Tragedia in bianco e nero per la Signora. Lo racconta la penultima giornata di campionato, mutuando i colori sociali della più blasonata squadra sabauda, protagonista di una prestazione incolore in casa contro la Fiorentina: ha perso 2-0. Sesti in classifica, i ragazzi di Spalletti vedono l’obiettivo Champions lontanissimo. Sorride il Napoli di Conte: il 3-0 sul Pisa lo consegna aritmeticamente alla massima competizione europea. Il derby capitolino elegge Mancini eroe di giornata e celebra i giallorossi vittoriosi per 2-0. Con 70 punti, la Roma è appaiata al quarto posto assieme al Milan, terzo. Gli uomini di Allegri espugnano lo stadio Marassi, 2-1 sul Genoa, e come i romanisti accarezzano il traguardo Champions. Ma il miracolo è del Como, vincente in casa con il Parma e positivo contraltare della Juventus: come gli juventini, i lariani sono già in Europa League, ma per loro è un traguardo storico, e all’ultima giornata possono ancora puntare alla gloria continentale più alta. Ma si diceva della Juve. Il disastro comincia al minuto 34, quando Di Gregorio si fa infilare dal viola Ndour, bravo a capitalizzare l’imbeccata di Solomon. Al settantesimo Dusan Vlahovic segna, ma è in fuorigioco. Fino a quando Mandragora non compie un capolavoro balistico, piazza la sfera all’incrocio e raddoppia. Le speranze al lumicino di Spalletti di andare in Champions sono appese al derby col Torino e ai risultati delle concorrenti. Intanto su Napoli il cielo si rasserena. Il Pisa era già retrocesso, la pratica non era difficile. Già nel primo tempo, un destro preciso di McTominay e un gol di Rahnani decretano un doppio vantaggio. C’è tempo per il terzo gol allo scadere: lo realizza Hojlund. I partenopei centrano la Champions per la quarta volta nelle ultime cinque stagioni. Nel derby romano, i lupacchiotti di Gasperini celebrano un Gianluca Mancini in stato di grazia, realizzatore nei minuti 40 e 66. Nel primo tempo, la Lazio si mangia le mani. Un gol di Dia è annullato per fuorigioco e Gila con una sortita mette paura a Svilar. È la cinquantesima partita del portiere romanista senza subire reti. La Roma vince e, se si impone in settimana col Verona, torna a disputare l’ex Coppa Campioni. Stesso traguardo alla portata del Milan in versione «Ghostbuster», cacciatore dei fantasmi che infestano Milanello da troppo tempo e vincitore in casa del Genoa di Daniele De Rossi, romanista purosangue impegnato indirettamente a dare una mano al club in cui è cresciuto, ma senza successo. Il Diavolo segna al cinquantunesimo grazie a un retropassaggio tragicomico di Baldanzi. Nkunku è appostato, Bijlow lo abbatte e dal dischetto realizza lo stesso francese. Al minuto 81 raddoppia Athekame, e però c’è ancora tempo per il gol della bandiera di Vasquez. Quel ramo del lago di Como opposto alla sponda lecchese può sognare in grande. La compagine di Fabregas, dopo i pali colpiti da Baturina e Douvikas, sblocca la sfida col Parma al minuto 58, sfruttando un sinistro di Alberto Moreno. Gli emiliani pareggiano con Pellegrino, ma la posizione è irregolare. Già qualificati in Europa League, la trasferta contro la Cremonese stabilirà quale livello europeo competerà ai comaschi. Nel pomeriggio di ieri, il pareggio per 1-1 tra Inter e Hellas Verona ha scandito la festa del ventunesimo scudetto dei nerazzurri. Apre le marcature l’autorete di Edmundsson, chiude i conti lo scozzese Bowie, un cognome glamour che non stona nella musicalità dei festeggiamenti di San Siro. In classifica, l’Inter è prima con 86 punti, segue il Napoli con 73, Milan e Roma appaiate a 70, Como e Juventus a 68, Atalanta a 58. La Dea è qualificata per la Conference League. Nell’ultima disfida della stagione, toccherà a Milan, Roma, Como e Juve lo sprint finale per capire come collocarsi in Italia e in Europa.
Lo squalo tigre ha un nome, Marcus Thuram. Nella vasca da bagno dello stadio Olimpico il francese azzanna alla giugulare la Roma quando è in vantaggio e sta giocando meglio, tiene in piedi un’Inter per la prima volta sull’orlo dell’abisso, dà il via alla rimonta che porta la capolista a più sette in classifica sulla Juventus. E a dare l’impressione di avere disinnescato una trappola letale.
Roma-Inter finisce 2-4, con le squadre stremate dopo una battaglia spettacolare e cattiva, con un’altalena di punteggio che esalta il campionato troppo spesso depresso dai «corti musi» e da chi li ha inventati. Onore all’Inter che non muore mai, onore alla Roma che dopo un mese di Daniele De Rossi alla guida sembra una fuoriserie. Con Josè Mourinho era un camion, all’andata in 95 minuti non aveva fatto un tiro in porta, qui sette. Unico giocatore svanito e svampito, reduce da un’altra era geologica, sembra sempre Romelu Lukaku, il grande paracarro.
Sotto il diluvio, in uno stadio Olimpico fremente, va in scena anche la sfida fra i club più indebitati d’Italia: Roma 448 milioni di rosso, Inter 437, anche se John Elkann è pronto a staccare un assegno di 900 milioni (terzo rifinanziamento consecutivo in quattro anni) per la Juventus. Ma Exor può permetterselo. Al fischio d’inizio dell’arbitro Marco Guida, De Rossi mostra la barba e la grinta di Leonida alle Termopili. Sin qui non ha sbagliato una mossa: 9 punti in 3 partite, 8 gol fatti e solo 2 subiti. Finora ha un passo da scudetto e può seriamente ribaltare una stagione nata male sotto l’imperatore Mourinho in palese declino. Gli obiettivi sono due: tenere dietro la Lazio e fare la corsa sull’Atalanta per il quarto posto in Champions.
Si intuisce subito che sarà una sfida vera, senza tatticismi, perché i gladiatori di Trastevere non hanno nessuna intenzione di lasciar fare all’Inter il suo gioco euclideo, peraltro frenato dal terreno fradicio che trasforma il palleggio insistito in un ruminare calcio di stile breriano. I giallorossi aggrediscono e già nei primi dieci minuti ribaltano il cliché classico: è Yann Sommer a dover deviare con i guantoni sulla traversa una conclusione di Stephan El Shaarawy, destinato a trasformarsi in un giustiziere mancato. La Roma sta bene, ha gamba e facilità di pensiero, sembra l’Inter.
In partite come questa è sempre decisivo il centrocampo. E allora va subito sottolineato come Lorenzo Pellegrini (strepitoso nel primo tempo), Leandro Paredes, lo stesso Paulo Dybala siano giocatori rinati. Si muovono con sapienza e potenza, liberati dai fantasmi in testa e dalle scimmie sulle spalle, pesi insopportabili che nell’era Mou impedivano loro di giocare semplice, verticale, senza paura di sbagliare. Senza paura di finire inceneriti dalle occhiatacce di compatimento del guru portoghese.
L’Inter sembra mogia, inzacchererata nell’anima. Hakan Calhanoglu è in lotta con un pomeriggio sbagliato, Henrikh Mkitaryan si muove con i reumatismi addosso, Nicolò Barella spinge senza incidere, Lautaro Martinez non pervenuto. Ma alla prima pallagol (17’) è la capolista a passare con Francesco Acerbi su azione da corner. Su rinvio di Lukaku, l’ex laziale (gastrite giallorossa) di testa manda in rete. L’arbitro Guida viene richiamato dal Var per un possibile contatto di Thuram con Rui Patricio, ma nel calcio dei padri, dei nonni e anche dei bisnonni è tutto regolare.
Un lampo, potrebbe essere quello decisivo se di fronte non ci fossero 11 guerrieri. La Roma riparte senza paura e in un quarto d’ora la ribalta con merito. Al 28’ una punizione sciabolata da Pellegrini viene inzuccata con ferocia da Gianluca Mancini. Gran gol, con il difensore tenuto in gioco da Acerbi. Al 44’ El Shaarawy merita il premio ciabatta d’oro: conclude con un «traversa-palo-gol» un contropiede perfetto orchestrato ancora una volta dal terribile Pellegrini. Inter tramortita, al riposo fra incertezze e dolori. E l’ombra della Juventus addosso.
Il tè caldo però funziona e al rientro i nerazzurri tornano in vantaggio con due morsi dello squalo Thuram. La Roma sembra appagata e sbaglia a pensare di avere domato la partita con quel primo tempo da cineteca. Al 48’ il francese insacca su cross di Matteo Darmian, sette minuti dopo (azione allo specchio) costringe Angelino a deviare nella sua porta un cross al millimetro di Mkhitaryan. Adesso è un’Inter con una marcia in più e il motivo è semplice: quest’ultimo ha deciso di far vedere ai suoi ex tifosi che è sempre «l’armeno che corre come un treno». I nerazzurri potrebbero dilagare se Rui Patricio e il palo non ribattessero un tiro al volo di Benjamin Pavard da 20 metri.
Dopo un’ora e la solita roulette dei cambi, la partita diventa una battaglia stanca. La Roma non ne ha più, i nerazzurri pasticciano ma tengono il pallino. Gattone Sommer toglie la palla del pareggio dai piedi di cemento di Lukaku. E in un perfetto contropiede lanciato da Marko Arnautovic, Alessandro Bastoni (incredibile, ne ha ancora) chiude il conto del sabato romano.
Alla fine piove sul mondo, piove sul campionato. Ma l’Inter, dopo aver rischiato di annegare, si asciuga a più sette. Meglio di un cognac col camino acceso.
Come diceva il romano e romanista Antonello Venditti? Certi amori non finiscono, fanno giri immensi e poi ritornano. La frase ben si attaglia alla vita di José Mourinho, indimenticato totem in casa nerazzurra, capace di compiere quell’impresa, eroica e assistita dalla buona sorte, del Triplete, dando lustro all’era Moratti. Ieri Mourinho tornava da avversario nello stadio che lo aveva celebrato come eroe, guidando proprio la compagine giallorossa. E mettendo in saccoccia un 3-1 tonitruante, che sigilla le ambizioni scudetto dell’Inter allenata da Simone Inzaghi e certifica una stagione non proprio idilliaca per i capitolini.
I padroni di casa si affidavano in attacco alla coppia formata da Lautaro Martinez ed Edin Dzeko. Difesa a tre con l’innesto di Federico Dimarco al posto di Alessandro Bastoni, Arturo Vidal fuori dai giochi per un problema a una caviglia. Lo Special One rispondeva impostando una formazione quadrata, con Lorenzo Pellegrini e Stephan El Shaarawy alle spalle della punta inglese Tammy Abraham, mentre in difesa Roger Ibanez veniva preferito a Marash Kumbulla. Indisponibili Nicolò Zaniolo e Bryan Cristante, in panchina Jordan Veretout e Felix. L’Inter era rimasta imbattuta nelle ultime nove sfide con la Roma in Serie A, forte di tre vittorie e sei pareggi, e anche ieri ha dimostrato di reggere al meglio l’insidia.
L’inizio è martellante. Hakan Chalanoglu pesca un corridoio libero sulla trequarti e fa partire un bolide dalla lunga distanza, sul quale Rui Patricio si avventa scaldandosi i guanti. La Roma risponde puntuale, grazie a una punizione tirata con intensità e tensione da Pellegrini. Sullo sviluppo dell’azione, Gianluca Mancini vince un duello con Stefan De Vrij e sfiora l’incrocio dei pali. Ma è al minuto 30 che la situazione si sblocca. Chalanoglu ispira in verticale, sul filo del fuorigioco scatta il terzino olandese Denzel Dumfries, Nicola Zalewski se lo lascia sfuggire e il portiere portoghese dei romanisti è trafitto: 1-0. Mancini della Roma si becca un cartellino giallo e dieci minuti dopo i nerazzurri raddoppiano. Ivan Perisic è in giornata, usa con cognizione di causa i piedi e imbecca Marcelo Brozovic, capace di smarcarsi nello spazio stretto e di calciare con potenza in direzione dell’incrocio:
2-0, nulla da fare per Rui Patricio. Pochi minuti doppo, ancora i ragazzi di Inzaghi suonano la carica. Dimarco serve un assist in area, Dumfries si lancia di testa anticipando il suo diretto marcatore e manca di poco la doppietta. Il primo tempo vede un’Inter nettamente superiore, in grado di sviluppare un gioco brillante in verticale, sfruttando incursioni rapide, con Brozovic che dispensa qualità, ben assistito dai compagni che non lasciano margini di replica agli avversari. Nella ripresa, la sinfonia è analoga. Al cinquantaduesimo, il turco Chalanoglu batte un calcio d’angolo con precisione certosina, Lautaro Martinez è bravo a divincolarsi dal controllo del difensore, stancando, a infilare, su Rui Patricio. Inizia la girandola di sostituzioni. Nell’Inter entra Bastoni per Dimarco, Joaquín Correa per Dzeko, poi Roberto Gagliardini per Brozovic. Nella Roma, Carles Perez per El Shaarawy e Veretout per Pellegrini. La compagine di Mourinho rischia ancora. Retropassaggio da suicidio di Rick Karsdorp verso Rui Patricio, Correa è in agguato, pronto a rifilare una zampata felina e il rischio di un altro gol è concreto. A un quarto d’ora dalla fine, Simone Inzaghi manda nella mischia Alexis Sanchez per Lautaro, mentre il tecnico portoghese prova a sparigliare le carte inserendo Eldor Shomurodov per Abraham, in verità poco mobile e male assistito, oltre a Edoardo Bove per Sergio Oliveira. A quel punto, giunge lo scatto d’orgoglio giallorosso: il nuovo entrato Shomurodov serve un assist ben calibrato, l’armeno Henrikh Mkhitaryan approfitta di un velo di Karsdorp in area e colpisce il pallone con la giusta dose di veemenza. L’estremo difensore Samir Handanovic, fino a quel momento poco impegnato, non può opporsi, la Roma accorcia le distanze e si piazza sul 3 a 1. Nei minuti finali, altri brividi per l’Inter: Sanchez si produce un passaggio scriteriato nella propria area, ancora Mkhitaryan tira verso la porta, ma la palla è deviata. Pochi altri sussulti, squadre negli spogliatoi, e un risultato capace di cementare le prospettive di scudetto della compagine allenata da Inzaghi, da oggi di nuovo in vetta alla classifica. Chalanoglu è giunto al decimo assist in campionato e sta dimostrando di macinare calcio finalizzato, mentre Brozovic è un motorino imprescindibile, l’attacco sa concretizzare le occasioni create. «La vittoria col Milan ci ha dato tantissima convizione, ci ha regalto un’altra finale. Non ci siamo mai persi, abbiamo raccolto meno di quanto avfremmo ppotuto in un certo periodo, ora siamo pronti a finire ne miglore dei modi. Sappiamo che manca un mese al traguardo e disputeremo molti matcjh a distanza ravvicinata. Siamo pronti», aveva commentato poco prima della partita il tecnico nerazzuro, rinvigorendo la schiera degli ottimisti. Sul versante capitolino, Mou non ha seputo garatinre il tocco magico da Special One, pur imbastendo una formaizone coesa, coerente, con tempi collaudati e una identità precisa. Ma per la quarta volta nella sua storia, la Roma perde tutte sei le partite di campionato contro dirette rivali come Inter, Milan e Juve, e non accadeva dal 1989.
«Loading». Ormai britannico nei messaggi su Twitter, fin dalla mattina Antonio Conte stava scaricando il programma scudetto. Lo ha vinto sul divano dopo avere fatto il proprio dovere. Lo ha riportato all'Inter approfittando del pareggio dell'Atalanta, 19º titolo della storia arrivato dopo una cavalcata napoleonica e 11 anni di sofferenza, pane nero dal Triplete, cure dimagranti per arrivare qui dove il pallone rotola leggero dal Monte Stella verso San Siro.
Un trionfo meritato, che arriva con quattro partite di anticipo a segnare un dominio statistico e pure sportivo, quello che per nove anni aveva caratterizzato l'impero sabaudo della Juventus. E per ritrovare il filo rosso del successo l'Inter ha avuto bisogno di due formidabili acquisti juventini. Beppe Marotta e Antonio Conte, additati al loro arrivo come «quinte colonne per distruggere quel che rimane» del vascello, in due stagioni gli hanno dato l'aspetto di una corazzata. Hanno portato legge e ordine, hanno spazzato via il pregiudizio autolesionistico di un club capace di farsi male da solo.
Lo scudetto dell'Inter si concretizza non a caso nel weekend del Primo Maggio: è quello della fatica e del lavoro perché Conte non ammette altro. Per questo ha salutato con silente felicità l'allontanamento di Maurito Icardi e della moglie Wanda, troppo da circo Medrano per i suoi gusti. Per questo ha plasmato la squadra attorno a faticatori di talento come Nicolò Barella, Marcelo Brozovic, Milan Skriniar, Lautaro Martinez. Per questo ha voluto un centravanti carroarmato come Romelu Lukaku, da radiocomandare per sfondare le difese. Ma non basta.
Oltre le gastriti e i fantasmi di una tifoseria tafazziana, questo scudetto porta con sé la voglia di rivalsa e quel «rumore dei nemici» che unisce Conte a Josè Mourinho. Un collante strano e formidabile, capace di cementare lo spogliatoio, di creare una bolla con la squadra dentro e il mondo fuori, di far dimenticare a professionisti viziati che lo stipendio non arriva da mesi. Un capolavoro. Da sempre l'Inter ha bisogno di sergenti di ferro. Nel laboratorio della Pinetina, Conte ha messo tutti in quarantena e nelle ultime 15 partite ha perso quattro punti (due pareggi, a Napoli e La Spezia). Per il resto solo vittorie.
Questo è lo scudetto di Lukaku, che arrivò dal Manchester United accompagnato dal soprannome di «panterone moscione» (praticamente tacciato di broccaggine) e ha saputo diventare letale davanti a chiunque, anche al naso spigoloso di Zlatan Ibrahimovic. È lo scudetto di Lautaro (22 anni), talento argentino sbocciato in fretta, con quel nome che evoca sonate settecentesche da Solisti Veneti. È lo scudetto multicult della locomotiva Ashraf Hakimi, arrivato via Madrid. Una beffa e una rivincita; Florentino Perez ha restituito con 25 anni di ritardo il favore fatto da Massimo Moratti e Roy Hodgson quando regalarono Roberto Carlos al Real.
È lo scudetto del sardo Barella, oggi miglior centrocampista italiano, e di un gruppo di atleti comandati a bacchetta dal micidiale allenatore di teste prima che di gambe. È lo scudetto metalmeccanico di Matteo Darmian (tre gol tutti decisivi nei momenti chiave, quando la benzina stava finendo) e di una difesa d'acciaio costruita dal tecnico dopo l'eliminazione dalla Champions. A novembre, al culmine della grande depressione, Conte disse: «Ho capito che dare spettacolo solo per aiutare gli avversari a segnare non era divertente». Safety first, regola numero uno; lì ha preso in mano il campionato.
Poi c'è Christian Eriksen, paradigma del lavoro e del destino. Campione danese avvezzo ai ricami e ai colpi di genio, ha dovuto imparare a correre e a rincorrere, è finito sotto il torchio e poi nel cono d'ombra. Ma quando stava per essere ceduto, Conte ha voluto dargli l'ultima chance. La sliding door con quel gol in Coppa Italia nel derby all'ultimo secondo. Il danese (ancora lontano dai suoi livelli top) è diventato un fattore fino a segnare la rete scudetto a Crotone.
Poiché l'arte di farsi male è sempre in agguato, sul tricolore aleggiano due ombre. L'impossibilità di festeggiarlo come si deve per comprovata pandemia e l'incertezza del futuro per il deficit economico dei proprietari cinesi. Suning è l'esempio principe del capitalismo gestito dal partito: i soldi sono tuoi ma se Pechino decide che «gli investimenti non strategici vanno evitati», ecco che gli euri o i dollari diventano carta straccia. Ha impiegato meno tempo a tornare Marco Polo a piedi che Steven Zhang in aereo, ma da stamane è difficile che lo scudetto non sia un investimento strategico.
L'Inter è la continuazione di Lucio Battisti con altri mezzi, non sai mai se siano più vicine le discese ardite o le risalite. Questo domani. Oggi per la Milano nerazzurra la felicità si snoda fra i Navigli e piazza del Duomo, fra Cordusio e Montenapo, senza dimenticare le periferie popolari in fondo al Lorenteggio. Con la Gazzetta dello Sport nei bar, appoggiata aperta al frigo della Sammontana. La Superlega è qui, Peppino Prisco approverebbe.






