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2025-06-24
Le basi degli Usa sotto attacco «telefonato»
Il frame di un video dell'attacco missilistico iraniano a una base Usa in Qatar
La ritorsione iraniana contro gli Stati Uniti è arrivata. Ma non sembra essere stata all’altezza dei toni roboanti usati dai vertici della Repubblica islamica. Ieri, poco prima delle 19 italiane, le forze di Teheran hanno lanciato almeno dieci missili contro una base americana in Qatar e uno contro un’altra base in Iraq. Quest’ultimo blitz è stato poi smentito da un funzionario statunitense a Reuters. Più o meno negli stessi istanti, il regime khomeinista confermava l’avvio delle operazioni belliche contro il personale militare statunitense nella regione mediorientale, denominata «Benedizione della vittoria». Alla televisione di Stato iraniana, un funzionario ha definito «devastante e potente» il lancio missilistico. «La Casa Bianca e il Dipartimento della Difesa sono consapevoli di quanto sta accadendo e monitorano attentamente le potenziali minacce alla base aerea di Al Udeid in Qatar», ha invece affermato un funzionario della Casa Bianca, mentre l’attacco era in corso. Nbc News ha frattanto riferito che l’offensiva iraniana è stata monitorata nella situation room dallo stesso Donald Trump insieme al capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Le difese aeree del Qatar hanno sventato l’attacco e intercettato con successo i missili iraniani», ha dichiarato più tardi il ministero degli Esteri di Doha, aggiungendo che non si sono registrate vittime. Anche un funzionario statunitense ha detto ieri sera alla Cnn di non essere a conoscenza di feriti o morti. La tv di Stato iraniana ha invece sostenuto che almeno tre missili di Teheran sarebbero riusciti a colpire Al Udeid, mentre con Reuters gli Usa hanno sposato la versione del Qatar. Fox sostiene che anche gli americani abbiano collaborato a intercettare i razzi. Allarmi sono stati diramati anche nelle basi americane situate in Kuwait e Bahrein. «La portata della rappresaglia iraniana, in particolare il numero delle vittime, determinerà la risposta del presidente Trump», ha sottolineato ieri Axios, mentre l’offensiva era ancora in corso. Negli ultimi giorni, l’inquilino della Casa Bianca aveva intimato agli ayatollah di non effettuare ritorsioni all’attacco contro i siti nucleari. È comunque assai probabile che Washington si aspettasse un bombardamento contro la base di Al Udeid: non a caso, nei giorni scorsi, gli americani avevano spostato i loro caccia da quella struttura. Lo stesso governo di Doha ha reso noto ieri che la base era stata precedentemente «evacuata». Ad Al Udeid sono in servizio anche dieci militari italiani che, al momento dell’attacco, erano al sicuro altrove, come ha poi confermato il ministro Guido Crosetto. Particolarmente dura si è rivelata la reazione del Qatar, che ha definito il lancio missilistico iraniano come «una flagrante violazione della sua sovranità e del suo spazio aereo». «Affermiamo che lo Stato del Qatar si riserva il diritto di rispondere direttamente in modo proporzionale alla natura e alla portata di questa palese aggressione in conformità al diritto internazionale», ha aggiunto. Parole che ci portano a formulare due ipotesi alternative. Se Doha ha parlato seriamente, si profila un incremento della tensione tra Qatar e Iran: il che rafforzerebbe il crescente isolamento internazionale in cui versa il regime khomeinista. Esiste tuttavia un’altra interpretazione. Dobbiamo partire dal fatto che Doha e Teheran intrattengono rapporti molto solidi. E infatti, ieri sera i pasdaran hanno blandito i qatarini, sottolineando che l’incursione era diretta contro gli americani, non contro i loro « fraterni amici». La notizia dell’attacco iraniano era stata diffusa dai media diversi minuti prima che si verificasse. Anche il fatto che la base del Qatar fosse stata preventivamente evacuata la dice lunga. Lo stesso New York Times ha rivelato che, in occasione dell’attacco, l’Iran si sarebbe coordinato con funzionari di Doha. Axios ha poi riferito che gli americani sarebbero stati addirittura avvertiti in anticipo. E allora che cosa è successo? È successo che l’Iran doveva salvare la faccia dopo l’offensiva subita sabato dagli americani contro i suoi siti nucleari. Dall’altra parte, non poteva però permettersi ritorsioni in grande stile senza attirarsi addosso una pesantissima controreazione da parte della Casa Bianca. Chiaramente ci stiamo riferendo alla situazione nel momento in cui La Verità è andata in stampa ieri sera. A meno che non si siano verificati ulteriori sviluppi nella notte, non è da escludere che quella di ieri sia stata un’offensiva simbolica, volta a evitare una vera escalation con gli Stati Uniti. È chiaro che, se le cose stessero realmente così, ciò evidenzierebbe, una volta di più, la clamorosa debolezza che caratterizza ormai strutturalmente il regime khomeinista.
Quando La Verità andava in stampa, Trump non aveva ancora parlato, la Cnn, citando fonti a lui vicine, assicurava che egli non vuole un maggiore coinvolgimento militare, nonostante l’attacco. Ieri, prima del raid, la Casa Bianca aveva riferito che il presidente era ancora aperto all’opzione diplomatica con gli ayatollah. Dall’altra parte, domenica sera, il diretto interessato era sembrato aprire all’ipotesi di un cambio di regime a Teheran. Inoltre, sempre prima del lancio missilistico iraniano, il presidente aveva auspicato che «tutti tenessero basso il prezzo del petrolio»: un avvertimento rivolto principalmente proprio all’Iran, che starebbe considerando di chiudere lo Stretto di Hormuz. Un ultimo dettaglio interessante è che, ieri, l’Arabia Saudita ha condannato l’attacco iraniano. Quella stessa Arabia Saudita che, pur in una fase di distensione con gli ayatollah dal 2023, ha sempre temuto il loro programma nucleare.
I timori Oltreoceano: «Attentatori infiltrati dal confine col Messico»
L’Iran avrebbe messo in guardia il presidente Donald Trump, avvertendolo che un eventuale attacco contro Teheran avrebbe attivato cellule dormienti già operative sul suolo statunitense. A riferirlo è l’emittente Nbc, secondo cui il monito sarebbe stato trasmesso a Trump attraverso un intermediario nel corso del vertice del G7 tenutosi in Canada la settimana scorsa. Fonti citate dalla rete statunitense parlano di una minaccia esplicita che ha spinto l’amministrazione americana a elevare lo stato di allerta interna. Il Dipartimento per la sicurezza interna ha infatti diffuso un avviso in cui si segnala un’escalation del rischio: «Il conflitto con l’Iran sta creando un ambiente di minaccia elevata negli Stati Uniti». Ma quella delle cellule dormienti è una minaccia nuova? Solo per chi ha poca memoria. L’Iran, che da decenni esporta il terrorismo in tutto il mondo, ha sempre fatto affidamento su tattiche asimmetriche contro nemici più forti, compresi gli attacchi terroristici.
Sono decine invece i tentati rapimenti di oppositori al regime e di giornalisti sgraditi ai mullah, gli omicidi e gli attentati sventati in tutto il mondo, uno tra tutti quello contro lo scrittore dei Versi satanici, Salman Rushdie avvenuto 12 agosto 2022, quando il cittadino americano di origine libanese, Hadi Matar, che era in contatto con i servizi di intelligence iraniani (Vevak), tentò di ucciderlo a coltellate al Chautauqua Institute di Mayville, nello Stato di New York. Matar il 16 maggio scorso è stato condannato a 25 anni di carcere. Nel 1983, gli Stati Uniti accusarono l’Iran di aver orchestrato gli attentati di una caserma dei Marines e dell’ambasciata a Beirut attraverso il suo rappresentante libanese, Hezbollah, uccidendo centinaia di persone; senza dimenticare quello che accadde il 18 luglio 1994, quando un camion imbottito di esplosivo si schiantò contro la sede dell’Amia, l’associazione mutualistica ebraica a Buenos Aires, provocando 85 morti e oltre 300 feriti.
Dopo l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani, avvenuta nel gennaio 2020 presso l’aeroporto di Baghdad tramite un attacco con drone, autorizzato da Trump durante il suo primo mandato, l’Iran rispose con un lancio di missili contro basi militari statunitensi in Iraq. Secondo fonti ufficiali statunitensi e analisti della regione, la risposta di Teheran fu deliberatamente blanda onde scatenare un conflitto aperto con gli Stati Uniti. Da quel momento, tuttavia, Trump è stato considerato «un obiettivo legittimo» dal Vevak. A tal punto che, durante la successiva campagna elettorale, il suo staff chiese all’amministrazione Biden un rafforzamento delle misure di sicurezza per i suoi spostamenti. Una richiesta motivata da un rapporto proveniente da «un Paese alleato», secondo cui l’Iran stava pianificando un attentato per eliminare il futuro presidente mentre si trovava a bordo del suo aereo.
Su quanti uomini può contare il Vevak negli Stati Uniti? Certamente centinaia, che negli anni si sono infiltrati in ogni settore della società. Ma il vero pericolo è rappresentato da coloro che sono arrivati illegalmente dal Messico. Secondo quanto riferito da una fonte di alto livello della Us Customs and border protection (Cbp), durante l’amministrazione Biden, oltre 1.500 cittadini iraniani sono stati arrestati mentre cercavano di entrare illegalmente negli Stati Uniti attraverso il confine con il Messico. Di questi, quasi la metà è stata successivamente rilasciata e autorizzata a rimanere nel Paese. Nel dettaglio, tra l’anno fiscale 2021 e quello del 2024, gli agenti della Cbp hanno fermato 1.504 cittadini iraniani. Tra loro, 729 sono stati rilasciati all’interno del territorio statunitense e oggi nessuno sa dove siano e cosa facciano realmente. Di sicuro possono allearsi con le cellule di al-Qaeda (molto presenti negli Usa) che da tempo sognano di fare un nuovo 11 settembre.
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Dieci missili sull’installazione in Qatar (già evacuata, anche da militari italiani e aerei). Doha: «Testate intercettate, valutiamo se rispondere». Gli Stati Uniti confermano: «Non ci sono vittime». Il «New York Times»: Washington aveva saputo tutto in anticipo.Donald Trump, nel mirino degli ayatollah, allertato al G7 in Canada.Lo speciale contiene due articoli.La ritorsione iraniana contro gli Stati Uniti è arrivata. Ma non sembra essere stata all’altezza dei toni roboanti usati dai vertici della Repubblica islamica. Ieri, poco prima delle 19 italiane, le forze di Teheran hanno lanciato almeno dieci missili contro una base americana in Qatar e uno contro un’altra base in Iraq. Quest’ultimo blitz è stato poi smentito da un funzionario statunitense a Reuters. Più o meno negli stessi istanti, il regime khomeinista confermava l’avvio delle operazioni belliche contro il personale militare statunitense nella regione mediorientale, denominata «Benedizione della vittoria». Alla televisione di Stato iraniana, un funzionario ha definito «devastante e potente» il lancio missilistico. «La Casa Bianca e il Dipartimento della Difesa sono consapevoli di quanto sta accadendo e monitorano attentamente le potenziali minacce alla base aerea di Al Udeid in Qatar», ha invece affermato un funzionario della Casa Bianca, mentre l’attacco era in corso. Nbc News ha frattanto riferito che l’offensiva iraniana è stata monitorata nella situation room dallo stesso Donald Trump insieme al capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Le difese aeree del Qatar hanno sventato l’attacco e intercettato con successo i missili iraniani», ha dichiarato più tardi il ministero degli Esteri di Doha, aggiungendo che non si sono registrate vittime. Anche un funzionario statunitense ha detto ieri sera alla Cnn di non essere a conoscenza di feriti o morti. La tv di Stato iraniana ha invece sostenuto che almeno tre missili di Teheran sarebbero riusciti a colpire Al Udeid, mentre con Reuters gli Usa hanno sposato la versione del Qatar. Fox sostiene che anche gli americani abbiano collaborato a intercettare i razzi. Allarmi sono stati diramati anche nelle basi americane situate in Kuwait e Bahrein. «La portata della rappresaglia iraniana, in particolare il numero delle vittime, determinerà la risposta del presidente Trump», ha sottolineato ieri Axios, mentre l’offensiva era ancora in corso. Negli ultimi giorni, l’inquilino della Casa Bianca aveva intimato agli ayatollah di non effettuare ritorsioni all’attacco contro i siti nucleari. È comunque assai probabile che Washington si aspettasse un bombardamento contro la base di Al Udeid: non a caso, nei giorni scorsi, gli americani avevano spostato i loro caccia da quella struttura. Lo stesso governo di Doha ha reso noto ieri che la base era stata precedentemente «evacuata». Ad Al Udeid sono in servizio anche dieci militari italiani che, al momento dell’attacco, erano al sicuro altrove, come ha poi confermato il ministro Guido Crosetto. Particolarmente dura si è rivelata la reazione del Qatar, che ha definito il lancio missilistico iraniano come «una flagrante violazione della sua sovranità e del suo spazio aereo». «Affermiamo che lo Stato del Qatar si riserva il diritto di rispondere direttamente in modo proporzionale alla natura e alla portata di questa palese aggressione in conformità al diritto internazionale», ha aggiunto. Parole che ci portano a formulare due ipotesi alternative. Se Doha ha parlato seriamente, si profila un incremento della tensione tra Qatar e Iran: il che rafforzerebbe il crescente isolamento internazionale in cui versa il regime khomeinista. Esiste tuttavia un’altra interpretazione. Dobbiamo partire dal fatto che Doha e Teheran intrattengono rapporti molto solidi. E infatti, ieri sera i pasdaran hanno blandito i qatarini, sottolineando che l’incursione era diretta contro gli americani, non contro i loro « fraterni amici». La notizia dell’attacco iraniano era stata diffusa dai media diversi minuti prima che si verificasse. Anche il fatto che la base del Qatar fosse stata preventivamente evacuata la dice lunga. Lo stesso New York Times ha rivelato che, in occasione dell’attacco, l’Iran si sarebbe coordinato con funzionari di Doha. Axios ha poi riferito che gli americani sarebbero stati addirittura avvertiti in anticipo. E allora che cosa è successo? È successo che l’Iran doveva salvare la faccia dopo l’offensiva subita sabato dagli americani contro i suoi siti nucleari. Dall’altra parte, non poteva però permettersi ritorsioni in grande stile senza attirarsi addosso una pesantissima controreazione da parte della Casa Bianca. Chiaramente ci stiamo riferendo alla situazione nel momento in cui La Verità è andata in stampa ieri sera. A meno che non si siano verificati ulteriori sviluppi nella notte, non è da escludere che quella di ieri sia stata un’offensiva simbolica, volta a evitare una vera escalation con gli Stati Uniti. È chiaro che, se le cose stessero realmente così, ciò evidenzierebbe, una volta di più, la clamorosa debolezza che caratterizza ormai strutturalmente il regime khomeinista. Quando La Verità andava in stampa, Trump non aveva ancora parlato, la Cnn, citando fonti a lui vicine, assicurava che egli non vuole un maggiore coinvolgimento militare, nonostante l’attacco. Ieri, prima del raid, la Casa Bianca aveva riferito che il presidente era ancora aperto all’opzione diplomatica con gli ayatollah. Dall’altra parte, domenica sera, il diretto interessato era sembrato aprire all’ipotesi di un cambio di regime a Teheran. Inoltre, sempre prima del lancio missilistico iraniano, il presidente aveva auspicato che «tutti tenessero basso il prezzo del petrolio»: un avvertimento rivolto principalmente proprio all’Iran, che starebbe considerando di chiudere lo Stretto di Hormuz. Un ultimo dettaglio interessante è che, ieri, l’Arabia Saudita ha condannato l’attacco iraniano. Quella stessa Arabia Saudita che, pur in una fase di distensione con gli ayatollah dal 2023, ha sempre temuto il loro programma nucleare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/iran-attacco-basi-qatar-2672419595.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-timori-oltreoceano-attentatori-infiltrati-dal-confine-col-messico" data-post-id="2672419595" data-published-at="1750712626" data-use-pagination="False"> I timori Oltreoceano: «Attentatori infiltrati dal confine col Messico» L’Iran avrebbe messo in guardia il presidente Donald Trump, avvertendolo che un eventuale attacco contro Teheran avrebbe attivato cellule dormienti già operative sul suolo statunitense. A riferirlo è l’emittente Nbc, secondo cui il monito sarebbe stato trasmesso a Trump attraverso un intermediario nel corso del vertice del G7 tenutosi in Canada la settimana scorsa. Fonti citate dalla rete statunitense parlano di una minaccia esplicita che ha spinto l’amministrazione americana a elevare lo stato di allerta interna. Il Dipartimento per la sicurezza interna ha infatti diffuso un avviso in cui si segnala un’escalation del rischio: «Il conflitto con l’Iran sta creando un ambiente di minaccia elevata negli Stati Uniti». Ma quella delle cellule dormienti è una minaccia nuova? Solo per chi ha poca memoria. L’Iran, che da decenni esporta il terrorismo in tutto il mondo, ha sempre fatto affidamento su tattiche asimmetriche contro nemici più forti, compresi gli attacchi terroristici.Sono decine invece i tentati rapimenti di oppositori al regime e di giornalisti sgraditi ai mullah, gli omicidi e gli attentati sventati in tutto il mondo, uno tra tutti quello contro lo scrittore dei Versi satanici, Salman Rushdie avvenuto 12 agosto 2022, quando il cittadino americano di origine libanese, Hadi Matar, che era in contatto con i servizi di intelligence iraniani (Vevak), tentò di ucciderlo a coltellate al Chautauqua Institute di Mayville, nello Stato di New York. Matar il 16 maggio scorso è stato condannato a 25 anni di carcere. Nel 1983, gli Stati Uniti accusarono l’Iran di aver orchestrato gli attentati di una caserma dei Marines e dell’ambasciata a Beirut attraverso il suo rappresentante libanese, Hezbollah, uccidendo centinaia di persone; senza dimenticare quello che accadde il 18 luglio 1994, quando un camion imbottito di esplosivo si schiantò contro la sede dell’Amia, l’associazione mutualistica ebraica a Buenos Aires, provocando 85 morti e oltre 300 feriti.Dopo l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani, avvenuta nel gennaio 2020 presso l’aeroporto di Baghdad tramite un attacco con drone, autorizzato da Trump durante il suo primo mandato, l’Iran rispose con un lancio di missili contro basi militari statunitensi in Iraq. Secondo fonti ufficiali statunitensi e analisti della regione, la risposta di Teheran fu deliberatamente blanda onde scatenare un conflitto aperto con gli Stati Uniti. Da quel momento, tuttavia, Trump è stato considerato «un obiettivo legittimo» dal Vevak. A tal punto che, durante la successiva campagna elettorale, il suo staff chiese all’amministrazione Biden un rafforzamento delle misure di sicurezza per i suoi spostamenti. Una richiesta motivata da un rapporto proveniente da «un Paese alleato», secondo cui l’Iran stava pianificando un attentato per eliminare il futuro presidente mentre si trovava a bordo del suo aereo.Su quanti uomini può contare il Vevak negli Stati Uniti? Certamente centinaia, che negli anni si sono infiltrati in ogni settore della società. Ma il vero pericolo è rappresentato da coloro che sono arrivati illegalmente dal Messico. Secondo quanto riferito da una fonte di alto livello della Us Customs and border protection (Cbp), durante l’amministrazione Biden, oltre 1.500 cittadini iraniani sono stati arrestati mentre cercavano di entrare illegalmente negli Stati Uniti attraverso il confine con il Messico. Di questi, quasi la metà è stata successivamente rilasciata e autorizzata a rimanere nel Paese. Nel dettaglio, tra l’anno fiscale 2021 e quello del 2024, gli agenti della Cbp hanno fermato 1.504 cittadini iraniani. Tra loro, 729 sono stati rilasciati all’interno del territorio statunitense e oggi nessuno sa dove siano e cosa facciano realmente. Di sicuro possono allearsi con le cellule di al-Qaeda (molto presenti negli Usa) che da tempo sognano di fare un nuovo 11 settembre.
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
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Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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