note subito, senza attendere il verificarsi di un’eventuale invasione da parte di Mosca. «Non abbiamo bisogno delle vostre sanzioni dopo il bombardamento e dopo che il nostro Paese sarà stato colpito o dopo che non avremo confini, o dopo che non avremo un’economia. Perché allora dovremmo aver bisogno di quelle sanzioni?», ha detto Zelensky. Nel frattempo, in una telefonata con l’omologo francese Jean-Yves Le Drian, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov aveva invece criticato l’Occidente per non aver preso in considerazione le richieste di Mosca in materia di sicurezza. La Russia ha tra l’altro incassato anche il sostegno di Cuba nell’attuale crisi ucraina. «È ingenuo credere che soddisfare alcune delle richieste della Russia porterà a una convivenza pacifica», ha dal canto suo dichiarato ieri a Monaco il premier polacco Mateusz Morawiecki. Nei giorni scorsi, Varsavia aveva del resto a più riprese paventato il rischio che un’invasione russa possa determinare un’ondata migratoria diretta verso l’Unione europea. Un campanello d’allarme è stato suonato anche dal ministro degli Esteri britannico, Liz Truss. «Lo scenario peggiore potrebbe verificarsi già la prossima settimana. La realtà è che la Russia vuole riportare indietro l’orologio», ha detto. «Solo nell’ultima settimana, abbiamo assistito a un raddoppio della disinformazione e abbiamo assistito a operazioni false flag nella regione del Donbass».
Elly Schlein a Barcellona con Pedro Sánchez (Ansa)
Mentre Giuseppe Conte, a ogni presentazione del suo libro, ripete come un disco rotto che vuole le primarie di coalizione per la scelta del candidato premier dei progressisti del campo largo, sicuro di avere già la vittoria in tasca, Schlein cerca l’abbraccio affettuoso dei leader progressisti appartenenti a una decina di Paesi: si parte dal premier spagnolo, Pedro Sánchez, organizzatore della «festa», per andare poi verso il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, la presidente messicana, Claudia Sheinbaum, il presidente della Colombia, Gustavo Petro, e poi Mohammed Chahim del partito laburista olandese e vicepresidente del gruppo dei Socialisti democratici al Parlamento europeo, la vicepresidente esecutiva della Commissione Ue e braccio destro di Sánchez, Teresa Ribera. C’è pure Hillary Clinton.
Schlein non si presenta davanti a loro solo come semplice segretario del Pd italiano, ci va da candidata premier in pectore, come leader del più grande partito della famiglia socialista e democratica europea e, quindi, come la naturale anti Meloni. «Ho detto a tutti che ci candidiamo alla vittoria», convinta che questo sia il suo momentum per provare a tirare la volata. Conte, per esempio, non è stato invitato nonostante la sua scelta di campo «progressista». La Elly «testardamente unitaria» fa spazio a una Schlein più istituzionale. Cerca di darsi un tono, insomma.
Forte anche del fatto che, in tutta Europa, vale il principio che l’incarico a guidare un governo, in caso di vittoria, spetta al leader del partito che prende più voti. E non è un caso che la segretaria pd ignori il piagnisteo di Giuseppi, buttandosi sulle relazioni con i partner internazionali. Schlein sta lavorando su una nuova immagine: figuriamoci che si è fatta anche vedere per la prima volta alla Festa della polizia e poi al Vinitaly, eventi non proprio della sinistra barricadera.
È già convinta della sua candidatura a Palazzo Chigi, con o senza primarie. Tanto più che gli ultimi sondaggi la vedono, per la prima volta, in testa in una possibile competizione con Conte e con il sindaco di Genova, Silvia Salis.
Ma come al solito Schlein inciampa nelle sue contraddizioni. Grida a gran voce «siamo con Sánchez!» ci si fa fotografare insieme, sostenendo, però, nello stesso momento che «non ci sono le condizioni per riprendere le importazioni di gas dalla Russia, poiché in questo momento Vladimir Putin ne trarrebbe profitto per alimentare la sua criminale invasione dell’Ucraina».
Schlein ignora che il buon Pedro è uno dei maggiori finanziatori di Putin, in quanto il suo governo sta aumentando in modo significativo gli acquisti di gas russo. La leader dem attacca Meloni, colpevole di fare «la guerra alle rinnovabili» invece di seguire l’esempio della Spagna. «È bene che nel Pd qualcuno informi la segretaria che la Spagna è oggi il primo Paese d’Europa per importazioni di energia fossile dalla Russia, con un incremento del 124% rispetto al mese precedente», suggerisce l’europarlamentare di Fratelli d’Italia, Nicola Procaccini.
Elly si sbilancia anche nel commentare la disponibilità espressa venerdì da Meloni alla riunione dei volenterosi, a inviare navi italiane per aiutare lo sminamento dello Stretto di Hormuz e favorire così la ripresa delle forniture di gas e petrolio, «previo via libera del Parlamento». Al «summit rosso» di Barcellona, la segretaria pd arriva con un giorno di ritardo, ripetendo più o meno le stesse cose del premier. Schlein dice di non essere d’accordo sull’invio di militari, a meno che non ci sia «un accordo di pace e un chiaro mandato multilaterale». Senza spiegare quale.
Schlein ha avuto numerosi incontri bilaterali: con il presidente del Pse, Stefan Löfven, con la capogruppo di S&D all’Europarlamento, Iratxe García Pérez, con il leader dell’opposizione turca a Erdogan, con il capo dell’opposizione giapponese, con il segretario del partito rossoverde olandese e col l’ex primo ministro palestinese e la delegazione di Fatah. Ieri sera, cena di gala con Sánchez e Lula. C’è anche la cilena Isabel Allende che la prende a braccetto e le fa i complimenti. L’impressione è che venga apprezzata più fuori che in Italia.
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Copiamo, ma solo un po’, dalla cucina cinese che nella nostra città è praticata al massimo livello da dei ragazzi che hanno fatto anni e anni di esperienza nella “città proibita”. Così rubacchiando qualche segreto abbiamo messo a punto una ricettina italo-cinese niente male. Si fa presto a farla, è molto appetitosa, di sicura riuscita ed è proprio di stagione.
Ingredienti – Una confezione di pasta fillo, una decina di asparagi, due cipollotti di Tropea freschi, due carote, 150 gr di provolone dolce o scamorza bianca, 6 cucchiai di olio di semi (girasole alto oleico spremuto a freddo) o di riso, un cucchiaino di peperoncino in polvere, 4 cucchiaini di paprika dolce, un cucchiaio di semini di sesamo, zenzero fresco o sott’aceto 20 gr, sale e salsa di soia qb.
Procedimento – Fate a fettine i cipollotti, tenendo da parte le foglie verdi, a tocchetti fini le carote, a rondelle piccole gli asparagi. Nella wok fate scaldare 3 cucchiai di olio di semi, aggiungete le verdure e fatele andare a fuoco allegro aggiungendo, se serve, un po’ d’acqua. Aggiustate di peperoncino, paprika e zenzero tritate so sottaceto o grattugiato fresco, continuate a stufare le verdure e quando sono quasi cotte aggiungete abbondante salsa di soia, un pizzico di sale, fate tirare e spegnete il fuoco. Fate a tocchetti piccoli il formaggio. Ora prendete un canovaccio pulito e inumiditelo. Prendendo un foglio di carta fillo alla volta piegatelo in due stendetelo sul canovaccio e poi spennellate con un po’ d’acqua tutto il perimetro del rettangolo che avete ottenuto. Sistemate a circa due centimetri dal bordo inferiore e corto del rettangolo di carta fillo una cucchiaiata di verdure poi un po’ di formaggio e arrotolate facendo compiere solo un giro. Ora rincalzate a destra e a sinistra i bordi della pasta fillo ripiegandoli verso l’interno in modo da serrare il fagottino e arrotolate tutto l’involtino. Ripetete l’operazione per tutti i fogli di pasta fillo. Prendete una capace padella, ungetela con l’olio di semi rimasto e adagiate sul fondo gli involtini. Fate prendere colore da una parte e dall’altra e vedrete che diventeranno croccanti. A fuoco spento fate cadere abbondanti semi di sesamo e poi servendo aggiungete la parte verde dei cipollotti tritata finemente come si fa con il prezzemolo. Servite accompagnando con altra salsa di soia a parte. State attenti al sale perché la salsa di soia è sufficientemente sapida.
Come far divertire i bambini – Insegnate loro a chiudere gli involtini
Abbinamento – Abbiamo pensato a un vino “orientale” nel senso che ha avuto fin dal Medioevo rapporti con l’Oriente: la Vernaccia di San Gimignano DOCG. Va bene qualsiasi altro bianco purché ben minerale o semi-aromatico.
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Papa Leone XIV (Ansa)
«Si è diffusa una certa narrazione, non del tutto accurata, a causa della situazione politica creatasi quando, il primo giorno del viaggio, il presidente degli Stati Uniti ha rilasciato alcune dichiarazioni su di me», ha spiegato il Santo Padre. Con rammarico, Leone XIV ha osservato come gran parte del dibattito mediatico si sia concentrato su sterili polemiche: «Ciò che è stato scritto da allora non è altro che un commento su commento, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto». Il Papa ha citato come esempio il suo discorso all’Incontro di preghiera per la pace del 16 aprile, chiarendo che esso «era stato preparato due settimane prima, ben prima che il presidente commentasse su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo. Eppure, è stato interpretato come se stessi cercando di dibattere nuovamente con il presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse».
Queste precisazioni servono a riaffermare l’identità profonda della sua missione: Leone XIV non viaggia come un attore politico in cerca di scontro, ma come pastore e capo della Chiesa cattolica, giunto in Africa per incoraggiare e accompagnare i fedeli. In questo solco si inserisce la denuncia verso un mondo minacciato da logiche di potere; il Papa ha ribadito che il suo monito contro chi pensa di dominare i popoli non era un attacco personale a Trump, ma un richiamo universale rivolto a chiunque preferisca la violenza e il soggiogamento al servizio del bene comune.
Il legame tra missione spirituale e impegno civile è stato al centro dell’omelia pronunciata all’aeroporto di Yaoundé prima di lasciare il Camerun. Qui il Papa ha ricordato che «la fede non separa lo spirituale dal sociale, anzi dà al cristiano la forza di interagire con il mondo, per rispondere ai bisogni degli altri, specialmente dei più deboli». Per Leone XIV, la fede e la teologia non sono astrazioni lontane dalla realtà, ma dimensioni che devono informare la politica intesa come ricerca della giustizia e dell’ordine sociale. La Chiesa non mira a occupare spazi di potere, ma a formare le coscienze affinché i cristiani, specialmente i laici, possano agire nella sfera pubblica illuminati da criteri morali solidi e razionali.
Il Papa è atterrato in un’Angola dai forti contrasti: se da un lato la capitale Luanda mostra il volto moderno dei grattacieli e del lungomare, dall’altro le sue periferie sono segnate da strade sterrate e una povertà estrema, dove la popolazione vive di piccoli espedienti. In questo contesto, la Chiesa angolana opera come «terra di missione», occupandosi di istruzione e assistenza in quartieri dove spesso mancano infrastrutture e servizi.
Accolto dal presidente João Manuel Gonçalves Lourenço, Leone XIV ha poi rivolto alle autorità un discorso denso di speranza e avvertimenti. Ha elogiato la gioia del popolo angolano, definendola una virtù «politica»; ha denunciato con forza la «logica estrattivistica» che alimenta modelli di sviluppo escludenti e causa catastrofi sociali. Infine, ha rivolto un appello alla classe dirigente affinché non tema il dissenso e sappia trasformare i conflitti in percorsi di rinnovamento, mettendo il bene comune sopra gli interessi di parte.
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