- Missili e droni comprabili sul dark web e nuove leve addestrate all’arte della guerra: così le organizzazioni mafiose puntano a un deciso «salto di qualità». E anche ad arricchirsi con il business della ricostruzione.
- Lo studioso Antonio Nicaso: «La ’ndrangheta può trarne profitto come nei Balcani. È gente abile a inserirsi nei vuoti istituzionali. I boss dei due Paesi belligeranti continuano a collaborare».
Lo speciale contiene due articoli.
Mentre l’attenzione internazionale è puntata su una possibile svolta diplomatica nella guerra tra Russia e Ucraina, un fronte silenzioso ma altrettanto insidioso si profila all’orizzonte: quello dell’espansione criminale. Un recente rapporto pubblicato dall’Osservatorio eurasiatico del Gi-Toc (Global initiative against transnational organized crime) lancia un allarme inquietante: con la fine del conflitto potrebbe spalancarsi un nuovo scenario di destabilizzazione alimentato dalle mafie.
Il dossier, intitolato Crimine e pace: il futuro della criminalità organizzata oltre la guerra russo-ucraina, è frutto di tre anni di indagini sul campo e analizza cinque direttrici chiave – popolazione, controllo, competenze, armamenti e finanze – per tracciare le possibili mutazioni del crimine organizzato nel dopoguerra. Le conclusioni sono chiare e allarmanti: il vuoto di potere e le fragilità sociali che seguiranno il conflitto potrebbero diventare terreno fertile per nuove alleanze mafiose e traffici illeciti su scala globale.
Il primo fronte critico è il reclutamento. Ex combattenti, sfollati, rifugiati e interi segmenti di popolazione impoverita rischiano di essere assorbiti nelle economie parallele del crimine: narcotraffico, sfruttamento sessuale, cybertruffe e mercati neri di ogni genere. Le mafie, secondo il rapporto, non aspettano che la fine della guerra: si preparano a trarne profitto, fiutando opportunità tra le macerie. La fine della legge marziale e l’allentamento dei dispositivi di emergenza rischiano inoltre di agevolare la riorganizzazione di strutture criminali transnazionali, saldando legami tra clan ucraini e reti russe. Non si tratta solo di racket o estorsioni: l’evoluzione prefigurata dagli esperti punta a un salto di qualità nel crimine organizzato che potrebbe dotarsi di competenze tattiche e tecnologie apprese sul campo di battaglia.
Un altro capitolo critico riguarda la militarizzazione del crimine. Le abilità acquisite in guerra – dall’uso dei droni alle tecniche da commando – potrebbero alimentare un salto operativo delle mafie, trasformando gruppi tradizionali in organismi paramilitari capaci di colpire con precisione e rapidità. A ciò si aggiunge la circolazione incontrollata di armamenti con migliaia di fucili d’assalto, missili, munizioni, droni che potrebbero sfuggire a ogni censimento, finendo nei mercati neri internazionali e raggiungendo teatri di crisi come l’Africa subsahariana, il Medio Oriente, l’America latina, o le mani di gruppi jihadisti.
Nel sottobosco digitale del dark web, «Black market guns» si distingue come uno dei portali più strutturati nel commercio illegale di armamenti. Il sito presenta un catalogo dettagliato, completo di specifiche tecniche, disponibilità e listini aggiornati, spesso con offerte promozionali. Una pistola calibro 9 mm con soppressore può essere acquistata per meno di 500 euro, mentre un lanciarazzi anticarro si trova a circa 1.500 euro. Ma l’offerta più sconcertante riguarda i sistemi bellici complessi: con 20.000 euro si possono ottenere dispositivi anticarro o missili terra-aria portatili, oppure missili spalleggiabili di fabbricazione sovietica come lo Strela-2, tra i più diffusi al mondo. Una parte significativa di queste armi proviene da arsenali situati in Ucraina e in Russia, svuotati nel caos seguito all’invasione del 2022.
Il conflitto tra Russia e Ucraina ha forgiato un’intera generazione di individui altamente addestrati nelle arti della guerra, dalla precisione nel tiro al maneggio di sistemi aerei senza pilota. Un patrimonio di competenze che rischia di alimentare un’evoluzione qualitativa della criminalità organizzata, dotandola di nuove risorse operative e capacità strategiche. Queste abilità, in un futuro prossimo, potrebbero essere messe sul mercato come servizi su commissione. Tra le tecnologie belliche più facilmente adattabili al crimine comune, spiccano i droni: strumenti ormai impiegati in tutto il mondo per traffici illeciti, esecuzioni mirate, raccolta di dati sensibili e trasporto di materiali proibiti. L’impatto di tale know how non si limiterà a rafforzare le organizzazioni criminali esistenti. C’è infatti il rischio concreto che emerga una nuova generazione di gruppi criminali fondati attorno all’impiego professionale dei droni: strutture agili, difficili da individuare, capaci di operare su vasta scala con una presenza umana ridotta al minimo, quindi un vantaggio tattico enorme contro le autorità preposte alla sicurezza.
Ma forse il fronte più sottovalutato è quello economico. La gigantesca macchina della ricostruzione, che dovrebbe restituire dignità a un Paese distrutto, rischia di diventare il nuovo Eldorado per le organizzazioni criminali. Secondo il Gi-Toc, le mafie puntano a infiltrarsi nel settore edilizio e immobiliare, sfruttando la mole di finanziamenti internazionali per riciclare denaro, corrompere funzionari e ottenere appalti. Il pericolo non è ipotetico: esperienze precedenti, dai Balcani all’America latina, dimostrano che senza contromisure precoci, le mafie sanno insinuarsi nelle crepe lasciate dai conflitti, generando instabilità duratura.
Dall’inizio della guerra su larga scala, Kiev ha potuto contare in modo decisivo sul supporto economico internazionale per sostenere le proprie finanze pubbliche e coprire i costi della resistenza militare. Tra il 24 gennaio 2022 e il 31 dicembre 2024, l’Ucraina ha ricevuto oltre 326 miliardi di euro in aiuti economici da governi alleati e istituzioni dell’Unione europea. Secondo le previsioni, questo flusso di denaro non si arresterà con la fine del conflitto: sarà anzi fondamentale nella fase iniziale della ricostruzione e del rilancio dell’economia nazionale.
Ma i numeri in gioco sono vertiginosi. Le stime attuali parlano di oltre 524 miliardi di dollari necessari per riparare i danni provocati dalla guerra. Tuttavia, i timori legati al rischio corruzione restano elevati. Nonostante i progressi registrati dopo la rivoluzione del 2014 e le nuove misure intraprese in seguito all’ottenimento dello status di Paese candidato all’Ue nel giugno 2022, il fenomeno corruttivo rimane radicato nelle strutture istituzionali. Alcuni episodi di appropriazione indebita sono già emersi, e c’è chi teme che fenomeni ben più ampi possano coinvolgere gare d’appalto milionarie e contratti infrastrutturali. I rischi spaziano dai funzionari pubblici corrotti agli imprenditori che gonfiano i costi dei materiali. A livello internazionale, la frammentazione dei donatori potrebbe complicare la governance degli aiuti: ciascun Paese avrà infatti le proprie priorità politiche, e non è escluso che parte dei fondi venga vincolata a logiche bilaterali, rendendo più difficile garantire trasparenza e controlli centralizzati. Ma vi sono anche minacce meno visibili. Nel flusso legale di capitali, potrebbero insinuarsi fondi illeciti, con soggetti criminali pronti a investire nell’edilizia e nel mercato immobiliare ucraino, approfittando di zone grigie dove le verifiche sono carenti. Questo denaro sporco rischia di legittimare la presenza di gruppi criminali anche dentro entità statali o imprese formalmente legali. Con il processo di privatizzazione -che riguarda anche asset nazionalizzati dopo l’invasione – si apre uno scenario già visto negli anni Novanta: chi dispone di liquidità immediata e sa muoversi nei meandri del potere avrà il vantaggio. Una nuova generazione di oligarchi potrebbe così affacciarsi sulla scena, approfittando del caos postbellico per accumulare influenza e ricchezza.
Il rapporto finale dell’Osservatorio eurasiatico, redatto da Gi-Toc, lancia un monito chiaro: è il momento di agire, non quando le armi taceranno.
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