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2021-04-12
La guerra Anglo-irachena del 1941: l'Italia, la Germania e l'Islam radicale
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Guerrieri tribali iracheni all'assalto di un blindato inglese nel maggio 1941 (Getty Images)
I protagonisti, i tempi, le cause
Il Regno dell'Iraq, precedentemente regione mesopotamica, era stato creato dopo la sconfitta dell'Impero Ottomano nella Grande Guerra. La Lega delle Nazioni ne fece un Mandato Britannico, come la vicina Palestina dopo la sollevazione della popolazione araba sobillata dagli ex generali ottomani contro l'occupazione inglese. Il Mandato durò fino al 1932, quando l'Iraq ottenne un'indipendenza fortemente condizionata dagli interessi di Londra che dettarono le condizioni con un trattato bilaterale nel 1930 il quale garantiva l'accesso alle fonti petrolifere e alla presenza militare inglese con due basi della Royal Air Force. Il trattato garantiva inoltre il transito senza limitazioni delle truppe britanniche nella tratta strategica tra l'Egitto, la Giordania verso il Golfo Persico e quindi l'India britannica.
Il Regno dell'Iraq ebbe negli anni trenta una vita molto turbolenta. I termini del trattato risvegliarono le forze nazionaliste arabe con una pressione continua sul debole governo-fantoccio imposto da Londra e guidato da Nuri Al-Said. Le spinte antibritanniche venivano alimentate anche dalla Palestina, anch'essa territorio sottoposto all'amministrazione di Londra e teatro di una importante immigrazione ebraica stabilita anni prima dal rapporto Balfour. Il forte aumento degli ebrei in Palestina generò un violenta reazione da parte dei nazionalisti arabi che sfociò in due gravi rivolte nel 1936 e 1939, alla vigilia della guerra. I fatti di Palestina influenzarono molto da vicino la politica irachena, caratterizzata da forte instabilità e dalla presenza malsopportata degli inglesi. Allo scoppio della guerra, l'Iraq romperà le relazioni diplomatiche con Berlino come imposto da Londra, lasciando tuttavia aperte le relazioni con l'Italia. Sarà proprio attorno alla rappresentanza diplomatica italiana che andrà sviluppandosi il cambio di fronte sfociato poco più tardi in un colpo di stato a Baghdad. Epicentro delle trame politiche antibritanniche fu un influente personaggio e guida religiosa, il Gran Muftì di Gerusalemme Amin Al-Husayni. Già punto di riferimento delle rivolte antibritanniche di Palestina negli anni dell'immigrazione ebraica. Il membro dell'influente famiglia palestinese era stato un precursore dell'applicazione della Jihad, la guerra santa, e nel 1929 fu fra i sobillatori dell'orribile massacro di Hebron in Cisgiordania nella quale furono trucidati 67 coloni ebrei, bambini compresi. L'anno precedente aveva aderito alla lega dei nazionalisti arabi,chiamata i "Fratelli musulmani". Dopo i fatti di Palestina fu raggiunto da un mandato di cattura britannico e fuggì in Libano, dove rimase fino al 1939 quando si trasferì a Baghdad negli anni della maggiore instabilità politica per il paese. Durante il soggiorno in Libano Husayni mantenne contatti costanti con i tedeschi e in particolare modo tramite l'allora console generale germanico, il braccio destro di Himmler e SS-Obergruppenfuhrer Karl Wolff per stendere i piani di una stretta alleanza tra il Terzo Reich e i nazionalisti arabi. A questo punto la presenza del Muftì fu determinante per i rivolgimenti politici che culminarono con il colpo di stato del 1941, portato a termine da quattro generali dell'esercito iracheno (noti come il "quadrato d'oro") favorevoli all'Asse. Il già debolissimo governo di Tana Al-Hashimi fu destituito con la forza e sostituito dal regime di Rashid Ali Al Gaylani, un avvocato dal forte passato nazionalista, già leader del partito islamico iracheno "Fratellanza Nazionale". Dopo la sua presa del potere Rachid Ali radunò tutte le forze filo-Asse attorno all'ambasciata italiana a Baghdad, dichiarando contemporaneamente l'incostituzionalità del trattato Anglo-iracheno del 1930 e iniziando la mobilitazione delle classi dell'esercito nazionale. La prova della forte influenza del Muftì Al-Husayni durante la preparazione della guerra contro gli inglesi ci è giunta dalle memorie storiche del Regio Esercito per l'anno 1941. Il ruolo centrale italiano nella fase immediatamente precedente le ostilità si evince dalla fitta corrispondenza tra il rappresentante diplomatico italiano Gino Butti e il Comando Supremo del Regio Esercito, nelle quali il diplomatico italiano si fece portavoce delle pressanti richieste di aiuti militari da parte di Rachid Ali, timoroso di un rapido colpo di mano britannico per riportare l'Iraq sotto il suo controllo diretto. A tutte le sedute svoltesi nell'Ambasciata di Baghdad fu presente Al-Husayni, il quale riportò l'urgenza di una stretta collaborazione con la Germania nazista per un disegno politico che suona di grande attualità ai giorni nostri: la creazione negli ex mandati britannici (con la Siria alleata di Vichy) di un grande ed unico Stato Islamico, che prevedeva naturalmente lo sterminio totale degli ebrei.
Aprile-maggio 1941. Le ostilità
Mentre i colloqui avvenivano, l'esercito di Rashid Ali mosse alla volta della base della Royal Air Force di Al-Habbaniya, cercando di vietarne l'attività di volo con la scusa di un'esercitazione irachena in corso.Il Vice-maresciallo dell'Aria Smart, comandante della base nella quale si trovavano circa 1.000 militari e alcune migliaia di civili rifugiati per paura dei disordini, respinse fermamente la richiesta e considerò ogni impedimento all'attività della base come un atto di guerra.
La guerra Anglo irachena era formalmente iniziata, e fu un conflitto da un punto di vista degli armamenti di assoluto secondo piano. La base della RAF era infatti una semplice scuola di volo, dove erano presenti numerosi allievi tra cui un contingente di aspiranti piloti ellenici. I velivoli erano antiquati, tranne un solo bombardiere medio Bristol Blenheim. Per il resto erano biplani del periodo tra le due guerre. L'aviazione irachena possedeva circa 110 velivoli, ma non tutti in condizioni di poter combattere. Alle forniture inglesi del periodo del mandato si erano aggiunti velivoli italiani, come i cacciabombardieri Breda Ba.65 e i Savoia Marchetti S.79 in versione bimotore.
La resistenza ad oltranza della base Raf permise agli inglesi riorganizzare le forze in campo, soprattutto contando sull'arrivo di contingenti dalla Palestina attraverso la Transgiordania ma soprattutto di un corpo di spedizione meccanizzato formato da "Gurkha" indiani. Nonostante la superiorità numerica e la presenza di artiglieria irachena, la base di Al-Habbaniya fu in grado di sferrare attacchi non senza importanti sacrifici con la perdita di 29 velivoli e sortite continue (anche 6 per ogni aereo al giorno). L'arrivo dalle basi palestinesi di due bombardieri medi Vickers Wellington fecero respirare gli assediati mentre l'aeroporto di Baghdad dove era concentrata la maggior parte della forza aerea irachena fu pesantemente colpita con la perdita di numerosi aerei al suolo.
Soltanto ai primi di maggio del 1941 l'Italia e la Germania si decisero ad inviare rinforzi, limitandosi alla sola presenza aeronautica. La Luftwaffe inviò in territorio iracheno e nelle basi siriane alleate cacciabombardieri di "seconda linea", vista la carenza di velivoli a causa dell'imminente sforzo in Russia. Anche la Regia Aeronautica non poté fare molto di più, inviando 12 biplani Fiat C.R.42, un bombardiere S.79 e un aereo da trasporto S.81. Le forze aeronautiche dell'Asse furono rinominate rispettivamente "Fliegerfuhrer Iraq" e "Squadriglia Irak", formata da elementi del 155° Gruppo Caccia di Roma Ciampino. Per un momento, parve di tornare alla Guerra Civile Spagnola perché gli aerei tedeschi ed italiani furono rapidamente ridipinti nella livrea dell'aviazione irachena e si stabilirono in parte nelle basi settentrionali del Paese sotto il controllo iracheno (Kirkuk, Mosul) e in parte negli aeroporti della vicina Siria alleata di Vichy. L'attività delle forze aeree dell'Asse fu un fuoco fatuo, perché la resistenza della base britannica e il contemporaneo sbarco di contingenti inglesi a Bassora resero sempre più difficile il tentativo di offensiva irachena, le cui truppe mostravano una scarsa combattività e pochissima preparazione. L'arrivo del contingente dei "Gurkha" dall'India diede una svolta definitiva alle sorti del conflitto, mentre le forze aeree tedesche furono subito localizzate anche grazie ad una "falla" nella sicurezza delle comunicazioni riservate dell'Ambasciata italiana che erano state intercettate e decifrate dagli Inglesi. Molti furono i velivoli tedeschi colti al suolo dai bombardamenti dei Wellington della RAF, mentre i Fiat C.R. 42 nei pochi giorni di combattimento in terra irachena furono in grado di ingaggiare battaglia con alcuni biplani Gloster Gladiator, avendo ragione su due di questi a fronte della perdita di un biplano italiano. Furono gli eventi internazionali a spingere gli alleati di Rashid Ali a lasciare la terra dell'antica Mesopotamia. Nel maggio 1941 l'Italia perdeva l'Etiopia, dopo aver già capitolato nel mese precedente nella colonia di Eritrea. I Tedeschi erano dovuti intervenire nei Balcani per impedire l'avanzata greca supportata dagli Inglesi e si stavano preparando all'avventura in Russia. Per l'Iraq non c'erano più risorse. Prima di perdere ulteriori mezzi, la "Squadriglia Irak" fu richiamata a Rodi e qui utilizzata nella difesa dell'isola.
La capitale Baghdad, ormai assediata, fu teatro di un terribile pogrom portato a termine dai fedelissimi di Al-Husayni e Rachid Ali. Il 1 giugno 1941 la minoranza ebraica della capitale, già sottoposta a pesantissime restrizioni da Rachid Ali, fu massacrata da una folla sobillata dalla propaganda del Muftì durante il vuoto di potere che anticipò la riconquista britannica del Paese. il numero delle vittime non fu mai accertato, ma ricerche successive indicano un bilancio di circa 700 morti. La strage fu seguita da una polemica promossa dalle comunità ebraiche a causa dell'inspiegabile ritardo degli Inglesi nella conquista di Baghdad, giunti ormai a pochi chilometri dalla cintura della capitale. Rachid Ali Al-Gaylani fuggì inizialmente a Berlino dove Hitler lo riconobbe come unico reggente dell'Iraq, per poi trovare rifugio in Arabia Saudita. Per quanto riguardò l'ispiratore principale della jihad nazi-islamica, il Muftì Al-Husayni, fuggì prima in Persia con un passaporto italiano falso a nome di Giuseppe Rossi prima di passare per Bari e terminare la fuga a Berlino, dove proseguirà l'opera di propaganda del grande Stato Islamico, offrendo a Hitler la propria influenza nell'arruolamento delle Waffen-SS musulmane reclutate tra la popolazione di religione musulmana dei Balcani. La fama e l'influenza del capo religioso filonazista non terminarono dopo la guerra, anche perché le autorità britanniche sacrificarono il suo arresto quale criminale di guerra a causa della delicatissima situazione che si stava profilando in Palestina e che sfocerà nella prima guerra Arabo-Israeliana. Dopo aver mantenuto la sua influenza carismatica dai lunghi anni in esilio in Egitto, il precursore dell'integralismo islamico morirà a Beirut nel 1974.
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Ottant'anni fa, nelle terre dell'antica Mesopotamia, fu combattuta una guerra-lampo ormai pressoché dimenticata. Durò poco più di un mese, ma fu importante per le successive vittorie alleate a causa dell'importanza strategico-logistica di quel territorio. La "piccola guerra" alla quale parteciparono anche gli Italiani con un contingente della Regia Aeronautica, fu messa in secondo piano dalle potenze dell'Asse le quali erano massicciamente impegnate sui fronti balcanico e nordafricano mentre si profilava l'operazione "Barbarossa", la campagna tedesca contro l'Unione Sovietica. L'Italia dal canto suo faticava sul fronte greco-albanese ed era impegnata pesantemente nella difesa all'ultimo colpo dei territori coloniali di Libia e dell'Africa Orientale posti sotto attacco dalle forze britanniche. La guerra Anglo-irachena fu anche un momento fondamentale per comprendere i rapporti particolari tra il nazionalismo islamico e il Terzo Reich.I protagonisti, i tempi, le causeIl Regno dell'Iraq, precedentemente regione mesopotamica, era stato creato dopo la sconfitta dell'Impero Ottomano nella Grande Guerra. La Lega delle Nazioni ne fece un Mandato Britannico, come la vicina Palestina dopo la sollevazione della popolazione araba sobillata dagli ex generali ottomani contro l'occupazione inglese. Il Mandato durò fino al 1932, quando l'Iraq ottenne un'indipendenza fortemente condizionata dagli interessi di Londra che dettarono le condizioni con un trattato bilaterale nel 1930 il quale garantiva l'accesso alle fonti petrolifere e alla presenza militare inglese con due basi della Royal Air Force. Il trattato garantiva inoltre il transito senza limitazioni delle truppe britanniche nella tratta strategica tra l'Egitto, la Giordania verso il Golfo Persico e quindi l'India britannica.Il Regno dell'Iraq ebbe negli anni trenta una vita molto turbolenta. I termini del trattato risvegliarono le forze nazionaliste arabe con una pressione continua sul debole governo-fantoccio imposto da Londra e guidato da Nuri Al-Said. Le spinte antibritanniche venivano alimentate anche dalla Palestina, anch'essa territorio sottoposto all'amministrazione di Londra e teatro di una importante immigrazione ebraica stabilita anni prima dal rapporto Balfour. Il forte aumento degli ebrei in Palestina generò un violenta reazione da parte dei nazionalisti arabi che sfociò in due gravi rivolte nel 1936 e 1939, alla vigilia della guerra. I fatti di Palestina influenzarono molto da vicino la politica irachena, caratterizzata da forte instabilità e dalla presenza malsopportata degli inglesi. Allo scoppio della guerra, l'Iraq romperà le relazioni diplomatiche con Berlino come imposto da Londra, lasciando tuttavia aperte le relazioni con l'Italia. Sarà proprio attorno alla rappresentanza diplomatica italiana che andrà sviluppandosi il cambio di fronte sfociato poco più tardi in un colpo di stato a Baghdad. Epicentro delle trame politiche antibritanniche fu un influente personaggio e guida religiosa, il Gran Muftì di Gerusalemme Amin Al-Husayni. Già punto di riferimento delle rivolte antibritanniche di Palestina negli anni dell'immigrazione ebraica. Il membro dell'influente famiglia palestinese era stato un precursore dell'applicazione della Jihad, la guerra santa, e nel 1929 fu fra i sobillatori dell'orribile massacro di Hebron in Cisgiordania nella quale furono trucidati 67 coloni ebrei, bambini compresi. L'anno precedente aveva aderito alla lega dei nazionalisti arabi,chiamata i "Fratelli musulmani". Dopo i fatti di Palestina fu raggiunto da un mandato di cattura britannico e fuggì in Libano, dove rimase fino al 1939 quando si trasferì a Baghdad negli anni della maggiore instabilità politica per il paese. Durante il soggiorno in Libano Husayni mantenne contatti costanti con i tedeschi e in particolare modo tramite l'allora console generale germanico, il braccio destro di Himmler e SS-Obergruppenfuhrer Karl Wolff per stendere i piani di una stretta alleanza tra il Terzo Reich e i nazionalisti arabi. A questo punto la presenza del Muftì fu determinante per i rivolgimenti politici che culminarono con il colpo di stato del 1941, portato a termine da quattro generali dell'esercito iracheno (noti come il "quadrato d'oro") favorevoli all'Asse. Il già debolissimo governo di Tana Al-Hashimi fu destituito con la forza e sostituito dal regime di Rashid Ali Al Gaylani, un avvocato dal forte passato nazionalista, già leader del partito islamico iracheno "Fratellanza Nazionale". Dopo la sua presa del potere Rachid Ali radunò tutte le forze filo-Asse attorno all'ambasciata italiana a Baghdad, dichiarando contemporaneamente l'incostituzionalità del trattato Anglo-iracheno del 1930 e iniziando la mobilitazione delle classi dell'esercito nazionale. La prova della forte influenza del Muftì Al-Husayni durante la preparazione della guerra contro gli inglesi ci è giunta dalle memorie storiche del Regio Esercito per l'anno 1941. Il ruolo centrale italiano nella fase immediatamente precedente le ostilità si evince dalla fitta corrispondenza tra il rappresentante diplomatico italiano Gino Butti e il Comando Supremo del Regio Esercito, nelle quali il diplomatico italiano si fece portavoce delle pressanti richieste di aiuti militari da parte di Rachid Ali, timoroso di un rapido colpo di mano britannico per riportare l'Iraq sotto il suo controllo diretto. A tutte le sedute svoltesi nell'Ambasciata di Baghdad fu presente Al-Husayni, il quale riportò l'urgenza di una stretta collaborazione con la Germania nazista per un disegno politico che suona di grande attualità ai giorni nostri: la creazione negli ex mandati britannici (con la Siria alleata di Vichy) di un grande ed unico Stato Islamico, che prevedeva naturalmente lo sterminio totale degli ebrei.Aprile-maggio 1941. Le ostilitàMentre i colloqui avvenivano, l'esercito di Rashid Ali mosse alla volta della base della Royal Air Force di Al-Habbaniya, cercando di vietarne l'attività di volo con la scusa di un'esercitazione irachena in corso.Il Vice-maresciallo dell'Aria Smart, comandante della base nella quale si trovavano circa 1.000 militari e alcune migliaia di civili rifugiati per paura dei disordini, respinse fermamente la richiesta e considerò ogni impedimento all'attività della base come un atto di guerra. La guerra Anglo irachena era formalmente iniziata, e fu un conflitto da un punto di vista degli armamenti di assoluto secondo piano. La base della RAF era infatti una semplice scuola di volo, dove erano presenti numerosi allievi tra cui un contingente di aspiranti piloti ellenici. I velivoli erano antiquati, tranne un solo bombardiere medio Bristol Blenheim. Per il resto erano biplani del periodo tra le due guerre. L'aviazione irachena possedeva circa 110 velivoli, ma non tutti in condizioni di poter combattere. Alle forniture inglesi del periodo del mandato si erano aggiunti velivoli italiani, come i cacciabombardieri Breda Ba.65 e i Savoia Marchetti S.79 in versione bimotore.La resistenza ad oltranza della base Raf permise agli inglesi riorganizzare le forze in campo, soprattutto contando sull'arrivo di contingenti dalla Palestina attraverso la Transgiordania ma soprattutto di un corpo di spedizione meccanizzato formato da "Gurkha" indiani. Nonostante la superiorità numerica e la presenza di artiglieria irachena, la base di Al-Habbaniya fu in grado di sferrare attacchi non senza importanti sacrifici con la perdita di 29 velivoli e sortite continue (anche 6 per ogni aereo al giorno). L'arrivo dalle basi palestinesi di due bombardieri medi Vickers Wellington fecero respirare gli assediati mentre l'aeroporto di Baghdad dove era concentrata la maggior parte della forza aerea irachena fu pesantemente colpita con la perdita di numerosi aerei al suolo. Soltanto ai primi di maggio del 1941 l'Italia e la Germania si decisero ad inviare rinforzi, limitandosi alla sola presenza aeronautica. La Luftwaffe inviò in territorio iracheno e nelle basi siriane alleate cacciabombardieri di "seconda linea", vista la carenza di velivoli a causa dell'imminente sforzo in Russia. Anche la Regia Aeronautica non poté fare molto di più, inviando 12 biplani Fiat C.R.42, un bombardiere S.79 e un aereo da trasporto S.81. Le forze aeronautiche dell'Asse furono rinominate rispettivamente "Fliegerfuhrer Iraq" e "Squadriglia Irak", formata da elementi del 155° Gruppo Caccia di Roma Ciampino. Per un momento, parve di tornare alla Guerra Civile Spagnola perché gli aerei tedeschi ed italiani furono rapidamente ridipinti nella livrea dell'aviazione irachena e si stabilirono in parte nelle basi settentrionali del Paese sotto il controllo iracheno (Kirkuk, Mosul) e in parte negli aeroporti della vicina Siria alleata di Vichy. L'attività delle forze aeree dell'Asse fu un fuoco fatuo, perché la resistenza della base britannica e il contemporaneo sbarco di contingenti inglesi a Bassora resero sempre più difficile il tentativo di offensiva irachena, le cui truppe mostravano una scarsa combattività e pochissima preparazione. L'arrivo del contingente dei "Gurkha" dall'India diede una svolta definitiva alle sorti del conflitto, mentre le forze aeree tedesche furono subito localizzate anche grazie ad una "falla" nella sicurezza delle comunicazioni riservate dell'Ambasciata italiana che erano state intercettate e decifrate dagli Inglesi. Molti furono i velivoli tedeschi colti al suolo dai bombardamenti dei Wellington della RAF, mentre i Fiat C.R. 42 nei pochi giorni di combattimento in terra irachena furono in grado di ingaggiare battaglia con alcuni biplani Gloster Gladiator, avendo ragione su due di questi a fronte della perdita di un biplano italiano. Furono gli eventi internazionali a spingere gli alleati di Rashid Ali a lasciare la terra dell'antica Mesopotamia. Nel maggio 1941 l'Italia perdeva l'Etiopia, dopo aver già capitolato nel mese precedente nella colonia di Eritrea. I Tedeschi erano dovuti intervenire nei Balcani per impedire l'avanzata greca supportata dagli Inglesi e si stavano preparando all'avventura in Russia. Per l'Iraq non c'erano più risorse. Prima di perdere ulteriori mezzi, la "Squadriglia Irak" fu richiamata a Rodi e qui utilizzata nella difesa dell'isola.La capitale Baghdad, ormai assediata, fu teatro di un terribile pogrom portato a termine dai fedelissimi di Al-Husayni e Rachid Ali. Il 1 giugno 1941 la minoranza ebraica della capitale, già sottoposta a pesantissime restrizioni da Rachid Ali, fu massacrata da una folla sobillata dalla propaganda del Muftì durante il vuoto di potere che anticipò la riconquista britannica del Paese. il numero delle vittime non fu mai accertato, ma ricerche successive indicano un bilancio di circa 700 morti. La strage fu seguita da una polemica promossa dalle comunità ebraiche a causa dell'inspiegabile ritardo degli Inglesi nella conquista di Baghdad, giunti ormai a pochi chilometri dalla cintura della capitale. Rachid Ali Al-Gaylani fuggì inizialmente a Berlino dove Hitler lo riconobbe come unico reggente dell'Iraq, per poi trovare rifugio in Arabia Saudita. Per quanto riguardò l'ispiratore principale della jihad nazi-islamica, il Muftì Al-Husayni, fuggì prima in Persia con un passaporto italiano falso a nome di Giuseppe Rossi prima di passare per Bari e terminare la fuga a Berlino, dove proseguirà l'opera di propaganda del grande Stato Islamico, offrendo a Hitler la propria influenza nell'arruolamento delle Waffen-SS musulmane reclutate tra la popolazione di religione musulmana dei Balcani. La fama e l'influenza del capo religioso filonazista non terminarono dopo la guerra, anche perché le autorità britanniche sacrificarono il suo arresto quale criminale di guerra a causa della delicatissima situazione che si stava profilando in Palestina e che sfocerà nella prima guerra Arabo-Israeliana. Dopo aver mantenuto la sua influenza carismatica dai lunghi anni in esilio in Egitto, il precursore dell'integralismo islamico morirà a Beirut nel 1974.
A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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Greta Thunberg cammina con una folla di attivisti filo-palestinesi arrivati per accogliere la Global Sumud Flotilla al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, il 7 settembre 2025 (Ansa)
Cuba potrebbe diventare la meta di una nuova Flotilla che dovrebbe arrivare nell’isola caraibica il 21 marzo. L’iniziativa, denominata Nuestra América, è stata promossa dall’ organizzazione Internazionale Progressista e dai Democratic Socialists of America, che hanno appoggiato l’elezione di Mamdani a New York, e ha già ricevuto la benedizione dell’eco-attivista Greta Thunberg. Le imbarcazioni vorrebbero portare cibo, medicinali e beni di prima necessità, ma soprattutto «rompere il blocco imposto da Washington».
Nel frattempo, la cronaca delle ultime ore riporta di quanto accaduto al largo delle acque cubane, dove la Guardia Costiera ha aperto il fuoco su un'imbarcazione registrata in Florida, uccidendo quattro persone e ferendone altre sei. Stando a quanto dichiarato dal ministero dell’Interno dell’Avana lo scontro sarebbe avvenuto nelle acque territoriali dell’isola e in una nota gli uomini sull’imbarcazione sono stati definiti come aggressori statunitensi.
Le previsioni di Donald Trump sul crollo del regime cubano sembrano infatti sempre più vicine ad avversarsi. Il tycoon aveva dichiarato che L’Avana era pronta a cadere e che non ci sarebbe stato bisogno di fare nulla, dipendendo totalmente dal petrolio del Venezuela che adesso non avrebbe più ricevuto. Il governo di Cuba ha annunciato alle compagnie aeree internazionali che gli aeroporti cubani non saranno in grado di fare rifornimento agli aerei almeno fino a metà marzo. Una situazione che complica enormemente l’afflusso turistico nell’isola caraibica, costringendo gli aerei a fare degli scali tecnici in Messico o nella Repubblica Dominicana. Air Canada ha già interrotto le tratte, limitandosi a organizzare una serie di voli per riportare a casa i canadesi presenti a Cuba. Per il momento le compagnie aeree spagnole Iberia e Air Europa hanno dichiarato che i loro servizi per l'isola continueranno, ma i voli da Madrid dovranno atterrare nella Repubblica Dominicana per rifornirsi di carburante. Nelle ultime settimane il governo cubano ha tagliato molte tratte di trasporti pubblici, ha accorciato la settimana lavorativa e ha imposto che le lezioni universitarie si tengano online. Il governo ha anche deciso di chiudere alcuni resort turistici per concentrare i visitatori. Il turismo è in grave crisi ormai da anni: nel 2024 sono arrivati poco più di 2 milioni di turisti, la cifra più bassa in due decenni e nel 2025 c’è stato un ulteriore calo del 20 per cento. I blackout sono sempre più frequenti e le code ai distributori infinite, mentre ormai anche i generatori degli ospedali sono quasi esauriti.
Carlos Fernandez de Cossio è il viceministro degli Esteri ed ha lavorato presso le Nazioni Unite. «Abbiamo opzioni molto limitate, dobbiamo cercare un dialogo che si basi sul rispetto delle sovranità nazionale. Siamo aperti al dialogo con gli Stati Uniti, ma non vi sarà né collasso del sistema socialista cubano, né tantomeno una nostra resa». L’esperto uomo politico ha poi fatto la fotografia dell’attuale situazione. «Stiamo adottando una serie di misure che mirano a preservare i servizi essenziali e concentrare le risorse dove sono più necessarie. Siamo pronti ad aprire una trattativa economica, ma non ad un cambio di regime. Tutte le divergenze con Washington possono essere risolte».
Il Messico sta valutando la ripresa delle spedizioni di petrolio, dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha annullato i dazi imposti contro i Paesi esportatori di greggio verso Cuba. Il governo della presidente Claudia Sheinbaum ha inviato 800 tonnellate di aiuti alimentari a bordo di due navi della sua Marina. Anche il Canada ha annunciato che sta lavorando a un pacchetto di aiuti e assistenza. Mosca è intervenuta nella questione dichiarando che la situazione è davvero critica e accusando gli Stati Uniti di aver imposto una stretta alla gola sull’isola. Dichiarazioni di sostegno sono arrivate anche dalla Cina, dal Brasile e dalla Colombia, ma il destino dell’ormai ex isola rivoluzionaria sembra già segnato.
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