Sapelli: «Il pericolo per l’economia italiana arriva dall’onda della crisi tedesca»
Giulio Sapelli (Imagoeconomica)
Il professore: «Maggioranza e opposizione devono battersi per cambiare il Green deal».

ha per adesso solo lambito i Paesi che sono più legati per bilancia commerciale e rapporti economici con Berlino, ma «nei prossimi mesi e soprattutto nel 2025 le conseguenze saranno ben più evidenti».

Usa una metafora Giulio Sapelli, storico dell’economia, per descrivere quello che sta succedendo in Europa. Certo, il Pil tedesco ha rallentato da un bel po’, ma il contraccolpo più doloroso per il resto del Vecchio continente e per l’Italia è appena iniziato.

Professore, riavvolgiamo un attimo il nastro. Perché Berlino si è fermata?

«Le sanzioni alla Russia sono all’origine del rallentamento ma a queste vanno aggiunte la crisi della globalizzazione e il calo dell’economia cinese che hanno fatto il resto».

In che senso?

«Il modello tedesco si è sempre basato sui bassi salari dei Paesi fornitori dai quali si rifornivano a costi contenuti. Con le difficoltà della globalizzazione il meccanismo si è inceppato e ora Berlino soffre».

Non soffre anche per la rigidità delle regole green dell’Ue che vogliono costringerci a passare all’auto elettrica anche se i consumatori l’elettrico non lo vogliono e non se lo possono permettere?

«Io le parlavo di fenomeni macro, poi certo che all’interno di questi fenomeni esistono altre concause e quella del dirigismo Ue ha un ruolo importante. Mi lasci dire però che la Germania dovrebbe prima fare mea culpa. E prendersela per esempio con la sua Confindustria o i sindacati che non hanno detto una parola quando Volkswagen distribuiva miliardi dividendi agli azionisti. Che fine hanno fatto le regole e i contrappesi della cogestione, il modello aziendale che ha fatto le fortune di Berlino? Poi, certo c’è Bruxelles che con le assurde regole imposte dal duo Timmermans-Von der Leyen, è vergonoso che sia stata rinominata a capo della Commissione, sta distruggendo l’economia europea».

Cosa c’è di sbagliato nella transizione green?

«C’è di sbagliato che un fenomeno così importante non può essere imposto dall’alto ma va cogestito con i sindacati e le imprese. Il punto da cogliere è che se viene a mancare il principio di sussidiarietà cala a picco tutto il Contiente».

Gli effetti della crisi tedesca si sono già manifestati sull’Italia o il peggio deve ancora venire?

«È un’onda lunga che sta lentamente arrivando, nel 2025 ne avvertiremo a pieno le conseguenze. Del resto conosciamo bene il legame della nostra filiera industriale, soprattutto quella che fa riferimento al motore termico, con la Germania. Ma mano caleranno ancora gli ordini e le aziende dell’indotto dell’automotive andranno sempre di più in difficoltà».

Il governo cosa dovrebbe fare?

«Non il governo da solo, ma insieme all’opposizione dovrebbe battersi in Europa per salvaguardare l’interesse nazionale. Bisogna fare una grande battaglia politica per difendere il nostro patrimonio industriale».

Al di là delle frasi di circostanza, non sembra che Stelantis e gli Elkann siano disponibili a fare la loro parte in questa battaglia…

«Cosa vuole che le dica, Stellantis e gli Elkann si comportano come si sono sempre comportati gli Agnelli che vedevano la Fiat come una piantagione di canna da zucchero…».

In che senso?

«Nel senso che, come mi ha rivelato Cesare Romiti, “non credo che l’Avvocato sia mai venuto davvero in fabbrica a vedere come lavoravano gli operai (“questo per non lo scriva”, insiste il professore ndr).

Che fare quindi?

«Guardi, da anni mi spendo nell’elogio della piccola e media impresa e ho scritto anche dei libri («Nulla è come prima», Giulio Sapelli ed Enrico Quintavalle di Confartigianato ndr) per indicare una strada.

Che sarebbe?

«Fare rete e creare una nuova impresa pubblica che rappresenti il volano delle Pmi».

Pensa a una nuova Iri?

«Esattamente».

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