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2022-02-20
Tensione massima a Kiev: uccisi due soldati ucraini. Esodo di civili dal Donbass
Ansa
Si è fatta altissima la tensione nel Donbass. Ieri, l’esercito ucraino ha reso noto che due dei suoi soldati sono rimasti uccisi nel corso di bombardamenti, condotti dai separatisti filorussi. Sempre l’esercito di Kiev ha riferito che, nelle prime dodici ore di sabato, i separatisti avrebbero violato il cessate il fuoco per 37 volte. Nel frattempo, si sono registrati flussi di profughi che dal Donbass si sono diretti in Russia: secondo quanto riferito dai media russi, si tratterebbe di oltre 10.000 persone. Il governo di Mosca si è detto «pronto ad accogliere i rifugiati» ed è in questo contesto che la regione russa di Rostov ha proclamato lo stato d’emergenza. Sempre a Rostov, secondo l’agenzia russa Tass, sarebbe scoppiato un mortaio ieri a un chilometro dal confine ucraino. In tutto questo, le due autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk hanno annunciato ieri una mobilitazione generale, mentre il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov ha detto al suo omologo francese, Jean-Yves Le Drian, che Kiev starebbe ammassando truppe a ridosso del Donbass.
Vista la pesante guerra di informazione in corso, è difficile dare un’interpretazione netta a quanto sta accadendo. Secondo i separatisti, l’evacuazione dei civili dalle due autoproclamate repubbliche sarebbe dovuta agli attacchi militari condotti dall’esercito ucraino. Una versione, questa, smentita da Kiev e da Washington, secondo cui l’evacuazione risulterebbe in realtà soltanto una messinscena con lo scopo di offrire a Mosca il pretesto per invadere il Donbass. In questo contesto, ieri la Cnn ha riferito che, in base a un’analisi dei metadati, i video in cui venerdì scorso i leader delle repubbliche di Lugansk e Donetsk annunciavano l’evacuazione risulterebbero essere stati registrati «giorni prima».
Nel mentre, si sono tenute ieri le esercitazioni russe, con lancio di missili balistici, supervisionate da Vladimir Putin e da Alexander Lukashenko. Due giorni fa, il leader del Cremlino aveva dichiarato che tali esercitazioni fossero puramente difensive: una spiegazione che non ha tuttavia convinto troppo il fronte occidentale. Del resto, che la tensione sia alta è testimoniato anche dal fatto che, sempre ieri, Francia, Austria e Germania hanno esortato i propri cittadini ad abbandonare immediatamente l’Ucraina, mentre le compagnie aeree Lufthansa e Austrian Airlines hanno interrotto i voli diretti a Kiev e Odessa. Non solo: la Nato ha infatti anche ritirato il proprio staff dalla capitale ucraina, mentre il capo del Pentagono, Lloyd Austin, ha detto che un’invasione russa potrebbe avvenire «in breve tempo». Tanto più che lo stato d’emergenza proclamato a Rostov potrebbe costituire un casus belli. Tutto questo, senza dimenticare un precedente sportivo un po’ inquietante. Oggi si concluderanno infatti le olimpiadi invernali di Pechino: ebbene, nel 2014, la crisi della Crimea ebbe luogo proprio mentre stavano volgendo al termine i giochi olimpici di Sochi. Tra l’altro, gli americani pensano che Putin possa sfruttare l’assenza del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che si è recato ieri alla conferenza sulla sicurezza di Monaco.
L’incertezza continua a regnare sovrana. È fuori di dubbio che Putin abbia un solido interesse ad approfittare della debolezza delle relazioni transatlantiche (certificata dalla crisi afgana), per tentare un colpo di mano nel Donbass o a Odessa. Ma è anche vero che un’eventuale offensiva rischierebbe di procurargli contraccolpi in termini di popolarità interna e di relazioni internazionali. Un’invasione (ridotta o su vasta scala) porterebbe infatti il leader russo a una crisi difficilmente reversibile con l’Occidente, spingendolo progressivamente a diventare il «junior partner» di Xi Jinping e a guastare i suoi (già non sempre idilliaci) rapporti con la Turchia. Putin, che deve barcamenarsi tra le fazioni anti-occidentali e filo-occidentali all’interno dell’establishment russo, si trova quindi a dover affrontare un dilemma strategico significativo.
Dall’altra parte, c’è chi suggerisce che Biden avrebbe interesse a soffiare sul fuoco della crisi ucraina, con l’obiettivo di dividere la Russia dall’Europa a suon di pesanti sanzioni. Va tuttavia sottolineato che, soprattutto in conseguenza del disastro afgano di agosto, l’attuale presidente statunitense stia rischiando moltissimo dalla crisi in corso: sia in termini di credibilità internazionale che di popolarità interna. Lo stesso spettro politico americano è diviso tra chi esorta l’inquilino della Casa Bianca a tirare il freno a mano e chi lo critica per essersi finora rivelato troppo blando e prevedibile: alcuni settori non gli perdonano, in particolare, di avere in parte replicato la fallimentare strategia adottata da Obama nella crisi della Crimea otto anni fa. Tra l’altro è assai improbabile che il dossier ucraino possa aiutare il presidente a stornare l’attenzione dalle sue (numerose) difficoltà interne. Bisognerebbe quindi essere cauti prima di dire che la Casa Bianca stia cercando di provocare la Russia, perché una simile tesi non tiene probabilmente in debito conto l’aggrovigliata situazione politica in seno agli Stati Uniti. Insomma, Biden e Putin rischiano entrambi parecchio da questa crisi. Solo dalla sua conclusione potremo realmente capire chi avrà vinto e chi avrà perso. Ma intanto la guerra di nervi si sta facendo sempre più pericolosa.
Zelensky chiede agli Usa sanzioni immediate
Un incontro con Vladimir Putin. È questo quanto auspicato ieri, durante la conferenza sulla sicurezza a Monaco, dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. «Non so cosa voglia il presidente russo. Per questo motivo, propongo di incontrarci», ha detto. «Sono il presidente», ha anche affermato nel suo discorso, «è importante che tutti i nostri partner e amici non siano d’accordo su nulla alle nostre spalle». «Non siamo nel panico», ha proseguito, «Siamo molto coerenti sul fatto che non stiamo rispondendo a nessuna provocazione».
Il leader ucraino ha anche definito il suo Paese come uno «scudo» per l’Europa. «Per otto anni, l’Ucraina ha tenuto a bada uno dei più grandi eserciti del mondo», ha affermato. Ricordiamo che, nei giorni scorsi, un incontro tra Putin e Zelensky era stato invocato anche da Mario Draghi, che si recherà la settimana prossima in missione diplomatica a Mosca.
A livello generale, la tensione resta comunque palpabile. «C’è ancora una possibilità per evitare inutili spargimenti di sangue, ma richiederà una schiacciante dimostrazione di solidarietà occidentale al di là di qualsiasi cosa abbiamo visto nella storia recente», ha dichiarato ieri il premier britannico, Boris Johnson. In tutto questo, parlando alla conferenza di Monaco, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha puntato il dito contro l’asse sino-russo. «Per la prima volta ora vediamo Pechino unirsi a Mosca chiedendo alla Nato di smettere di ammettere nuovi membri», ha detto. «È un tentativo di controllare il destino delle nazioni libere, di riscrivere il regolamento internazionale e di imporre i propri modelli di governo autoritari», ha proseguito. Ricordiamo che, a inizio febbraio, Vladimir Putin e Xi Jinping si sono incontrati a Pechino, per consolidare l’asse tra Russia e Cina. Nell’occasione, il presidente russo ha appoggiato le rivendicazioni cinesi su Taiwan, mentre il leader della Repubblica popolare si è detto contrario all’espansione della Nato a Est.
A intervenire è stata anche la vicepresidente americana, Kamala Harris, che ha cercato di compattare il fronte euro-atlantico. «Abbiamo preparato misure economiche che saranno rapide, severe e unite», ha affermato. «Prenderemo di mira le istituzioni finanziarie e i settori chiave della Russia. Prenderemo anche di mira coloro che sono complici e coloro che aiutano e favoriscono questa invasione non provocata». La Harris ha avuto inoltre un colloquio con Zelensky, in cui la vicepresidente americana, si legge in una nota, «ha sottolineato l’impegno degli Stati Uniti nei confronti della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina».
Non sono tuttavia mancate delle polemiche. In particolare, il presidente ucraino ha chiesto che le sanzioni antirusse vengano rese note subito, senza attendere il verificarsi di un’eventuale invasione da parte di Mosca. «Non abbiamo bisogno delle vostre sanzioni dopo il bombardamento e dopo che il nostro Paese sarà stato colpito o dopo che non avremo confini, o dopo che non avremo un’economia. Perché allora dovremmo aver bisogno di quelle sanzioni?», ha detto Zelensky.
Nel frattempo, in una telefonata con l’omologo francese Jean-Yves Le Drian, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov aveva invece criticato l’Occidente per non aver preso in considerazione le richieste di Mosca in materia di sicurezza. La Russia ha tra l’altro incassato anche il sostegno di Cuba nell’attuale crisi ucraina.
«È ingenuo credere che soddisfare alcune delle richieste della Russia porterà a una convivenza pacifica», ha dal canto suo dichiarato ieri a Monaco il premier polacco Mateusz Morawiecki.
Nei giorni scorsi, Varsavia aveva del resto a più riprese paventato il rischio che un’invasione russa possa determinare un’ondata migratoria diretta verso l’Unione europea. Un campanello d’allarme è stato suonato anche dal ministro degli Esteri britannico, Liz Truss.
«Lo scenario peggiore potrebbe verificarsi già la prossima settimana. La realtà è che la Russia vuole riportare indietro l’orologio», ha detto. «Solo nell’ultima settimana, abbiamo assistito a un raddoppio della disinformazione e abbiamo assistito a operazioni false flag nella regione del Donbass».
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Esplosioni al confine. Migliaia di evacuati verso Rostov. Vladimir Putin ai test dei missili nucleari con Alexander Lukashenko. Germania e Francia ai connazionali: «Lasciate il Paese».Il presidente ucraino auspica un incontro con l’omologo russo e polemizza: «Ci proteggeremo con o senza partner».Lo speciale contiene due articoli.Si è fatta altissima la tensione nel Donbass. Ieri, l’esercito ucraino ha reso noto che due dei suoi soldati sono rimasti uccisi nel corso di bombardamenti, condotti dai separatisti filorussi. Sempre l’esercito di Kiev ha riferito che, nelle prime dodici ore di sabato, i separatisti avrebbero violato il cessate il fuoco per 37 volte. Nel frattempo, si sono registrati flussi di profughi che dal Donbass si sono diretti in Russia: secondo quanto riferito dai media russi, si tratterebbe di oltre 10.000 persone. Il governo di Mosca si è detto «pronto ad accogliere i rifugiati» ed è in questo contesto che la regione russa di Rostov ha proclamato lo stato d’emergenza. Sempre a Rostov, secondo l’agenzia russa Tass, sarebbe scoppiato un mortaio ieri a un chilometro dal confine ucraino. In tutto questo, le due autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk hanno annunciato ieri una mobilitazione generale, mentre il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov ha detto al suo omologo francese, Jean-Yves Le Drian, che Kiev starebbe ammassando truppe a ridosso del Donbass. Vista la pesante guerra di informazione in corso, è difficile dare un’interpretazione netta a quanto sta accadendo. Secondo i separatisti, l’evacuazione dei civili dalle due autoproclamate repubbliche sarebbe dovuta agli attacchi militari condotti dall’esercito ucraino. Una versione, questa, smentita da Kiev e da Washington, secondo cui l’evacuazione risulterebbe in realtà soltanto una messinscena con lo scopo di offrire a Mosca il pretesto per invadere il Donbass. In questo contesto, ieri la Cnn ha riferito che, in base a un’analisi dei metadati, i video in cui venerdì scorso i leader delle repubbliche di Lugansk e Donetsk annunciavano l’evacuazione risulterebbero essere stati registrati «giorni prima». Nel mentre, si sono tenute ieri le esercitazioni russe, con lancio di missili balistici, supervisionate da Vladimir Putin e da Alexander Lukashenko. Due giorni fa, il leader del Cremlino aveva dichiarato che tali esercitazioni fossero puramente difensive: una spiegazione che non ha tuttavia convinto troppo il fronte occidentale. Del resto, che la tensione sia alta è testimoniato anche dal fatto che, sempre ieri, Francia, Austria e Germania hanno esortato i propri cittadini ad abbandonare immediatamente l’Ucraina, mentre le compagnie aeree Lufthansa e Austrian Airlines hanno interrotto i voli diretti a Kiev e Odessa. Non solo: la Nato ha infatti anche ritirato il proprio staff dalla capitale ucraina, mentre il capo del Pentagono, Lloyd Austin, ha detto che un’invasione russa potrebbe avvenire «in breve tempo». Tanto più che lo stato d’emergenza proclamato a Rostov potrebbe costituire un casus belli. Tutto questo, senza dimenticare un precedente sportivo un po’ inquietante. Oggi si concluderanno infatti le olimpiadi invernali di Pechino: ebbene, nel 2014, la crisi della Crimea ebbe luogo proprio mentre stavano volgendo al termine i giochi olimpici di Sochi. Tra l’altro, gli americani pensano che Putin possa sfruttare l’assenza del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che si è recato ieri alla conferenza sulla sicurezza di Monaco. L’incertezza continua a regnare sovrana. È fuori di dubbio che Putin abbia un solido interesse ad approfittare della debolezza delle relazioni transatlantiche (certificata dalla crisi afgana), per tentare un colpo di mano nel Donbass o a Odessa. Ma è anche vero che un’eventuale offensiva rischierebbe di procurargli contraccolpi in termini di popolarità interna e di relazioni internazionali. Un’invasione (ridotta o su vasta scala) porterebbe infatti il leader russo a una crisi difficilmente reversibile con l’Occidente, spingendolo progressivamente a diventare il «junior partner» di Xi Jinping e a guastare i suoi (già non sempre idilliaci) rapporti con la Turchia. Putin, che deve barcamenarsi tra le fazioni anti-occidentali e filo-occidentali all’interno dell’establishment russo, si trova quindi a dover affrontare un dilemma strategico significativo. Dall’altra parte, c’è chi suggerisce che Biden avrebbe interesse a soffiare sul fuoco della crisi ucraina, con l’obiettivo di dividere la Russia dall’Europa a suon di pesanti sanzioni. Va tuttavia sottolineato che, soprattutto in conseguenza del disastro afgano di agosto, l’attuale presidente statunitense stia rischiando moltissimo dalla crisi in corso: sia in termini di credibilità internazionale che di popolarità interna. Lo stesso spettro politico americano è diviso tra chi esorta l’inquilino della Casa Bianca a tirare il freno a mano e chi lo critica per essersi finora rivelato troppo blando e prevedibile: alcuni settori non gli perdonano, in particolare, di avere in parte replicato la fallimentare strategia adottata da Obama nella crisi della Crimea otto anni fa. Tra l’altro è assai improbabile che il dossier ucraino possa aiutare il presidente a stornare l’attenzione dalle sue (numerose) difficoltà interne. Bisognerebbe quindi essere cauti prima di dire che la Casa Bianca stia cercando di provocare la Russia, perché una simile tesi non tiene probabilmente in debito conto l’aggrovigliata situazione politica in seno agli Stati Uniti. Insomma, Biden e Putin rischiano entrambi parecchio da questa crisi. Solo dalla sua conclusione potremo realmente capire chi avrà vinto e chi avrà perso. Ma intanto la guerra di nervi si sta facendo sempre più pericolosa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kiev-uccisi-due-soldati-ucraini-2656730785.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zelensky-chiede-agli-usa-sanzioni-immediate" data-post-id="2656730785" data-published-at="1645360328" data-use-pagination="False"> Zelensky chiede agli Usa sanzioni immediate Un incontro con Vladimir Putin. È questo quanto auspicato ieri, durante la conferenza sulla sicurezza a Monaco, dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. «Non so cosa voglia il presidente russo. Per questo motivo, propongo di incontrarci», ha detto. «Sono il presidente», ha anche affermato nel suo discorso, «è importante che tutti i nostri partner e amici non siano d’accordo su nulla alle nostre spalle». «Non siamo nel panico», ha proseguito, «Siamo molto coerenti sul fatto che non stiamo rispondendo a nessuna provocazione». Il leader ucraino ha anche definito il suo Paese come uno «scudo» per l’Europa. «Per otto anni, l’Ucraina ha tenuto a bada uno dei più grandi eserciti del mondo», ha affermato. Ricordiamo che, nei giorni scorsi, un incontro tra Putin e Zelensky era stato invocato anche da Mario Draghi, che si recherà la settimana prossima in missione diplomatica a Mosca. A livello generale, la tensione resta comunque palpabile. «C’è ancora una possibilità per evitare inutili spargimenti di sangue, ma richiederà una schiacciante dimostrazione di solidarietà occidentale al di là di qualsiasi cosa abbiamo visto nella storia recente», ha dichiarato ieri il premier britannico, Boris Johnson. In tutto questo, parlando alla conferenza di Monaco, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha puntato il dito contro l’asse sino-russo. «Per la prima volta ora vediamo Pechino unirsi a Mosca chiedendo alla Nato di smettere di ammettere nuovi membri», ha detto. «È un tentativo di controllare il destino delle nazioni libere, di riscrivere il regolamento internazionale e di imporre i propri modelli di governo autoritari», ha proseguito. Ricordiamo che, a inizio febbraio, Vladimir Putin e Xi Jinping si sono incontrati a Pechino, per consolidare l’asse tra Russia e Cina. Nell’occasione, il presidente russo ha appoggiato le rivendicazioni cinesi su Taiwan, mentre il leader della Repubblica popolare si è detto contrario all’espansione della Nato a Est. A intervenire è stata anche la vicepresidente americana, Kamala Harris, che ha cercato di compattare il fronte euro-atlantico. «Abbiamo preparato misure economiche che saranno rapide, severe e unite», ha affermato. «Prenderemo di mira le istituzioni finanziarie e i settori chiave della Russia. Prenderemo anche di mira coloro che sono complici e coloro che aiutano e favoriscono questa invasione non provocata». La Harris ha avuto inoltre un colloquio con Zelensky, in cui la vicepresidente americana, si legge in una nota, «ha sottolineato l’impegno degli Stati Uniti nei confronti della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina». Non sono tuttavia mancate delle polemiche. In particolare, il presidente ucraino ha chiesto che le sanzioni antirusse vengano rese note subito, senza attendere il verificarsi di un’eventuale invasione da parte di Mosca. «Non abbiamo bisogno delle vostre sanzioni dopo il bombardamento e dopo che il nostro Paese sarà stato colpito o dopo che non avremo confini, o dopo che non avremo un’economia. Perché allora dovremmo aver bisogno di quelle sanzioni?», ha detto Zelensky. Nel frattempo, in una telefonata con l’omologo francese Jean-Yves Le Drian, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov aveva invece criticato l’Occidente per non aver preso in considerazione le richieste di Mosca in materia di sicurezza. La Russia ha tra l’altro incassato anche il sostegno di Cuba nell’attuale crisi ucraina. «È ingenuo credere che soddisfare alcune delle richieste della Russia porterà a una convivenza pacifica», ha dal canto suo dichiarato ieri a Monaco il premier polacco Mateusz Morawiecki. Nei giorni scorsi, Varsavia aveva del resto a più riprese paventato il rischio che un’invasione russa possa determinare un’ondata migratoria diretta verso l’Unione europea. Un campanello d’allarme è stato suonato anche dal ministro degli Esteri britannico, Liz Truss. «Lo scenario peggiore potrebbe verificarsi già la prossima settimana. La realtà è che la Russia vuole riportare indietro l’orologio», ha detto. «Solo nell’ultima settimana, abbiamo assistito a un raddoppio della disinformazione e abbiamo assistito a operazioni false flag nella regione del Donbass».
Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
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Guido Guidesi e Massimo Bitonci
L’accordo è stato siglato ieri da Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico lombardo, e da Massimo Bitonci, assessore veneto alle Attività Produttive, a Desenzano del Garda, in provincia di Brescia. Una scelta simbolica: la località affacciata sul lago rappresenta infatti un punto di contatto naturale tra Lombardia e Veneto, quasi un ponte tra due sistemi economici profondamente integrati. Il patto nasce dalla consapevolezza che le due Regioni a guida leghista rappresentano due dei sistemi economici più dinamici del panorama nazionale e continentale, caratterizzati da una fitta rete di piccole e medie imprese, da distretti industriali altamente specializzati e da una forte vocazione all’export. Rafforzare la collaborazione tra le due Regioni significa quindi valorizzare complementarità produttive e creare nuove opportunità di sviluppo per imprese e territori.
«Facciamo squadra – ha spiegato Guidesi - per aiutare le nostre imprese ad essere competitive, in un contesto molto complicato; è molto importante che i territori maggiormente produttivi e molto influenti sul Pil nazionale collaborino e siano propositivi al fine di fare sentire la voce e le esigenze del ecosistema lombardo-veneto e di tutto il Nord». Sulla stessa linea Bitonci. «Con questo accordo – dichiara l’ex viceministro - rafforziamo concretamente la collaborazione tra le due grandi regioni del Nord, cuore manifatturiero e uno dei principali motori economici d’Europa. Veneto e Lombardia condividono un modello di sviluppo fondato su distretti industriali, pmi, innovazione diffusa e una forte vocazione all’export. Mettere in rete le nostre politiche industriali significa creare nuove opportunità per le aziende, favorire l’integrazione tra filiere complementari e rendere più efficaci gli strumenti di sostegno agli investimenti. Ma non solo: le imprese lombardo-venete chiedono meno burocrazia, accesso più semplice al credito, strumenti finanziari adeguati per sostenere innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Da oggi Veneto e Lombardia parleranno ad una sola voce, mettendo a sistema competenze, risorse e strumenti operativi per accompagnare le nostre imprese».
Tra le principali direttrici dell’intesa c’è il rafforzamento delle filiere produttive complementari, con programmi congiunti tra distretti industriali e poli tecnologici dei due territori. Parallelamente le amministrazioni lavoreranno alla costruzione di strumenti coordinati di supporto al credito, facilitando l’accesso delle imprese – in particolare delle piccole e medie aziende – a finanziamenti destinati agli investimenti in innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Un ruolo centrale sarà svolto anche dalla collaborazione tra le finanziarie regionali, con l’obiettivo di sviluppare meccanismi condivisi di garanzia, co-investimento e sostegno agli investimenti produttivi.
L’accordo è economico ma evidentemente ha un valore nettamente politico: si inserisce in un percorso più ampio avviato negli ultimi anni dalla Lombardia per costruire una rete tra le principali aree produttive italiane. Infatti nel 2023 Lombardia, Piemonte e Liguria hanno dato vita alla Cabina Economica del Nord Ovest, mentre lo scorso maggio è arrivata anche un’intesa con l’Emilia-Romagna, nonostante sia una Regione guidata da uno schieramento politico opposto a quello che governa il resto del Nord. L’ingresso del Veneto rafforza ora questo disegno e rilancia l’idea di un coordinamento stabile tra i territori più produttivi del Paese, con l’obiettivo di incidere con maggiore forza nelle politiche industriali italiche e specialmente europee, coordinando la rappresentanza degli interessi dei sistemi produttivi lombardo-veneti nei grandi dossier industriali dell’Unione.
L’obiettivo è ambizioso: dialogare con altre grandi regioni industriali del continente, dai Land tedeschi ad alcune delle principali aree manifatturiere spagnole, costruendo una piattaforma di cooperazione tra territori accomunati da una forte vocazione industriale. D’altronde, a indicare questa direzione, è lo stesso mondo imprenditoriale, le cui organizzazioni chiedono un maggiore coordinamento tra le istituzioni dei territori più industrializzati, convinte che la competizione globale richieda politiche più coerenti e una rappresentanza più incisiva. Il tutto in attesa dell’autonomia differenziata.
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