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2024-04-14
Julie Mehretu e Pierre Huyghe in mostra tra Palazzo Grassi e Punta della Dogana
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Portrait Julie Mehretu /Photo: Josefina Santos
Dannatamente cool , ma straordinariamente «alla mano», abbigliamento minimal e sorriso che conquista, Julie Mehretu, nata 53 anni fa ad Addis Abeba , è l’artista di origine africana attualmente più quotata al mondo. Nota per i suoi dipinti astratti multistrato di grandi dimensioni («mappe di non luoghi», come li definisce lei stessa), mix di architetture, diagrammi, graffiti, prospettive aeree, paesaggi urbani, frammenti di foto, pennellate di inchiostro nero, attraverso queste opere, e con un linguaggio straordinariamente personale, la Mehretu intende (e invita a) riflettere su tematiche di grande attualità: dalla frammentazione della vita nelle metropoli alla guerra, dalla violenza alle discriminazioni, dalla politica al razzismo, dalle fake al potere dei soldi. Argomenti importanti raccontati da opere di grande impatto visivo, che catturano come magneti l’attenzione di chi guarda. E basta visitare la mostra attualmente in corso a Palazzo Grassi per rendersene conto…
La Mostra
Curata da Caroline Bourgeois e distribuita sui due piani dello storico e magnifico Palazzo affacciato sul Canal Grande, l’esposizione è una sintesi della parabola artistica della Mehretu, una summa dei lavori realizzati negli ultimi 25 anni e di opere più recenti, prodotte tra il 2021 e il 2023. Per non «ingabbiare» il visitatore in schemi cronologici, il percorso espositivo è libero, scelta azzeccatissima per cogliete al meglio l’origine e l’incessante rinnovamento dell’arte della Mehretu che, in questa mostra - una sorta di spazio corale intitolata, significativamente, Ensemble - ha invitato ad esporre un gruppo di amici/artisti , in un confronto costruttivo e vitale con altri sguardi e altri contesti, perché, come scrive Bruno Racine nella prefazione del catalogo della mostra «…per la Mehretu la creazione ha sempre una dimensione collettiva e il lavoro degli artisti più grandi è costantemente alimentato dall’interazione co una comunità di pari… ».
I suoi amici si chiamano Nairy Baghramian, Huma Bhabha, Tacita Dean, David Hammons, Robin Coste Lewis, Paul Pfeiffer e Jessica Rankin, sono iraniani, pakistani, statunitensi, britannici, hawaiani, australiani, tutti - al pari della Mehretu - hanno vissuto come fondante e formativa l’esperienza di fuga o di abbandono del proprio Paese ed è soprattutto per questo che le loro opere danno vita ad un dialogo fecondo e significativo con i più noti lavori dell’artista americana.
Senza nulla togliere agli altri, a colpire particolarmente le sculture in legno - realizzate nelle Filippine e intagliate da encarnadores locali (scultori di santi e icone cattoliche) - dello scultore, fotografo e videoartista Paul Pfeiffer (Honolulu,1966): la particolarità di queste opere, di un verismo eccezionale, sta nel fatto che, al posto dei soggetti religiosi, l’artista immortala popstar contemporanee. Un esempio? Justin Bieber, raffigurato come Cristo risorto…
Da Palazzo Grassi a Punta della Dogana:Liminal
Passando da Palazzo Grassi a Punta della Dogana, altro polo espositivo della Pinault Collection, un’altra mostra fa da degno «antipasto » all’attesissima Biennale 2024, che aprirà i battenti il 20 aprile (con una pre-apertura il 17,18 e 19) e calerà il sipario il 20 novembre.
La mostra in questione si intitola Liminal, è curata da Anne Stenne e (sino al 24 novembre) riunisce le opere dell’artista francese Pierre Huyghe provenienti dalla Collezione Pinault , oltre a una serie di nuove e inedite produzioni.Un’esposizione davvero particolare , a tratti (molto) inquietante, che conduce il visitatore in una dimensione transitoria, dove il tempo e lo spazio - come tutto ciò che lo attraversa, visibile o invisibile - diventano parte integrante delle opere d’arte, opere che spesso si rivelano come l’unione di diverse forme di intelligenza che apprendono, si modificano ed evolvono nel corso dell’esposizione.
Negli ampi spazi di Punta della Dogana si formano soggettività, con o senza corpo, che circolano e si manifestano in modo imprevedibile attraverso opere in continuo divenire, in perenne trasformazioni. Volti e corpi che si materializzano e smaterializzano, si piegano e si ergono. Che lasciano attonito lo spettatore. Tu sei li, in un luogo buio, osservi, aspetti che succeda qualcosa, anche se non sai bene che cosa:l’effetto sorpresa è garantito . Pierre Huyghe vuole lasciar emergere ciò che si trova al di fuori dalla nostra comprensione, fuori dalla nostra possibilità di farne esperienza. Per lui «le finzioni sono veicoli per accedere al possibile o all'impossibile - a ciò che potrebbe essere o a ciò che non potrebbe essere » e con Liminal mette in discussione la nostra percezione della realtà e ci propone di decentrarci, in modo da percepirci come estranei a noi stessi.
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E ’la splendida cornice di Palazzo Grassi, che insieme a Punta della Dogana è uno dei due musei di arte contemporanea della Pinault Collection a Venezia, ad ospitare ( sino al 6 gennaio 2025) la prima grande mostra europea di Julie Mehretu, nota artista statunitense di origine etiope. Tra grandi tele e incisioni, esposte una cinquantina di sue opere , in un vivace dialogo con quelle di alcuni amici artisti, con i quali la Mehretu condivide una forte affinità e un rapporto stretto di scambio e collaborazione. A Punta della Dogana, Liminal, la visionaria mostra (sino al 24 novembre 2024) del'artista francese Pierre Huyghe , che da sempre si interroga sul complesso rapporto tra l'umano e il non umano. Dannatamente cool , ma straordinariamente «alla mano», abbigliamento minimal e sorriso che conquista, Julie Mehretu, nata 53 anni fa ad Addis Abeba , è l’artista di origine africana attualmente più quotata al mondo. Nota per i suoi dipinti astratti multistrato di grandi dimensioni («mappe di non luoghi», come li definisce lei stessa), mix di architetture, diagrammi, graffiti, prospettive aeree, paesaggi urbani, frammenti di foto, pennellate di inchiostro nero, attraverso queste opere, e con un linguaggio straordinariamente personale, la Mehretu intende (e invita a) riflettere su tematiche di grande attualità: dalla frammentazione della vita nelle metropoli alla guerra, dalla violenza alle discriminazioni, dalla politica al razzismo, dalle fake al potere dei soldi. Argomenti importanti raccontati da opere di grande impatto visivo, che catturano come magneti l’attenzione di chi guarda. E basta visitare la mostra attualmente in corso a Palazzo Grassi per rendersene conto…La MostraCurata da Caroline Bourgeois e distribuita sui due piani dello storico e magnifico Palazzo affacciato sul Canal Grande, l’esposizione è una sintesi della parabola artistica della Mehretu, una summa dei lavori realizzati negli ultimi 25 anni e di opere più recenti, prodotte tra il 2021 e il 2023. Per non «ingabbiare» il visitatore in schemi cronologici, il percorso espositivo è libero, scelta azzeccatissima per cogliete al meglio l’origine e l’incessante rinnovamento dell’arte della Mehretu che, in questa mostra - una sorta di spazio corale intitolata, significativamente, Ensemble - ha invitato ad esporre un gruppo di amici/artisti , in un confronto costruttivo e vitale con altri sguardi e altri contesti, perché, come scrive Bruno Racine nella prefazione del catalogo della mostra «…per la Mehretu la creazione ha sempre una dimensione collettiva e il lavoro degli artisti più grandi è costantemente alimentato dall’interazione co una comunità di pari… ». I suoi amici si chiamano Nairy Baghramian, Huma Bhabha, Tacita Dean, David Hammons, Robin Coste Lewis, Paul Pfeiffer e Jessica Rankin, sono iraniani, pakistani, statunitensi, britannici, hawaiani, australiani, tutti - al pari della Mehretu - hanno vissuto come fondante e formativa l’esperienza di fuga o di abbandono del proprio Paese ed è soprattutto per questo che le loro opere danno vita ad un dialogo fecondo e significativo con i più noti lavori dell’artista americana.Senza nulla togliere agli altri, a colpire particolarmente le sculture in legno - realizzate nelle Filippine e intagliate da encarnadores locali (scultori di santi e icone cattoliche) - dello scultore, fotografo e videoartista Paul Pfeiffer (Honolulu,1966): la particolarità di queste opere, di un verismo eccezionale, sta nel fatto che, al posto dei soggetti religiosi, l’artista immortala popstar contemporanee. Un esempio? Justin Bieber, raffigurato come Cristo risorto…Da Palazzo Grassi a Punta della Dogana:LiminalPassando da Palazzo Grassi a Punta della Dogana, altro polo espositivo della Pinault Collection, un’altra mostra fa da degno «antipasto » all’attesissima Biennale 2024, che aprirà i battenti il 20 aprile (con una pre-apertura il 17,18 e 19) e calerà il sipario il 20 novembre.La mostra in questione si intitola Liminal, è curata da Anne Stenne e (sino al 24 novembre) riunisce le opere dell’artista francese Pierre Huyghe provenienti dalla Collezione Pinault , oltre a una serie di nuove e inedite produzioni.Un’esposizione davvero particolare , a tratti (molto) inquietante, che conduce il visitatore in una dimensione transitoria, dove il tempo e lo spazio - come tutto ciò che lo attraversa, visibile o invisibile - diventano parte integrante delle opere d’arte, opere che spesso si rivelano come l’unione di diverse forme di intelligenza che apprendono, si modificano ed evolvono nel corso dell’esposizione. Negli ampi spazi di Punta della Dogana si formano soggettività, con o senza corpo, che circolano e si manifestano in modo imprevedibile attraverso opere in continuo divenire, in perenne trasformazioni. Volti e corpi che si materializzano e smaterializzano, si piegano e si ergono. Che lasciano attonito lo spettatore. Tu sei li, in un luogo buio, osservi, aspetti che succeda qualcosa, anche se non sai bene che cosa:l’effetto sorpresa è garantito . Pierre Huyghe vuole lasciar emergere ciò che si trova al di fuori dalla nostra comprensione, fuori dalla nostra possibilità di farne esperienza. Per lui «le finzioni sono veicoli per accedere al possibile o all'impossibile - a ciò che potrebbe essere o a ciò che non potrebbe essere » e con Liminal mette in discussione la nostra percezione della realtà e ci propone di decentrarci, in modo da percepirci come estranei a noi stessi.
Manifesti antiamericani a Teheran. Nel riquadro il titolo di Drop Site sul possibile attacco Usa (Ansa)
«Se il nemico commette un errore, senza dubbio metterà a repentaglio la propria sicurezza, la sicurezza della regione e la sicurezza del regime sionista», ha frattanto dichiarato ieri il capo dell’esercito iraniano, Amir Hatami, aggiungendo che le forze armate del regime sono «in piena prontezza difensiva e militare». Tutto questo, mentre i media statali iraniani pubblicavano foto di Ali Khamenei, per smentire le voci che si fosse nascosto in un bunker. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno espresso irritazione per le esercitazioni militari dei pasdaran in programma oggi e domani nello Stretto di Hormuz: un’area, ricordiamolo, cruciale per quanto concerne il trasporto del petrolio. «Non tollereremo azioni pericolose del corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica», ha dichiarato Centcom. Frattanto, sempre ieri, si sono verificate delle esplosioni in Iran: due funzionari israeliani hanno prontamente smentito il coinvolgimento dello Stato ebraico nell’accaduto. Anche gli Usa, secondo la Cnn, non avrebbero responsabilità.
Insomma, la situazione complessiva è a dir poco tesa. Ed è anche emersa una rivelazione curiosa. Secondo Axios, nella sua recente visita a Washington, il ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, avrebbe detto, nel corso di un incontro privato con think tank e organizzazioni ebraiche, che l’Iran si sentirebbe incoraggiato, qualora gli Stati Uniti non lo attaccassero. Se confermata, questa posizione cozzerebbe con quanto espresso pubblicamente da Riad, che ha finora auspicato di evitare un’escalation. Non è quindi escludibile che quanto riferito da Axios possa determinare degli attriti tra i sauditi e la Turchia: Ankara si sta infatti spendendo per dissuadere la Casa Bianca dall’intraprendere un’azione militare contro l’Iran. Sarà un caso, ma, proprio ieri, una fonte ha riferito all’Afp che probabilmente la Turchia non aderirà al patto di sicurezza tra Arabia Saudita e Pakistan.
Riad sta quindi facendo una sorta di doppio gioco? Non è affatto escludibile. Negli scorsi mesi, i sauditi si sono avvicinati ai turchi, convergendo su vari dossier (a cominciare da quello siriano). Tuttavia, dall’altra parte, Riad non ha mai cessato di temere le ambizioni nucleari di Teheran. E questo potrebbe spiegare il senso di quanto rivelato da Axios. Va comunque da sé che, se i sauditi avessero davvero esortato Washington (per quanto indirettamente) ad agire, la probabilità di un attacco militare americano contro la Repubblica islamica si farebbe assai più concreta.
Teheran ne è consapevole. E per questo spera che Ankara convinca Trump a desistere. «Nelle nostre conversazioni, ho ribadito che l’Iran non ha mai cercato di dotarsi di armi nucleari ed è pronto ad abbracciare un accordo nucleare giusto ed equo che soddisfi i legittimi interessi del nostro popolo; questo include la garanzia di “nessuna arma nucleare” e la revoca delle sanzioni», ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, dopo aver incontrato l’omologo turco, Hakan Fidan, venerdì. Anche il segretario del Supremo consiglio di sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Larijani, ha detto, ieri, che sarebbe «in corso la formazione di una struttura per dei negoziati» con gli Usa. Lo stesso Trump, in serata, ha affermato che la diplomazia sarebbe al lavoro. «L’Iran sta parlando con noi e vedremo se possiamo fare qualcosa, altrimenti vedremo cosa succede», ha affermato. Su Truth, ha rilanciato il post di un attivista che, dei pasdaran, diceva: «Se la stanno facendo sotto». Il punto è che finora il regime khomeinista non ha aperto alle richieste della Casa Bianca sull’arricchimento dell’uranio e sul programma balistico. Il che ha irritato notevolmente il presidente americano che, negli ultimi giorni, è tornato a valutare concretamente l’opzione militare. Bisognerà adesso capire che cosa accadrà nelle prossime ore. Si riapriranno le trattative tra Washington e Teheran? Oppure Trump deciderà di attaccare? Nel momento in cui La Verità andava in stampa, la situazione era significativamente in bilico, ma il presidente americano potrebbe usare la forza militare come leva negoziale con gli ayatollah.
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(IStock)
Una carrellata di fatti di cronaca spesso messi da parte ma che, se uniti, descrivono un problema che tocca tutto il Paese, da Torino a Napoli passando ovviamente per Milano.
Il 22 febbraio del 2025 tre studenti spagnoli, impegnati in Erasmus con la Bocconi, stanno tornando a casa. È notte fonda e i locali hanno già chiuso. I tre decidono di prendere prima un taxi e a seguire il filobus 90. Poi, come si legge in Piumini e catene, «salgono quattro ragazzi con i cappucci tirati su. Nessuno dice una parola. Il più alto si sistema il giubbotto, si avvicina agli spagnoli, uno scambio di sguardi, poi un urto. La collanina si spezza, parte una spinta, il coltello lampeggia. Uno dei tre studenti cade, colpito al fianco. Il pavimento si macchia di sangue».
I quattro, maranza appunto, scappano. È a questo punto, sottolineano Arditti e Gallicola, che le forze dell’ordine cominciano a parlare di «“bande fluide”, gruppi che nascono e si sciolgono in poche settimane, collegati fra loro dai social». Branchi che si riuniscono per colpire e poi si lasciano. Non hanno legami. Non hanno rapporti. Hanno solo un obiettivo: rubare e ferire. Non era, questo, l’ultimo caso. E non sarà nemmeno l’ultimo. Sui mezzi pubblici di Milano rapine e attacchi con l’arma bianca sono in netto aumento.
Questi gruppi di déraciné, di senza radici, sono tenuti insieme da poco o nulla. Quel poco, oltre alla violenza, è la musica rap. Baby Gang, il cui vero nome è Zaccaria Mouhib, su tutti. È il «prototipo» del maranza. Infanzia difficile, poi il carcere minorile. «Non ho paura di morire, ho paura di non vivere», canta in Cella 101. Diventa famoso sfruttando Youtube e l’hype che le sue canzoni generano. Ma non è il solo, come notano Arditti e Gallicola. Ci sono anche Rondo Da Sosa, Simba la Rue, Neima Ezza, Vale Pain, Sacky, Touché. «Giovani, figli di migranti o di famiglie modeste, cresciuti nelle stesse piazze e negli stessi cortili. Tutti raccontano la stessa città: Milano come campo di battaglia, come sogno e condanna insieme».
Sono i volti e i canti di una generazione che non si è integrata perché non ha voluto farlo. Che urla un disagio che ha cercato da sé o quantomeno che non ha mai provato a combattere. E che cerca lo scontro, non solo verbale ma soprattutto fisico. Sono i giovani del Maghreb che indossano i piumini e le catene. E che tengono nascosto il coltello. Ma, soprattutto, è la generazione che tinge di sangue le nostre vie. Al ritmo del rap.
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Mohammad Hannoun (Ansa). Nel riquadro Abu Rawwa
Una scena che pesa, perché arriva mentre gli inquirenti lo collocano al centro della raccolta di fondi destinati ad Hamas, con circa un milione di euro messi insieme in pochi mesi, e dopo il ritrovamento da parte della polizia di 560.000 euro in contanti nel suo garage di Sassuolo. Ma sul palco pro-Pal di Modena Abu Rawwa è come una star. Parla di aiuti e buone intenzioni: «Con il nostro amico Hannoun abbiamo fatto tante cose buone. Oggi la speranza vive ancora». Applausi. Nessuna domanda.
Ma c’è un altro Abu Rawwa. Quello dei sermoni nelle moschee italiane, rimasti finora sotto silenzio. Prediche che si collocano nel pieno della sua attività per l’Associazione Benefica per il Popolo Palestinese di Mohammad Hannoun. Abu Rawwa, infatti, lavora per l’Abspp dal 2012 ed esiste anche una foto che lo ritrae insieme a Hannoun durante una missione in Medio Oriente, a conferma di un rapporto stretto e continuativo. È in questo contesto operativo - raccolta fondi, viaggi, attività associative - che maturano e vengono pronunciati i suoi sermoni. Prediche pronunciate mesi prima del 7 ottobre in cui il linguaggio cambia tono e diventa esplicito. Israele viene definito come un cancro da estirpare. «C’è un cancro. E non possiamo fare di più. Non possiamo mandare avanti l’islam finché c’è questo cancro. Questo cancro si trova nel cuore della Umma, a Gerusalemme». Un male che impedirebbe all’Islam di andare avanti. Non una metafora teologica quindi, ma una narrazione di annientamento che sembra preparare il terreno alla violenza. «Chi vuole sostenere la volontà di Allah?». Ed ecco che il sostegno alla Palestina viene presentato come un obbligo salvifico: «Io oggi sono qua per la Palestina», dice. «Allah vuole sapere chi aiuta. Chi aiuta. Chi sostiene. Per Allah questo è un esame». L’Islam, insiste, «non è solo preghiera. L’islam è giustizia». E dunque richiede azione. Poi va oltre: «Chi vuole sostenere la volontà di Dio e sacrificarsi lì? Posso fare il sacrificio in Palestina? Certo». Un linguaggio che richiamerebbe la retorica del martirio. In questo schema anche la donazione diventa redenzione: «Quando diamo soldi otteniamo la vita eterna», «quando io faccio una donazione compro la mia anima e il mio corpo da Allah». Fino a fissare un prezzo preciso: «Il sacrificio per la Palestina costa 120 euro». Un messaggio che alterna in modo studiato italiano e arabo, in cui compaiono termini chiave come ribat - il presidio militante. Il passaggio più inquietante arriva quando lo sceicco di Hannoun richiama senza filtri il jihad, citando il versetto coranico che parla esplicitamente di «combattere, uccidere ed essere uccisi sulla via di Dio» calandolo nella realtà della Palestina.
Una narrazione che glorifica lo scontro armato e presenta la causa come guerra santa, rafforzando ancora di più il sospetto che la beneficenza dell’Abssp fosse in realtà una copertura per il finanziamento al terrorismo di Hamas.
Il collegamento tra predicazione e operatività emerge anche dalle intercettazioni. In una conversazione agli atti, Abu Rawwa fa riferimento alla raccolta per la «Mugawama» - la «resistenza», termine comunemente utilizzato per Hamas - ma subito si corregge: «Non parlare di queste cose». E avverte: «I nostri telefoni al milione per cento sono intercettati».
Anche sui social Abu Rawwa attacca apertamente lo stato ebraico. In un post compare una tomba con una stella di David e la scritta «1948-2028». Sotto i commenti dei suoi seguaci parlano da soli: «Speriamo di assistere a questo evento con i nostri occhi e di averne una parte»; «Non ci saranno più scimmie per grazia di Allah Onnipotente»; «La loro morte è vicina». Messaggi che delineano il clima di odio e violenza dei suoi sermoni. Abu Rawwa oggi è libero. Ma la domanda è una sola: com’è possibile che prediche estremiste di questo tipo siano passate sotto silenzio?
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Ansa
A Milano Nordio si è presentato con l’obiettivo, nemmeno troppo velato, di distendere quella che definisce «atmosfera arroventata» in vista del referendum del 22-23 marzo su separazione delle carriere, doppio Csm, Alta corte disciplinare per i magistrati e sorteggio. Nordio torna sull’argomento a cerimonia finita: «Non ho mai detto e non lo dirò mai che i giudici siano appiattiti sulle tesi del pm». Aggiungendo poi di saperlo «per esperienza» personale, da «ex pm che moltissime volte» ha visto un giudice dargli «torto» e di aver riconosciuto come lo stesso avesse «ragione» e che la sua riforma punta all’esatto contrario: «Abbiamo enfatizzato l’autonomia e l’indipendenza».
Sulla stessa lunghezza d’onda il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano che, concludendo il suo intervento all’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte d’Appello di Napoli, ha dichiarato: «Auspico che la demonizzazione lasci il posto al confronto civile, proprio di una vera democrazia. Il referendum non sarà l’Apocalisse». Per Mantovano «va benissimo il confronto tra argomenti contrari, ma non gli slogan falsi secondo cui i giudici dipenderanno dal governo o il governo pretende l’impunità. Lanciare gli slogan è grave se a farlo è chi nella vita quotidiana rende giustizia». Parole apparentemente accolte in modo positivo dal procuratore generale di Napoli, Aldo Policastro, che rispondendo ai cronisti ha commentato così l’intervento del sottosegretario: «Oggi la parola va al popolo. Su questo sono d’accordo con Mantovano, accetteremo il risultato qualunque esso sia perché il referendum è esercizio di democrazia diretta». La toga ha poi rivendicato la legittimità di «esprimere dubbi e perplessità su questa riforma». Precisando però che «questo non vuol dire fare opposizione, come oggi sembra di aver ascoltato dal sottosegretario Mantovano». Durante il suo intervento, Policastro aveva però attaccato duramente le «martellanti campagne denigratorie contro i magistrati che si trasformano, anche al di là dell’intenzione, velocemente in campagne d’odio».
Duri anche i toni del procuratore generale di Milano, Francesca Nanni, secondo la quale c’è in Italia una «tendenza sempre più marcata» all’utilizzo di reati di nuova creazione e della «legislazione penale» come «strumento di governo di fenomeni sociali eterogenei». Queste «precise scelte di politica criminale», secondo la toga, aumenterebbero i carichi di lavoro dei magistrati e mostrano «numeri» che sono «incompatibili con qualsiasi ipotesi di riorganizzazione del sistema». «È ampiamente riconosciuto dalla letteratura scientifica», ha detto Nanni, «che né l’inasprimento delle pene né l’ampliamento delle fattispecie incriminatrici producono» effetti di «deterrenza» sui crimini. Secondo l’alta magistrata inoltre ne deriva «un’espansione progressiva e spesso disordinata» della normativa «con gravi problemi interpretativi».
In trincea è sembrata anche Lucia Musti, procuratore generale di Torino: «Ritengo che lo scenario di una magistratura separata da una riforma ispirata da meri intenti politici e non di efficienza e miglioramento, da cui conseguirà la sottoposizione del pubblico ministero all’esecutivo, renderà difficile se non impossibile continuare ad applicare la legge e tutelare i diritti, soprattutto dei più fragili».
Più equilibrate le parole del presidente dell’Anm, Cesare Parodi, intervenuto anche lui a Milano: «Noi non siamo qui oggi, né mai, per fare politica e meno che mai politica oppositiva. Siamo qui per richiamare l’attenzione sulla realtà materiale dei nostri uffici perché l’efficienza non sia solo un obiettivo da rendicontare a Bruxelles, ma una garanzia effettiva per tutti i cittadini».
Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto di Nordio, ha invitato poi le toghe alla continenza: «Mi sarei aspettata un appello a tutti a stare nei ruoli: non ho sentito una levata di scudi nei confronti delle dichiarazioni rese da qualche autorevole rappresentante dell'Anm contro l’attività del Parlamento».
Oltre a quello dell’efficienza, in numerose cerimonie le toghe hanno introdotto un argomento destinato a far discutere: quello dell’eccesso di mediatizzazione delle indagini legate ai fatti di cronaca nera. In attesa di capire se arriverà sulla sua scrivania un’istanza di revisione della condanna di Alberto Stasi sul caso Garlasco, il procuratore generale di Brescia, Guido Rispoli, auspica un intervento sui processi mediatici. «Fermo restando l’imprescindibile riconoscimento della libertà di stampa e di opinione», ha affermato il pg, «il principio di rango costituzionale del giusto processo nel contraddittorio delle parti, per non essere nella sostanza svilito, non dovrebbe trovare un qualche riflesso anche rispetto all’informazione che racconta i processi penali e le relative indagini?». «Un intervento del legislatore appare quindi auspicabile», ha sostenuto Rispoli, «per assicurare che le indagini e i processi si svolgano solo nei contesti e nelle aule di giustizia, evitando che tutti i soggetti che ne sono protagonisti - e non solo, paradossalmente, coloro che sono portatori di un interesse pubblico e imparziale - siano tenuti al massimo riserbo».
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