Keith Kellog: «Trump va capito, non temuto. In Ucraina la pace è lontana»

Parla dalla sua casa di Alexandria, a pochi chilometri da Washington, mentre la città è ricoperta da una coltre di neve di due metri e fuori la tempesta non accenna a calmarsi. Il generale Keith Kellog è stato inviato speciale per la Casa Bianca in Ucraina fino al 31 dicembre 2025. Lui conosce bene Trump e, prima di iniziare questa intervista, ci tiene a sottolineare che il presidente degli Stati Uniti non va temuto, ma capito.
Generale, è appena tornato da un’altra città innevata, Davos. Dopo il forum, c’è stato il primo trilaterale Usa-Russia-Ucraina. Trump ha detto: “Ho risolto otto guerre. Un’altra arriverà presto”: la pace in Ucraina è vicina?
Vorrei iniziare dicendo che il presidente Trump ha sempre voluto porre fine alla guerra. Lui è un uomo pacifico e, conoscendo il numero di vittime sui campi di battaglia, donne e i bambini uccisi negli attacchi terroristici, scuole e ospedali bombardati, Trump non vuole altro che tutto questo finisca. Dal febbraio 2025, gli ucraini a Gedda, in Arabia Saudita, hanno concordato un cessate il fuoco completo e globale: anche loro comprendono quotidianamente gli orrori della guerra, sono stanchi e vogliono che tutto questo finisca. Putin, dopo i colloqui a Mosca con Steve Witkoff e Jared Kushner, ha continuato a discutere di cambio di regime e di aspirazioni territoriali. Witkoff a Davos ha affermato che c’è solo una questione irrisolta per raggiungere un accordo e arrivare alla pace. Tuttavia, una delle due parti non vuole questo accordo, e non si tratta di opportunità economiche, ma di libertà, sovranità e soprattutto di una pace giusta e duratura. Quindi, purtroppo, mi sento di dire che non siamo vicini alla pace.
La questione irrisolta è la cessione del Donbass: è un sacrificio che l’Ucraina può fare?
Il fulcro dell’accordo di pace sono le garanzie di sicurezza realistiche che questa volta, a differenza di Budapest, Minsk e Istanbul, forniscano all’Ucraina risposte adeguate e rapide per contrastare la minaccia russa. E, soprattutto, che queste garanzie siano ratificate da un trattato approvato dal nostro Congresso. Con queste condizioni, il popolo ucraino potrebbe accettare di modificare i propri confini territoriali: tuttavia è necessario comprendere che l’articolo 73 della Costituzione richiede un referendum ucraino per farlo. Ci sono stati negoziati anche per la creazione di una zona demilitarizzata come quella esistente oggi tra Corea del Nord e Corea del Sud e, più recentemente, è stata sollevata anche la questione di una zona di libero scambio economico, eventualmente controllata da terzi. A mio parere, la linea di contatto è congelata. Ogni parte dovrebbe arretrare di 15 chilometri, creando una terra di nessuno di 30 chilometri (la gittata della maggior parte dell’artiglieria), così sia Ucraina sia Russia potrebbero proclamare la vittoria e mettere fine a questa guerra.
Lei è un generale, ha vissuto molte guerre, tra cui quella del Vietnam. Sarà una pace duratura o rischia di essere solo fumo negli occhi dei russi, pronti ad attaccare di nuovo in men che non si dica?
Torniamo alle garanzie di sicurezza. Se gli Stati Uniti forniscono armi, addestramento, supporto di intelligence e sorveglianza e la Coalizione dei Volenterosi schiera gli uomini sul campo in punti chiave dell’Ucraina, trasformando gli 800.000 uomini dell’esercito ucraino nella Sparta d’Europa, allora sì, la pace potrebbe durare. Una volta stabilito un cessate il fuoco è estremamente difficile ricominciare. Le truppe di entrambe le parti verrebbero smobilitate e tornerebbero a casa, a una vita pacifica e normale. Le perdite della Russia in questa guerra sono catastrofiche. Oltre 1,2 milioni, milioni di morti e feriti con scarsissimi successi sul campo di battaglia. I progressi si misurano in metri e non in miglia, e la resilienza del popolo ucraino, che subisce attacchi notturni di missili e droni, e il freddo mortale senza riscaldamento ed elettricità, dimostra la loro forza. Allora perché Putin dovrebbe volerci riprovare e fallire di nuovo? Putin deve capire che non sta vincendo questa guerra, che il grande impero sovietico non esiste più, e concentrarsi maggiormente su come tornare a far parte della famiglia delle Nazioni per il bene del suo Paese e del suo popolo.
Può spiegare perché Zelensky ha «rimproverato» l’Europa? Dopotutto, l’Ue è sempre stata vicina all’Ucraina, fornendo armi e denaro...
Dopo 4 anni di guerra e 90 miliardi di dollari di aiuti dall’Europa, il presidente Zelensky si chiede perché non siano state arrestate più petroliere russe, perché l’Europa non stia bloccando la fornitura di componenti europei per i missili russi e non stia creando un forte esercito europeo. Le sanzioni non vengono applicate, l’Europa continua ad acquistare petrolio dalla Russia e ad alimentare la macchina da guerra. L’Europa vuole assistere e proteggere l’Ucraina, ma non è completamente unita. Credo che quello che stia cercando di dire Zelensky è che dopo un anno dal forum di Davos, nulla è cambiato veramente. Le sue città vengono attaccate quotidianamente, ma soprattutto i suoi cittadini stanno morendo. Putin deve temere l’Europa, non solo Trump.
Dopo giorni di altissima tensione, Trump ha dichiarato che non attaccherà la Groenlandia. Sembra che un accordo sia stato raggiunto. L’Europa si è arresa agli Stati Uniti?
Il Segretario Generale della Nato Mark Rutte ha discusso con il presidente Trump sulle possibili soluzioni alla questione della Groenlandia. Groenlandia e Danimarca hanno continuato a dichiarare che questa è una loro decisione. Non si tratta, tuttavia, di una questione nuova. L’interesse degli Stati Uniti per la Groenlandia risale al XIX secolo, quando l’allora Segretario di Stato William H. Seward, reduce dall’acquisto dell’Alaska dai russi nel 1867, lanciò l’idea di acquistare la Groenlandia e l’Islanda dalla Danimarca. Nel 1946, dopo la Seconda guerra mondiale, il presidente Harry Truman offrì alla Danimarca 100 milioni di dollari in oro per l’isola, sebbene la Danimarca respinse l’offerta. Trump espresse pubblicamente per la prima volta il suo interesse per l’acquisto della Groenlandia durante il suo primo mandato nel 2019, paragonando un potenziale acquisto a un «grande affare immobiliare». Ma l’idea è stata rapidamente bocciata dalle autorità groenlandesi e danesi, che hanno insistito sul fatto che l’isola non fosse in vendita. Le implicazioni per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti sono enormi. Il Golden Dome, che proteggerebbe noi e l’Europa dagli attacchi con missili balistici intercontinentali, deve essere affrontato. Questo è un passo positivo per gli Stati Uniti, ma anche per la Nato. Il presidente Trump ha espresso chiaramente l’uso negativo della forza militare, che avrebbe dovuto allentare la tensione e il calore delle discussioni. È necessario trovare rapidamente un coordinamento e una soluzione praticabile alle sue preoccupazioni. Trump non è una persona paziente, ma sono certo che si troverà una soluzione che soddisfi entrambe le parti. Il primo ministro Meloni si è espresso molto chiaramente su questo punto e si è rifiutato di inviare truppe italiane in Groenlandia per una presunta difesa. È fiduciosa che la comunicazione sia la strada da seguire ed ha ragione.
Poi c’è l’altro fronte: Gaza. L’Unione europea non ha ancora aderito al Peace Board. La tensione sulla Groenlandia ha danneggiato le relazioni tra Unione europea e Stati Uniti?
In un certo senso sì, ma anche questo passerà. Il primo ministro Meloni ha dichiarato che, nella sua attuale configurazione, all’Italia è vietato dalla Costituzione di aderire al Peace Board. La situazione di Gaza è al centro dell’attenzione dell’amministrazione e verrà risolta.
Canada, Venezuela, ora Groenlandia... alcuni accusano Trump di tendenze imperialiste. Ma può spiegare cosa ha in mente il Presidente degli Stati Uniti?
Il presidente Trump è la persona più attiva che io conosca, e posso assicurarle che ha sempre a cuore l’America e i suoi cittadini in ogni sua azione. Quest’ultima «Strategia per la sicurezza nazionale» pone l’accento sull’emisfero occidentale, il nostro emisfero, per garantire la sicurezza del nostro Paese. La sua politica di frontiera ha ripulito il flusso di immigrazione illegale dal nostro confine meridionale in tempi record. Con la sua azione per rimuovere Maduro dal narcotraffico negli Stati Uniti e la distruzione delle navi che trasportavano fentanyl e altre droghe illecite nel nostro Paese, il presidente sta salvando innumerevoli vite. Con questa mossa Trump ha impedito a Russia e Cina di operare in quell’area e di creare minacce alla nostra sicurezza nazionale.
In qualità di inviato speciale della Casa Bianca in Ucraina, ha seguito i negoziati con Mosca. Può spiegarci cosa significa negoziare e trattare con Putin?
Inizialmente, sono stato designato Inviato Speciale per la Russia e l’Ucraina. Il 29 gennaio 2025, ho informato il presidente del mio piano per porre fine a questa guerra. Durante il briefing, Trump ha stabilito che si sarebbe occupato lui in prima persona della Russia e che io avrei dovuto concentrarmi su Ucraina ed Europa. In seguito, si è scoperto che, dopo la mia nomina, la Russia si è opposta a un soldato della Guerra fredda come negoziatore, insinuando che le mie azioni sarebbero state contrarie alle idee massimaliste russe. Per quanto riguarda Putin, non dimentichiamo che è un agente del Kgb nel profondo e che le tattiche negoziali russe sono discussioni senza fine per mettere in ginocchio l’avversario. Pertanto, tutti i miei colloqui si sono svolti con la leadership politica e militare ucraina, che è sempre stata disposta a sostenere e ad accogliere la posizione degli Stati Uniti. Le ultime informazioni provenienti dagli Emirati Arabi Uniti lo scorso fine settimana riguardano la completa capitolazione della regione del Donbass e il congelamento della linea di contatto lungo Kherson e Zaporizhia. L’Ucraina non accetterà e nemmeno noi dovremmo. Vorrei concludere recitando una citazione attribuita a Winston Churchill: «Si può sempre contare sugli Stati Uniti per fare la cosa giusta, dopo che hanno provato tutto il resto».






