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2020-09-13
«Iscrizione rifiutata, non c’è spazio». Niente scuola per centinaia di ragazzi
Ansa
- Solo a Milano e provincia, calpestato il diritto allo studio di 82 studenti per mancanza di aule. Un genitore: «Se domani si presentano i carabinieri cosa dico?». Eppure la Chiesa aveva offerto il suo aiuto allo Stato.
- Anche se il 12 agosto erano stati annunciati gli accordi con 11 imprese, a 30 giorni di distanza non si conoscono i nomi e i dettagli. E l'Agenzia ammette: «Sono stati sottoscritti il 27», quindi dopo la scadenza del bando. Intanto la Lega porta in Procura il caso Nexus.
- Per la maggior parte degli allievi più fragili le lezioni non ricominceranno. Matteo Salvini: «260.000 famiglie abbandonate». Le Onlus: «Norme impossibili per il 50% di loro».
- I dirigenti: «200.000 su 2,4 milioni». Protesta del primo cittadino di Brugine (Padova).
Lo speciale contiene quattro articoli.
Respinta da tutti i licei. Francesca, chiamiamola così, domani sarà costretta a rimanere a casa perché nella grande Milano non c'è un posto per lei all'artistico. Da nessuna parte. Vuole frequentare il secondo anno, ma le sue domande sono cadute nel vuoto. «Siamo spiacenti di comunicarle che, considerata l'attuale situazione, non siamo in grado di accettare nuove iscrizioni o nuovi inserimenti», ha risposto la vicepreside dell'Umberto Boccioni, in zona Fiera. Stesso rifiuto dal Brera: «Siamo spiacenti di comunicare che non è più possibile accettare iscrizioni nelle nostre classi seconde, per l'elevato numero di alunni già frequentanti», ha fatto sapere il dirigente scolastico, Emilia Ametrano, che perlomeno ci ha messo il nome, la faccia, nel rifiutare la quattordicenne. L'istituto Caravaggio non si è degnato di rispondere, deve dare per scontato che si sappia che non vuole nuovi iscritti.
«È una vergogna che mia figlia non possa studiare», esclama il padre, da tre mesi alla ricerca di soluzioni per evitare l'umiliazione a Francesca, quando lunedì i suoi ex compagni riprenderanno la scuola e lei sarà invece costretta a casa. «Pensi che c'è stato addirittura chi mi ha suggerito di farle cambiare indirizzo, iscrivendola al classico. Così forse non avrà problemi a trovare posto. Ma stiamo scherzando? Perché dovrei calpestare il diritto allo studio di mia figlia? Un diritto “sulla base dei propri interessi e delle capacità"». Francesca, che come tanti altri studenti ha problemi di dislessia, aveva frequentato il primo quadrimestre in un altro liceo artistico meneghino per poi proseguire gli studi come privatista, in piena pandemia Covid-19. Ha ottenuto l'idoneità al secondo anno, il suo impegno non viene riconosciuto. «L'hanno respinta non perché è dislessica, ci mancherebbe», precisa il padre, «ma perché non c'è proprio posto». La maggior parte degli studenti è stata promossa, i pochi bocciati a fine di un anno scolastico interrotto dall'emergenza sanitaria non sono bastati ad «alleggerire» le classi e gli istituti chiudono gli accessi.
Francesca non è la sola a dover restare a casa domani. Nella sola provincia di Milano, 82 ragazzi per lo più delle superiori non hanno un'iscrizione a un liceo o a una scuola media. Il dato, che proviene dall'ufficio scolastico territoriale, si riferisce soprattutto a ragazzi delle superiori che si sono visti rifiutare l'iscrizione. Per loro i cancelli resteranno chiusi. Gli uffici scolastici milanesi sono in affanno, sanno che è una vergogna enorme, un sopruso perché il diritto allo studio è garantito dalla Costituzione, ma non riescono a trovare posti. La Verità è riuscita a sapere che i casi di ragazzi senza scuola erano inizialmente più di 120. Alcune situazioni, circa una quarantina, sono state risolte, ma lunedì 14 sono ancora 82 gli studenti per i quali non suonerà la campanella. Se questi sono i numeri riferiti a Milano, possiamo immaginare le centinaia di situazioni analoghe in tutta Italia. Eppure in agosto, una circolare del ministero invitava «le istituzioni scolastiche a farsi parte attiva nell'aiutare la famiglia a trovare un'altra sistemazione consona anche attraverso il supporto degli ambiti territoriali degli Usr». C'erano stati i primi rifiuti ad accettare iscrizioni da parte di famiglie che non potevano più sostenere i costi di una paritaria, o che avevano cambiato residenza per questioni lavorative. Tra i tanti, il famoso liceo classico di Roma Ennio Quirino Visconti aveva detto stop a nuovi studenti. L'avviso rimane ancora, nella home page della scuola: «In relazione alla riorganizzazione degli spazi imposta dalla pandemia, e visti i numeri considerevoli degli studenti già iscritti, si comunica che al momento attuale non è possibile accogliere alcuna ulteriore richiesta di iscrizione per nessuno dei cinque anni di corso». Eppure già a fine luglio il direttore dell'Usr Lazio, Rocco Pinneri, aveva raccomandato ai presidi di non rifiutare le iscrizioni. Il ministero precisava: «Resta in ogni caso fermo il dovere di assicurare il diritto all'istruzione».
Oltre ad aule che mancano, a banchi e mascherine che non arrivano, c'è dunque un'emergenza ancor più grave: ragazzi che non possono studiare perché le scuole non li vogliono. Non hanno posto. Se mancavano gli spazi, c'erano sempre le oltre 12.000 scuole paritarie che per mesi hanno messo a disposizione le proprie aule, senza ricevere un cenno di riscontro dal ministro Azzolina. L'ha ricordato e ribadito anche il presidente della Cei: «La Chiesa italiana ha dato piena disponibilità alle istituzioni per concedere eventuali spazi per la scuola», ha detto il cardinale Gualtiero Bassetti. Aggiungendo: «Siamo disponibili a dare tutto ciò che abbiamo per la formazione e l'educazione dei nostri giovani».
Commenta amaro il papà di Francesca: «I carabinieri potrebbero presentarsi a casa e chiedermi come mai mia figlia non è a scuola. Ha 14 anni, è in una fascia di età in cui è tenuta all'obbligo di istruzione. Passerei per un genitore irresponsabile».
Invitalia resta muta sui contratti dei banchi
Domani per la maggior parte degli alunni delle scuole italiane suonerà la prima campanella post lockdown. Ma ieri all'appello mancavano ancora i nomi delle undici aziende, con annessi dettagli, che hanno fornito i 2,4 milioni di banchi monoposto, sia tradizionali che con sedute innovative (ovvero con le ruote) dopo il bando di gara europeo indetto dal commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri. In una lettera al Sole 24 Ore dello scorso 27 agosto, Arcuri aveva assicurato che «non appena terminate» le procedure di affidamento, «i riferimenti contrattuali» sarebbero stati pubblicati sul sito del commissario, «nei tempi previsti dalla legge, ovvero nei 30 giorni successivi alla loro sottoscrizione». Il comunicato stampa con cui erano stati annunciati gli undici vincitori del bando risale al 12 agosto, appunto a un mese fa. Eppure a ieri, di nomi e contratti sul sito di Invitalia nemmeno l'ombra.
Gli uffici del commissario, interpellati ieri dalla Verità, precisano che «la decorrenza dei termini va fatta partire dalla sottoscrizione del contratto, non dall'aggiudicazione». In sostanza, il 12 agosto sarebbe stato solo comunicato alle undici aziende prescelte che ce l'avevano fatta. In quella nota ufficiale si legge che sono stati «definiti» ben undici contratti di affidamento ad aziende e raggruppamenti di imprese per la fornitura dei 2,4 milioni di banchi monoposto, sia tradizionali che con «sedute innovative» (ovvero con le ruote). Prendiamo quindi atto che «definiti» non significava sottoscritti, ma solo aggiudicati.
Morale: tra scadenza del bando e stipula dei singoli contratti è passato un certo lasso di tempo. Quanto? Da Invitalia spiegano anche che, in base a quanto scritto da Arcuri al Sole, il calcolo del mese va fatto partire dal 27 agosto, quando tutti i contratti sarebbero stati firmati. «Sono stati già sottoscritti undici contratti di affidamento con tutte le specifiche di consegna in termini di tempi e destinazioni», scrive il commissario al quotidiano di Confindustria. Resta da chiarire il caso dell'azienda Nexus di Ostia con un solo dipendente sollevato dalla Verità dopo l'interrogazione presentata dalla Lega il 3 settembre: agli esponenti del Carroccio l'assegnazione dell'appalto da 45 milioni risulta essere partita il 26 agosto e poi ritirata per «problemi tecnici». Peraltro, Invitalia aveva scritto alla Verità, precisando che «il contratto non è stato mai perfezionato (quindi, mai firmato?, ndr) e comunque già ritirato dal commissario», senza però specificare quando.
In ogni caso bisognerà attendere il 27 settembre per scoprire sul sito di Invitalia tutti i particolari degli accordi e i nomi delle aziende. A oggi ci sono molte altre domande ancora senza risposta. Non si hanno informazioni su chi fornirà il lotto A per i banchi e sedie monoposto e chi il lotto B per i banchi con le ruote, zero dettagli su quanti banchi verranno prodotti all'estero e quanti nel nostro Paese. Quando sono stati chiusi i contratti e fino a quando sono state negoziate le condizioni? I singoli appalti sono stati preceduti dalla fase tecnica chiamata «dialogo competitivo», in cui l'appaltante si mette seduto con i possibili fornitori e cerca di scrivere il testo nel miglior modo possibile? Oppure il bando pubblico è stato integrato a posteriori con una trattativa ulteriore, dato che nessuna azienda aderente era in grado di rispettarne tutte le condizioni (ipotesi espressamente prevista dal Codice appalti)? Saltato il contratto con l'azienda di Ostia, saltano anche quei 180.000 banchi che avrebbe dovuto fornire entro la fine del mese: le strutture del commissario Arcuri hanno già trovato l'accordo con un'altra impresa? Le verifiche sui requisiti richiesti dal bando sono state fatte tutte prima dell'assegnazione dei contratti o dopo?
Due giorni fa sul tema è tornata alla carica la Lega, con una seconda interrogazione: «Sui contratti per la fornitura dei banchi alle scuole ancora troppi punti oscuri. Dopo le criticità sul caso Nexus emerse grazie a una nostra interrogazione, Invitalia si è precipitata a comunicare alla stampa che il contratto è stato ritirato dal commissario Arcuri. Ma resta ancora un mistero come, quando e in base a quali motivazioni, visto che noi ne abbiamo segnalate parecchie. Così come restano altre domande ancora senza risposta», hanno scritto i deputati della Lega in commissione Finanze, in commissione Cultura, Scienza e Istruzione e gli altri deputati del Carroccio del Lazio. Nei primi giorni della settimana, riferiscono inoltre fonti vicine al partito di Matteo Salvini, il caso verrà portato in Procura facendo partire le denunce sulla vicenda dell'appalto con la società di Ostia.
Nel frattempo, continuano ad arrivare segnalazioni di ritardi sulla consegna dei banchi: «si parla di 200.000 consegnati su 2.400.000», ha detto ieri il rappresentante dei presidi, Antonello Giannelli. Nel comunicato di Invitalia del 12 agosto si assicurava che la fornitura «è in grado di superare complessivamente l'intero fabbisogno richiesto dai dirigenti scolastici italiani». Speriamo.
Dimenticati anche gli alunni disabili
Domani le lezioni ricominceranno anche per i circa 260.000 alunni con disabilità, circa il 3% del totale. Nei giorni scorsi le associazioni dei genitori hanno alzato più volte la voce per i loro figli più fragili che, già provati dall'isolamento del lockdown, rischiano di essere ulteriormente penalizzati.
Ieri anche il leader della Lega, Matteo Salvini, ha rivolto un «appello accorato al ministro Azzolina», prendendo la difesa dei ragazzi e delle ragazze con disabilità e delle loro famiglie «che soffrono più delle altre le troppe incertezze». In Piemonte ci sono 15.049 alunni con problemi di disabilità, sono quasi 7.000 in Liguria, 8.000 in Calabria. Salvini ha messo in fila le tante (troppe) cose che, alla vigilia della riapertura della scuola, non funzionano. «Mancano circa 50.000 insegnanti di sostegno specializzati in tutto il Paese, il trasporto pubblico è indebolito da tagli e restrizioni che mettono a rischio la frequenza scolastica, l'eventuale isolamento o quarantena avrà effetti devastanti su studenti e genitori e le linee guida sono lacunose, escludono le famiglie e non garantiscono progetti inclusivi».
Certo non sono tempi facili, l'epidemia di coronavirus ha sconvolto ogni cosa, ma è anche vero che «gli studenti disabili e le loro famiglie non sono invisibili e non meritano di essere cancellati come il governo ha fatto con il ministero ad hoc voluto dalla Lega», ha tuonato Salvini, ricordando che «è necessario un impegno anche economico concreto, serio, efficace». I problemi negli anni passati, «dopo il virus e la chiusura, saranno ancora più grandi», ha osservato il leader leghista formulando la domanda che anche molti genitori si sono posti in queste settimane: «Cosa ha fatto il ministro negli ultimi sei mesi, ha dormito?».
Come fa notare Toni Nocchetti, presidente dell'associazione Tutti a scuola, domani la scuola non potrà partire «per il 92% degli studenti con un ritardo cognitivo e di sicuro non potrà cominciare per il 50% degli alunni disabili che ha una condizione di gravità certificata». È una verità scomoda, dolorosamente scomoda, ma terribilmente vera. «Mascherine e distanziamento», continua Nocchetti, «sono criteri giusti e obbligati in questo periodo, ma non rappresentano la soluzione. I nostri figli più fragili non potranno mai indossare una mascherina o essere impediti negli spostamenti e nelle relazioni con i loro compagni». Questa è la triste verità a cui si deve aggiungere anche il problema degli insegnanti di sostegno, figura di riferimento per gli studenti più fragili e prevista nella «scuola inclusiva» per garantire la «continuità didattica». Peccato che nel 60 per cento dei casi verrà cambiato - come accusa un dossier di Tuttoscuola - nonostante la crescita spropositata degli insegnanti di sostegno che, con i precari, hanno raggiunto quota 185.000.
La responsabile del dicastero dell'Istruzione, Lucia Azzolina, che ieri ha mostrato una maglietta con l'infelice scritta «Che fatica la vita da ministra», minimizza sulla questione. «L'importante è tornare a scuola sapendo che è un anno straordinario», ha detto al Corriere tv, osservando che «dobbiamo trovare l'equilibrio tra il ritornare a scuola minimizzando i rischi e chiedere sacrifici alle famiglie». Nessuna parola sui disabili che, in molti casi, non avranno nemmeno il servizio di trasporto, sostituito con un bonus economico, che non è esattamente la stessa cosa. «La scuola degli anni passati non era perfetta», si è difeso il ministro. La colpa è sempre degli altri.
Poche consegne e pessima qualità. Presidi e sindaci lanciano l’allarme
Dopo il sindaco di Cadoneghe, anche il primo cittadino di Brugine ha commentato sui social il disappunto per i banchi a rotelle. Ieri, nell'altro Comune del Padovano ne erano arrivati 80. «Finalmente i nostri ragazzi saranno sicuri e adopereranno dei banchi ultramoderni», ironizzava Michele Giraldo, muovendoli sulle rotelle «senza alcun vincolo» e poi sedendosi, con il tavolinetto incorporato che blocca ogni movimento. «Credo che questi banchi siano la dimostrazione del fallimento del nostro Stato», esclamava il sindaco di centrodestra. Non soddisfatto della critica, rincarava la dose, definendo i banchi «uno dei più grandi sprechi che la nostra nazione ha conosciuto. Spero non venga ripetuto negli anni a venire. Siamo di fronte a un governo e a un ministro che hanno fatto di tutto per mettere in difficoltà i Comuni dove stanno per iniziare le scuole». Giraldo concludeva il breve video con un messaggio per l'Azzolina: «Caro ministro, questa volta sei stata bocciata». Tra le migliaia di commenti al suo filmato, Cristina Minoja suggerisce di «rivenderli», mentre Annamaria Romanello non le manda a dire: «Che schifo, quelli non sono banchi, possibile che nessuno del governo si ricordi che a scuola si usano libri e quaderni?». Ana Carolina Capolingua osserva: «Da voi in Veneto sono arrivati, da noi in Sicilia forse la prima fornitura sarà a settembre 2021». Valerio Flavio rivolge il pensiero agli alunni: «In caso di terremoto... figuriamoci, dove si riparano i bambini?».
Insomma, i nuovi banchi bassi e super leggeri non sembrano piacere. Alla Verità il sindaco di Cadoneghe, Marco Schiesaro, commentava di non sapere «come faranno dei ragazzini a restare seduti per ore su quelle seggiole rotanti. E se sono un po' robusti di costituzione che cosa accadrà? Le sedute si rompono e gli alunni si fanno del male». Schiesaro è deciso a restituire i banchi a Invitalia, ha promesso di farlo già domani. Ieri mostrava su Facebook quale aspetto abbia un'aula con le sedute a rotelle e scriveva in un post: «Ci hanno raccontato che dovevano liberare l'Italia dalla plastica. Che la plastica andava combattuta. La plastica è dannosa. Avevano ipotizzato di tassare le aziende italiane produttrici di prodotti plastici. Ora, invece, propongono alla scuola banchi monoposto, non regolabili. Tutti rigorosamente in plastica». Quando arrivano i nuovi banchi, sono accolti da critiche. Ma soprattutto continuano a mancare un po' dappertutto. «Sulla consegna riceviamo segnalazioni di ritardi, si parla di 200.000 consegnati su 2.400.000», riferiva ieri Antonello Giannelli, presidente dell'Anp, l'associazione nazionale presidi. Sul fronte degli spazi alternativi per gli studenti, ha detto che «si stanno recuperando, ma non abbiamo ancora dati certi». Massimo Stella, responsabile commerciale della Estel group di Thiene, in provincia di Vicenza, una delle aziende vincitrici dell'appalto europeo, ha spiegato di aver consegnato il 12 per cento dei 200.000 banchi che si è impegnato a fornire entro il 30 ottobre. «Molte scuole non hanno concluso le igienizzazioni e la sistemazione delle aule», riferisce, parlando di «grossi problemi nel tenere in deposito scatoloni di banchi che occupano enorme spazio». Secondo il Cts, il banco monoposto è una delle misure utili per consentire il distanziamento fra gli studenti, ma domani saranno pochissime le scuole in grado di accogliere gli alunni con questi nuovi arredi. Bisognerà ricorrere alle mascherine e questo è l'altro fronte dolorosa perché si ignora quante ne siano state consegnate.
Solo a Milano e provincia, calpestato il diritto allo studio di 82 studenti per mancanza di aule. Un genitore: «Se domani si presentano i carabinieri cosa dico?». Eppure la Chiesa aveva offerto il suo aiuto allo Stato.Anche se il 12 agosto erano stati annunciati gli accordi con 11 imprese, a 30 giorni di distanza non si conoscono i nomi e i dettagli. E l'Agenzia ammette: «Sono stati sottoscritti il 27», quindi dopo la scadenza del bando. Intanto la Lega porta in Procura il caso Nexus.Per la maggior parte degli allievi più fragili le lezioni non ricominceranno. Matteo Salvini: «260.000 famiglie abbandonate». Le Onlus: «Norme impossibili per il 50% di loro».I dirigenti: «200.000 su 2,4 milioni». Protesta del primo cittadino di Brugine (Padova).Lo speciale contiene quattro articoli.Respinta da tutti i licei. Francesca, chiamiamola così, domani sarà costretta a rimanere a casa perché nella grande Milano non c'è un posto per lei all'artistico. Da nessuna parte. Vuole frequentare il secondo anno, ma le sue domande sono cadute nel vuoto. «Siamo spiacenti di comunicarle che, considerata l'attuale situazione, non siamo in grado di accettare nuove iscrizioni o nuovi inserimenti», ha risposto la vicepreside dell'Umberto Boccioni, in zona Fiera. Stesso rifiuto dal Brera: «Siamo spiacenti di comunicare che non è più possibile accettare iscrizioni nelle nostre classi seconde, per l'elevato numero di alunni già frequentanti», ha fatto sapere il dirigente scolastico, Emilia Ametrano, che perlomeno ci ha messo il nome, la faccia, nel rifiutare la quattordicenne. L'istituto Caravaggio non si è degnato di rispondere, deve dare per scontato che si sappia che non vuole nuovi iscritti. «È una vergogna che mia figlia non possa studiare», esclama il padre, da tre mesi alla ricerca di soluzioni per evitare l'umiliazione a Francesca, quando lunedì i suoi ex compagni riprenderanno la scuola e lei sarà invece costretta a casa. «Pensi che c'è stato addirittura chi mi ha suggerito di farle cambiare indirizzo, iscrivendola al classico. Così forse non avrà problemi a trovare posto. Ma stiamo scherzando? Perché dovrei calpestare il diritto allo studio di mia figlia? Un diritto “sulla base dei propri interessi e delle capacità"». Francesca, che come tanti altri studenti ha problemi di dislessia, aveva frequentato il primo quadrimestre in un altro liceo artistico meneghino per poi proseguire gli studi come privatista, in piena pandemia Covid-19. Ha ottenuto l'idoneità al secondo anno, il suo impegno non viene riconosciuto. «L'hanno respinta non perché è dislessica, ci mancherebbe», precisa il padre, «ma perché non c'è proprio posto». La maggior parte degli studenti è stata promossa, i pochi bocciati a fine di un anno scolastico interrotto dall'emergenza sanitaria non sono bastati ad «alleggerire» le classi e gli istituti chiudono gli accessi. Francesca non è la sola a dover restare a casa domani. Nella sola provincia di Milano, 82 ragazzi per lo più delle superiori non hanno un'iscrizione a un liceo o a una scuola media. Il dato, che proviene dall'ufficio scolastico territoriale, si riferisce soprattutto a ragazzi delle superiori che si sono visti rifiutare l'iscrizione. Per loro i cancelli resteranno chiusi. Gli uffici scolastici milanesi sono in affanno, sanno che è una vergogna enorme, un sopruso perché il diritto allo studio è garantito dalla Costituzione, ma non riescono a trovare posti. La Verità è riuscita a sapere che i casi di ragazzi senza scuola erano inizialmente più di 120. Alcune situazioni, circa una quarantina, sono state risolte, ma lunedì 14 sono ancora 82 gli studenti per i quali non suonerà la campanella. Se questi sono i numeri riferiti a Milano, possiamo immaginare le centinaia di situazioni analoghe in tutta Italia. Eppure in agosto, una circolare del ministero invitava «le istituzioni scolastiche a farsi parte attiva nell'aiutare la famiglia a trovare un'altra sistemazione consona anche attraverso il supporto degli ambiti territoriali degli Usr». C'erano stati i primi rifiuti ad accettare iscrizioni da parte di famiglie che non potevano più sostenere i costi di una paritaria, o che avevano cambiato residenza per questioni lavorative. Tra i tanti, il famoso liceo classico di Roma Ennio Quirino Visconti aveva detto stop a nuovi studenti. L'avviso rimane ancora, nella home page della scuola: «In relazione alla riorganizzazione degli spazi imposta dalla pandemia, e visti i numeri considerevoli degli studenti già iscritti, si comunica che al momento attuale non è possibile accogliere alcuna ulteriore richiesta di iscrizione per nessuno dei cinque anni di corso». Eppure già a fine luglio il direttore dell'Usr Lazio, Rocco Pinneri, aveva raccomandato ai presidi di non rifiutare le iscrizioni. Il ministero precisava: «Resta in ogni caso fermo il dovere di assicurare il diritto all'istruzione». Oltre ad aule che mancano, a banchi e mascherine che non arrivano, c'è dunque un'emergenza ancor più grave: ragazzi che non possono studiare perché le scuole non li vogliono. Non hanno posto. Se mancavano gli spazi, c'erano sempre le oltre 12.000 scuole paritarie che per mesi hanno messo a disposizione le proprie aule, senza ricevere un cenno di riscontro dal ministro Azzolina. L'ha ricordato e ribadito anche il presidente della Cei: «La Chiesa italiana ha dato piena disponibilità alle istituzioni per concedere eventuali spazi per la scuola», ha detto il cardinale Gualtiero Bassetti. Aggiungendo: «Siamo disponibili a dare tutto ciò che abbiamo per la formazione e l'educazione dei nostri giovani». Commenta amaro il papà di Francesca: «I carabinieri potrebbero presentarsi a casa e chiedermi come mai mia figlia non è a scuola. Ha 14 anni, è in una fascia di età in cui è tenuta all'obbligo di istruzione. 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In una lettera al Sole 24 Ore dello scorso 27 agosto, Arcuri aveva assicurato che «non appena terminate» le procedure di affidamento, «i riferimenti contrattuali» sarebbero stati pubblicati sul sito del commissario, «nei tempi previsti dalla legge, ovvero nei 30 giorni successivi alla loro sottoscrizione». Il comunicato stampa con cui erano stati annunciati gli undici vincitori del bando risale al 12 agosto, appunto a un mese fa. Eppure a ieri, di nomi e contratti sul sito di Invitalia nemmeno l'ombra. Gli uffici del commissario, interpellati ieri dalla Verità, precisano che «la decorrenza dei termini va fatta partire dalla sottoscrizione del contratto, non dall'aggiudicazione». In sostanza, il 12 agosto sarebbe stato solo comunicato alle undici aziende prescelte che ce l'avevano fatta. In quella nota ufficiale si legge che sono stati «definiti» ben undici contratti di affidamento ad aziende e raggruppamenti di imprese per la fornitura dei 2,4 milioni di banchi monoposto, sia tradizionali che con «sedute innovative» (ovvero con le ruote). Prendiamo quindi atto che «definiti» non significava sottoscritti, ma solo aggiudicati. Morale: tra scadenza del bando e stipula dei singoli contratti è passato un certo lasso di tempo. Quanto? Da Invitalia spiegano anche che, in base a quanto scritto da Arcuri al Sole, il calcolo del mese va fatto partire dal 27 agosto, quando tutti i contratti sarebbero stati firmati. «Sono stati già sottoscritti undici contratti di affidamento con tutte le specifiche di consegna in termini di tempi e destinazioni», scrive il commissario al quotidiano di Confindustria. Resta da chiarire il caso dell'azienda Nexus di Ostia con un solo dipendente sollevato dalla Verità dopo l'interrogazione presentata dalla Lega il 3 settembre: agli esponenti del Carroccio l'assegnazione dell'appalto da 45 milioni risulta essere partita il 26 agosto e poi ritirata per «problemi tecnici». Peraltro, Invitalia aveva scritto alla Verità, precisando che «il contratto non è stato mai perfezionato (quindi, mai firmato?, ndr) e comunque già ritirato dal commissario», senza però specificare quando. In ogni caso bisognerà attendere il 27 settembre per scoprire sul sito di Invitalia tutti i particolari degli accordi e i nomi delle aziende. A oggi ci sono molte altre domande ancora senza risposta. Non si hanno informazioni su chi fornirà il lotto A per i banchi e sedie monoposto e chi il lotto B per i banchi con le ruote, zero dettagli su quanti banchi verranno prodotti all'estero e quanti nel nostro Paese. Quando sono stati chiusi i contratti e fino a quando sono state negoziate le condizioni? I singoli appalti sono stati preceduti dalla fase tecnica chiamata «dialogo competitivo», in cui l'appaltante si mette seduto con i possibili fornitori e cerca di scrivere il testo nel miglior modo possibile? Oppure il bando pubblico è stato integrato a posteriori con una trattativa ulteriore, dato che nessuna azienda aderente era in grado di rispettarne tutte le condizioni (ipotesi espressamente prevista dal Codice appalti)? Saltato il contratto con l'azienda di Ostia, saltano anche quei 180.000 banchi che avrebbe dovuto fornire entro la fine del mese: le strutture del commissario Arcuri hanno già trovato l'accordo con un'altra impresa? Le verifiche sui requisiti richiesti dal bando sono state fatte tutte prima dell'assegnazione dei contratti o dopo? Due giorni fa sul tema è tornata alla carica la Lega, con una seconda interrogazione: «Sui contratti per la fornitura dei banchi alle scuole ancora troppi punti oscuri. Dopo le criticità sul caso Nexus emerse grazie a una nostra interrogazione, Invitalia si è precipitata a comunicare alla stampa che il contratto è stato ritirato dal commissario Arcuri. Ma resta ancora un mistero come, quando e in base a quali motivazioni, visto che noi ne abbiamo segnalate parecchie. Così come restano altre domande ancora senza risposta», hanno scritto i deputati della Lega in commissione Finanze, in commissione Cultura, Scienza e Istruzione e gli altri deputati del Carroccio del Lazio. Nei primi giorni della settimana, riferiscono inoltre fonti vicine al partito di Matteo Salvini, il caso verrà portato in Procura facendo partire le denunce sulla vicenda dell'appalto con la società di Ostia. Nel frattempo, continuano ad arrivare segnalazioni di ritardi sulla consegna dei banchi: «si parla di 200.000 consegnati su 2.400.000», ha detto ieri il rappresentante dei presidi, Antonello Giannelli. Nel comunicato di Invitalia del 12 agosto si assicurava che la fornitura «è in grado di superare complessivamente l'intero fabbisogno richiesto dai dirigenti scolastici italiani». Speriamo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/iscrizione-rifiutata-non-ce-spazio-niente-scuola-per-centinaia-di-ragazzi-2647614035.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="dimenticati-anche-gli-alunni-disabili" data-post-id="2647614035" data-published-at="1599945963" data-use-pagination="False"> Dimenticati anche gli alunni disabili Domani le lezioni ricominceranno anche per i circa 260.000 alunni con disabilità, circa il 3% del totale. Nei giorni scorsi le associazioni dei genitori hanno alzato più volte la voce per i loro figli più fragili che, già provati dall'isolamento del lockdown, rischiano di essere ulteriormente penalizzati. Ieri anche il leader della Lega, Matteo Salvini, ha rivolto un «appello accorato al ministro Azzolina», prendendo la difesa dei ragazzi e delle ragazze con disabilità e delle loro famiglie «che soffrono più delle altre le troppe incertezze». In Piemonte ci sono 15.049 alunni con problemi di disabilità, sono quasi 7.000 in Liguria, 8.000 in Calabria. Salvini ha messo in fila le tante (troppe) cose che, alla vigilia della riapertura della scuola, non funzionano. «Mancano circa 50.000 insegnanti di sostegno specializzati in tutto il Paese, il trasporto pubblico è indebolito da tagli e restrizioni che mettono a rischio la frequenza scolastica, l'eventuale isolamento o quarantena avrà effetti devastanti su studenti e genitori e le linee guida sono lacunose, escludono le famiglie e non garantiscono progetti inclusivi». Certo non sono tempi facili, l'epidemia di coronavirus ha sconvolto ogni cosa, ma è anche vero che «gli studenti disabili e le loro famiglie non sono invisibili e non meritano di essere cancellati come il governo ha fatto con il ministero ad hoc voluto dalla Lega», ha tuonato Salvini, ricordando che «è necessario un impegno anche economico concreto, serio, efficace». I problemi negli anni passati, «dopo il virus e la chiusura, saranno ancora più grandi», ha osservato il leader leghista formulando la domanda che anche molti genitori si sono posti in queste settimane: «Cosa ha fatto il ministro negli ultimi sei mesi, ha dormito?». Come fa notare Toni Nocchetti, presidente dell'associazione Tutti a scuola, domani la scuola non potrà partire «per il 92% degli studenti con un ritardo cognitivo e di sicuro non potrà cominciare per il 50% degli alunni disabili che ha una condizione di gravità certificata». È una verità scomoda, dolorosamente scomoda, ma terribilmente vera. «Mascherine e distanziamento», continua Nocchetti, «sono criteri giusti e obbligati in questo periodo, ma non rappresentano la soluzione. I nostri figli più fragili non potranno mai indossare una mascherina o essere impediti negli spostamenti e nelle relazioni con i loro compagni». Questa è la triste verità a cui si deve aggiungere anche il problema degli insegnanti di sostegno, figura di riferimento per gli studenti più fragili e prevista nella «scuola inclusiva» per garantire la «continuità didattica». Peccato che nel 60 per cento dei casi verrà cambiato - come accusa un dossier di Tuttoscuola - nonostante la crescita spropositata degli insegnanti di sostegno che, con i precari, hanno raggiunto quota 185.000. La responsabile del dicastero dell'Istruzione, Lucia Azzolina, che ieri ha mostrato una maglietta con l'infelice scritta «Che fatica la vita da ministra», minimizza sulla questione. «L'importante è tornare a scuola sapendo che è un anno straordinario», ha detto al Corriere tv, osservando che «dobbiamo trovare l'equilibrio tra il ritornare a scuola minimizzando i rischi e chiedere sacrifici alle famiglie». Nessuna parola sui disabili che, in molti casi, non avranno nemmeno il servizio di trasporto, sostituito con un bonus economico, che non è esattamente la stessa cosa. «La scuola degli anni passati non era perfetta», si è difeso il ministro. La colpa è sempre degli altri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/iscrizione-rifiutata-non-ce-spazio-niente-scuola-per-centinaia-di-ragazzi-2647614035.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="poche-consegne-e-pessima-qualita-presidi-e-sindaci-lanciano-lallarme" data-post-id="2647614035" data-published-at="1599945963" data-use-pagination="False"> Poche consegne e pessima qualità. Presidi e sindaci lanciano l’allarme Dopo il sindaco di Cadoneghe, anche il primo cittadino di Brugine ha commentato sui social il disappunto per i banchi a rotelle. Ieri, nell'altro Comune del Padovano ne erano arrivati 80. «Finalmente i nostri ragazzi saranno sicuri e adopereranno dei banchi ultramoderni», ironizzava Michele Giraldo, muovendoli sulle rotelle «senza alcun vincolo» e poi sedendosi, con il tavolinetto incorporato che blocca ogni movimento. «Credo che questi banchi siano la dimostrazione del fallimento del nostro Stato», esclamava il sindaco di centrodestra. Non soddisfatto della critica, rincarava la dose, definendo i banchi «uno dei più grandi sprechi che la nostra nazione ha conosciuto. Spero non venga ripetuto negli anni a venire. Siamo di fronte a un governo e a un ministro che hanno fatto di tutto per mettere in difficoltà i Comuni dove stanno per iniziare le scuole». Giraldo concludeva il breve video con un messaggio per l'Azzolina: «Caro ministro, questa volta sei stata bocciata». Tra le migliaia di commenti al suo filmato, Cristina Minoja suggerisce di «rivenderli», mentre Annamaria Romanello non le manda a dire: «Che schifo, quelli non sono banchi, possibile che nessuno del governo si ricordi che a scuola si usano libri e quaderni?». Ana Carolina Capolingua osserva: «Da voi in Veneto sono arrivati, da noi in Sicilia forse la prima fornitura sarà a settembre 2021». Valerio Flavio rivolge il pensiero agli alunni: «In caso di terremoto... figuriamoci, dove si riparano i bambini?». Insomma, i nuovi banchi bassi e super leggeri non sembrano piacere. Alla Verità il sindaco di Cadoneghe, Marco Schiesaro, commentava di non sapere «come faranno dei ragazzini a restare seduti per ore su quelle seggiole rotanti. E se sono un po' robusti di costituzione che cosa accadrà? Le sedute si rompono e gli alunni si fanno del male». Schiesaro è deciso a restituire i banchi a Invitalia, ha promesso di farlo già domani. Ieri mostrava su Facebook quale aspetto abbia un'aula con le sedute a rotelle e scriveva in un post: «Ci hanno raccontato che dovevano liberare l'Italia dalla plastica. Che la plastica andava combattuta. La plastica è dannosa. Avevano ipotizzato di tassare le aziende italiane produttrici di prodotti plastici. Ora, invece, propongono alla scuola banchi monoposto, non regolabili. Tutti rigorosamente in plastica». Quando arrivano i nuovi banchi, sono accolti da critiche. Ma soprattutto continuano a mancare un po' dappertutto. «Sulla consegna riceviamo segnalazioni di ritardi, si parla di 200.000 consegnati su 2.400.000», riferiva ieri Antonello Giannelli, presidente dell'Anp, l'associazione nazionale presidi. Sul fronte degli spazi alternativi per gli studenti, ha detto che «si stanno recuperando, ma non abbiamo ancora dati certi». Massimo Stella, responsabile commerciale della Estel group di Thiene, in provincia di Vicenza, una delle aziende vincitrici dell'appalto europeo, ha spiegato di aver consegnato il 12 per cento dei 200.000 banchi che si è impegnato a fornire entro il 30 ottobre. «Molte scuole non hanno concluso le igienizzazioni e la sistemazione delle aule», riferisce, parlando di «grossi problemi nel tenere in deposito scatoloni di banchi che occupano enorme spazio». Secondo il Cts, il banco monoposto è una delle misure utili per consentire il distanziamento fra gli studenti, ma domani saranno pochissime le scuole in grado di accogliere gli alunni con questi nuovi arredi. Bisognerà ricorrere alle mascherine e questo è l'altro fronte dolorosa perché si ignora quante ne siano state consegnate.
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Il consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2023/970 del Parlamento europeo e del consiglio del 10 maggio 2023, sulla trasparenza salariale che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Secondo il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il provvedimento «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi nel passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo».
L’obiettivo è eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Secondo dati Eurostat del 2023 le donne guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Peraltro, questo divario ha ripercussioni trasformandosi in un gap pensionistico rilevante (oltre il 26% in media Ue secondo dati Eurostat del 2024). Se quindi il punto di partenza è condivisibile, quello che fa discutere sono gli strumenti e il rischio di indesiderati effetti collaterali. In base alle nuove norme i datori di lavoro avranno l’obbligo di fornire alle persone in cerca di occupazione informazioni sulla retribuzione iniziale e sulla fascia retributiva dei posti vacanti pubblicati. Ai datori di lavoro è fatto divieto di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti professionali. Ma soprattutto, una volta assunti, i lavoratori avranno il diritto di chiedere ai loro datori di lavoro, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono analoghe attività o di pari valore. Potranno anche essere richiesti i criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera che devono essere, dice la direttiva Ue, oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. Le imprese con più di 500 dipendenti dovranno riferire annualmente all’autorità nazionale competente, sul divario retributivo di genere all’interno. Per le imprese tra 100 e 250 dipendenti questa comunicazione avverrà ogni tre anni. Quando l’organico è sotto i 100 dipendenti non c’è obbligo di comunicazione. Se dovesse emergere un divario retributivo superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere, le imprese saranno obbligate a intervenire svolgendo una valutazione delle retribuzioni con i sindacati. I dipendenti che dovessero aver subito discriminazioni retributive potranno avere un risarcimento, compresi gli stipendi arretrati e i relativi bonus.
Questo significa un aggravio organizzativo importante per l’azienda che potrebbe dover fronteggiare una raffica di contestazioni. E soprattutto si apre il tema delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Sarà interessante vedere se anche i contratti collettivi dovranno tenere conto del fatto che i rinnovi dovranno essere modulati per colmare il divario esistente. Al tempo stesso c’è il rischio che si scateni un vespaio di invidie e gelosie mettendo uomini e donne l’uno contro l’altro nella gestione degli incrementi salariali aziendali.
Per quelle aziende tenute alla comunicazione, nel caso emerga una differenza del livello retributivo tra uomini e donne pari o superiore al 5%, il datore di lavoro avrebbe sei mesi di tempo per rimediare.
Il tema è capire come dare le giuste risposte a una questione sulla quale tutti sono d’accordo in termini di principio ma che andrà gestita con attenzione ed equilibrio. C’è insomma da evitare il rischio di «eccesso di reazione», tema che si è posto all’attenzione in questi giorni con la notizia riportata dal New York Times secondo cui le iniziative dell’azienda Nike a favore della diversità potrebbero aver rappresentato una discriminazione a danno dei lavoratori bianchi. La Enoc (la commissione americana per le pari opportunità) sta indagando su «accuse sistemiche di discriminazione razziale intenzionale legate ai programmi di diversità, equità e inclusione «nei confronti dei dipendenti bianchi del gruppo di abbigliamento sportivo».
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Francesca Lollobrigida trionfa davanti alla canadese Valerie Maltais nella gara dei 3000 metri femminili di pattinaggio di velocità ai Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Milano-Cortina regala subito grandi emozioni all’Italia. Dopo le prime medaglie nello sci con l’argento di Giovanni Franzoni e il bronzo di Dominik Paris nella discesa libera maschile, arriva anche il primo oro della spedizione azzurra, grazie a Francesca Lollobrigida nel pattinaggio di velocità.
La pattinatrice laziale, nel giorno del suo 35° compleanno, ha conquistato la medaglia nei 3000 metri, stabilendo un nuovo record olimpico con il tempo di 3:54.28. La prova di Lollobrigida è stata straordinaria fin dalle prime manche: «Ultime due in gara per capire quale sarà il metallo della medaglia di Francesca Lollobrigida», si leggeva durante la gara, mentre lei continuava a segnare tempi inarrivabili per le avversarie. Alla fine, la canadese Valerie Maltais si è dovuta arrendere al miglior tempo della giornata, mentre l’argento è andato alla Norvegia e il bronzo al Canada. Subito dopo aver realizzato di aver conquistato il metallo più prezioso, Lollobrigida è corsa incontro al figlio di due anni e mezzo, Tommaso, per abbracciarlo e festeggiare insieme a lui. Una scena che si candida a entrare di diritto tra gli highlights più belli ed emozionanti di questi Giochi. Il trionfo di Lollobrigida completa una giornata intensa per l’Italia tra neve e ghiaccio. Nello sci maschile, Franzoni e Paris avevano già regalato due podi nella discesa libera di Bormio, rispettivamente argento e bronzo, con lo svizzero Franjo von Allmen sul gradino più alto del podio.
Tra le altre competizioni, nello slopestyle maschile a Livigno Snow Park Miro Tabanelli non è riuscito a qualificarsi per la finale, chiudendo diciassettesimo con 51.93 punti. La sessione è stata dominata dai norvegesi, con Birk Ruud e Tormod Frostad al comando.
Intanto, tra le donne dello sci alpino, Federica Brignone sarà al via della discesa libera di domani domenica 8 febbraio, accanto a Sofia Goggia, Nicol Delago e Laura Pirovano. «Per Brignone è la seconda discesa olimpica della carriera: nel 2018 a PyeongChang si ritirò. Goggia è invece alla terza esperienza dopo l’oro di PeyongChang 2018 e l’argento di Pechino 2022, così come Delago, mentre per Pirovano si tratta di una prima assoluta», si legge nelle note tecniche dello staff azzurro.
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Giovanni Franzoni, il vincitore Franjo von Allmen e il terzo classificato Dominik Paris festeggiano durante la cerimonia di premiazione dopo la discesa libera maschile di sci alpino, ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Per l’Italia è un avvio che pesa, perché lo sci alpino riporta subito il tricolore tra i primi tre e inaugura il medagliere azzurro. Franzoni, 24 anni, alla prima Olimpiade, conferma una stagione già segnata dai grandi risultati e centra il secondo posto con 20 centesimi di ritardo. Paris, alla quinta partecipazione ai Giochi, trova finalmente la sua prima medaglia olimpica: un bronzo che chiude un cerchio lungo una carriera fatta di vittorie in Coppa del mondo e titoli iridati, ma senza podi a cinque cerchi. «Pensare a inizio stagione di vincere Kitzbuhel e portare una medaglia in discesa, cose che non avrei mai immaginato…», ha raccontato Franzoni dopo la gara. Paris ha parlato di un risultato «perfetto così», sottolineando il valore del podio condiviso con il compagno di squadra. Alle spalle dei due azzurri, la gara ha confermato l’equilibrio e la difficoltà della Stelvio: Odermatt quarto, poi gli altri protagonisti della specialità. Mattia Casse ha chiuso undicesimo, Florian Schieder diciassettesimo. Per l’Italia è comunque un ritorno sul podio olimpico nella discesa maschile che mancava da Sochi 2014.
La giornata ha avuto il suo centro anche a Cortina, dove la seconda prova cronometrata della discesa femminile è stata interrotta per la scarsa visibilità. Prima dello stop il miglior tempo era della statunitense Breezy Johnson, davanti alla tedesca Weidle-Winkelmann e a Lindsey Vonn. Tra le azzurre, Sofia Goggia ha ottenuto il sesto tempo provvisorio, seguita da Federica Brignone settima. «Oggi ho fatto nell’80% della pista esattamente quello che volevo, però c’è quel 20% da mettere bene a posto», ha spiegato Goggia, raccontando anche dell’errore in partenza che le è costato tempo. Brignone, dal canto suo, ha parlato di sensazioni in crescita e ha rimandato la decisione sulla gara: «Nel pomeriggio ci incontreremo e insieme decideremo cosa è meglio per me».
Proprio attorno alla presenza di Lindsey Vonn si è accesa la polemica del giorno. Dopo le parole di Brignone, che aveva messo in dubbio la compatibilità tra un infortunio serio al ginocchio e un rientro così rapido, è arrivato anche il commento di Goggia: «Ai posteri l’ardua sentenza». La bergamasca ha ricordato la propria esperienza e ha lasciato intendere che un recupero del genere, a parità di diagnosi, sarebbe difficile da spiegare, pur notando come le condizioni della pista, con neve più morbida, possano incidere sulla sciabilità. Brignone aveva già chiarito la sua posizione: «Se avesse avuto un problema grave come il mio oggi non sarebbe qui», aggiungendo comunque che Vonn «è sicuramente una grande donna e ha un grande coraggio».
Intanto, dal fondo arrivano i primi verdetti dello skiathlon femminile a Tesero: oro e argento alla Svezia con Frida Karlsson ed Ebba Andersson, bronzo alla norvegese Heidi Weng. La migliore delle italiane è Martina Di Centa, 28ª, seguita da Anna Comarella e Maria Gismondi più indietro. Buone notizie anche dallo snowboard, con Maria Gasslitter qualificata per la finale dello Slopestyle a Livigno grazie al dodicesimo posto nella prima run. Nell’hockey femminile, invece, Finlandia e Svizzera affrontano le partite nonostante problemi di salute segnalati in alcune atlete, ma la natura esatta non è confermata. Nel pomeriggio è arrivata invece la seconda sconfitta nel doppio misto di curling per Stefania Constantini e Amos Mosaner. Gli azzurri hanno ceduto 9-4 alla Svezia nella quinta partita del girone. La classifica ora si fa complicata: Svezia e Canada restano davanti all'Italia negli scontri diretti. A questo punto, in chiave qualificazione, diventa fondamentale e decisiva la partita in programma stasera contro la Norvegia.
Sul piano istituzionale, nonostante le polemiche relative alla telecronaca Rai, il presidente della Fondazione Milano-Cortina, Giovanni Malagò, ha parlato di «tanti consensi» per la cerimonia di apertura, rivendicando un avvio forte dei Giochi. E proprio dalla serata di San Siro sono arrivate anche le voci degli azzurri del volley presenti alla sfilata, da Anna Danesi a Simone Giannelli, che hanno raccontato l’emozione di vivere dal vivo un momento olimpico. Momento olimpico che resta segnato soprattutto da questo sabato e dalla neve di Bormio, grazie al magnifico doppio podio che dà subito un volto concreto alla spedizione italiana. Franzoni e Paris, due generazioni diverse, aprono il medagliere e fissano il primo punto fermo dei Giochi in casa: l’Italia c’è, e ha iniziato l'Olimpiade casalinga con il piede giusto.
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