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2021-04-12
La guerra Anglo-irachena del 1941: l'Italia, la Germania e l'Islam radicale
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Guerrieri tribali iracheni all'assalto di un blindato inglese nel maggio 1941 (Getty Images)
I protagonisti, i tempi, le cause
Il Regno dell'Iraq, precedentemente regione mesopotamica, era stato creato dopo la sconfitta dell'Impero Ottomano nella Grande Guerra. La Lega delle Nazioni ne fece un Mandato Britannico, come la vicina Palestina dopo la sollevazione della popolazione araba sobillata dagli ex generali ottomani contro l'occupazione inglese. Il Mandato durò fino al 1932, quando l'Iraq ottenne un'indipendenza fortemente condizionata dagli interessi di Londra che dettarono le condizioni con un trattato bilaterale nel 1930 il quale garantiva l'accesso alle fonti petrolifere e alla presenza militare inglese con due basi della Royal Air Force. Il trattato garantiva inoltre il transito senza limitazioni delle truppe britanniche nella tratta strategica tra l'Egitto, la Giordania verso il Golfo Persico e quindi l'India britannica.
Il Regno dell'Iraq ebbe negli anni trenta una vita molto turbolenta. I termini del trattato risvegliarono le forze nazionaliste arabe con una pressione continua sul debole governo-fantoccio imposto da Londra e guidato da Nuri Al-Said. Le spinte antibritanniche venivano alimentate anche dalla Palestina, anch'essa territorio sottoposto all'amministrazione di Londra e teatro di una importante immigrazione ebraica stabilita anni prima dal rapporto Balfour. Il forte aumento degli ebrei in Palestina generò un violenta reazione da parte dei nazionalisti arabi che sfociò in due gravi rivolte nel 1936 e 1939, alla vigilia della guerra. I fatti di Palestina influenzarono molto da vicino la politica irachena, caratterizzata da forte instabilità e dalla presenza malsopportata degli inglesi. Allo scoppio della guerra, l'Iraq romperà le relazioni diplomatiche con Berlino come imposto da Londra, lasciando tuttavia aperte le relazioni con l'Italia. Sarà proprio attorno alla rappresentanza diplomatica italiana che andrà sviluppandosi il cambio di fronte sfociato poco più tardi in un colpo di stato a Baghdad. Epicentro delle trame politiche antibritanniche fu un influente personaggio e guida religiosa, il Gran Muftì di Gerusalemme Amin Al-Husayni. Già punto di riferimento delle rivolte antibritanniche di Palestina negli anni dell'immigrazione ebraica. Il membro dell'influente famiglia palestinese era stato un precursore dell'applicazione della Jihad, la guerra santa, e nel 1929 fu fra i sobillatori dell'orribile massacro di Hebron in Cisgiordania nella quale furono trucidati 67 coloni ebrei, bambini compresi. L'anno precedente aveva aderito alla lega dei nazionalisti arabi,chiamata i "Fratelli musulmani". Dopo i fatti di Palestina fu raggiunto da un mandato di cattura britannico e fuggì in Libano, dove rimase fino al 1939 quando si trasferì a Baghdad negli anni della maggiore instabilità politica per il paese. Durante il soggiorno in Libano Husayni mantenne contatti costanti con i tedeschi e in particolare modo tramite l'allora console generale germanico, il braccio destro di Himmler e SS-Obergruppenfuhrer Karl Wolff per stendere i piani di una stretta alleanza tra il Terzo Reich e i nazionalisti arabi. A questo punto la presenza del Muftì fu determinante per i rivolgimenti politici che culminarono con il colpo di stato del 1941, portato a termine da quattro generali dell'esercito iracheno (noti come il "quadrato d'oro") favorevoli all'Asse. Il già debolissimo governo di Tana Al-Hashimi fu destituito con la forza e sostituito dal regime di Rashid Ali Al Gaylani, un avvocato dal forte passato nazionalista, già leader del partito islamico iracheno "Fratellanza Nazionale". Dopo la sua presa del potere Rachid Ali radunò tutte le forze filo-Asse attorno all'ambasciata italiana a Baghdad, dichiarando contemporaneamente l'incostituzionalità del trattato Anglo-iracheno del 1930 e iniziando la mobilitazione delle classi dell'esercito nazionale. La prova della forte influenza del Muftì Al-Husayni durante la preparazione della guerra contro gli inglesi ci è giunta dalle memorie storiche del Regio Esercito per l'anno 1941. Il ruolo centrale italiano nella fase immediatamente precedente le ostilità si evince dalla fitta corrispondenza tra il rappresentante diplomatico italiano Gino Butti e il Comando Supremo del Regio Esercito, nelle quali il diplomatico italiano si fece portavoce delle pressanti richieste di aiuti militari da parte di Rachid Ali, timoroso di un rapido colpo di mano britannico per riportare l'Iraq sotto il suo controllo diretto. A tutte le sedute svoltesi nell'Ambasciata di Baghdad fu presente Al-Husayni, il quale riportò l'urgenza di una stretta collaborazione con la Germania nazista per un disegno politico che suona di grande attualità ai giorni nostri: la creazione negli ex mandati britannici (con la Siria alleata di Vichy) di un grande ed unico Stato Islamico, che prevedeva naturalmente lo sterminio totale degli ebrei.
Aprile-maggio 1941. Le ostilità
Mentre i colloqui avvenivano, l'esercito di Rashid Ali mosse alla volta della base della Royal Air Force di Al-Habbaniya, cercando di vietarne l'attività di volo con la scusa di un'esercitazione irachena in corso.Il Vice-maresciallo dell'Aria Smart, comandante della base nella quale si trovavano circa 1.000 militari e alcune migliaia di civili rifugiati per paura dei disordini, respinse fermamente la richiesta e considerò ogni impedimento all'attività della base come un atto di guerra.
La guerra Anglo irachena era formalmente iniziata, e fu un conflitto da un punto di vista degli armamenti di assoluto secondo piano. La base della RAF era infatti una semplice scuola di volo, dove erano presenti numerosi allievi tra cui un contingente di aspiranti piloti ellenici. I velivoli erano antiquati, tranne un solo bombardiere medio Bristol Blenheim. Per il resto erano biplani del periodo tra le due guerre. L'aviazione irachena possedeva circa 110 velivoli, ma non tutti in condizioni di poter combattere. Alle forniture inglesi del periodo del mandato si erano aggiunti velivoli italiani, come i cacciabombardieri Breda Ba.65 e i Savoia Marchetti S.79 in versione bimotore.
La resistenza ad oltranza della base Raf permise agli inglesi riorganizzare le forze in campo, soprattutto contando sull'arrivo di contingenti dalla Palestina attraverso la Transgiordania ma soprattutto di un corpo di spedizione meccanizzato formato da "Gurkha" indiani. Nonostante la superiorità numerica e la presenza di artiglieria irachena, la base di Al-Habbaniya fu in grado di sferrare attacchi non senza importanti sacrifici con la perdita di 29 velivoli e sortite continue (anche 6 per ogni aereo al giorno). L'arrivo dalle basi palestinesi di due bombardieri medi Vickers Wellington fecero respirare gli assediati mentre l'aeroporto di Baghdad dove era concentrata la maggior parte della forza aerea irachena fu pesantemente colpita con la perdita di numerosi aerei al suolo.
Soltanto ai primi di maggio del 1941 l'Italia e la Germania si decisero ad inviare rinforzi, limitandosi alla sola presenza aeronautica. La Luftwaffe inviò in territorio iracheno e nelle basi siriane alleate cacciabombardieri di "seconda linea", vista la carenza di velivoli a causa dell'imminente sforzo in Russia. Anche la Regia Aeronautica non poté fare molto di più, inviando 12 biplani Fiat C.R.42, un bombardiere S.79 e un aereo da trasporto S.81. Le forze aeronautiche dell'Asse furono rinominate rispettivamente "Fliegerfuhrer Iraq" e "Squadriglia Irak", formata da elementi del 155° Gruppo Caccia di Roma Ciampino. Per un momento, parve di tornare alla Guerra Civile Spagnola perché gli aerei tedeschi ed italiani furono rapidamente ridipinti nella livrea dell'aviazione irachena e si stabilirono in parte nelle basi settentrionali del Paese sotto il controllo iracheno (Kirkuk, Mosul) e in parte negli aeroporti della vicina Siria alleata di Vichy. L'attività delle forze aeree dell'Asse fu un fuoco fatuo, perché la resistenza della base britannica e il contemporaneo sbarco di contingenti inglesi a Bassora resero sempre più difficile il tentativo di offensiva irachena, le cui truppe mostravano una scarsa combattività e pochissima preparazione. L'arrivo del contingente dei "Gurkha" dall'India diede una svolta definitiva alle sorti del conflitto, mentre le forze aeree tedesche furono subito localizzate anche grazie ad una "falla" nella sicurezza delle comunicazioni riservate dell'Ambasciata italiana che erano state intercettate e decifrate dagli Inglesi. Molti furono i velivoli tedeschi colti al suolo dai bombardamenti dei Wellington della RAF, mentre i Fiat C.R. 42 nei pochi giorni di combattimento in terra irachena furono in grado di ingaggiare battaglia con alcuni biplani Gloster Gladiator, avendo ragione su due di questi a fronte della perdita di un biplano italiano. Furono gli eventi internazionali a spingere gli alleati di Rashid Ali a lasciare la terra dell'antica Mesopotamia. Nel maggio 1941 l'Italia perdeva l'Etiopia, dopo aver già capitolato nel mese precedente nella colonia di Eritrea. I Tedeschi erano dovuti intervenire nei Balcani per impedire l'avanzata greca supportata dagli Inglesi e si stavano preparando all'avventura in Russia. Per l'Iraq non c'erano più risorse. Prima di perdere ulteriori mezzi, la "Squadriglia Irak" fu richiamata a Rodi e qui utilizzata nella difesa dell'isola.
La capitale Baghdad, ormai assediata, fu teatro di un terribile pogrom portato a termine dai fedelissimi di Al-Husayni e Rachid Ali. Il 1 giugno 1941 la minoranza ebraica della capitale, già sottoposta a pesantissime restrizioni da Rachid Ali, fu massacrata da una folla sobillata dalla propaganda del Muftì durante il vuoto di potere che anticipò la riconquista britannica del Paese. il numero delle vittime non fu mai accertato, ma ricerche successive indicano un bilancio di circa 700 morti. La strage fu seguita da una polemica promossa dalle comunità ebraiche a causa dell'inspiegabile ritardo degli Inglesi nella conquista di Baghdad, giunti ormai a pochi chilometri dalla cintura della capitale. Rachid Ali Al-Gaylani fuggì inizialmente a Berlino dove Hitler lo riconobbe come unico reggente dell'Iraq, per poi trovare rifugio in Arabia Saudita. Per quanto riguardò l'ispiratore principale della jihad nazi-islamica, il Muftì Al-Husayni, fuggì prima in Persia con un passaporto italiano falso a nome di Giuseppe Rossi prima di passare per Bari e terminare la fuga a Berlino, dove proseguirà l'opera di propaganda del grande Stato Islamico, offrendo a Hitler la propria influenza nell'arruolamento delle Waffen-SS musulmane reclutate tra la popolazione di religione musulmana dei Balcani. La fama e l'influenza del capo religioso filonazista non terminarono dopo la guerra, anche perché le autorità britanniche sacrificarono il suo arresto quale criminale di guerra a causa della delicatissima situazione che si stava profilando in Palestina e che sfocerà nella prima guerra Arabo-Israeliana. Dopo aver mantenuto la sua influenza carismatica dai lunghi anni in esilio in Egitto, il precursore dell'integralismo islamico morirà a Beirut nel 1974.
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Ottant'anni fa, nelle terre dell'antica Mesopotamia, fu combattuta una guerra-lampo ormai pressoché dimenticata. Durò poco più di un mese, ma fu importante per le successive vittorie alleate a causa dell'importanza strategico-logistica di quel territorio. La "piccola guerra" alla quale parteciparono anche gli Italiani con un contingente della Regia Aeronautica, fu messa in secondo piano dalle potenze dell'Asse le quali erano massicciamente impegnate sui fronti balcanico e nordafricano mentre si profilava l'operazione "Barbarossa", la campagna tedesca contro l'Unione Sovietica. L'Italia dal canto suo faticava sul fronte greco-albanese ed era impegnata pesantemente nella difesa all'ultimo colpo dei territori coloniali di Libia e dell'Africa Orientale posti sotto attacco dalle forze britanniche. La guerra Anglo-irachena fu anche un momento fondamentale per comprendere i rapporti particolari tra il nazionalismo islamico e il Terzo Reich.I protagonisti, i tempi, le causeIl Regno dell'Iraq, precedentemente regione mesopotamica, era stato creato dopo la sconfitta dell'Impero Ottomano nella Grande Guerra. La Lega delle Nazioni ne fece un Mandato Britannico, come la vicina Palestina dopo la sollevazione della popolazione araba sobillata dagli ex generali ottomani contro l'occupazione inglese. Il Mandato durò fino al 1932, quando l'Iraq ottenne un'indipendenza fortemente condizionata dagli interessi di Londra che dettarono le condizioni con un trattato bilaterale nel 1930 il quale garantiva l'accesso alle fonti petrolifere e alla presenza militare inglese con due basi della Royal Air Force. Il trattato garantiva inoltre il transito senza limitazioni delle truppe britanniche nella tratta strategica tra l'Egitto, la Giordania verso il Golfo Persico e quindi l'India britannica.Il Regno dell'Iraq ebbe negli anni trenta una vita molto turbolenta. I termini del trattato risvegliarono le forze nazionaliste arabe con una pressione continua sul debole governo-fantoccio imposto da Londra e guidato da Nuri Al-Said. Le spinte antibritanniche venivano alimentate anche dalla Palestina, anch'essa territorio sottoposto all'amministrazione di Londra e teatro di una importante immigrazione ebraica stabilita anni prima dal rapporto Balfour. Il forte aumento degli ebrei in Palestina generò un violenta reazione da parte dei nazionalisti arabi che sfociò in due gravi rivolte nel 1936 e 1939, alla vigilia della guerra. I fatti di Palestina influenzarono molto da vicino la politica irachena, caratterizzata da forte instabilità e dalla presenza malsopportata degli inglesi. Allo scoppio della guerra, l'Iraq romperà le relazioni diplomatiche con Berlino come imposto da Londra, lasciando tuttavia aperte le relazioni con l'Italia. Sarà proprio attorno alla rappresentanza diplomatica italiana che andrà sviluppandosi il cambio di fronte sfociato poco più tardi in un colpo di stato a Baghdad. Epicentro delle trame politiche antibritanniche fu un influente personaggio e guida religiosa, il Gran Muftì di Gerusalemme Amin Al-Husayni. Già punto di riferimento delle rivolte antibritanniche di Palestina negli anni dell'immigrazione ebraica. Il membro dell'influente famiglia palestinese era stato un precursore dell'applicazione della Jihad, la guerra santa, e nel 1929 fu fra i sobillatori dell'orribile massacro di Hebron in Cisgiordania nella quale furono trucidati 67 coloni ebrei, bambini compresi. L'anno precedente aveva aderito alla lega dei nazionalisti arabi,chiamata i "Fratelli musulmani". Dopo i fatti di Palestina fu raggiunto da un mandato di cattura britannico e fuggì in Libano, dove rimase fino al 1939 quando si trasferì a Baghdad negli anni della maggiore instabilità politica per il paese. Durante il soggiorno in Libano Husayni mantenne contatti costanti con i tedeschi e in particolare modo tramite l'allora console generale germanico, il braccio destro di Himmler e SS-Obergruppenfuhrer Karl Wolff per stendere i piani di una stretta alleanza tra il Terzo Reich e i nazionalisti arabi. A questo punto la presenza del Muftì fu determinante per i rivolgimenti politici che culminarono con il colpo di stato del 1941, portato a termine da quattro generali dell'esercito iracheno (noti come il "quadrato d'oro") favorevoli all'Asse. Il già debolissimo governo di Tana Al-Hashimi fu destituito con la forza e sostituito dal regime di Rashid Ali Al Gaylani, un avvocato dal forte passato nazionalista, già leader del partito islamico iracheno "Fratellanza Nazionale". Dopo la sua presa del potere Rachid Ali radunò tutte le forze filo-Asse attorno all'ambasciata italiana a Baghdad, dichiarando contemporaneamente l'incostituzionalità del trattato Anglo-iracheno del 1930 e iniziando la mobilitazione delle classi dell'esercito nazionale. La prova della forte influenza del Muftì Al-Husayni durante la preparazione della guerra contro gli inglesi ci è giunta dalle memorie storiche del Regio Esercito per l'anno 1941. Il ruolo centrale italiano nella fase immediatamente precedente le ostilità si evince dalla fitta corrispondenza tra il rappresentante diplomatico italiano Gino Butti e il Comando Supremo del Regio Esercito, nelle quali il diplomatico italiano si fece portavoce delle pressanti richieste di aiuti militari da parte di Rachid Ali, timoroso di un rapido colpo di mano britannico per riportare l'Iraq sotto il suo controllo diretto. A tutte le sedute svoltesi nell'Ambasciata di Baghdad fu presente Al-Husayni, il quale riportò l'urgenza di una stretta collaborazione con la Germania nazista per un disegno politico che suona di grande attualità ai giorni nostri: la creazione negli ex mandati britannici (con la Siria alleata di Vichy) di un grande ed unico Stato Islamico, che prevedeva naturalmente lo sterminio totale degli ebrei.Aprile-maggio 1941. Le ostilitàMentre i colloqui avvenivano, l'esercito di Rashid Ali mosse alla volta della base della Royal Air Force di Al-Habbaniya, cercando di vietarne l'attività di volo con la scusa di un'esercitazione irachena in corso.Il Vice-maresciallo dell'Aria Smart, comandante della base nella quale si trovavano circa 1.000 militari e alcune migliaia di civili rifugiati per paura dei disordini, respinse fermamente la richiesta e considerò ogni impedimento all'attività della base come un atto di guerra. La guerra Anglo irachena era formalmente iniziata, e fu un conflitto da un punto di vista degli armamenti di assoluto secondo piano. La base della RAF era infatti una semplice scuola di volo, dove erano presenti numerosi allievi tra cui un contingente di aspiranti piloti ellenici. I velivoli erano antiquati, tranne un solo bombardiere medio Bristol Blenheim. Per il resto erano biplani del periodo tra le due guerre. L'aviazione irachena possedeva circa 110 velivoli, ma non tutti in condizioni di poter combattere. Alle forniture inglesi del periodo del mandato si erano aggiunti velivoli italiani, come i cacciabombardieri Breda Ba.65 e i Savoia Marchetti S.79 in versione bimotore.La resistenza ad oltranza della base Raf permise agli inglesi riorganizzare le forze in campo, soprattutto contando sull'arrivo di contingenti dalla Palestina attraverso la Transgiordania ma soprattutto di un corpo di spedizione meccanizzato formato da "Gurkha" indiani. Nonostante la superiorità numerica e la presenza di artiglieria irachena, la base di Al-Habbaniya fu in grado di sferrare attacchi non senza importanti sacrifici con la perdita di 29 velivoli e sortite continue (anche 6 per ogni aereo al giorno). L'arrivo dalle basi palestinesi di due bombardieri medi Vickers Wellington fecero respirare gli assediati mentre l'aeroporto di Baghdad dove era concentrata la maggior parte della forza aerea irachena fu pesantemente colpita con la perdita di numerosi aerei al suolo. Soltanto ai primi di maggio del 1941 l'Italia e la Germania si decisero ad inviare rinforzi, limitandosi alla sola presenza aeronautica. La Luftwaffe inviò in territorio iracheno e nelle basi siriane alleate cacciabombardieri di "seconda linea", vista la carenza di velivoli a causa dell'imminente sforzo in Russia. Anche la Regia Aeronautica non poté fare molto di più, inviando 12 biplani Fiat C.R.42, un bombardiere S.79 e un aereo da trasporto S.81. Le forze aeronautiche dell'Asse furono rinominate rispettivamente "Fliegerfuhrer Iraq" e "Squadriglia Irak", formata da elementi del 155° Gruppo Caccia di Roma Ciampino. Per un momento, parve di tornare alla Guerra Civile Spagnola perché gli aerei tedeschi ed italiani furono rapidamente ridipinti nella livrea dell'aviazione irachena e si stabilirono in parte nelle basi settentrionali del Paese sotto il controllo iracheno (Kirkuk, Mosul) e in parte negli aeroporti della vicina Siria alleata di Vichy. L'attività delle forze aeree dell'Asse fu un fuoco fatuo, perché la resistenza della base britannica e il contemporaneo sbarco di contingenti inglesi a Bassora resero sempre più difficile il tentativo di offensiva irachena, le cui truppe mostravano una scarsa combattività e pochissima preparazione. L'arrivo del contingente dei "Gurkha" dall'India diede una svolta definitiva alle sorti del conflitto, mentre le forze aeree tedesche furono subito localizzate anche grazie ad una "falla" nella sicurezza delle comunicazioni riservate dell'Ambasciata italiana che erano state intercettate e decifrate dagli Inglesi. Molti furono i velivoli tedeschi colti al suolo dai bombardamenti dei Wellington della RAF, mentre i Fiat C.R. 42 nei pochi giorni di combattimento in terra irachena furono in grado di ingaggiare battaglia con alcuni biplani Gloster Gladiator, avendo ragione su due di questi a fronte della perdita di un biplano italiano. Furono gli eventi internazionali a spingere gli alleati di Rashid Ali a lasciare la terra dell'antica Mesopotamia. Nel maggio 1941 l'Italia perdeva l'Etiopia, dopo aver già capitolato nel mese precedente nella colonia di Eritrea. I Tedeschi erano dovuti intervenire nei Balcani per impedire l'avanzata greca supportata dagli Inglesi e si stavano preparando all'avventura in Russia. Per l'Iraq non c'erano più risorse. Prima di perdere ulteriori mezzi, la "Squadriglia Irak" fu richiamata a Rodi e qui utilizzata nella difesa dell'isola.La capitale Baghdad, ormai assediata, fu teatro di un terribile pogrom portato a termine dai fedelissimi di Al-Husayni e Rachid Ali. Il 1 giugno 1941 la minoranza ebraica della capitale, già sottoposta a pesantissime restrizioni da Rachid Ali, fu massacrata da una folla sobillata dalla propaganda del Muftì durante il vuoto di potere che anticipò la riconquista britannica del Paese. il numero delle vittime non fu mai accertato, ma ricerche successive indicano un bilancio di circa 700 morti. La strage fu seguita da una polemica promossa dalle comunità ebraiche a causa dell'inspiegabile ritardo degli Inglesi nella conquista di Baghdad, giunti ormai a pochi chilometri dalla cintura della capitale. Rachid Ali Al-Gaylani fuggì inizialmente a Berlino dove Hitler lo riconobbe come unico reggente dell'Iraq, per poi trovare rifugio in Arabia Saudita. Per quanto riguardò l'ispiratore principale della jihad nazi-islamica, il Muftì Al-Husayni, fuggì prima in Persia con un passaporto italiano falso a nome di Giuseppe Rossi prima di passare per Bari e terminare la fuga a Berlino, dove proseguirà l'opera di propaganda del grande Stato Islamico, offrendo a Hitler la propria influenza nell'arruolamento delle Waffen-SS musulmane reclutate tra la popolazione di religione musulmana dei Balcani. La fama e l'influenza del capo religioso filonazista non terminarono dopo la guerra, anche perché le autorità britanniche sacrificarono il suo arresto quale criminale di guerra a causa della delicatissima situazione che si stava profilando in Palestina e che sfocerà nella prima guerra Arabo-Israeliana. Dopo aver mantenuto la sua influenza carismatica dai lunghi anni in esilio in Egitto, il precursore dell'integralismo islamico morirà a Beirut nel 1974.
Una vista generale mentre gli anelli olimpici si uniscono per uno spettacolo pirotecnico durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 allo stadio San Siro (Getty Images)
Davanti a 67.000 spettatori, la cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026 celebra l’arte, la musica e la creatività italiana. Dall’omaggio a Raffaella Carrà e Modugno ai cinque cerchi olimpici che brillano in cielo, uno spettacolo che unisce città e montagne sotto il filo conduttore dell’armonia.
San Siro si trasforma in un teatro a cielo aperto e Milano accende ufficialmente la fiamma delle Olimpiadi invernali 2026. Davanti a 67.000 spettatori, record assoluto per un’edizione invernale, la cerimonia di apertura sceglie il linguaggio del racconto e delle immagini per presentare al mondo i Giochi «diffusi» tra città e montagne, con un filo conduttore dichiarato: l’armonia. Il cuore scenico è un grande cerchio, omaggio alla storia urbana di Milano, da cui partono traiettorie ideali verso le altre sedi dei Giochi. Un modo per raccontare, senza parole, l’idea di un’Olimpiade che unisce luoghi diversi sotto un’unica narrazione.
Lo stadio è pieno fin dal tardo pomeriggio, colorato dalle bandiere di decine di Paesi e da un pubblico arrivato da ogni parte del mondo. L’attesa è scandita dal pre show tra musica e intrattenimento, poi il messaggio del segretario generale dell’Onu António Guterres richiama il valore universale dei Giochi come spazio di incontro e unità. Fuori, a distanza di sicurezza, si muove anche una protesta annunciata: un corteo di qualche centinaio di manifestanti attraversa il quartiere San Siro senza incidenti, mentre dentro lo stadio la scena è tutta per lo spettacolo.
Come anticipato nel pomeriggio dalla Verità, il prologo istituzionale è affidato a un filmato che sorprende il pubblico: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriva idealmente a San Siro a bordo di un tram, seduto tra cittadini comuni, orchestrali e atleti con gli sci. Il mezzo percorre una Milano notturna e simbolica, fino al capolinea dello stadio. Solo alla fine si scopre il conducente speciale: Valentino Rossi, in divisa da tranviere. Un ingresso sobrio e ironico, prima che il Capo dello Stato prenda posto in tribuna accanto alla presidente del Cio Kirsty Coventry.
Alle 20 in punto si alza il sipario. La cerimonia si apre con la danza: Claudio Coviello e Antonella Albano, ballerini della Scala, portano in scena Amore e Psiche, passione e razionalità che si cercano e si rincorrono sul prato di San Siro. È il primo tassello di una narrazione che intreccia arte, musica e identità italiana. A guidare idealmente il racconto è Matilda De Angelis, che entra con la bacchetta da direttrice d’orchestra mentre attorno a lei sfilano i volti dei grandi compositori della tradizione. Poco dopo, il prato si riempie di colori per l’omaggio alla creatività italiana e a una delle sue icone popolari: Raffaella Carrà, evocata tra figuranti e costumi sgargianti. La parte musicale alterna registri e generazioni. Mariah Carey, in abito chiaro, sceglie di omaggiare l’Italia cantando in italiano Nel blu dipinto di blu, trasformando San Siro in un grande coro. Subito dopo, lo stadio si tinge di tricolore per il tributo a Giorgio Armani, con Vittoria Ceretti che porta in scena la bandiera italiana, consegnata poi ai corazzieri. È Laura Pausini a dare voce all’inno nazionale, mentre il tricolore viene issato e lo stadio si ferma per qualche istante in un silenzio carico di attesa. C’è spazio anche per la parola, con Pierfrancesco Favino che presta la voce ai versi dell’Infinito di Leopardi, prima che la scena si apra ai simboli olimpici: i cinque cerchi si avvicinano nel cielo di San Siro e si accendono tra i fuochi d’artificio, suggellando visivamente l’inizio dei Giochi.
A quel punto tocca agli atleti. La sfilata delle delegazioni si apre, come da tradizione, con la Grecia e scorre tra gli applausi, in ordine alfabetico, fino ad arrivare all’Italia, attesa per ultima. Gli azzurri sono 146 in totale, distribuiti tra Milano, Cortina, Predazzo e Livigno, con Arianna Fontana e Federico Pellegrino a guidare il gruppo presente a San Siro.
La giornata olimpica era iniziata già molte ore prima, tra diplomazia e passerelle istituzionali: la visita del vicepresidente americano J.D. Vance in città, il ricevimento a Palazzo Reale con capi di Stato e di governo, la parata di ospiti illustri. Ma è qui, dentro lo stadio, che Milano e Cortina consegnano al mondo il loro biglietto da visita. I Giochi sono cominciati e l’Italia prova a presentarli così, con uno spettacolo che mescola arte, simboli e identità, affidando all’«armonia» il compito di tenere insieme sport, città e montagne.
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Se il disegno di legge verrà approvato, sarà la prima volta che lo Statuto dei lavoratori includerà una disposizione specifica sul congedo per l’eutanasia. Della serie, mi prendo un giorno per assistere una persona che vuol farla finita, la mattina mi metto a disposizione per la pratica ferale e il pomeriggio faccio shopping o vado al mare.
Il ministero del Lavoro, guidato da Yolanda Díaz, intende elaborare questa legge come un decreto legge reale, che entrerebbe in vigore immediatamente dopo l’approvazione del Consiglio dei ministri. L’accordo prevede anche 15 giorni di congedo per l’assistenza a coniugi, partner o familiari stretti in cure palliative, unico provvedimento sensato. La misura, presa d’intesa con i sindacati, è stata approvata senza l’accordo con le associazioni imprenditoriali, furibonde perché in questo modo, trattandosi di congedi retribuiti, si scarica sulle imprese il costo dei lavoratori assenti che dovrebbe essere sostenuto dal governo. Il Pp ha già annunciato che voterà contro la proposta. Nel frattempo, l’Autorità indipendente per la responsabilità fiscale (AIReF) ha rilevato una mancanza di controllo in Spagna sulla spesa per congedi per malattia, che è aumentata del 60% dal 2017 raggiungendo i 16,5 miliardi di euro nel 2024. L’astensione dal lavoro per motivi di salute è diventata la seconda voce più grande del sistema di sicurezza sociale, seconda solo alle pensioni ed è dovuto in gran parte all’aumento delle patologie legate alla salute mentale, cresciute vertiginosamente a partire dalla pandemia e che stanno diventando più durature. I disturbi mentali hanno la durata media più lunga, passando da 67 giorni nel 2017 a 98,5 giorni nel 2024. Clamorosamente, in Spagna il monitoraggio dei congedi per malattia da parte della Previdenza sociale per i lavoratori parte solo dopo i 365 giorni.
E se il premier Pedro Sánchez sottolinea la «occupazione di qualità» promossa in Spagna, sostenendo che «per la prima volta sta emergendo un’economia produttiva e sana», la Ceoe, Confederazione spagnola delle organizzazioni dei datori di lavoro segnala: «La Spagna continua a essere il Paese con il tasso di disoccupazione più alto nell’Ocse e conta oltre mezzo milione di persone in situazioni di disponibilità limitata o con richieste di lavoro specifiche, il che riflette fenomeni strutturali che restano irrisolti […] Le piccole imprese continuano a essere le più colpite dall’aumento dei costi del lavoro, dell’energia, delle tasse e dei finanziamenti, nonché da un quadro normativo instabile».
Non va meglio per Sánchez nemmeno quando attacca Musk. Al vertice mondiale dei governi a Dubai ha annunciato che vieterà l’accesso ai social media ai minori di 16 anni e adotterà altre misure per aumentare il controllo sulle piattaforme digitali, come quelle dell’imprenditore sudafricano.
Sul suo profilo X, Musk non perdeva tempo: «Sánchez lo scorretto è un tiranno e un traditore del popolo di Spagna». Ma al di là degli scontri sui social, ancora una volta il premier parla e promette ma non fa. Il Regolamento europeo sui servizi digitali, che avrebbe dovuto essere in vigore in Spagna da febbraio 2024, rimane bloccato al Congresso. Un ritardo di due anni. La Cnmc, Commissione nazionale per i mercati e la concorrenza non è ancora in grado di «monitorare il rispetto degli obblighi imposti ai fornitori di servizi mediatici statali che offrono notizie e contenuti di attualità». Ha le mani legate anche sul monitoraggio delle piattaforme digitali.
Brutte notizie anche dal Lussemburgo, dove i giudici non mettono fine alle rivendicazioni del movimento di indipendenza catalana. La Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) ha annullato il procedimento con cui il Tribunale dell’Unione europea il 5 luglio 2023 aveva revocato l’immunità al leader di Junts, Carles Puigdemont, e agli ex ministri del governo della Comunità autonoma di Catalogna, Toni Comín e Clara Ponsatí, tutti residenti a Waterloo (Belgio).
La motivazione della decisione è che il relatore nominato per le richieste di sospensione dell’immunità «potrebbe essere percepito come non imparziale». Si trattava di Angel Dzhambazki, europarlamentare bulgaro dei conservatori europei (Ecr), lo stesso gruppo di cui fa parte il partito spagnolo Vox, promotore delle azioni legali contro Puigdemont, Comín e Ponsatí in seguito al referendum illegale del 1° ottobre 2017. I tre erano stati poi eletti al Parlamento europeo nel 2019, e la Corte suprema spagnola aveva chiesto all’Europarlamento di revocare la loro immunità. Revoca votata a marzo 2021, ma ora quella decisione e la sentenza del 2023 sono state annullate.
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Jeffrey Epstein (Ansa)
Dalle carte, consultabili online sul sito del Doj, emerge che due ragazze straniere sarebbero morte per strangolamento dopo sesso estremo nel ranch del predatore sessuale in New Messico, per poi essere sepolte su suo ordine nei dintorni della tenuta. In una email, inviata il 21 novembre 2019 da una persona che afferma di aver lavorato per Epstein a un uomo di nome Eddy Aragon, ci sono diversi link che mostrerebbero il defunto pedofilo filmato durante performances sessuali con ragazze minorenni e la confessione di un tentato omicidio di una delle ragazze. Nel testo il mittente scrive che due ragazze sono state sepolte su ordine di Epstein e «Madam G», verosimilmente la complice del faccendiere, Ghislaine Maxwell, tuttora reclusa in un carcere di massima sicurezza in Texas, nella vasta proprietà in New Mexico già nota come parco giochi privato del faccendiere per abusi sessuali e traffico di minori.
«Edward, questa vicenda è delicata, quindi sarà la prima e ultima mail, a seconda della tua discrezione. Puoi scegliere se tenerla o buttarla via, ma questo materiale viene da una persona che è stata lì e ha visto tutto, come ex membro dello staff dello Zorro Ranch. Il materiale che ti allego è stato preso dalla casa di Jeffrey Epstein come mia assicurazione in caso di eventuali contenziosi tra me e lui. Non mi fare domande», chiosa in stampatello l’uomo. «Le cose più terribili su Jeffrey Epstein devono ancora essere scritte. Sapevi che da qualche parte nelle colline fuori dallo Zorro, due ragazze straniere sono state sepolte per ordine di Jeffrey e Madam G? Entrambe sono morte per strangolamento durante sesso violento e fetish», scrive l’uomo. L’email è stata inoltrata all’Fbi tre mesi dopo il decesso di Epstein, ufficialmente morto suicida mentre era detenuto al Metropolitan Correctional Center di New York City.
Il finanziere pedofilo intendeva lasciare il suo Zorro Ranch, acquistato nel 1993 dall’ex governatore democratico del New Mexico Bruce King, alla sua ragazza bielorussa Karyna Shuliak. La tenuta di 13 miglia quadrate in mezzo al deserto vicino a Santa Fe includeva una residenza di circa 2.500 metri quadri. Secondo quanto riferisce il Daily Mail, Epstein usava lo Zorro Ranch per i suoi appuntamenti segreti, dato che gli ospiti potevano andare e venire più discretamente rispetto a quanto potessero fare a Little St James, l’isola caraibica privata di Epstein al largo di St Thomas. Uno degli ospiti più importanti nel ranch degli orrori è, come noto, il principe Andrew d’Inghilterra, duca di York, insieme con sua moglie Sarah Ferguson.
Continuano nel frattempo le reazioni a catena dopo la pubblicazione dei file. Ed è ancora un quotidiano inglese, il Times, a riferire che la poltrona del primo ministro inglese Keir Starmer sarebbe in bilico dopo le rivelazioni sul caso dell’ex ambasciatore Peter Mandelson. Secondo quanto appreso, il premier ha deciso di confermare la sua nomina a rappresentante diplomatico del Regno Unito negli Stati Uniti, avvenuta ad aprile del 2025, nonostante i rapporti tra Mandelson ed Epstein fossero ampiamente noti a Downing Street. Un rapporto del Cabinet Office aveva infatti evidenziato, già prima della nomina, quale fosse la natura delle relazioni tra i due, facendo riferimento a un dossier confidenziale di JP Morgan che diceva che i due uomini avevano rapporti «particolarmente stretti». L’Ufficio del Gabinetto aveva presentato il dossier a Starmer, ma il primo ministro decise di credere «sulla parola» alle rassicurazioni di Mandelson. I funzionari coinvolti nel processo di controllo hanno detto di aver trovato l’approccio di Starmer «sconcertante». «Le informazioni ora disponibili rendono chiaro che le risposte che ha dato Mandelson erano bugie», si è difeso il premier britannico. «Mi ha descritto Epstein come qualcuno che conosceva a malapena. Tale inganno non è compatibile con il servizio pubblico», ha dichiarato il primo ministro inglese. La vicenda però ha aperto un dibattito sulla sua affidabilità: la decisione di credere alle smentite dell’ambasciatore anziché ai documentati dossier su di lui è una scelta che l’opposizione conservatrice e parte del Partito laburista ritengono incompatibile con il ruolo di capo del governo, ma il premier ha chiarito che non intende dimettersi. Il filone rischia comunque di mantenere alta la pressione politica su Downing Street ancora per molto.
Non poteva mancare il tormentone sulle spie venute dal freddo mandate da Vladimir Putin. Questa, perlomeno, è la versione del premier polacco Donald Tusk, secondo il quale il defunto faccendiere pedofilo statunitense avrebbe collaborato con il Cremlino per raccogliere materiale compromettente sulle élite occidentali, usando la trappola della seduzione, la cosiddetta «esca dolce». »La stampa globale ruota intorno al sospetto che questo scandalo di pedofilia senza precedenti sia stato co-organizzato dai servizi segreti russi», ha concluso Donald Tusk e così le autorità polacche hanno aperto un’inchiesta, proprio mentre dall’altra parte dell’emisfero, in America, sono usciti alcuni file che mostrano con chiarezza che Epstein stava lavorando per rovesciare il presidente russo. «Dovremo andare presto in Russia», scriveva infatti Boris Nicolic, consulente e socio di Bill Gates alla Bill and Melinda Gates Foundation, a Epstein, «per incontrare Ilja Ponomarev (imprenditore e ex deputato della Duma, ndr) e la sua ragazza Alyona, che sono i principali organizzatori della rivolta contro Putin. Ho paura per quanto può succedergli», continuava Nicolic, «qualche idea per aiutarlo? Non con Davos», suggerisce l’uomo di Bill Gates a Epstein. «È impossibile studiare i materiali relativi al caso Epstein senza provare nausea», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, paragonando la lettura dei documenti alla visione di film thriller e polizieschi. «Ma tutto ha un limite morale».
I magistrati turchi stanno intanto passando al setaccio decine di migliaia di documenti emersi dai file del finanziere pedofilo, con l’obiettivo di ricostruire un traffico di minori dalla Turchia. A rendere drammatico il quadro ci sono i dati diffusi dall’Istituto Nazionale di statistica turco Tuik), secondo cui tra il 2008 e il 2016 si sono perse le tracce di 104,531 minori. «Bisogna capire se sono stati contattati politici, funzionari o rappresentanti delle istituzioni. Bisogna risalire agli orfanotrofi e centri di accoglienza», ha dichiarato Dogan Bekin, parlamentare del partito conservatore Refah.
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«Salvador» (Netflix)
Otto episodi su Netflix per raccontare un padre e una figlia: lui ex medico, lei coinvolta in un gruppo neonazista. La serie spagnola evita la retorica e indaga fragilità, responsabilità e bisogno di appartenenza con uno sguardo sobrio.
Otto episodi, disponibili, in un'unica soluzione, su Netflix, a partire da venerdì 6 febbraio. Salvador non è lunga, né promette (per ora) di proseguire oltre questa prima stagione. Eppure, è capace, in uno spazio breve e curato, di raffigurare un quadro complesso: quello di una genitorialità in crisi, di figli incapaci di trovare un'identità rappresentativa, del disperato bisogno di appartenere a qualcosa, a qualcuno.
Salvador, serie tv di origine spagnola, muove dal caso particolare di un padre, un ex medico demansionato, costretto - nonostante gli studi e il curriculum - a guidare le ambulanze. Salvador Aguirre ha un passato complicato, fatto di dipendenze che, piano piano, gli hanno eroso la vita. Ha una figlia, Milena, e con lei un rapporto travagliato. Un rapporto che, come il passato di Salvador, non è, però, al vaglio della serie.
Lo show, come già Adolescence, non sembra andare a ritroso, ma guardare avanti, muovendosi tra strade già battute, già note.
Salvador è la storia di un padre che, in una notte di lavoro, senza nessuna avvisaglia precedente, scopre la figlia essere parte di un gruppo di disadattati, violenti e pericolosi. Decisi, soprattutto, a rivendicare l'esatto opposto di quel che lui, per una vita intera, ha cercato di insegnarle. Milena si è unita ad una frangia di estrema destra, razzista e omofoba, una frangia all'interno della quale si nascondono anche svariati Incel. Odiano gli stranieri, i gay e le donne. Sono neonazisti. Fuor di retorica, però, perché quello che la serie vuole fare è provare ad indagare le ragioni che possano preludere ad una tale scelta.
Salvador cerca di scavare oltre la superficie, andando a fondo delle insicurezze, dei bisogni degli adolescenti. Chiedendosi quali e quante responsabilità abbiano i genitori, quante e quali la società nella quale cresciamo. Il risultato non è perfetto, ma convincente. Gli otto episodi della serie televisiva spagnola sono scorrevoli e ben costruiti, pensati per poter essere visti senza pruriti e ritrosie. Non c'è politica, non c'è grande giudizio. Solo la ricostruzione, piuttosto fedele e dettagliata, di uno spaccato che dimora vicino a tutti noi.
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