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2025-03-24
Isolati e violenti L’adolescenza horror dell’era digitale
(Netflix)
«Ma lui era in camera sua, vero? Pensavamo che fosse al sicuro no? Che male poteva fare lì dentro?». Le lacrime colano sui volti scavati dei genitori di Jamie, tredicenne inglese accusato di avere ucciso Katie, una sua compagna di scuola. Questa è una delle scene più potenti di Adolescence, serie fenomeno di Netflix creata da Jack Thorne e Stephen Graham (quest’ultimo interpreta anche il padre del ragazzino). È il termine di un lunghissimo piano sequenza di quattro puntate, tecnica cinematografica che da sola basta a fare esplodere l’angoscia. Gli spettatori seguono i protagonisti in una infinita corsa alla ricerca del senso: davvero Jamie ha ucciso? Perché lo avrebbe fatto? Quali segreti agitano la scuola frequentata da questi adolescenti silenziosi e pallidi? Il dramma è che, alla fine di tutto, il senso non si trova, non appare. I due genitori del presunto assassino si siedono sfibrati nella loro stanza e si processano, si chiedono se abbiano sbagliato, e dove. Ma non c’è risposta: rimane solo il rapido susseguirsi degli eventi - una cascata, una frana - in un mondo che appare, appunto, insensato.
«Era nella sua camera, pensavamo che fosse al sicuro». Ma è proprio dalla camera, dallo schermo del computer di Jamie che origina il male. È nei cristalli liquidi degli smartphone degli studenti suoi coetanei che si diffonde la pestilenza culminata in omicidio. Gli studenti non parlano ma chattano, si fanno foto, pubblicano, costruiscono i loro paradisi e soprattutto inferni su misura. Le ragazzine - scafate, più vicine a parvenze d’adulti - non si fanno scrupoli a bullizzare i maschi. E questi talvolta si rinchiudono nelle loro bolle, nelle loro stanze reali e virtuali. Alcuni ottengono la lettera scarlatta di Incel, celibi involontari, considerati troppo brutti per piacere alle donne, incapaci di creare e gestire una relazione, privi di legami veri e profondi, spesso sepolti nelle loro tane.
Emergono da queste tenebre le figure tipiche della decadenza: la femmina fatale, percepita quale minaccia dal maschio fragile e spaesato. E tutt’intorno una terra desolata, in cui la violenza repressa esplode, l’odio aleggia ovunque. La forza maschile che si tenta di occultare marcisce e si fa velenosa, ottunde le menti. L’odio febbrile invade le vene, si scatena contro le ragazzine che paiono inaccessibili: l’80% delle donne desidera il 20% degli uomini, massima fatale, e mortifera.
No, nella camera questi ragazzi non sono al sicuro anche se i loro genitori lo pensano. Lì dentro, nel chiuso delle mura, stanno gli schermi, e dentro gli schermi sono sepolti mostri. Adolescence va vista mentre si legge Amygdalatropolis, allucinante romanzo di BR Yeager, autore americano. Lì il protagonista si chiama semplicemente /1404er/, è il giovane uomo utente di un forum online in cui tutti hanno lo stesso nome e si fanno orda impersonale. Come ben sintetizza la nota delle edizioni Nero che pubblicano il libro in Italia, /1404er/ «abita un mondo digitale ermetico popolato da altre entità senza forma che condividono con lui lo stesso nome. Le sue interazioni ruotano esclusivamente attorno alla condivisione e alla discussione (e a volte alla creazione) dei contenuti più volgari, violenti, ripugnanti e indifendibili che si trovano nelle zone d’ombra extra-legali del cosiddetto dark web». Di nuovo gli Incel, di nuovo i reclusi che esalano odio, disperante metafora di una modernità che rifiuta la virilità, la demonizza, la dipinge come tossica e malata e in effetti riesce poi a renderla tale. Jamie ha tredici anni, /1404er/ è più grande e ha persino un lavoro che gli consente di seppellirsi vivo in casa, in realtà terrorizzato dall’esterno. Sono uno l’estremo dell’altro. I genitori sono letteralmente tagliati fuori.
Gli adulti di Adolescence non hanno le chiavi per entrare nell’isola che non c’è digitale in cui si aggirano i loro figli sperduti. In Amygdalatropolis i genitori sono costretti fuori dalla porta, alternano rabbia impotente a sottomissione compiacente. Sembrano colpevoli, ma non lo sono del tutto. Sono vittime anche loro di una realtà sfuggente e troppo patologica per essere ricostruita. Un paradiso artificiale per ragazzini abituati alla violenza (mediata per lo più) e incapaci di tutto tranne che di sopraffare il più debole. Questi genitori tentano di capire, di interessarsi, di essere presenti, accudenti. Ma comunque falliscono: i frutti delle loro attenzioni sono marci. E allora si interrogano, si processano, cercano un senso. Talvolta si piegano e poi si spezzano. La drammatica consapevolezza rimane, in ogni caso: nella terra desolata non c’è senso alla vita, e dunque non c’è redenzione possibile, se non quando è troppo tardi.
C’è però una via di uscita, dopo tutto. In Adolescence, l’indicazione sta forse in due momenti molto commoventi della serie. Intanto nella relazione che il poliziotto che indaga sull’omicidio scolastico inizia faticosamente a costruire con il figlio. Un rapporto non tra amici, non tra pari. Ma fisico, concreto, fatto di comunanza e di azioni che si svolgono nel mondo esterno, reale. Ad esempio un pranzo a base di patatine fritte da condividere. Una piccola gita in automobile. Lampi minimi di speranza, e chissà se bastano davvero. Però sono qualcosa. Il secondo momento, fondamentale, è quello in cui tanto il presunto assassino quanto i suoi genitori prendono atto dei propri errori: si aprono e confessano prima di tutto a sé stessi la propria fallibilità. Ecco allora che l’avvicinamento all’altro e, insieme, l’assunzione di responsabilità individuale possono diventare il fulcro del cambiamento. O per lo meno una speranza. Sono, queste, le fondamenta della virilità positiva, della forza buona capace di salvare, la quale di certo non appartiene ai maschi rabbiosi che si agitano online.
In qualche modo, Adolescence è il contrario de La strada di Cormac McCarthy e ne costituisce in qualche modo l’antidoto. Anche lì ci sono un padre, un figlio e un mondo desolato, devastato dalla catastrofe. I due sono incerti, spaventati. Ma avanzano comunque, si sostengono a vicenda e stanno vicini, animati da una speranza che viene da una forza trascendente. Dalla convinzione, forse folle, di essere i portatori del fuoco, coloro che devono resistere e comportarsi diversamente dagli altri poiché si riconoscono in un codice superiore. Codice che i più hanno dimenticato, certo, ma che non per questo è meno valido. Mentre tutto affonda, in un mondo distrutto, non resta che soccombere o portare il fuoco.
«I genitori di oggi sbagliano ad accudire troppo i loro figli»
Daniele Novara, tra i più noti pedagogisti italiani, è fondatore e direttore del centro psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti di Piacenza. Il suo nuovo libro, appena uscito per Rizzoli, si intitola Mollami! Educare i figli adolescenti e trovare la giusta distanza per farli crescere.
Per anni ci siamo ripetuti che si dovevano curare i figli, che bisognava stare vicino a loro. Lei ora parla di mollare. A che distanza bisogna stare dai figli allora?
«In questi decenni di narcisismo dilagante dove i figli sono stati portati come l’argenteria di casa, si è dimenticato che per educarli devi stare nel tuo spazio, lo spazio della titolarità educativa, genitoriale. Non puoi essere un amico né tantomeno un amicone con gli adolescenti. Non si può arrivare a certi vertici iperbolici di confidenza».
Ad esempio?
«Beh, nei bagni delle famiglie italiane si è creata una specie di campo nudisti dove tutti vanno e vengono con la massima naturalezza… Bisogna recuperare l’organizzazione che da un punto di vista educativo permette di costruire le buone abitudini e che con gli adolescenti consente anche di garantire quella libertà che fa la differenza. Gli adolescenti non sono più bambini: il bambino ti sta appresso come un cagnolino, vuole sempre la tua attenzione, ti dice “Mamma cosa facciamo? Mamma mi sto annoiando”…».
E il ragazzo?
«Il ragazzo se ne frega, ti dice “mollami”, cerca di far perdere le sue tracce, lascia la camera in condizioni drammatiche, puzza in modo che tu sia lontano. È da decenni che ci sentiamo ripetere queste formule vuotissime dal punto di vista scientifico per cui bisogna “stare vicino”. Ma che interesse di vicinanza può avere un quindicenne? Ha bisogno dei suoi spazi, non deve sempre sentire il fiato sul collo della mamma: questi sono degli equivoci che stiamo pagando molto cari».
Il rischio però è che lo spazio diventi troppo, e che gli adolescenti ne abusino. Ad esempio isolandosi davanti agli schermi.
«Bisogna ricordare che l’alternativa all’invadenza videodigitale non sono i genitori amici, i genitori animatori, i genitori psicoterapeuti, ma è il gruppo dei coetanei, il gruppo degli adolescenti. Noi abbiamo adesso bambini di dieci anni che sono tornati a fare la festa di compleanno con i nonni: è assurdo. La festa di compleanno si fa con gli amici, i compagni di classe, si invita tutta la classe, si fa una bella confusione, si crea una bella combriccola… L’adolescente finisce con l’isolarsi perché non ha il gruppo, non ha la compagnia, non perché il genitore non gli sta vicino. Questo è un equivoco davvero increscioso, ma molti genitori purtroppo - in qualche modo anche sostenuti da una certa opinione pubblica - preferiscono il ragazzino di 15 anni ritirato in camera sui videogiochi piuttosto di quello che si costruisce un suo gruppo, una sua compagnia. Ma dico senza mezzi termini, da tecnico, che qualsiasi compagnia, anche la più scalcinata, è meglio che restare in camera davanti a uno schermo».
Possiamo dire che ci sia un eccesso di cura nelle famiglie di oggi?
«Non è una opinione mia o di qualche collega pedagogista: è un dato sociologico, sono state fatte ricerche tra i genitori degli anni Sessanta e i genitori del nostro tempo, dimostrando che in tutta l’area occidentale, non solo in Italia, l’accudimento materno è raddoppiato passando da un’ora a due ore al giorno, e l’accudimento, chiamiamolo così, paterno, è addirittura quadruplicato passando da 15 minuti a 59 minuti al giorno. Questi sono dati: non dobbiamo continuare a discutere su questa stupidaggine secondo cui i genitori non sarebbero sufficientemente presenti nella vita dei figli. Al contrario sono troppo presenti e così si stressano, si stressano a tal punto che è partito anche il calo demografico, che non mostra segnali di cedimento».
Che c’entra il calo demografico?
«Il calo demografico dal mio punto di vista è una conseguenza dei miti che si sono addensati sulle teste dei poveri genitori, portati a credere che esista un’incombenza sbagliata, assoluta, che non corrisponde alle esigenze dei bambini, né tantomeno a quelle di ragazzi e ragazze».
Insomma si pensa che un figlio richieda un’attenzione costante, un impegno snervante, cosa che può dissuadere dal mettere al mondo nuovi bambini. Mi pare di capire che secondo lei abbiamo bisogno di una pedagogia della libertà: dobbiamo lasciare i ragazzi più liberi in modo che diventino anche più responsabili.
«Esatto. Non parlo di lasciarli in uno stato selvaggio (anche se i bambini sono un po’ tutti selvaggi). Parlo di un posizionamento educativo che non sia quello della super protezione. Quello di educativo ha davvero pochissimo. Come diceva la Montessori, se il bambino sa già fare una cosa ma la fai tu per comodità, non soltanto sbagli ma crei le condizioni per cui si ammala. Pensiamo al vestire: è logico che un bambino a 5 o 6 anni sia in grado di vestirsi da solo, ma se tu come genitore - per mancanza di tempo - lo vesti perché sei di fretta, chi ne subisce le conseguenze è appunto il piccolo che non può agire la sua autonomia. Il libro che ho scritto è ricco di tecniche. Tra queste, la tecnica del paletto è la più efficace. Si tratta di definire uno spazio di limitazione dentro cui i ragazzi e le ragazze possono avere libertà. Un orario di rientro, la paghetta settimanale, un momento in cui lo smartphone viene depositato prima di andare a dormire…».
Insomma dei confini. Magari ampi, ma che però siano molto chiari, e su cui tenere il punto.
«Esatto. Ad esempio il classico orario di rientro, riguardo al quale ovviamente qualsiasi genitore italiano mantiene una certa elasticità, anche perché è normale con gli adolescenti che hanno un senso della trasgressione innato. Ma sull’orario di rientro non si può fare una discussione: bisogna mettere un limite per forza. Quello che conta è l’atteggiamento pedagogico, che deve essere sempre rispettoso della libertà dei figli come dell’autonomia dei bambini. Servono i paletti, non gli spiegoni… I genitori italiani sono innamorati degli spiegoni psicologistici: “Adesso ti spiego i danni che eventualmente potresti subire in relazione a questa tua ossessione per gli smartphone…”. Tu gli fai lo spiegone, lui continua a usare lo smartphone e non cambia niente. Nel gioco di squadra tra i genitori e i figli si devono mettere dei limiti e dentro questi limiti si deve concedere tutta la libertà che un ragazzo o una ragazza necessariamente vuole avere».
«Evitare il dolore mina l’autostima»
Álvaro Bilbao è neuropsicologo e psicoterapeuta, formatosi al Johns Hopkins Hospital, al Kennedy Krieger Institute di Baltimora e al Royal Hospital for Neurodisability di Londra. Insegna in varie università spagnole e ha pubblicato un bestseller intitolato Il cervello del bambino spiegato ai genitori, pubblicato in Italia da Salani. Per lo stesso editore esce ora Come funziona il cervello di un adolescente. Ed è proprio sull’adolescenza che gli abbiamo chiesto alcune riflessioni.
Cosa succede nel cervello umano quando si entra nell’adolescenza?
«L’adolescenza è una fase di grandi cambiamenti a livello cerebrale. All’inizio dell’adolescenza, durante la pubertà, non ci sono molte modifiche strutturali, ma l’aumento di testosterone ed estrogeni impregna il cervello, modificandone il funzionamento e facendo sì che i ragazzi e le ragazze (di 11 o 12 anni) diventino più nervosi, irritabili e distanti. Sentono che qualcosa sta accadendo dentro di loro, ma non sanno cosa. Un po’ più tardi, il cervello entra in un processo di riorganizzazione, in cui alcune connessioni neuronali si rafforzano mentre altre vengono eliminate per rendere il pensiero più efficiente. In questa fase, l’amigdala, che regola le emozioni, è molto attiva, mentre la corteccia prefrontale, responsabile dell’autocontrollo e del processo decisionale, è ancora in fase di sviluppo. Questo spiega perché gli adolescenti possono essere impulsivi, emotivi e, talvolta, prendere decisioni rischiose. Inoltre, il sistema di ricompensa del cervello è particolarmente sensibile, il che li porta a cercare emozioni intense e la validazione sociale».
Oggi sembra che l’ansia sia uno dei problemi più diffusi tra gli adolescenti occidentali. Secondo lei, perché?
«L’adolescenza è sempre stata una fase in cui possono emergere disturbi mentali come la schizofrenia, il disturbo bipolare o l’ansia. Tuttavia, è vero che oggi assistiamo a un aumento della prevalenza dell’ansia (e di altri disturbi legati alla paura, come il disturbo ossessivo-compulsivo e le fobie) tra gli adolescenti per diverse ragioni. Dopo la pandemia da Covid-19, si pensava che questo incremento fosse dovuto principalmente agli effetti del confinamento. Tuttavia, oggi sappiamo che questa tendenza era già iniziata prima e continua a crescere. Crediamo che sia più legata ad altri fattori. Innanzitutto, viviamo in una società iperconnessa, dove il confronto sui social media può generare insicurezza e pressione costante. Inoltre, i ritmi di vita sono cambiati: i bambini hanno meno tempo per il gioco libero e più pressioni accademiche ed extracurriculari, il che genera stress. Sappiamo da molti anni che lo stress cronico (anche se lieve) porta all’ansia e che l’ansia prolungata nel tempo può sfociare nella depressione. Un altro fattore è la tendenza alla iperprotezione da parte di alcuni genitori, che impedisce agli adolescenti di sviluppare strumenti per affrontare la frustrazione e l’incertezza. Tutto questo, combinato con una maggiore esposizione a informazioni negative e ai cambiamenti ormonali tipici di questa età, contribuisce all’aumento dell’ansia».
Come si può combattere questa ansia?
«Dalla mia esperienza clinica, ci sono tre aspetti fondamentali per ridurre l’ansia negli adolescenti».
Il primo?
«Osservare i fattori scatenanti e fermarsi. Nella maggior parte dei casi, i ragazzi e le ragazze che soffrono di ansia hanno un eccesso di compiti, attività, tempo davanti agli schermi e interazioni sociali. Troppa pressione. La cosa curiosa è che molti genitori cercano una soluzione psicologica o farmacologica che permetta ai figli di mantenere lo stesso ritmo frenetico, invece di fermarsi a riflettere se valga la pena ridurre le pressioni e insegnare all’adolescente a mettere dei limiti allo stress».
Il secondo aspetto?
«Insegnare competenze. In alcuni casi, l’ansia nasce quando l’adolescente non ha le competenze per relazionarsi con gli altri o non sa dire di no. Il modo migliore per aumentare la fiducia non è proteggere eccessivamente i figli con affetto o farmaci, ma insegnare loro competenze che li rendano più forti, un processo che spesso affrontiamo in terapia».
E l’ultimo?
«Sviluppare strategie di coping. L’attività fisica, per esempio, aiuta a regolare lo stress e migliorare l’umore. È anche importante promuovere il contatto faccia a faccia con gli amici e il tempo libero senza schermi. In famiglia, si può lavorare per validare le emozioni dei ragazzi senza iperproteggerli, fornendo strumenti per gestire la frustrazione invece di evitarla. Tecniche come la respirazione profonda e la meditazione possono essere utili, così come favorire abitudini di sonno sane, dato che il riposo ha un impatto diretto sulla regolazione emotiva».
Secondo alcuni, i genitori di oggi sono troppo presenti e tendono a proteggere eccessivamente i figli. È vero? Qual è, secondo lei, la giusta misura?
«La risposta alla prima domanda è facile. Sì, negli ultimi anni si è osservata una tendenza all’iperprotezione. Numerosi studi dell’Università di Gunma, in Giappone, indicano da tempo un aumento della protezione eccessiva nelle società sviluppate. Molti genitori, con le migliori intenzioni, cercano di evitare che i figli soffrano, ma in questo modo possono impedirgli di sviluppare la resilienza necessaria per affrontare le difficoltà. Quando incontro genitori iperprotettivi, spesso dico loro che non possono costruire la loro autostima come adulti e come genitori a spese dell’autostima dei loro figli. I ragazzi devono affrontare i loro problemi».
Veniamo allora alla seconda parte: dove si trova il giusto equilibrio?
«Non è semplice stabilirlo, ma ci sono tre principi che possono aiutare: 1) Non aiutare tuo figlio o tua figlia se non te lo sta chiedendo. 2) Se chiede aiuto, fermati un momento e valuta se realmente non è in grado di fare qualcosa da solo o almeno se ha provato abbastanza. 3) Se un adolescente smette di comunicare, diventa aggressivo in casa, reagisce male ai limiti imposti sulle tecnologie o non ha amici al di fuori del mondo virtuale, è importante intervenire. A volte, i ragazzi e le ragazze non sanno chiedere aiuto perché non si rendono conto di essere intrappolati in una spirale di dipendenza dagli schermi o di disturbi dell’umore. Credo che sia difficile stabilire con certezza la linea che separa la protezione dall’iperprotezione, ma lavorare quotidianamente per avere una buona connessione e una comunicazione aperta con i propri figli è essenziale e può aiutarci a comprendere meglio il loro stato d’animo».
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Una serie Netflix fa luce su crudeltà e solitudine dei ragazzi. La cameretta non li salva da un mondo privo di punti fermi.«I genitori di oggi sbagliano ad accudire troppo i loro figli». Il pedagogista Daniele Novara: «L’eccesso di protezione stressa gli stessi papà e mamma. E spiega il calo demografico. A un quindicenne serve un gruppo di coetanei con cui passare il tempo: è questa l’alternativa ai videogiochi».«Evitare il dolore mina l’autostima». Lo psicoterapeuta Álvaro Bilbao: «Non si deve aiutare un giovane se lui non ce lo chiede o non si è sforzato di risolvere il problema da solo. Spesso si esagera con i compiti e le attività».Lo speciale comprende tre articoli. «Ma lui era in camera sua, vero? Pensavamo che fosse al sicuro no? Che male poteva fare lì dentro?». Le lacrime colano sui volti scavati dei genitori di Jamie, tredicenne inglese accusato di avere ucciso Katie, una sua compagna di scuola. Questa è una delle scene più potenti di Adolescence, serie fenomeno di Netflix creata da Jack Thorne e Stephen Graham (quest’ultimo interpreta anche il padre del ragazzino). È il termine di un lunghissimo piano sequenza di quattro puntate, tecnica cinematografica che da sola basta a fare esplodere l’angoscia. Gli spettatori seguono i protagonisti in una infinita corsa alla ricerca del senso: davvero Jamie ha ucciso? Perché lo avrebbe fatto? Quali segreti agitano la scuola frequentata da questi adolescenti silenziosi e pallidi? Il dramma è che, alla fine di tutto, il senso non si trova, non appare. I due genitori del presunto assassino si siedono sfibrati nella loro stanza e si processano, si chiedono se abbiano sbagliato, e dove. Ma non c’è risposta: rimane solo il rapido susseguirsi degli eventi - una cascata, una frana - in un mondo che appare, appunto, insensato. «Era nella sua camera, pensavamo che fosse al sicuro». Ma è proprio dalla camera, dallo schermo del computer di Jamie che origina il male. È nei cristalli liquidi degli smartphone degli studenti suoi coetanei che si diffonde la pestilenza culminata in omicidio. Gli studenti non parlano ma chattano, si fanno foto, pubblicano, costruiscono i loro paradisi e soprattutto inferni su misura. Le ragazzine - scafate, più vicine a parvenze d’adulti - non si fanno scrupoli a bullizzare i maschi. E questi talvolta si rinchiudono nelle loro bolle, nelle loro stanze reali e virtuali. Alcuni ottengono la lettera scarlatta di Incel, celibi involontari, considerati troppo brutti per piacere alle donne, incapaci di creare e gestire una relazione, privi di legami veri e profondi, spesso sepolti nelle loro tane. Emergono da queste tenebre le figure tipiche della decadenza: la femmina fatale, percepita quale minaccia dal maschio fragile e spaesato. E tutt’intorno una terra desolata, in cui la violenza repressa esplode, l’odio aleggia ovunque. La forza maschile che si tenta di occultare marcisce e si fa velenosa, ottunde le menti. L’odio febbrile invade le vene, si scatena contro le ragazzine che paiono inaccessibili: l’80% delle donne desidera il 20% degli uomini, massima fatale, e mortifera. No, nella camera questi ragazzi non sono al sicuro anche se i loro genitori lo pensano. Lì dentro, nel chiuso delle mura, stanno gli schermi, e dentro gli schermi sono sepolti mostri. Adolescence va vista mentre si legge Amygdalatropolis, allucinante romanzo di BR Yeager, autore americano. Lì il protagonista si chiama semplicemente /1404er/, è il giovane uomo utente di un forum online in cui tutti hanno lo stesso nome e si fanno orda impersonale. Come ben sintetizza la nota delle edizioni Nero che pubblicano il libro in Italia, /1404er/ «abita un mondo digitale ermetico popolato da altre entità senza forma che condividono con lui lo stesso nome. Le sue interazioni ruotano esclusivamente attorno alla condivisione e alla discussione (e a volte alla creazione) dei contenuti più volgari, violenti, ripugnanti e indifendibili che si trovano nelle zone d’ombra extra-legali del cosiddetto dark web». Di nuovo gli Incel, di nuovo i reclusi che esalano odio, disperante metafora di una modernità che rifiuta la virilità, la demonizza, la dipinge come tossica e malata e in effetti riesce poi a renderla tale. Jamie ha tredici anni, /1404er/ è più grande e ha persino un lavoro che gli consente di seppellirsi vivo in casa, in realtà terrorizzato dall’esterno. Sono uno l’estremo dell’altro. I genitori sono letteralmente tagliati fuori. Gli adulti di Adolescence non hanno le chiavi per entrare nell’isola che non c’è digitale in cui si aggirano i loro figli sperduti. In Amygdalatropolis i genitori sono costretti fuori dalla porta, alternano rabbia impotente a sottomissione compiacente. Sembrano colpevoli, ma non lo sono del tutto. Sono vittime anche loro di una realtà sfuggente e troppo patologica per essere ricostruita. Un paradiso artificiale per ragazzini abituati alla violenza (mediata per lo più) e incapaci di tutto tranne che di sopraffare il più debole. Questi genitori tentano di capire, di interessarsi, di essere presenti, accudenti. Ma comunque falliscono: i frutti delle loro attenzioni sono marci. E allora si interrogano, si processano, cercano un senso. Talvolta si piegano e poi si spezzano. La drammatica consapevolezza rimane, in ogni caso: nella terra desolata non c’è senso alla vita, e dunque non c’è redenzione possibile, se non quando è troppo tardi. C’è però una via di uscita, dopo tutto. In Adolescence, l’indicazione sta forse in due momenti molto commoventi della serie. Intanto nella relazione che il poliziotto che indaga sull’omicidio scolastico inizia faticosamente a costruire con il figlio. Un rapporto non tra amici, non tra pari. Ma fisico, concreto, fatto di comunanza e di azioni che si svolgono nel mondo esterno, reale. Ad esempio un pranzo a base di patatine fritte da condividere. Una piccola gita in automobile. Lampi minimi di speranza, e chissà se bastano davvero. Però sono qualcosa. Il secondo momento, fondamentale, è quello in cui tanto il presunto assassino quanto i suoi genitori prendono atto dei propri errori: si aprono e confessano prima di tutto a sé stessi la propria fallibilità. Ecco allora che l’avvicinamento all’altro e, insieme, l’assunzione di responsabilità individuale possono diventare il fulcro del cambiamento. O per lo meno una speranza. Sono, queste, le fondamenta della virilità positiva, della forza buona capace di salvare, la quale di certo non appartiene ai maschi rabbiosi che si agitano online. In qualche modo, Adolescence è il contrario de La strada di Cormac McCarthy e ne costituisce in qualche modo l’antidoto. Anche lì ci sono un padre, un figlio e un mondo desolato, devastato dalla catastrofe. I due sono incerti, spaventati. Ma avanzano comunque, si sostengono a vicenda e stanno vicini, animati da una speranza che viene da una forza trascendente. Dalla convinzione, forse folle, di essere i portatori del fuoco, coloro che devono resistere e comportarsi diversamente dagli altri poiché si riconoscono in un codice superiore. Codice che i più hanno dimenticato, certo, ma che non per questo è meno valido. 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A che distanza bisogna stare dai figli allora? «In questi decenni di narcisismo dilagante dove i figli sono stati portati come l’argenteria di casa, si è dimenticato che per educarli devi stare nel tuo spazio, lo spazio della titolarità educativa, genitoriale. Non puoi essere un amico né tantomeno un amicone con gli adolescenti. Non si può arrivare a certi vertici iperbolici di confidenza». Ad esempio? «Beh, nei bagni delle famiglie italiane si è creata una specie di campo nudisti dove tutti vanno e vengono con la massima naturalezza… Bisogna recuperare l’organizzazione che da un punto di vista educativo permette di costruire le buone abitudini e che con gli adolescenti consente anche di garantire quella libertà che fa la differenza. Gli adolescenti non sono più bambini: il bambino ti sta appresso come un cagnolino, vuole sempre la tua attenzione, ti dice “Mamma cosa facciamo? Mamma mi sto annoiando”…». E il ragazzo? «Il ragazzo se ne frega, ti dice “mollami”, cerca di far perdere le sue tracce, lascia la camera in condizioni drammatiche, puzza in modo che tu sia lontano. È da decenni che ci sentiamo ripetere queste formule vuotissime dal punto di vista scientifico per cui bisogna “stare vicino”. Ma che interesse di vicinanza può avere un quindicenne? Ha bisogno dei suoi spazi, non deve sempre sentire il fiato sul collo della mamma: questi sono degli equivoci che stiamo pagando molto cari». Il rischio però è che lo spazio diventi troppo, e che gli adolescenti ne abusino. Ad esempio isolandosi davanti agli schermi. «Bisogna ricordare che l’alternativa all’invadenza videodigitale non sono i genitori amici, i genitori animatori, i genitori psicoterapeuti, ma è il gruppo dei coetanei, il gruppo degli adolescenti. Noi abbiamo adesso bambini di dieci anni che sono tornati a fare la festa di compleanno con i nonni: è assurdo. La festa di compleanno si fa con gli amici, i compagni di classe, si invita tutta la classe, si fa una bella confusione, si crea una bella combriccola… L’adolescente finisce con l’isolarsi perché non ha il gruppo, non ha la compagnia, non perché il genitore non gli sta vicino. Questo è un equivoco davvero increscioso, ma molti genitori purtroppo - in qualche modo anche sostenuti da una certa opinione pubblica - preferiscono il ragazzino di 15 anni ritirato in camera sui videogiochi piuttosto di quello che si costruisce un suo gruppo, una sua compagnia. Ma dico senza mezzi termini, da tecnico, che qualsiasi compagnia, anche la più scalcinata, è meglio che restare in camera davanti a uno schermo». Possiamo dire che ci sia un eccesso di cura nelle famiglie di oggi? «Non è una opinione mia o di qualche collega pedagogista: è un dato sociologico, sono state fatte ricerche tra i genitori degli anni Sessanta e i genitori del nostro tempo, dimostrando che in tutta l’area occidentale, non solo in Italia, l’accudimento materno è raddoppiato passando da un’ora a due ore al giorno, e l’accudimento, chiamiamolo così, paterno, è addirittura quadruplicato passando da 15 minuti a 59 minuti al giorno. Questi sono dati: non dobbiamo continuare a discutere su questa stupidaggine secondo cui i genitori non sarebbero sufficientemente presenti nella vita dei figli. Al contrario sono troppo presenti e così si stressano, si stressano a tal punto che è partito anche il calo demografico, che non mostra segnali di cedimento». Che c’entra il calo demografico? «Il calo demografico dal mio punto di vista è una conseguenza dei miti che si sono addensati sulle teste dei poveri genitori, portati a credere che esista un’incombenza sbagliata, assoluta, che non corrisponde alle esigenze dei bambini, né tantomeno a quelle di ragazzi e ragazze». Insomma si pensa che un figlio richieda un’attenzione costante, un impegno snervante, cosa che può dissuadere dal mettere al mondo nuovi bambini. Mi pare di capire che secondo lei abbiamo bisogno di una pedagogia della libertà: dobbiamo lasciare i ragazzi più liberi in modo che diventino anche più responsabili. «Esatto. Non parlo di lasciarli in uno stato selvaggio (anche se i bambini sono un po’ tutti selvaggi). Parlo di un posizionamento educativo che non sia quello della super protezione. Quello di educativo ha davvero pochissimo. Come diceva la Montessori, se il bambino sa già fare una cosa ma la fai tu per comodità, non soltanto sbagli ma crei le condizioni per cui si ammala. Pensiamo al vestire: è logico che un bambino a 5 o 6 anni sia in grado di vestirsi da solo, ma se tu come genitore - per mancanza di tempo - lo vesti perché sei di fretta, chi ne subisce le conseguenze è appunto il piccolo che non può agire la sua autonomia. Il libro che ho scritto è ricco di tecniche. Tra queste, la tecnica del paletto è la più efficace. Si tratta di definire uno spazio di limitazione dentro cui i ragazzi e le ragazze possono avere libertà. Un orario di rientro, la paghetta settimanale, un momento in cui lo smartphone viene depositato prima di andare a dormire…». Insomma dei confini. Magari ampi, ma che però siano molto chiari, e su cui tenere il punto. «Esatto. Ad esempio il classico orario di rientro, riguardo al quale ovviamente qualsiasi genitore italiano mantiene una certa elasticità, anche perché è normale con gli adolescenti che hanno un senso della trasgressione innato. Ma sull’orario di rientro non si può fare una discussione: bisogna mettere un limite per forza. Quello che conta è l’atteggiamento pedagogico, che deve essere sempre rispettoso della libertà dei figli come dell’autonomia dei bambini. Servono i paletti, non gli spiegoni… I genitori italiani sono innamorati degli spiegoni psicologistici: “Adesso ti spiego i danni che eventualmente potresti subire in relazione a questa tua ossessione per gli smartphone…”. Tu gli fai lo spiegone, lui continua a usare lo smartphone e non cambia niente. Nel gioco di squadra tra i genitori e i figli si devono mettere dei limiti e dentro questi limiti si deve concedere tutta la libertà che un ragazzo o una ragazza necessariamente vuole avere». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/isolati-e-violenti-ladolescenza-horror-dellera-digitale-2671385692.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="evitare-il-dolore-mina-lautostima" data-post-id="2671385692" data-published-at="1742768459" data-use-pagination="False"> «Evitare il dolore mina l’autostima» Álvaro Bilbao è neuropsicologo e psicoterapeuta, formatosi al Johns Hopkins Hospital, al Kennedy Krieger Institute di Baltimora e al Royal Hospital for Neurodisability di Londra. Insegna in varie università spagnole e ha pubblicato un bestseller intitolato Il cervello del bambino spiegato ai genitori, pubblicato in Italia da Salani. Per lo stesso editore esce ora Come funziona il cervello di un adolescente. Ed è proprio sull’adolescenza che gli abbiamo chiesto alcune riflessioni. Cosa succede nel cervello umano quando si entra nell’adolescenza? «L’adolescenza è una fase di grandi cambiamenti a livello cerebrale. All’inizio dell’adolescenza, durante la pubertà, non ci sono molte modifiche strutturali, ma l’aumento di testosterone ed estrogeni impregna il cervello, modificandone il funzionamento e facendo sì che i ragazzi e le ragazze (di 11 o 12 anni) diventino più nervosi, irritabili e distanti. Sentono che qualcosa sta accadendo dentro di loro, ma non sanno cosa. Un po’ più tardi, il cervello entra in un processo di riorganizzazione, in cui alcune connessioni neuronali si rafforzano mentre altre vengono eliminate per rendere il pensiero più efficiente. In questa fase, l’amigdala, che regola le emozioni, è molto attiva, mentre la corteccia prefrontale, responsabile dell’autocontrollo e del processo decisionale, è ancora in fase di sviluppo. Questo spiega perché gli adolescenti possono essere impulsivi, emotivi e, talvolta, prendere decisioni rischiose. Inoltre, il sistema di ricompensa del cervello è particolarmente sensibile, il che li porta a cercare emozioni intense e la validazione sociale». Oggi sembra che l’ansia sia uno dei problemi più diffusi tra gli adolescenti occidentali. Secondo lei, perché? «L’adolescenza è sempre stata una fase in cui possono emergere disturbi mentali come la schizofrenia, il disturbo bipolare o l’ansia. Tuttavia, è vero che oggi assistiamo a un aumento della prevalenza dell’ansia (e di altri disturbi legati alla paura, come il disturbo ossessivo-compulsivo e le fobie) tra gli adolescenti per diverse ragioni. Dopo la pandemia da Covid-19, si pensava che questo incremento fosse dovuto principalmente agli effetti del confinamento. Tuttavia, oggi sappiamo che questa tendenza era già iniziata prima e continua a crescere. Crediamo che sia più legata ad altri fattori. Innanzitutto, viviamo in una società iperconnessa, dove il confronto sui social media può generare insicurezza e pressione costante. Inoltre, i ritmi di vita sono cambiati: i bambini hanno meno tempo per il gioco libero e più pressioni accademiche ed extracurriculari, il che genera stress. Sappiamo da molti anni che lo stress cronico (anche se lieve) porta all’ansia e che l’ansia prolungata nel tempo può sfociare nella depressione. Un altro fattore è la tendenza alla iperprotezione da parte di alcuni genitori, che impedisce agli adolescenti di sviluppare strumenti per affrontare la frustrazione e l’incertezza. Tutto questo, combinato con una maggiore esposizione a informazioni negative e ai cambiamenti ormonali tipici di questa età, contribuisce all’aumento dell’ansia». Come si può combattere questa ansia? «Dalla mia esperienza clinica, ci sono tre aspetti fondamentali per ridurre l’ansia negli adolescenti». Il primo? «Osservare i fattori scatenanti e fermarsi. Nella maggior parte dei casi, i ragazzi e le ragazze che soffrono di ansia hanno un eccesso di compiti, attività, tempo davanti agli schermi e interazioni sociali. Troppa pressione. La cosa curiosa è che molti genitori cercano una soluzione psicologica o farmacologica che permetta ai figli di mantenere lo stesso ritmo frenetico, invece di fermarsi a riflettere se valga la pena ridurre le pressioni e insegnare all’adolescente a mettere dei limiti allo stress». Il secondo aspetto? «Insegnare competenze. In alcuni casi, l’ansia nasce quando l’adolescente non ha le competenze per relazionarsi con gli altri o non sa dire di no. Il modo migliore per aumentare la fiducia non è proteggere eccessivamente i figli con affetto o farmaci, ma insegnare loro competenze che li rendano più forti, un processo che spesso affrontiamo in terapia». E l’ultimo? «Sviluppare strategie di coping. L’attività fisica, per esempio, aiuta a regolare lo stress e migliorare l’umore. È anche importante promuovere il contatto faccia a faccia con gli amici e il tempo libero senza schermi. In famiglia, si può lavorare per validare le emozioni dei ragazzi senza iperproteggerli, fornendo strumenti per gestire la frustrazione invece di evitarla. Tecniche come la respirazione profonda e la meditazione possono essere utili, così come favorire abitudini di sonno sane, dato che il riposo ha un impatto diretto sulla regolazione emotiva». Secondo alcuni, i genitori di oggi sono troppo presenti e tendono a proteggere eccessivamente i figli. È vero? Qual è, secondo lei, la giusta misura? «La risposta alla prima domanda è facile. Sì, negli ultimi anni si è osservata una tendenza all’iperprotezione. Numerosi studi dell’Università di Gunma, in Giappone, indicano da tempo un aumento della protezione eccessiva nelle società sviluppate. Molti genitori, con le migliori intenzioni, cercano di evitare che i figli soffrano, ma in questo modo possono impedirgli di sviluppare la resilienza necessaria per affrontare le difficoltà. Quando incontro genitori iperprotettivi, spesso dico loro che non possono costruire la loro autostima come adulti e come genitori a spese dell’autostima dei loro figli. I ragazzi devono affrontare i loro problemi». Veniamo allora alla seconda parte: dove si trova il giusto equilibrio? «Non è semplice stabilirlo, ma ci sono tre principi che possono aiutare: 1) Non aiutare tuo figlio o tua figlia se non te lo sta chiedendo. 2) Se chiede aiuto, fermati un momento e valuta se realmente non è in grado di fare qualcosa da solo o almeno se ha provato abbastanza. 3) Se un adolescente smette di comunicare, diventa aggressivo in casa, reagisce male ai limiti imposti sulle tecnologie o non ha amici al di fuori del mondo virtuale, è importante intervenire. A volte, i ragazzi e le ragazze non sanno chiedere aiuto perché non si rendono conto di essere intrappolati in una spirale di dipendenza dagli schermi o di disturbi dell’umore. Credo che sia difficile stabilire con certezza la linea che separa la protezione dall’iperprotezione, ma lavorare quotidianamente per avere una buona connessione e una comunicazione aperta con i propri figli è essenziale e può aiutarci a comprendere meglio il loro stato d’animo».
Silvia Salis (Ansa)
La segue il suo vicesindaco Alessandro Terrile, già responsabile Infrastrutture della segreteria nazionale dem, nonché consulente della società Santa Barbara dell’imprenditore genovese Mauro Vianello, l’uomo che si proclamava «il più comunista di tutti» e che, ha svelato l’inchiesta sull’ex governatore Giovanni Toti, era la «volpe» del porto, che proprio Terrile seguì nell’Ente Bacini, dove Vianello, che ne era il presidente, lo nominò amministratore delegato. Ora chiamare qualcuno «Hannoun» è diventato offensivo. È considerato un insulto talmente grave da spingere la sindaca ad abbandonare l’Aula. Lavori chiusi. Sipario. E mentre la Salis propaganda quella scenetta come «un segnale politico», per la minoranza, invece, sarebbe un pretesto. Un modo per dribblare quell’ordine del giorno. Ma lei, la sindaca, precisa: «Quello che hanno voluto vendere come un lapsus è stato voler chiamare due volte il nostro consigliere Kaabour con il nome di Hannoun, a distanza di diversi secondi l’una dall’altra». Poi l’insulto rivolto alla minoranza: «Li abbiamo lasciati da soli con la loro ignoranza, perché è un atteggiamento ignorante». Mascia, sentito dalla Verità, replica: «Ho chiamato Kaabour Hannoun ma è stato un lapsus e mi sono scusato. Il dato più inquietante di questa querelle, però, è che Hannoun, fino a ieri special guest dei cortei pro Pal, è ormai un condannato senza appello dalle sinistre genovesi usa e getta. Pronunciare il suo nome anche per sbaglio all’indirizzo di un consigliere Pd viene bollato come oltraggio. Alla faccia del garantismo. Non è ancora stato condannato in via definitiva e viene subito ripudiato da chi fino a ieri gli faceva la clac». Ma il consigliere azzurro non si fa passare sotto il naso neppure il passaggio sugli «ignoranti»: «Da laureato cum laude alla prestigiosa Università degli Studi di Genova, con tutto il rispetto per chi non lo è e però non insulta nessuno, viene da sbottare con un “Ma mi faccia il piacere!” alla Totò nella gag con l’Onorevole Trombetta (Totò a colori, film del 1952, ndr) o da chiedersi da che pulpito arriva l’insulto». Infine ha risposto alle nostre domande.
Ha visto che la sindaca si è laureata più o meno con le stesse modalità (criticate dalla sinistra) della ministra Calderone?
«No, non so quali siano queste modalità, come detto io mi sono laureato all’Università di Genova e ho fatto tutti i miei studi a Genova, tanto mi basta per non sentirmi un ignorante né un saccente».
L’ex vicesindaco Pietro Piciocchi sfidò la Salis a esibire il libretto universitario e la prima cittadina evitò di farlo. Vuole ribadire la richiesta?
«Ricordo questa sfida all’Ok Corral a colpi di libretto durante la campagna elettorale ma credevo fosse finita ad armi pari, perché in quel frangente avevo la testa sulla mia corsa e del partito di cui sono segretario. A me del libretto della sindaca non me ne cale proprio. Sempre meglio che ognuno si faccia le lauree, i libretti e gli studi suoi e non pretenda di sindacare i saperi degli altri. Perché non glielo chiede lei il libretto alla sindaca? Magari glielo dà».
Per Hannoun è stato un qui pro quo.
«Che non l’abbia fatto apposta e manco me ne sia accorto, finché non me lo hanno fatto notare i miei colleghi di opposizione, lo testimoniano i video. Eppure il mio lapsus è stato usato come pretesto per salvare la faccia nel Giorno della memoria dell’Olocausto».
E l’ordine del giorno pro Gaza?
«Nonostante l’invito di Liliana Segre a non usare Gaza contro la Shoah degli ebrei, la mattina stessa del Giorno della memoria è puntualmente arrivato in Conferenza dei capigruppo un ordine del giorno straordinario delle sinistre pro Pal elette con la sindaca Salis per esercitare “ogni pressione diplomatica necessaria” al fine di aprire un corridoio giordano alternativo a quello presidiato dal Cogat (Coordinamento attività governative nei territori) dello Stato ebraico».
Voi come avete reagito?
«I capigruppo di centrodestra non hanno prestato il fianco ai tentativi di retromarcia arrivati fuori tempo massimo dal Pd per rinviare la discussione alla prossima seduta, col risultato che l’ordine del giorno è approdato in Consiglio comunale. Il colpo di teatro in Sala Rossa è servito di fatto a trarsi d’impaccio dalla votazione in Aula su Gaza nel Giorno della memoria. Chissà che pandemonio sarebbe scoppiato se con una scusa del genere lo avesse fatto Giorgia Meloni il gesto con la mano per portare fuori dal Parlamento tutti i ministri del governo e tutti i gruppi di maggioranza. E pensare che ai tempi del primo mandato di Marco Bucci le sinistre in Sala Rossa ci belavano dietro quando noi consiglieri di centrodestra votavamo compatti a favore delle delibere del sindaco, figuriamoci cosa sarebbe accaduto se, agli ordini del sindaco, avessimo abbandonato seduta stante gli scranni».
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(Imagoeconomica)
Ma partiamo dall’Anm. Ieri due membri del Comitato direttivo centrale (Cdc, il parlamentino del sindacato dei giudici) hanno protestato contro una decisione, ritenuta arbitraria e figlia dell’imbarazzo, della Giunta esecutiva centrale (Gec, il governo dello stesso sindacato).
Natalia Ceccarelli (consigliere di Corte d’appello a Napoli, sezione civile) e Andrea Reale (consigliere di Corte d’appello a Catania, sezione penale), eletti dentro al Cdc in rappresentanza della lista Articolo 101 (quella delle toghe non iscritte alle correnti), hanno scritto una lettera sulla mailing list dell’associazione in cui hanno denunciato la questione e hanno definito l’Anm «una barca senza nocchiero».
La premessa è che l’8 novembre 2025 il parlamentino ha calendarizzato all’unanimità le sedute da svolgere fino al referendum, all’interno della «più complessa e importante “campagna d’inverno” che l’Anm abbia mai affrontato». Le date previste erano 17-18 gennaio, 7 febbraio e 7-8 marzo.
La prima riunione si è tenuta regolarmente. Ma, come scrivono le due toghe, circa dieci giorni prima della riunione del 7 febbraio, la Gec «ha comunicato in chat (sigh!) ai componenti del Cdc l’annullamento della seduta». La giustificazione (definita dai due scriventi «malferma»)? Eccola: «Considerata l’assoluta rilevanza di impegnarsi nell’ambito della discussione referendaria e preso atto dell’assenza di temi la cui trattazione si impone in tempi brevi, la Giunta ha deciso di non fissare il Cdc per il giorno 7 febbraio, rinviando l’eventuale fissazione del prossimo Cdc a data da destinarsi».
Per Ceccarelli e Reale la decisione sarebbe stata «assunta in spregio alle previsioni statutarie» e «non è stata portata a conoscenza di tutti gli associati con adeguata motivazione».
C’è un ulteriore problema: «Mai, prima d’ora, la Gec aveva avocato a sé il potere di convocazione e di annullamento delle riunioni».
A giudizio di Ceccarelli e Reale non sarebbe possibile «evincere le effettive ragioni della scelta».
Quindi i due colleghi iniziano a fare supposizioni e arrivano a considerare l’affaire Maruotti come possibile causa scatenante: «L’annullamento segue l’episodio che ha visto protagonista il segretario generale, il quale, il giorno prima, in un post dal sen fuggito pubblicato su un noto social network, ha scatenato una tempesta politica di dimensioni monumentali, attirando critiche alla persona dell’autore e alla intera Anm da parte di esponenti di partito e di governo, dell’Avvocatura, della stampa e di tanti cittadini comuni, e consentendo al ministro della Giustizia virtuosismi critici degni di Paganini».
Ceccarelli e Reale registrano che «l’episodio ha dato anche la stura a una crisi interna alla compagine correntizia: ben otto (su undici) componenti di Magistratura indipendente (praticamente tutti, tranne, formalmente i tre che sono in Gec) hanno pubblicamente preso le distanze dalle affermazioni del segretario generale». Anche le toghe di 101 hanno «criticato la strumentalizzazione a fini elettorali della tragedia americana da parte del collega Maruotti, deplorando la postura niente affatto istituzionale del rappresentante Anm e le sue ricadute sull’immagine della categoria».
La giustificazione ufficiale addotta per il rinvio, come detto, è ritenuta «risibile» e, secondo i due magistrati, «offende la comune intelligenza». Infatti «falsa e incomprensibile» sarebbe «la motivazione che non vi siano temi urgenti da trattare». Un argomento caldo meritevole di dibattito è «senz’altro la crisi aperta dal “caso Maruotti”», senza dimenticare «la necessità di affrontare i nodi della campagna referendaria (dispiego di risorse, iniziative, posizioni, strategia ed eventuali correttivi)».
Per gli scriventi esiste un serio problema di comunicazione interna ed esterna dell’Anm. La conclusione è sferzante: «Nel pieno della “tempesta”, l’Anm sembra una barca senza nocchiero (nulla di personale rispetto al presidente Cesare Parodi), come se il suo comandante, gli ufficiali e i sottufficiali avessero deciso di salire sulle scialuppe di salvataggio abbandonando la barca in mezzo ai flutti, senza lasciare un biglietto con le istruzioni da seguire, senza passaggi di consegne, dopo aver chiuso a chiave la cabina di pilotaggio». E anche se l’Anm «non è propriamente una nave da crociera», nella mail c’è pure un riferimento alla Concordia («che Dio non voglia …»).
In conclusione, per Ceccarelli e Reale «traspare la paura» e «la chiusura al confronto interno ed esterno». Ma i magistrati di Articolo 101 avvertono che «la strategia del riccio per conculcare il confronto ed evitare crisi interne non salva dalle ripercussioni esterne, purtroppo. Proprio nel momento più importante e difficile della campagna referendaria».
Veniamo, adesso, a un’altra spinosa questione che ha diviso la magistratura. Mercoledì il Csm ha autorizzato il segretario generale a sottoscrivere un accordo con l’Istituto nazionale della previdenza sociale «per l’istituzione di un servizio di consulenza specialistica di personale dell’Inps presso il Csm», vista «l’utilità del servizio che, gratuitamente è volto a fornire, sia in «presenza» che in «Web meeting», consulenza specialistica in diversi ambiti del settore previdenziale, assicurativo e pensionistico in favore di tutti i magistrati ordinari» d’Italia.
Ma il Csm non esclude che «dopo una prima fase di applicazione», l’attività di consulenza gratuita possa essere estesa anche alla magistratura onoraria.
Come detto, la delibera è passata solo perché il voto di Pinelli vale il doppio rispetto a quello dei colleghi. Il vicepresidente, di fronte alla spaccatura del Consiglio (risultato finale 14 a 14), ha tirato in ballo direttamente il Quirinale, di cui è ufficiale di collegamento dentro a Palazzo Bachelet: «Anche questa è un’iniziativa evidentemente sotto la guida del signor presidente della Repubblica», ha dichiarato Pinelli durante il plenum, capo dello Stato «che ha accolto e ha condiviso e favorito quello che non vuole essere niente di più e niente di meno che un servizio in più dato ai magistrati ordinari della Repubblica». L’avvocato padovano (seppur nativo di Lucca), di fronte alle proteste, ha concluso che «tutti i magistrati faranno le loro valutazioni su chi intende essere a favore di questo servizio erogato per loro o, invece, chi ritiene che non possano beneficiare di un servizio come questo».
Alla fine le consigliere laiche di Fratelli d’Italia, Isabella Bertolini e Daniela Bianchini, e la collega in quota Lega, Claudia Eccher, hanno votato contro la proposta di delibera insieme con le toghe progressiste e i laici di Pd e Movimento 5 stelle.
La Bertolini, ieri, era ancora molto contrariata per l’esito del voto e ha motivato così il suo disappunto: «Non è compito del Csm occuparsi degli stipendi e delle pensioni dei magistrati che dipendono dal ministero della Giustizia. Inoltre questo servizio non è gratuito perché viene garantito all’interno delle stanze del Csm con il supporto di personale del Consiglio e, se questo servizio doveva essere erogato, andava garantito a tutti i funzionari e agli amministrativi di Palazzo Bachelet, che dipendono da noi per stipendi e pensioni, contrariamente dai magistrati che lavorano fuori da qui. Poi non possiamo lamentarci se qualcuno dirà che siamo di fronte all’ennesimo privilegio garantito alla casta»
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La Polizia scientifica in via Nerino a Milano, luogo della morte di Oleksandr Adarich, nel riquadro (Ansa)
In alcuni articoli di denuncia, Adarich viene definito senza mezzi termini «un banchiere truffatore, un imbroglione della famiglia Yanukovych», accusato di aver usato banche e società collegate per spremere l’azienda ucraina Tomak attraverso pignoramenti e passaggi societari pilotati, con l’appoggio di apparati statali deviati. Vicino all’area politica di Sylna Ukrayina, confluita nel sistema di Yanukovych, Adarich incarnava il profilo di un banchiere inserito nelle reti economico-politiche pre-Maidan, oggi invise al governo di Volodymyr Zelensky. Con questo fardello, il 54enne nato a Kiev, sposato, padre di due figli e con doppia cittadinanza ucraina e romena, è morto la sera del 23 gennaio a Milano, precipitando dal quarto piano di un B&b in via Nerino, a pochi passi dal Duomo.
L’indagine, coordinata dal pm Rosario Ferracane e dalla Squadra Mobile, ipotizza un suicidio inscenato. Il B&b era stato affittato con un alias; nella stanza sono stati trovati documenti d’identità multipli; testimoni e telecamere indicano presenze subito dopo la caduta e sul corpo ci sono segni di costrizione. L’autopsia, attesa nei prossimi giorni, dovrà chiarire se fosse già morto prima del volo di 15 metri. Adarich era arrivato dalla Spagna, dove viveva, per affari mai chiariti.
Secondo i registri aziendali ucraini, il banchiere non era stato solo il proprietario di Fidobank, ma controllava una rete di società con sede a Kiev, tra cui Eurobank, Deviza e Fido investments, ed era stato dirigente di Ukrsibbank: una presenza economica strutturata nel cuore della finanza ucraina.
Circa 260-270 milioni di euro bruciati: 62-64 milioni rimborsati dallo Stato ai correntisti, 16-17 milioni rimasti congelati sui conti, un presunto schema da 50-52 milioni legato all’acquisto di Erste Bank e oltre 140 milioni di euro fatti uscire all’estero. Una ricostruzione delle autorità che ha travolto decine di migliaia di famiglie e imprese, lasciando migliaia di risparmiatori senza recuperare i propri soldi.
La storia parte a Kiev nei primi anni Duemila: Adarich cresce come manager, diventa banchiere-padrone tra il 2012 e il 2013 ed entra nella politica regionale. Dopo Maidan incarna un sistema che il Paese vuole smantellare. Nel 2016 la Banca nazionale dichiara insolventi Fidobank ed Eurobank e avvia la liquidazione. A Kiev partono indagini amministrative e penali, con sequestri e verifiche sui flussi di capitale. Le accuse più dure arrivano dal Fondo di garanzia dei depositi: Kateryna Mysnyk, direttrice del dipartimento investigativo, aveva parlato di «uno dei primi e più grandi schemi fraudolenti» del settore, descrivendo una catena di operazioni da circa 55-56 milioni di dollari, fondi fatti uscire come importazioni fittizie per oltre 150 milioni di dollari e rientrati come presunti investimenti, seguiti dall’acquisto di Erste per 82 milioni di dollari e dall’acquisizione di oltre 180 immobili, poi rivenduti - secondo il Fondo - a prezzi sottostimati. Anche dopo il crac, gli asset di Fidobank hanno continuato a circolare: nel 2020 i suoi crediti sono finiti a società poi emerse in inchieste di Radio liberty per legami opachi e connessioni con Mosca.
Nell’Ucraina oggi in guerra con la Russia, figure come Adarich sono invise a Kiev perché incarnano l’intreccio tra banche, politica e vecchie élite, lo stesso contesto da dove arriva l’ex ministro Yuriy Kolobov, arrestato in Spagna, da dove Adarich era partito per Milano.
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Volodymyr Zelensky e Friedrich Merz (Ansa)
E che il diktat di Zelensky non si traduca in una mossa vincente ne è convinto anche il Lussemburgo. Il ministro degli Esteri lussemburghese, Xavier Bettel, prima di varcare le porte del Consiglio esteri dell’Ue, ha dichiarato: «Ho sentito che il presidente Zelensky ha detto che devono diventare membri l’anno prossimo. Mi dispiace, gliel’ho detto più volte: non dare ultimatum, non è nel tuo interesse». Il rischio di imboccare la strada di due pesi e due misure è infatti dietro l’angolo: «Il fatto è che esistono delle regole, i criteri di Copenaghen, e devono essere rispettati. Non possiamo dire che ci sono criteri per alcuni e non per altri».
Sulla questione, il premier ungherese Viktor Orbán è tornato a criticare Bruxelles. «Tre quarti degli europei respingono l’adesione accelerata dell’Ucraina all’Unione europea. Eppure, Bruxelles continua a procedere. Non le importa cosa pensa la gente» ha scritto su X. Tra l’altro Orbán aveva rivelato l’esistenza di un documento segreto, discusso nell’Ue, che dovrebbe prevedere proprio la procedura accelerata per l’adesione di Kiev il prossimo anno. L’Alta rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, durante la conferenza stampa al termine del Consiglio esteri, non ha risposto a chi le ha chiesto chiarimenti sulle rivelazioni del premier ungherese. Si è limitata a sostenere vagamente che «ciò che è chiaro è che il futuro dell’Ucraina è nell’Unione europea. Stiamo quindi lavorando su questo, sul processo di adesione all’Ue».
Ma oltre al percorso accelerato, tra le varie richieste del presidente ucraino rientra anche la creazione di un esercito europeo: aveva lanciato l’appello la scorsa settimana dal palco di Davos. A esprimersi in merito è stato ieri l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera: «Non sposo l’idea di esercito europeo, resto legato alla Nato assieme agli Usa» ha dichiarato, precisando che «i militari americani rimangono fondamentali». Ha poi aggiunto: «Adesso avremo più fondi grazie agli apporti europei e questo permetterà una più stretta collaborazione con le industrie militari». A commentare le parole di Dragone, è stato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, durante la prima edizione del «Forum Difesa», promosso da Bruno Vespa e Comin & Partners in collaborazione con l’Iai. Il ministro ha chiarito che «nessuno pensa di avere domani mattina un esercito europeo», anche perché «la difesa resta nazionale per Costituzione». Sull’Europa si tratta piuttosto «della possibilità di interoperare tra eserciti, aeronautiche e marine dei diversi Paesi» ma sempre «secondo gli schemi della Nato».
E mentre Bruxelles ha sbandierato alcune misure discusse contro Mosca, dall’inclusione della Russia nella lista nera antiriciclaggio all’intenzione di presentare il 20° pacchetto di sanzioni, il presidente americano Donald Trump ha annunciato la tregua di una settimana.
La proposta della Casa Bianca sarebbe stata infatti accettata dallo zar russo, Vladimir Putin. «A causa del freddo estremo, ho chiesto personalmente al presidente Putin di non aprire il fuoco su Kiev e le altre città per una settimana durante questo periodo e lui ha accettato di farlo. E devo dire che è stato molto bello», ha detto il tycoon durante la riunione di gabinetto. Prima dell’annuncio, dai blogger militari russi e dai media ucraini era trapelata la notizia, non confermata dal Cremlino, di un possibile cessate il fuoco inerente alle infrastrutture energetiche. Stando a quanto riferito da Axios, la tregua per il freddo era stata proposta dagli Stati Uniti durante il trilaterale della scorsa settimana, ma Mosca aveva preso tempo. L’inviato americano, Steve Witkoff, ha poi fatto il punto su quanto raggiunto ad Abu Dhabi: si sono registrati «sviluppi positivi» sulla questione territoriale che stanno proseguendo e sono «in gran parte completati» gli accordi «sul protocollo di sicurezza» e «sulla prosperità».
Ma i prossimi colloqui, che si terranno domenica sempre nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, si svolgeranno senza la mediazione americana. A confermarlo è stato il consigliere presidenziale russo, Yuri Ushakov: «Questo è ciò su cui americani e ucraini hanno concordato: instaurare contatti bilaterali a un livello inferiore». Lo stesso Witkoff ha comunicato che il secondo round del trilaterale, che prevede quindi anche la partecipazione americana, si terrà «tra circa una settimana».
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