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2025-04-21
Julian Lennon: le sue foto in mostra a Milano
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Julian Lennon. Self Portrait France, 2020
Il suo è uno di quei cognomi che non si dimenticano, difficilissimo da portare. Soprattutto per un figlio, se di cognome fai Lennon…Un’eredità pesantissima, che ti costringe a continui confronti e a una vita all’ombra di un mito praticamente impossibile da emulare. Nemmeno lontanamente. Eppure, nonostante questa pesante «eredità », Julian Lennon, nato John Charles Julian Lennon (Liverpool , 8 aprile 1963), che con il famoso genitore ha sempre avuto un rapporto complicato, la propria strada l’ha trovata: dotato di un’innata capacità nel suonare gli strumenti musicali (questione di DNA…), Julian ha dimostrato il suo talento non solo in campo musicale, ma anche in quello cinematografico e visivo. Fotografico soprattutto.
Talentuoso, eclettico e completo, i suoi non sono scatti di cronaca, ma foto artistiche, intense e delicate, eteree, alcune velate di una sottile malinconia, che del soggetto ritratto ne rivelano la fragilità e la solitudine, la bellezza e la forza, la contemplazione e il movimento. La sua prima mostra, « Timeless», nel 2010, al Morrison Hotel Gallery di New York. A seguire molte altre, in tutti gli Stati Uniti e in diversi Paesi del mondo, sino ad approdare, lo scorso anno, alle Stanze della Fotografia di Venezia con la bellissima «Whispers - A Julian Lennon Retrospective». Ora, ad omaggiare Julian Lennon tocca a Milano, che alla Galleria Still ospita una carrellata di scatti tratti dalla più ampia edizione veneziana, in un continuum tematico e stilistico con lo sfaccettato percorso artistico di Lennon.
La mostra milanese
Curata, come a Venezia, da Sandrina Bonetti Rubelli e dallo stesso Lennon, che si è sentito «…privilegiato e onorato di portare una selezione di fotografie dalla mia mostra museale Whispers di Venezia alla Design Week, presso la Galleria Still di Milano…», anche l’esposizione milanese rivela la natura umanitaria, ambientalista e introspettiva di Lennon, ispirata anche dalle iniziative filantropiche intraprese per la sua organizzazione no-profit (The White Feather Foundation) e dai temi legati all'ambiente e ai viaggi. Notevoli anche i ritratti di vip e di amici, che Lennon immortala con sapienti giochi di luci e ombre, rivelandone l’essenza più intima e nascosta (bellissimi, in mostra, gli scatti di Charlene Wittstock di Monaco immortalata a pochi minuti dalle nozze e quello, intensissimo, della cantautrice canadese K.D. Lang). Particolarmente significativo e scelto come «immagine-guida» della monografica milanese l’Autoritratto dell’artista, « …il volto nascosto dietro l'obiettivo della sua macchina fotografica, ma capace di catturare, come se lo specchio potesse scavare nella sua anima, un intero mondo, su cui il pubblico può soffermarsi, progressivamente, nel corso della mostra. Il risultato è come se l'artista invitasse i suoi ospiti a fare un viaggio all'interno del mondo che ritrae…», ha dichiarato la curatrice Sandrina Bonetti Rubelli. E continuando nel percorso espositivo, impossibile non soffermarsi davanti a quella rosa bianca, bellissima e tenue, ma in procinto di sfiorire (First Rose Eze) o al sorriso enigmatico di una Geisha contemporanea… Ma il ritratto (è proprio il caso di dirlo) di Julian Lennon non sarebbe completo senza un breve cenno alla sua nota attività di filantropo.
La The White Feather Foundation
Istituita nel 2007 per aiutare a preservare e proteggere le culture indigene, nel corso degli anni l'organizzazione si è ampliata per contribuire a progetti in tutto il mondo nei settori dell'istruzione, della salute, dell'acqua potabile e dell'ambiente. Nel 2015, in onore della madre scomparsa, ha lanciato la borsa di studio Cynthia Lennon per le ragazze, che dalla sua nascita ha assegnato 75 borse di studio a ragazze svantaggiate in Africa, Regno Unito e Stati Uniti. Nel 2020 Julian è stato nominato dall'UNESCO Peace Laureate : suo padre John ne sarebe stato sicuramente orgoglioso...
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Dopo la tappa presso Le Stanze della Fotografia di Venezia, è la Galleria Still di Milano, a ospitare (sino al 30 maggio 2025) la mostra Julian Lennon -Whispers Too, una selezione esclusiva di scatti firmati da Julian Lennon, musicista e fotografo di fama, figlio di John Lennon e Cynthia Powell. Il suo è uno di quei cognomi che non si dimenticano, difficilissimo da portare. Soprattutto per un figlio, se di cognome fai Lennon…Un’eredità pesantissima, che ti costringe a continui confronti e a una vita all’ombra di un mito praticamente impossibile da emulare. Nemmeno lontanamente. Eppure, nonostante questa pesante «eredità », Julian Lennon, nato John Charles Julian Lennon (Liverpool , 8 aprile 1963), che con il famoso genitore ha sempre avuto un rapporto complicato, la propria strada l’ha trovata: dotato di un’innata capacità nel suonare gli strumenti musicali (questione di DNA…), Julian ha dimostrato il suo talento non solo in campo musicale, ma anche in quello cinematografico e visivo. Fotografico soprattutto. Talentuoso, eclettico e completo, i suoi non sono scatti di cronaca, ma foto artistiche, intense e delicate, eteree, alcune velate di una sottile malinconia, che del soggetto ritratto ne rivelano la fragilità e la solitudine, la bellezza e la forza, la contemplazione e il movimento. La sua prima mostra, « Timeless», nel 2010, al Morrison Hotel Gallery di New York. A seguire molte altre, in tutti gli Stati Uniti e in diversi Paesi del mondo, sino ad approdare, lo scorso anno, alle Stanze della Fotografia di Venezia con la bellissima «Whispers - A Julian Lennon Retrospective». Ora, ad omaggiare Julian Lennon tocca a Milano, che alla Galleria Still ospita una carrellata di scatti tratti dalla più ampia edizione veneziana, in un continuum tematico e stilistico con lo sfaccettato percorso artistico di Lennon.La mostra milaneseCurata, come a Venezia, da Sandrina Bonetti Rubelli e dallo stesso Lennon, che si è sentito «…privilegiato e onorato di portare una selezione di fotografie dalla mia mostra museale Whispers di Venezia alla Design Week, presso la Galleria Still di Milano…», anche l’esposizione milanese rivela la natura umanitaria, ambientalista e introspettiva di Lennon, ispirata anche dalle iniziative filantropiche intraprese per la sua organizzazione no-profit (The White Feather Foundation) e dai temi legati all'ambiente e ai viaggi. Notevoli anche i ritratti di vip e di amici, che Lennon immortala con sapienti giochi di luci e ombre, rivelandone l’essenza più intima e nascosta (bellissimi, in mostra, gli scatti di Charlene Wittstock di Monaco immortalata a pochi minuti dalle nozze e quello, intensissimo, della cantautrice canadese K.D. Lang). Particolarmente significativo e scelto come «immagine-guida» della monografica milanese l’Autoritratto dell’artista, « …il volto nascosto dietro l'obiettivo della sua macchina fotografica, ma capace di catturare, come se lo specchio potesse scavare nella sua anima, un intero mondo, su cui il pubblico può soffermarsi, progressivamente, nel corso della mostra. Il risultato è come se l'artista invitasse i suoi ospiti a fare un viaggio all'interno del mondo che ritrae…», ha dichiarato la curatrice Sandrina Bonetti Rubelli. E continuando nel percorso espositivo, impossibile non soffermarsi davanti a quella rosa bianca, bellissima e tenue, ma in procinto di sfiorire (First Rose Eze) o al sorriso enigmatico di una Geisha contemporanea… Ma il ritratto (è proprio il caso di dirlo) di Julian Lennon non sarebbe completo senza un breve cenno alla sua nota attività di filantropo.La The White Feather FoundationIstituita nel 2007 per aiutare a preservare e proteggere le culture indigene, nel corso degli anni l'organizzazione si è ampliata per contribuire a progetti in tutto il mondo nei settori dell'istruzione, della salute, dell'acqua potabile e dell'ambiente. Nel 2015, in onore della madre scomparsa, ha lanciato la borsa di studio Cynthia Lennon per le ragazze, che dalla sua nascita ha assegnato 75 borse di studio a ragazze svantaggiate in Africa, Regno Unito e Stati Uniti. Nel 2020 Julian è stato nominato dall'UNESCO Peace Laureate : suo padre John ne sarebe stato sicuramente orgoglioso...
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
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Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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