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2025-03-24
Isolati e violenti L’adolescenza horror dell’era digitale
(Netflix)
«Ma lui era in camera sua, vero? Pensavamo che fosse al sicuro no? Che male poteva fare lì dentro?». Le lacrime colano sui volti scavati dei genitori di Jamie, tredicenne inglese accusato di avere ucciso Katie, una sua compagna di scuola. Questa è una delle scene più potenti di Adolescence, serie fenomeno di Netflix creata da Jack Thorne e Stephen Graham (quest’ultimo interpreta anche il padre del ragazzino). È il termine di un lunghissimo piano sequenza di quattro puntate, tecnica cinematografica che da sola basta a fare esplodere l’angoscia. Gli spettatori seguono i protagonisti in una infinita corsa alla ricerca del senso: davvero Jamie ha ucciso? Perché lo avrebbe fatto? Quali segreti agitano la scuola frequentata da questi adolescenti silenziosi e pallidi? Il dramma è che, alla fine di tutto, il senso non si trova, non appare. I due genitori del presunto assassino si siedono sfibrati nella loro stanza e si processano, si chiedono se abbiano sbagliato, e dove. Ma non c’è risposta: rimane solo il rapido susseguirsi degli eventi - una cascata, una frana - in un mondo che appare, appunto, insensato.
«Era nella sua camera, pensavamo che fosse al sicuro». Ma è proprio dalla camera, dallo schermo del computer di Jamie che origina il male. È nei cristalli liquidi degli smartphone degli studenti suoi coetanei che si diffonde la pestilenza culminata in omicidio. Gli studenti non parlano ma chattano, si fanno foto, pubblicano, costruiscono i loro paradisi e soprattutto inferni su misura. Le ragazzine - scafate, più vicine a parvenze d’adulti - non si fanno scrupoli a bullizzare i maschi. E questi talvolta si rinchiudono nelle loro bolle, nelle loro stanze reali e virtuali. Alcuni ottengono la lettera scarlatta di Incel, celibi involontari, considerati troppo brutti per piacere alle donne, incapaci di creare e gestire una relazione, privi di legami veri e profondi, spesso sepolti nelle loro tane.
Emergono da queste tenebre le figure tipiche della decadenza: la femmina fatale, percepita quale minaccia dal maschio fragile e spaesato. E tutt’intorno una terra desolata, in cui la violenza repressa esplode, l’odio aleggia ovunque. La forza maschile che si tenta di occultare marcisce e si fa velenosa, ottunde le menti. L’odio febbrile invade le vene, si scatena contro le ragazzine che paiono inaccessibili: l’80% delle donne desidera il 20% degli uomini, massima fatale, e mortifera.
No, nella camera questi ragazzi non sono al sicuro anche se i loro genitori lo pensano. Lì dentro, nel chiuso delle mura, stanno gli schermi, e dentro gli schermi sono sepolti mostri. Adolescence va vista mentre si legge Amygdalatropolis, allucinante romanzo di BR Yeager, autore americano. Lì il protagonista si chiama semplicemente /1404er/, è il giovane uomo utente di un forum online in cui tutti hanno lo stesso nome e si fanno orda impersonale. Come ben sintetizza la nota delle edizioni Nero che pubblicano il libro in Italia, /1404er/ «abita un mondo digitale ermetico popolato da altre entità senza forma che condividono con lui lo stesso nome. Le sue interazioni ruotano esclusivamente attorno alla condivisione e alla discussione (e a volte alla creazione) dei contenuti più volgari, violenti, ripugnanti e indifendibili che si trovano nelle zone d’ombra extra-legali del cosiddetto dark web». Di nuovo gli Incel, di nuovo i reclusi che esalano odio, disperante metafora di una modernità che rifiuta la virilità, la demonizza, la dipinge come tossica e malata e in effetti riesce poi a renderla tale. Jamie ha tredici anni, /1404er/ è più grande e ha persino un lavoro che gli consente di seppellirsi vivo in casa, in realtà terrorizzato dall’esterno. Sono uno l’estremo dell’altro. I genitori sono letteralmente tagliati fuori.
Gli adulti di Adolescence non hanno le chiavi per entrare nell’isola che non c’è digitale in cui si aggirano i loro figli sperduti. In Amygdalatropolis i genitori sono costretti fuori dalla porta, alternano rabbia impotente a sottomissione compiacente. Sembrano colpevoli, ma non lo sono del tutto. Sono vittime anche loro di una realtà sfuggente e troppo patologica per essere ricostruita. Un paradiso artificiale per ragazzini abituati alla violenza (mediata per lo più) e incapaci di tutto tranne che di sopraffare il più debole. Questi genitori tentano di capire, di interessarsi, di essere presenti, accudenti. Ma comunque falliscono: i frutti delle loro attenzioni sono marci. E allora si interrogano, si processano, cercano un senso. Talvolta si piegano e poi si spezzano. La drammatica consapevolezza rimane, in ogni caso: nella terra desolata non c’è senso alla vita, e dunque non c’è redenzione possibile, se non quando è troppo tardi.
C’è però una via di uscita, dopo tutto. In Adolescence, l’indicazione sta forse in due momenti molto commoventi della serie. Intanto nella relazione che il poliziotto che indaga sull’omicidio scolastico inizia faticosamente a costruire con il figlio. Un rapporto non tra amici, non tra pari. Ma fisico, concreto, fatto di comunanza e di azioni che si svolgono nel mondo esterno, reale. Ad esempio un pranzo a base di patatine fritte da condividere. Una piccola gita in automobile. Lampi minimi di speranza, e chissà se bastano davvero. Però sono qualcosa. Il secondo momento, fondamentale, è quello in cui tanto il presunto assassino quanto i suoi genitori prendono atto dei propri errori: si aprono e confessano prima di tutto a sé stessi la propria fallibilità. Ecco allora che l’avvicinamento all’altro e, insieme, l’assunzione di responsabilità individuale possono diventare il fulcro del cambiamento. O per lo meno una speranza. Sono, queste, le fondamenta della virilità positiva, della forza buona capace di salvare, la quale di certo non appartiene ai maschi rabbiosi che si agitano online.
In qualche modo, Adolescence è il contrario de La strada di Cormac McCarthy e ne costituisce in qualche modo l’antidoto. Anche lì ci sono un padre, un figlio e un mondo desolato, devastato dalla catastrofe. I due sono incerti, spaventati. Ma avanzano comunque, si sostengono a vicenda e stanno vicini, animati da una speranza che viene da una forza trascendente. Dalla convinzione, forse folle, di essere i portatori del fuoco, coloro che devono resistere e comportarsi diversamente dagli altri poiché si riconoscono in un codice superiore. Codice che i più hanno dimenticato, certo, ma che non per questo è meno valido. Mentre tutto affonda, in un mondo distrutto, non resta che soccombere o portare il fuoco.
«I genitori di oggi sbagliano ad accudire troppo i loro figli»
Daniele Novara, tra i più noti pedagogisti italiani, è fondatore e direttore del centro psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti di Piacenza. Il suo nuovo libro, appena uscito per Rizzoli, si intitola Mollami! Educare i figli adolescenti e trovare la giusta distanza per farli crescere.
Per anni ci siamo ripetuti che si dovevano curare i figli, che bisognava stare vicino a loro. Lei ora parla di mollare. A che distanza bisogna stare dai figli allora?
«In questi decenni di narcisismo dilagante dove i figli sono stati portati come l’argenteria di casa, si è dimenticato che per educarli devi stare nel tuo spazio, lo spazio della titolarità educativa, genitoriale. Non puoi essere un amico né tantomeno un amicone con gli adolescenti. Non si può arrivare a certi vertici iperbolici di confidenza».
Ad esempio?
«Beh, nei bagni delle famiglie italiane si è creata una specie di campo nudisti dove tutti vanno e vengono con la massima naturalezza… Bisogna recuperare l’organizzazione che da un punto di vista educativo permette di costruire le buone abitudini e che con gli adolescenti consente anche di garantire quella libertà che fa la differenza. Gli adolescenti non sono più bambini: il bambino ti sta appresso come un cagnolino, vuole sempre la tua attenzione, ti dice “Mamma cosa facciamo? Mamma mi sto annoiando”…».
E il ragazzo?
«Il ragazzo se ne frega, ti dice “mollami”, cerca di far perdere le sue tracce, lascia la camera in condizioni drammatiche, puzza in modo che tu sia lontano. È da decenni che ci sentiamo ripetere queste formule vuotissime dal punto di vista scientifico per cui bisogna “stare vicino”. Ma che interesse di vicinanza può avere un quindicenne? Ha bisogno dei suoi spazi, non deve sempre sentire il fiato sul collo della mamma: questi sono degli equivoci che stiamo pagando molto cari».
Il rischio però è che lo spazio diventi troppo, e che gli adolescenti ne abusino. Ad esempio isolandosi davanti agli schermi.
«Bisogna ricordare che l’alternativa all’invadenza videodigitale non sono i genitori amici, i genitori animatori, i genitori psicoterapeuti, ma è il gruppo dei coetanei, il gruppo degli adolescenti. Noi abbiamo adesso bambini di dieci anni che sono tornati a fare la festa di compleanno con i nonni: è assurdo. La festa di compleanno si fa con gli amici, i compagni di classe, si invita tutta la classe, si fa una bella confusione, si crea una bella combriccola… L’adolescente finisce con l’isolarsi perché non ha il gruppo, non ha la compagnia, non perché il genitore non gli sta vicino. Questo è un equivoco davvero increscioso, ma molti genitori purtroppo - in qualche modo anche sostenuti da una certa opinione pubblica - preferiscono il ragazzino di 15 anni ritirato in camera sui videogiochi piuttosto di quello che si costruisce un suo gruppo, una sua compagnia. Ma dico senza mezzi termini, da tecnico, che qualsiasi compagnia, anche la più scalcinata, è meglio che restare in camera davanti a uno schermo».
Possiamo dire che ci sia un eccesso di cura nelle famiglie di oggi?
«Non è una opinione mia o di qualche collega pedagogista: è un dato sociologico, sono state fatte ricerche tra i genitori degli anni Sessanta e i genitori del nostro tempo, dimostrando che in tutta l’area occidentale, non solo in Italia, l’accudimento materno è raddoppiato passando da un’ora a due ore al giorno, e l’accudimento, chiamiamolo così, paterno, è addirittura quadruplicato passando da 15 minuti a 59 minuti al giorno. Questi sono dati: non dobbiamo continuare a discutere su questa stupidaggine secondo cui i genitori non sarebbero sufficientemente presenti nella vita dei figli. Al contrario sono troppo presenti e così si stressano, si stressano a tal punto che è partito anche il calo demografico, che non mostra segnali di cedimento».
Che c’entra il calo demografico?
«Il calo demografico dal mio punto di vista è una conseguenza dei miti che si sono addensati sulle teste dei poveri genitori, portati a credere che esista un’incombenza sbagliata, assoluta, che non corrisponde alle esigenze dei bambini, né tantomeno a quelle di ragazzi e ragazze».
Insomma si pensa che un figlio richieda un’attenzione costante, un impegno snervante, cosa che può dissuadere dal mettere al mondo nuovi bambini. Mi pare di capire che secondo lei abbiamo bisogno di una pedagogia della libertà: dobbiamo lasciare i ragazzi più liberi in modo che diventino anche più responsabili.
«Esatto. Non parlo di lasciarli in uno stato selvaggio (anche se i bambini sono un po’ tutti selvaggi). Parlo di un posizionamento educativo che non sia quello della super protezione. Quello di educativo ha davvero pochissimo. Come diceva la Montessori, se il bambino sa già fare una cosa ma la fai tu per comodità, non soltanto sbagli ma crei le condizioni per cui si ammala. Pensiamo al vestire: è logico che un bambino a 5 o 6 anni sia in grado di vestirsi da solo, ma se tu come genitore - per mancanza di tempo - lo vesti perché sei di fretta, chi ne subisce le conseguenze è appunto il piccolo che non può agire la sua autonomia. Il libro che ho scritto è ricco di tecniche. Tra queste, la tecnica del paletto è la più efficace. Si tratta di definire uno spazio di limitazione dentro cui i ragazzi e le ragazze possono avere libertà. Un orario di rientro, la paghetta settimanale, un momento in cui lo smartphone viene depositato prima di andare a dormire…».
Insomma dei confini. Magari ampi, ma che però siano molto chiari, e su cui tenere il punto.
«Esatto. Ad esempio il classico orario di rientro, riguardo al quale ovviamente qualsiasi genitore italiano mantiene una certa elasticità, anche perché è normale con gli adolescenti che hanno un senso della trasgressione innato. Ma sull’orario di rientro non si può fare una discussione: bisogna mettere un limite per forza. Quello che conta è l’atteggiamento pedagogico, che deve essere sempre rispettoso della libertà dei figli come dell’autonomia dei bambini. Servono i paletti, non gli spiegoni… I genitori italiani sono innamorati degli spiegoni psicologistici: “Adesso ti spiego i danni che eventualmente potresti subire in relazione a questa tua ossessione per gli smartphone…”. Tu gli fai lo spiegone, lui continua a usare lo smartphone e non cambia niente. Nel gioco di squadra tra i genitori e i figli si devono mettere dei limiti e dentro questi limiti si deve concedere tutta la libertà che un ragazzo o una ragazza necessariamente vuole avere».
«Evitare il dolore mina l’autostima»
Álvaro Bilbao è neuropsicologo e psicoterapeuta, formatosi al Johns Hopkins Hospital, al Kennedy Krieger Institute di Baltimora e al Royal Hospital for Neurodisability di Londra. Insegna in varie università spagnole e ha pubblicato un bestseller intitolato Il cervello del bambino spiegato ai genitori, pubblicato in Italia da Salani. Per lo stesso editore esce ora Come funziona il cervello di un adolescente. Ed è proprio sull’adolescenza che gli abbiamo chiesto alcune riflessioni.
Cosa succede nel cervello umano quando si entra nell’adolescenza?
«L’adolescenza è una fase di grandi cambiamenti a livello cerebrale. All’inizio dell’adolescenza, durante la pubertà, non ci sono molte modifiche strutturali, ma l’aumento di testosterone ed estrogeni impregna il cervello, modificandone il funzionamento e facendo sì che i ragazzi e le ragazze (di 11 o 12 anni) diventino più nervosi, irritabili e distanti. Sentono che qualcosa sta accadendo dentro di loro, ma non sanno cosa. Un po’ più tardi, il cervello entra in un processo di riorganizzazione, in cui alcune connessioni neuronali si rafforzano mentre altre vengono eliminate per rendere il pensiero più efficiente. In questa fase, l’amigdala, che regola le emozioni, è molto attiva, mentre la corteccia prefrontale, responsabile dell’autocontrollo e del processo decisionale, è ancora in fase di sviluppo. Questo spiega perché gli adolescenti possono essere impulsivi, emotivi e, talvolta, prendere decisioni rischiose. Inoltre, il sistema di ricompensa del cervello è particolarmente sensibile, il che li porta a cercare emozioni intense e la validazione sociale».
Oggi sembra che l’ansia sia uno dei problemi più diffusi tra gli adolescenti occidentali. Secondo lei, perché?
«L’adolescenza è sempre stata una fase in cui possono emergere disturbi mentali come la schizofrenia, il disturbo bipolare o l’ansia. Tuttavia, è vero che oggi assistiamo a un aumento della prevalenza dell’ansia (e di altri disturbi legati alla paura, come il disturbo ossessivo-compulsivo e le fobie) tra gli adolescenti per diverse ragioni. Dopo la pandemia da Covid-19, si pensava che questo incremento fosse dovuto principalmente agli effetti del confinamento. Tuttavia, oggi sappiamo che questa tendenza era già iniziata prima e continua a crescere. Crediamo che sia più legata ad altri fattori. Innanzitutto, viviamo in una società iperconnessa, dove il confronto sui social media può generare insicurezza e pressione costante. Inoltre, i ritmi di vita sono cambiati: i bambini hanno meno tempo per il gioco libero e più pressioni accademiche ed extracurriculari, il che genera stress. Sappiamo da molti anni che lo stress cronico (anche se lieve) porta all’ansia e che l’ansia prolungata nel tempo può sfociare nella depressione. Un altro fattore è la tendenza alla iperprotezione da parte di alcuni genitori, che impedisce agli adolescenti di sviluppare strumenti per affrontare la frustrazione e l’incertezza. Tutto questo, combinato con una maggiore esposizione a informazioni negative e ai cambiamenti ormonali tipici di questa età, contribuisce all’aumento dell’ansia».
Come si può combattere questa ansia?
«Dalla mia esperienza clinica, ci sono tre aspetti fondamentali per ridurre l’ansia negli adolescenti».
Il primo?
«Osservare i fattori scatenanti e fermarsi. Nella maggior parte dei casi, i ragazzi e le ragazze che soffrono di ansia hanno un eccesso di compiti, attività, tempo davanti agli schermi e interazioni sociali. Troppa pressione. La cosa curiosa è che molti genitori cercano una soluzione psicologica o farmacologica che permetta ai figli di mantenere lo stesso ritmo frenetico, invece di fermarsi a riflettere se valga la pena ridurre le pressioni e insegnare all’adolescente a mettere dei limiti allo stress».
Il secondo aspetto?
«Insegnare competenze. In alcuni casi, l’ansia nasce quando l’adolescente non ha le competenze per relazionarsi con gli altri o non sa dire di no. Il modo migliore per aumentare la fiducia non è proteggere eccessivamente i figli con affetto o farmaci, ma insegnare loro competenze che li rendano più forti, un processo che spesso affrontiamo in terapia».
E l’ultimo?
«Sviluppare strategie di coping. L’attività fisica, per esempio, aiuta a regolare lo stress e migliorare l’umore. È anche importante promuovere il contatto faccia a faccia con gli amici e il tempo libero senza schermi. In famiglia, si può lavorare per validare le emozioni dei ragazzi senza iperproteggerli, fornendo strumenti per gestire la frustrazione invece di evitarla. Tecniche come la respirazione profonda e la meditazione possono essere utili, così come favorire abitudini di sonno sane, dato che il riposo ha un impatto diretto sulla regolazione emotiva».
Secondo alcuni, i genitori di oggi sono troppo presenti e tendono a proteggere eccessivamente i figli. È vero? Qual è, secondo lei, la giusta misura?
«La risposta alla prima domanda è facile. Sì, negli ultimi anni si è osservata una tendenza all’iperprotezione. Numerosi studi dell’Università di Gunma, in Giappone, indicano da tempo un aumento della protezione eccessiva nelle società sviluppate. Molti genitori, con le migliori intenzioni, cercano di evitare che i figli soffrano, ma in questo modo possono impedirgli di sviluppare la resilienza necessaria per affrontare le difficoltà. Quando incontro genitori iperprotettivi, spesso dico loro che non possono costruire la loro autostima come adulti e come genitori a spese dell’autostima dei loro figli. I ragazzi devono affrontare i loro problemi».
Veniamo allora alla seconda parte: dove si trova il giusto equilibrio?
«Non è semplice stabilirlo, ma ci sono tre principi che possono aiutare: 1) Non aiutare tuo figlio o tua figlia se non te lo sta chiedendo. 2) Se chiede aiuto, fermati un momento e valuta se realmente non è in grado di fare qualcosa da solo o almeno se ha provato abbastanza. 3) Se un adolescente smette di comunicare, diventa aggressivo in casa, reagisce male ai limiti imposti sulle tecnologie o non ha amici al di fuori del mondo virtuale, è importante intervenire. A volte, i ragazzi e le ragazze non sanno chiedere aiuto perché non si rendono conto di essere intrappolati in una spirale di dipendenza dagli schermi o di disturbi dell’umore. Credo che sia difficile stabilire con certezza la linea che separa la protezione dall’iperprotezione, ma lavorare quotidianamente per avere una buona connessione e una comunicazione aperta con i propri figli è essenziale e può aiutarci a comprendere meglio il loro stato d’animo».
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Una serie Netflix fa luce su crudeltà e solitudine dei ragazzi. La cameretta non li salva da un mondo privo di punti fermi.«I genitori di oggi sbagliano ad accudire troppo i loro figli». Il pedagogista Daniele Novara: «L’eccesso di protezione stressa gli stessi papà e mamma. E spiega il calo demografico. A un quindicenne serve un gruppo di coetanei con cui passare il tempo: è questa l’alternativa ai videogiochi».«Evitare il dolore mina l’autostima». Lo psicoterapeuta Álvaro Bilbao: «Non si deve aiutare un giovane se lui non ce lo chiede o non si è sforzato di risolvere il problema da solo. Spesso si esagera con i compiti e le attività».Lo speciale comprende tre articoli. «Ma lui era in camera sua, vero? Pensavamo che fosse al sicuro no? Che male poteva fare lì dentro?». Le lacrime colano sui volti scavati dei genitori di Jamie, tredicenne inglese accusato di avere ucciso Katie, una sua compagna di scuola. Questa è una delle scene più potenti di Adolescence, serie fenomeno di Netflix creata da Jack Thorne e Stephen Graham (quest’ultimo interpreta anche il padre del ragazzino). È il termine di un lunghissimo piano sequenza di quattro puntate, tecnica cinematografica che da sola basta a fare esplodere l’angoscia. Gli spettatori seguono i protagonisti in una infinita corsa alla ricerca del senso: davvero Jamie ha ucciso? Perché lo avrebbe fatto? Quali segreti agitano la scuola frequentata da questi adolescenti silenziosi e pallidi? Il dramma è che, alla fine di tutto, il senso non si trova, non appare. I due genitori del presunto assassino si siedono sfibrati nella loro stanza e si processano, si chiedono se abbiano sbagliato, e dove. Ma non c’è risposta: rimane solo il rapido susseguirsi degli eventi - una cascata, una frana - in un mondo che appare, appunto, insensato. «Era nella sua camera, pensavamo che fosse al sicuro». Ma è proprio dalla camera, dallo schermo del computer di Jamie che origina il male. È nei cristalli liquidi degli smartphone degli studenti suoi coetanei che si diffonde la pestilenza culminata in omicidio. Gli studenti non parlano ma chattano, si fanno foto, pubblicano, costruiscono i loro paradisi e soprattutto inferni su misura. Le ragazzine - scafate, più vicine a parvenze d’adulti - non si fanno scrupoli a bullizzare i maschi. E questi talvolta si rinchiudono nelle loro bolle, nelle loro stanze reali e virtuali. Alcuni ottengono la lettera scarlatta di Incel, celibi involontari, considerati troppo brutti per piacere alle donne, incapaci di creare e gestire una relazione, privi di legami veri e profondi, spesso sepolti nelle loro tane. Emergono da queste tenebre le figure tipiche della decadenza: la femmina fatale, percepita quale minaccia dal maschio fragile e spaesato. E tutt’intorno una terra desolata, in cui la violenza repressa esplode, l’odio aleggia ovunque. La forza maschile che si tenta di occultare marcisce e si fa velenosa, ottunde le menti. L’odio febbrile invade le vene, si scatena contro le ragazzine che paiono inaccessibili: l’80% delle donne desidera il 20% degli uomini, massima fatale, e mortifera. No, nella camera questi ragazzi non sono al sicuro anche se i loro genitori lo pensano. Lì dentro, nel chiuso delle mura, stanno gli schermi, e dentro gli schermi sono sepolti mostri. Adolescence va vista mentre si legge Amygdalatropolis, allucinante romanzo di BR Yeager, autore americano. Lì il protagonista si chiama semplicemente /1404er/, è il giovane uomo utente di un forum online in cui tutti hanno lo stesso nome e si fanno orda impersonale. Come ben sintetizza la nota delle edizioni Nero che pubblicano il libro in Italia, /1404er/ «abita un mondo digitale ermetico popolato da altre entità senza forma che condividono con lui lo stesso nome. Le sue interazioni ruotano esclusivamente attorno alla condivisione e alla discussione (e a volte alla creazione) dei contenuti più volgari, violenti, ripugnanti e indifendibili che si trovano nelle zone d’ombra extra-legali del cosiddetto dark web». Di nuovo gli Incel, di nuovo i reclusi che esalano odio, disperante metafora di una modernità che rifiuta la virilità, la demonizza, la dipinge come tossica e malata e in effetti riesce poi a renderla tale. Jamie ha tredici anni, /1404er/ è più grande e ha persino un lavoro che gli consente di seppellirsi vivo in casa, in realtà terrorizzato dall’esterno. Sono uno l’estremo dell’altro. I genitori sono letteralmente tagliati fuori. Gli adulti di Adolescence non hanno le chiavi per entrare nell’isola che non c’è digitale in cui si aggirano i loro figli sperduti. In Amygdalatropolis i genitori sono costretti fuori dalla porta, alternano rabbia impotente a sottomissione compiacente. Sembrano colpevoli, ma non lo sono del tutto. Sono vittime anche loro di una realtà sfuggente e troppo patologica per essere ricostruita. Un paradiso artificiale per ragazzini abituati alla violenza (mediata per lo più) e incapaci di tutto tranne che di sopraffare il più debole. Questi genitori tentano di capire, di interessarsi, di essere presenti, accudenti. Ma comunque falliscono: i frutti delle loro attenzioni sono marci. E allora si interrogano, si processano, cercano un senso. Talvolta si piegano e poi si spezzano. La drammatica consapevolezza rimane, in ogni caso: nella terra desolata non c’è senso alla vita, e dunque non c’è redenzione possibile, se non quando è troppo tardi. C’è però una via di uscita, dopo tutto. In Adolescence, l’indicazione sta forse in due momenti molto commoventi della serie. Intanto nella relazione che il poliziotto che indaga sull’omicidio scolastico inizia faticosamente a costruire con il figlio. Un rapporto non tra amici, non tra pari. Ma fisico, concreto, fatto di comunanza e di azioni che si svolgono nel mondo esterno, reale. Ad esempio un pranzo a base di patatine fritte da condividere. Una piccola gita in automobile. Lampi minimi di speranza, e chissà se bastano davvero. Però sono qualcosa. Il secondo momento, fondamentale, è quello in cui tanto il presunto assassino quanto i suoi genitori prendono atto dei propri errori: si aprono e confessano prima di tutto a sé stessi la propria fallibilità. Ecco allora che l’avvicinamento all’altro e, insieme, l’assunzione di responsabilità individuale possono diventare il fulcro del cambiamento. O per lo meno una speranza. Sono, queste, le fondamenta della virilità positiva, della forza buona capace di salvare, la quale di certo non appartiene ai maschi rabbiosi che si agitano online. In qualche modo, Adolescence è il contrario de La strada di Cormac McCarthy e ne costituisce in qualche modo l’antidoto. Anche lì ci sono un padre, un figlio e un mondo desolato, devastato dalla catastrofe. I due sono incerti, spaventati. Ma avanzano comunque, si sostengono a vicenda e stanno vicini, animati da una speranza che viene da una forza trascendente. Dalla convinzione, forse folle, di essere i portatori del fuoco, coloro che devono resistere e comportarsi diversamente dagli altri poiché si riconoscono in un codice superiore. Codice che i più hanno dimenticato, certo, ma che non per questo è meno valido. 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A che distanza bisogna stare dai figli allora? «In questi decenni di narcisismo dilagante dove i figli sono stati portati come l’argenteria di casa, si è dimenticato che per educarli devi stare nel tuo spazio, lo spazio della titolarità educativa, genitoriale. Non puoi essere un amico né tantomeno un amicone con gli adolescenti. Non si può arrivare a certi vertici iperbolici di confidenza». Ad esempio? «Beh, nei bagni delle famiglie italiane si è creata una specie di campo nudisti dove tutti vanno e vengono con la massima naturalezza… Bisogna recuperare l’organizzazione che da un punto di vista educativo permette di costruire le buone abitudini e che con gli adolescenti consente anche di garantire quella libertà che fa la differenza. Gli adolescenti non sono più bambini: il bambino ti sta appresso come un cagnolino, vuole sempre la tua attenzione, ti dice “Mamma cosa facciamo? Mamma mi sto annoiando”…». E il ragazzo? «Il ragazzo se ne frega, ti dice “mollami”, cerca di far perdere le sue tracce, lascia la camera in condizioni drammatiche, puzza in modo che tu sia lontano. È da decenni che ci sentiamo ripetere queste formule vuotissime dal punto di vista scientifico per cui bisogna “stare vicino”. Ma che interesse di vicinanza può avere un quindicenne? Ha bisogno dei suoi spazi, non deve sempre sentire il fiato sul collo della mamma: questi sono degli equivoci che stiamo pagando molto cari». Il rischio però è che lo spazio diventi troppo, e che gli adolescenti ne abusino. Ad esempio isolandosi davanti agli schermi. «Bisogna ricordare che l’alternativa all’invadenza videodigitale non sono i genitori amici, i genitori animatori, i genitori psicoterapeuti, ma è il gruppo dei coetanei, il gruppo degli adolescenti. Noi abbiamo adesso bambini di dieci anni che sono tornati a fare la festa di compleanno con i nonni: è assurdo. La festa di compleanno si fa con gli amici, i compagni di classe, si invita tutta la classe, si fa una bella confusione, si crea una bella combriccola… L’adolescente finisce con l’isolarsi perché non ha il gruppo, non ha la compagnia, non perché il genitore non gli sta vicino. Questo è un equivoco davvero increscioso, ma molti genitori purtroppo - in qualche modo anche sostenuti da una certa opinione pubblica - preferiscono il ragazzino di 15 anni ritirato in camera sui videogiochi piuttosto di quello che si costruisce un suo gruppo, una sua compagnia. Ma dico senza mezzi termini, da tecnico, che qualsiasi compagnia, anche la più scalcinata, è meglio che restare in camera davanti a uno schermo». Possiamo dire che ci sia un eccesso di cura nelle famiglie di oggi? «Non è una opinione mia o di qualche collega pedagogista: è un dato sociologico, sono state fatte ricerche tra i genitori degli anni Sessanta e i genitori del nostro tempo, dimostrando che in tutta l’area occidentale, non solo in Italia, l’accudimento materno è raddoppiato passando da un’ora a due ore al giorno, e l’accudimento, chiamiamolo così, paterno, è addirittura quadruplicato passando da 15 minuti a 59 minuti al giorno. Questi sono dati: non dobbiamo continuare a discutere su questa stupidaggine secondo cui i genitori non sarebbero sufficientemente presenti nella vita dei figli. Al contrario sono troppo presenti e così si stressano, si stressano a tal punto che è partito anche il calo demografico, che non mostra segnali di cedimento». Che c’entra il calo demografico? «Il calo demografico dal mio punto di vista è una conseguenza dei miti che si sono addensati sulle teste dei poveri genitori, portati a credere che esista un’incombenza sbagliata, assoluta, che non corrisponde alle esigenze dei bambini, né tantomeno a quelle di ragazzi e ragazze». Insomma si pensa che un figlio richieda un’attenzione costante, un impegno snervante, cosa che può dissuadere dal mettere al mondo nuovi bambini. Mi pare di capire che secondo lei abbiamo bisogno di una pedagogia della libertà: dobbiamo lasciare i ragazzi più liberi in modo che diventino anche più responsabili. «Esatto. Non parlo di lasciarli in uno stato selvaggio (anche se i bambini sono un po’ tutti selvaggi). Parlo di un posizionamento educativo che non sia quello della super protezione. Quello di educativo ha davvero pochissimo. Come diceva la Montessori, se il bambino sa già fare una cosa ma la fai tu per comodità, non soltanto sbagli ma crei le condizioni per cui si ammala. Pensiamo al vestire: è logico che un bambino a 5 o 6 anni sia in grado di vestirsi da solo, ma se tu come genitore - per mancanza di tempo - lo vesti perché sei di fretta, chi ne subisce le conseguenze è appunto il piccolo che non può agire la sua autonomia. Il libro che ho scritto è ricco di tecniche. Tra queste, la tecnica del paletto è la più efficace. Si tratta di definire uno spazio di limitazione dentro cui i ragazzi e le ragazze possono avere libertà. Un orario di rientro, la paghetta settimanale, un momento in cui lo smartphone viene depositato prima di andare a dormire…». Insomma dei confini. Magari ampi, ma che però siano molto chiari, e su cui tenere il punto. «Esatto. Ad esempio il classico orario di rientro, riguardo al quale ovviamente qualsiasi genitore italiano mantiene una certa elasticità, anche perché è normale con gli adolescenti che hanno un senso della trasgressione innato. Ma sull’orario di rientro non si può fare una discussione: bisogna mettere un limite per forza. Quello che conta è l’atteggiamento pedagogico, che deve essere sempre rispettoso della libertà dei figli come dell’autonomia dei bambini. Servono i paletti, non gli spiegoni… I genitori italiani sono innamorati degli spiegoni psicologistici: “Adesso ti spiego i danni che eventualmente potresti subire in relazione a questa tua ossessione per gli smartphone…”. Tu gli fai lo spiegone, lui continua a usare lo smartphone e non cambia niente. Nel gioco di squadra tra i genitori e i figli si devono mettere dei limiti e dentro questi limiti si deve concedere tutta la libertà che un ragazzo o una ragazza necessariamente vuole avere». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/isolati-e-violenti-ladolescenza-horror-dellera-digitale-2671385692.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="evitare-il-dolore-mina-lautostima" data-post-id="2671385692" data-published-at="1742768459" data-use-pagination="False"> «Evitare il dolore mina l’autostima» Álvaro Bilbao è neuropsicologo e psicoterapeuta, formatosi al Johns Hopkins Hospital, al Kennedy Krieger Institute di Baltimora e al Royal Hospital for Neurodisability di Londra. Insegna in varie università spagnole e ha pubblicato un bestseller intitolato Il cervello del bambino spiegato ai genitori, pubblicato in Italia da Salani. Per lo stesso editore esce ora Come funziona il cervello di un adolescente. Ed è proprio sull’adolescenza che gli abbiamo chiesto alcune riflessioni. Cosa succede nel cervello umano quando si entra nell’adolescenza? «L’adolescenza è una fase di grandi cambiamenti a livello cerebrale. All’inizio dell’adolescenza, durante la pubertà, non ci sono molte modifiche strutturali, ma l’aumento di testosterone ed estrogeni impregna il cervello, modificandone il funzionamento e facendo sì che i ragazzi e le ragazze (di 11 o 12 anni) diventino più nervosi, irritabili e distanti. Sentono che qualcosa sta accadendo dentro di loro, ma non sanno cosa. Un po’ più tardi, il cervello entra in un processo di riorganizzazione, in cui alcune connessioni neuronali si rafforzano mentre altre vengono eliminate per rendere il pensiero più efficiente. In questa fase, l’amigdala, che regola le emozioni, è molto attiva, mentre la corteccia prefrontale, responsabile dell’autocontrollo e del processo decisionale, è ancora in fase di sviluppo. Questo spiega perché gli adolescenti possono essere impulsivi, emotivi e, talvolta, prendere decisioni rischiose. Inoltre, il sistema di ricompensa del cervello è particolarmente sensibile, il che li porta a cercare emozioni intense e la validazione sociale». Oggi sembra che l’ansia sia uno dei problemi più diffusi tra gli adolescenti occidentali. Secondo lei, perché? «L’adolescenza è sempre stata una fase in cui possono emergere disturbi mentali come la schizofrenia, il disturbo bipolare o l’ansia. Tuttavia, è vero che oggi assistiamo a un aumento della prevalenza dell’ansia (e di altri disturbi legati alla paura, come il disturbo ossessivo-compulsivo e le fobie) tra gli adolescenti per diverse ragioni. Dopo la pandemia da Covid-19, si pensava che questo incremento fosse dovuto principalmente agli effetti del confinamento. Tuttavia, oggi sappiamo che questa tendenza era già iniziata prima e continua a crescere. Crediamo che sia più legata ad altri fattori. Innanzitutto, viviamo in una società iperconnessa, dove il confronto sui social media può generare insicurezza e pressione costante. Inoltre, i ritmi di vita sono cambiati: i bambini hanno meno tempo per il gioco libero e più pressioni accademiche ed extracurriculari, il che genera stress. Sappiamo da molti anni che lo stress cronico (anche se lieve) porta all’ansia e che l’ansia prolungata nel tempo può sfociare nella depressione. Un altro fattore è la tendenza alla iperprotezione da parte di alcuni genitori, che impedisce agli adolescenti di sviluppare strumenti per affrontare la frustrazione e l’incertezza. Tutto questo, combinato con una maggiore esposizione a informazioni negative e ai cambiamenti ormonali tipici di questa età, contribuisce all’aumento dell’ansia». Come si può combattere questa ansia? «Dalla mia esperienza clinica, ci sono tre aspetti fondamentali per ridurre l’ansia negli adolescenti». Il primo? «Osservare i fattori scatenanti e fermarsi. Nella maggior parte dei casi, i ragazzi e le ragazze che soffrono di ansia hanno un eccesso di compiti, attività, tempo davanti agli schermi e interazioni sociali. Troppa pressione. La cosa curiosa è che molti genitori cercano una soluzione psicologica o farmacologica che permetta ai figli di mantenere lo stesso ritmo frenetico, invece di fermarsi a riflettere se valga la pena ridurre le pressioni e insegnare all’adolescente a mettere dei limiti allo stress». Il secondo aspetto? «Insegnare competenze. In alcuni casi, l’ansia nasce quando l’adolescente non ha le competenze per relazionarsi con gli altri o non sa dire di no. Il modo migliore per aumentare la fiducia non è proteggere eccessivamente i figli con affetto o farmaci, ma insegnare loro competenze che li rendano più forti, un processo che spesso affrontiamo in terapia». E l’ultimo? «Sviluppare strategie di coping. L’attività fisica, per esempio, aiuta a regolare lo stress e migliorare l’umore. È anche importante promuovere il contatto faccia a faccia con gli amici e il tempo libero senza schermi. In famiglia, si può lavorare per validare le emozioni dei ragazzi senza iperproteggerli, fornendo strumenti per gestire la frustrazione invece di evitarla. Tecniche come la respirazione profonda e la meditazione possono essere utili, così come favorire abitudini di sonno sane, dato che il riposo ha un impatto diretto sulla regolazione emotiva». Secondo alcuni, i genitori di oggi sono troppo presenti e tendono a proteggere eccessivamente i figli. È vero? Qual è, secondo lei, la giusta misura? «La risposta alla prima domanda è facile. Sì, negli ultimi anni si è osservata una tendenza all’iperprotezione. Numerosi studi dell’Università di Gunma, in Giappone, indicano da tempo un aumento della protezione eccessiva nelle società sviluppate. Molti genitori, con le migliori intenzioni, cercano di evitare che i figli soffrano, ma in questo modo possono impedirgli di sviluppare la resilienza necessaria per affrontare le difficoltà. Quando incontro genitori iperprotettivi, spesso dico loro che non possono costruire la loro autostima come adulti e come genitori a spese dell’autostima dei loro figli. I ragazzi devono affrontare i loro problemi». Veniamo allora alla seconda parte: dove si trova il giusto equilibrio? «Non è semplice stabilirlo, ma ci sono tre principi che possono aiutare: 1) Non aiutare tuo figlio o tua figlia se non te lo sta chiedendo. 2) Se chiede aiuto, fermati un momento e valuta se realmente non è in grado di fare qualcosa da solo o almeno se ha provato abbastanza. 3) Se un adolescente smette di comunicare, diventa aggressivo in casa, reagisce male ai limiti imposti sulle tecnologie o non ha amici al di fuori del mondo virtuale, è importante intervenire. A volte, i ragazzi e le ragazze non sanno chiedere aiuto perché non si rendono conto di essere intrappolati in una spirale di dipendenza dagli schermi o di disturbi dell’umore. Credo che sia difficile stabilire con certezza la linea che separa la protezione dall’iperprotezione, ma lavorare quotidianamente per avere una buona connessione e una comunicazione aperta con i propri figli è essenziale e può aiutarci a comprendere meglio il loro stato d’animo».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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