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2022-12-09
Utilizza i termini «uomini» e «donne». Prof licenziata dopo le proteste Lgbt
Science Po Parigi sembra essere sempre più soggiogata dall’ideologia woke-Lgbt. La prestigiosa università francese ha recentemente espulso una professoressa che ha «osato» chiamare gli uomini, uomini e le donne, donne. La genesi della vicenda che ha coinvolto Valérie, un’insegnante di danza di sala, risale al rientro dalla pausa estiva ma la stampa transalpina ne ha dato notizia solo ora. Come ha spiegato l’insegnante al sito Boulevard Voltaire, alla ripresa dei corsi aveva notato che le categorie «uomo» e «donna» erano state sostituite da «leader» e «follower».
La cosa avrebbe potuto far sorridere, anche perché in Francia si fa di tutto per evitare di usare termini anglofoni ma, evidentemente, di fronte alle pretese Lgbt si possono fare delle eccezioni. E pazienza se, sostituendo i termini uomo e donna con «leader» e «follower», siano state sottolineate ancora di più i ruoli di maschi e femmine. Forse i guerrieri Lgbt non si sono resi conto di aver ottenuto un risultato agli antipodi del loro credo.
Noncurante della scelta lessicale fatta da Science Po, Valérie ha continuato a definire i suoi allievi ballerini come uomini o donne. Ma alcuni studenti hanno storto il naso e hanno denunciato «delle affermazioni sessiste, degradanti, discriminatorie, razziste» venute dalla professoressa di danza. Secondo una testimone anonima - citata dal quotidiano Le Parisien - «alcuni studenti hanno denunciato il sessismo di Valérie, la considerano old school. Si sono sentiti a disagio». Non è chiaro da cosa nasca questo disagio, se da una reale offesa oppure da una percezione estremamente personale della realtà. In ogni caso a Science Po non sono andati per il sottile e, dopo averla invitata a cambiare atteggiamento, hanno licenziato l’insegnante di danza.
Non è la prima volta che Science Po, nota per essere una delle fucine delle élite francesi, si genuflette alle ideologie woke, lgbt o alla Cancel culture. Negli ultimi anni la stampa transalpina ha dato notizia di varie sbandate ideologiche dell’istituto parigino o di alcuni suoi studenti.
Ad esempio, lo scorso luglio, il ricercatore Leonardo Orlando ha denunciato di essere stato «censurato da Science Po». Questo perché avrebbe dovuto animare, insieme alla giornalista del settimanale Le Point, Peggy Sastre, un corso dal titolo «Biologia, evoluzione e genere» legato alla teoria dell’evoluzione di Charles Darwin. Secondo il ricercatore, questa teoria «è diventata un tabù». Tra i due turni delle ultime presidenziali francesi - svoltesi la scorsa primavera - il Consiglio di Science Po Parigi aveva lanciato un appello per «far battere» Marine Le Pen alle elezioni, vinte poi da Emmanuel Macron. Nel giugno dello scorso anno, in un seminario coorganizzato da Science Po e dall’Università di Nanterre, una ricercatrice aveva affermato che «le abitudini alimentari sono modellate dalle norme delle classi medie superiori bianche». Inoltre aveva aggiunto che la «bianchezza alimentare» contribuirebbe a «rafforzare la bianchezza come idea razziale dominante». Sempre nel 2021, a febbraio, Le Figaro Étudiant forniva la prova del fatto che alcuni studenti di Science Po fossero incitati - con la promessa di voti più alti - a utilizzare la scrittura inclusiva in un esame. Nell’agosto del 2020, sugli account social di Science Po era stata pubblicata una lista, molto orientata, di libri dedicati a temi quali il «privilegio bianco». Un po’ più di un anno prima, nell’aprile del 2019, il collettivo studentesco Science Po en lutte (Science Po in lotta, ndr) aveva cercato di impedire al filosofo e scrittore Alain Finkielkraut di intervenire a un dibattito.
Ma nonostante tutti questi episodi di intolleranza verso tutto ciò che non piace alle minoranze woke e Lgbt, nell’immaginario collettivo di molte forze politiche europee di sinistra, Science Po Parigi rimane una sorta di Paradiso terrestre. La gauche italiana non fa eccezione. Tra l’altro alcuni esponenti della sinistra del Bel Paese hanno lavorato, o lavorano, per l’istituto parigino. Tra il 2015 e il 2021, l’ex premier e attuale segretario del Partito democratico Enrico Letta è stato decano della Scuola di Affari Internazionali (Psia) di Science Po Parigi. Dal 2017, anche l’ex deputata Pd Alessia Mosca lavora per la stessa università come professoressa aggiunta.
Ma i legami tra Science Po e l’Italia non si fermano qui. Lo scorso 23 novembre, l’ambasciata francese a Roma ha ospitato l’evento conclusivo della quinta edizione dei «Dialoghi italo-francesi per l’Europa», un iniziativa patrocinata anche dall’ambasciata italiana a Parigi. In un comunicato diffuso dalla nostra sede diplomatica in Francia si poteva leggere che «i Dialoghi sono un’iniziativa lanciata nel 2018 dalle Università Sciences Po di Parigi e Luiss Guido Carli di Roma, in collaborazione con The European House - Ambrosetti». Il titolo dell’iniziativa di novembre era: «Il Trattato del Quirinale e il suo impegno nei confronti delle giovani generazioni». In Italia, forse, non è ancora completamente chiaro se quel trattato sia utile o meno al nostro Paese. Invece, a giudicare dai toni del comunicato, pare che a Science Po abbiano le idee più chiare.
Anarchici dietro l’attentato a Schlein
Quello che gli inquirenti italiani avevano subito pensato, si è puntualmente verificato: gli anarchici greci hanno rivendicato l’attacco del 2 dicembre scorso contro due auto dell’ambasciata italiana ad Atene, quando ignoti hanno incendiato un’automobile del primo consigliere della rappresentanza diplomatica italiana, Susanna Schlein, mentre vicino a una seconda auto di proprietà della diplomatica era stata rinvenuta una bottiglia molotov con la miccia semi-consumata.
L’attacco è stato rivendicato da un gruppo che si è autodefinito «Carlo Giuliani revenge nuclei» che, in un testo pubblicato su un sito web e ripreso dal quotidiano greco Kathimerini, scrive: «Sostegno a un anarchico italiano in carcere in sciopero della fame da ottobre. Compagno, non importa quanto si sforzino di seppellirti, non ti dimenticheremo mai». Il gruppo anarchico greco, che prende il nome dall’attivista italiano morto durante gli scontri al G8 di Genova nel 2001, fa evidente riferimento alla vicenda di Alfredo Cospito, in carcere in regime di 41 bis e detenuto da oltre 10 anni nel carcere di Bancali a Sassari, che nel 2014 è stato condannato a 10 anni e 8 mesi per la gambizzazione avvenuta nel 2012 dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi, che venne rivendicato dalla sigla Nucleo Olga Fai-Fri (Federazione anarchica informale-Fronte rivoluzionario internazionale). Cospito è considerato l’ideologo del Fai-Fri, di fatto una galassia di cellule anarchico-insurrezionaliste dai confini internazionali, al pari di Anna Beniamino, sua compagna di vita e di lotta, ed è anche accusato di aver piazzato due ordigni a basso potenziale nei pressi della Scuola allievi carabinieri di Fossano, in provincia di Cuneo, nella notte tra il 2 e il 3 giugno del 2006.
L’esplosione dei due ordigni, fortunatamente, non causò vittime. Per tornare alla vicenda di Susanna Schlein, sorella dell’esponente del Partito democratico Elly Schlein, durante l’udienza di lunedì scorso davanti la Corte d’Assise d’appello di Torino, dove erano presenti gli imputati Cospito e Beniamino, i loro sostenitori hanno gridato più volte una serie di slogan come «Fuori Alfredo dal 41 bis» oppure «Chi va col nucleare impari a zoppicare», un beffardo riferimento all’attentato compiuto da Cospito nei confronti di Roberto Adinolfi. Ma quello che non è sfuggito ai funzionari della Digos è stato quel «Susy Schlein impara a parcheggiare», uno slogan gridato più volte, scandendo bene le parole in modo da far arrivare in maniera chiara il messaggio che, a causa della confusione del momento, era sfuggito alla maggior parte dei presenti che avevano ascoltato Alfredo Cospito e Anna Beniamino che avevano reso spontanee dichiarazioni sul 41 bis, sull’ergastolo ostativo e sull’anarchia.
In merito ai possibili legami tra l’attacco alle auto della Schlein e la vicenda di Cospito, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva dichiarato: «Questo spetta agli inquirenti greci, sembrerebbe che ce ne sia qualche possibile ragione. Le modalità di tempo e di esecuzione lascerebbero presupporre sicuramente questo».
Come valutare quanto gridato dai sostenitori dei due terroristi anarchici? Certamente il legame tra i gruppi anarchici italiani e quelli greci c’è, i segnali erano chiari anche dopo le scritte sui muri dell’ambasciata italiana in Grecia contro la reclusione in regime 41 bis di Alfredo Cospito che adesso, per protesta, sta portando avanti lo sciopero della fame. Ora il timore è che nella galassia degli anarchici monti la voglia di azioni dimostrative anche nel nostro Paese.
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A Science Po Parigi, una delle fucine delle élite francesi dove insegnava Enrico Letta, una docente di danza è stata cacciata perché contro le nuove categorie «leader» e «follower». In ateneo pure il darwinismo è tabù.L’auto bruciata a Susanna Schlein, sorella della candidata alla segreteria Pd, rivendicata dal gruppo greco intitolato a Carlo Giuliani. Legato a quello italiano di Alfredo Cospito.Lo speciale contiene due articoli.Science Po Parigi sembra essere sempre più soggiogata dall’ideologia woke-Lgbt. La prestigiosa università francese ha recentemente espulso una professoressa che ha «osato» chiamare gli uomini, uomini e le donne, donne. La genesi della vicenda che ha coinvolto Valérie, un’insegnante di danza di sala, risale al rientro dalla pausa estiva ma la stampa transalpina ne ha dato notizia solo ora. Come ha spiegato l’insegnante al sito Boulevard Voltaire, alla ripresa dei corsi aveva notato che le categorie «uomo» e «donna» erano state sostituite da «leader» e «follower».La cosa avrebbe potuto far sorridere, anche perché in Francia si fa di tutto per evitare di usare termini anglofoni ma, evidentemente, di fronte alle pretese Lgbt si possono fare delle eccezioni. E pazienza se, sostituendo i termini uomo e donna con «leader» e «follower», siano state sottolineate ancora di più i ruoli di maschi e femmine. Forse i guerrieri Lgbt non si sono resi conto di aver ottenuto un risultato agli antipodi del loro credo.Noncurante della scelta lessicale fatta da Science Po, Valérie ha continuato a definire i suoi allievi ballerini come uomini o donne. Ma alcuni studenti hanno storto il naso e hanno denunciato «delle affermazioni sessiste, degradanti, discriminatorie, razziste» venute dalla professoressa di danza. Secondo una testimone anonima - citata dal quotidiano Le Parisien - «alcuni studenti hanno denunciato il sessismo di Valérie, la considerano old school. Si sono sentiti a disagio». Non è chiaro da cosa nasca questo disagio, se da una reale offesa oppure da una percezione estremamente personale della realtà. In ogni caso a Science Po non sono andati per il sottile e, dopo averla invitata a cambiare atteggiamento, hanno licenziato l’insegnante di danza.Non è la prima volta che Science Po, nota per essere una delle fucine delle élite francesi, si genuflette alle ideologie woke, lgbt o alla Cancel culture. Negli ultimi anni la stampa transalpina ha dato notizia di varie sbandate ideologiche dell’istituto parigino o di alcuni suoi studenti.Ad esempio, lo scorso luglio, il ricercatore Leonardo Orlando ha denunciato di essere stato «censurato da Science Po». Questo perché avrebbe dovuto animare, insieme alla giornalista del settimanale Le Point, Peggy Sastre, un corso dal titolo «Biologia, evoluzione e genere» legato alla teoria dell’evoluzione di Charles Darwin. Secondo il ricercatore, questa teoria «è diventata un tabù». Tra i due turni delle ultime presidenziali francesi - svoltesi la scorsa primavera - il Consiglio di Science Po Parigi aveva lanciato un appello per «far battere» Marine Le Pen alle elezioni, vinte poi da Emmanuel Macron. Nel giugno dello scorso anno, in un seminario coorganizzato da Science Po e dall’Università di Nanterre, una ricercatrice aveva affermato che «le abitudini alimentari sono modellate dalle norme delle classi medie superiori bianche». Inoltre aveva aggiunto che la «bianchezza alimentare» contribuirebbe a «rafforzare la bianchezza come idea razziale dominante». Sempre nel 2021, a febbraio, Le Figaro Étudiant forniva la prova del fatto che alcuni studenti di Science Po fossero incitati - con la promessa di voti più alti - a utilizzare la scrittura inclusiva in un esame. Nell’agosto del 2020, sugli account social di Science Po era stata pubblicata una lista, molto orientata, di libri dedicati a temi quali il «privilegio bianco». Un po’ più di un anno prima, nell’aprile del 2019, il collettivo studentesco Science Po en lutte (Science Po in lotta, ndr) aveva cercato di impedire al filosofo e scrittore Alain Finkielkraut di intervenire a un dibattito.Ma nonostante tutti questi episodi di intolleranza verso tutto ciò che non piace alle minoranze woke e Lgbt, nell’immaginario collettivo di molte forze politiche europee di sinistra, Science Po Parigi rimane una sorta di Paradiso terrestre. La gauche italiana non fa eccezione. Tra l’altro alcuni esponenti della sinistra del Bel Paese hanno lavorato, o lavorano, per l’istituto parigino. Tra il 2015 e il 2021, l’ex premier e attuale segretario del Partito democratico Enrico Letta è stato decano della Scuola di Affari Internazionali (Psia) di Science Po Parigi. Dal 2017, anche l’ex deputata Pd Alessia Mosca lavora per la stessa università come professoressa aggiunta.Ma i legami tra Science Po e l’Italia non si fermano qui. Lo scorso 23 novembre, l’ambasciata francese a Roma ha ospitato l’evento conclusivo della quinta edizione dei «Dialoghi italo-francesi per l’Europa», un iniziativa patrocinata anche dall’ambasciata italiana a Parigi. In un comunicato diffuso dalla nostra sede diplomatica in Francia si poteva leggere che «i Dialoghi sono un’iniziativa lanciata nel 2018 dalle Università Sciences Po di Parigi e Luiss Guido Carli di Roma, in collaborazione con The European House - Ambrosetti». Il titolo dell’iniziativa di novembre era: «Il Trattato del Quirinale e il suo impegno nei confronti delle giovani generazioni». In Italia, forse, non è ancora completamente chiaro se quel trattato sia utile o meno al nostro Paese. Invece, a giudicare dai toni del comunicato, pare che a Science Po abbiano le idee più chiare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/iprof-licenziata-proteste-lgbt-2658903899.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anarchici-dietro-lattentato-a-schlein" data-post-id="2658903899" data-published-at="1670559861" data-use-pagination="False"> Anarchici dietro l’attentato a Schlein Quello che gli inquirenti italiani avevano subito pensato, si è puntualmente verificato: gli anarchici greci hanno rivendicato l’attacco del 2 dicembre scorso contro due auto dell’ambasciata italiana ad Atene, quando ignoti hanno incendiato un’automobile del primo consigliere della rappresentanza diplomatica italiana, Susanna Schlein, mentre vicino a una seconda auto di proprietà della diplomatica era stata rinvenuta una bottiglia molotov con la miccia semi-consumata. L’attacco è stato rivendicato da un gruppo che si è autodefinito «Carlo Giuliani revenge nuclei» che, in un testo pubblicato su un sito web e ripreso dal quotidiano greco Kathimerini, scrive: «Sostegno a un anarchico italiano in carcere in sciopero della fame da ottobre. Compagno, non importa quanto si sforzino di seppellirti, non ti dimenticheremo mai». Il gruppo anarchico greco, che prende il nome dall’attivista italiano morto durante gli scontri al G8 di Genova nel 2001, fa evidente riferimento alla vicenda di Alfredo Cospito, in carcere in regime di 41 bis e detenuto da oltre 10 anni nel carcere di Bancali a Sassari, che nel 2014 è stato condannato a 10 anni e 8 mesi per la gambizzazione avvenuta nel 2012 dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi, che venne rivendicato dalla sigla Nucleo Olga Fai-Fri (Federazione anarchica informale-Fronte rivoluzionario internazionale). Cospito è considerato l’ideologo del Fai-Fri, di fatto una galassia di cellule anarchico-insurrezionaliste dai confini internazionali, al pari di Anna Beniamino, sua compagna di vita e di lotta, ed è anche accusato di aver piazzato due ordigni a basso potenziale nei pressi della Scuola allievi carabinieri di Fossano, in provincia di Cuneo, nella notte tra il 2 e il 3 giugno del 2006. L’esplosione dei due ordigni, fortunatamente, non causò vittime. Per tornare alla vicenda di Susanna Schlein, sorella dell’esponente del Partito democratico Elly Schlein, durante l’udienza di lunedì scorso davanti la Corte d’Assise d’appello di Torino, dove erano presenti gli imputati Cospito e Beniamino, i loro sostenitori hanno gridato più volte una serie di slogan come «Fuori Alfredo dal 41 bis» oppure «Chi va col nucleare impari a zoppicare», un beffardo riferimento all’attentato compiuto da Cospito nei confronti di Roberto Adinolfi. Ma quello che non è sfuggito ai funzionari della Digos è stato quel «Susy Schlein impara a parcheggiare», uno slogan gridato più volte, scandendo bene le parole in modo da far arrivare in maniera chiara il messaggio che, a causa della confusione del momento, era sfuggito alla maggior parte dei presenti che avevano ascoltato Alfredo Cospito e Anna Beniamino che avevano reso spontanee dichiarazioni sul 41 bis, sull’ergastolo ostativo e sull’anarchia. In merito ai possibili legami tra l’attacco alle auto della Schlein e la vicenda di Cospito, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva dichiarato: «Questo spetta agli inquirenti greci, sembrerebbe che ce ne sia qualche possibile ragione. Le modalità di tempo e di esecuzione lascerebbero presupporre sicuramente questo». Come valutare quanto gridato dai sostenitori dei due terroristi anarchici? Certamente il legame tra i gruppi anarchici italiani e quelli greci c’è, i segnali erano chiari anche dopo le scritte sui muri dell’ambasciata italiana in Grecia contro la reclusione in regime 41 bis di Alfredo Cospito che adesso, per protesta, sta portando avanti lo sciopero della fame. Ora il timore è che nella galassia degli anarchici monti la voglia di azioni dimostrative anche nel nostro Paese.
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
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Ecco #DimmiLaVerità del 21 maggio 2026. Con il nostro Alessandro Rico commentiamo l'ennesima follia della burocrazia europea.