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2024-04-14
Julie Mehretu e Pierre Huyghe in mostra tra Palazzo Grassi e Punta della Dogana
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Portrait Julie Mehretu /Photo: Josefina Santos
Dannatamente cool , ma straordinariamente «alla mano», abbigliamento minimal e sorriso che conquista, Julie Mehretu, nata 53 anni fa ad Addis Abeba , è l’artista di origine africana attualmente più quotata al mondo. Nota per i suoi dipinti astratti multistrato di grandi dimensioni («mappe di non luoghi», come li definisce lei stessa), mix di architetture, diagrammi, graffiti, prospettive aeree, paesaggi urbani, frammenti di foto, pennellate di inchiostro nero, attraverso queste opere, e con un linguaggio straordinariamente personale, la Mehretu intende (e invita a) riflettere su tematiche di grande attualità: dalla frammentazione della vita nelle metropoli alla guerra, dalla violenza alle discriminazioni, dalla politica al razzismo, dalle fake al potere dei soldi. Argomenti importanti raccontati da opere di grande impatto visivo, che catturano come magneti l’attenzione di chi guarda. E basta visitare la mostra attualmente in corso a Palazzo Grassi per rendersene conto…
La Mostra
Curata da Caroline Bourgeois e distribuita sui due piani dello storico e magnifico Palazzo affacciato sul Canal Grande, l’esposizione è una sintesi della parabola artistica della Mehretu, una summa dei lavori realizzati negli ultimi 25 anni e di opere più recenti, prodotte tra il 2021 e il 2023. Per non «ingabbiare» il visitatore in schemi cronologici, il percorso espositivo è libero, scelta azzeccatissima per cogliete al meglio l’origine e l’incessante rinnovamento dell’arte della Mehretu che, in questa mostra - una sorta di spazio corale intitolata, significativamente, Ensemble - ha invitato ad esporre un gruppo di amici/artisti , in un confronto costruttivo e vitale con altri sguardi e altri contesti, perché, come scrive Bruno Racine nella prefazione del catalogo della mostra «…per la Mehretu la creazione ha sempre una dimensione collettiva e il lavoro degli artisti più grandi è costantemente alimentato dall’interazione co una comunità di pari… ».
I suoi amici si chiamano Nairy Baghramian, Huma Bhabha, Tacita Dean, David Hammons, Robin Coste Lewis, Paul Pfeiffer e Jessica Rankin, sono iraniani, pakistani, statunitensi, britannici, hawaiani, australiani, tutti - al pari della Mehretu - hanno vissuto come fondante e formativa l’esperienza di fuga o di abbandono del proprio Paese ed è soprattutto per questo che le loro opere danno vita ad un dialogo fecondo e significativo con i più noti lavori dell’artista americana.
Senza nulla togliere agli altri, a colpire particolarmente le sculture in legno - realizzate nelle Filippine e intagliate da encarnadores locali (scultori di santi e icone cattoliche) - dello scultore, fotografo e videoartista Paul Pfeiffer (Honolulu,1966): la particolarità di queste opere, di un verismo eccezionale, sta nel fatto che, al posto dei soggetti religiosi, l’artista immortala popstar contemporanee. Un esempio? Justin Bieber, raffigurato come Cristo risorto…
Da Palazzo Grassi a Punta della Dogana:Liminal
Passando da Palazzo Grassi a Punta della Dogana, altro polo espositivo della Pinault Collection, un’altra mostra fa da degno «antipasto » all’attesissima Biennale 2024, che aprirà i battenti il 20 aprile (con una pre-apertura il 17,18 e 19) e calerà il sipario il 20 novembre.
La mostra in questione si intitola Liminal, è curata da Anne Stenne e (sino al 24 novembre) riunisce le opere dell’artista francese Pierre Huyghe provenienti dalla Collezione Pinault , oltre a una serie di nuove e inedite produzioni.Un’esposizione davvero particolare , a tratti (molto) inquietante, che conduce il visitatore in una dimensione transitoria, dove il tempo e lo spazio - come tutto ciò che lo attraversa, visibile o invisibile - diventano parte integrante delle opere d’arte, opere che spesso si rivelano come l’unione di diverse forme di intelligenza che apprendono, si modificano ed evolvono nel corso dell’esposizione.
Negli ampi spazi di Punta della Dogana si formano soggettività, con o senza corpo, che circolano e si manifestano in modo imprevedibile attraverso opere in continuo divenire, in perenne trasformazioni. Volti e corpi che si materializzano e smaterializzano, si piegano e si ergono. Che lasciano attonito lo spettatore. Tu sei li, in un luogo buio, osservi, aspetti che succeda qualcosa, anche se non sai bene che cosa:l’effetto sorpresa è garantito . Pierre Huyghe vuole lasciar emergere ciò che si trova al di fuori dalla nostra comprensione, fuori dalla nostra possibilità di farne esperienza. Per lui «le finzioni sono veicoli per accedere al possibile o all'impossibile - a ciò che potrebbe essere o a ciò che non potrebbe essere » e con Liminal mette in discussione la nostra percezione della realtà e ci propone di decentrarci, in modo da percepirci come estranei a noi stessi.
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E ’la splendida cornice di Palazzo Grassi, che insieme a Punta della Dogana è uno dei due musei di arte contemporanea della Pinault Collection a Venezia, ad ospitare ( sino al 6 gennaio 2025) la prima grande mostra europea di Julie Mehretu, nota artista statunitense di origine etiope. Tra grandi tele e incisioni, esposte una cinquantina di sue opere , in un vivace dialogo con quelle di alcuni amici artisti, con i quali la Mehretu condivide una forte affinità e un rapporto stretto di scambio e collaborazione. A Punta della Dogana, Liminal, la visionaria mostra (sino al 24 novembre 2024) del'artista francese Pierre Huyghe , che da sempre si interroga sul complesso rapporto tra l'umano e il non umano. Dannatamente cool , ma straordinariamente «alla mano», abbigliamento minimal e sorriso che conquista, Julie Mehretu, nata 53 anni fa ad Addis Abeba , è l’artista di origine africana attualmente più quotata al mondo. Nota per i suoi dipinti astratti multistrato di grandi dimensioni («mappe di non luoghi», come li definisce lei stessa), mix di architetture, diagrammi, graffiti, prospettive aeree, paesaggi urbani, frammenti di foto, pennellate di inchiostro nero, attraverso queste opere, e con un linguaggio straordinariamente personale, la Mehretu intende (e invita a) riflettere su tematiche di grande attualità: dalla frammentazione della vita nelle metropoli alla guerra, dalla violenza alle discriminazioni, dalla politica al razzismo, dalle fake al potere dei soldi. Argomenti importanti raccontati da opere di grande impatto visivo, che catturano come magneti l’attenzione di chi guarda. E basta visitare la mostra attualmente in corso a Palazzo Grassi per rendersene conto…La MostraCurata da Caroline Bourgeois e distribuita sui due piani dello storico e magnifico Palazzo affacciato sul Canal Grande, l’esposizione è una sintesi della parabola artistica della Mehretu, una summa dei lavori realizzati negli ultimi 25 anni e di opere più recenti, prodotte tra il 2021 e il 2023. Per non «ingabbiare» il visitatore in schemi cronologici, il percorso espositivo è libero, scelta azzeccatissima per cogliete al meglio l’origine e l’incessante rinnovamento dell’arte della Mehretu che, in questa mostra - una sorta di spazio corale intitolata, significativamente, Ensemble - ha invitato ad esporre un gruppo di amici/artisti , in un confronto costruttivo e vitale con altri sguardi e altri contesti, perché, come scrive Bruno Racine nella prefazione del catalogo della mostra «…per la Mehretu la creazione ha sempre una dimensione collettiva e il lavoro degli artisti più grandi è costantemente alimentato dall’interazione co una comunità di pari… ». I suoi amici si chiamano Nairy Baghramian, Huma Bhabha, Tacita Dean, David Hammons, Robin Coste Lewis, Paul Pfeiffer e Jessica Rankin, sono iraniani, pakistani, statunitensi, britannici, hawaiani, australiani, tutti - al pari della Mehretu - hanno vissuto come fondante e formativa l’esperienza di fuga o di abbandono del proprio Paese ed è soprattutto per questo che le loro opere danno vita ad un dialogo fecondo e significativo con i più noti lavori dell’artista americana.Senza nulla togliere agli altri, a colpire particolarmente le sculture in legno - realizzate nelle Filippine e intagliate da encarnadores locali (scultori di santi e icone cattoliche) - dello scultore, fotografo e videoartista Paul Pfeiffer (Honolulu,1966): la particolarità di queste opere, di un verismo eccezionale, sta nel fatto che, al posto dei soggetti religiosi, l’artista immortala popstar contemporanee. Un esempio? Justin Bieber, raffigurato come Cristo risorto…Da Palazzo Grassi a Punta della Dogana:LiminalPassando da Palazzo Grassi a Punta della Dogana, altro polo espositivo della Pinault Collection, un’altra mostra fa da degno «antipasto » all’attesissima Biennale 2024, che aprirà i battenti il 20 aprile (con una pre-apertura il 17,18 e 19) e calerà il sipario il 20 novembre.La mostra in questione si intitola Liminal, è curata da Anne Stenne e (sino al 24 novembre) riunisce le opere dell’artista francese Pierre Huyghe provenienti dalla Collezione Pinault , oltre a una serie di nuove e inedite produzioni.Un’esposizione davvero particolare , a tratti (molto) inquietante, che conduce il visitatore in una dimensione transitoria, dove il tempo e lo spazio - come tutto ciò che lo attraversa, visibile o invisibile - diventano parte integrante delle opere d’arte, opere che spesso si rivelano come l’unione di diverse forme di intelligenza che apprendono, si modificano ed evolvono nel corso dell’esposizione. Negli ampi spazi di Punta della Dogana si formano soggettività, con o senza corpo, che circolano e si manifestano in modo imprevedibile attraverso opere in continuo divenire, in perenne trasformazioni. Volti e corpi che si materializzano e smaterializzano, si piegano e si ergono. Che lasciano attonito lo spettatore. Tu sei li, in un luogo buio, osservi, aspetti che succeda qualcosa, anche se non sai bene che cosa:l’effetto sorpresa è garantito . Pierre Huyghe vuole lasciar emergere ciò che si trova al di fuori dalla nostra comprensione, fuori dalla nostra possibilità di farne esperienza. Per lui «le finzioni sono veicoli per accedere al possibile o all'impossibile - a ciò che potrebbe essere o a ciò che non potrebbe essere » e con Liminal mette in discussione la nostra percezione della realtà e ci propone di decentrarci, in modo da percepirci come estranei a noi stessi.
Ansa
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
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Il bombardamento ucraino al quartier generale dell’Fsb russo, nell’oblast di Kherson, ha provocato un centinaio fra vittime e feriti (Ansa)
La base dell’Fsb si trova a Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson. Allegando il video del raid, ha aggiunto che «le perdite russe sono circa un centinaio tra morti e feriti». Anche in questo caso si tratta di un messaggio per «i russi» visto che «devono capire che devono porre fine a questa loro guerra».
Ma non è stato l’unico attacco: il presidente ucraino ha infatti rivendicato un raid contro «la raffineria russa di Sizran, a oltre 800 chilometri dal confine». Inoltre, nella regione russa di Bryansk, un drone ucraino ha colpito una locomotiva, uccidendo tre persone. E anche nella parte della regione di Zaporizhzhia controllata dai russi si contano due vittime dopo che un velivolo senza pilota gialloblù ha attaccato un veicolo.
Che sia poi aumentata la capacità di difesa di Kiev ne è convinto il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov: ha dichiarato che «la percentuale di abbattimenti dei droni Shahed è raddoppiata negli ultimi quattro mesi, nonostante il numero di Shahed lanciati mensilmente dalla Russia sia in aumento del 35%». Gli attacchi di Mosca sull’Ucraina continuano però a mietere vittime: si contano almeno sette morti a seguito dei raid nel Donetsk, a Kharkiv e nella regione di Cherniv.
Zelensky ha intanto incassato ulteriore sostegno da parte degli alleati. Dopo lo spauracchio suscitato da una licenza commerciale britannica che avrebbe permesso l’importazione del petrolio russo da Paesi terzi, il premier laburista Keir Starmer ha fatto rientrare l’allarme. Stando a una nota diffusa da Downing street, i due leader hanno avuto una conversazione telefonica in cui Starmer «ha ribadito il costante sostegno del Regno Unito all’Ucraina e l’impegno per smantellare la macchina da guerra di Putin».
Un ulteriore appoggio a Kiev è arrivato dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in tema di integrazione europea. Ha infatti proposto a Bruxelles che l’Ucraina diventi «membro associato» prima della sua completa adesione. Questo tipo di membership includerebbe già la clausola di mutua difesa con l’estensione all’Ucraina dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Ue. A commentare l’iniziativa è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Pur riconoscendo che «l’Ucraina è un Paese candidato a far parte dell’Ue», ha precisato: «Però non dobbiamo dimenticare i Balcani che sono candidati da prima». Intanto pare che la presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue abbia fissato entro giugno l’avvio del primo pacchetto di negoziati per l’adesione. E non è escluso che sul tavolo ci sia anche la proposta di Merz. Un aiuto indirizzato al settore energetico ucraino arriva invece dall’Italia: il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha reso noto che il nostro Paese «fornirà ulteriori 10 milioni di euro per sostenere i lavori di ripristino e riparazione nel settore energetico».
E mentre il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha rimproverato «molti» alleati di «non spendere abbastanza per il sostegno all’Ucraina», c’è invece chi ha redarguito Kiev. La Lituania ha confermato che il drone precipitato sul suo territorio lo scorso 17 maggio è ucraino. Tra l’altro sia mercoledì sia ieri sono stati individuati velivoli senza pilota nei cieli lituani, ma non è stato comunicato l’autore. È in questo contesto che la Polonia ha chiesto a Kiev di usare i droni «con più precisione». La più critica è stata la Grecia: dopo il ritrovamento nelle acque greche di un drone marino ucraino, il ministro ellenico della Difesa, Nikos Dendias, ha affermato: «Ci devono delle scuse e la garanzia assoluta che una cosa del genere non si ripeterà più». Dall’altra parte, la Svezia ha preso le difese di Kiev.
A Mosca, intanto, si traccia l’identikit dei negoziatori europei. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha affermato che «dovrebbero essere persone che godono della fiducia dei loro cittadini, che non abbiano optato per un nazionalismo esplicito, in particolare per la russofobia». Ma Zakharova si è anche esposta sui cittadini della Transnistria, dopo che Mosca ha assicurato agli abitanti una procedura semplificata per ottenere la cittadinanza russa: «La Russia è pronta a ricorrere a tutti i mezzi necessari per garantire la loro sicurezza».
Per Zelensky è senz’altro un grattacapo che si aggiunge alla questione della Bielorussia. Mentre il presidente russo Vladimir Putin, insieme all’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko, ha assistito ieri in videoconferenza alle esercitazioni nucleari congiunte dei due Paesi, Kiev teme un attacco da Minsk. Così il Servizio di sicurezza ucraino ha annunciato di stare «attuando una serie di misure di sicurezza rafforzate nelle regioni settentrionali» dell’Ucraina. Lukashenko ha cercato di allentare le tensioni con Kiev, sostenendo che Minsk non si farà «trascinare» nella guerra. E si è detto «pronto a incontrare» Zelensky. Ma il presidente ucraino ha già lanciato il suo avvertimento: Lukashenko «deve capire che ci saranno conseguenze se ci sarà l’aggressione contro l’Ucraina».
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La portaerei USS Nimitz (Ansa)
L’«Isola grande» si trova di fronte a una svolta davvero storica, alla ricerca del proprio futuro, fermo dal 1959, quando trionfò la Rivoluzione castrista, che pure aveva suscitato all’epoca immense speranze di un «mondo migliore». Ma questi 70 anni «rivoluzionari» sono stati, purtroppo, costellati di promesse non mantenute, ambizioni inappagate, traguardi mancati e illusioni perdute, che hanno causato il progressivo impoverimento del paese e un accentuato degrado della condizione sociale della popolazione. Ricordo che Cuba, prima della Rivoluzione, pur con tutte le sue contraddizioni politiche e i suoi squilibri sociali, era uno dei Paesi più sviluppati dell’America Latina (con un reddito medio pro-capite pari a quello della Spagna), aveva una Costituzione all’avanguardia e l’Avana risplendeva come una delle capitali più belle e affascinanti del sub-continente.
Il progressivo decadimento del Paese fu causato essenzialmente dal fallimento di un’organizzazione politica (marxista-leninista) e di un sistema economico (collettivista) che distrussero clamorosamente un’agricoltura fiorente e un’industria promettente, senza offrire niente in cambio. I dirigenti cubani hanno sempre avuto tendenza a credere che tutti i loro fallimenti fossero da addebitare all’embargo economico e commerciale americano, senza mai aver avuto il coraggio di guardare in se stessi e riconoscere realisticamente che il problema non era esterno al sistema, era il sistema stesso. Ma tutto ciò ormai appartiene al passato, argomenti per dibattiti tra storici, materiale per libri di Storia.
Cerchiamo invece di capire quale potrà essere il futuro di Cuba, dopo l’ubriacatura rivoluzionaria. Sappiamo che molto dipenderà dal sempre imprevedibile presidente americano, che ha decretato la presa e la liberazione di Cuba. Donald Trump si è espresso al riguardo più volte, facendo però dichiarazioni non sempre coincidenti. All’inizio la strategia è stata quella dell’attesa: Cuba è uno Stato fallito, agli sgoccioli, cadrà da sola come un frutto maturo. E per accelerare i tempi della «maturazione» ha ulteriormente inasprito l’embargo, limitando le già scarse possibilità per l’isola di rifornirsi in carburante. In seguito, di fronte alla resistenza dei dirigenti cubani, è stata adottata la strategia della «massima pressione», con una serie di iniziative tese a dimostrare la determinazione di Washington a raggiungere i propri obiettivi in un modo o nell’altro.
In questa cornice rientra anche l’incriminazione, da parte del Dipartimento di Giustizia americano, dell’ex presidente Raúl Castro, accusato di omicidio e cospirazione. Il 14 febbraio 1996 Castro, allora ministro delle Difesa e Capo delle forze armate rivoluzionarie (Far), diede personalmente l’ordine (ci sono le registrazioni delle conversazioni tra i piloti dei mig cubani e Castro) di abbattere due piccoli Chessna 337 (appartenenti all’organizzazione umanitaria Hermanos al rescate ) che svolgevano attività propagandistiche e di soccorso per i cubani in navigazione nello Stretto della Florida. Secondo l’Avana gli aerei avevano violato lo spazio aereo del Paese, per l’Icao (Organizzazione internazionale dell’aviazione civile) invece gli aerei volavano su acque internazionali. Colpiti da un nugolo di missili, i due Chessna esplosero in volo e i quattro piloti (di cui tre americani) furono disintegrati. Ora perché venir fuori, trent’anni dopo, con questa vecchia storia? Verosimilmente per portare la tensione al massimo. Perché, se fallisse anche questa mossa, non rimarrebbe che la soluzione militare (verosimilmente non un’invasione vera e propria, ma azioni mirate a disarticolare la catena di comando cubana). Significativa al riguardo è la recente istituzione, nell’ambito del Comando Sud degli Usa (SouthCom) di un «Comando di guerra autonomo», nel territorio del blocco occidentale, per gestire meglio le sfide della sicurezza nella regione, con particolare riferimento a Cuba.
L’opzione militare è quindi più che mai sul tavolo e assume sempre più contenuto, vista l’intransigenza dei dirigenti cubani a fare concessioni sul piano delle riforme democratiche e dei diritti dell’uomo. Del resto i cubani della diaspora sono favorevoli, in grande maggioranza, all’intervento militare americano. E non vogliono sentire parlare di accordi con gli eredi di Raúl Castro (suo figlio e suo nipote), come molti esperti hanno adombrato. Ma anche i cubani residenti a Cuba si sono espressi, attraverso rocamboleschi sondaggi di opinione, a favore degli americani. Per loro qualunque cosa è meglio dello stato di squallore e di abbandono in cui si trovano: senza elettricità, senza luce, senza cibo, senza medicinali, senza carburante per il trasporto, senza… niente. Una vita che non è degna di essere vissuta. Nessuno crede più nella Rivoluzione, nessuno pensa che i dirigenti castristi siano in grado di risollevare l’economia del Paese.
E Rubio manda un messaggio all’isola: «Meglio l’intesa, ma pronti a tutto»
Cuba torna a vivere ore di forte tensione sociale e politica. Nella parte orientale dell’isola, nelle ultime notti, la rabbia della popolazione è esplosa nuovamente nelle strade a causa dei blackout continui, della mancanza di beni essenziali e del peggioramento delle condizioni economiche. Il punto più critico si è registrato ad Antilla, cittadina situata nell’estremo est del Paese a circa 800 chilometri dall’Avana, dove gruppi di residenti hanno protestato contro le interruzioni di corrente che da giorni paralizzano intere aree del territorio cubano. Secondo diverse testimonianze diffuse da media indipendenti e rilanciate sui social network, decine di persone sono scese in strada durante la notte battendo pentole e padelle nel classico «cacerolazo», diventato negli anni il simbolo della contestazione popolare contro il regime. Nei filmati condivisi online si sentono cori contro il governo e slogan che invocano libertà, insieme al motto «Patria y Vida», divenuto uno dei principali emblemi dell’opposizione al castrismo. Secondo testimonianze locali, il governo cubano avrebbe inviato agenti armati per impedire che le proteste si estendessero ad altre città dell’isola. Nei video diffusi online si vedono momenti di forte tensione tra manifestanti e forze di sicurezza. Non risultano vittime ufficiali, ma alcuni residenti riferiscono di avere sentito spari durante gli scontri. Un testimone anonimo ha raccontato che la polizia sarebbe intervenuta con durezza per disperdere la folla ed evitare una nuova escalation come quella delle proteste del luglio 2021.
Alla base della nuova ondata di proteste c’è la situazione economica ormai insostenibile per una larga parte della popolazione. In molte aree dell’isola mancano energia elettrica e acqua per gran parte della giornata, mentre l’inflazione continua a colpire duramente i beni di prima necessità. Generi alimentari, medicinali e carburante risultano sempre più difficili da reperire e il malcontento popolare cresce di settimana in settimana. La crisi interna si intreccia però con un quadro internazionale sempre più delicato. A L’Avana aumenta infatti la preoccupazione per il deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. Nelle ultime settimane Washington ha intensificato la pressione politica e diplomatica nei confronti del governo cubano, contribuendo ad alimentare un clima di forte instabilità.
La tensione è salita ulteriormente dopo la decisione delle autorità statunitensi di incriminare l’ex leader Raúl Castro in relazione all’abbattimento di due aerei appartenenti a esuli cubani avvenuto trent’anni fa. Pochi minuti dopo l’annuncio dell’incriminazione, il Comando Sud degli Stati Uniti ha comunicato l’arrivo nei Caraibi della portaerei nucleare USS Nimitz insieme al proprio gruppo d’attacco. Attraverso un messaggio pubblicato sui social network, il Southcom ha confermato l’ingresso della flotta nell’area caraibica, gesto interpretato da molti analisti come un segnale politico diretto all’Avana. A rendere ancora più teso il clima sono state anche alcune dichiarazioni di Donald Trump. Il presidente statunitense ha parlato apertamente della possibilità di «liberare Cuba» e le sue parole hanno provocato un’ondata di reazioni e alimentato voci, rilanciate soprattutto sui social, riguardo a una presunta presenza di agenti della Cia già attivi nel Paese. Poi Donald Trump ha respinto le accuse secondo cui l’invio della portaerei Nimitz nei Caraibi sarebbe stato deciso per intimidire Cuba o costringere il regime alla resa. Parlando con i giornalisti, il presidente americano ha sostenuto che l’obiettivo degli Stati Uniti sarebbe quello di aiutare la popolazione cubana, descrivendo un Paese piegato dalla crisi economica e dalla mancanza di beni essenziali. «Vogliamo aiutare i cubani, che non hanno soldi, elettricità, cibo, niente», ha dichiarato Trump.
Nel tentativo di mostrare compattezza e capacità di risposta, il governo cubano ha diffuso attraverso i media ufficiali immagini dei sistemi di difesa antiaerea dell’isola posti in stato di massima allerta. Nei filmati pero’ appaiono vecchi sistemi missilistici di epoca sovietica ancora in dotazione alle Forze Armate Rivoluzionarie. Le autorità dell’Avana hanno inoltre convocato per oggi una grande manifestazione nella Piazza Anti-imperialista José Martí, davanti all’ambasciata americana, con l’obiettivo dichiarato di sostenere Raúl Castro e denunciare le accuse provenienti dagli Stati Uniti. Sul piano internazionale, il regime cubano ha incassato il sostegno di Cina e Russia.
Pechino ha accusato Washington di utilizzare la giustizia come strumento politico contro Cuba, mentre Mosca ha ribadito il proprio appoggio all’Avana promettendo assistenza in questa fase di forte difficoltà. Anche la Spagna ha preso posizione contro qualsiasi ipotesi di intervento armato, sostenendo che il futuro dell’isola debba essere deciso esclusivamente dal popolo cubano. Marco Rubio ha dichiarato che Cuba avrebbe accettato una proposta di aiuti umanitari americani da cento milioni di dollari, anche se i negoziati sarebbero ancora in corso. Washington ha inoltre ribadito di essere pronta a intervenire in caso di minacce agli interessi statunitensi. Intanto la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato ragione alla Havana Docks Corporation nella disputa sui beni confiscati dal regime di Fidel Castro nel 1960. La decisione potrebbe aprire la strada a nuove cause legali da parte di aziende americane contro chi utilizza proprietà nazionalizzate da Cuba, aumentando ulteriormente la pressione economica e politica sull’Avana.
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