
Cognome e nome: Panatta Adriano. Roma, 1950. «Il nostro più grande campione di tennis... dell’altro secolo».
Lo presentai così, a Niente di personale su La7, il 16 marzo 2009.
Sapendo che è sempre stato un po’ permalosetto, lo presi in contropiede con una «veronica» verbale.
Come in una baruffa tra fratelli.
Panatta ne ha tre.
Il primo, di sangue: Claudio (senza dimenticare Laura, la sorella, che «conserva più di noi le chiavi della nostra famiglia, lei per noi sarà sempre il calore della casa», così Panatta nel suo libro Più dritti che rovesci, Rizzoli 2009).
Il secondo, di sport: Paolo Bertolucci, con cui duetta su racchette e tennisti ne La telefonata, un podcast prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci, e in Tennis Heroes su Sky. I due divertono e si divertono, anche se talvolta non se la raccontano giusta.
Vedi alla voce John McEnroe, che incontrano in doppio nel 1977.
Panatta garantisce che a prenderlo sotto gamba sia stato Bertolucci, lui replica: «Fu Adriano a uscirsene con un “Sarà il solito americano brufoloso e antipatico, un adolescente str...”. McEnroe tira una ottima "prima", io a malapena la tocco. Adriano mi guarda imbufalito, e va a rispondere a sua volta, pronto a spaccare il mondo. Solo che McEnroe gli piazza un ace. Lo giuro: mi sono buttato a terra dal ridere». E Adriano? «Mi guarda e mi fa: “Str…., è str… Però serve bene”» (così a Stefano Semeraro per La Stampa del 18 aprile 2020. Per la la cronaca: la partita fu vinta dai nostri eroi, e comunque io credo a Panatta).
Il terzo fratello, di tv, sono io: insieme, tanto per dirne una, abbiamo animato 426 puntate quotidiane (in due anni) di AhiPiroso, con Fulvio Abbate su La7.
Ma riavvolgiamo il nastro al 1976.
L’anno del magico triplete: vince gli Internazionali d’Italia, di Francia e la Coppa Davis.
Diventa numero 4 al mondo.
Nella docuserie Una squadra, regia e produzione sempre di Procacci, ha sostenuto che «il talento ha bisogno di tempo»: «Se il Papa avesse rotto i co... tutti i giorni a Michelangelo, non credo che questo grande artista avrebbe prodotto qualcosa di buono».
Lui comunque ne aveva da vendere, fin da subito.
«Ma nessuno rammenta mai che ho vinto un mondiale anche in motonautica, nell’offshore categoria Evolution», ha finto di rammaricarsi ospite del podcast Il fienile di Luca Zaia, l’ex governatore del Veneto.
Di Zaia Panatta è un estimatore, come di Mario Conte, sindaco di Treviso, città in cui si è trasferito 10 anni fa per amore dell’avvocatessa Anna Bonamigo, sposata nell’ottobre 2020, e dove ha aperto il suo circolo insieme al ceo di Generali Philippe Donnet.
Ha anche un legame profondo con il trevigiano ministro della Giustizia Carlo Nordio, amico d’infanzia di sua moglie: «La politica occupa il 10% dei discorsi con Adriano, il resto sono racconti di vita», così Nordio al Corriere della Sera il 21 agosto 2025.
Ma Panatta non era di sinistra?
Non fu lui a sfidare l’ira del regime fascista di Augusto Pinochet indossando, con Bertolucci, una fiammeggiante maglietta rossa alla finale di Coppa Davis?
Non era lui l’atleta pronto a indispettire il suo allenatore Mario Belardinelli, che si vantava di aver insegnato il tennis al Duce, presentandosi con l’Unità o il Manifesto sotto braccio?
Vero.
Ma non è mai stato un «militante» con il paraocchi.
Panatta, ipse dixit «un progressista liberale di ispirazione socialista», tendenza Pietro Nenni come da tradizione familiare (il nonno, il papà Ascenzio), è sempre stato un uomo libero di testa, autonomo e indipendente, onesto intellettualmente.
Capace di andare alla festa de La Verità come a quella del Fatto quotidiano, settembre 2024, essendo e rimanendo se stesso, senza cerchiobottismi.
A Bruno Di Marino del Manifesto il 4 giugno 2022 ha spiegato: «Belardinelli era un nostalgico di destra, però è stata la persona più onesta e perbene che abbia mai conosciuto. E io giudico il mio prossimo umanamente, senza farmi condizionare dalle sue idee politiche».
Specificando: «Mai stato comunista. Mi ha sempre fatto schifo qualsiasi forma di dittatura. Sono stato in quegli anni anche in Argentina e in Sudafrica. Dove trovai gli italiani emigrati lì più razzisti dei bianchi afrikaner. Tremendo. Dissi al capitano della squadra juniores: questi qui non li voglio più vedere, la prossima volta che mi ci porti mi salta la mosca al naso e ci litigo di brutto».
Oggi, 17 maggio, rivedremo Panatta sul campo centrale del Foro italico, invitato dalla Federtennis a premiare il vincitore della finale maschile degli Internazionali.
Il 7 giugno, poi, identica cerimonia si svolgerà a Parigi.
Anche lì Panatta consegnerà il trofeo, chiamato dalla Federazione francese: «Il suo nome, Mr. Panatta, è forever engraved, scolpito per sempre nella storia del nostro torneo».
Oggi Adrianone sa come farsi scivolare le cose addosso, e non certo per menefreghismo o per indolenza: «Ancora adesso ho un carattere impulsivo, ma con l’età credo di essere migliorato».
Il suo è un disincanto melanconico.
«Leggenda vuole che tu fossi pigro», lo sfruculiano, «avresti vinto molto di più se ti fossi applicato».
Lui ribatte: «È una leggenda, appunto. Ma comunque: sarei stato più felice? Io non ero disposto a sacrificare tutti i santi giorni della mia vita sull’altare del tennis».
Di più: «Io sono incapace di invidia e risentimento, di tennis parlo solo quando mi chiedono. Le grandi imprese dello sport non danno l’immortalità. Tutto finisce e passa. Ed è giusto che sia così» (al Corriere della Sera, 3 settembre 2023).
«La felicità dura dieci secondi, forse meno. È come una folata all’improvviso, quando non c’è vento. Pensi: bellissimo, ed è già finita. La magia non dura. Me la sono fatta bastare».
«In fondo ero solo uno che in mutande, con una “cosa” in mano, avevo rincorso una palletta. Non avevo mica inventato la penicillina».
Ecco il tratto tipico della sua indole, cemento della nostra amicizia: l’understatement, il non prendersi troppo sul serio, ma sempre impegnandosi per fare le cose seriamente.
E quindi: smontare, sminuire, sottrarre, dissacrare, demitizzare se stessi ancor prima degli altri, avendo in uggia «quelli che se la tirano». O che vogliono apparire a tutti i costi.
Panatta come il Jep Gambardella de La grande bellezza, quando alla proposta dell'ennesima intervista sbotta: «Oh Madonna mia, ormai siamo un popolo di intervistati, ma non li senti? “Come dico sempre...”, ma come dico sempre a chi?!?».
La storia di ieri ci restituisce però una fotografia meno edulcorata.
La storia di ieri ci restituisce però una fotografia meno edulcorata.
Per via di alcuni tratti caratteriali che con il tempo sono scomparsi, o che ha imparato a gestire.
Panatta come «il campione del Grillo».
Sicuro di sé al limite della spavalderia.
Piacione. Impunito. Strafottente.
Pure pronto a passare alle vie di fatto, all’epoca.
1977, Coppa Davis, finale europea a Barcellona.
Italia avanti 3 a 0.
Quarta partita: inutile e superflua.
Tra gli italiani nessuno voleva o poteva giocare, così scese in campo di nuovo lui, il numero uno.
Gli spagnoli la giudicarono una mancanza di rispetto, insultandolo. «Ah sì?», s'imbufalì il campione. «Allora adesso vi faccio contenti», cominciando a tirare colpi a tutto braccio per perdere il più velocemente possibile, regalando in mezz’ora i due set all’avversario.
Risultato? Campo e tribuna diventarono una bolgia, e mentre Panatta rientrava negli spogliatoi, un energumeno lo centrò con un cazzotto.
Panatta non ci vide più, saltò il muretto per farsi giustizia a suon di pugni in tribuna.
Stendendo perfino un italiano che era corso a dargli manforte.
Il tutto mentre il mitico Guido Oddo ai microfoni Rai commentava serafico: «Vedo Panatta spiegare il suo punto di vista ai tifosi spagnoli».
1996. Nantes, semifinale di Davis. Italiani in vantaggio 2 a 0. Ma i francesi rimontano.
Nel match decisivo l’arbitro chiama «fuori» per cinque volte consecutive altrettante palle buone per noi.
Panatta, capitano non giocatore, vede rosso: si alza e va a scuotere violentemente il seggiolone dell’arbitro. Incontro compromesso, sconfitta.
Pare che anche nei corridoi dello spogliatoio, a incontro terminato, Panatta non abbia rinunciato a scuotere l’arbitro ancora un po’ (comunque poi si è scusato).
Il suo colpo migliore rimane il sarcasmo.
Infiocina i tennisti che, iniziata la partita da due minuti, vanno subito ad asciugarsi il sudore.
O che a ogni fine set chiedono di poter andare in bagno: «Sono giovani, non dovrebbero avere problemi di prostata, chiederò una consulenza a Ciccio Graziani», tiè.
Detesta l’innovazione del dj set, la musica che parte «a palla» tra un gioco e un altro.
Così quando è a Malaga per la Davis nel novembre 2024, lo incalzo in tv: «C’è la disco-music?».
«Peggio: ci sono trombette, maracas e tamburi. Vorrei prenderli tutti, accatastarli in un angolo e poi dargli fuoco».
«Con quello che costano gli strumenti».
«Parlavo di quelli che li suonano».
Odia perfino il culto di se stesso: «Se qualcuno avesse messo in una vetrinetta in salotto le mie coppe, medaglie e targhe, l’avrei sbriciolata con una mazza ferrata».
Game. Set. Match.
Di un hombre vertical.






