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2024-12-03
Kiev nella Nato? Il caos siriano apre spiragli
Volodymyr Zelensky (Getty Images)
Kiev, Tbilisi e Aleppo distano migliaia di chilometri, ma per Mosca adesso sono vicinissime.
Fino a qualche settimana fa, sembrava che al tavolo dei negoziati sul futuro dell’Ucraina, per fare pressione su Vladimir Putin, l’Occidente avrebbe portato il Kursk invaso e la minaccia dei missili a lungo raggio. Ma a questo punto, sul piatto della bilancia potrebbero essere messe pure la Georgia delle proteste pro Ue e la Siria, ripiombata nell’inferno dell’avanzata jihadista.
Sono due scenari delicatissimi per i russi: essi non possono permettersi una nuova «rivoluzione arancione», come l’ha chiamata il Cremlino ieri, in un altro degli Stati che considerano un satellite; e non possono permettersi di perdere lo sbocco diretto sul Mediterraneo, assicurato loro dal porto di Tartus, né la base aerea di Hmeimim. In più, c’è in ballo la reputazione: non hanno mai avuto l’ambizione di diventare i poliziotti del mondo, ma ormai, immersi nel bagno di sangue del Donbass, rischiano di non riuscire a essere più nemmeno i poliziotti della regione sotto la loro egida. Dinanzi al caos seminato in Medio Oriente dall’amministrazione Obama, l’ordine imposto in Siria, anche a colpi di «macelleria», era stato uno dei più grandi successi internazionali della cinica politica dello zar. Una figuraccia lì potrebbe far vacillare la fedeltà dei tanti vassalli, sconvolgendo lo scacchiere postsovietico. E non è manco un ottimo biglietto da visita da spedire in Cina, un’alleata ingombrante, sempre più in posizione di vantaggio rispetto alla Federazione. Putin deve temere uno smacco storico. I suoi servizi segreti - forse sopravvalutati? - ne hanno già subiti due: quando non sono stati in grado di anticipare lo sconfinamento delle truppe di Volodymyr Zelensky e ora che sono stati colti di sorpresa dai ribelli anti Assad.
L’indebolimento geopolitico di Mosca diventerà un fattore di peso al momento dei negoziati con l’Ucraina. La cessione, ancorché de facto e non de iure, dei territori già strappati a Kiev, a cominciare dalla Crimea, non sembra essere in discussione. È un caposaldo della strategia di Keith Kellogg, il delegato scelto da Donald Trump per risolvere lo stallo a Est. Persino Volodymyr Zelensky si è rassegnato all’idea di lavorare alla riconquista solo con «mezzi diplomatici». Ieri lo ha ribadito a un’agenzia stampa giapponese, Kyodo news: «Il nostro esercito non ha la forza» di riprendersi le regioni perdute. Intervistato dal Financial Times, il suo ex ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba, ha addirittura paventato una sconfitta sul campo.
La vera partita si gioca su ciò che sarà dell’Ucraina dopo lo smembramento. Il presidente, ad esempio, pretende l’ingresso nella Nato. E vuole strumenti idonei a difendersi, ovvero a tenere sotto tiro il nemico. Tra le ipotesi, c’è l’invio di truppe Ue. Sergej Lavrov, il capo della diplomazia russa, ieri ha chiarito: non sarà accettata una tregua che consenta a Kiev di riarmarsi. Ma soggiogare l’Ucraina non è un obiettivo che si possa ottenere al prezzo di veder disgregata la propria influenza in altre zone di attrito con l’Occidente (la Georgia, appunto) e in Medio Oriente. Ed è evidente che Washington, almeno finché alla Casa Bianca ci sarà Joe Biden, intende approfittare del caos siriano - ammesso non abbia contribuito a innescarlo. Nella serata di domenica, l’aviazione statunitense ha bombardato basi e veicoli degli sciiti iracheni, sostenitori del regime di Bashar al-Assad. Ieri, Usa e Ue hanno proposto un congelamento delle sanzioni all’autocrate di Damasco, purché la smetta di foraggiare Hezbollah. La logica è la stessa: ridisegnare l’assetto della zona sotto al naso dei russi. Ecco perché questi ultimi accelerano per trovare una via d’uscita dal pantano siriano, promuovendo colloqui a tre con Iran e Turchia. Ankara, al solito, si muove in maniera ambigua. Ma al di là delle numerose frizioni, Putin ne ha bisogno per definire i contorni della difficile pace in Ucraina e per individuare un equilibrio condiviso in Medio Oriente. E non è un caso se, sul Ft, il magnate russo, Konstantin Malofeyev, abbia suggerito allo zar di mandare «a farsi fottere» Kellogg, a meno che l’uomo di Trump non accetti di aprire un dialogo su «questioni di ordine globale», sul «futuro dell’Europa e del mondo». Per la Federazione, il fronte della lotta è unico. Più che un impero, è in bilico la sopravvivenza.
I media e i politici occidentali hanno toppato le previsioni di sventura sulla campagna bellica di Mosca. La Russia ha retto militarmente ed economicamente e porterà a casa risultati ragguardevoli. Ma i contraccolpi non vanno sottovalutati: Paesi confinanti e storicamente neutrali - Svezia e Finlandia - sono entrati nell’Alleanza atlantica; e se la situazione negli altri teatri cruciali per la Russia rimanesse incandescente, anche l’Ucraina senza Donbass e Crimea potrebbe seguire un percorso d’integrazione in Ue e Nato. La faglia da cui è scaturito il terremoto del febbraio 2022, verrebbe solo spostata più in là. Per Putin, un’architettura che si sbriciola sarebbe un insuccesso strategico. Ma il revanchismo di Kiev e la risurrezione jihadista non sarebbero una buona notizia neanche per noi.
Bruxelles insiste sull’invio di truppe: «Serviranno a garantire la tregua»
Si avvicina la pace in Ucraina? Di sicuro, a Bruxelles si è iniziato a pensare al periodo postbellico: «È logico», fa sapere un’alta fonte diplomatica alleata, «che in molte capitali sia in corso una pianificazione militare, perché sappiamo tutti che, se dovesse esserci un accordo per il cessate il fuoco, la prima cosa che l’Ucraina chiederà saranno le garanzie di sicurezza. E potrebbe prendere la forma di una presenza di truppe sul terreno». Di quali Paesi si tratta? «C’è una buona possibilità che, alla luce della condivisione del peso con gli Usa, siano europee. Quindi sì, le capitali stanno riflettendo, perché è prudente pianificare». Tuttavia, ha specificato la fonte, «non c’è alcuna discussione in corso nelle comunità della Nato» e, inoltre, «al momento non siamo ancora a quel punto ed è per questo che nessuna capitale confermerà che esistono riflessioni in corso».Nel frattempo, dopo la telefonata con Vladimir Putin, con cui aveva provato a distendere gli animi per preparare le trattative di pace, ieri Olaf Scholz ha fatto visita a Volodymyr Zelensky, a cui ha il cancelliere ha assicurato che «l’Ucraina può fidarsi della Germania» e, inoltre, ha promesso lo stanziamento di 650 milioni di euro in aiuti militari che «verranno consegnati entro dicembre». Nonostante il bel gesto, però, parliamo di un aiuto più che altro simbolico, visto che Kiev ha bisogno di risorse ben più consistenti. Lo ha fatto notare ieri il ministro della Difesa ucraino in persona, Rustem Umerov (lambito da uno scandalo per l’invio di munizioni difettose al fronte), che alla stampa ha dichiarato che Kiev ha bisogno di armi dagli alleati per una dozzina di miliardi di dollari.A margine dell’incontro con Zelensky, Scholz ha anche inviato un messaggio a Putin: «Abbiamo la capacità di resistere, non smetteremo di sostenere il popolo ucraino e gli resteremo vicini per tutto il tempo necessario». Eppure, nonostante il monito altisonante del cancelliere, alcuni osservatori pensano che Scholz abbia agito da «ambasciatore» tra lo zar e Zelensky. Una voce che Mosca si è affrettata a smentire: «Il presidente russo non ha inviato alcun messaggio a quello ucraino attraverso il cancelliere tedesco [...] e non si attende nulla da questa missione», ha affermato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Il viaggio di Scholz a Kiev non può che aver fatto piacere a Zelensky. Anche perché, sul campo di battaglia, la situazione è molto critica, se non proprio compromessa. Lo ha rivelato, in un’intervista al Financial Times, persino Dmytro Kuleba, che fino allo scorso settembre è stato il ministro degli Esteri dell’Ucraina: «Se continua così», ha detto, «perderemo la guerra». Lo stesso Zelensky, d’altronde, non culla particolari illusioni. Ha già accettato l’idea che, alla riconquista dei territori occupati, si dovrà lavorare solo in sede di trattativa. Ieri il presidente ucraino è stato ancora più esplicito: «Il nostro esercito non ha la forza» per recuperarli con la forza delle armi, ha detto all’agenzia di stampa giapponese Kyodo News. Sempre ieri, il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó - ricordiamo che Budapest è presidente di turno dell’Ue - è volato a Mosca dal suo omologo russo, Serghei Lavrov, il quale ha dichiarato: «Ci sono parecchie iniziative promosse da diversi Paesi che sono dettate da un sincero desiderio di portare la pace. E il recente itinerario di pace del premier Viktor Orbán è un esempio di tali iniziative, e noi siamo pronti a prenderle tutte in considerazione». Al contempo, però, Lavrov ha ribadito che Mosca non è disposta ad accettare alcuna tregua, che significherebbe dare tempo a Kiev per riarmarsi: «Ovviamente questo non è un percorso verso la pace», ha chiosato il ministro degli Esteri russo.
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Al tavolo dei negoziati coi russi, oltre che il Kursk invaso, potrà finire pure il destino della Georgia e della Siria, che è strategica per Mosca. Sono mezzi di pressione grazie ai quali l’Ucraina, che sarà smembrata, aspira a ottenere un solido ombrello difensivo.Olaf Scholz promette altri aiuti. Sergej Lavrov: «Niente pause per lasciar riarmare il nemico». Lo speciale contiene due articoli.Kiev, Tbilisi e Aleppo distano migliaia di chilometri, ma per Mosca adesso sono vicinissime.Fino a qualche settimana fa, sembrava che al tavolo dei negoziati sul futuro dell’Ucraina, per fare pressione su Vladimir Putin, l’Occidente avrebbe portato il Kursk invaso e la minaccia dei missili a lungo raggio. Ma a questo punto, sul piatto della bilancia potrebbero essere messe pure la Georgia delle proteste pro Ue e la Siria, ripiombata nell’inferno dell’avanzata jihadista.Sono due scenari delicatissimi per i russi: essi non possono permettersi una nuova «rivoluzione arancione», come l’ha chiamata il Cremlino ieri, in un altro degli Stati che considerano un satellite; e non possono permettersi di perdere lo sbocco diretto sul Mediterraneo, assicurato loro dal porto di Tartus, né la base aerea di Hmeimim. In più, c’è in ballo la reputazione: non hanno mai avuto l’ambizione di diventare i poliziotti del mondo, ma ormai, immersi nel bagno di sangue del Donbass, rischiano di non riuscire a essere più nemmeno i poliziotti della regione sotto la loro egida. Dinanzi al caos seminato in Medio Oriente dall’amministrazione Obama, l’ordine imposto in Siria, anche a colpi di «macelleria», era stato uno dei più grandi successi internazionali della cinica politica dello zar. Una figuraccia lì potrebbe far vacillare la fedeltà dei tanti vassalli, sconvolgendo lo scacchiere postsovietico. E non è manco un ottimo biglietto da visita da spedire in Cina, un’alleata ingombrante, sempre più in posizione di vantaggio rispetto alla Federazione. Putin deve temere uno smacco storico. I suoi servizi segreti - forse sopravvalutati? - ne hanno già subiti due: quando non sono stati in grado di anticipare lo sconfinamento delle truppe di Volodymyr Zelensky e ora che sono stati colti di sorpresa dai ribelli anti Assad.L’indebolimento geopolitico di Mosca diventerà un fattore di peso al momento dei negoziati con l’Ucraina. La cessione, ancorché de facto e non de iure, dei territori già strappati a Kiev, a cominciare dalla Crimea, non sembra essere in discussione. È un caposaldo della strategia di Keith Kellogg, il delegato scelto da Donald Trump per risolvere lo stallo a Est. Persino Volodymyr Zelensky si è rassegnato all’idea di lavorare alla riconquista solo con «mezzi diplomatici». Ieri lo ha ribadito a un’agenzia stampa giapponese, Kyodo news: «Il nostro esercito non ha la forza» di riprendersi le regioni perdute. Intervistato dal Financial Times, il suo ex ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba, ha addirittura paventato una sconfitta sul campo.La vera partita si gioca su ciò che sarà dell’Ucraina dopo lo smembramento. Il presidente, ad esempio, pretende l’ingresso nella Nato. E vuole strumenti idonei a difendersi, ovvero a tenere sotto tiro il nemico. Tra le ipotesi, c’è l’invio di truppe Ue. Sergej Lavrov, il capo della diplomazia russa, ieri ha chiarito: non sarà accettata una tregua che consenta a Kiev di riarmarsi. Ma soggiogare l’Ucraina non è un obiettivo che si possa ottenere al prezzo di veder disgregata la propria influenza in altre zone di attrito con l’Occidente (la Georgia, appunto) e in Medio Oriente. Ed è evidente che Washington, almeno finché alla Casa Bianca ci sarà Joe Biden, intende approfittare del caos siriano - ammesso non abbia contribuito a innescarlo. Nella serata di domenica, l’aviazione statunitense ha bombardato basi e veicoli degli sciiti iracheni, sostenitori del regime di Bashar al-Assad. Ieri, Usa e Ue hanno proposto un congelamento delle sanzioni all’autocrate di Damasco, purché la smetta di foraggiare Hezbollah. La logica è la stessa: ridisegnare l’assetto della zona sotto al naso dei russi. Ecco perché questi ultimi accelerano per trovare una via d’uscita dal pantano siriano, promuovendo colloqui a tre con Iran e Turchia. Ankara, al solito, si muove in maniera ambigua. Ma al di là delle numerose frizioni, Putin ne ha bisogno per definire i contorni della difficile pace in Ucraina e per individuare un equilibrio condiviso in Medio Oriente. E non è un caso se, sul Ft, il magnate russo, Konstantin Malofeyev, abbia suggerito allo zar di mandare «a farsi fottere» Kellogg, a meno che l’uomo di Trump non accetti di aprire un dialogo su «questioni di ordine globale», sul «futuro dell’Europa e del mondo». Per la Federazione, il fronte della lotta è unico. Più che un impero, è in bilico la sopravvivenza.I media e i politici occidentali hanno toppato le previsioni di sventura sulla campagna bellica di Mosca. La Russia ha retto militarmente ed economicamente e porterà a casa risultati ragguardevoli. Ma i contraccolpi non vanno sottovalutati: Paesi confinanti e storicamente neutrali - Svezia e Finlandia - sono entrati nell’Alleanza atlantica; e se la situazione negli altri teatri cruciali per la Russia rimanesse incandescente, anche l’Ucraina senza Donbass e Crimea potrebbe seguire un percorso d’integrazione in Ue e Nato. La faglia da cui è scaturito il terremoto del febbraio 2022, verrebbe solo spostata più in là. Per Putin, un’architettura che si sbriciola sarebbe un insuccesso strategico. Ma il revanchismo di Kiev e la risurrezione jihadista non sarebbero una buona notizia neanche per noi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kiev-nella-nato-2670292349.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bruxelles-insiste-sullinvio-di-truppe-serviranno-a-garantire-la-tregua" data-post-id="2670292349" data-published-at="1733243223" data-use-pagination="False"> Bruxelles insiste sull’invio di truppe: «Serviranno a garantire la tregua» Si avvicina la pace in Ucraina? Di sicuro, a Bruxelles si è iniziato a pensare al periodo postbellico: «È logico», fa sapere un’alta fonte diplomatica alleata, «che in molte capitali sia in corso una pianificazione militare, perché sappiamo tutti che, se dovesse esserci un accordo per il cessate il fuoco, la prima cosa che l’Ucraina chiederà saranno le garanzie di sicurezza. E potrebbe prendere la forma di una presenza di truppe sul terreno». Di quali Paesi si tratta? «C’è una buona possibilità che, alla luce della condivisione del peso con gli Usa, siano europee. Quindi sì, le capitali stanno riflettendo, perché è prudente pianificare». Tuttavia, ha specificato la fonte, «non c’è alcuna discussione in corso nelle comunità della Nato» e, inoltre, «al momento non siamo ancora a quel punto ed è per questo che nessuna capitale confermerà che esistono riflessioni in corso».Nel frattempo, dopo la telefonata con Vladimir Putin, con cui aveva provato a distendere gli animi per preparare le trattative di pace, ieri Olaf Scholz ha fatto visita a Volodymyr Zelensky, a cui ha il cancelliere ha assicurato che «l’Ucraina può fidarsi della Germania» e, inoltre, ha promesso lo stanziamento di 650 milioni di euro in aiuti militari che «verranno consegnati entro dicembre». Nonostante il bel gesto, però, parliamo di un aiuto più che altro simbolico, visto che Kiev ha bisogno di risorse ben più consistenti. Lo ha fatto notare ieri il ministro della Difesa ucraino in persona, Rustem Umerov (lambito da uno scandalo per l’invio di munizioni difettose al fronte), che alla stampa ha dichiarato che Kiev ha bisogno di armi dagli alleati per una dozzina di miliardi di dollari.A margine dell’incontro con Zelensky, Scholz ha anche inviato un messaggio a Putin: «Abbiamo la capacità di resistere, non smetteremo di sostenere il popolo ucraino e gli resteremo vicini per tutto il tempo necessario». Eppure, nonostante il monito altisonante del cancelliere, alcuni osservatori pensano che Scholz abbia agito da «ambasciatore» tra lo zar e Zelensky. Una voce che Mosca si è affrettata a smentire: «Il presidente russo non ha inviato alcun messaggio a quello ucraino attraverso il cancelliere tedesco [...] e non si attende nulla da questa missione», ha affermato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Il viaggio di Scholz a Kiev non può che aver fatto piacere a Zelensky. Anche perché, sul campo di battaglia, la situazione è molto critica, se non proprio compromessa. Lo ha rivelato, in un’intervista al Financial Times, persino Dmytro Kuleba, che fino allo scorso settembre è stato il ministro degli Esteri dell’Ucraina: «Se continua così», ha detto, «perderemo la guerra». Lo stesso Zelensky, d’altronde, non culla particolari illusioni. Ha già accettato l’idea che, alla riconquista dei territori occupati, si dovrà lavorare solo in sede di trattativa. Ieri il presidente ucraino è stato ancora più esplicito: «Il nostro esercito non ha la forza» per recuperarli con la forza delle armi, ha detto all’agenzia di stampa giapponese Kyodo News. Sempre ieri, il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó - ricordiamo che Budapest è presidente di turno dell’Ue - è volato a Mosca dal suo omologo russo, Serghei Lavrov, il quale ha dichiarato: «Ci sono parecchie iniziative promosse da diversi Paesi che sono dettate da un sincero desiderio di portare la pace. E il recente itinerario di pace del premier Viktor Orbán è un esempio di tali iniziative, e noi siamo pronti a prenderle tutte in considerazione». Al contempo, però, Lavrov ha ribadito che Mosca non è disposta ad accettare alcuna tregua, che significherebbe dare tempo a Kiev per riarmarsi: «Ovviamente questo non è un percorso verso la pace», ha chiosato il ministro degli Esteri russo.
Secondo Messina, l’offerta, sostenuta anche da una componente in cassa, rappresenta un elemento rilevante per scoraggiare eventuali rilanci da parte di altri operatori. Il manager ha inoltre evidenziato il ruolo della partnership con Unipol per affrontare gli aspetti legati all’antitrust e rafforzare i coefficienti patrimoniali.
L’operazione, ha aggiunto, consentirebbe di creare valore per gli azionisti e di «stabilizzare il sistema bancario italiano», mantenendo il controllo del risparmio all’interno di grandi gruppi nazionali.
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Giuseppe Conte e Luca Di Donna (Ansa)
La testimonianza resa ieri dall’imprenditore Marco Spadaccioli, general manager della Adaltis Srl, alimenta nuovi dubbi sull’attività degli avvocati Luca Di Donna (legale vicino a Giuseppe Conte - lavorava nello stesso studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier) e Valerio De Luca, sospettati di aver messo in piedi un sistema di «facilitazioni» di finanziamenti pubblici e affari con Invitalia e la struttura commissariale di Domenico Arcuri per l’ottenimento di ricche commesse statali sui dispositivi medici. In virtù di cosa? Le informative dei carabinieri e gli stessi articoli della Verità, che segue la vicenda delle presunte provvigioni sin dal 2021, sono precise. E altrettanto preciso è stato ieri Spadaccioli, che ha raccontato che la Adaltis, nel periodo dell’emergenza pandemica, ha versato a Di Donna e De Luca ben 454.000 euro per la loro «consulenza»: «Un compenso estremamente importante», ha riconosciuto l’imprenditore, non ascoltato dalle opposizioni che sono uscite dall’Aula prima della sua testimonianza.
I fatti: tra giugno e dicembre 2020 la società aveva effettuato due forniture alla struttura commissariale di Domenico Arcuri. Oggetto delle forniture erano i kit molecolari. Un colpo straordinario per la Adaltis, che non aveva mai ricevuto altre commesse dalla struttura commissariale di Arcuri e non aveva neanche mai partecipato a nessuna gara pubblica. Come riuscì ad aggiudicarsi l’appalto? «Avevamo un kit che era stato molto gradito dagli operatori», ha dichiarato l’imprenditore. Prima di presentare le offerte, però, l’azienda si era premurata di blindare l’operazione siglando due accordi di consulenza (uno a maggio e uno a dicembre 2020) con Di Donna e il suo socio, incaricati di «predisporre e presentare tutta la documentazione necessaria per la partecipazione alla gara pubblica indetta dalla protezione civile presso la Presidenza del Consiglio, commissario straordinario dottor Domenico Arcuri». I due contratti stabilivano all’articolo 5 che il compenso dei due avvocati dovesse essere «pari al 10 per cento dell’importo del prezzo effettivamente incassato dalla società Adaltis».
Era un «compenso a successo», o «success free», ha spiegato Spadaccioli: «Noi ci preoccupavamo di incassare quanto dovevamo incassare, loro ci seguivano nell’incasso e sarebbero stati pagati a incasso avvenuto». Fatto sta, però, che nel corso dell’audizione il manager della Adaltis ha ammesso che i due professionisti non si occuparono affatto della predisposizione o del caricamento dei documenti per la prima gara da 800.000 euro, procedure gestite interamente dagli uffici interni di Adaltis. Di Donna e De Luca si sarebbero limitati a verificare la corretta iscrizione sulla piattaforma telematica e la sussistenza dei requisiti richiesti. «Altre cose non ne ricordo. Anche perché i documenti li abbiamo caricati noi, fisicamente». Per questo controllo durato appena tre giorni (dal giorno della stipula, 15 maggio, alla scadenza della gara, 18 maggio 2020) i legali hanno incassato ben 93.288 euro». Per quale attività? «Avranno controllato i documenti che c’erano da predisporre e che le nostre caratteristiche fossero coerenti e condivisibili».
Lo schema si è ripetuto quasi identico a dicembre dello stesso anno per una seconda commessa da oltre 2,4 milioni di euro, con il paradosso che il nuovo contratto di consulenza con i due avvocati fu firmato addirittura una settimana dopo l’invio dell’offerta di Adaltis, subito dopo un incontro in cui l’imprenditore riceveva ampie rassicurazioni sul buon esito della pratica. «Sono andato allo studio dell’avvocato Di Donna», ha raccontato Spadaccioli, «e mi ha detto: “Sì, potete partecipare tranquillamente, vi aiuteremo, vi supporteremo nel seguire le pratiche di incasso di questa fornitura, state tranquilli”». Dopo le rassicurazioni di Di Donna, la Adaltis si è aggiudicata l’appalto.
A chiudere il cerchio delle tensioni in commissione Covid è stata l’audizione dell’avvocato Nicoletta Spaziani, all’epoca praticante nello studio di Di Donna, che davanti alle domande incalzanti dei commissari ha opposto un muro invalicabile di «non ricordo», liquidando la vicenda come una serie di questioni strettamente personali.
«Durante la pandemia», ha spiegato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «sarebbe esistito un sistema di affari che ruotava attorno alle commesse affidate dalla struttura commissariale di Arcuri, nominato da Conte. Oggi abbiamo audito un altro imprenditore che ha pagato 454.000 euro agli avvocati Di Donna e De Luca e ha ottenuto le commesse relative a dispositivi sanitari. Questi fatti sono in correlazione? Se lo fossero, emergerebbe allora che, se gli imprenditori pagavano questi consulenti, ottenevano le commesse con la struttura commissariale di Arcuri, altrimenti restavano con un pugno di mosche in mano. Si trattava quindi di un sistema di affari consolidato che ha coinvolto la struttura commissariale di Arcuri e il governo Conte? Gli italiani devono sapere. Conte venga a riferire in commissione Covid anziché continuare a fuggire».
Non si è fatta attendere la replica del leader del Movimento 5 Stelle. L’ex premier, nel rivendicare la trasparenza del proprio operato, ha cercato di incrinare l’unità della coalizione di governo, elogiando la «maggiore dignità politica» di Forza Italia e il parziale distacco della Lega, accusando invece il partito di Giorgia Meloni di «indagare sul nulla». «Non perdete tempo, perché non troverete mai una mia attività illecita», ha detto Conte.
Uno scontro istituzionale durissimo che, al di là dei risvolti politici parlamentari, attende ora eventuali e definitivi chiarimenti da parte della magistratura.
Tegola sugli obblighi vaccinali Covid
Quattro anni ci sono voluti, per sentirsi dire che non doveva essere sospeso dall’Azienda sanitaria locale nella quale lavorava come amministrativo. Si è conclusa bene, ma con un rilevante costo psicologico e materiale, la tormentata vicenda di un dipendente romagnolo tenuto a casa senza stipendio perché non voleva vaccinarsi contro il Covid. Una sentenza della Cassazione gli ha finalmente dato ragione e ora in molti sperano che altri giudizi di primo grado sfavorevoli vengano rivisti in appello.
Siamo a metà 2026 e ancora ci sono tante persone che scontano scelte fatte durante la pandemia, contro diktat privi di logica. «Otto amministrativi di aziende sanitarie a Reggio Emilia, otto a Brescia solo di miei assistiti si sono visti respingere tutti i ricorsi e aspettano l’appello. I giudici non vogliono sentire ragioni», fa sapere l’avvocato Paola Soragni. Immaginiamoci i numeri in tutta Italia, e quanti avranno rinunciato a procedere in giudizio per non accollarsi altre spese dopo aver perso fino a un anno di retribuzione.
Speriamo che la Cassazione, intervenuta nel caso di Francesco (nome di fantasia), possa segnare un percorso diverso. In servizio presso la Gestione giuridica risorse umane dell’Ausl della Romagna, il lavoratore venne sospeso dal 1° gennaio al 1° novembre 2022 per inosservanza dell’obbligo vaccinale.
Francesco presentò ricorso, ma il 18 ottobre 2022 il Tribunale di Forlì lo respinse. Un anno dopo, il 16 ottobre 2023, la Corte d’Appello di Bologna rigettava il suo ricorso e l’avvocato Giorgio Contratti, che difende l’amministrativo assieme al collega Riccardo Luzi, si rivolse alla Cassazione.
A fine dicembre 2025, gli ermellini hanno ritenuto quella sentenza di secondo grado «non conforme» ai principi di diritto, rimandando gli atti al tribunale di ordine inferiore. Così, la scorsa settimana, praticamente in quarto grado, la sezione Lavoro della Corte d’Appello di Bologna è stata «costretta» a rivedere la sua precedente sentenza e a dichiarare «illegittimo il provvedimento di sospensione adottato» nei confronti dell’amministrativo. Potete immaginare il tempo e i soldi inutilmente spesi?
Interessante è come la sezione Lavoro della suprema Corte di Cassazione, presieduta da Caterina Marotta, bacchetta i giudici di merito per le conclusioni a cui erano giunti nel rigettare i vari ricorsi, «andando contro la legge pur di salvare i provvedimenti delle Ausl», osserva Contratti. L’articolo 4 ter del decreto legge 44 del 2021, dal titolo «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-Cov-2, di giustizia e di concorsi pubblici», non intendeva «estendere l’obbligo vaccinale a tutti i dipendenti delle aziende operanti in campo sanitario e sociosanitario, a prescindere dalla qualifica posseduta e dalla natura dell’attività lavorativa espletata», dichiarano gli ermellini.
L’obbligo era per coloro che lavoravano in strutture quali ospedali, ambulatori, centri riabilitativi dove i servizi venivano svolti «a contatto con persone in situazioni di fragilità», con ciò «escludendo il personale non sanitario per qualifica operante in “luoghi non destinati all’erogazione delle prestazioni sanitarie o socio sanitarie”». Il dipendente sospeso era in una sede dell’Ausl Romagna puramente amministrativa, dove non c’erano pazienti o degenti, eppure gli venne tolto il diritto al lavoro.
Tribunale e appello, poi, rigettarono il suo ricorso, ma per la Cassazione era «fondato» ed è significativa la tirata d’orecchi che gli ermellini fanno ai giudici di Bologna: «La Corte territoriale ha dato un’interpretazione che mortifica il tenore letterale della legge, la quale si riferisce con chiarezza, non all’attività sanitaria o socio sanitaria svolta in generale dal datore di lavoro, bensì alla natura delle prestazioni erogate dalle singole strutture delle quali il soggetto, pubblico o privato operante nel campo sanitario, si avvale».
La sentenza impugnata «non risulta conforme a tale principio di diritto e va pertanto cassata con rinvio alla Corte di Appello di Bologna», scrivono i supremi giudici. La scorsa settimana, i magistrati del capoluogo emiliano presieduti da Susanna Mantovani hanno dovuto mettere la parola fine a questo assurdo iter giudiziario, dichiarando finalmente illegittima la sospensione dell’amministrativo.
La nuova sentenza, diametralmente opposta a quella emessa nel 2023 dalla stessa sezione (ma con giudici diversi), «condanna l’Ausl della Romagna a pagare» la retribuzione che il lavoratore avrebbe percepito negli undici mesi «anche ai fini della tredicesima, delle ferie e della progressione in carriera», oltre a rivalutazione e interessi legali.
Ultima amarezza, o beffa finale. Dei 13.200 euro di spese legali conteggiati dai giudici d’Appello, l’Ausl Romagna dovrà pagare solo il 60%. I rimanenti 5.200 euro sono a carico del lavoratore, oltre a quello che ha dovuto sborsare in questi anni per quattro gradi di giudizio. «Abbiamo dovuto lottare, perché non gli fossero accollate tutte le spese», precisa l’avvocato Contratti. «I giudici di Bologna, infatti, riconoscevano la buona fede dell’Ausl Romagna nell’interpretare la legge, interpretazione confermata da due giudici di merito».
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