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2025-03-20
Jack Vettriano: la sua arte «pop» in mostra a Bologna
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Jack Vettriano,The Singing Butler, 1992
Ho sempre amato la pittura di Jack Vettriano. Sia perché mi piacciono particolarmente le atmosfere «noir», sia perché quel suo realismo essenziale, fatto di ambientazioni interne e solitarie, in cui i soggetti sembrano quasi slegati gli uni dagli altri, mi ricordano uno dei miei miti assoluti, Edward Hopper.E ad amare Vettriano, per fortuna, siamo in molti. Vettriano ha una vastissima platea di estimatori, è un pittore «pop » che piace tanto al pubblico… Ma molto meno alla critica. Poco importa che uno dei suoi quadri più famosi, The Singing Butler (1992), sia stato venduto all’asta da Sotheby’s per oltre 750mila sterline e che i suoi contributi all'arte siano stati premiati con diverse onorificenze, tra cui, nel 2003 , la nomina a Ufficiale dell'Ordine dell'Impero Britannico (OBE) per i servizi resi alle arti visive: nonostante questi riconoscimenti, davanti a un’opera di Vettriano, una parte della critica «storce ancora il naso», come si suol dire… Forse, ora che è scomparso, anche i detrattori si ricrederanno ( non dimentichiamoci che, nel 1874, anche la prima mostra degli Impressionisti venne aspramente criticata…), ma se anche questo non dovesse accadere, questo grande artista scozzese ha già raccolto, in vita, consensi a livello internazionale - con mostre a Edimburgo,Londra, Hong Kong, Johannesburg e New York - e l’apprezzamento di importanti collezionisti, tra cui Jack Nicholson, Sir Alex Ferguson, Sir Tim Rice e Robbie Coltrane. Le suo opere, riproduzioni comprese, sono richiestissime sul mercato e quello straordinario Maggiordomo che balla (rappresentazione di un elegante coppia che danza su una spiaggia tempestosa, accompagnata dal maggiordomo e dalla cameriera che reggono due ombrelli neri) è entrato oramai nell’immaginario collettivo.
La mostra bolognese attualmente in corso è un omaggio a questo artista autodidatta di origini italiane, che scelse di firmarsi con il cognome della madre (quello paterno era Hoggan) , che iniziò a lavorare poco più adolescente e che iniziò a dipingere a ventun anni, quando un’amica, per il suo compleanno, gli regalò un set di pennelli e acquerelli. Da allora a pochi giorni fa, Vettriano non ha mai smesso di dipingere e le sue opere evocative e senza tempo, che continueranno ad affascinare e ad ispirare le nuove generazioni, hanno lasciato un segno profondo nell’arte scozzese contemporanea. E non solo.
La Mostra
Curata da Francesca Bogliolo con la preziosa collaborazione dell’artista, la grande monografica di Palazzo Pallavicini vede alternarsi, nel suo ricco percorso espositivo, oltre 70 opere tra oli, grafiche a tiratura limitata (create appositamente per questa esposizione) e gli splendidi scatti nello studio di Jack Vettriano eseguiti dal noto ritrattista Francesco Guidicini, le cui opere sono presenti alla National Portrait Gallery di Londra. Un’esposizione affascinante, che immagine dopo immagine introduce il visitatore nella vita e nella poetica di Vettriano, nella sua arte onirica, sensuale, romantica, contraddittoria, per sua stessa ammissione «autobiografica». Un' arte che non rappresenta solamente ciò che è visibile, ma ciò che principalmente non lo è, e che invece si cela oltre le apparenze (un concetto, questo, che Vettriano condivide con Lucio Fontana, ben rappresentato nel bellissimo dipinto/ autoritratto Omaggio a Fontana). Una pittura che strega con i suoi chiaroscuri, le pennellate morbide, i contorni netti e definiti, il perfetto equilibrio tra bellezza e mistero. Un erotismo che non scade mai nella volgarità, fatto di femme fatale ammalianti e irragiungibili e uomini irrimediabilmente schiavi di un paio di tacchi a spillo , di un rossetto vermiglio, del pizzo trasparente di un vestito. O di una giarrettiera. Dipinti che sembrano set cinematografici o cartelloni pubblicitari retrò, atmosfere da Grande Gatsby che sanno di jazz, armonico e sincopato. Scene di danza (uno dei temi più amati da Vettriano e metafora della vita), con ballerini lievi ed eterei che volteggiano isolati dal resto del mondo, in un dialogo muto di anime e corpi. E, a dominare su tutto, un senso di solitudine e di attesa, di sentimenti intuiti più che manifesti, fatti di gesti accennati, sguardi complici, vicinanza. Pudore. Anche quando il soggetto è erotico.Ecco. Vettriano è tutto questo e la mostra bolognese è un importante omaggio alla sua arte. E anche alla sua memoria.
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Celebre pittore scozzese più amato dal pubblico che dalla critica, Jack Vettriano (1951-2025) è scomparso il 1° marzo di quest’anno, a pochi giorni dall’inaugurazione della bella monografica in corso a Bologna (sino al 20 luglio 2025) nelle stanze di Palazzo Pallavicini. Per la prima volta in assoluto in Italia, l’esposizione ospita ben 70 opere, tra cui gli scatti nel suo studio eseguiti da Francesco Guidicini, ritrattista ufficiale del Sunday Times.Ho sempre amato la pittura di Jack Vettriano. Sia perché mi piacciono particolarmente le atmosfere «noir», sia perché quel suo realismo essenziale, fatto di ambientazioni interne e solitarie, in cui i soggetti sembrano quasi slegati gli uni dagli altri, mi ricordano uno dei miei miti assoluti, Edward Hopper.E ad amare Vettriano, per fortuna, siamo in molti. Vettriano ha una vastissima platea di estimatori, è un pittore «pop » che piace tanto al pubblico… Ma molto meno alla critica. Poco importa che uno dei suoi quadri più famosi, The Singing Butler (1992), sia stato venduto all’asta da Sotheby’s per oltre 750mila sterline e che i suoi contributi all'arte siano stati premiati con diverse onorificenze, tra cui, nel 2003 , la nomina a Ufficiale dell'Ordine dell'Impero Britannico (OBE) per i servizi resi alle arti visive: nonostante questi riconoscimenti, davanti a un’opera di Vettriano, una parte della critica «storce ancora il naso», come si suol dire… Forse, ora che è scomparso, anche i detrattori si ricrederanno ( non dimentichiamoci che, nel 1874, anche la prima mostra degli Impressionisti venne aspramente criticata…), ma se anche questo non dovesse accadere, questo grande artista scozzese ha già raccolto, in vita, consensi a livello internazionale - con mostre a Edimburgo,Londra, Hong Kong, Johannesburg e New York - e l’apprezzamento di importanti collezionisti, tra cui Jack Nicholson, Sir Alex Ferguson, Sir Tim Rice e Robbie Coltrane. Le suo opere, riproduzioni comprese, sono richiestissime sul mercato e quello straordinario Maggiordomo che balla (rappresentazione di un elegante coppia che danza su una spiaggia tempestosa, accompagnata dal maggiordomo e dalla cameriera che reggono due ombrelli neri) è entrato oramai nell’immaginario collettivo. La mostra bolognese attualmente in corso è un omaggio a questo artista autodidatta di origini italiane, che scelse di firmarsi con il cognome della madre (quello paterno era Hoggan) , che iniziò a lavorare poco più adolescente e che iniziò a dipingere a ventun anni, quando un’amica, per il suo compleanno, gli regalò un set di pennelli e acquerelli. Da allora a pochi giorni fa, Vettriano non ha mai smesso di dipingere e le sue opere evocative e senza tempo, che continueranno ad affascinare e ad ispirare le nuove generazioni, hanno lasciato un segno profondo nell’arte scozzese contemporanea. E non solo.La MostraCurata da Francesca Bogliolo con la preziosa collaborazione dell’artista, la grande monografica di Palazzo Pallavicini vede alternarsi, nel suo ricco percorso espositivo, oltre 70 opere tra oli, grafiche a tiratura limitata (create appositamente per questa esposizione) e gli splendidi scatti nello studio di Jack Vettriano eseguiti dal noto ritrattista Francesco Guidicini, le cui opere sono presenti alla National Portrait Gallery di Londra. Un’esposizione affascinante, che immagine dopo immagine introduce il visitatore nella vita e nella poetica di Vettriano, nella sua arte onirica, sensuale, romantica, contraddittoria, per sua stessa ammissione «autobiografica». Un' arte che non rappresenta solamente ciò che è visibile, ma ciò che principalmente non lo è, e che invece si cela oltre le apparenze (un concetto, questo, che Vettriano condivide con Lucio Fontana, ben rappresentato nel bellissimo dipinto/ autoritratto Omaggio a Fontana). Una pittura che strega con i suoi chiaroscuri, le pennellate morbide, i contorni netti e definiti, il perfetto equilibrio tra bellezza e mistero. Un erotismo che non scade mai nella volgarità, fatto di femme fatale ammalianti e irragiungibili e uomini irrimediabilmente schiavi di un paio di tacchi a spillo , di un rossetto vermiglio, del pizzo trasparente di un vestito. O di una giarrettiera. Dipinti che sembrano set cinematografici o cartelloni pubblicitari retrò, atmosfere da Grande Gatsby che sanno di jazz, armonico e sincopato. Scene di danza (uno dei temi più amati da Vettriano e metafora della vita), con ballerini lievi ed eterei che volteggiano isolati dal resto del mondo, in un dialogo muto di anime e corpi. E, a dominare su tutto, un senso di solitudine e di attesa, di sentimenti intuiti più che manifesti, fatti di gesti accennati, sguardi complici, vicinanza. Pudore. Anche quando il soggetto è erotico.Ecco. Vettriano è tutto questo e la mostra bolognese è un importante omaggio alla sua arte. E anche alla sua memoria.
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Secondo un report di Oliver Wyman e World Economic Forum, l’economia dello sport potrebbe quasi quadruplicare nei prossimi decenni. Ma inattività fisica e fattori operativi rischiano di pesare sulla tenuta della crescita già nel medio periodo.
L’economia dello sport continua a correre. Secondo le stime, nei prossimi venticinque anni il settore è destinato a quasi quadruplicare il proprio valore, passando dagli attuali 2,3 trilioni di dollari di ricavi annui a 8,8 trilioni nel 2050. Una traiettoria imponente, che conferma il peso crescente dello sport non solo come fenomeno culturale, ma come comparto industriale globale.
È quanto emerge dal report Sports for People and Planet, realizzato dalla società di consulenza Oliver Wyman insieme al World Economic Forum e presentato la scorsa settimana a Davos. Lo studio prevede già nel breve periodo una crescita significativa: entro il 2030 i ricavi complessivi dovrebbero salire a 3,7 trilioni di dollari, con un aumento del 10% nei prossimi cinque anni. Accanto a queste prospettive, il report segnala però una serie di criticità che, secondo gli analisti, potrebbero incidere sulla tenuta economica del settore. La prima riguarda la partecipazione. La diffusione di stili di vita sempre più sedentari, in particolare tra le fasce più giovani, rischia di ridurre nel tempo la base di praticanti e appassionati su cui si fondano molti dei ricavi dell’industria sportiva. Una dinamica che potrebbe riflettersi negativamente su ambiti come eventi, turismo sportivo, fitness, abbigliamento e attrezzature.
A questi elementi si affiancano fattori ambientali che, sempre secondo lo studio, rappresentano un ulteriore rischio operativo. Eventi meteorologici estremi, condizioni climatiche avverse e problemi legati all’inquinamento possono complicare l’organizzazione delle competizioni, incidere sull’affluenza del pubblico e aumentare i costi legati a infrastrutture, logistica e catene di approvvigionamento. Lo stesso comparto sportivo, osserva il report, comporta un utilizzo intensivo di risorse attraverso grandi eventi, viaggi e infrastrutture, elementi che gli analisti indicano come variabili da gestire sul piano industriale. Sommando questi fattori, Oliver Wyman stima che fino a 517 miliardi di dollari di ricavi potrebbero essere a rischio entro il 2030. Nel lungo periodo, in assenza di un’azione coordinata, le perdite potenziali potrebbero arrivare fino a 1,6 trilioni di dollari entro il 2050. Lo studio individua comunque i principali motori destinati a sostenere la crescita dell’economia sportiva nei prossimi decenni. Tra questi figurano l’espansione del turismo sportivo, il crescente interesse degli investitori che porta lo sport a essere considerato una vera e propria asset class, la diffusione dello sport femminile e un riequilibrio geografico della crescita verso le economie emergenti.
Per ridurre i rischi e sostenere lo sviluppo del settore, il report propone tre direttrici di intervento. La prima riguarda una gestione più efficiente e responsabile delle risorse. La seconda punta a rafforzare il ruolo dello sport come leva di sviluppo urbano, con effetti sull’attrattività delle città e sulla qualità della vita. La terza richiama la necessità di indirizzare flussi di capitale dedicati, in grado di sostenere investimenti coerenti con queste traiettorie. «Oltre ad analizzare i principali fattori di crescita che stanno plasmando la sua economia, questo report identifica tre percorsi distinti che riflettono l’impatto unico dello sport», ha spiegato Tony Simpson, partner e responsabile della practice Sport di Oliver Wyman, sottolineando come l’analisi possa supportare le organizzazioni sia nelle scelte di investimento sia nella gestione dei rischi. Secondo il World Economic Forum, il peso dello sport va oltre i numeri. «Lo sport fonde potere economico e influenza culturale in modi che pochi altri settori possono eguagliare», ha osservato Sebastian Buckup, managing director del Forum, indicando nel comparto una leva potenziale non solo di crescita economica, ma anche di sviluppo sociale.
Il quadro che emerge è quello di un’industria in forte espansione, ma non immune da fragilità. La corsa verso gli 8,8 trilioni di dollari è avviata, ma la sua sostenibilità dipenderà dalla capacità del settore di affrontare, con strumenti concreti, i fattori che oggi ne mettono alla prova la crescita.
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Carlo Nordio (Ansa)
Il chiarimento delle Forze di difesa israeliane, secondo cui il fermo sarebbe stato effettuato da un soldato riservista e non da un colono armato, non ha chiuso la vicenda, ma ha spostato il nodo sulla qualificazione giuridica dell’atto e sulle relative responsabilità.
«È evidente che manchi a oggi una sufficiente tutela legislativa per gli atti ostili commessi nei confronti dei nostri militari impegnati in operazioni fuori area in contesti di conflitto armato» spiega l’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di diritto militare all’Università Link, richiamando un quadro normativo frammentato e fortemente condizionato da valutazioni politiche più che giuridiche.
Dal punto di vista del diritto penale, il riferimento è l’articolo 8 del Codice penale, che estende la giurisdizione italiana ai delitti commessi all’estero quando ledono un interesse politico dello Stato. In questa prospettiva, la convocazione dell’ambasciatore israeliano costituisce un implicito riconoscimento di tale interesse.
La norma, tuttavia, pone un limite decisivo: la procedibilità dipende dalla richiesta del ministro della Giustizia, trasformando la tutela penale in una scelta politica. In assenza di tale atto, anche ipotesi di reato come il sequestro di persona o la minaccia armata restano sul piano della sola protesta diplomatica: è Carlo Nordio che dovrebbe muoversi in prima persona.
Secondo Strampelli, tuttavia, il problema è ancora più profondo. «L’unica reale tutela sarebbe offerta dal Codice penale militare di guerra che consentirebbe l’applicazione della legge penale militare italiana anche per gli atti ostili commessi in danno di militari italiani da appartenenti ad altre forze armate o comunque belligeranti». Una soluzione tutt’altro che teorica, già sperimentata nella storia recente della Repubblica.
«In effetti tale soluzione è stata percorsa nella Storia della nostra Repubblica solo nel caso di “Enduring Freedom”, quando il Parlamento deliberò l’applicazione per la guerra in Afghanistan della legge n. 6 del 2002, con applicazione del codice penale militare di guerra». Una scelta che ampliava la tutela dei militari italiani, ma che esponeva anche gli stessi militari a un regime sanzionatorio particolarmente severo.
Non a caso, quell’esperienza venne successivamente abbandonata. Il timore era quello di sottoporre il personale italiano a pene molto più afflittive in caso di reati militari, anche quando commessi in danno della popolazione locale o di altri belligeranti. Un equilibrio fragile, che ha portato negli anni a preferire un approccio prudente, se non rinunciatario.
«Oggi però», aggiunge Strampelli, «vi è la consapevolezza che l’attuale regime normativo non tuteli i nostri militari nell’ambito di operazioni in aree operative e conflittuali, essendo ormai ineludibile l’intervento del legislatore». Le missioni definite «di pace» hanno infatti assunto nel tempo caratteristiche sempre più simili a operazioni di sicurezza armata, senza che a tale evoluzione sia corrisposto un adeguamento delle regole.
Ne deriva una tutela disomogenea, spesso rimessa alla sola diplomazia, che il caso dei carabinieri in Cisgiordania ha riportato al centro del dibattito pubblico e giuridico.
«Mi lasci dire che come cittadino e ufficiale dei carabinieri in congedo mi auguro per la dignità dell’Arma che il ministro avanzi richiesta di procedibilità a norma dell’articolo 8 del codice penale, augurandomi che i carabinieri sporgano querela per quanto sofferto», conclude Strampelli. Una presa di posizione che richiama una questione più ampia: la credibilità dello Stato nella tutela dei propri militari all’estero. Senza una riforma chiara, questi episodi rischiano di restare affidati alla politica. Ma la tutela di chi agisce in nome dello Stato non può essere occasionale.
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L'ingresso del locale Le Constellation di Crans-Montana (Ansa)
Non solo bengala e candele pirotecniche. Ma anche petardi e lanciarazzi per i fuochi d’artificio. Un vero «arsenale» per i festeggiamenti accatastato nel magazzino de Le Constellation. È quanto scoperto dagli esperti dell’Istituto forense di Zurigo incaricati dalla procura di Sion. Secondo Jacques Moretti, proprietario del locale insieme alla moglie Jessica, il tutto sarebbe arrivato per iniziativa dei clienti. «Li avranno portati loro», ha detto l’imprenditore, eludendo controlli e sorveglianza. Almeno 6 lanciarazzi Thunder King, 8 petardi lupo p1, oltre a 100 fontane pirotecniche. L’ennesimo elemento fuori posto che va ad aggiungersi alle immagini dei pannelli sorretti da stecche da biliardo. E dei pacchetti di fazzoletti per puntellarli meglio. Una storia, quella degli ormai tristemente famosi strati di poliuretano che hanno preso fuoco e causato la morte di 40 persone e il ferimento di altre 116, che sembra non finire man mano che emergono dettagli che aggravano lo scenario di incuria e pressappochismo con cui si facevano le cose a Le Constellation. Dopo il fai da te di Jacques, con i pannelli acquistati in un negozio di bricolage e da lui stesso incollati al soffitto, video e chat diffusi dalla tv Svizzera Rts raccontano i tentativi di quello che in linguaggio gergale si direbbe «metterci una pezza». Il goffo tentativo di tenere la «schiuma» incollata in qualche modo almeno fino alle delle gran serate di Capodanno.
Un video di 8 secondi girato a metà dicembre e raccolto dall’avvocato Romain Jordan che assiste numerose famiglie delle vittime, mostra come i pannelli tenuti fermi dalle stecche da biliardo in certi punti sporgono verso il basso. Quindi «a portata» di bengala e scintille.
I messaggi vocali rivelano invece lo scambio di battute tra Moretti e un dipendente di nome Gaetan che gli mostra il cedimento dei pannelli. Jacques gli risponde: «Sì Gaetan, prova a toglierne uno e vedi se cade perché ho messo della schiuma che non conosco… Fammi sapere se va bene… se cade o no, se cade dovremo lasciarli lì, purtroppo». Gaetan ribatte con una serie di messaggi e video fino a che l’imprenditore chiude la conversazione con un certo grado di soddisfazione. «Ok, ne metteremo altri, grazie» e «sì, sembra abbastanza bello, togliete gli altri per favore». Un quadro desolante aggravato ora dalle dichiarazioni di un supertestimone, un fornitore coinvolto nella ristrutturazione del locale che avrebbe consigliato di installare protezioni in schiuma ignifuga che però sarebbero state respinte dai Moretti per ragioni di budget.
Intanto dalla Svizzera arriva un segnale all’Italia. Dopo il rientro a Roma per consultazioni dell’ambasciatore italiano fino a quando la Svizzera non avesse accettato l’immediata costituzione di una squadra investigativa comune, la Procura di Sion ha comunicato che le indagini congiunte tra Italia e Svizzera vedranno il via entro il fine settimana.
Un altro segnale, seppur tardivo, cerca di darlo anche il sindaco di Crans Montana Nicolas Feraud, ben 22 giorni dopo la controversa conferenza stampa del 6 gennaio in cui aveva ammesso che il comune non controllava il locale dal 2020. In un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa svizzera Keystone-Sda il primo cittadino ha pensato bene di chiedere scusa per non essersi scusato. E di ammettere di aver sbagliato a non aver dato libero sfogo alle emozioni, tant’è che le preoccupazioni sarebbero talmente intense da non permettergli di dormire la notte e costringendolo a ricorrere ad uno psicologo. «Non mi ha disturbato» la richiesta di dimissioni della stampa italiana, ma piuttosto l’insinuazione di aver «accettato bustarelle», ha aggiunto il primo cittadino. Uno sfogo non richiesto ma probabilmente mosso dalla speranza di placare le critiche che da settimane piovono contro il Comune svizzero e la gestione delle indagini da parte del Cantone. Critiche alle quali si è aggiunto ieri anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani a margine della cerimonia del Giorno della memoria al Quirinale. «Le indagini hanno pregiudicato i diritti dei cittadini italiani perché l’arresto è avvenuto in ritardo, loro stessi hanno detto che c’era pericolo di fuga. La reiterazione del reato purtroppo abbiamo scoperto che c’è anche quella e l’inquinamento delle prove è probabile». E poi il tema della cauzione. Troppo bassa. «Se vuoi dare un segnale non chiedi una cauzione di soli 200.000 franchi ma da 1 milione di franchi svizzeri. Sono tutte cose che lasciano sgomenti». Il problema però non sarebbe la Svizzera, ha tenuto a precisare il ministro. Bensì il Cantone che sta seguendo le indagini dov’è accaduto il disastro. «L’unica cosa che si può fare è cambiare i magistrati di Cantone, però è una richiesta che deve fare la Procura». Commenti duri ai quali non si è fatta attendere la stoccata di Berna. «Un principio fondamentale del nostro sistema democratico - ha fatto sapere una nota del Dipartimento degli Affari esteri Svizzero - è la separazione dei poteri, che attribuisce a ciascun potere dello Stato ruoli, compiti e responsabilità propri». Della serie, non si accettano lezioni. Meglio darle agli altri. Si fa per dire.
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(Esercito Italiano)
La cerimonia ha rappresentato un momento significativo nel percorso di ammodernamento della componente terrestre, sviluppato presso il CEPOLISPE, centro di riferimento per la sperimentazione e la validazione dei mezzi e dei sistemi d’arma di interesse dell’Esercito.
Il Lynx costituirà la base del «sistema di sistemi» A2CS (Army Armoured Combat System), imperniato su una flotta di Armored Infantry Fighting Vehicle (AIFV) e su piattaforme derivate. Il sistema è concepito per operare nei moderni scenari operativi e per implementare il concetto di cooperative combat, grazie a soluzioni tecnologiche di nuova generazione, elevata interoperabilità e piena integrazione dei sistemi di Comando e Controllo (C2).
Il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato: «La consegna del veicolo corazzato Lynx, frutto della collaborazione industriale italo-tedesca, rappresenta un passo concreto nel rafforzamento delle capacità terrestri dell’Esercito. Il CEPOLISPE svolge un ruolo centrale nel garantire che i nuovi sistemi rispondano pienamente ai requisiti operativi».
Roberto Cingolani, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Leonardo, ha sottolineato: «L’avvio delle consegne segna una tappa fondamentale del programma e conferma l’alleanza tra Leonardo e Rheinmetall come punto di riferimento per il rafforzamento della difesa nazionale e della base industriale europea».
In merito alla prima consegna, l’Amministratore Delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha evidenziato: «Il Lynx stabilisce nuovi standard in termini di protezione, versatilità e scalabilità, rafforzando al contempo la cooperazione europea nel settore della difesa».
Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, ha infine aggiunto: «Con l’introduzione di questo mezzo inizia concretamente il percorso di meccanizzazione dell’Esercito. La disponibilità di tecnologie avanzate è fondamentale per affrontare le sfide operative future».
La Joint Venture LRMV ha inoltre presentato le principali caratteristiche del nuovo veicolo da combattimento, che costituirà la base tecnologica per oltre 1.000 piattaforme, articolate in diverse varianti e ruoli operativi.
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