Sia come docente di economia sia come attore nel settore degli investimenti finanziari/industriali ho relazioni continue con investitori e valutatori esteri che osservano l’Italia sul piano del rischio/opportunità/affidabilità.
Dopo la vittoria del No al referendum sono stato quasi sommerso da domande da parte dei colleghi stranieri, sintetizzabili in una: vincerà la sinistra le elezioni politiche del 2027? Ho promesso una mia stima probabilistica tra qualche settimana per due motivi: avere dati sulla reazione del governo e delle forze politiche di centrodestra di fronte a questo rischio e, soprattutto, sull’impatto e contenimento dell’eventuale crisi inflazionistica/recessiva dovuta al blocco dei transiti nello stretto di Hormuz.
Sto studiando, ma qui ritengo rilevante riportare lo scenario what if (cosa succede se) che è oggetto di studio da parte di alcuni rilevanti colleghi esteri sull’Italia, con enfasi sull’opportunità o meno di investimenti in Italia. Devo sottolineare che la missione valutativa di questi colleghi non è ideologica, ma finalizzata ad individuare in quali nazioni è remunerativo e ragionevolmente sicuro fare investimenti industriali diretti (partecipazioni) o indiretti (azioni quotate) oppure di obbligazioni statali e private.
Fino a prima del referendum la maggior parte delle valutazioni era molto positiva: l’Italia a conduzione Meloni è un business. Per onestà, con punto interrogativo dovuto all’imposizione di una extratassa motivata da extraprofitto sui soggetti bancari e dintorni, annotato (con orrore) come segnale di degenerazione populista. Un meno, ma superato dalle valutazioni positive delle agenzie di rating che hanno aumentato il punteggio di affidabilità finanziaria dell’Italia nel 2025 anche con conseguenze di riduzione del differenziale tra titoli di debito italiani e tedeschi: il governo di centrodestra ha messo in priorità l’equilibrio del bilancio statale e ciò è una condizione essenziale per attrarre investimenti esteri. In verità c’era un altro meno: un eccesso di fiducia da parte del governo di centrodestra sull’effetto stimolativo della spesa e mano pubbliche mentre l’economia tecnica ritiene più produttiva la detassazione, nonché investimenti mirati e non dispersi, come volano di crescita.
Tuttavia, la considerazione di un miglioramento gestionale del sistema economico italiano in relazione a quella disastrosa dei governi di sinistra precedenti ha reso meno importante questo criterio teoretico. L’aumento dell’occupazione, poi, ha corroborato segnali di fiducia sull’Italia. In sintesi, la gestione del governo Meloni è stata valutata dagli analisti esteri un passo importante per invertire il declino economico dell’Italia. In particolare è stato giudicato molto bene l’attivismo in politica estera con conseguenze stimolative per l’export: partenariati strategici bilaterali a raggio globale, postura convergente con la Commissione europea per estendere i trattati doganali a zero o quasi dazi, piano Mattei per l’Africa con azione di avanguardia, ecc.
Dopo il referendum c’è il timore che la sinistra si compatti dando una forza maggiore ai partiti divergenti dalle condizioni di sviluppo economico come i pentastellati e l’estrema sinistra sulla sinistra più moderata e pragmatica. Per inciso, nella maggior parte delle democrazie sono osservabili quattro formazioni: destra e sinistra centriste/moderate ed estreme. Dove l’azione governativa più compatibile con un modello economico razionale, in questa fase storica, è quella centrista combinata con programmi futurizzanti.
In Italia, diversamente da altre nazioni, la destra si è configurata in modo compatibile con un’economia razionale e di sviluppo, nonché con un nazionalismo aperto e collaborativo (moltiplicatore di forza commerciale) e non con uno chiuso mentre la sinistra compatibile con l’economia tecnica è minoritaria nei confronti di quella che non lo è sia per una conduzione inadeguata tecnicamente della prima sia per la postura irrazionale del movimento pentastellato. Bisogna valutare che in molte democrazie è visibile un processo di impoverimento della classe media. Ma la giusta soluzione a questo problema è un «welfare di investimento» che sostituisca gradualmente quello «redistributivo/assistenziale» con la missione di dare più mobilità cognitiva e valore di mercato agli individui, in particolare in un’epoca di rivoluzione tecnologica discontinua.
La sinistra italiana – spiace annotarlo - non è né sarà a breve in grado di produrre innovazioni produttive e competitive. In tal senso comprendo la valutazione di rischio politico da parte degli analisti stranieri detti sopra che valutano di abbandonare l’Italia sul piano degli investimenti nel caso aumenti la probabilità di vittoria delle sinistre. Nei loro scenari, infatti, la sinistra potrà essere maggioritaria solo se sinistra moderata e populisti estremi si compatteranno in coalizione. L’eccitazione dell’esito referendario alza il rischio che tale compattazione avvenga senza una convergenza tecnica che permetta alla sinistra di governare senza eccessi di divergenza dalla razionalità economica e dal requisito dell’equilibrio della finanza pubblica. Per tale motivo, appunto, chiedono quale capacità abbia il centrodestra di riconquistare un consenso maggioritario. Il tema non è ideologico, ma concreto perché riguarda miliardi di investimenti esteri, una posizione forte e non debole nell’Ue e l’inversione del declino attraverso una strategia di Italia globale che la sinistra né propone né è in grado di attuare. Darò le mie idee, ma sono più importanti soluzioni rapide da parte del centrodestra per invertire una profezia di sconfitta con impatto negativo anticipato sugli interessi economici dell’Italia.





