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2022-02-20
Tensione massima a Kiev: uccisi due soldati ucraini. Esodo di civili dal Donbass
Ansa
Si è fatta altissima la tensione nel Donbass. Ieri, l’esercito ucraino ha reso noto che due dei suoi soldati sono rimasti uccisi nel corso di bombardamenti, condotti dai separatisti filorussi. Sempre l’esercito di Kiev ha riferito che, nelle prime dodici ore di sabato, i separatisti avrebbero violato il cessate il fuoco per 37 volte. Nel frattempo, si sono registrati flussi di profughi che dal Donbass si sono diretti in Russia: secondo quanto riferito dai media russi, si tratterebbe di oltre 10.000 persone. Il governo di Mosca si è detto «pronto ad accogliere i rifugiati» ed è in questo contesto che la regione russa di Rostov ha proclamato lo stato d’emergenza. Sempre a Rostov, secondo l’agenzia russa Tass, sarebbe scoppiato un mortaio ieri a un chilometro dal confine ucraino. In tutto questo, le due autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk hanno annunciato ieri una mobilitazione generale, mentre il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov ha detto al suo omologo francese, Jean-Yves Le Drian, che Kiev starebbe ammassando truppe a ridosso del Donbass.
Vista la pesante guerra di informazione in corso, è difficile dare un’interpretazione netta a quanto sta accadendo. Secondo i separatisti, l’evacuazione dei civili dalle due autoproclamate repubbliche sarebbe dovuta agli attacchi militari condotti dall’esercito ucraino. Una versione, questa, smentita da Kiev e da Washington, secondo cui l’evacuazione risulterebbe in realtà soltanto una messinscena con lo scopo di offrire a Mosca il pretesto per invadere il Donbass. In questo contesto, ieri la Cnn ha riferito che, in base a un’analisi dei metadati, i video in cui venerdì scorso i leader delle repubbliche di Lugansk e Donetsk annunciavano l’evacuazione risulterebbero essere stati registrati «giorni prima».
Nel mentre, si sono tenute ieri le esercitazioni russe, con lancio di missili balistici, supervisionate da Vladimir Putin e da Alexander Lukashenko. Due giorni fa, il leader del Cremlino aveva dichiarato che tali esercitazioni fossero puramente difensive: una spiegazione che non ha tuttavia convinto troppo il fronte occidentale. Del resto, che la tensione sia alta è testimoniato anche dal fatto che, sempre ieri, Francia, Austria e Germania hanno esortato i propri cittadini ad abbandonare immediatamente l’Ucraina, mentre le compagnie aeree Lufthansa e Austrian Airlines hanno interrotto i voli diretti a Kiev e Odessa. Non solo: la Nato ha infatti anche ritirato il proprio staff dalla capitale ucraina, mentre il capo del Pentagono, Lloyd Austin, ha detto che un’invasione russa potrebbe avvenire «in breve tempo». Tanto più che lo stato d’emergenza proclamato a Rostov potrebbe costituire un casus belli. Tutto questo, senza dimenticare un precedente sportivo un po’ inquietante. Oggi si concluderanno infatti le olimpiadi invernali di Pechino: ebbene, nel 2014, la crisi della Crimea ebbe luogo proprio mentre stavano volgendo al termine i giochi olimpici di Sochi. Tra l’altro, gli americani pensano che Putin possa sfruttare l’assenza del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che si è recato ieri alla conferenza sulla sicurezza di Monaco.
L’incertezza continua a regnare sovrana. È fuori di dubbio che Putin abbia un solido interesse ad approfittare della debolezza delle relazioni transatlantiche (certificata dalla crisi afgana), per tentare un colpo di mano nel Donbass o a Odessa. Ma è anche vero che un’eventuale offensiva rischierebbe di procurargli contraccolpi in termini di popolarità interna e di relazioni internazionali. Un’invasione (ridotta o su vasta scala) porterebbe infatti il leader russo a una crisi difficilmente reversibile con l’Occidente, spingendolo progressivamente a diventare il «junior partner» di Xi Jinping e a guastare i suoi (già non sempre idilliaci) rapporti con la Turchia. Putin, che deve barcamenarsi tra le fazioni anti-occidentali e filo-occidentali all’interno dell’establishment russo, si trova quindi a dover affrontare un dilemma strategico significativo.
Dall’altra parte, c’è chi suggerisce che Biden avrebbe interesse a soffiare sul fuoco della crisi ucraina, con l’obiettivo di dividere la Russia dall’Europa a suon di pesanti sanzioni. Va tuttavia sottolineato che, soprattutto in conseguenza del disastro afgano di agosto, l’attuale presidente statunitense stia rischiando moltissimo dalla crisi in corso: sia in termini di credibilità internazionale che di popolarità interna. Lo stesso spettro politico americano è diviso tra chi esorta l’inquilino della Casa Bianca a tirare il freno a mano e chi lo critica per essersi finora rivelato troppo blando e prevedibile: alcuni settori non gli perdonano, in particolare, di avere in parte replicato la fallimentare strategia adottata da Obama nella crisi della Crimea otto anni fa. Tra l’altro è assai improbabile che il dossier ucraino possa aiutare il presidente a stornare l’attenzione dalle sue (numerose) difficoltà interne. Bisognerebbe quindi essere cauti prima di dire che la Casa Bianca stia cercando di provocare la Russia, perché una simile tesi non tiene probabilmente in debito conto l’aggrovigliata situazione politica in seno agli Stati Uniti. Insomma, Biden e Putin rischiano entrambi parecchio da questa crisi. Solo dalla sua conclusione potremo realmente capire chi avrà vinto e chi avrà perso. Ma intanto la guerra di nervi si sta facendo sempre più pericolosa.
Zelensky chiede agli Usa sanzioni immediate
Un incontro con Vladimir Putin. È questo quanto auspicato ieri, durante la conferenza sulla sicurezza a Monaco, dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. «Non so cosa voglia il presidente russo. Per questo motivo, propongo di incontrarci», ha detto. «Sono il presidente», ha anche affermato nel suo discorso, «è importante che tutti i nostri partner e amici non siano d’accordo su nulla alle nostre spalle». «Non siamo nel panico», ha proseguito, «Siamo molto coerenti sul fatto che non stiamo rispondendo a nessuna provocazione».
Il leader ucraino ha anche definito il suo Paese come uno «scudo» per l’Europa. «Per otto anni, l’Ucraina ha tenuto a bada uno dei più grandi eserciti del mondo», ha affermato. Ricordiamo che, nei giorni scorsi, un incontro tra Putin e Zelensky era stato invocato anche da Mario Draghi, che si recherà la settimana prossima in missione diplomatica a Mosca.
A livello generale, la tensione resta comunque palpabile. «C’è ancora una possibilità per evitare inutili spargimenti di sangue, ma richiederà una schiacciante dimostrazione di solidarietà occidentale al di là di qualsiasi cosa abbiamo visto nella storia recente», ha dichiarato ieri il premier britannico, Boris Johnson. In tutto questo, parlando alla conferenza di Monaco, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha puntato il dito contro l’asse sino-russo. «Per la prima volta ora vediamo Pechino unirsi a Mosca chiedendo alla Nato di smettere di ammettere nuovi membri», ha detto. «È un tentativo di controllare il destino delle nazioni libere, di riscrivere il regolamento internazionale e di imporre i propri modelli di governo autoritari», ha proseguito. Ricordiamo che, a inizio febbraio, Vladimir Putin e Xi Jinping si sono incontrati a Pechino, per consolidare l’asse tra Russia e Cina. Nell’occasione, il presidente russo ha appoggiato le rivendicazioni cinesi su Taiwan, mentre il leader della Repubblica popolare si è detto contrario all’espansione della Nato a Est.
A intervenire è stata anche la vicepresidente americana, Kamala Harris, che ha cercato di compattare il fronte euro-atlantico. «Abbiamo preparato misure economiche che saranno rapide, severe e unite», ha affermato. «Prenderemo di mira le istituzioni finanziarie e i settori chiave della Russia. Prenderemo anche di mira coloro che sono complici e coloro che aiutano e favoriscono questa invasione non provocata». La Harris ha avuto inoltre un colloquio con Zelensky, in cui la vicepresidente americana, si legge in una nota, «ha sottolineato l’impegno degli Stati Uniti nei confronti della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina».
Non sono tuttavia mancate delle polemiche. In particolare, il presidente ucraino ha chiesto che le sanzioni antirusse vengano rese note subito, senza attendere il verificarsi di un’eventuale invasione da parte di Mosca. «Non abbiamo bisogno delle vostre sanzioni dopo il bombardamento e dopo che il nostro Paese sarà stato colpito o dopo che non avremo confini, o dopo che non avremo un’economia. Perché allora dovremmo aver bisogno di quelle sanzioni?», ha detto Zelensky.
Nel frattempo, in una telefonata con l’omologo francese Jean-Yves Le Drian, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov aveva invece criticato l’Occidente per non aver preso in considerazione le richieste di Mosca in materia di sicurezza. La Russia ha tra l’altro incassato anche il sostegno di Cuba nell’attuale crisi ucraina.
«È ingenuo credere che soddisfare alcune delle richieste della Russia porterà a una convivenza pacifica», ha dal canto suo dichiarato ieri a Monaco il premier polacco Mateusz Morawiecki.
Nei giorni scorsi, Varsavia aveva del resto a più riprese paventato il rischio che un’invasione russa possa determinare un’ondata migratoria diretta verso l’Unione europea. Un campanello d’allarme è stato suonato anche dal ministro degli Esteri britannico, Liz Truss.
«Lo scenario peggiore potrebbe verificarsi già la prossima settimana. La realtà è che la Russia vuole riportare indietro l’orologio», ha detto. «Solo nell’ultima settimana, abbiamo assistito a un raddoppio della disinformazione e abbiamo assistito a operazioni false flag nella regione del Donbass».
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Esplosioni al confine. Migliaia di evacuati verso Rostov. Vladimir Putin ai test dei missili nucleari con Alexander Lukashenko. Germania e Francia ai connazionali: «Lasciate il Paese».Il presidente ucraino auspica un incontro con l’omologo russo e polemizza: «Ci proteggeremo con o senza partner».Lo speciale contiene due articoli.Si è fatta altissima la tensione nel Donbass. Ieri, l’esercito ucraino ha reso noto che due dei suoi soldati sono rimasti uccisi nel corso di bombardamenti, condotti dai separatisti filorussi. Sempre l’esercito di Kiev ha riferito che, nelle prime dodici ore di sabato, i separatisti avrebbero violato il cessate il fuoco per 37 volte. Nel frattempo, si sono registrati flussi di profughi che dal Donbass si sono diretti in Russia: secondo quanto riferito dai media russi, si tratterebbe di oltre 10.000 persone. Il governo di Mosca si è detto «pronto ad accogliere i rifugiati» ed è in questo contesto che la regione russa di Rostov ha proclamato lo stato d’emergenza. Sempre a Rostov, secondo l’agenzia russa Tass, sarebbe scoppiato un mortaio ieri a un chilometro dal confine ucraino. In tutto questo, le due autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk hanno annunciato ieri una mobilitazione generale, mentre il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov ha detto al suo omologo francese, Jean-Yves Le Drian, che Kiev starebbe ammassando truppe a ridosso del Donbass. Vista la pesante guerra di informazione in corso, è difficile dare un’interpretazione netta a quanto sta accadendo. Secondo i separatisti, l’evacuazione dei civili dalle due autoproclamate repubbliche sarebbe dovuta agli attacchi militari condotti dall’esercito ucraino. Una versione, questa, smentita da Kiev e da Washington, secondo cui l’evacuazione risulterebbe in realtà soltanto una messinscena con lo scopo di offrire a Mosca il pretesto per invadere il Donbass. In questo contesto, ieri la Cnn ha riferito che, in base a un’analisi dei metadati, i video in cui venerdì scorso i leader delle repubbliche di Lugansk e Donetsk annunciavano l’evacuazione risulterebbero essere stati registrati «giorni prima». Nel mentre, si sono tenute ieri le esercitazioni russe, con lancio di missili balistici, supervisionate da Vladimir Putin e da Alexander Lukashenko. Due giorni fa, il leader del Cremlino aveva dichiarato che tali esercitazioni fossero puramente difensive: una spiegazione che non ha tuttavia convinto troppo il fronte occidentale. Del resto, che la tensione sia alta è testimoniato anche dal fatto che, sempre ieri, Francia, Austria e Germania hanno esortato i propri cittadini ad abbandonare immediatamente l’Ucraina, mentre le compagnie aeree Lufthansa e Austrian Airlines hanno interrotto i voli diretti a Kiev e Odessa. Non solo: la Nato ha infatti anche ritirato il proprio staff dalla capitale ucraina, mentre il capo del Pentagono, Lloyd Austin, ha detto che un’invasione russa potrebbe avvenire «in breve tempo». Tanto più che lo stato d’emergenza proclamato a Rostov potrebbe costituire un casus belli. Tutto questo, senza dimenticare un precedente sportivo un po’ inquietante. Oggi si concluderanno infatti le olimpiadi invernali di Pechino: ebbene, nel 2014, la crisi della Crimea ebbe luogo proprio mentre stavano volgendo al termine i giochi olimpici di Sochi. Tra l’altro, gli americani pensano che Putin possa sfruttare l’assenza del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che si è recato ieri alla conferenza sulla sicurezza di Monaco. L’incertezza continua a regnare sovrana. È fuori di dubbio che Putin abbia un solido interesse ad approfittare della debolezza delle relazioni transatlantiche (certificata dalla crisi afgana), per tentare un colpo di mano nel Donbass o a Odessa. Ma è anche vero che un’eventuale offensiva rischierebbe di procurargli contraccolpi in termini di popolarità interna e di relazioni internazionali. Un’invasione (ridotta o su vasta scala) porterebbe infatti il leader russo a una crisi difficilmente reversibile con l’Occidente, spingendolo progressivamente a diventare il «junior partner» di Xi Jinping e a guastare i suoi (già non sempre idilliaci) rapporti con la Turchia. Putin, che deve barcamenarsi tra le fazioni anti-occidentali e filo-occidentali all’interno dell’establishment russo, si trova quindi a dover affrontare un dilemma strategico significativo. Dall’altra parte, c’è chi suggerisce che Biden avrebbe interesse a soffiare sul fuoco della crisi ucraina, con l’obiettivo di dividere la Russia dall’Europa a suon di pesanti sanzioni. Va tuttavia sottolineato che, soprattutto in conseguenza del disastro afgano di agosto, l’attuale presidente statunitense stia rischiando moltissimo dalla crisi in corso: sia in termini di credibilità internazionale che di popolarità interna. Lo stesso spettro politico americano è diviso tra chi esorta l’inquilino della Casa Bianca a tirare il freno a mano e chi lo critica per essersi finora rivelato troppo blando e prevedibile: alcuni settori non gli perdonano, in particolare, di avere in parte replicato la fallimentare strategia adottata da Obama nella crisi della Crimea otto anni fa. Tra l’altro è assai improbabile che il dossier ucraino possa aiutare il presidente a stornare l’attenzione dalle sue (numerose) difficoltà interne. Bisognerebbe quindi essere cauti prima di dire che la Casa Bianca stia cercando di provocare la Russia, perché una simile tesi non tiene probabilmente in debito conto l’aggrovigliata situazione politica in seno agli Stati Uniti. Insomma, Biden e Putin rischiano entrambi parecchio da questa crisi. Solo dalla sua conclusione potremo realmente capire chi avrà vinto e chi avrà perso. Ma intanto la guerra di nervi si sta facendo sempre più pericolosa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kiev-uccisi-due-soldati-ucraini-2656730785.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zelensky-chiede-agli-usa-sanzioni-immediate" data-post-id="2656730785" data-published-at="1645360328" data-use-pagination="False"> Zelensky chiede agli Usa sanzioni immediate Un incontro con Vladimir Putin. È questo quanto auspicato ieri, durante la conferenza sulla sicurezza a Monaco, dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. «Non so cosa voglia il presidente russo. Per questo motivo, propongo di incontrarci», ha detto. «Sono il presidente», ha anche affermato nel suo discorso, «è importante che tutti i nostri partner e amici non siano d’accordo su nulla alle nostre spalle». «Non siamo nel panico», ha proseguito, «Siamo molto coerenti sul fatto che non stiamo rispondendo a nessuna provocazione». Il leader ucraino ha anche definito il suo Paese come uno «scudo» per l’Europa. «Per otto anni, l’Ucraina ha tenuto a bada uno dei più grandi eserciti del mondo», ha affermato. Ricordiamo che, nei giorni scorsi, un incontro tra Putin e Zelensky era stato invocato anche da Mario Draghi, che si recherà la settimana prossima in missione diplomatica a Mosca. A livello generale, la tensione resta comunque palpabile. «C’è ancora una possibilità per evitare inutili spargimenti di sangue, ma richiederà una schiacciante dimostrazione di solidarietà occidentale al di là di qualsiasi cosa abbiamo visto nella storia recente», ha dichiarato ieri il premier britannico, Boris Johnson. In tutto questo, parlando alla conferenza di Monaco, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha puntato il dito contro l’asse sino-russo. «Per la prima volta ora vediamo Pechino unirsi a Mosca chiedendo alla Nato di smettere di ammettere nuovi membri», ha detto. «È un tentativo di controllare il destino delle nazioni libere, di riscrivere il regolamento internazionale e di imporre i propri modelli di governo autoritari», ha proseguito. Ricordiamo che, a inizio febbraio, Vladimir Putin e Xi Jinping si sono incontrati a Pechino, per consolidare l’asse tra Russia e Cina. Nell’occasione, il presidente russo ha appoggiato le rivendicazioni cinesi su Taiwan, mentre il leader della Repubblica popolare si è detto contrario all’espansione della Nato a Est. A intervenire è stata anche la vicepresidente americana, Kamala Harris, che ha cercato di compattare il fronte euro-atlantico. «Abbiamo preparato misure economiche che saranno rapide, severe e unite», ha affermato. «Prenderemo di mira le istituzioni finanziarie e i settori chiave della Russia. Prenderemo anche di mira coloro che sono complici e coloro che aiutano e favoriscono questa invasione non provocata». La Harris ha avuto inoltre un colloquio con Zelensky, in cui la vicepresidente americana, si legge in una nota, «ha sottolineato l’impegno degli Stati Uniti nei confronti della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina». Non sono tuttavia mancate delle polemiche. In particolare, il presidente ucraino ha chiesto che le sanzioni antirusse vengano rese note subito, senza attendere il verificarsi di un’eventuale invasione da parte di Mosca. «Non abbiamo bisogno delle vostre sanzioni dopo il bombardamento e dopo che il nostro Paese sarà stato colpito o dopo che non avremo confini, o dopo che non avremo un’economia. Perché allora dovremmo aver bisogno di quelle sanzioni?», ha detto Zelensky. Nel frattempo, in una telefonata con l’omologo francese Jean-Yves Le Drian, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov aveva invece criticato l’Occidente per non aver preso in considerazione le richieste di Mosca in materia di sicurezza. La Russia ha tra l’altro incassato anche il sostegno di Cuba nell’attuale crisi ucraina. «È ingenuo credere che soddisfare alcune delle richieste della Russia porterà a una convivenza pacifica», ha dal canto suo dichiarato ieri a Monaco il premier polacco Mateusz Morawiecki. Nei giorni scorsi, Varsavia aveva del resto a più riprese paventato il rischio che un’invasione russa possa determinare un’ondata migratoria diretta verso l’Unione europea. Un campanello d’allarme è stato suonato anche dal ministro degli Esteri britannico, Liz Truss. «Lo scenario peggiore potrebbe verificarsi già la prossima settimana. La realtà è che la Russia vuole riportare indietro l’orologio», ha detto. «Solo nell’ultima settimana, abbiamo assistito a un raddoppio della disinformazione e abbiamo assistito a operazioni false flag nella regione del Donbass».
Tifosi bosniaci in trasferta a Cardiff. Nel riquadro, l’esultanza degli azzurri al fischio finale di Galles-Bosnia (Ansa)
Dopo aver sofferto nel girone contro avversari come Israele e Moldavia e aver battuto non senza difficoltà una modestissima Irlanda del Nord, 69ª nel ranking Fifa e composta perlopiù da giocatori che mediamente galleggiano tra Championship e League One - per intenderci le nostre serie B e C - gli azzurri si preparano a volare a Sarajevo con delle premesse tutt’altro che rassicuranti. A cominciare dalla scena del post partita di Bergamo mandata in onda in diretta dalla Rai. Tra un commento e l’altro di telecronisti e opinionisti, a un certo punto le telecamere inquadrano un gruppetto di calciatori della Nazionale, da Federico Dimarco a Pio Esposito, da Guglielmo Vicario ad Alex Meret e Sandro Tonali, tutti raccolti davanti a uno schermo, sorridenti e soddisfatti dell’esito dei calci di rigore che ha decretato la Bosnia nostro prossimo avversario, anziché il Galles.
Come a dire: meglio così, ostacolo più morbido, trasferta meno insidiosa. Un riflesso istintivo e umano, forse, ma anche un segnale profondamente sbagliato e sintomatico di almeno due fattori: il primo, lo stato di paura e ansia da prestazione che da tempo accompagna questa Nazionale; il secondo, la dimostrazione che il gruppo non ha recepito il grado di difficoltà rappresentato dalla trasferta che li attende nei Balcani. Tra tre giorni i nostri azzurri troveranno un clima che definire infuocato è quasi un eufemismo. E non solo per il catino bollente in cui si giocherà. Ma partiamo da qui. Si chiama Bilino Polje, ed è un impianto stretto e incastonato dentro il tessuto industriale di Zenica, città a 70 chilometri a Nord rispetto a Sarajevo. È lì che la federazione bosniaca ha scelto di trascinare l’Italia per lo spareggio mondiale. Altro che stadi moderni o quel Millennium Stadium di Cardiff che tanto terrorizzava gli azzurri.
Qui si gioca addosso alla gente, tra palazzi, fabbriche e colline che chiudono l’orizzonte. Un’acustica roboante. Capienza di 13.362 posti a sedere, ridotti a 8.800 a causa di sanzioni imposte dalla Fifa per «comportamento scorretto della squadra, discriminazione, razzismo, utilizzo di materiale pirotecnico, disturbo durante gli inni nazionali e mancanza di ordine e disciplina dentro e fuori lo stadio» dopo il match contro la Romania dello scorso 15 novembre. Facile dunque aspettarsi un’accoglienza e un’atmosfera durissima, quasi soffocante. Per avere un’idea più chiara di che tipo di tifoseria si tratta, alla vigilia di Galles-Bosnia, alcuni ultrà dello Zrinjski Mostar, squadra bosniaca di etnia croata, hanno teso un agguato a un gruppo di connazionali tifosi dell’altra squadra della città, il Velez Mostar, che si recavano all’aeroporto di Sarajevo per volare in Galles a sostenere la propria Nazionale. Inoltre, sullo sfondo c’è un’altra questione ambientale non di poco conto che va tenuta in considerazione e che richiama direttamente l’orgoglio di una Nazione che si alimenta anche di rivalità e memorie recenti.
L’inchiesta sul cosiddetto «Sarajevo Safari» e sui presunti «turisti di guerra» italiani accusati di essere andati in Bosnia tra il 1992 e il 1996 per assassinare civili per puro divertimento, si porta dietro un carico simbolico e mediatico che non può e non deve essere trascurato e che contribuisce a creare un clima già incandescente e che non aveva alcun bisogno di essere alimentato ulteriormente. In un contesto simile, ogni gesto, ogni atteggiamento può essere amplificato. Infatti, la scena dell’esultanza degli azzurri davanti alla tv ha immediatamente provocato reazioni di sfida dai nostri prossimi avversari: «Guardate che mancanza di rispetto degli italiani.
E che arroganza. Hanno festeggiato la nostra vittoria ai rigori: ne terremo conto a Zenica». Una scenetta del tutto fuori luogo e della quale, ne siamo quasi certi, il primo a esser scontento è Gennaro Gattuso, che dopo la vittoria con l’Irlanda del Nord ha provato immediatamente a riportare tutti sulla terra ricordando che martedì servirà «scalare una montagna» per andare al Mondiale. Non solo per i motivi ambientali di cui sopra. Anche tecnicamente, la squadra capitanata da Edin Dzeko non è da sottovalutare: sia perché è superiore all’Irlanda del Nord con cui abbiamo fatto fatica, sia perché è andata a espugnare, seppur ai rigori, quel Millennium Stadium di Cardiff che tanto incuteva terrore ai nostri.
Pure il tribunale dei social ha bocciato il facile entusiasmo degli azzurri: «Questa esultanza la pagheremo a caro prezzo». «Imbarazzante. Non ci qualifichiamo dai tempi di Ponzio Pilato e abbiamo pure il coraggio di fare gli sbruffoni». «È già scritto che siamo fuori. Il karma poi torna indietro». «La disfatta di Zenica». «La figura di m… è alle porte». «Ottimo, lo psicodramma è stato apparecchiato a dovere». Sono solo alcuni dei commenti tra i più gettonati, ma più che mai eloquenti di un fatto, più che di un’opinione: mentre i giocatori della nostra Nazionale si divertono davanti alla tv, a Zenica la Bosnia giocherà la partita della vita e avrà tutto da guadagnare, mentre l’Italia tutto da perdere. Dove il tutto è rappresentato dalla qualificazione a un Mondiale dopo 12 anni. E a questo punto, dopo lo sfottò, anche la faccia da non perdere. Perché gli ingredienti perfetti per la ricetta di un disastro sembrano esserci proprio tutti.
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Ursula von der Leyen con Donald Trump (Getty Images)
Non si tratta semplicemente di personalità o di cicli politici, né può essere spiegata dallo stile di una singola amministrazione. Si tratta di un cambiamento strutturale nel modo in cui gli Stati Uniti si rapportano ai propri alleati, un cambiamento che ha reso la politica meno prevedibile e più esposta a variazioni improvvise. La cooperazione tra Stati Uniti ed Europa resta significativa, con un dialogo politico attivo a più livelli e legami economici profondamente radicati. Il coordinamento prosegue inoltre in diversi ambiti, anche attraverso la Nato quando necessario, a dimostrazione di una relazione che continua a funzionare sul piano operativo. Questa continuità non deve però essere confusa con solidità, perché i governi europei non gestiscono più divergenze all’interno di un quadro prevedibile. Si trovano invece a operare in una relazione esposta a cambiamenti repentini, nella quale la direzione politica può mutare con rapidità e con effetti immediati.
Tre sviluppi definiscono oggi la relazione tra Europa e Stati Uniti, contribuendo a un cambiamento che non appare più reversibile. Non si tratta di deviazioni temporanee, ma di una trasformazione che incide sulla natura stessa del rapporto. Il primo è il passaggio dalla continuità all’oscillazione, poiché amministrazioni successive adottano approcci profondamente diversi nei confronti degli alleati. Questo crea un effetto pendolare che indebolisce la credibilità americana e rende più difficile per l’Europa pianificare nel lungo periodo. Il secondo è il crescente peso della politica interna sulla politica estera, con decisioni a Washington sempre più influenzate dalle aspettative elettorali e dalla percezione dell’opinione pubblica. In questo contesto, le alleanze non sono più giustificate da principi o storia condivisa, ma devono dimostrare la propria utilità in termini concreti. Il terzo è l’evoluzione del concetto stesso di partnership, con gli Stati Uniti che non considerano più le alleanze come pilastri immutabili del proprio ruolo globale. I rapporti vengono valutati in termini di risultati, dove contributo economico, allineamento politico e impegno nella sicurezza diventano fattori determinanti.
La prima conseguenza è l’incertezza, perché i governi europei non possono più assumere che la politica statunitense resti coerente nel tempo. Ogni ciclo elettorale introduce una variabile che non può essere ignorata e che incide direttamente sulla pianificazione strategica. La seconda conseguenza è la pressione, che ha spinto i Paesi europei ad aumentare la spesa per la difesa e ad assumere un ruolo più attivo nella gestione della sicurezza regionale. Questo riflette le aspettative di Washington, ma anche una realtà che l’Europa non può più permettersi di sottovalutare, come dimostra la guerra in Ucraina e la postura sempre più assertiva della Russia. La terza conseguenza è la condizionalità, perché il sostegno degli Stati Uniti non è più considerato automatico ma sempre più legato al contributo. L’allineamento politico non basta più, se non è accompagnato da impegni concreti e visibili.
Una futura amministrazione democratica, qualora dovesse emergere, non può essere data per scontata allo stato attuale, e questa incertezza è parte integrante del problema. Anche nell’ipotesi di un cambiamento politico, la traiettoria della relazione non potrebbe essere semplicemente invertita. Se tale amministrazione dovesse insediarsi, la volontà di rassicurare l’Europa sarebbe probabilmente forte, e il linguaggio della cooperazione tornerebbe al centro del discorso politico. Tuttavia, questo non sarebbe sufficiente a ricostruire il rapporto nella sua forma originaria, perché la credibilità oggi dipende dalla coerenza nel tempo e non da dichiarazioni immediate.
Esiste inoltre una consapevolezza crescente negli Stati Uniti del fatto che il modello precedente non fosse sostenibile, in particolare per quanto riguarda la distribuzione degli oneri e l’equilibrio del rapporto. Questa consapevolezza è ormai radicata, e limita in modo significativo qualsiasi tentativo di ritorno al passato. Qualora una amministrazione democratica dovesse assumere il potere, l’esito più realistico sarebbe una stabilizzazione accompagnata da una ridefinizione del rapporto, piuttosto che un ritorno alla situazione precedente. Le relazioni potrebbero diventare meno conflittuali, ma resterebbero più esigenti.
Questo riflette un cambiamento più ampio nel modo in cui gli Stati Uniti concepiscono il proprio ruolo globale, con un coinvolgimento europeo che continuerà ma in forma più selettiva e condizionata. La partnership non è più un punto di partenza, ma un risultato da dimostrare. Al centro di questa trasformazione si trova l’elettorato americano, il cui peso nel determinare la politica estera è oggi più diretto e meno filtrato rispetto al passato. Questo introduce una dinamica che i governi europei devono considerare, anche se non hanno alcuna capacità di influenzarla.
Per molti elettori, l’Europa non è più percepita come un pilastro strategico imprescindibile, ma come una relazione che deve giustificarsi in termini pratici. Le alleanze devono essere eque, e l’impegno internazionale deve produrre benefici tangibili. Questo non si traduce in isolamento, perché l’interdipendenza economica e la natura globale delle sfide rendono il disimpegno impraticabile, ma impone limiti chiari a ciò che qualsiasi amministrazione può promettere.
La relazione tra Europa e Stati Uniti non si sta interrompendo, ma sta cambiando in modo profondo e probabilmente irreversibile. Questo cambiamento non è una parentesi, ma l’inizio di una fase diversa. Per l’Europa, la conclusione è inevitabile, anche se politicamente scomoda. Gli Stati Uniti restano indispensabili, ma non sono più affidabili nel senso tradizionale del termine.
La stabilità non può più essere presunta, e dovrà essere costruita attraverso comportamenti coerenti e verificabili nel tempo, in una relazione che continua a esistere ma che ha definitivamente perso la sua natura automatica.
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Petroliera cinese (Getty Images)
La National Development and Reform Commission (Ndrc), il principale organismo di pianificazione economica cinese, ha ordinato ai grandi raffinatori statali di sospendere le esportazioni di carburante per aerei, diesel e cherosene. Sinopec, il maggior raffinatore del Paese, ha tagliato l’attività del 5% a marzo per conservare le riserve di greggio, e il vicepresidente Zhao Dong ha confermato che la priorità è garantire le forniture interne. Le scorte strategiche cinesi ammontano a circa 1,4 miliardi di barili, ma per altre fonti potrebbero essere ben più alte, attorno a 1,9 miliardi di barili.
Secondo alcune stime, solo circa il 6% del consumo energetico primario della Cina è direttamente esposto alle interruzioni dello Stretto di Hormuz, ma intanto il governo ha anche introdotto, per la prima volta dal 2013, controlli sui prezzi interni della benzina.
Le restrizioni all’export di carburante stanno già creando problemi concreti. Il Vietnam importa quasi il 70% del suo carburante per aerei, con circa il 60% proveniente da Cina e Thailandia, ma i fornitori garantiscono gli approvvigionamenti solo fino ad aprile. I costi operativi delle compagnie aeree vietnamite sono aumentati fino al 70%.
L’Australia dipende dalla Cina per circa un terzo del suo jet fuel e figura tra i principali importatori di diesel cinese. Per cercare di arginare il problema, il governo di Canberra ha già convocato un gabinetto straordinario per gestire la crisi.
La Ndrc ha anche ordinato agli esportatori cinesi di fertilizzanti di sospendere le spedizioni verso alcuni mercati. Questione rilevantissima, perché la Cina è il secondo esportatore mondiale di fertilizzanti dopo la Russia. Non c’è stato nessun annuncio ufficiale, poiché l’ordine è stato dato in via informale agli operatori del settore, secondo quanto riportato da alcuni organi di stampa. La direttiva di cessare le esportazioni si applicherebbe in particolare all’India, che importa circa il 10% del proprio fabbisogno di fertilizzanti dalla Cina.
Pechino ha contestualmente rilasciato riserve statali di fertilizzanti sul mercato interno in questi giorni, per garantire prezzi stabili agli agricoltori. L’associazione dei produttori cinesi ha persino indicato un tetto ai prezzi, invitando le imprese a non vendere al di sopra di quel livello. A quanto pare, dunque, Xi Jinping sembra intenzionato a garantire che i fertilizzanti rimangano in patria al servizio del mercato interno, prima di considerare qualsiasi esportazione.
Si prospettano poi ulteriori restrizioni su alluminio e plastica. I prezzi dell’alluminio erano saliti bruscamente all’inizio del conflitto per i timori di interruzioni nelle forniture, visto che il Medio Oriente rappresenta circa il 9% della produzione mondiale nel 2025. Dopo un breve calo, i prezzi stanno riprendendo a salire, e un aumento del 10% dei costi delle materie prime può ridurre i margini lordi dei principali produttori cinesi di elettrodomestici fino al 6%. Per questo Pechino cercherà di proteggere innanzitutto il proprio mercato.
Proprio qui, infatti, si stanno verificando le prime crepe, poiché le restrizioni all’export e l’aumento dei costi energetici stanno colpendo duramente le piccole e medie imprese cinesi. I margini dell’industria tessile e dell’abbigliamento sono scesi al 4,1%, il livello più basso dal 2017. Il settore della plastica e della gomma ha registrato due anni consecutivi di erosione dei margini, al 5,3%.
Nello Zhejiang le esportazioni verso il Medio Oriente avevano superato i 120 miliardi di dollari nel 2025, con una crescita del 23% nei primi due mesi dell’anno verso Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Ora i compratori della regione sono quasi scomparsi, mentre i costi di trasporto verso il Golfo Persico sono aumentati del 35% a marzo e i premi assicurativi del 143%.
In questo contesto, il ministro del Commercio cinese Wang Wentao ha dichiarato, a margine della quattordicesima riunione ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio in Camerun, che la Cina è disposta a espandere «attivamente» le importazioni dall’Unione europea. Wang, che ha incontrato il commissario europeo per il commercio Maroš Šefčovič, ha anche chiesto a Bruxelles di allentare i controlli sulle esportazioni di alta tecnologia verso la Cina, invitando l’Ue ad «astenersi dallo strumentalizzare politicamente le questioni commerciali» e a considerare lo sviluppo cinese in modo «razionale e obiettivo».
La dichiarazione arriva mentre Pechino è impegnata su diversi tavoli. Proseguono infatti le trattative commerciali con Washington in vista del vertice tra Donald Trump e Xi Jinping a metà maggio, mentre ci sono indagini reciproche sulle pratiche commerciali. L’apertura verso Bruxelles appare in questo senso anche una mossa per diversificare i canali diplomatici e commerciali in una fase di forte pressione.
L’Europa è molto esposta. Non dispone di fornitori alternativi di taglia mondiale per i fertilizzanti, visto che l’unico altro grande esportatore è la Russia, già sotto sanzioni. Il blocco dei fertilizzanti, in coincidenza con l’inizio della stagione primaverile, lascia davvero poco tempo per trovare alternative.
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Sono il 7,4% delle imprese ma generano oltre 102 miliardi di ricavi e quasi un quarto dell’Ebitda. L’Osservatorio Nomisma evidenzia il divario crescente tra aziende capaci di creare valore e un sistema che fatica a trasformare la crescita in marginalità.
C’è una parte della manifattura italiana che non solo regge l’urto delle difficoltà economiche, ma continua a crescere e a produrre valore. È quella delle cosiddette imprese «Controvento», una minoranza sempre più rilevante del tessuto produttivo nazionale.
Secondo l’ultima edizione dell’Osservatorio realizzato da Nomisma in collaborazione con CRIF e CRIBIS, queste aziende rappresentano oggi il 7,4% del totale del comparto manifatturiero. Una quota limitata, ma capace di concentrare il 10% dei ricavi complessivi, pari a 102,6 miliardi di euro, oltre a quasi un quarto dell’Ebitda e al 16% del valore aggiunto dell’intero settore.
Il dato più significativo è che non si tratta di un fenomeno temporaneo. Negli anni, infatti, si è consolidata una vera e propria frattura tra modelli produttivi: da un lato imprese in grado di trasformare la crescita in marginalità e solidità, dall’altro aziende che faticano a generare valore nonostante l’aumento dei volumi. Le imprese Controvento si distinguono per performance nettamente superiori alla media. Tra il 2019 e il 2024 il loro margine operativo lordo è passato dal 17% al 24,9%, mentre quello delle altre realtà è rimasto sostanzialmente fermo attorno all’8%. Un divario che in cinque anni è quasi raddoppiato, passando da 9 a 17 punti percentuali.
La distanza emerge con ancora più evidenza sul fronte della produttività: 171 mila euro per addetto nelle imprese Controvento contro meno di 89 mila nelle altre. Un gap che ribalta anche le gerarchie dimensionali: una piccola impresa Controvento risulta mediamente più produttiva di una grande azienda che non rientra nel cluster. Dal punto di vista geografico, la Lombardia si conferma la regione con il maggior volume di ricavi, oltre 33 miliardi di euro. Ma è l’Emilia-Romagna a far registrare la crescita più sostenuta, superando i 20 miliardi e accorciando le distanze. Segnali di dinamismo arrivano anche dal Mezzogiorno, dove aumenta la presenza di realtà capaci di distinguersi.
A trainare questo gruppo di imprese sono soprattutto alcune filiere chiave del made in Italy: automotive, farmaceutica, packaging e nautica. Settori che mostrano una maggiore capacità di mantenere nel tempo livelli elevati di competitività. Un elemento distintivo riguarda anche la solidità complessiva. Le imprese Controvento presentano infatti livelli di rischio più contenuti e una maggiore propensione all’innovazione e all’adozione delle tecnologie digitali. Caratteristiche che si traducono in resilienza, capacità di adattamento e un orientamento competitivo più marcato.
L’Osservatorio evidenzia inoltre come la continuità nel tempo faccia la differenza. Le aziende presenti da più edizioni nel cluster – le cosiddette «Super-Veterane» e «Star» – registrano risultati migliori rispetto a quelle entrate più recentemente. Non si tratta solo di stabilità, ma della capacità di consolidare nel tempo crescita e organizzazione. Le imprese al debutto, che rappresentano comunque la quota più ampia del gruppo, mostrano performance inferiori rispetto alle più consolidate, ma restano nettamente sopra la media del sistema manifatturiero. Un segnale della selettività dei criteri utilizzati. Anche sul piano territoriale emerge una geografia precisa: le regioni con una tradizione industriale più radicata concentrano la maggior parte delle aziende con maggiore continuità, con l’Emilia-Romagna che si distingue per equilibrio tra stabilità e capacità di creare valore.
Nel complesso, il quadro che emerge è quello di un sistema produttivo sempre più polarizzato. Da una parte un nucleo ristretto ma in crescita di imprese capaci di affrontare anche i contesti più complessi, dall’altra una fascia più ampia che fatica a tenere il passo.
Una trasformazione che, più che legata al ciclo economico, sembra riflettere un cambiamento strutturale nei modelli competitivi, dove innovazione, solidità finanziaria e capacità di adattamento diventano fattori decisivi per restare sul mercato.
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