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2025-03-24
Isolati e violenti L’adolescenza horror dell’era digitale
(Netflix)
«Ma lui era in camera sua, vero? Pensavamo che fosse al sicuro no? Che male poteva fare lì dentro?». Le lacrime colano sui volti scavati dei genitori di Jamie, tredicenne inglese accusato di avere ucciso Katie, una sua compagna di scuola. Questa è una delle scene più potenti di Adolescence, serie fenomeno di Netflix creata da Jack Thorne e Stephen Graham (quest’ultimo interpreta anche il padre del ragazzino). È il termine di un lunghissimo piano sequenza di quattro puntate, tecnica cinematografica che da sola basta a fare esplodere l’angoscia. Gli spettatori seguono i protagonisti in una infinita corsa alla ricerca del senso: davvero Jamie ha ucciso? Perché lo avrebbe fatto? Quali segreti agitano la scuola frequentata da questi adolescenti silenziosi e pallidi? Il dramma è che, alla fine di tutto, il senso non si trova, non appare. I due genitori del presunto assassino si siedono sfibrati nella loro stanza e si processano, si chiedono se abbiano sbagliato, e dove. Ma non c’è risposta: rimane solo il rapido susseguirsi degli eventi - una cascata, una frana - in un mondo che appare, appunto, insensato.
«Era nella sua camera, pensavamo che fosse al sicuro». Ma è proprio dalla camera, dallo schermo del computer di Jamie che origina il male. È nei cristalli liquidi degli smartphone degli studenti suoi coetanei che si diffonde la pestilenza culminata in omicidio. Gli studenti non parlano ma chattano, si fanno foto, pubblicano, costruiscono i loro paradisi e soprattutto inferni su misura. Le ragazzine - scafate, più vicine a parvenze d’adulti - non si fanno scrupoli a bullizzare i maschi. E questi talvolta si rinchiudono nelle loro bolle, nelle loro stanze reali e virtuali. Alcuni ottengono la lettera scarlatta di Incel, celibi involontari, considerati troppo brutti per piacere alle donne, incapaci di creare e gestire una relazione, privi di legami veri e profondi, spesso sepolti nelle loro tane.
Emergono da queste tenebre le figure tipiche della decadenza: la femmina fatale, percepita quale minaccia dal maschio fragile e spaesato. E tutt’intorno una terra desolata, in cui la violenza repressa esplode, l’odio aleggia ovunque. La forza maschile che si tenta di occultare marcisce e si fa velenosa, ottunde le menti. L’odio febbrile invade le vene, si scatena contro le ragazzine che paiono inaccessibili: l’80% delle donne desidera il 20% degli uomini, massima fatale, e mortifera.
No, nella camera questi ragazzi non sono al sicuro anche se i loro genitori lo pensano. Lì dentro, nel chiuso delle mura, stanno gli schermi, e dentro gli schermi sono sepolti mostri. Adolescence va vista mentre si legge Amygdalatropolis, allucinante romanzo di BR Yeager, autore americano. Lì il protagonista si chiama semplicemente /1404er/, è il giovane uomo utente di un forum online in cui tutti hanno lo stesso nome e si fanno orda impersonale. Come ben sintetizza la nota delle edizioni Nero che pubblicano il libro in Italia, /1404er/ «abita un mondo digitale ermetico popolato da altre entità senza forma che condividono con lui lo stesso nome. Le sue interazioni ruotano esclusivamente attorno alla condivisione e alla discussione (e a volte alla creazione) dei contenuti più volgari, violenti, ripugnanti e indifendibili che si trovano nelle zone d’ombra extra-legali del cosiddetto dark web». Di nuovo gli Incel, di nuovo i reclusi che esalano odio, disperante metafora di una modernità che rifiuta la virilità, la demonizza, la dipinge come tossica e malata e in effetti riesce poi a renderla tale. Jamie ha tredici anni, /1404er/ è più grande e ha persino un lavoro che gli consente di seppellirsi vivo in casa, in realtà terrorizzato dall’esterno. Sono uno l’estremo dell’altro. I genitori sono letteralmente tagliati fuori.
Gli adulti di Adolescence non hanno le chiavi per entrare nell’isola che non c’è digitale in cui si aggirano i loro figli sperduti. In Amygdalatropolis i genitori sono costretti fuori dalla porta, alternano rabbia impotente a sottomissione compiacente. Sembrano colpevoli, ma non lo sono del tutto. Sono vittime anche loro di una realtà sfuggente e troppo patologica per essere ricostruita. Un paradiso artificiale per ragazzini abituati alla violenza (mediata per lo più) e incapaci di tutto tranne che di sopraffare il più debole. Questi genitori tentano di capire, di interessarsi, di essere presenti, accudenti. Ma comunque falliscono: i frutti delle loro attenzioni sono marci. E allora si interrogano, si processano, cercano un senso. Talvolta si piegano e poi si spezzano. La drammatica consapevolezza rimane, in ogni caso: nella terra desolata non c’è senso alla vita, e dunque non c’è redenzione possibile, se non quando è troppo tardi.
C’è però una via di uscita, dopo tutto. In Adolescence, l’indicazione sta forse in due momenti molto commoventi della serie. Intanto nella relazione che il poliziotto che indaga sull’omicidio scolastico inizia faticosamente a costruire con il figlio. Un rapporto non tra amici, non tra pari. Ma fisico, concreto, fatto di comunanza e di azioni che si svolgono nel mondo esterno, reale. Ad esempio un pranzo a base di patatine fritte da condividere. Una piccola gita in automobile. Lampi minimi di speranza, e chissà se bastano davvero. Però sono qualcosa. Il secondo momento, fondamentale, è quello in cui tanto il presunto assassino quanto i suoi genitori prendono atto dei propri errori: si aprono e confessano prima di tutto a sé stessi la propria fallibilità. Ecco allora che l’avvicinamento all’altro e, insieme, l’assunzione di responsabilità individuale possono diventare il fulcro del cambiamento. O per lo meno una speranza. Sono, queste, le fondamenta della virilità positiva, della forza buona capace di salvare, la quale di certo non appartiene ai maschi rabbiosi che si agitano online.
In qualche modo, Adolescence è il contrario de La strada di Cormac McCarthy e ne costituisce in qualche modo l’antidoto. Anche lì ci sono un padre, un figlio e un mondo desolato, devastato dalla catastrofe. I due sono incerti, spaventati. Ma avanzano comunque, si sostengono a vicenda e stanno vicini, animati da una speranza che viene da una forza trascendente. Dalla convinzione, forse folle, di essere i portatori del fuoco, coloro che devono resistere e comportarsi diversamente dagli altri poiché si riconoscono in un codice superiore. Codice che i più hanno dimenticato, certo, ma che non per questo è meno valido. Mentre tutto affonda, in un mondo distrutto, non resta che soccombere o portare il fuoco.
«I genitori di oggi sbagliano ad accudire troppo i loro figli»
Daniele Novara, tra i più noti pedagogisti italiani, è fondatore e direttore del centro psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti di Piacenza. Il suo nuovo libro, appena uscito per Rizzoli, si intitola Mollami! Educare i figli adolescenti e trovare la giusta distanza per farli crescere.
Per anni ci siamo ripetuti che si dovevano curare i figli, che bisognava stare vicino a loro. Lei ora parla di mollare. A che distanza bisogna stare dai figli allora?
«In questi decenni di narcisismo dilagante dove i figli sono stati portati come l’argenteria di casa, si è dimenticato che per educarli devi stare nel tuo spazio, lo spazio della titolarità educativa, genitoriale. Non puoi essere un amico né tantomeno un amicone con gli adolescenti. Non si può arrivare a certi vertici iperbolici di confidenza».
Ad esempio?
«Beh, nei bagni delle famiglie italiane si è creata una specie di campo nudisti dove tutti vanno e vengono con la massima naturalezza… Bisogna recuperare l’organizzazione che da un punto di vista educativo permette di costruire le buone abitudini e che con gli adolescenti consente anche di garantire quella libertà che fa la differenza. Gli adolescenti non sono più bambini: il bambino ti sta appresso come un cagnolino, vuole sempre la tua attenzione, ti dice “Mamma cosa facciamo? Mamma mi sto annoiando”…».
E il ragazzo?
«Il ragazzo se ne frega, ti dice “mollami”, cerca di far perdere le sue tracce, lascia la camera in condizioni drammatiche, puzza in modo che tu sia lontano. È da decenni che ci sentiamo ripetere queste formule vuotissime dal punto di vista scientifico per cui bisogna “stare vicino”. Ma che interesse di vicinanza può avere un quindicenne? Ha bisogno dei suoi spazi, non deve sempre sentire il fiato sul collo della mamma: questi sono degli equivoci che stiamo pagando molto cari».
Il rischio però è che lo spazio diventi troppo, e che gli adolescenti ne abusino. Ad esempio isolandosi davanti agli schermi.
«Bisogna ricordare che l’alternativa all’invadenza videodigitale non sono i genitori amici, i genitori animatori, i genitori psicoterapeuti, ma è il gruppo dei coetanei, il gruppo degli adolescenti. Noi abbiamo adesso bambini di dieci anni che sono tornati a fare la festa di compleanno con i nonni: è assurdo. La festa di compleanno si fa con gli amici, i compagni di classe, si invita tutta la classe, si fa una bella confusione, si crea una bella combriccola… L’adolescente finisce con l’isolarsi perché non ha il gruppo, non ha la compagnia, non perché il genitore non gli sta vicino. Questo è un equivoco davvero increscioso, ma molti genitori purtroppo - in qualche modo anche sostenuti da una certa opinione pubblica - preferiscono il ragazzino di 15 anni ritirato in camera sui videogiochi piuttosto di quello che si costruisce un suo gruppo, una sua compagnia. Ma dico senza mezzi termini, da tecnico, che qualsiasi compagnia, anche la più scalcinata, è meglio che restare in camera davanti a uno schermo».
Possiamo dire che ci sia un eccesso di cura nelle famiglie di oggi?
«Non è una opinione mia o di qualche collega pedagogista: è un dato sociologico, sono state fatte ricerche tra i genitori degli anni Sessanta e i genitori del nostro tempo, dimostrando che in tutta l’area occidentale, non solo in Italia, l’accudimento materno è raddoppiato passando da un’ora a due ore al giorno, e l’accudimento, chiamiamolo così, paterno, è addirittura quadruplicato passando da 15 minuti a 59 minuti al giorno. Questi sono dati: non dobbiamo continuare a discutere su questa stupidaggine secondo cui i genitori non sarebbero sufficientemente presenti nella vita dei figli. Al contrario sono troppo presenti e così si stressano, si stressano a tal punto che è partito anche il calo demografico, che non mostra segnali di cedimento».
Che c’entra il calo demografico?
«Il calo demografico dal mio punto di vista è una conseguenza dei miti che si sono addensati sulle teste dei poveri genitori, portati a credere che esista un’incombenza sbagliata, assoluta, che non corrisponde alle esigenze dei bambini, né tantomeno a quelle di ragazzi e ragazze».
Insomma si pensa che un figlio richieda un’attenzione costante, un impegno snervante, cosa che può dissuadere dal mettere al mondo nuovi bambini. Mi pare di capire che secondo lei abbiamo bisogno di una pedagogia della libertà: dobbiamo lasciare i ragazzi più liberi in modo che diventino anche più responsabili.
«Esatto. Non parlo di lasciarli in uno stato selvaggio (anche se i bambini sono un po’ tutti selvaggi). Parlo di un posizionamento educativo che non sia quello della super protezione. Quello di educativo ha davvero pochissimo. Come diceva la Montessori, se il bambino sa già fare una cosa ma la fai tu per comodità, non soltanto sbagli ma crei le condizioni per cui si ammala. Pensiamo al vestire: è logico che un bambino a 5 o 6 anni sia in grado di vestirsi da solo, ma se tu come genitore - per mancanza di tempo - lo vesti perché sei di fretta, chi ne subisce le conseguenze è appunto il piccolo che non può agire la sua autonomia. Il libro che ho scritto è ricco di tecniche. Tra queste, la tecnica del paletto è la più efficace. Si tratta di definire uno spazio di limitazione dentro cui i ragazzi e le ragazze possono avere libertà. Un orario di rientro, la paghetta settimanale, un momento in cui lo smartphone viene depositato prima di andare a dormire…».
Insomma dei confini. Magari ampi, ma che però siano molto chiari, e su cui tenere il punto.
«Esatto. Ad esempio il classico orario di rientro, riguardo al quale ovviamente qualsiasi genitore italiano mantiene una certa elasticità, anche perché è normale con gli adolescenti che hanno un senso della trasgressione innato. Ma sull’orario di rientro non si può fare una discussione: bisogna mettere un limite per forza. Quello che conta è l’atteggiamento pedagogico, che deve essere sempre rispettoso della libertà dei figli come dell’autonomia dei bambini. Servono i paletti, non gli spiegoni… I genitori italiani sono innamorati degli spiegoni psicologistici: “Adesso ti spiego i danni che eventualmente potresti subire in relazione a questa tua ossessione per gli smartphone…”. Tu gli fai lo spiegone, lui continua a usare lo smartphone e non cambia niente. Nel gioco di squadra tra i genitori e i figli si devono mettere dei limiti e dentro questi limiti si deve concedere tutta la libertà che un ragazzo o una ragazza necessariamente vuole avere».
«Evitare il dolore mina l’autostima»
Álvaro Bilbao è neuropsicologo e psicoterapeuta, formatosi al Johns Hopkins Hospital, al Kennedy Krieger Institute di Baltimora e al Royal Hospital for Neurodisability di Londra. Insegna in varie università spagnole e ha pubblicato un bestseller intitolato Il cervello del bambino spiegato ai genitori, pubblicato in Italia da Salani. Per lo stesso editore esce ora Come funziona il cervello di un adolescente. Ed è proprio sull’adolescenza che gli abbiamo chiesto alcune riflessioni.
Cosa succede nel cervello umano quando si entra nell’adolescenza?
«L’adolescenza è una fase di grandi cambiamenti a livello cerebrale. All’inizio dell’adolescenza, durante la pubertà, non ci sono molte modifiche strutturali, ma l’aumento di testosterone ed estrogeni impregna il cervello, modificandone il funzionamento e facendo sì che i ragazzi e le ragazze (di 11 o 12 anni) diventino più nervosi, irritabili e distanti. Sentono che qualcosa sta accadendo dentro di loro, ma non sanno cosa. Un po’ più tardi, il cervello entra in un processo di riorganizzazione, in cui alcune connessioni neuronali si rafforzano mentre altre vengono eliminate per rendere il pensiero più efficiente. In questa fase, l’amigdala, che regola le emozioni, è molto attiva, mentre la corteccia prefrontale, responsabile dell’autocontrollo e del processo decisionale, è ancora in fase di sviluppo. Questo spiega perché gli adolescenti possono essere impulsivi, emotivi e, talvolta, prendere decisioni rischiose. Inoltre, il sistema di ricompensa del cervello è particolarmente sensibile, il che li porta a cercare emozioni intense e la validazione sociale».
Oggi sembra che l’ansia sia uno dei problemi più diffusi tra gli adolescenti occidentali. Secondo lei, perché?
«L’adolescenza è sempre stata una fase in cui possono emergere disturbi mentali come la schizofrenia, il disturbo bipolare o l’ansia. Tuttavia, è vero che oggi assistiamo a un aumento della prevalenza dell’ansia (e di altri disturbi legati alla paura, come il disturbo ossessivo-compulsivo e le fobie) tra gli adolescenti per diverse ragioni. Dopo la pandemia da Covid-19, si pensava che questo incremento fosse dovuto principalmente agli effetti del confinamento. Tuttavia, oggi sappiamo che questa tendenza era già iniziata prima e continua a crescere. Crediamo che sia più legata ad altri fattori. Innanzitutto, viviamo in una società iperconnessa, dove il confronto sui social media può generare insicurezza e pressione costante. Inoltre, i ritmi di vita sono cambiati: i bambini hanno meno tempo per il gioco libero e più pressioni accademiche ed extracurriculari, il che genera stress. Sappiamo da molti anni che lo stress cronico (anche se lieve) porta all’ansia e che l’ansia prolungata nel tempo può sfociare nella depressione. Un altro fattore è la tendenza alla iperprotezione da parte di alcuni genitori, che impedisce agli adolescenti di sviluppare strumenti per affrontare la frustrazione e l’incertezza. Tutto questo, combinato con una maggiore esposizione a informazioni negative e ai cambiamenti ormonali tipici di questa età, contribuisce all’aumento dell’ansia».
Come si può combattere questa ansia?
«Dalla mia esperienza clinica, ci sono tre aspetti fondamentali per ridurre l’ansia negli adolescenti».
Il primo?
«Osservare i fattori scatenanti e fermarsi. Nella maggior parte dei casi, i ragazzi e le ragazze che soffrono di ansia hanno un eccesso di compiti, attività, tempo davanti agli schermi e interazioni sociali. Troppa pressione. La cosa curiosa è che molti genitori cercano una soluzione psicologica o farmacologica che permetta ai figli di mantenere lo stesso ritmo frenetico, invece di fermarsi a riflettere se valga la pena ridurre le pressioni e insegnare all’adolescente a mettere dei limiti allo stress».
Il secondo aspetto?
«Insegnare competenze. In alcuni casi, l’ansia nasce quando l’adolescente non ha le competenze per relazionarsi con gli altri o non sa dire di no. Il modo migliore per aumentare la fiducia non è proteggere eccessivamente i figli con affetto o farmaci, ma insegnare loro competenze che li rendano più forti, un processo che spesso affrontiamo in terapia».
E l’ultimo?
«Sviluppare strategie di coping. L’attività fisica, per esempio, aiuta a regolare lo stress e migliorare l’umore. È anche importante promuovere il contatto faccia a faccia con gli amici e il tempo libero senza schermi. In famiglia, si può lavorare per validare le emozioni dei ragazzi senza iperproteggerli, fornendo strumenti per gestire la frustrazione invece di evitarla. Tecniche come la respirazione profonda e la meditazione possono essere utili, così come favorire abitudini di sonno sane, dato che il riposo ha un impatto diretto sulla regolazione emotiva».
Secondo alcuni, i genitori di oggi sono troppo presenti e tendono a proteggere eccessivamente i figli. È vero? Qual è, secondo lei, la giusta misura?
«La risposta alla prima domanda è facile. Sì, negli ultimi anni si è osservata una tendenza all’iperprotezione. Numerosi studi dell’Università di Gunma, in Giappone, indicano da tempo un aumento della protezione eccessiva nelle società sviluppate. Molti genitori, con le migliori intenzioni, cercano di evitare che i figli soffrano, ma in questo modo possono impedirgli di sviluppare la resilienza necessaria per affrontare le difficoltà. Quando incontro genitori iperprotettivi, spesso dico loro che non possono costruire la loro autostima come adulti e come genitori a spese dell’autostima dei loro figli. I ragazzi devono affrontare i loro problemi».
Veniamo allora alla seconda parte: dove si trova il giusto equilibrio?
«Non è semplice stabilirlo, ma ci sono tre principi che possono aiutare: 1) Non aiutare tuo figlio o tua figlia se non te lo sta chiedendo. 2) Se chiede aiuto, fermati un momento e valuta se realmente non è in grado di fare qualcosa da solo o almeno se ha provato abbastanza. 3) Se un adolescente smette di comunicare, diventa aggressivo in casa, reagisce male ai limiti imposti sulle tecnologie o non ha amici al di fuori del mondo virtuale, è importante intervenire. A volte, i ragazzi e le ragazze non sanno chiedere aiuto perché non si rendono conto di essere intrappolati in una spirale di dipendenza dagli schermi o di disturbi dell’umore. Credo che sia difficile stabilire con certezza la linea che separa la protezione dall’iperprotezione, ma lavorare quotidianamente per avere una buona connessione e una comunicazione aperta con i propri figli è essenziale e può aiutarci a comprendere meglio il loro stato d’animo».
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Una serie Netflix fa luce su crudeltà e solitudine dei ragazzi. La cameretta non li salva da un mondo privo di punti fermi.«I genitori di oggi sbagliano ad accudire troppo i loro figli». Il pedagogista Daniele Novara: «L’eccesso di protezione stressa gli stessi papà e mamma. E spiega il calo demografico. A un quindicenne serve un gruppo di coetanei con cui passare il tempo: è questa l’alternativa ai videogiochi».«Evitare il dolore mina l’autostima». Lo psicoterapeuta Álvaro Bilbao: «Non si deve aiutare un giovane se lui non ce lo chiede o non si è sforzato di risolvere il problema da solo. Spesso si esagera con i compiti e le attività».Lo speciale comprende tre articoli. «Ma lui era in camera sua, vero? Pensavamo che fosse al sicuro no? Che male poteva fare lì dentro?». Le lacrime colano sui volti scavati dei genitori di Jamie, tredicenne inglese accusato di avere ucciso Katie, una sua compagna di scuola. Questa è una delle scene più potenti di Adolescence, serie fenomeno di Netflix creata da Jack Thorne e Stephen Graham (quest’ultimo interpreta anche il padre del ragazzino). È il termine di un lunghissimo piano sequenza di quattro puntate, tecnica cinematografica che da sola basta a fare esplodere l’angoscia. Gli spettatori seguono i protagonisti in una infinita corsa alla ricerca del senso: davvero Jamie ha ucciso? Perché lo avrebbe fatto? Quali segreti agitano la scuola frequentata da questi adolescenti silenziosi e pallidi? Il dramma è che, alla fine di tutto, il senso non si trova, non appare. I due genitori del presunto assassino si siedono sfibrati nella loro stanza e si processano, si chiedono se abbiano sbagliato, e dove. Ma non c’è risposta: rimane solo il rapido susseguirsi degli eventi - una cascata, una frana - in un mondo che appare, appunto, insensato. «Era nella sua camera, pensavamo che fosse al sicuro». Ma è proprio dalla camera, dallo schermo del computer di Jamie che origina il male. È nei cristalli liquidi degli smartphone degli studenti suoi coetanei che si diffonde la pestilenza culminata in omicidio. Gli studenti non parlano ma chattano, si fanno foto, pubblicano, costruiscono i loro paradisi e soprattutto inferni su misura. Le ragazzine - scafate, più vicine a parvenze d’adulti - non si fanno scrupoli a bullizzare i maschi. E questi talvolta si rinchiudono nelle loro bolle, nelle loro stanze reali e virtuali. Alcuni ottengono la lettera scarlatta di Incel, celibi involontari, considerati troppo brutti per piacere alle donne, incapaci di creare e gestire una relazione, privi di legami veri e profondi, spesso sepolti nelle loro tane. Emergono da queste tenebre le figure tipiche della decadenza: la femmina fatale, percepita quale minaccia dal maschio fragile e spaesato. E tutt’intorno una terra desolata, in cui la violenza repressa esplode, l’odio aleggia ovunque. La forza maschile che si tenta di occultare marcisce e si fa velenosa, ottunde le menti. L’odio febbrile invade le vene, si scatena contro le ragazzine che paiono inaccessibili: l’80% delle donne desidera il 20% degli uomini, massima fatale, e mortifera. No, nella camera questi ragazzi non sono al sicuro anche se i loro genitori lo pensano. Lì dentro, nel chiuso delle mura, stanno gli schermi, e dentro gli schermi sono sepolti mostri. Adolescence va vista mentre si legge Amygdalatropolis, allucinante romanzo di BR Yeager, autore americano. Lì il protagonista si chiama semplicemente /1404er/, è il giovane uomo utente di un forum online in cui tutti hanno lo stesso nome e si fanno orda impersonale. Come ben sintetizza la nota delle edizioni Nero che pubblicano il libro in Italia, /1404er/ «abita un mondo digitale ermetico popolato da altre entità senza forma che condividono con lui lo stesso nome. Le sue interazioni ruotano esclusivamente attorno alla condivisione e alla discussione (e a volte alla creazione) dei contenuti più volgari, violenti, ripugnanti e indifendibili che si trovano nelle zone d’ombra extra-legali del cosiddetto dark web». Di nuovo gli Incel, di nuovo i reclusi che esalano odio, disperante metafora di una modernità che rifiuta la virilità, la demonizza, la dipinge come tossica e malata e in effetti riesce poi a renderla tale. Jamie ha tredici anni, /1404er/ è più grande e ha persino un lavoro che gli consente di seppellirsi vivo in casa, in realtà terrorizzato dall’esterno. Sono uno l’estremo dell’altro. I genitori sono letteralmente tagliati fuori. Gli adulti di Adolescence non hanno le chiavi per entrare nell’isola che non c’è digitale in cui si aggirano i loro figli sperduti. In Amygdalatropolis i genitori sono costretti fuori dalla porta, alternano rabbia impotente a sottomissione compiacente. Sembrano colpevoli, ma non lo sono del tutto. Sono vittime anche loro di una realtà sfuggente e troppo patologica per essere ricostruita. Un paradiso artificiale per ragazzini abituati alla violenza (mediata per lo più) e incapaci di tutto tranne che di sopraffare il più debole. Questi genitori tentano di capire, di interessarsi, di essere presenti, accudenti. Ma comunque falliscono: i frutti delle loro attenzioni sono marci. E allora si interrogano, si processano, cercano un senso. Talvolta si piegano e poi si spezzano. La drammatica consapevolezza rimane, in ogni caso: nella terra desolata non c’è senso alla vita, e dunque non c’è redenzione possibile, se non quando è troppo tardi. C’è però una via di uscita, dopo tutto. In Adolescence, l’indicazione sta forse in due momenti molto commoventi della serie. Intanto nella relazione che il poliziotto che indaga sull’omicidio scolastico inizia faticosamente a costruire con il figlio. Un rapporto non tra amici, non tra pari. Ma fisico, concreto, fatto di comunanza e di azioni che si svolgono nel mondo esterno, reale. Ad esempio un pranzo a base di patatine fritte da condividere. Una piccola gita in automobile. Lampi minimi di speranza, e chissà se bastano davvero. Però sono qualcosa. Il secondo momento, fondamentale, è quello in cui tanto il presunto assassino quanto i suoi genitori prendono atto dei propri errori: si aprono e confessano prima di tutto a sé stessi la propria fallibilità. Ecco allora che l’avvicinamento all’altro e, insieme, l’assunzione di responsabilità individuale possono diventare il fulcro del cambiamento. O per lo meno una speranza. Sono, queste, le fondamenta della virilità positiva, della forza buona capace di salvare, la quale di certo non appartiene ai maschi rabbiosi che si agitano online. In qualche modo, Adolescence è il contrario de La strada di Cormac McCarthy e ne costituisce in qualche modo l’antidoto. Anche lì ci sono un padre, un figlio e un mondo desolato, devastato dalla catastrofe. I due sono incerti, spaventati. Ma avanzano comunque, si sostengono a vicenda e stanno vicini, animati da una speranza che viene da una forza trascendente. Dalla convinzione, forse folle, di essere i portatori del fuoco, coloro che devono resistere e comportarsi diversamente dagli altri poiché si riconoscono in un codice superiore. Codice che i più hanno dimenticato, certo, ma che non per questo è meno valido. 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A che distanza bisogna stare dai figli allora? «In questi decenni di narcisismo dilagante dove i figli sono stati portati come l’argenteria di casa, si è dimenticato che per educarli devi stare nel tuo spazio, lo spazio della titolarità educativa, genitoriale. Non puoi essere un amico né tantomeno un amicone con gli adolescenti. Non si può arrivare a certi vertici iperbolici di confidenza». Ad esempio? «Beh, nei bagni delle famiglie italiane si è creata una specie di campo nudisti dove tutti vanno e vengono con la massima naturalezza… Bisogna recuperare l’organizzazione che da un punto di vista educativo permette di costruire le buone abitudini e che con gli adolescenti consente anche di garantire quella libertà che fa la differenza. Gli adolescenti non sono più bambini: il bambino ti sta appresso come un cagnolino, vuole sempre la tua attenzione, ti dice “Mamma cosa facciamo? Mamma mi sto annoiando”…». E il ragazzo? «Il ragazzo se ne frega, ti dice “mollami”, cerca di far perdere le sue tracce, lascia la camera in condizioni drammatiche, puzza in modo che tu sia lontano. È da decenni che ci sentiamo ripetere queste formule vuotissime dal punto di vista scientifico per cui bisogna “stare vicino”. Ma che interesse di vicinanza può avere un quindicenne? Ha bisogno dei suoi spazi, non deve sempre sentire il fiato sul collo della mamma: questi sono degli equivoci che stiamo pagando molto cari». Il rischio però è che lo spazio diventi troppo, e che gli adolescenti ne abusino. Ad esempio isolandosi davanti agli schermi. «Bisogna ricordare che l’alternativa all’invadenza videodigitale non sono i genitori amici, i genitori animatori, i genitori psicoterapeuti, ma è il gruppo dei coetanei, il gruppo degli adolescenti. Noi abbiamo adesso bambini di dieci anni che sono tornati a fare la festa di compleanno con i nonni: è assurdo. La festa di compleanno si fa con gli amici, i compagni di classe, si invita tutta la classe, si fa una bella confusione, si crea una bella combriccola… L’adolescente finisce con l’isolarsi perché non ha il gruppo, non ha la compagnia, non perché il genitore non gli sta vicino. Questo è un equivoco davvero increscioso, ma molti genitori purtroppo - in qualche modo anche sostenuti da una certa opinione pubblica - preferiscono il ragazzino di 15 anni ritirato in camera sui videogiochi piuttosto di quello che si costruisce un suo gruppo, una sua compagnia. Ma dico senza mezzi termini, da tecnico, che qualsiasi compagnia, anche la più scalcinata, è meglio che restare in camera davanti a uno schermo». Possiamo dire che ci sia un eccesso di cura nelle famiglie di oggi? «Non è una opinione mia o di qualche collega pedagogista: è un dato sociologico, sono state fatte ricerche tra i genitori degli anni Sessanta e i genitori del nostro tempo, dimostrando che in tutta l’area occidentale, non solo in Italia, l’accudimento materno è raddoppiato passando da un’ora a due ore al giorno, e l’accudimento, chiamiamolo così, paterno, è addirittura quadruplicato passando da 15 minuti a 59 minuti al giorno. Questi sono dati: non dobbiamo continuare a discutere su questa stupidaggine secondo cui i genitori non sarebbero sufficientemente presenti nella vita dei figli. Al contrario sono troppo presenti e così si stressano, si stressano a tal punto che è partito anche il calo demografico, che non mostra segnali di cedimento». Che c’entra il calo demografico? «Il calo demografico dal mio punto di vista è una conseguenza dei miti che si sono addensati sulle teste dei poveri genitori, portati a credere che esista un’incombenza sbagliata, assoluta, che non corrisponde alle esigenze dei bambini, né tantomeno a quelle di ragazzi e ragazze». Insomma si pensa che un figlio richieda un’attenzione costante, un impegno snervante, cosa che può dissuadere dal mettere al mondo nuovi bambini. Mi pare di capire che secondo lei abbiamo bisogno di una pedagogia della libertà: dobbiamo lasciare i ragazzi più liberi in modo che diventino anche più responsabili. «Esatto. Non parlo di lasciarli in uno stato selvaggio (anche se i bambini sono un po’ tutti selvaggi). Parlo di un posizionamento educativo che non sia quello della super protezione. Quello di educativo ha davvero pochissimo. Come diceva la Montessori, se il bambino sa già fare una cosa ma la fai tu per comodità, non soltanto sbagli ma crei le condizioni per cui si ammala. Pensiamo al vestire: è logico che un bambino a 5 o 6 anni sia in grado di vestirsi da solo, ma se tu come genitore - per mancanza di tempo - lo vesti perché sei di fretta, chi ne subisce le conseguenze è appunto il piccolo che non può agire la sua autonomia. Il libro che ho scritto è ricco di tecniche. Tra queste, la tecnica del paletto è la più efficace. Si tratta di definire uno spazio di limitazione dentro cui i ragazzi e le ragazze possono avere libertà. Un orario di rientro, la paghetta settimanale, un momento in cui lo smartphone viene depositato prima di andare a dormire…». Insomma dei confini. Magari ampi, ma che però siano molto chiari, e su cui tenere il punto. «Esatto. Ad esempio il classico orario di rientro, riguardo al quale ovviamente qualsiasi genitore italiano mantiene una certa elasticità, anche perché è normale con gli adolescenti che hanno un senso della trasgressione innato. Ma sull’orario di rientro non si può fare una discussione: bisogna mettere un limite per forza. Quello che conta è l’atteggiamento pedagogico, che deve essere sempre rispettoso della libertà dei figli come dell’autonomia dei bambini. Servono i paletti, non gli spiegoni… I genitori italiani sono innamorati degli spiegoni psicologistici: “Adesso ti spiego i danni che eventualmente potresti subire in relazione a questa tua ossessione per gli smartphone…”. Tu gli fai lo spiegone, lui continua a usare lo smartphone e non cambia niente. Nel gioco di squadra tra i genitori e i figli si devono mettere dei limiti e dentro questi limiti si deve concedere tutta la libertà che un ragazzo o una ragazza necessariamente vuole avere». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/isolati-e-violenti-ladolescenza-horror-dellera-digitale-2671385692.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="evitare-il-dolore-mina-lautostima" data-post-id="2671385692" data-published-at="1742768459" data-use-pagination="False"> «Evitare il dolore mina l’autostima» Álvaro Bilbao è neuropsicologo e psicoterapeuta, formatosi al Johns Hopkins Hospital, al Kennedy Krieger Institute di Baltimora e al Royal Hospital for Neurodisability di Londra. Insegna in varie università spagnole e ha pubblicato un bestseller intitolato Il cervello del bambino spiegato ai genitori, pubblicato in Italia da Salani. Per lo stesso editore esce ora Come funziona il cervello di un adolescente. Ed è proprio sull’adolescenza che gli abbiamo chiesto alcune riflessioni. Cosa succede nel cervello umano quando si entra nell’adolescenza? «L’adolescenza è una fase di grandi cambiamenti a livello cerebrale. All’inizio dell’adolescenza, durante la pubertà, non ci sono molte modifiche strutturali, ma l’aumento di testosterone ed estrogeni impregna il cervello, modificandone il funzionamento e facendo sì che i ragazzi e le ragazze (di 11 o 12 anni) diventino più nervosi, irritabili e distanti. Sentono che qualcosa sta accadendo dentro di loro, ma non sanno cosa. Un po’ più tardi, il cervello entra in un processo di riorganizzazione, in cui alcune connessioni neuronali si rafforzano mentre altre vengono eliminate per rendere il pensiero più efficiente. In questa fase, l’amigdala, che regola le emozioni, è molto attiva, mentre la corteccia prefrontale, responsabile dell’autocontrollo e del processo decisionale, è ancora in fase di sviluppo. Questo spiega perché gli adolescenti possono essere impulsivi, emotivi e, talvolta, prendere decisioni rischiose. Inoltre, il sistema di ricompensa del cervello è particolarmente sensibile, il che li porta a cercare emozioni intense e la validazione sociale». Oggi sembra che l’ansia sia uno dei problemi più diffusi tra gli adolescenti occidentali. Secondo lei, perché? «L’adolescenza è sempre stata una fase in cui possono emergere disturbi mentali come la schizofrenia, il disturbo bipolare o l’ansia. Tuttavia, è vero che oggi assistiamo a un aumento della prevalenza dell’ansia (e di altri disturbi legati alla paura, come il disturbo ossessivo-compulsivo e le fobie) tra gli adolescenti per diverse ragioni. Dopo la pandemia da Covid-19, si pensava che questo incremento fosse dovuto principalmente agli effetti del confinamento. Tuttavia, oggi sappiamo che questa tendenza era già iniziata prima e continua a crescere. Crediamo che sia più legata ad altri fattori. Innanzitutto, viviamo in una società iperconnessa, dove il confronto sui social media può generare insicurezza e pressione costante. Inoltre, i ritmi di vita sono cambiati: i bambini hanno meno tempo per il gioco libero e più pressioni accademiche ed extracurriculari, il che genera stress. Sappiamo da molti anni che lo stress cronico (anche se lieve) porta all’ansia e che l’ansia prolungata nel tempo può sfociare nella depressione. Un altro fattore è la tendenza alla iperprotezione da parte di alcuni genitori, che impedisce agli adolescenti di sviluppare strumenti per affrontare la frustrazione e l’incertezza. Tutto questo, combinato con una maggiore esposizione a informazioni negative e ai cambiamenti ormonali tipici di questa età, contribuisce all’aumento dell’ansia». Come si può combattere questa ansia? «Dalla mia esperienza clinica, ci sono tre aspetti fondamentali per ridurre l’ansia negli adolescenti». Il primo? «Osservare i fattori scatenanti e fermarsi. Nella maggior parte dei casi, i ragazzi e le ragazze che soffrono di ansia hanno un eccesso di compiti, attività, tempo davanti agli schermi e interazioni sociali. Troppa pressione. La cosa curiosa è che molti genitori cercano una soluzione psicologica o farmacologica che permetta ai figli di mantenere lo stesso ritmo frenetico, invece di fermarsi a riflettere se valga la pena ridurre le pressioni e insegnare all’adolescente a mettere dei limiti allo stress». Il secondo aspetto? «Insegnare competenze. In alcuni casi, l’ansia nasce quando l’adolescente non ha le competenze per relazionarsi con gli altri o non sa dire di no. Il modo migliore per aumentare la fiducia non è proteggere eccessivamente i figli con affetto o farmaci, ma insegnare loro competenze che li rendano più forti, un processo che spesso affrontiamo in terapia». E l’ultimo? «Sviluppare strategie di coping. L’attività fisica, per esempio, aiuta a regolare lo stress e migliorare l’umore. È anche importante promuovere il contatto faccia a faccia con gli amici e il tempo libero senza schermi. In famiglia, si può lavorare per validare le emozioni dei ragazzi senza iperproteggerli, fornendo strumenti per gestire la frustrazione invece di evitarla. Tecniche come la respirazione profonda e la meditazione possono essere utili, così come favorire abitudini di sonno sane, dato che il riposo ha un impatto diretto sulla regolazione emotiva». Secondo alcuni, i genitori di oggi sono troppo presenti e tendono a proteggere eccessivamente i figli. È vero? Qual è, secondo lei, la giusta misura? «La risposta alla prima domanda è facile. Sì, negli ultimi anni si è osservata una tendenza all’iperprotezione. Numerosi studi dell’Università di Gunma, in Giappone, indicano da tempo un aumento della protezione eccessiva nelle società sviluppate. Molti genitori, con le migliori intenzioni, cercano di evitare che i figli soffrano, ma in questo modo possono impedirgli di sviluppare la resilienza necessaria per affrontare le difficoltà. Quando incontro genitori iperprotettivi, spesso dico loro che non possono costruire la loro autostima come adulti e come genitori a spese dell’autostima dei loro figli. I ragazzi devono affrontare i loro problemi». Veniamo allora alla seconda parte: dove si trova il giusto equilibrio? «Non è semplice stabilirlo, ma ci sono tre principi che possono aiutare: 1) Non aiutare tuo figlio o tua figlia se non te lo sta chiedendo. 2) Se chiede aiuto, fermati un momento e valuta se realmente non è in grado di fare qualcosa da solo o almeno se ha provato abbastanza. 3) Se un adolescente smette di comunicare, diventa aggressivo in casa, reagisce male ai limiti imposti sulle tecnologie o non ha amici al di fuori del mondo virtuale, è importante intervenire. A volte, i ragazzi e le ragazze non sanno chiedere aiuto perché non si rendono conto di essere intrappolati in una spirale di dipendenza dagli schermi o di disturbi dell’umore. Credo che sia difficile stabilire con certezza la linea che separa la protezione dall’iperprotezione, ma lavorare quotidianamente per avere una buona connessione e una comunicazione aperta con i propri figli è essenziale e può aiutarci a comprendere meglio il loro stato d’animo».
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.